domenica 8 gennaio 2017

Giappone e Corea del Sud, la statua in ricordo delle 'comfort women' riaccende la tensione

repubblica.it
dal nostro corrispondente ANGELO AQUARO

Eretta in memoria delle 200mila donne ridotte dai giapponesi in schiavitù sessuale durante la Seconda guerra mondiale, l'opera è stata esposta a Busan, vicino al consolato nipponico. Tokyo l'ha definita 'estremamente deplorevole' e ha richiamato l'ambasciatore a Seul. E il caso ora rischia di far saltare un accordo che si cerca da 70 anni

Giappone e Corea del Sud, la statua in ricordo delle 'comfort women' riaccende la tensione

PECHINO – È la convitata di bronzo che sta facendo saltare un accordo inseguito per settant'anni. È soltanto una statua: eretta in ricordo delle 200mila donne ridotte dai giapponesi in schiavitù sessuale. Ma intorno a quella ragazza sta riscoppiando una guerra che neppure 8 milioni e mezzo di dollari di indennizzo sono serviti ad arginare. Giappone e Corea del Sud sono tornati ai ferri corti: proprio all'indomani di uno storico accordo per condividere i segreti militari nel timore di un blitz della Corea del Nord. Niente: neppure l'incubo atomico del prossimo atteso test di Kim Jong-un riesce a scacciare i fantasmi del passato.

Offesi da quella statua orgogliosamente esposta a Busan, accanto al loro consolato, a ricordarne la vergogna e l'orrore, i giapponesi hanno richiamato l'ambasciatore a Seul. E tra Giappone e Corea è riscoppiata la guerra. È l'ennesimo colpo di scena nei rapporti tra questi due popoli tormentati da rapporti difficili. I ragazzi giapponesi apprendono già sui libri di scuola che il proprio Paese, durante la Seconda guerra mondiale, "ha inflitto sofferenze" soprattutto ai vicini dell'Asia. Ma è soltanto una riga da manuale per rispettare i programmi del ministero: il sentimento nazionale è un'altra cosa. Se è per questo, Tokyo non ha mai chiesto pubblicamente scusa nemmeno per l'attacco a sorpresa di Pearl Harbour, malgrado la storica visita di Shinzo Abe a fine anno.

Anzi. Dalla Corea del Sud alla Cina, cioè i Paesi che hanno subito la dominazione del Sol Levante, compreso l'orrore di quelle che il diplomaticamente corretto ha chiamato 'comfort women', s'è levato un moto d'indignazione alla notizia che la ministra della Difesa, Tomomi Inada, quasi nelle stesse ore della visita del premier alle Hawaii, s'è recata a rendere omaggio allo Yasukuni, il santuario dove sono onorati gli eroi di guerra giapponesi, che per il resto del mondo asiatico sono invece dei criminali.

Proprio quella visita ha provocato adesso la reazione di protesta dei coreani. Un gruppo di manifestanti ha eretto davanti al consolato di Busan una copia della 'ragazza di bronzo' che per la verità già campeggia di fronte all'ambasciata giapponese a Seul: come tante altre che sono spuntate a dozzine in questi mesi in tutto il Paese. Un'azione 'disdicevole' per il capo di gabinetto del governo di Tokyo, che ha 'temporaneamente richiamato' l’ambasciatore e ha pure congelato quell'accordo di 'currency swap' che ha permesso ai due paesi di assicurarsi il cambio in dollari della propria moneta in caso di emergenze finanziarie.

E adesso? Abe ha confermato con una telefonata al vicepresidente Usa Joe Biden che "non sarebbe costruttivo" tornare indietro sull’accordo trovato finalmente nel 2015: e che prevede appunto la "risoluzione finale e irreversibile" della controversia nel momento in cui saranno accolte tutte le condizioni pattuite. Peccato che lì si parli dell'indennizzo monetario, certo: ma anche di un riconoscimento morale che però lo stesso Abe, lo scorso ottobre, ha chiarito di non avere nessuna intenzione di offrire, quantomeno nella forma di 'lettera di scuse' richiesta dai coreani.

Un dialogo tra sordi, lo scontro di due inconciliabili ragioni, fomentate per di più dai revanscismi di entrambe le parti. Chissà che direbbe, se potesse parlare, la convitata di bronzo che settant’anni dopo rischia di far scoppiare un'altra guerra.