giovedì 5 gennaio 2017

Gli immigrati si ribellano. E la colpa è nostra!

Luigi Iannone



La rivolta scoppiata lunedì pomeriggio nel campo profughi di Cona, ex base missilistica del veneziano, dove vi sono oltre mille richiedenti asilo, può essere letta come una prova generale di quanto potrà accadere nell’immediato futuro. Una premessa a quanto si sta già preparando per questo nuovo anno quando l’arrivo della primavera e delle belle giornate metterà di nuovo in moto la serie incessante di sbarchi sulle coste.

A Cona, oltre ad aver bruciato suppellettili e tenuto sotto scacco per ore le forze dell’ordine, i rifugiati hanno pensato bene di fare degli ostaggi. Nel caso specifico, 25 operatori tra medici, infermieri e volontari vari, in gran parte italiani, poi liberati verso le 2 di notte. La guerriglia è esplosa per le condizioni sciagurate in cui sono costretti a vivere ma soprattutto per la morte di Sandrine Bakayoko, una ivoriana arrivata col gommone quattro mesi fa. Stava male da giorni e i profughi accusano il 118 di essere arrivato in ritardo. Nonostante gli operatori sanitari italiani abbiano smentito, la Procura ha però aperto un’inchiesta.

Ora pare chiaro a tutti che ad un simile epilogo, prima o poi, si doveva arrivare. Anzi, desta meraviglia il fatto che questi focolai di ribellione non vengano appiccati in tutta la Penisola; che siamo ancora ad episodi isolati e non ad un incendio su larga scala. E che ad essi non rispondano con pari violenza gli italiani visto che la situazione sta diventando in molte zone insostenibile ed ingestibile. Eppure, nonostante le mille articolazioni, la questione è invece di facile lettura. E se non è così, la causa è da ricercarsi in una classe politica che chiude gli occhi per codardia e inettitudine, per millantare tonnellate di mieloso buonismo e forse anche perché sulle teste di questi poveri cristi svolazzano milioni di euro che finiscono poi per rendere ricche le cooperative degli amici.

Resta però irrisolto il problema che, in linea di massima, ha solo due biforcazioni su cui impostare una lettura obiettiva e realistica. In primo luogo, gran parte di questi disperati non dovrebbero nemmeno mettere piede sulla nostra Penisola perché non fuggono da guerre. Cosa nota a tutti, anche ai burocrati di Bruxelles. Così come è cosa nota a tutti  che questi disperati serviranno però da mano d’opera a basso costo per tanti nostri imprenditori lagnosi in pubblico per l’invasione extracomunitaria, ma in privato pronti a far incetta di nuovi schiavi.

In secondo luogo, chi invece venga ritenuto in possesso di ogni requisito per poter restare, dovrebbe essere trattato con umanità. E se questa umanità non è traducibile in case, posti di lavoro e cose simili per via della permanente crisi economica, dopo averli accuditi, curati e rifocillati per un tempo congruo, li si solleciti a trovare un’altra destinazione.

Una terza ipotesi non sarebbe possibile, ma si sa, l’Italia è il Paese dell’equilibrismo e delle non-decisioni, della diplomazia estenuante che diventa immobilismo. E allora cosa accade in realtà? Accade che accogliamo tutti e poi li lasciamo vegetare come bestie. Nel frattempo ci siamo lavati la coscienza di fronte al mondo e, se possibile, abbiamo riempito le casse di tante cooperative che si occupano di gestire gli immigrati e non concepiscono alcuna differenza tra un letamaio e una struttura di accoglienza.