mercoledì 4 gennaio 2017

Da Berlino al Bosforo: gli attentatori dell’Isis non sono più kamikaze

La Stampa
giordano stabile

Negli ultimi attacchi i killer si sono dati alla fuga dopo la strage



Non ci sono più i kamikaze di una volta. Gli ultimi due attacchi dell’Isis, a Berlino e a Istanbul, hanno ricalcato ogni dettaglio delle stragi precedenti, di Parigi, Bruxelles o Nizza. Tranne uno. I killer non si sono immolati contro il fuoco della polizia o innescato la cintura esplosiva di ordinanza. Sono fuggiti. Forse per colpire ancora. O per cercare di rientrare nel Califfato e continuare in un modo o nell’altro la loro jihad.

La seconda ipotesi è la più probabile per Anis Amri, il tunisino che si è lanciato con un Tir sul mercatino di Breitscheidplatz. Se voleva uccidere ancora, poteva farlo a Berlino. La rotta verso Sud indica la ricerca di una via di uscita. Dell’uiguro che ha sparato al night club Reina sappiamo ancora poco, sembra comunque che anche lui si stia nascondendo. Due casi sono ancora pochi per indicare un cambio di rotta, ma può essere.

Per l’Isis è un fatto inedito. Anche i killer di Charlie Hebdo, i fratelli Kouachi, erano fuggiti dopo il massacro, ma la loro «formazione» era più legata ad Al-Qaeda. La dottrina Isis degli attacchi in Europa prevedeva l’uso obbligatorio dei kamikaze per ragioni propagandistiche e ideologiche: «Voi amate la vita, noi amiamo la morte». Uniche eccezioni erano i leader che dovevano pianificare altri attacchi e gli artificieri, più difficili da sostituire.

Dei gruppi di fuoco del 13 novembre 2015 a Parigi, solo Salah Abdeslam ha evitato di farsi uccidere. La circostanza che abbia gettato la cintura esplosiva in un cassonetto per darsi alla fuga non è però stata confermata. Il suo era soprattutto un ruolo logistico, procurare rifugi e auto, e quindi è possibile che il piano prevedesse la sua sopravvivenza. 

I killer in fuga da Berlino e Istanbul sono una novità. Ma non è l’unica nella macchina di morte e di propaganda dell’Isis. Da alcuni mesi gli analisti notano un cambio di tono nei video di reclutamento. In particolare in quelli diretti all’Asia centrale, che sta diventando il bacino di adepti più promettente. Se nel 2015 i filmati erano centrati sull’esibizione della violenza, con bambini che sparavano alla nuca dei prigionieri, ora invitano uomini e donne a venire nel Califfato per trovare protezione e una vita davvero «islamica».

Sono video di «famiglie felici», che mostrano compassione e generosità fra camerati al fronte, enfatizzano la presunta giustizia sociale all’interno del Califfato, la «purezza» religiosa, l’educazione improntata alla sharia per i figli. Una propaganda «di pace», quasi di «amore per la vita» che ha come target le popolazioni più povere e discriminate dell’Asia centrale, soprattutto quelle della valle di Fergana, un’area arretrata che attraversa Uzbekistan, Kirghizistan, e Tagikistan e dove vivono 15 milioni di persone.

Le sconfitte subite in Iraq, e la chiusura della frontiera fra Turchia e Siria, hanno ridotto del 90 per cento l’arrivo di foreign fighters. È probabile che l’Isis stia cercando nuove strategie per attirare reclute, civili e militari. Il fascino della morte da kamikaze, e le 72 vergini che attendono i «martiri» in Paradiso, forse non bastano più.