lunedì 23 gennaio 2017

Dimenticate e da rinforzare. Le grandi dighe spaventano

La Stampa
francesco grignetti


LAPRESSE
Il bacino di Campotosto, in provincia dell’Aquila, è composto da tre dighe in sequenza

E ora c’è un altro incubo: le dighe. Dopo le scosse telluriche, sommate alle gran precipitazioni, a preoccuparsi è la Commissione Grandi Rischi della Protezione civile, che si è riunita venerdì sera. «I recenti eventi - scrivono gli esperti italiani di sismologia e vulcanologia - hanno prodotto importanti episodi di fagliazione superficiale che ripropongono il problema della sicurezza delle infrastrutture critiche quali le grandi dighe».

Ecco, le grandi dighe. Da Nord a Sud, quelle che superano i 15 metri di altezza e contengono almeno 1 milione di metri cubi d’acqua, classificate di interesse nazionale, sono 541. Ma le dighe sono sempre state un argomento poco sexy per la politica. Eppure si sa che sono vecchie e malandate, e che andrebbero quantomeno rinforzate. Il rimedio, finora, è stato di svuotarle per metà (quelle dei privati, tipo Enel) o addirittura per due terzi (quelle dei consorzi pubblici). E peccato se ci si rimette in elettricità idroelettrica o in riserve idriche.

Il warning di venerdì della Commissione Grandi Rischi, però, non è arrivato del tutto inatteso sul tavolo del governo. Il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, da un anno ha messo gli uffici al lavoro, quando si è reso conto che le dighe erano una bomba a orologeria. Ad agosto ha ricevuto un primo rapporto. Il 1° dicembre, su quella base, il governo ha stanziato 294 milioni di euro per intervenire sulle 101 dighe più a rischio.

Ora però, dopo le scosse di terremoto sommate alle cosiddette “bombe di neve”, il rischio cresce. Il primo bacino sotto osservazione è Campotosto, dove ci sono tre dighe in sequenza: Rio Fucino, Sella Pedicate e Poggio Cancelli. I controlli tranquillizzano, ma in questi giorni la Direzione generale Dighe del ministero ha affiancato l’Enel per nuovi rilievi ed è stato chiesto di esaminare il piano di emergenza della Regione Abruzzo. L’invaso è 10 metri sotto il livello di regolazione, il volume della metà rispetto al massimo.

«I sistemi di monitoraggio e controllo installati - si legge in documenti interni al ministero delle Infrastrutture - hanno segnalato, per il rilevato di terra della diga di Poggio Cancelli, effetti strumentali delle scosse sismiche del 24/8 e 30/10 in termini di spostamenti verticali dei terreni di fondazione dell’ordine della decina di millimetri e analoghi a quelli osservati nel corso della sequenza sismica aquilana».

Per quanto riguarda la sequenza sismica attivata il 18 gennaio con 4 eventi di magnitudo superiore a 5, con l’epicentro proprio in questa area, l’Enel ha comunicato di avere «attivato i controlli straordinari previsti dalle vigenti disposizioni, senza rilevare sulla base delle prime verifiche danni alle dighe. I controlli sono tuttavia ancora in corso e resi parziali e difficoltosi dalle condizioni di innevamento, tanto da richiedere accessi anche in elicottero».

Ma non c’è solo l’Abruzzo. Ci sono altre dighe nel Lazio e nelle Marche che preoccupano, dipendenti queste dai Consorzi di bonifica. L’associazione nazionale Anbi da qualche mese avverte di temere «le conseguenze sotterranee dei sommovimenti tellurici, che potrebbero avere attivato frane e faglie...». Preoccupa l’impianto idrovoro di Ripasottile, a Colli sul Velino, già danneggiato dal sisma umbro del ’98 e da quello dell’Aquila. Nelle Marche, sono le dighe di Gerosa, San Ruffino, Cingoli, Rio Canale e Mercatale ad essere costantemente monitorate.

«Nessuna anomalia è stata finora registrata». La diga di Cingoli si porta dietro anche il dramma di un viadotto con gravi deficit strutturali che è chiuso dal 30 ottobre e solo nelle prossime settimane potrà essere riaperto dopo un intervento straordinario dell’Anas.