sabato 7 gennaio 2017

Così novant’anni fa nasceva la Befana fascista

La Stampa
andrea cionci

Fu inventata dal giornalista e campione di scherma Augusto Turati che poi divenne direttore de La Stampa


Piccoli con i doni della Befana a Rovigo

Tra le pieghe della storia spuntano spesso delle sorprese. L’ultima ci fa scoprire che dobbiamo a un direttore de La Stampa l’introduzione in calendario dell’Epifania come festa nazionale.

Esattamente novant’anni fa, il 6 gennaio 1927, a Buenos Aires, l’«Associazione lavoratori fascisti all’estero» organizzava una raccolta di doni a favore dei bambini poveri. L’anno dopo, il giornalista e campione di scherma Augusto Turati, allora segretario del Pnf, si ispirò a questa iniziativa per istituire la «Befana fascista». Ordinò alle federazioni provinciali del partito di sollecitare commercianti, industriali e agricoltori alle donazioni per una giornata nazionale dedicata alle famiglie non abbienti.

La macchina organizzativa per la raccolta e la distribuzione dei doni era enorme e capillare; si avvaleva delle organizzazioni di donne e di giovani del regime, tra cui i Fasci Femminili e l’Organizzazione Nazionale Dopolavoro. L’avvocato Giorgio Magnarini racconta, da testimone: «A Bologna, la cerimonia si svolgeva alla Casa del Fascio, con i gerarchi in divisa. Le mamme aventi diritto portavano i bambini a ritirare i pacchi-dono - divisi fra maschietti e femminucce - contenenti bambole, macchinine, fumetti, giocattoli e dolciumi. I Figli della Lupa e i Balilla vestivano l’uniforme. La giornata era vissuta anche come momento di unione fra classi sociali».

La Befana fascista ebbe un successo crescente negli anni: nel 1930 i pacchi raccolti furono oltre 600.000, e l’anno dopo raggiunsero la cifra di 1.243.351. Augusto Turati, creatore della festa, era una figura, si può dire, di “intransigente moderazione” tanto che fu nominato segretario del Pnf da Mussolini proprio per normalizzare il partito, emarginando gli elementi più fanatici. Divenne subito inviso a molti, soprattutto al suo predecessore, il fumantino gerarca Roberto Farinacci, che orchestrò contro di lui una pesante campagna diffamatoria, basata sui pettegolezzi di una maîtresse torinese. Gli scandali sessuali, oltre alla sua opposizione alla politica economica della “Quota 90” (per la rivalutazione della lira) convinsero Turati a lasciare il ruolo di segretario del Partito.

«E’ necessario, Duce – scriveva - che qualcuno dia questo esempio: andarsene senza chiedere nessun’altra poltrona e nessuna pensione». Tornò al giornalismo, prima come inviato del Corriere della Sera e poi come direttore de La Stampa, incarico che ricoprì dal gennaio 1931 all’agosto del ‘32. I suoi nemici, tuttavia, continuarono a perseguitarlo fino a farlo radiare dal partito ed esiliare a Rodi. Turati accettò stoicamente il confino, ma alla caduta di Starace, chiese e ottenne la riabilitazione e la reiscrizione al Pnf, proprio alle soglie del 25 luglio. Non aderì alla RSI, ma fu ugualmente processato – e amnistiato - dopo la guerra. La Befana fascista, comunque, sopravvisse al suo creatore ben oltre il suo siluramento. Starace, nel ‘30 l’aveva rinominata «Befana del Duce», personalizzandola su Mussolini, ma, durante la Repubblica Sociale, nel ’43, riprese il nome originale.