martedì 31 gennaio 2017

La battaglia sui diritti d’autore si sposta a Sanremo

La Stampa

Cinque gli artisti del festival che non sono più iscritti alla Siae, ma sono passati a Soundreef



Siae contro Soundreef al Festival. Sanremo 2017 sarà infatti il primo festival con alcuni degli artisti coinvolti che non fanno più parte della Siae. Tra autori e artisti in gara tra i Big e tra le Nuove Proposte sono infatti cinque gli artisti del festival che non sono più iscritti alla Siae ma hanno affidato la gestione dei loro diritti d’autore a Soundreef, società autorizzata lo scorso marzo dalle autorità inglesi a operare sul mercato europeo dei diritti d’autore in ambito musicale. Fra i big ci saranno Gigi D’Alessio che aveva aperto la strada nei mesi scorsi, il cantautore Nesli, il maestro Adriano Pennino che dirigerà l’orchestra per l’esibizione di Gigi D’Alessio oltre a Tommaso Pini in gara tra i Giovani. 

E sulla sponda di Soundreef è approdato anche uno dei compositori più importanti degli ultimi decenni che quest’anno ha scritto il brano di Al Bano per Sanremo: il maestro Maurizio Fabrizio. Ha scritto canzoni per artisti come Mia Martini, Patty Pravo, Mina, Ornella Vanoni, Mietta, Al Bano, Riccardo Fogli, Eros Ramazzotti, Antonello Venditti, Renato Zero, Angelo Branduardi, e Miguel Bosé. Fabrizio è il quinto autore più presente al Festival di Sanremo con 33 canzoni, tra cui due primi posti («Storie di tutti i giorni» per Riccardo Fogli nel 1982 e «Sarà quel che sarà» per Tiziana Rivale nel 1983) e tre terzi posti (Strano il mio destino per Giorgia nel 1996, Sempre per Lisa nel 1998 e Schiavo d’amore per Piero Mazzocchetti nel 2007) e ha scritto pezzi come «I migliori anni della nostra vita» di Renato Zero e «Almeno tu nell’universo» di Mia Martini. È autore anche di musical e colonne sonore.

Ed ora occorrerà trovare una soluzione pratica per la riscossione dei diritti di questi artisti, che ancora non c’è, come spiega Davide d’Atri, amministratore delegato di Soundreef: «La Rai e gli altri utilizzatori televisivi e radiofonici che trasmettono opere dei nostri iscritti si trovano nella posizione di non poter fare a meno di acquisire una licenza da Soundreef. Infatti, Siae non ha più il mandato da parte di questi autori ed editori e non può certo gestirne diritti e compensi essendo l’iscrizione al monopolio facoltativa. L’utilizzazione di diritto d’autore a scopi commerciali senza licenza è un illecito civile e penale e i broadcaster sono da sempre molto attenti ai diritti.

Gli operatori radio e tv - prosegue D’Atri - troveranno una soluzione nelle prossime settimane. Confidiamo nell’operato del Governo e del Mibact che nelle ultime settimane molto hanno fatto e molto crediamo faranno per risolvere positivamente questa situazione migliorando lo schema di decreto legislativo (n.366) sul recepimento della direttiva Barnier (n. 26 del 2014), che sancisce la liberalizzazione del mercato per la raccolta dei diritti d’autore nei paesi membri dell’Unione Europea. Il monopolio, al momento, rimane nella sola Italia».

Ma per Siae sembrano non esserci problemi: a Sanremo tutto potrà svolgersi regolarmente dal punto di vista della gestione del diritto d’autore. E sottolinea: «Con la Rai vi è la massima chiarezza e collaborazione e non vi è alcuna confusione sul ruolo di Siae». «Fatta eccezione per la singola opera firmata da Gigi D’Alessio, la cui società editrice è comunque associata Siae, tutte (e non meno di tutte) - scrive in una nota la Società degli autori e degli editori - le altre opere in concorso sono state affidate in tutela a Siae che pertanto provvederà a gestirle come gestisce il proprio intero repertorio. Con la Rai vi è massima chiarezza e collaborazione e non vi è alcuna confusione sul ruolo di Siae. A Sanremo, quindi, tutto potrà svolgersi regolarmente dal punto di vista della gestione del diritto d’autore. Viva la musica».

Internet, da Chrome e Firefox avvisi su connessioni insicure

repubblica.it

Nel mirino delle nuove versioni dei browser più diffusi i siti "http" che usano protocollo non cifrato

Internet, da Chrome e Firefox avvisi su connessioni insicure

I programmi per navigare online di Google e Mozilla - i browser Chrome e Firefox - adottano da poche ore misure più forti per avvisare gli utenti di siti vulnerabili ed esposti a intrusioni esterne. Grazie agli ultimi aggiornamenti entrambi i software sono in grado di avvisare gli utenti se stanno per inserire dati sensibili - come il numero della carta di credito - su connessioni non sicure. Ad essere contrassegnate in modo esplicito come "insicure" sono le pagine web basate su protocollo "http", che - a differenza di quelle "https" - non sono protette da crittografia.

Mozilla Firefox - versione 51 - mostra l'icona di un lucchetto in grigio con un segno rosso su tutti i siti "http" che chiedono login e password agli utenti. Cliccandoci sopra compare un avviso che mette in guardia dall'inserire dati importanti, come quelli per accedere a servizi web, su quella pagina. Finora Firefox aveva solo mostrato un lucchetto "verde" per indicare le connessioni "https", quelle più sicure. Google Chrome - nella versione 56 - mostra avvisi anche per i siti "http" che chiedono i dettagli delle carte di credito.

Il protocollo "http" utilizza una connessione non cifrata tra l'utente e il sito che sta visitando, che potrebbe quindi essere intercettata da chiunque monitori il traffico dati tra l'utente e il sito. Ecco perché non è una buona idea condividere dati di accesso o informazioni di carte di credito su una connessione "http".

Tornano le musicassette: la seconda vita dei nastri dopo vinili e jukebox

Il Messaggero



Nostalgia del passato e forse anche voglia di oggetti concreti in una società sempre più 'liquidà e smaterializzata. Dopo vinili e juke-box, c'è una seconda vita anche per le musicassette, in auge negli anni Ottanta con il walkman di Sony. Secondo un Rapporto di Nielsen Music le vendite sono cresciute del 74% negli Usa nel 2016, pari a 129mila copie vendute. Un risultato non da poco per un formato tecnologico considerato ormai morto. «Il nostro operato si potrebbe descrivere come un modello di stupidità e ostinatezza»: ha spiegato qualche tempo fa Steve Stepp, presidente della National Audio Company. È un'azienda di Springfield, nell'Illinois, che produce ancora audiocassette a cui è stato dedicato di recente un documentario.

La maggior parte degli ordini arrivano da etichette discografiche. La cassetta più venduta in questi ultimi anni è stata la colonna sonora del film della Marvel 'I Guardiani della Galassià. Secondo il rapporto Nielsen, a spingere la vendita delle musicassette sarebbe stata l'uscita di speciali riedizioni di alcuni dischi storici come Purple Rain, primo album da studio di Prince del 1984, e Slim Shady del rapper Eminem pubblicato nel 1999. La crescita delle musicassette negli Stati Uniti (129mila copie vendute nel 2016, l'anno precedente erano state 74mila) sarebbe dovuta anche a edizioni speciali di dischi nuovi come Purpose di Justin Bieber, idolo delle teenager, capace di trainare il mercato musicale.

Le nuove cassette, in pratica, sono dotate di un codice per il download digitale dell'album, per quei consumatori che non possiedono un lettore di cassette. Un caso a parte è invece quello di Tiziano Ferro. Il cantante italiano nel dicembre scorso ha lanciato una speciale versione vintage, in box set,del suo nuovo album «Il mestiere della vita» che oltre al cd contiene anche le versioni in audiocassetta e vinile.

L'album è comunque anche scaricabile da iTunes. Quello delle audiocassette è però un mercato su cui non scommetterebbe più nessuno. Inventata da Philips nel 1963, la musicassetta ha conosciuto un momento di splendore negli anni Ottanta. Chi ha più di 40 anni non può non ricordare l'impegno nel comporre le playlist giuste senza l'aiuto dell'algoritmo (come Nick Hornby nel libro Alta Fedeltà) così come gli inevitabili fruscii di sottofondo che finivano nelle registrazioni, raccontavano storie oltre alla musica contenuta. Ma anche gli immancabili inceppamenti del nastro che bisognava riavvolgere con l'aiuto di una matita. Negli anni Novanta con l'avvento del cd e poi di altri formati digitali, il consumo di cassette è rapidamente crollato e molte aziende che le producevano hanno chiuso i battenti.

Un'altra motivazione del ritorno delle audiocassette nel mercato Usa potrebbe essere ricercata nelle vendite online che hanno totalizzato circa 5 mila unità, il 43% di quelle complessive. Un grande quantità di audiocassette, infine, sarebbero state inviate ad alcune carceri statunitensi dove la vecchia musica "lo-fi" è uno dei pochi formati autorizzati per i detenuti americani. Il ritorno delle musicassette rientra in un clima di revival di tecnologia analogica.

Gli ultimi anni le vendite di vinile hanno visto un crescendo fino all'exploit del 2016: sono salite del 26% negli Usa e di oltre il 50% nel Regno Unito. Amarcord anche per il juke-box. All'ultima fiera dell'elettronica, il Ces di Las Vegas, ne è rispuntato un modello dopo un quarto di secolo: può contenere 45 giri, per un totale di 140 canzoni. I vecchi nastri non si trovano più solo nei mercatini o nelle soffitte polverose, ma hanno anche un giorno all'anno dedicato alle celebrazioni. Sulla falsa riga del 'Record Store Day nato per i vinili, dal 2013 c'è infatti il 'Cassette Store Day', pensato dai rivenditori nostalgici per sostenere il formato.

Austria, cercasi eremita: niente luce né stipendio, vista sui monti

Corriere della sera

di Alessandra Muglia

Sul sito del comune di Saalfelden, nella regione di Salisburgo, l’annuncio per la ricerca di un eremita: l’eremo a 1.400 metri è sempre stato abitato dal XVII secolo. L’eremita dovrà accogliere escursionisti e pellegrini per 8 mesi all’anno

Cattura

Andare a vivere da soli su un eremo con vista mozzafiato sulle Alpi, ma senza elettricità e acqua corrente, dimenticando tv, wifi e via connettendo. Non occorre essere dei monaci per poterlo fare, chiarisce un singolare annuncio per la ricerca di personale apparso sul sito del comune di Saalfelden, nella regione di Salisburgo, in Austria, e rilanciato subito dalla stampa locale. Il prescelto però, avverte l’inserzione, non condurrà una vita in totale solitudine. Dovrà essere — e sembra un ossimoro — un eremita «socievole»: il suo compito è infatti dare il benvenuto a escursionisti e pellegrini, e guidarli nella visita alla cappella del 17esimo secolo che si trova lì accanto.
Impiego non retribuito
Dalla loro generosità dipenderà la sua sussistenza, visto che l’«impiego» non è retribuito. Si tratta di un lavoro stagionale: impegna otto mesi, da aprile a novembre. Oltre non si può andare per via delle rigide temperature compatibili soltanto con lo sci, per cui la zona è peraltro rinomata. L’eremo, una dimora spartana ricavata in una grotta naturale e aggrappata a un dirupo a 1.400 metri di altitudine, sopra il castello di Lichtenberg, è uno dei pochi rimasti in uso nel cuore dell’Europa. Dallo scorso autunno è chiuso. L’ultimo residente è stato un prete psicoterapeuta di Vienna che ha dato le «dimissioni» a settembre: dopo un anno di raccoglimento in quota, ha preferito tornare alla sua vita normale nella capitale austriaca. Prima di lui un monaco benedettino aveva invece vissuto lì per oltre un decennio. E così via, indietro per 350 anni, l’eremo di Saalfelden è sempre stato abitato.
Quel colpo di pistola
Del resto in passato pare che il posto fosse piuttosto ambito. Racconta il notiziario online The Local che nel 1970 un uomo aveva presentato domanda ma era stato scartato. Terribilmente irritato, s’era allora arrampicato fino all’eremo, e giunto sulla soglia aveva sparato un colpo di pistola. Il prescelto dell’epoca, scampato all’attacco, per la paura decise di rinunciare e ritornò a casa sua. A parte questo incidente, la vita in questa dimora è trascorsa sempre molto tranquilla. Del resto, nella stessa inserzione vengono evidenziati i vantaggi di questo «lavoro» non retribuito: alloggio gratuito e vista spettacolare.

Ma devono stare accorti quanti sono attirati dalla proposta perché vi vedono soltanto un’opportunità gratuita di «digital detox» (la disintossicazione digitale) di cui si sente tanto bisogno in tempi di iper connessione, assediati come siamo da computer, tablet e smartphone. «Per noi è importante che il candidato abbia una formazione cristiana, per preservare la tradizione monastica» ha avvertito, parlando con la Bbc, il parroco di Saalfelden Alois Moser, che cura la selezione dei candidati con il supporto del sindaco Erich Rohrmoser. La scadenza per presentare domanda è il 15 marzo. Chiunque sia interessato deve mandare il consueto curriculum, ma accompagnato da una lettera che chiarisca i motivi della scelta e pure da una foto. La gara per aspiranti «asceti sociali» è iniziata.

I supercondensatori sono il futuro delle batterie degli smartphone

La Stampa
enrico forzinetti

Presto potrebbero sostituire quelle tradizionali al litio garantendo una ricarica in pochi secondi e un utilizzo prolungato nel tempo


Credit: University of Central Florida

Deve durare tanto ed essere rapida nel caricarsi. Sono le due caratteristiche che ogni persona vuole per la batteria del proprio smartphone. Non a caso sono numerose le ricerche per migliorare quelle al litio presenti nei nostri dispositivi. All’università di Stanford hanno invece realizzato una batteria agli ioni di alluminio in grado di caricarsi in un minuto.

Il futuro però potrebbe appartenere ai supercondensatori. Questi componenti, spesso utilizzati nei circuiti elettrici, sono in grado di immagazzinare energia in tempi molto rapidi. Nonostante ciò non sono ancora stati usati per realizzare delle batterie. Questo per un semplice motivo: per garantire la stessa energia di quelle agli ioni di litio dovrebbero avere dimensioni troppo elevate, incompatibili con quelle degli attuali dispositivi.

Uno studio fatto dall’università della Florida Centrale ha però aperto nuove prospettive. Alcuni scienziati sono riusciti a costruire dei supercondensatori formati da nanofili, decine di migliaia di volte più sottili di un capello umano. In questo modo sarebbe possibile realizzare batterie di dimensioni ragionevoli assemblando milioni di questi nanofili.

Questa tecnologia garantirebbe delle batterie ricaricabili in pochi secondi e in grado di durare anche una settimana, secondo quanto riportano i ricercatori. Inoltre crescerebbe il numero di cicli di carica effettuabili: se con le batterie al litio se ne possono fare in media tra i 1000 e i 1500, grazie ai supercondensatori si raggiungerebbe quota 30 mila.

Apre il Nesquik e trova 250 grammi di cocaina

Il Messaggero
di Rachele Grandinetti



È tornato a casa con le buste della spesa e, senza averlo in nota, si è ritrovato con un quarto di cocaina. È successo in Spagna, a Saragozza, durante le feste di Natale. Ma soltanto adesso la notizia è balzata sui social. Un signore ha preso dallo scaffale la solita scatola di Nesquik. Una volta rientrato, però, ha capito che qualcosa non andava nella confezione evidentemente manomessa. Il coperchio, infatti, non aderiva perfettamente. Così, invece di fare marcia indietro verso il market, si è lasciato prendere dalla curiosità ed ha scoperchiato la scatola gialla. Dentro non c’era soltanto la polvere di cacao.

Una bustina con una sospetta polvere bianca, infatti, era stata inserita in mezzo al Nesquik. Ed erano davvero poche le probabilità che si potesse trattare di zucchero Nestlè. Il signore si è recato immediatamente alla polizia con Nesquik e scontrino dove gli agenti hanno accertato che si trattava di 250 grammi di cocaina per un valore di circa 13mila euro. È stata aperta un’inchiesta e, per il momento, le forze dell’ordine di Saragozza che stanno visionando le immagini della videosorveglianza del supermercato escludono che il sacchetto sia stato introdotto al momento del confezionamento. È più probabile che qualcuno abbia agito direttamente nel supermercato. Inutile dire che i social si sono scatenati realizzando meme esilaranti con narcotrafficanti che si drogano con il Nesquik.

Carosello, la nostra età dell’innocenza

La Stampa
giovanni de luna

La storica trasmissione esordì sulla tv di Stato 60 anni fa: rispecchiava il Paese del boom che scopriva il consumismo e la tentazione del superfluo



Carosello andò in onda sul Programma Nazionale (poi su RaiUno) dal 3 febbraio 1957 al 1° gennaio 1977, tutte le sere dalle 20,50 alle 21 (poi dalle 20,30 alle 20,40), tranne il Venerdì Santo e il 2 novembre. Nei suoi sketch (inizialmente 4, in seguito 5), oltre a cartoni animati e pupazzi, sono comparsi celebri attori, diretti da non meno celebri registi come Age & Scarpelli, Pontecorvo, Olmi, Sergio Leone, Avati, Pasolini, Fellini

Per venti anni - dal 3 febbraio 1957 al 1° gennaio 1977 - Carosello è stato un appuntamento televisivo che ha scandito i ritmi quotidiani delle famiglie italiane. Oggi i suoi sketch pubblicitari sono uno sterminato archivio a cui attingere per ricostruire i cambiamenti che allora riplasmarono i sentimenti, le mode, le abitudini, i comportamenti politici, le scelte esistenziali degli italiani.

Nel bene e nel male, tutto quello che siamo lo dobbiamo al boom economico e alle sue immediate conseguenze. Di colpo, in un arco brevissimo di tempo, da Paese contadino diventammo una potenza industriale. Fu uno sviluppo tumultuoso, in cui annegarono le vecchie tradizioni regionali con mutamenti radicali che investirono i rapporti interpersonali, l’organizzazione familiare, i ruoli sessuali. E a quell’ondata di improvviso benessere si accompagnò anche, per la prima volta, la possibilità di consumare il superfluo.

Carosello nacque proprio nel tumulto di quegli anni, così da proporci una sorta di catalogo dei nuovi consumi: nelle sue scenette gli ambienti domestici si affollano di frigoriferi e lavatrici, e le strade di automobili. La televisione domina, non solo nell’arredamento.

L’impronta pedagogica
La forte impronta pedagogica dei programmi della Rai di allora serviva anche a «proteggere» gli italiani dalle vertigini di un cambiamento troppo repentino e troppo vistoso per non suscitare paure e inquietudini. Carosello ebbe un ruolo importante proprio in questo senso. I suoi sketch seguivano regole precise: il nome del prodotto reclamizzato poteva apparire solo nel codino finale di 30 secondi; il resto (un minuto) era una scenetta di senso compiuto, che stava in piedi da sola. Alcuni tra i suoi slogan («Con quella bocca può dire ciò che vuole») e i suoi personaggi più celebri (Calimero) erano legati al prodotto (un dentifricio, un detersivo) ma senza citarlo. C’era una sorta di pudore nell’abbandonare la frugalità dei vecchi costumi.

In questo compito di rassicurazione Carosello attinse a man bassa a tutti i generi di spettacolo tradizionali. I suoi divi venivano dal varietà, allora molto in voga (Tognazzi e Vianello, Carlo Dapporto, Nino Taranto, Macario), dalle trasmissioni televisive di successo (Mike Bongiorno, le gemelle Kessler), dal cinema (Virna Lisi, Vittorio Gassman), dalla canzone (Fred Buscaglione, Renato Carosone, Tony Dallara) e anche dal teatro (Eduardo De Filippo, Gilberto Govi, Giorgio Albertazzi ecc.)

Il gioco di rispecchiamento continuò fino alla fine, anche dopo il ’68. «Il mondo è dei giovani» era lo slogan con cui Patty Pravo, proprio in quell’anno, faceva la pubblicità a un gelato dell’Algida che, manco a dirlo, si chiama Paiper (scritto proprio così). Ma l’atmosfera febbrile e ottimista del boom era svanita. Carosello si sforzava comunque di replicare i suoi modelli rassicuranti. Nella serie «Fa parte di un uomo», realizzata dalla Cinzano tra il 1970 e il 1972, l’elemento ricorrente era dato da un padre in attesa, alla stazione, del figlio che tornava a casa per riconciliarsi dopo una rottura traumatica. Il tema era quello del rapporto padre/figlio, in un momento in cui i collegamenti tra le generazioni erano intensamente conflittuali.

La rottura degli Anni 70
Nella serie, scomparso il versante politico della contestazione, restava il conflitto tra generazioni, rivissuto attraverso la contrapposizione tra le scelte professionali del padre e quelle del figlio e ricomposto grazie al successo nelle rispettive carriere; alla fine, la conclusione era la stessa: al bar, il padre e il figlio chiedevano contemporaneamente un Cinzano Soda: «Anche tu…», «Papà al solito pensi di essere l’unico a sapere cosa è un buon aperitivo. Ho 26 anni...», «Sei diventato un uomo anche nell’aperitivo». Nella la serie «Happy days», pure del 1972, venivano invece proposti una serie di ruoli femminili tutti segnati da una marcata «casalinghitudine», da un ritorno ai consueti spazi domestici.

Al centro c’era l’abilità nel cucinare per i propri uomini. Nelle immagini si trovavano alcuni dolci tipici della nostra gastronomia (mele al forno, pastiera, zeppole, babà, strudel, cannoli siciliani…) la cui preparazione era accompagnata da conversazioni con frasi del tipo «stasera farai un figurone», «sei coraggiosa a fare una ricetta così difficile», «i nostri maritini si leccheranno i baffi». Pure, in una unica scena, la realtà di quegli anni filtra malgrado tutto: madre e nuora, cucinando, parlano del loro rispettivo marito e figlio: «Tutto a posto con Giorgio?», chiede la madre; «Voglio che Giorgio sia felice», risponde la nuora. Sullo sfondo si intravede un ragazzo che, in poltrona, legge il Diario boliviano di Che Guevara.

Ancora una curiosità: nei carteggi conservati nell’archivio della Cinzano relativo agli impegni pubblicitari di Rita Pavone con l’azienda, oltre alle lettere relative ai vari contratti per Carosello, figura anche una protesta del procuratore della cantante che, invocando lo stato di necessità, si rifiutava di pagare una penale scattata a causa dell’assenza di Rita a una sessione di prove: la sua auto era rimasta bloccata in un corteo studentesco; la manifestazione era quella del 12 dicembre 1970, il primo anniversario della strage di piazza Fontana. 

A Palermo in 70 per un posto da lustrascarpe

La Stampa

Il più giovane ha appena 21 anni, il più grande 61: tra loro ci sono undici donne



Quasi tutti diplomati, molti a un passo dall’agognata laurea, pochissimi con la sola licenza media e persino tre dottori: in Scienze politiche, in Pittura e in Economia e finanza. Ad accomunarli è la speranza di superare il concorso per la selezione di quindici lustrascarpe che Confartigianato Palermo cerca per riportare in auge l’antico mestiere nella città e offrire una possibilità di lavoro in una realtà che economicamente resta asfittica.

Sono iniziati ieri pomeriggio i colloqui nella sede palermitana dell’associazione di categoria: nei locali in via Laurana si sono presentati 75 aspiranti. Con un’età media di circa 40 anni - il più giovane ha appena 21 anni, il più grande 61 - tra loro ci sono undici donne, e provengono da tutte le province della Sicilia, ognuno di loro con una storia e un percorso di vita differente, ma tutti uniti dal desiderio di trovare un lavoro in una regione dove le occasioni, non solo a causa della crisi, sono assai scarse.

Come nel caso di Francesco Alaimo, 26enne palermitano laureando in Economia e finanza: «In un panorama così carente da un punto di vista lavorativo, ci si aggrappa a qualsiasi occasione. Mi mancano solo cinque esami per laurearmi. Malgrado ci sia un progetto, non sappiamo ancora come risponderà la città all’iniziativa: solo dopo valuterò se dare priorità al mio corso di studi o proseguire».

C’è chi, invece, una scelta l’ha già fatta, come Cetti Zummo, 26enne, anche lei palermitana, diplomata al liceo classico: «Da due anni ho lasciato il Dams -spiega- mi mancavano solo sette materie, ma divisa tra lo studio e il lavoro, alla fine ho scelto quest’ultimo, dapprima dando una mano nella pizzeria di famiglia. Ora, invece, la mattina sono impegnata con un’associazione che si occupa di bambini e nel pomeriggio faccio la baby sitter.

Quando ho letto questo annuncio non ho avuto nessun dubbio. La fatica non mi spaventa, non penso ci siano mestieri da maschi: noi possiamo fare qualsiasi professione, anzi forse è l’uomo che si priva, mentre noi no». Tra i giovanissimi spicca la 21enne Maria Elisabetta Oddo, di Palermo, diplomata al liceo linguistico, ma che fino a 14 anni ha vissuto a Trento dove abitano alcuni parenti: «Al momento sono disoccupata -racconta-, ma era un’occasione che non potevo lasciarmi sfuggire».

Impietoso il raffronto tra la Sicilia e il Nord: «L’esperienza che ho fatto qui è molto deludente, è praticamente impossibile trovare un impiego. Ogni estate parto per il Trentino e tra Firenze e Milano c’è sempre qualche occasione stagionale nei ristoranti, lì è più facile e ci sono molte occasioni per i ragazzi». Non ci sono solo giovani in fila per diventare lustrascarpe, tanti anche gli over-quaranta come Sebastiano Alicata, 45 anni, geometra, da due anni disoccupato, sposato e con due figli di 16 e 18 anni da mantenere. «Ho lavorato per anni come impiegato amministrativo -spiega- e da circa un anno e mezzo sono in cerca di una nuova occupazione.

A spingermi in parte è stata la voglia di mettermi di nuovo in gioco, dopo vent’anni trascorsi dietro una scrivania. Ma ad attrarmi è stato soprattutto il fascino di un mestiere così antico. Ricordo ancora che da piccolo accompagnavo mio nonno dal lustrascarpe in piazza Giulio Cesare, e della passione che questo signore metteva nel suo lavoro. Ho sempre amato i lavori artigianali e da mio nonno ho ereditato la cura per la manutenzione degli strumenti a fiato. Sarà una occasione unica per far capire a palermitani e ai turisti che a Palermo non esiste soltanto il percorso arabo-normanno, ma anche altre attività del passato che ancora oggi possono dare lustro alla città».

Ma tra i le decine di aspiranti, in fila c’è anche chi l’odore del cuoio l’ha sempre respirato e tra le scarpe si può dire ci sia nato. «Praticamente sono figlia d’arte -racconta Provvidenza Lo Giudice, 48 anni che per 30 anni ha lavorato in una fabbrica di scarpe- mio padre e mio fratello sono stati calzolai, e quando avevo tre anni mia sorella mi portava con sé nella fabbrica di scarpe di proprietà dello zio del suo fidanzato. Come le mie sorelle, ho iniziato prestissimo a lavorare in una fabbrica di calzature nel reparto definizione e lucidatura. Quando ho letto l’annuncio ho pensato `questo è il mio lavoro e qui mi sentirò a casa´».

Al momento Provvidenza vive con la madre, e il suo più grande desiderio e di avere nuovamente un’occupazione, anche a costo di sacrifici: «Non mi spaventa l’idea di lavorare in strada, non mi darebbe alcun fastidio -assicura- anche perché è la mia professione, mi verrebbe facile e lo farei con dignità». Qualche perplessità, invece, non nasconde Rosanna consoli, 41 anni, diplomata in ragioneria, sposata e con una figlia ventenne. «Prima impiegata come contabile in uno studio tributario -spiega- sono disoccupata da circa 6 mesi. Una scelta coraggiosa?

Ho visto sia a Napoli che a Roma altre donne fare lo stesso mestiere e riproporlo qui mi è sembrata una buona idea, anche se riconosco che mai avrei immaginato di partecipare a un colloquio per un posto di lustrascarpe. Certo sarà difficile lavorare in città, non penso che ci sia tutta questa richiesta. Solo mia figlia mi ha criticato -ammette- dicendomi `ti metti a lucidare scarpe?´, ma credo solo per un pregiudizio per le cose pratiche: non esistono lavori umili, è sufficiente che siano fatti con passione e professionalità».

Per il presidente di Confartigianato Palermo Nunzio Reina, l’iniziativa che riguarda la realizzazione di 15 postazioni per lustrascarpe «permetterà di far rivivere questo antico mestiere ormai dimenticato. Siamo positivamente sbalorditi dal numero di candidature arrivate -conclude- perché ciò dimostra che le antiche tradizioni possono rivivere sia grazie ai giovani sia grazie a coloro che hanno già lavorato nel settore e vogliono rimettersi in gioco». 

Se vuoi curarti coi suggerimenti di Internet ecco 10 regole per riconoscere le bufale

La Stampa
nicla panciera

L’88% degli italiani cerca informazioni e consigli online, attenzione tutto quello che circola nel web tra frottole e imprecisioni



Proteggersi dalle false informazioni in rete è piuttosto difficile per i numerosi italiani, l’88% del totale, che navigano nel web alla ricerca di consigli sulla propria salute. Il 44% ritiene che rivolgersi a internet sia poco o per nulla rischioso e quasi uno su due, inoltre, crede a quanto legge senza porsi il problema della veridicità o autorevolezza dalla fonte. È quanto emerge da un sondaggio condotto su 800 intervistati e commissionato da IBSA Foundation for Scientific Research in occasione del workshop che si è svolto oggi a Roma «E- Health: Tra bufale e verità: Le Due Facce Della Salute In Rete» promosso insieme a Cittadinanzattiva.

Chi sono? Il 96% è laureato, i giovani diffidano di più
Gli intervistati della fascia di età 24-34 anni utilizzano intensamente il web come “supporto” delle loro ricerche ma sono più diffidenti rispetto ai 45- 54enni. Diffidenti a priori (usano poco il web e lo percepiscono come fonte “ad alto rischio”) sono invece gli ultra 65enni. Il dato più allarmante è relativo alla bufale in rete e, in particolare, sui social network: quasi la metà degli intervistati non sembra preoccuparsene. Notevoli le differenze sull’uso della rete nella ricerca di informazioni sulla salute rispetto al titolo di studio: vi ricorre il 96% dei laureati e appena il 24,5% di chi non è andato oltre la licenza elementare. Scarsa anche l’attenzione verso le fonti: il 44% si affida per abitudine ai primi risultati della pagina con una differenza rilevante tra i 18-24enni (55% del campione) e gli ultra 65enni (appena 22,7%).

La “health literacy”
«Abbiamo condotto questa indagine e promosso il workshop perché riteniamo importante alimentare il dibattito su questo tema - ha spiegato Silvia Misiti, direttore della IBSA Foundation - indagare su ciò che può essere fatto per migliorare la cosiddetta Health Literacy o Cultura della Salute». Con “health literacy” si intende «il grado in cui gli individui hanno la capacità di ottenere, elaborare e comprendere le informazioni di salute, i servizi e le competenze necessarie per prendere decisioni e compiere azioni informate per la salute».

Il decalogo per proteggersi
Come imparare a difendersi da informazioni false o incomplete? Ecco un decalogo per giovani e meno giovani, con una serie di indicazioni e consigli pratici e di semplice comprensione, con l’obiettivo di mettersi al riparo da eventuali rischi e anche di migliorare la comunicazione tra medico paziente.

La prima e fondamentale regola del decalogo è «Occhio alle fonti»: privilegiare le pagine ufficiali di organizzazioni riconosciute ed autorevoli, ma anche diffidare delle esperienze raccontate su forum e blog: non è detto siano affidabili; attenzione alle date, perché certe informazioni un tempo accurate potrebbero non esserlo più; inoltre, non si cerchino soltanto conferme alle proprie opinioni; non ci si vergogni di chiedere chiarimenti e se possibile si vada accompagnati dal medico, al quale è sempre meglio ripetere cosa abbiamo capito, per verificarne la correttezza, anche in relazione ai farmaci da assumere.

Infine, ma non per importanza, bisogna ricordare sempre che l’informazione disponibile sul web non potrà mai essere pensata per il singolo paziente che deve sempre confrontarsi con un professionista da cui ricevere le informazioni e le cure adatte alla sua condizione. Essere consapevoli dei rischi che si corrono quando si crede a tutto quello che circola in rete significa fare scelte più consapevoli, adottare comportamenti più salutari e meno rischiosi, ma anche avere maggiore capacità di autogestione con una conseguente riduzione delle ospedalizzazioni.

DECALOGO CONTRO LE BUFALE

Luce e gas: Iren si spaccia per Enel pur di conquistare clienti. E l’Antitrust la punisce

repubblica.it
Carlotta Scozzari


E' arrivata la bolletta! BlendImages RF / AGF

“Un call center con operatori dall’accento straniero ha contattato mia madre, persona di 64 anni con problemi di salute, spacciandosi per Enel e chiedendo informazioni e dati relativi alle utenze gas e luce“. Comincia così una delle testimonianze dei consumatori da cui è partita l’istruttoria dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, meglio nota come Antitrust, che si è di recente conclusa con una sanzione amministrativa da un totale di 830 mila euro per pratiche commerciali e condotte scorrette a Iren Mercato, la società dell’omonimo gruppo quotato in Borsa e nato sull’asse tra Genova e Torino che opera nel settore della vendita di energia elettrica e di gas. Nel mirino dell’autorità, in particolare, è finita “l’attivazione non richiesta di contratti e rapporti commerciali di fornitura di energia elettrica e gas”.


Il numero uno dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, con l’ex ministra dello Sviluppo economico, Federica Guidi, a Porta a Porta – foto Agf
A segnalare i fatti sono state una serie di associazioni di consumatori ma soprattutto la concorrente Enel Italia, che fa parte dell’omonimo gruppo dell’energia partecipato con una quota di quasi il 24% dal ministero dell’Economia. In pratica, Iren Mercato, con l’obiettivo di guadagnare clienti in vista della completa liberalizzazione del mercato dell’energia, attesa l’anno prossimo, contattava i consumatori mettendo in atto pratiche commerciali scorrette che, almeno in alcuni casi, prevedevano di fingersi operatori dell’Enel. “Scopo dichiarato della telefonata – prosegue la segnalazione raccolta dall’Antitrust – quello di ‘adeguare al libero mercato, ribassandole, le tariffe del nostro piano contrattuale’. Poiché Enel spesso chiama per offrire proposte commerciali, mia madre ha fornito i dati delle utenze gas e luce e iniziato una registrazione telefonica”.

Qui, però, arriva il bello, perché, racconta sempre l’autore della segnalazione, “l’operatrice ha dovuto dire il vero nome della compagnia per cui lavora, e cioè Iren”, sicché “la telefonata, e quindi la registrazione, è stata interrotta con grande disappunto mio e di mia madre (abbiamo ovviamente specificato che non volevamo assolutamente cambiare gestore delle utenze e chiesto perché si fossero spacciati per Enel quando in realtà lavorano per Iren, compiendo a tutti gli effetti una truffa).

Ci è stato risposto, grottescamente – prosegue sempre la segnalazione – che Iren significa ‘informazioni riservate clienti Enel’ e che le due società usufruiscono di un call center comune per le proposte commerciali, cosa che mi è stata smentita, se ce ne fosse bisogno, da Enel”. Ovviamente Iren ed Enel sono gruppi diretti concorrenti, che operano sia nel mercato libero dell’energia sia in quello cosiddetto “in tutela”. Non a caso, il gruppo controllato dal Tesoro e guidato da Francesco Starace figura tra coloro che hanno segnalato Iren Mercato all’Antitrust.


Francesco Starace con l’ex premier Matteo Renzi – foto Agf
In un’altra delle testimonianze raccolta dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato il consumatore “lamenta che l’incaricato porta a porta si sarebbe presentato come operatore Enel e avrebbe chiesto i dati della bolletta al fine di permettere al segnalante di beneficiare di un bonus e di un rimborso per consumo nella fascia bioraria”. In un altro caso ancora, “la segnalante ultraottantenne e reduce da operazione alla vista avrebbe firmato un contratto gas ed energia elettrica poiché indotta in errore da due agenti Iren che si sono presentati presso la sua abitazione come ‘funzionari del gas’ incaricati di effettuare un controllo”.


Massimiliano Bianco, ad di Iren. Franco Cavassi / AGF
L’autorità garante del mercato, guidata da Giovanni Pitruzzella, ha deciso di sanzionare Iren Mercato dopo avere appurato l’esistenza di tutta una serie di pratiche commerciali scorrette (vietate dall’articolo 20 del Codice del consumo) messe in atto dalla società, che hanno condotto all’attivazione non richiesta dal consumatore di contratti di energia. Naturalmente, l’Antitrust ha anche vietato l’ulteriore diffusione di queste pratiche. In realtà, l’autorità guidata da Pitruzzella, in un primo momento aveva optato per sanzioni di maggiore entità (sopra 1 milione di euro), “tenendo conto – si legge nei documenti relativi all’istruttoria – della gravità e della durata delle descritte pratiche”. Poi però, l’Antitrust ha tenuto conto anche “dell’intervento di Iren a favore dei consumatori segnalanti nei confronti dei quali sono state adottate alcune misure idonee ad eliminare le conseguenze dell’illecito descritte nel presente provvedimento”.


Una bolletta elettrica – foto di Philippe Huguen/AFP/Getty Images
Il gruppo dell’energia guidato da Massimiliano Bianco, dal canto suo, nel corso dell’istruttoria, si era difeso negando “la possibilità di qualificare le condotte contestate come pratiche commerciali scorrette per mancanza del requisito della ripetitività delle stesse, in considerazione della ‘percentuale trascurabile’ di reclami di consumatori”. Inoltre, nelle memorie difensive, si legge sempre nei documenti relativi all’istruttoria dell’Antitrust, “viene poi negata l’imputabilità a Iren delle condotte contestate avendo agito sempre in buona fede e in osservanza delle disposizioni del Codice del consumo e delle norme di settore, curando direttamente la formazione per i propri agenti di vendita e operatori di teleselling (televendita, ndr) e l’adozione nei loro confronti di adeguati meccanismi di controllo e di sanzione in caso di contravvenzione agli obblighi di correttezza e buona fede nei confronti dei consumatori”.

Tuttavia, l’Antitrust, prima di optare per la sanzione amministrativa, ha stabilito che “le pratiche contestate sono state caratterizzate da un’ampia diffusione, in quanto poste in essere attraverso la contrattualizzazione di più reti di vendita agenziale. Inoltre, le pratiche descritte devono considerarsi gravi in quanto hanno interessato un numero significativo di consumatori, se pur, nel settore della vendita di gas naturale, in numero più ridotto. Rileva, ancora – nota l’Antitrust – la particolare asimmetria informativa esistente tra professionista e consumatori, dovuta alla liberalizzazione del mercato della vendita ai clienti finali dell’energia elettrica e alla scarsa conoscenza da parte dei consumatori del fenomeno della liberalizzazione del settore del gas naturale. Rispetto a tali settori, pertanto, l’obbligo di completezza e chiarezza delle informazioni veicolate si presenta particolarmente stringente”. Non sempre gli operatori dell’energia – e non soltanto Iren – ne tengono conto.

I sei trucchi per il caffè perfetto

Corriere della sera
Isabella Fantigrossi

Da degustare

Non è vero che piace solo a Napoli. Il caffè, anzi, è sempre più diffuso in tutto il mondo. E ormai lo si beve non solo per stare svegli ma anche per degustarlo con calma e piacere, come qualsiasi altra bevanda. Come fare però per preparare un buon caffè a casa con la moka? Ecco alcuni trucchi


Il barattolo

Dove è meglio conservare il caffè? C’è chi dice nella dispensa insieme allo zucchero e chi nel frigorifero. Quest’ultima, dicono gli esperti, è la scelta migliore, in modo da preservare al meglio la polvere. L’importante è assicurarsi che il barattolo sia ben chiuso e, se possibile, tirarlo fuori almeno cinque minuti prima di preparare la caffettiera


L’acqua

Quanta acqua nel serbatoio? Il livello non deve superare la valvola: questo è il giusto rapporto acqua/caffè. L’acqua, inoltre, deve essere fredda e, se quella del rubinetto ha un sapore che non piace, meglio utilizzare quella minerale


Il caffè

Dopo aver versato il caffè nella moka, non pressate con il cucchiaino: è sufficiente riempire il filtro fino all’orlo. La caffettiera, poi, va avvitata con cura e messa sul fornello a fuoco basso


Il camino

Prestate attenzione al momento in cui il primo rigagnolo di caffè comincia a uscire dal camino. A questo punto la fiamma deve essere abbassata al minimo. E appena prima che la moka sia piena spegnete o, ancora meglio, spostatela dal fornello caldo: in questo modo l’ultima parte di caffè non uscirà bruciacchiato, finendo per guastare il sapore dell’intera caffettiera


La tazzina

Prima di versare il caffè nelle tazzine, è bene mescolarlo con un cucchiaino. In questo modo la parte più diluita uscita per ultima si mescolerà a quella più intensa uscita per prima


La moka

Ormai è risaputo. La caffettiera non deve essere lavata con il detersivo. Vero. Lo è altrettanto, però, che la si debba in qualche modo pulire. Dopo ogni utilizzo, è bene sciacquarla e farla asciugare con cura. Periodicamente, invece, è necessaria una pulizia più accurata: il filtro deve essere ripulito con uno spazzolino o uno spillo in modo da liberare i fori dai rimasugli di caffè mentre la caffettiera deve essere passata delicatamente con una spugnetta priva di detersivo

lunedì 30 gennaio 2017

Delocalizzati anche i Tir: "Così gli autisti dell’Est si prendono la strada"

repubblica.it
MARCO PATUCCHI

In viaggio con un trasportatore italiano su un camion tra Treviso e la Slovenia. Il dumping sul costo del lavoro taglia i posti e riduce la sicurezza. "Il nostro mondo non c'è più"

Delocalizzati anche i Tir: "Così gli autisti dell’Est si prendono la strada"

"Qui intorno ci sono centinaia di cantine che producono prosecco, da Porto Marghera lo spediscono anche in America. Eppure noi non ne trasportiamo neanche una bottiglia...". Luciano sorride ironico mentre il Tir affronta lentamente una delle tante rotonde della strada che da Treviso va verso il mare sfilando tra vigneti e centri commerciali. Le Dolomiti appena velate di neve sembrano fantasmi lontani sull'orizzonte. Capelli brizzolati, lo sguardo tagliente di un felino, è al volante di un gigante da quindici tonnellate, 650 litri di gasolio e centomila euro di valore.

Normalmente trasporta prodotti siderurgici, coils e tondini che aggiungono al camion altre quaranta tonnellate, ma oggi nel rimorchio c'è un carico "leggero" di stoviglie di plastica da portare in Slovenia: siamo partiti dalla campagna trevigiana subito dopo pranzo, la prima tappa è a Zalec, stasera, dove Luciano dormirà nella cuccetta del Tir fermo in un parcheggio ("magari uno di quelli attrezzati con i bagni e le docce, qui in Italia non li trovi") e domani mattina scaricherà parte dei pallet.

Poi altre centinaia di chilometri fino a Maribor per consegnare tutto il resto e il ritorno attraverso l'Austria dove caricherà tavole di legno. "Ecco, con questo fornelletto scaldo i pasti preparati da mia moglie. In giro non si mangia più bene come una volta e per un autista mangiare sano è importante, si lavora meglio, più sicuri. Poi le voglio dire un'altra cosa: sente come viaggiamo senza vibrazioni del rimorchio? Con un carico così leggero se i pallet non fossero sistemati a regola d'arte e se la manutenzione del mezzo non fosse perfetta, adesso staremmo qui a ballare.

Ma ormai siamo rimasti in pochi a lavorare come si deve...". Ancora quel sorriso ironico di Luciano. La rivendicazione di una professionalità davanti al fenomeno che da qualche anno sta scuotendo il mondo dei trasporti su gomma del nostro Paese, cancellando posti di lavoro e aziende, proiettando ombre sui livelli di sicurezza stradale. L'ennesimo danno collaterale delle delocalizzazioni. È un'ondata di autisti dai Paesi dell'est europeo (polacchi, bulgari, rumeni...), con costo del lavoro molto più basso, quasi del 50% secondo alcune stime, di quello dei trasportatori italiani: guidano per ditte dei loro Paesi d'origine (magari create da imprenditori italiani) che fanno cabotaggio qui in Italia o sono assunti direttamente da aziende di trasporto italiane con la pratica dei distacchi.

L'obiettivo finale è sempre lo stesso: abbattere la tariffa del servizio di trasporto offerto, così da vincere la competizione sul mercato. E le aziende committenti che naturalmente a loro volta possono fare economia di scala scegliendo società di trasporti meno onerose. La classica filiera della delocalizzazione e i relativi sconquassi: tra il 2003 e il 2015 il traffico in entrata su gomma nel nostro Paese coperto dalle imprese italiane è crollato del 60%, vale a dire circa 3 miliardi di euro di fatturato persi, mentre nel contempo per le imprese di trasporti dell'Europa dell'est la crescita è stata addirittura del 700%. La quota delle aziende italiane è scesa dal 32,7 al 12%, quella delle ditte dell'est è passata dal 7 al 53%. Numeri devastanti per un settore che, oggi, dà lavoro a circa 250mila autisti (110mila dipendenti diretti e il resto lavoratori autonomi, i cosiddetti "padroncini").

La paga media di un autista professionale italiano può superare i 2000 euro netti mensili (circa 1500 di base più le varie indennità di trasferta), quasi il doppio in certi casi rispetto a quanto guadagnano i colleghi dell'est. Ma la recessione e la delocalizzazione hanno sconvolto tutto, fino agli estremi di trasportatori italiani che negli anni peggiori della crisi, pur di lavorare, erano pronti a restituire cash parte dello stipendio segnato in chiaro nella busta paga o di ditte che hanno detratto dalla paga di autisti stranieri l'affitto della cuccetta nella cabina del camion utilizzata di domenica. Una giungla. Un'altra guerra tra poveri. "Per chi, come noi, vuole operare rispettando la dignità di tutti, si è fatta dura - ci ha detto Loris Luca, titolare insieme ai fratelli dell'impresa dove lavora Luciano –.

È anche una questione di sicurezza, perché gli autisti dell'est sono certamente bravissime persone, ma la cultura e la professionalità che c'è dietro la formazione di un autista italiano là se la sognano. In quei Paesi quello dell'autista viene considerato lavoro di bassa professionalità, mentre qui da noi per prendere la patente servono fino a 4000 euro ". La sicurezza stradale, appunto. Le regole prevedono un tetto massimo di 90 ore al volante nell'arco di due settimane, con un limite giornaliero di 10 ore e pause obbligatorie di 45 minuti ogni 4 ore e mezza e un riposo minimo di 24 ore a settimana.

"Noi le regole sulle ore di guida le rispettiamo, gli altri non lo so...", spiega Luciano mentre è al volante circondato da strumenti che fanno somigliare la cabina del camion a quella di un aereo: sul parabrezza i telepass di sei Paesi diversi; poi il tachigrafo digitale che registra ogni spostamento, la velocità e i tempi di guida; il computer di bordo per archiviare rifornimenti e dati burocratici; addirittura la strumentazione satellitare che consente alle autorità tedesche di monitorare il Tir mentre attraversa la Germania. "Ma sicurezza sono anche le procedure di carico e ancoraggio delle merci - insiste Luciano - . In caso di incidente, davanti alla legge siamo responsabili noi autisti. Le aziende committenti le trascurano troppo spesso".

Francia, Germania e, da poco, anche l'Austria si sono attrezzate per contrastare il dumping degli autotrasportatori dell'est, con norme ferree sui distacchi e sul salario minimo per i trasporti che partono o arrivano nel Paese. Tra l'altro, l'obbligo di tenere a bordo la documentazione in doppia lingua su retribuzione e sugli altri dettagli, con sanzioni che arrivano a 20mila euro in caso di recidiva. "È una beffa per noi - protesta il presidente di Conftrasporto- Confcommercio, Paolo Uggè -. Quando transitiamo nei Paesi che si sono dati queste regole affrontiamo fardelli burocratici al limite dell'umano, mentre gli autisti stranieri entrano e escono dall'Italia senza gli stessi vincoli. Serve uno status europeo del lavoratore mobile contro il dumping sociale: è ora che il nostro governo si faccia sentire".

Luciano, invece, ha poca voglia di parlare di politica e di governi. Per lui l'Europa è un tutt'uno, visto che ogni giorno la attraversa in lungo e in largo. Mentre scendono le ombre della sera, si avvicina il confine con la Slovenia e per strada incontriamo soltanto camion, ci racconta che il lavoro del trasportatore è cambiato anche per altre cose: "Noi italiani siamo sempre di meno e sempre più anziani. Non si socializza più tra colleghi ai parcheggi o nelle soste alle dogane. Ci sono internet, le chat, Skype. Quando siamo fermi ci chiudiamo in noi stessi o parliamo online con la famiglia. E poi questa urgenza di viaggiare il più possibile... ".

A Vaccolino, dalle parti di Comacchio lungo la strada Romea, c'è un bar da sempre "regno" dei camionisti. Era aperto ventiquattro ore su ventiquattro, adesso chiude alle dieci di sera. Appena entri un cartello avverte: "Qui il wi-fi non funziona, parlate tra di voi".

Figlio nazista, non ti avrò

La Stampa
mattia feltri

Sarebbe stato bello se ieri, lungo la Giornata della Memoria, qualcuno avesse ricordato con affetto Bettina Göring, nipote di Hermann, il Feldmaresciallo, il numero due del Reich di Adolf Hitler, il morfinomane, l’eroe della Prima guerra mondiale al fianco del Barone Rosso, il criminale della guerra successiva. Hermann era lo zio, e padre adottivo, del padre di Bettina. Non c’è nemmeno tutto questo sangue in comune. Bettina è nata nel 1956, dieci anni dopo il suicidio con cui il nonno sfuggì all’impiccagione dopo il processo di Norimberga. Appena è diventata adulta se n’è andata dalla Germania e dall’Europa, via, lontano dalla terra del disastro.

L’hanno rintracciata nel 2009 a Santa Fe, New Mexico, dove vive in una comunità e pratica la medicina alternativa. Si è lasciata intervistare e ha spiegato che di figli non ne ha, per scelta. E per paura che la scelta non bastasse, che il destino o la sorte le giocassero uno scherzo, a trent’anni s’è fatta sterilizzare: «Mi sono sentita responsabile delle azioni della mia famiglia, quindi mi sono sentita responsabile della Shoah. Sono diventata sterile per non creare altri Göring». Come sono incredibili i paradossi della vita. Bettina ha cercato così fermamente di allontanarsi dal nonno che ha finito per sbattergli addosso: lui credeva nelle razze, e che le razze cattive perpetuassero il male che hanno dentro; lei non ha voluto perpetuare il male che credeva di avere dentro di sé. 

Giorno della memoria: la strage dei disabili che mise in crisi Hitler

Corriere della sera

di Silvia Morosi e Paolo Rastelli | @MorosiSilvia @paolo_rastelli

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».  (Legge 20 luglio 2000, numero 2011, Articolo 1)

aktion

«Chi non è sano e degno di corpo e di spirito, non ha diritto di perpetuare le sue sofferenze nel corpo del suo bambino. Qui, lo Stato nazionale deve fornire un enorme lavoro educativo, che un giorno apparirà quale un’opera grandiosa, più grandiosa delle più vittoriose guerre della nostra epoca borghese». Queste parole di Adolf Hitler contenute in Mein Kampf (La mia battaglia), il libro scritto mentre il futuro dittatore era in carcere per il fallito tentativo di colpo di Stato a Monaco di Baviera nel 1923, furono il substrato ideologico per alcuni dei meno noti (in termini relativi) crimini nazisti: prima la sterilizzazione dei portatori di handicap psichici, poi la loro eliminazione fisica e infine la strage di bambini disabili che ebbe luogo in Germania tra il 1933 (anno della presa del potere da parte del nazionalsocialismo) e la fine della Seconda guerra mondiale.

La vergogna dei medici. Deciso ai massimi livelli e portato a termine da medici totalmente dimentichi, per paura o convenienza, del giuramento di Ippocrate, soprattutto il massacro dei bambini e degli adulti disabili è passato alla storia per essere stato l’unico crimine che il regime decise di sospendere sotto le pressioni dell’opinione pubblica. Sospensione più di facciata che effettiva, visto che, come ricorda l’eccellente voce Aktion T4 della versione italiana di Wikipedia, l’ultimo bimbo soppresso fu Richard Jenne, 4 anni, ucciso il 29 maggio 1945, 21 giorni dopo la fine della guerra in Europa.

Tuttavia il processo venne, se non fermato, sicuramente rallentato dalle pressioni della Chiesa cattolica e dalla protesta che montava nel popolo tedesco per la strage degli innocenti. Protesta che forse (mancano le testimonianze dirette) portò all’unica contestazione pubblica del dittatore che peraltro, da parte sua, non firmò mai un ordine esplicito, ben conscio che la sua immagine ne avrebbe sofferto perfino in un regime che, come quello nazista, metteva il culto del capo, del Führer infallibile, al centro del proprio sistema ideologico.

Adolf Hitler (al centro). A destra il capo delle SS Heinrich Himmler
Adolf Hitler (al centro). A destra il capo delle SS Heinrich Himmler

Aktion T4. Il programma tedesco di sterilizzazione e sterminio, che prese il nome di Aktion T4 (Programma T4) dalla palazzina berlinese al numero 4 di Tiergartenstrasse dove aveva sede il suo centro nevralgico, portò alle estreme conseguenze i concetti di igiene razziale, eutanasia ed eugenetica che tra le due guerre non furono affatto una prerogativa della sola Germania.

Come fa notare Ian Kershaw, il principale biografo di Hitler, nel saggio All’inferno e ritorno appena pubblicato in Italia da Laterza, l’eugenetica derivava dal darwinismo sociale ed era considerata una scienza progressista ben prima della Grande Guerra, con estimatori del calibro dell’economista John Maynard Keynes, degli scrittori H.G. Wells e D.H Lawrence e del commediografo George Bernard Shaw. Si pensava che selezionando gli esemplari di razza umana  si sarebbero eliminate, scrive Kershaw, «le caratteristiche che producevano la criminalità, l’alcolismo, la prostituzione e le altre forme di comportamento “deviante”». Quando l’eugenetica che auspicava l’eliminazione degli «inadatti» si incrociò con il razzismo e la «purezza di sangue» predicate dal nazismo, si creò una miscela esplosiva in cui maturarono i peggiori eccessi.

Migliorare la razza. Due furono gli elementi nuovi che contribuirono a radicalizzare la situazione. Prima di tutto le enormi perdite di uomini giovani e vigorosi durante la Grande guerra, (mentre i deboli e i malati erano più o meno sopravvissuti) fecero temere un peggioramento genetico della popolazione cui era considerato indispensabile porre rimedio. E poi la Grande depressione degli Anni Trenta, che ridusse di molto le risorse pubbliche da destinare all’assistenza dei disabili. Così uno dei primi atti del nazismo trionfante, mentre si procedeva alla demolizione della democrazia e alla persecuzione ed eiminazione degli avversari politici, fu la decisione di migliorare la razza attraverso la sterilizzazione coatta di tutti i portatori di handicap psichici.

La prima legge in proposito, promulgata nel luglio del 1933, riguardava «le persone affette da una serie di malattie ereditarie – o supposte tali – tra le quali schizofrenia, epilessia, cecità, sordità, corea di Huntington e ritardo mentale», nonchè gli alcolisti cronici e numerose prostitute. Nel periodo di vigore pieno della legge, più o meno fino al 1939, si calcola siano state sterilizzate tra le 200 mila (secondo Robert Jay Lifton, autore del libro I medici nazisti) e le 350 mila persone.

Un manifesto del 1936: Il tedesco ariano sopporta il peso ei disabili e degli inferiori
Un manifesto del 1936: Il tedesco ariano sopporta il peso ei disabili e degli inferiori

«Vite indegne di vita». Più o meno in parallelo con la sterilizzazione, Hitler lanciò il progetto dell’eliminazione fisica dei malati incurabili, quelle che lui chiamava «vite indegne di vita». Ma l’iniziative prese il via soprattutto con lo scoppio della Seconda guerra mondiale: le risorse finanziarie e sanitarie andavano impiegate per la cura dei soldati feriti e mutilati e non per i malati incurabili. Il processo prevedeva il censimento, chiesto a ospedali, case d’infanzia, case di riposo per anziani e sanatori, di «tutti i pazienti istituzionalizzati da cinque o più anni, i “pazzi criminali”, i “non-ariani” e coloro ai quali era stata diagnosticata una qualsiasi malattia riportata in un’apposita lista.

Questa lista comprendeva schizofrenia, epilessia, corea di Huntington, gravi forme di sifilide, demenza senile, paralisi, encefalite e, in generale, “condizioni neurologiche terminali” (Wikipedia)». Lo sterminio, attuato prima con iniezioni letali e poi con il sistema più veloce dell’avvelenamento con monossido di carbonio , fece un numero di vittime stimato tra le 75 e le 100 mila fino all’agosto del 1941, quando venne ufficialmente sospeso (la cifra non comprende i disabili non tedeschi uccisi nei territori occupati dai tedeschi nel corso della guerra). Tuttavia le uccisioni continuarono e andarono poi a confluire nel più grande programma di sterminio razziale degli ebrei e degli altri «esseri inferiori», al quale venne anche applicata l’esperienza maturata con l’uso del gas asfissiante.

«Centri pediatrici speciali». Per quanto riguarda invece i bambini, le vittime furono circa 5 mila tra il 1938 e il 1941, anche in questo caso con il sistema dell’iniezione letale. Gli ospedali ricevettero l’ordine di segnalare i piccoli «di età inferiore ai tre anni nei quali sia sospetta una delle seguenti gravi malattie ereditarie: idiozia e sindrome di Down (specialmente se associato a cecità o sordità); macrocefalia; idrocefalia; malformazioni di ogni genere specialmente agli arti, la testa e la colonna vertebrale; inoltre le paralisi, incluse le condizioni spastiche». I piccoli pazienti venivano sottratti ai genitori con la scusa del trasferimento in «centri pediatrici speciali» dove avrebbero ricevuto cure migliori e dove invece venivano uccisi, sezionati a scopo «scientifico» e poi cremati.

La causa ufficiale della morte era «polmonite».  Tutti questi programmi di sterminio erano stati preceduti, nel periodo prebellico, da un’intensa opera di propaganda nelle scuole e nelle organizzazioni giovanili del partito nazista, nonchè tramite la diffusione di film, poster, libri e opuscoli tesi a suggerire la necessità della selezione genetica e dell’eliminazione dei disabili per evitare loro altre sofferenze e risparmiare denaro a beneficio del resto della popolazione. Agli scolari tedeschi venivano proposti problemi come questo: «Un pazzo costa allo Stato 4 marchi al giorno. Uno storpio 4,50, un epilettico 3,50. Visto che la quota media è di 4 marchi al giorno e i ricoverati sono 300.000, quanto si risparmierebbe complessivamente se questi individui venissero eliminati?».

Un tour nel ghetto ebraico di Roma tra tesori d’arte e cucina kosher

La Stampa
marta ghelma



Forse non tutti sanno che a Roma vive la Comunità Ebraica più antica del mondo occidentale. Per scoprirla, il mio consiglio è di seguire Micaela Pavoncello nei suoi interessantissimi Jewish Tour alla scoperta del Ghetto. 


L’itinerario inizia dal Tempio Maggiore, la principale sinagoga di Roma, dove si danno appuntamento i 16mila ebrei che attualmente vivono nella Capitale. La visita all’annesso Museo Ebraico racconta i secoli del Ghetto, dalla sua fondazione nel 1555 alla sua abolizione nel 1870, mostrando l’impressionante raccolta di argenti, tessuti, marmi, calchi, documenti e pergamene custodita nelle sei sale espositive. Passeggiando per questo minuscolo quartiere di appena quattro isolati (per la precisione, 250 x 200 passi!) è incredibile constatare come, a distanza di oltre duemila anni, il Ghetto riesca ancora a concentrare un piccolo, grande mondo ancora vivo di voci e personaggi.



Il tour continua con uno “stop and go” davanti alle vetrine dei Limentani, da sette generazioni “cocciari” di papi e capi di Stato, per poi concentrarsi sui luoghi della cucina kosher, cioè preparata secondo le regole alimentari dettate dalla Torah. Chi nutre una vera e propria passione per la buona tavola non rimarrà certo deluso dai piatti “forti” della cucina giudaico-romanesca, una delle più antiche della nostra Penisola. La povertà mista all’ingegnosità, infatti, ha dato vita nei secoli alle ricette che si possono gustare negli ottimi ristoranti del quartiere quali la Taverna del Ghetto, Da Nonna Betta e Sora Margherita, dove se non finisci quello che hai nel piatto devi vedertela con i camerieri.



Tra i nomi dei piatti da appuntarsi ci sono i classici carciofi alla giudìa, la concia di zucchine, il tortino di aliciotti con l’indivia, lo stracotto di manzo e il brodo di pesce. Quest’ultima specialità nacque durante il Medioevo, quando le donne del Ghetto iniziarono a bollire gli scarti del pesce accatastati attorno alla chiesa di Sant’Angelo in Pescheria. Proprio in quell’epoca, infatti, a pochi passi dal Teatro di Marcello, aveva luogo il mercato del pesce.



Prima di concludere il tour, l’ultima puntata è da Boccione, il minuscolo paradiso dei dolci kosher dove un esercito di signore indaffarate sforna e serve torte di visciole, pizze ebraiche, ginetti e amaretti di pasta di mandorle. Per saperne di più sulla storia del Ghetto e non solo, infine, in via del Tempio 2, c’è la libreria ebraica Kiryat Sefer. Buona scoperta.

Una cartella da 17 milioni al clochard «Mi hanno rubato l’identità»

Corriere della sera

di Lilli Garrone

Mario Silvestri si è visto recapitare questa lettera da Bancoposta in via Dandolo 10. Da accertamenti risulterebbe dal 2003, amministratore unico di due società (una poi chiusa), che fanno commercio di auto



Senza fissa dimora, neppure un euro sul bancomat, ma con una cartella esattoriale da quasi 18 milioni di euro, 17.905.307,86 per la precisione. «Ero milionario e non lo sapevo»: ha voglia di scherzare Mario Silvestri che si è visto recapitare questa lettera da Bancoposta in via Dandolo 10, il primo domicilio della Comunità di Sant’Egidio per coloro che non hanno una casa.
Bloccato il conto con 59 euro
E gli hanno anche bloccato tutto quello che aveva sul banco-posta, 59 euro. «Sono andato per prendere gli ultimi 50 euro - racconta - e non mi davano nulla. Allora sono andato alla posta centrale e mi hanno detto: “lei è stato bloccato per riciclaggio”. E in via Dandolo ho trovato la lettera». E mostra il foglio dove gli si richiede la cifra milionaria e dove è scritto che si deve presentare al Tribunale di Roma il 16 gennaio. «Io sono andato - dice Mario Silvestri - senza avvocato perché mi difendo da solo. Ma non c’era nessuno». Chi lo conosce racconta che dorme dove capita da almeno venti anni.
Comparsa nei film
E lui spiega ancora che il suo lavoro è quello della comparsa nei film, che ha avuto una borsa di studio al Dams attualmente bloccata perché non ha dato l’esame di francese, e di aver fatto il protagonista in un film tedesco «The clone». Sicuro che è tutto qui? Mai accettato di fare il prestanome? «Una volta mentre dormivo in macchina - è la risposta - mi si sono avvicinati dei personaggi che girano e mi hanno fatto la proposta: ho accettato perché non avevo niente e mi hanno dato dei soldi, le scarpe e da mangiare. Ma poi nel 2005 ho chiuso tutto e nel 2007 sono finito in ospedale».

Che sia vittima di personaggi oscuri, di un raggiro, di una «truffa carosello», come viene chiamata, oppure il protagonista, sarà la giustizia a stabilirlo. Da un breve accertamento risulta che Mario Silvestri dal 2003 è amministratore unico di due società (una poi chiusa), che fanno commercio di auto. Nel 2004 arriva un accertamento dell’Agenzia delle Entrate di Albano laziale che contesta l’evasione di Iva e Irpef per 16 milioni di euro. Non vi è alcuna opposizione ed iniziano ad arrivare numerosi solleciti fino a che l’Agenzia delle Entrate affida ad Equitalia la riscossione del debito. Per ora lui dice: «Mi hanno rubato l’identità».

28 gennaio 2017 | 07:53

“Qui in Posta non si può allattare al seno”: la frase choc denunciata da una giovane mamma su Facebook

La Stampa
alessandro nasi

Il ministro Madia: «Subito una direttiva per tutta la pubblica amministrazione»



«Qui in Posta non si può allattare al seno». La frase che sta facendo il giro del web è del direttore dell’ufficio centrale di Biella, in via Pietro Micca, che si è rivolto così a Francesca Castelli, giovane mamma biellese di un bimbo di 3 mesi che questa mattina si trovava in Posta. Di fronte al pianto del neonato, la ragazza prima lo allatta al seno e poi chiede al personale dell’ufficio se è possibile avere a disposizione un bagno per cambiare il bambino, ma in tutta la sede non è presente un bagno attrezzato e la ragazza è costretta a cambiare il piccolo dentro il passeggino dietro a un cartellone.

«Ma appena finito di cambiarlo arriva un uomo che si presenta come il direttore delle Poste che inizia a sbraitare, dicendo cose fuori luogo e soprattutto che in pubblico non si può allattare al seno, ma solo con il biberon - racconta Francesca -. Io ci sono rimasta malissimo, solo un uomo può pensare certe cose. Mi sono sentita offesa». La ragazza, su invito di altre mamme che hanno risposto al suo appello su Facebook, sta pensando di organizzare un flash mob «pacifico» davanti alle Poste nei prossimi giorni.

E questa sera è intervenuta via Twitter anche il ministro Madia che ha scritto: «In alcun luogo dovrebbe essere vietato l’#allattamento. Subito una direttiva per tutta la #PA». 

Il post mortem sui social network: ecco come fare testamento dei nostri profili

Corriere della sera

di Andrea de Cesco
Da Facebook a Twitter, ecco le soluzioni ideate per quando la nostra vita - anche virtuale - finirà. Tra contatti eredi e profili commemorativi ecco le dritte per pensare con anticipo al destino dei nostri profili ma anche dei dati condivisi con siti e browser

I social post mortem

Se è vero che ormai non c'è più distinzione tra reale e virtuale, è giunta l'ora di iniziare a preoccuparci con maggiore serietà dei nostri avatar. Arriverà un momento in cui la nostra vita in carne e ossa finirà. Che cosa succederà allora al mondo che nel corso degli anni abbiamo costruito sui social network? E dei migliaia, milioni di dati che conserviamo online (spesso senza nemmeno saperlo)? Non sorprende che un gigante da oltre 1,7 miliardi di iscritti come Facebook si sia già mosso in tal senso. Lo stesso vale per Google e, in parte, per Twitter. Altri social invece non hanno ancora stabilito con chiarezza come comportarsi nei confronti di un utente deceduto, o se offrire la possibilità di creare preventivamente un testamento digitale. Ma andiamo a vedere nei dettagli che cosa prevedono al momento i principali social network, a partire dal colosso di Mark Zuckerberg.


Facebook e il contatto erede

Clicca su "impostazioni" e poi su "protezione". È in questa sezione che troverai la voce "contatto erede". Si tratta di una persona fidata scelta tra i tuoi amici di Facebook che si occuperà del tuo account nel momento in cui dovesse succederti qualcosa. Una volta che il tuo profilo sarà reso commemorativo, il contatto erede potrà scrivere un post fissato in alto nel tuo diario, rispondere alle nuove richieste di amicizia, aggiornare l'immagine di profilo e di copertina. In aggiunta, puoi autorizzarlo sin da ora ad archiviare i tuoi dati. Ma il gigante di Cupertino ha pensato anche all'aspetto della privacy.

Il contatto erede infatti non potrà accedere al tuo account, modificare foto, post o qualunque altra cosa che sia stata condivisa sul tuo diario, leggere i tuoi messaggi e rimuovere i tuoi amici. Nel caso in cui invece tu voglia semplicemente che il tuo account Facebook scompaia con te, non devi fare altro che richiedere l'eliminazione del profilo in caso di decesso. Non appena ne avrà ricevuta notizia (dai tuoi amici o famigliari, si presume), il team di Zuckerberg provvederà a cancellare definitivamente tutto il tuo mondo virtuale.


Instagram e l'account commemorativo

Come si legge nel centro assistenza del social, anche su Instagram si può creare un account commemorativo. Ma in questo caso non c'è la possibilità di lasciare alcun «testamento». Il profilo diventa commemorativo solo se qualcuno segnala, a posteriori, che appartiene a una persona deceduta. Affinché Instagram proceda ci vuole però una sorta di certificato che provi la morte dell'utente, anche solo il link a un necrologio o a un articolo di giornale. Il social (che nel 2012 è stato acquistato da Facebook) non permette però a nessuno di accedere a un account commemorativo, che tra l'altro non è visibile nella tab "Cerca ed esplora". In alternativa, i parenti stretti - muniti di certificato di nascita e certificato di morte della persona deceduta e di un documento che attesti il loro ruolo di rappresentante legale - possono chiedere che il profilo venga rimosso.


Google e il fiduciario dell'account

Per configurare il proprio profilo Google post mortem bisogna accedere al proprio account personale, cliccare su "Informazioni personali e privacy" - "Gestisci le tue attività su Google" - "Assegna un fiduciario dell'account". Google anziché ipotizzare la morte dell'utente preferisce parlare di "Gestione account inattivo". Le possibilità offerte sono molto simili a quelle che abbiamo visto per Facebook. Da una parte si può decidere di condividere i propri dati con un amico o famigliare fidato, dall'altra scegliere di cancellare definitivamente l'account. Nel primo caso, il primo passo da fare è specificare dopo quanto tempo di inattività Google deve considerare l'account fermo (da un minimo di tre mesi a un massimo di 18). Dopodiché bisogna indicare le email di massimo dieci contatti a cui affidare il proprio account e con cui eventualmente condividere i propri dati (inclusi quelli di YouTube, che Google Inc. possiede dal 2006). Ultimo step, l'impostazione di una risposta automatica da inviare a tutti i messaggi in arrivo nel momento in cui l'account non sarà più attivo.


Twitter e l'interesse pubblico

Come per Instagram, anche nel caso di Twitter per trovare delle risposte bisogna andare a scavare nel centro assistenza. Nel caso in cui un utente muoia o venga dichiarato incapace, il social offre la possibilità di collaborare con una "persona autorizzata" (e in possesso di documenti come il certificato di morte) per disattivare l'account. Si può anche inviare una richiesta per chiedere la rimozione delle foto e dei video di persone decedute o in "condizioni critiche". Twitter avvisa però che, di fronte a fattori di pubblico interesse, alcune richieste potrebbero essere respinte.


LinkedIn e il "form" in inglese

LinkedIn ha iniziato a muoversi solo recentemente, come si deduce dal fatto che la sezione dedicata non è ancora stata tradotta in italiano. Sulla «rete professionale più grande del mondo» si può trovare un modulo da compilare con una serie di dati e informazioni sulla persona deceduta e il link del suo profilo LinkedIn in vista della rimozione dello stesso.


Nessun testamento 2.0 per Snapchat e Tumblr

I due social non presentano alcuna sezione dedicata all'ipotetica morte dell'utente. In ogni caso, secondo quanto riferisce il quotidiano statunitense The New York Timessia Snapchat sia Tumblr non avrebbero problemi a rimuovere l'account qualora ricevessero la richiesta di un parente stretto.


Servizi di backup dei dati online

La crescente attenzione per la protezione della privacy può diventare un problema nel momento in cui si decide di procedere con un testamento digitale. Nel caso in cui l'utente imposti una chiave di crittografia privata, i servizi di backup online non hanno alcun tipo di accesso ai suoi dati. Per evitare situazioni spiacevoli, la cosa migliore da fare è dare la propria password a una persona fidata.

Da ambulanza a ristorante gourmet: ecco la nuova vita di un treno della Prima Guerra Mondiale

La Stampa
noemi penna



Da vagone ambulanza della Prima Guerra Mondiale a ristorante gourmet amato dalle celebrità. Questa carrozza, un tempo destinata al trasporto dei soldati feriti al fronte, vive di nuova vita grazie alla conversione voluta dagli inglesi Ross e Claire Moore. Una trasformazione stupefacente, per un locale a tema eccentrico quanto raffinato. La storica carrozza, oggi trasformata in ristorante, si trova parcheggiata a West Bay, città costiera del Dorset, in Inghilterra. E nei primi mesi di attività - dopo aver già attirato la curiosità di diverse produzioni televisive - ha avuto l'onore di ospitare gli attori Olivia Colman, Lenny Henry e David Tennant e commensali da tutto il mondo.




Questo treno è stato originariamente costruito nel 1911 come una terza classe. Poi con la guerra è stato convertito in una ambulanza su rotaie, dotato di letti a castello e personale medico di bordo, con cui venivano rimpatriati i soldati feriti.Terminato il suo «pubblico servizio», la carrozza è stata utilizzata a fini tecnici-meccanici fino al 1980, quando è stata ufficialmente mandata in pensione e conservata dal collezionista Andrew Swindon nel Wiltshire, dov'è stata utilizzata come un laboratorio.




E dopo quattro trasformazioni, ecco la quinta: la carrozza è stata comprata dai Moore, che l'hanno restaurata internamente ed esternamente, dandole nuova vita e nuovi colori. Channel 4 l'avrebbe voluta acquistare per girare una scena di un incidente ferroviario in una sua soap opera e oggi è diventata un punto di ritrovo per gli artisti che si trovano a West Bay.



Ross Moore ha raccontato di essere «da tempo alla ricerca di una carrozza da trasformare in un ristorante. L'abbiamo acquistata lo scorso aprile e ci abbiamo messo cinque mesi a ristrutturarla completamente: al suo interno non c'era più nulla, abbiamo dovuto realizzare da zero anche gli impianti elettrici. E' stato lungo ma è andato tutto per il meglio». Al The Station Kitchen arrivano clienti da tutto il mondo, incluso Dubai e Australia. «Per le richieste che abbiamo dovremmo avere due carrozze, ma per ora ce ne basta una!».

Il Comune promuove il “pane sospeso”

La Stampa

I grillini: è solidarietà. La Lega: mancia elettorale



A Napoli è un vecchio rito: si va al bar, si prende un caffè e, pagando, si lascia un euro al barista perché ne offra uno a chi non se la passa bene. Si chiama caffè sospeso, e anche a Torino qualche anno fa ci avevano provato: l’esperimento, nato in uno dei bar davanti al Comune, è durato poco per mancanza di “donatori”. Ora Palazzo Civico - anzi, il Movimento 5 Stelle che sostiene la sindaca Appendino - ci riprova, solo che al posto del caffè vorrebbe “sospendere” il pane e sensibilizzare chi può a trasformare il resto del panettiere in una tartaruga, un bocconcino, una rosetta da lasciare a una famiglia in difficoltà. Un gesto piccolo ma utile, secondo i Cinquestelle. Una mancia elettorale, secondo parte delle opposizioni.

Una frattura emersa nella commissione Servizi sociali che ha liberato per il Consiglio comunale di lunedì la mozione della sua presidente, la grillina Deborah Montalbano. Il testo impegna la Città a farsi promotrice di un gesto «di semplice, immediata e quotidiana solidarietà» considerato che «la crisi sta togliendo dignità a chi non ha nemmeno la possibilità di comprare beni di prima necessità» e magari si vergogna a fare la fila alla Caritas o altre realtà del volontariato. Il Comune dovrebbe fare «moral suasion» sulle associazioni dei panificatori, pubblicare sul proprio sito la lista dei negozi coinvolti e coinvolgere associazioni e realtà del territorio perché facciano da mediatori, magari segnalando i casi di persone che davvero hanno bisogno di un sostegno di questo tipo.

LA SPERIMENTAZIONE
La mozione individua anche un’area della città da cui partire: la circoscrizione 5, il simbolo del ribaltone che a giugno ha consegnato Torino a Chiara Appendino, ipotizzando una sperimentazione di un anno da estendere poi agli altri quartieri. Il capogruppo della Lega Nord Fabrizio Ricca parla di «beneficenza pelosa». Attacca: «Così com’è la proposta pare un prezzo elettorale da pagare in una circoscrizione specifica». L’accusa è esplicita: Montalbano è uno dei punti di riferimento del quartiere, apprezzata e stimata per le sue battaglie a sostegno di chi attende una casa popolare, e alle Vallette ha fatto il pieno di voti. La consigliera replica stizzita: «Non è una soluzione per contrastare a povertà, ma un’iniziativa che cerca di incentivare valori come solidarietà e altruismo. La lettura dell’Osservatorio Caritas Torino potrebbe essere utile a qualcuno».

LA DISCUSSIONE
Le opposizioni gridano alla trovata demagogica: in città, dicono, ci sono già tante realtà che si occupano di distribuire cibo a chi ne ha bisogno. «I Cinquestelle siano rispettosi della storia di realtà in prima fila a fianco delle persone in condizioni di povertà», dice il capogruppo dei Moderati Silvio Magliano, non del tutto contrario all’idea ma indignato per i riferimenti al senso di vergogna che prova chi si mette in coda là dove viene distribuito cibo gratuito. D’accordo, invece, Eleonora Artesio di Torino in Comune, mentre la vice capogruppo del Pd Chiara Foglietta sembra scettica: «Iniziativa lodevole, ma non risolve i problemi sociali e non contrasta la povertà».

[a. ros.]

Per due anni ha vissuto in un bosco, poi il cane ha deciso di fidarsi di una persona

La Stampa
fulvio cerutti



Per due anni un gruppo di dipendenti di un ufficio a Kennesaw, in Georgia (Stati Uniti), ha fatto di tutto per aiutare una cagnolina che viveva in un piccolo bosco alle spalle della loro sede. «Le hanno lasciato anche un telo nel bosco - racconta Jason Flatt, fondatore del rifugio Friends to the Forlorn Pitbull Rescue -. Hanno messo cartelli, hanno persino parlato con chi gestisce il bosco». Ma nulla. Nessuno riusciva ad avvicinarla.



Non è stato difficile capire che Shelby, così è stata chiamata, aveva alle spalle una brutta storia, probabilmente abbandonata dai suoi ex proprietari in quel bosco che era diventato la sua area sicura, ma anche la sua prigione immaginaria. Solo di tanto in tanto si affacciava e si sedeva ai margini del bosco, come se stesse controllando se i suoi umani fossero lì ad aspettarla.



La scorsa settimana però Flatt ha ricevuto una chiamata urgente perché il bosco dove abitava Shelby era stato venduto e da lì a poco sarebbe diventato una zona commerciale. Così ha deciso di intervenire mettendole una ciotola di cibo all’interno di una gabbia.



«Quando sono arrivato sul posto stava piovendo molto, sono sceso dal mio furgone e ho sentito piangere ed ululare. Lì ho capito che Shelby era stata catturata». Ma poteva essere l’inizio di un lungo percorso: per un cane che ha trascorso due anni in un bosco, completamente da sola e aggrappata alla sola speranza di poter rivedere i suoi ex umani riabituarsi alla civiltà è di solito un lungo percorso.



Ma per fortuna non è stato il caso di Shelby: ci sono voluti solo 3 giorni per farla tornare un cane da famiglia. «Il primo giorno era nervosa ma si faceva comunque accarezzare - racconta Flatt -. Il terzo giorno saltava già di felicità». Shelby è stata vaccinata e visitata da un veterinario che ha constatato la positività alla filaria. Però può essere curata grazie all’amore dell’uomo che l’ha salvata da quel freddo bosco.