mercoledì 4 gennaio 2017

Cuba, anno zero

ilgiornale.it
Andrea Indiano

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Quando perfino gli acchiappa-turisti di L’Avana Vecchia, sempre intenti a cercare qualche preda nel quartiere vicino al mare della capitale di Cuba, si rifiutano di parlare di Fidel Castro nonostante un’offerta di dieci pesos, si capisce come la politica sia ancora un tabù per i cubani. La morte del Lider Maximo il 25 novembre scorso ha scosso l’isola, ma pochi giorni a L’Avana bastano per capire come la situazione generale della nazione caraibica sia in realtà molto più problematica del cordoglio per il decesso dell’ex presidente.

Insieme all’amico Che Guevara, Fidel Castro fu in grado di ribaltare la dittatura a Cuba di Fulgencio Bautista nel 1959 usando solo poche decine di uomini e partendo dalla sua Santiago, dove ora è stato sepolto alla fine di un corteo funebre che ha attraversato tutta l’isola. A lui e ai suoi compagni non andava bene che Bautista avesse stretto accordi economici con gli Stati Uniti e inoltre il dittatore aveva già fatto uccidere vari avversari politici creando un clima di terrore fra i cittadini.

Fidel si presentò quindi al mondo come un liberatore e questo aiutò a creare quell’immagine, sapientemente associata a un look ben studiato con cappello, barba e sigaro, che riuscì ad affascinare il mondo intero e a creare una sorta di credito eterno dei cubani verso Castro che ancora oggi si sente nelle loro parole. Nei primi anni di governo le cose andavano bene e l’autarchia imposta dal sistema socialista migliorò l’economia di Cuba: ognuno aveva un lavoro, venivano costruite nuove scuole e gli ultimi modelli di auto sfrecciavano nelle strade di L’Avana.

Se neanche la Guerra Fredda riuscì a fermare l’ascesa di Castro nello scacchiere mondiale, fu il disfacimento dell’Unione Sovietica a segnare in qualche modo la fine del sogno cubano, se mai fosse in effetti iniziato. L’economia dell’isola infatti si basava soprattutto sugli aiuti economici ricevuti da Mosca, dato che la piccola nazione caraibica non possiede le risorse necessarie per sostenersi da sola. Inoltre i metodi usati dal regime castrista cominciarono a essere noti a tutti: gli avversari politici venivano fatti incarcerare senza processo e ai cittadini fu reso impossibile lasciare l’isola.

Arrivarono le carestie e un periodo di povertà che segnarono il punto più basso del regime di Castro. Negli anni ’90 fu resa indispensabile una piccola apertura verso l’esterno alla ricerca di investitori e turisti che prontamente arrivarono, ma Fidel non gradì i cambiamenti in atto nella sua isola. Nuovi controlli e restrizioni furono imposti, lasciando di nuovo Cuba nel degrado economico e isolata dal resto del mondo, proprio come voleva Castro, ostinato a portare avanti il suo credo “Socialismo o muerte” senza mai abbandonarlo. Solo una malattia nel 2006 gli fece fare un passo indietro e lasciare la presidenza al fratello Raul, meno

intransigente e più vicino all’apertura verso il mondo, nonostante si racconti che fu proprio lui a far leggere gli scritti di Karl Marx al fratello maggiore quando i due erano studenti all’università. Raul Castro, con l’incontro con Obama, l’apertura delle frontiere nazionali ai cubani e il lasciapassare ai turisti americani sull’isola, sta dimostrando di aver saputo cambiare idea rispetto alle guerre combattute da giovane, proprio quello di cui Fidel non è mai stato capace: ammettere gli errori del socialismo e constatare la povertà cui aveva costretto il suo popolo.

Le auto degli anni ’50, simbolo dell’apice di Cuba mai più toccato, appaiono colorate e lucenti nelle cartoline, ma lasciano dietro un forte odore di gasolio e ruggine che affligge L’Avana. I palazzi decadenti, le strade con le buche e l’assenza di negozi sono la vera immagine della città: un luogo povero dove la gente appare felice, ma al prezzo di una libertà troppo spesso sottovalutata. Internet è bandito, eppure ci si può accedere in alcuni punti della città dopo una rigorosa registrazione o di contrabbando se si adocchia la persona giusta. Le verdure si trovano molto raramente, ma lo stato continua a concedere gratis riso, farina e pane ai cittadini.

L’alfabetizzazione è altissima e chiunque vi dirà che i medici cubani sono ben preparati, peccato però che gli ospedali cadano a pezzi e non ci siano macchinari. “Non credo che abbandoneremo il socialismo ora che Fidel è morto – dice un tassista che non vuole farsi riprendere – solo lo adatteremo al progresso del resto del mondo”. Questo è il parere di molti cubani, soprattutto dei meno giovani, nati con il mito di Che Guevara e che difficilmente riescono a capire le nuove scelte di Raul. Senza internet, molti fanno affidamento ai quotidiani locali, che sono ovviamente in mano al governo.
L’informazione a Cuba passa infatti attraverso tre canali tv e due giornali.

Il quotidiano Granma è l’unico dell’isola insieme a Juventud Rebelde, dedicato ai lettori più giovani. Fino a poco prima della sua morte, Fidel Castro teneva una rubrica su Granma, molto letta e citata. Il capo della redazione internazionale di Granma, Sergio Gomez Gallo, è convinto che la morte di Fidel cambierà ben poco nell’economia e nella politica di Cuba, anche perchè il Lider non aveva ruoli ufficiali nel governo già dal 2006. Suo fratello Raul è giudicato più disponibile all’apertura e meno intransigente, anche se ora molti lettori temono che possa prendere decisioni sbagliate senza i consigli del fratello maggiore. La redattrice di Juventud Rebelde Ysell Rodriguez Milan è invece preoccupata per l’elezione di Donald Trump, un sentimento

comune fra i cubani. Entrambi i giornalisti parlano fieramente delle proprie pubblicazioni e non sembrano preoccupati che l’assenza di altri quotidiani non filo-governativi possa essere un problema per i cittadini, dato che secondo loro i lettori hanno già tutte le informazioni necessarie all’interno dei due quotidiani nazionali. Internet però comincia a essere sempre più diffuso e non è un caso che di pari passo aumentino anche i tentativi di lasciare l’isola: chi riesce a scoprire come si vive in Occidente, con libertà di pensiero e senza carestie, è disposto a mettere a rischio la propria vita in una barca traballante nell’oceano pur di tentare la fortuna altrove.

La sensazione che si ha dopo un periodo a Cuba è quella di avere di fronte una nazione molto povera, incapace di sostenersi da sola eppure ormai convinta, dopo anni di regime di Fidel Castro, di potercela fare. Il Lider Maximo è riuscito a inculcare un’idea di orgoglio nazionale in tutti i cittadini e neanche la sua morte sembra riuscire a scalfirla, nonostante gli evidenti errori che si notano nel sistema politico e le mancanze nella vita di tutti i giorni degli abitanti. A L’Avana e dintorni socialismo fa rima con povertà. Se neanche l’arrivo internet, che inevitabilmente sarà molto più diffuso nei prossimi anni sull’isola, riuscirà a scalfire il culto di Castro, allora Cuba resterà un’oasi abbandonata a se stessa, dove però verrà reso necessario un intervento per aiutare gli abitanti.