sabato 7 gennaio 2017

Così nacque l’homo-smartphone schiavo della connessione perpetua

La Stampa
alberto mattioli



La tecnologia è sempre un progresso, ma double face. Il suo destino è quello di risolvere dei problemi creandone dei nuovi. Giorgio Stephenson inventa il treno e, insieme, i disastri ferroviari. Nasce la televisione, e se ne appropria Barbara D’Urso. Costruiscono gli scooter, e Alessandro Di Battista ci sale sopra per comiziare. Così, il decennale dell’iPhone non è solo una festa. Non sono tutt’oro quei pixel che luccicano. Certo, essere connessi a Internet è utile; sempre, magari, no. Fra mail, Facebook, WhatsApp, Twitter, Messenger, Instagram, Pinterest e via cliccando non c’è un attimo di pace.

La connessione full time dà dipendenza (e talvolta anche un po’ alla testa). «O maladetto, o abominoso ordigno», chiamava Ariosto l’archibugio, perché permetteva a un umile fantaccino di abbattere a distanza uno splendido cavaliere. Allo stesso modo, l’iPhone consente al commercialista di abbatterti spedendoti a tradimento l’F24 mentre stai facendo e pensando tutt’altro, ma quando salta fuori l’ansiogeno numeretto bianco su sfondo rosso sull’iconcina della mail proprio non resisti, e devi leggere. Tutti ci portiamo in tasca l’ufficio, e dire che di regola non vediamo l’ora di uscirne. È ormai impossibile sottrarsi alla longa manus del web, strappare la rete, sospendere questo perpetuo cicaleccio.

Le città sono invase da nuove figure mitologiche. Quella classica italiana prevedeva la parte di sopra uomo e quella sotto poltrona, come i democristiani di un tempo e i loro derivati attuali. Oggi si aggiunge l’homo-smartphonicus con gli arti superiori metà braccio e metà iPhone, che mai viene staccato dagli occhi e, si direbbe, dal cuore (meraviglioso il tizio incrociato oggi nella metro di Milano, fornito anche di Apple Watch: guardava l’ora sul telefonino e le mail sull’orologio, ma tanto era preso che ha saltato la sua fermata).

La schiavitù, com’è noto, diventa irreversibile quando lo schiavo inizia ad amare le sue catene e a non poterne più fare a meno. È esattamente quel che capita al consumatore tecnologico tipo, che va in estasi ogni qual volta, sei mesi o giù di lì, l’Apple sforna un nuovo modello, cioè dà i numeri (iPhone 5, 6, 7) o aggiunge una «s» o «plus» a quelli già esistenti, in un vertiginoso aumento di funzioni sempre più sofisticate e generalmente sempre più inutili che scatenano le bramosie di possesso, con le pittoresche lunghe code fuori dai negozi monomarca deplorate dai moralisti sui giornali.

Ma già la mela morsicata ha precedenti poco raccomandabili nel passato remoto dell’umanità. E poi l’obsolescenza programmata dei prodotti, questa tecnologia che invecchia alla velocità della luce e dev’essere continuamente rimpiazzata ricordano quella «merde tartinée» che, secondo Voltaire, Dio servì nel deserto al profeta Ezechiele (il quale si precipitò subito a fotografarla e a postarla su Facebook, guardate il nuovo piatto etnico, e giù like). Siamo su una bicicletta che sta in piedi solo se pedaliamo sempre più veloci. Sperando di non finire, un brutto giorno, con una parte anatomica poco nobile per terra. Anche se la prima reazione sarebbe quella di controllare subito che il telefonino sia sano e salvo.

Così è ammissibile che possano scattare delle reazioni reazionarie modello «si stava meglio quando si stava peggio». E si finisce, senza ammetterlo, per invidiare certe prozie degasperiane nella provincia più profonda che l’iPhone non l’hanno, anzi non hanno nemmeno il telefonino, e tengono tuttora gli scarsi rapporti con il mondo circostante con il telefono fisso, magari, invidia massima, con quello a disco grigio. Sicuramente meno connesse, ma forse più felici.