venerdì 20 ottobre 2017

La famiglia piena di debiti che incassa milioni con i migranti

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo Marco Vassallo

Vicenza, ecco chi c'è dietro l'Hotel Adele (e le altre strutture). I creditori aspettano mentre loro fatturano milioni di euro con l'immigrazione



Meri Spiller. Tutto ruota attorno al nome di questa 59enne imprenditrice di Bolzano Vicentino. Donna energica, ormai famosa in zona, e amministratrice di quello che è diventato uno degli hub per migranti più chiacchierato del NordEst.

Tutto in famiglia

Quella di Meri Spiller sarebbe una storia come ce ne sono tante nel variegato mondo dell’accoglienza agli immigrati. Business is business, in fondo. E tanti ne hanno approfittato. Ma il suo nome è il filo conduttore che collega i tasselli di un puzzle più grande, fatto di parenti, castelli di società, imprese fallimentari e soprattutto debiti mai pagati nonostante i circa 8 milioni di euro incassati dal 2015 ad oggi per dare un tetto ai richiedenti asilo.

Imprenditori in molte cose e con qualche fallimento alle spalle, Meri Spiller e il suo compagno Francesco Rizzotto hanno dato vita a quella che potremmo chiamare la “grande famiglia dei migranti”. Tutti (o quasi) hanno un ruolo nella storia: le figlie, i nipoti, il genero, gli zii. Due società riconducibili alla “famiglia” sono la Hotel Adele Srl e la Turist Hotel Srl: la prima ospita 280 profughi (molti dei quali nell’omonimo albergo nel centro di Vicenza); l’altra ne accomoda 150 tra Sandrigo e Bolzano Vicentino. Meri Spiller risulta essere amministratore unico della Hotel Adele Srl, i cui proprietari - però - sono la figlia Samanta Zardo (attraverso un'altra società), il nipote Riccardo Andreatta e il genero Ilario Pelizzer (marito della seconda figlia, Susy Zardo).

Il predicatore saudita choc: "La donna invita l'uomo a stuprarla"

ilgiornale.it



Non ci è voluto molto perché su twitter le parole di Ahmed Bin Saad Al Qarni scatenassero una feroce polemica, per una serie di messaggi in cui il predicatore - controverso persino in un Paese iper-conservatore come è l'Arabia Saudita - metteva nel mirino le donne, sostenendo che se vengono struprate e molestate la colpa è soltanto loro.

"Le donne istigano gli uomini a violentarle e molestarle", scriveva Al Qarni, pubblicando il video di donne saudite - coperte da testa a piedi come vuole il costume oscurantista del regno - che entravano in un'automobile dove c'erano già alcuni uomni. "Li ha fatti impazzire, non accusate gli uomini", scrive il predicatore, che non tarda a definire il sesso femminile come responsabile di "adulterio e molestie sessuali".

واذا اغتصبها هو وزملائه
رجعت الى المنزل تصيح
"شرفي اللي محلتيش غيره"
.
والله أن #النساء_سبب_التحرش_والزنا
هاهي فتاة تحرشت بشاب وركبت معه. pic.twitter.com/OsllHnrqd0
— احمد بن سعد القرني (@AHMAD_S_ALGARNI) 18 ottobre 2017

Il buono, il brutto e il cattivo di Twitter

lastampa.it
carolina milanesi*
Dopo lo scandalo Weinstein, anche il social network ripensa le sue regole. Ma basterà a difendere i più deboli?


La settimana scorsa, l’attrice Rose McGowan è stata sospesa da Twitter per 12 ore dopo una serie di tweet in cui accusava il produttore di Hollywood Harvey Weinstein di averla violentata. Quando ha detto di essere stata ridotta al silenzio, Twitter ha replicato che il suo account era stato sospeso perché uno dei suoi tweet includeva un numero di telefono privato, il che è contro le regole del social network. Questa spiegazione non ha però convinto tutti, e ha sollevato molti interrogativi sulla tempistica con cui è stata presa. Il Ceo Jack Dorsey ha usato Twitter per ammettere che la piattaforma “ha bisogno lavorare di più per dimostrare che non stiamo applicando le regole a nostra discrezione”.

We've identified gaps here too. Consistent interpretation and enforcement of our rules is our objective. We also need to remove the burden of reporting from those who are targeted. We've prioritized the work. https://t.co/n8WGqqyRaJ
— jack (@jack) 18 ottobre 2017
Non è la prima volta che Twitter è sotto accusa, non tanto per mancanza di chiarezza su ciò che costituisce una violazione del codice di condotta, quanto per mancanza di coerenza su come tali violazioni vengono affrontate quando sono segnalate. Nell’ultimo anno, con l’aumentare delle molestie, Twitter ha implementato una serie di misure, come la capacità di silenziare una conversazione o un utente, che sembravano volte più a nascondere il problema che affrontarlo. Solo perché non si vedono più abusi e molestie, non significa che siano scomparsi. Ancora più importante è il fatto che gli utenti che molestano e abusano sentono che il loro comportamento rimane impunito.
Wired ha pubblicato di recente una mail interna di Twitter che delinea le nuove regole cui Dorsey sta lavorando, ma preferisco attendere una comunicazione ufficiale prima di commentare.

Coinvolgimento nei social media
Ero un’utente di Twitter poco convinta. Ho iniziato a utilizzare la piattaforma per lavoro nel 2009 ma non l’ho fatto in modo coerente fino al 2013, quando ho cambiato impiego. Twitter è diventato rapidamente uno strumento utile per tenere il passo con le notizie. La mia esperienza iniziale di networking passivo si è trasformata in un’esperienza coinvolgente, quando sono riuscito ad apprezzare la possibilità di condividere i miei pensieri sul mondo della tecnologia e di confrontarmi attivamente con i colleghi. Col tempo, ho stabilito alcune regole per l’uso della piattaforma:

Non dire nulla di cui possa pentirmi se fosse usato come citazione o pubblicato su organi di stampa
Mantenerlo abbastanza pulito
Nessuna religione
Nessuna politica

Semplice, no? Otto anni dopo, sono orgogliosa di poter dire che, ad eccezione dell’ ultima regola, sono stata abbastanza diligente. Sono certa però che, data l’attuale situazione di tutti i Paesi dove ho vissuto, tacere anziché infrangere la mia regola sulla politica sarebbe stato il vero crimine!

In un recente rapporto pubblicato da GWI, ho scoperto che non ero sola nella mia dipendenza da Twitter per le notizie. Twitter viene usato soprattutto per le news (57%), poi per mettere Like a tweet (40%) e vedere video (34%) Le azioni dirette, come twittare una foto o un commento, rappresentano rispettivamente solo il 23% e il 22% delle attività.

L’engagement su Twitter è in calo dal 2013 (-5%), un problema che l’azienda sta cercando di affrontare senza molto successo. Detto questo, l’engagement su Facebook nello stesso periodo è diminuito ancora più rapidamente (-16%) in quanto i consumatori sembrano orientarsi verso piattaforme più focalizzate su video e immagini come YouTube e Instagram, in crescita rispettivamente del 2% e del 14%.

Sarebbe troppo facile attribuire la colpa del minore engagement alle sole molestie, ma sono certa che tutti siano d’accordo sul fatto che le molestie rendono Twitter meno attraente come piattaforma. Molte celebrità hanno trovato Twitter troppo brutta, e l’hanno abbandonata, come Kanye West, Lindsay Lohan, Emma Stone e Louis C. K. o ha preso una pausa per poi tornare, come Leslie Jones, Justin Bieber e Sam Smith. Per ora, il ritorno dell’investimento di tempo ed energie è ancora positivo.

Ma fino a quando?
Disastri, emergenze e Hashtag: il meglio di Twitter

Negli ultimi mesi abbiamo avuto disastri ed emergenze sia negli Stati Uniti che a livello internazionale. È in quei momenti difficili che tendo a vedere il meglio di Twitter. Dalle notizie più recenti che permettono alle persone di tenersi aggiornate su una situazione in rapida evoluzione, alle persone che si riuniscono per aiutarsi reciprocamente con parole e atti concreti.

Ma anche in quei bei momenti, i troll si insinuano nella conversazione per respingere, offendere o sabotare lo sforzo. Dopo l’incidente di Rose McGowan, sono emersi due hashtag che hanno portato l’attenzione sulle molestie sulla piattaforma e sulle molestie sessuali in generale. Venerdì 13, un #WomenBoycottTwitter ha iniziato a invitare le donne a tenersi lontane dalla piattaforma social per un giorno. Molti utenti, comprese le celebrità, hanno aderito.

Non tutti, tuttavia, concordano sul fatto che il silenzio sia la tattica migliore, e io per prima ho deciso di non tacere e ho continuato su Twitter per condannare gli abusi e fare quello che faccio ogni giorno: parlare di tecnologia. Mi sono sentita a disagio a rimanere in silenzio in un momento in cui molte donne hanno il coraggio di esprimersi contro gli abusi. Inoltre, quando si tratta di Twitter conta solo chi c’è, non chi non c’è. In altre parole, non noterete chi non twitta. Alcuni si sono sentiti a disagio anche per il fatto che il clamore contro gli abusi era limitato alle donne bianche, quando le minoranze e la comunità LGBT sono state attaccate per molto tempo su Twitter.

L’intento originale era chiaro e merita il massimo rispetto, ma l’esecuzione non è stata all’altezza. Così domenica sera, Alyssa Milano ha incoraggiato la gente a rispondere “anch’io” al suo tweet dove raccontava di essere stata vittima di molestie sessuali per dimostrare quanto il problema sia comune. È nato un nuovo meme: #MeToo. Lo hanno usato donne, uomini, etero e gay in Paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Italia e anche nella più conservatrice Francia. La conversazione non si è limitata a Twitter, ma si è spostata anche su Facebook coinvolgendo più di 4,7 milioni di persone.
#MeToo has made a strong impact - More than half of U.S. women have experienced unwanted sexual advances from men. https://t.co/H5YrsIc0Zs pic.twitter.com/mJKEiz3rZZ
— ABC7 Eyewitness News (@ABC7) 17 ottobre 2017
Twitter è riuscito a dare una voce a così tante persone affermando chiaramente che le molestie sessuali non sono solo un problema di Hollywood o dell’industria hi tech, ma che hanno un impatto sugli individui di tutto il mondo. Anche in questo, però, sono emersi alcuni suoi grandi difetti. Basta dare un’occhiata ad alcune delle risposte postate ai commenti di donne più famose come l’attrice italiana Asia Argento, per avere subito un’idea di quanto uomini e donne possano essere cattivi quando sanno di potersi nascondere dietro un account Twitter.

Molto spesso viviamo nella nostra bolla di persone che seguiamo perché le rispettiamo, condividiamo le loro opinioni o siamo interessati a ciò che fanno o dicono. Senza saperlo, ci stiamo proteggendo da tutte quelli che non condividono le nostre opinioni, i nostri valori, le cose in cui crediamo. E non sto parlando qui di quale smartphone si preferisce, ma di cose importanti, come la politica, la religione, l’orientamento sessuale.

A volte la bolla scoppia per un troll o perché qualcuno attacca i nostri punti di vista. Altre volte siamo fortunati, e non vediamo mai il lato oscuro di Twitter. Ciò non significa che non esista. Le nuove regole rese note da Wired sembrano aggiungere più rigore. E tuttavia bisogna essere certi che vengano rispettate: solo questo farà la differenza. 

La Cia licenzia un cane che odia annusare gli esplosivi

lastampa.it
daniele erler



Non tutti sono nati per fare gli 007. E poco importa se la cagnolina Lulu non ha la “licenza di uccidere” e ancora frequenta la scuola dove sta imparando ad annusare gli esplosivi. Non è la sua strada e gli istruttori lo hanno capito. Così la Cia ha deciso di licenziarla, anche se il suo allenatore le darà una casa dove stare, con l’opportunità di una nuova vita, lontana dagli esplosivi.

#CIAK9 Pupdate:
Sometimes, even after testing, our pups make it clear being an explosive detection K9 isn't for themhttps://t.co/nPZl6YWNKb pic.twitter.com/07TXRCH7bp
— CIA (@CIA) 18 ottobre 2017
Lo scrive l’agenzia d’intelligence americana in un blog sul suo sito ufficiale. «Per i nostri istruttori l’imperativo è che i cani si divertano nel lavoro che fanno - spiegano -. Talvolta però, anche se i cagnolini superano tutti i test e imparano a riconoscere l’odore degli esplosivi, fanno capire che quella non è la vita che fa per loro».



Proprio come succede per gli uomini, possono esserci “periodi no” anche per i cani. Le tipiche giornate storte, quando la pigrizia ha il sopravvento e impegnarsi nel lavoro è più difficile. Di solito sono fasi transitorie per mille possibili motivazioni che gli istruttori devono capire, trasformandosi in psicologi canini. Talvolta c’entra la noia e allora basta un po’ di tempo in più per il gioco. Altre volte i cani sono stanchi e allora serve un periodo di riposo per superare lo stress. Possono esserci motivazioni mediche come una possibile allergia al cibo.



Ma per certi cani, come Lulu, non è affatto una questione temporanea. Semplicemente questo non è il lavoro che fa per lei. Non le interessa cercare gli esplosivi e non cambia idea neanche con premi, cibo e giochi. Così gli istruttori hanno preso la decisione migliore per lei: l’hanno esclusa dalla scuola e licenziata dalla Cia. Ma il suo istruttore si è ormai affezionato a lei e ha deciso di adottarla. Ora Lulu ha una nuova casa e una famiglia con cui giocare. Non è più costretta a seguire l’odore degli esplosivi ed è felice.

I nuovi kamikaze muoiono per lavoro

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morto

Quasi mezzanotte, distretto di Shimbashi, quartier generale di molte grandi società a Tokyo. Decine di uomini vestiti di nero, sguardo perso, barcollanti; alcuni con la camicia bianca fuori dai pantaloni, cravatta penzoloni, capelli spettinati. Soli, ubriachi di alcol e di lavoro. Molti di loro ritornano in ufficio, magari dopo essere passati da un konbini, un grande magazzino, per acquistare una camicia pulita.

Prendi la metro a Minato-ku, hub commerciale e sede di grosse compagnie dell’hi-tech; già al mattino nei vagoni sono decine i giovani che dormono, la testa appoggiata sulla spalla dell’altro, qualcuno anche in piedi, sembrano strafatti dopo una notte di eroina, ma sono drogati di lavoro all’ultimo stadio, hanno appena lasciato la scrivania. Perché di lavoro in Giappone si muore, attacchi di cuore, collassi da stress, incidenti stradali.

Solo i suicidi, secondo l’ultimo dato fornito dal ministero dell’Interno, sono circa duemila ogni anno, e si tratta unicamente dei suicidi documentati perché le famiglie hanno fatto causa e ottenuto un risarcimento provando che chi si è tolto la vita aveva accumulato almeno cento ore di straordinario nel mese precedente.

Una piaga sociale, cominciata alla fine degli anni Sessanta, quando i salari erano bassi e i giapponesi si ammazzavano di lavoro per incrementare la busta paga. Un fenomeno che da allora si chiama karoshi: non si traduce come stakanovismo, ma come «morte per eccesso di lavoro», vera e propria sindrome, codificata anche giuridicamente. L’ultimo caso quello di Miwa Sado, 31 anni, una reporter della rete Nhk che sino a un mese prima di morire per complicazioni cardiache aveva lavorato 159 ore di straordinario, due soli giorni liberi.

Il caso aveva scosso l’opinione pubblica, mentre uscivano sempre nuove testimonianze sulle condizioni lavorative della giornalista. Ma l’emittente ha dato la notizia che Miwa era morta di karoshi solo ora, quattro anni dopo, perché i genitori, in seguito all’ennesima rivelazione, hanno indetto una conferenza stampa chiedendo che ciò che è accaduto alla figlia serva per indurre il governo e le aziende a prendere provvedimenti. Il lavoro in Giappone debilita l’uomo, fino a ucciderlo.

Nel 2016 aveva commosso il caso di Matsuri Takahashi, 24 anni. Impiegata nella famosa agenzia di pubblicità Dentsu. Cercava di mostrarsi incrollabile, non mollava; 105 ore di straordinario al mese. «Sono le quattro di notte, il mio corpo trema», scrisse via twitter una notte. Alle 4.30 ne scrisse un altro: «Voglio morire, sono così stanca».

Era la notte di Natale e si gettò dal settimo piano. La compagnia ha provato a patteggiare, ma il tribunale ha rifiutato. L’amministratore delegato Toshihito Yamamoto ha dichiarato la colpevolezza della società, ha chiesto scusa e ha promesso provvedimenti. Ma la pena non è andata oltre a un’ammenda di quattromila euro. Mentre Yamamoto, volontariamente, si è tolto il 20% dello stipendio per sei mesi.

Il governo del premier Shinzo Abe sta cercando di trovare soluzioni, di riformare lo stile di vita dei giapponesi. Ha per esempio proposto alle compagnie private d’istituire il Venerdì Premio, cioè d’incoraggiare ogni ultimo venerdì del mese i lavoratori a uscire alle 3 del pomeriggio. Così come d’usufruire delle ferie, che in Giappone sono di circa venti giorni l’anno, ma ben il 50 per cento dei lavoratori vi rinuncia. Anche la pubblica amministrazione prova a correre ai ripari. Yuriko Koibe, il governatore di Tokyo, ha proibito agli impiegati di rimanere in ufficio oltre le otto di sera.

Al municipio di Toshima le luci vengono spente alle sette. «Chi vuole lavorare è costretto a stare al buio, bisogna dare segni visibili di dissuasione», dice il sindaco Hitoshi Ueno. La Dentsu, dopo il caso di Matsuri, spinge i lavoratori a prendersi almeno cinque giorni di vacanza ogni sei mesi e le luci vengono spente alle 10 di sera. Altre società incentivano gli straordinari al mattino. Un gruppo di cliniche private ha disposto che chi entra in straordinario debba indossare un cappellino viola, di modo da rendere visibile la fine del turno, così che nessuno si possa «imboscare» nel superlavoro.

La dipendenza da straordinario non è solo una questione di salute pubblica, quanto di mentalità. Si lavora fino a rischiare la vita non tanto per denaro, ma per un’ossessione etica, un senso di dignità sociale portato all’estremo. Uscire dall’ufficio prima del boss è vissuto come una colpa, farsi sostituire da un collega una vergogna, la vacanza un abuso. La compagnia è vista come una squadra, chi molla anche un attimo non ha spirito di gruppo. Oltre il 20% di diecimila intervistati da un’agenzia del ministero del Lavoro hanno dichiarato di lavorare almeno 80 ore settimanali di straordinario.

Negli Stati Uniti la media delle 50 ore settimanali, il massimo consentito per legge, riguarda il 16 per cento dei lavoratori, in Gran Bretagna il 12,5, in Francia il 10,4. In Italia il tetto legale è annuale: 250 ore, e riguarda il 15 per cento dei lavoratori. La sindrome giapponese colpisce soprattutto i giovani, in un Paese dove la domanda d’impiego aumenta proporzionalmente al calo demografico e alle percentuali da record d’invecchiamento (tanto che Abe, tra le polemiche, ha aperto alla manodopera straniera). Un’addiction da scrivania e mouse, pranzi che non sono pause, cene consumate in ufficio; lo stress s’accumula nel corpo e nella mente, si muore per sfinimento o d’infarto davanti a un monitor.

In giugno ha occupato le prime pagine il caso di Naoya, 27 anni. Lavorava in una compagnia telefonica. Il computer era la sua passione. Dopo sole due settimane, ha raccontato la madre, qualcosa già non andava. «Era venuto a casa mia per il funerale di uno zio, si mise un attimo a letto e non ci fu modo di farlo rialzare. Diceva che era stanco, che voleva dormire. Veniva da 37 ore di fila di lavoro».

Si è scoperto che Naoya non rincasava quasi mai, ma dormiva qualche ora sulla scrivania. È morto dopo due anni, il cuore ha ceduto. Posse, un’organizzazione non governativa che si batte contro il karoshi, sostiene che oltre un quarto delle aziende impongono la media di 80 ore di straordinari la settimana – che è il limite oltre il quale i sindacati hanno stabilito il rischio morte e che nel 40 per cento dei casi non sono retribuiti. Il 12% delle aziende superano le cento ore.

La loro ossessione è quella del profitto immediato e della produttività. Peccato che il Giappone sia il paese meno produttivo tra quelli del G7: genera 39 dollari di Pil per ora lavorativa, contro i 62 degli Stati Uniti. Un risultato dovuto anche all’inefficienza del sistema e al basso uso della tecnologia, ma principalmente allo scarso rendimento dei giapponesi: è stato provato che dove si è riusciti a vincere la cronica dipendenza da straordinario le aziende sono cresciute. Macinare ore su ore alla scrivania, rinunciare alla vita privata e al tempo libero, danneggia la performance e quindi il profitto.

Un’inchiesta del South China Morning Post ha verificato come sempre più aziende giapponesi spingano i lavoratori a prendersela comoda. «Le buone idee vengono quando i meeting non superano l’ora e mezzo», ha detto un amministratore delegato, «il lavoro diventa produttivo se è bilanciato con una vita privata serena». Il giornale lancia però un allarme: la sindrome giapponese sta dilagando in Cina e Corea del Sud.

Psycomune

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mattia feltri

Al Comune di Roma arrivano gli psicologi. Avranno il compito, secondo la decisione della giunta, di contribuire al benessere dei dipendenti. Il presupposto è che per lavorare bene non si debba essere soltanto in salute fisica ma anche mentale, e cioè testa sgombra, buonumore. Allora sarà tutto uno smaltimento di pratiche, un’applicazione omerica alla scrivania, una riscrittura al rialzo, nei rapporti col pubblico, del Galateo di monsignor Della Casa; sarà, per fedeltà al testo del Campidoglio, «la valorizzazione delle risorse umane dell’Ente». 

Non vorremmo darvi l’idea di un eccesso di ironia: l’esperimento è già stato provato a Pisa, a Parma, a Udine, malgrado non se ne conoscano i risultati, e ben venga a Roma. Soltanto che è ignoto quanti saranno gli psicologi e quanto costeranno: si vedrà più avanti. Però il Comune ha 23mila dipendenti, meglio saperlo quando si muoveranno le truppe freudiane. Sebbene sia giusto sottolineare che 23mila è un numero teorico, visto che il tasso di assenteismo è del 22.9 per cento (si sono fatti la settimana corta da soli), e quindi ogni giorno, fra malattie, ferie, permessi sindacali eccetera, restano fuori ufficio più di 5mila dipendenti, senza contare quelli che timbrano e vanno al bar o al mare. 

Per darvi un’idea, a Napoli, con la fama che ha, il tasso d’assenteismo è del 16 per cento. Può finire solo in due modi. Che poi toccherà assumere altri psicologi per risollevare il morale agli psicologi, o più probabilmente che, quando ne servirà uno, sarà in permesso sindacale. 

Quelle case d’artista a forma di donna sul confine fra Messico e California

lastampa.it
elena masuelli



Sul confine che divide il Messico dalla California, Tijuana è diventata famosa per il muro che divide gli Stati Uniti da Baja California, avamposto più occidentale del Latino America. È la porta obbligata di chi cerca fortuna: solo una manciata di chilometri la divide dalla città gemella di San Diego, il varco San Isidro è la frontiera più attraversata del mondo. Metropoli da 1.600.000 abitanti, centro commerciale e valvola di sfogo e divertimento dagli Usa, è considerata pericolosissima, luogo di scambio più o meno libero di armi, alcool e droghe. Ma proprio la sua posizione ne ha fatto anche meta di artisti internazionali, con mostre e residenze, ardite sperimentazioni. La più originale è “La Mujer Blanca”, quella che i locali chiamano familiarmente “La Mona” o “La bambola”: una casa di corpo di donna. 


L’artista Armando Munoz Garcia aveva presentato il suo progetto “Tijuana III Millenium” agli amministratori della città per celebrare il centenario della fondazione, nel 1989, ma era stato rifiutato. Decise di realizzarlo comunque, distante da Avenida Revolución, cuore brulicante della città, nel quartiere ghetto di Aeropuerto, a sud ovest dello scalo internazionale, sfidando la diffidenza generale. Il risultato è una scultura cava da 17 metri di altezza e 18 tonnellate di peso a forma di donna. Una vera abitazione di cinque piani in cui l’artista ha vissuto per anni con la moglie. Inizialmente bianca, nel 2015 è stata affrescata come un murales per festeggiarne il 25esimo compleanno.



Camera da letto con balcone all’altezza del petto, nella testa lo studio dell’artista, la cucina a livello del ventre, nella parte posteriore il bagno. “La mona” ha il braccio destro alzato, con il dito mignolo puntato verso il cielo, a indicare la posizione di Tijuana sulla mappa del Messico. E della città è diventata un simbolo. 



Garcia ha riprodotto la sua opera in piccoli esemplari da vendere ai turisti a 20 dollari l’una e così si è autofinanziato per nuove realizzazioni, libere variazioni dell’originale chiamate “Infamous Babes”, fra cui quelle dedicate all’attrice e cantante Lillian Russell, la cantante samba Carmen Miranda, Betty Boop. Tutte esposte in un mostra qualche anno fa, grazie alla collaborazione con Bob Matheny (i due nella foto sotto). 



L’artista ha lasciato “La Mona” nel 2008 per trasferirsi in un’altra abitazione, di certo non più convenzionale, anche questa a forma di gigantesca donna nuda: “La Sirena”, a sud di Tijuana, nella località di Puerto Nuevo. 



Per anni il terzo piano ha ospitato la sua galleria, il quarto la camera da letto e il quinto uno studio a cielo aperto. Ma la vera sorpresa era al secondo livello: un ristorante francese gestito proprio da Armando diventato nel frattempo chef autodidatta. Non il punto di arrivo. Il sogno di Garcia resta un palazzo a forma di uomo da 150 metri di altezza, parte di un più ampio complesso turistico di case dalle sembianze umane da realizzare sul confine. 

"Erare è propio umano". Sette italiani su dieci bocciati in grammatica

ilgiornale.it
Jacopo Granzotto

Secondo una indagine, non solo leggiamo poco ma siamo anche incapaci di scrivere



Roma - Sarà che hanno più autonomia, sarà che sono obbligati a cavarsela da soli, a darsi una svegliata in tempi rapidi. Sta di fatto che i ragazzi di terza media con la madre impegnata al lavoro sembra rendano molto di più rispetto ai compagni con la genitrice casalinga. Morale della favola? Il rapporto tra un bambino e una mamma impegnata (e magari realizzata) nel suo lavoro è più stimolante rispetto all'amichetto che ha alle costole una casalinga.

Il dato emerge dai test «Invalsi 2015/2016» sulle competenze in lettura e matematica, che consentono di discriminare i risultati anche in base alla situazione lavorativa dei genitori. E sorprende non poco, visto che nell'immaginario collettivo una mamma in pianta stabile a casa dovrebbe rappresentare una garanzia per il rendimento scolastico degli alunni. Soprattutto di quelli meno dotati o semplicemente scansafatiche.

Invece i numeri dicono l'esatto contrario. In italiano, il punteggio medio (normalizzato e corretto dall'istituto di via Ippolito Nievo) degli alunni di terza media che possono affidare le proprie angosce scolastiche alla mamma casalinga sfiora i 58 punti, contro una media nazionale che si attesta sui 61 punti e i 63,7 dei figli che aspettano il ritorno a casa dei genitori dopo una lunga giornata di lavoro.
Tra i primi e gli ultimi la differenza di punteggio è del 10% a favore delle genitrici che lavorano. Stesso discorso in matematica: 47,5 punti per gli studenti con mamma non lavoratrice per scelta, quasi 51 come media nazionale e 54 punti per i figli delle donne che lavorano. Con un divario che sfiora il 15%. Un trend confermato anche quando a rimanere a casa è il papà, ma parliamo di 1.850 casi su 524mila.

Dunque sarebbe ora di abbandonare tutti quei sensi di colpa tipici delle donne che ogni giorno fanno salti mortali per riuscire a conciliare carriera, famiglia e figli. Non sempre il troppo accudimento porta risultati positivi: spesso il dover sopperire una mancanza fa ingegnare i ragazzi a trovare soluzioni, a sforzarsi, a sapersela cavare. C'è di più. Secondo alcuni pedagogisti, le mamme lavoratrici sono anche più soddisfatte e, anche se stanche, al ritorno dal lavoro giocano con i figli quando sono più piccoli e contribuiscono alla costruzione di quelle interazioni con gli adulti che parecchi studi internazionali considerano alla base di solide competenze linguistiche.
In altre parole a fare la differenza non è la quantità del tempo trascorso con i figli ma la qualità.

Così De Magistris ha portato Napoli a 60 giorni dal crack

repubblica.it
Giuliano Balestreri


Napoli, Piazza del Plebiscito, festa per la cittadinanza onoraria a Diego Armando Maradona, nella foto il sindaco Luigi De Magistris

Sessanta giorni per evitare il fallimento di Napoli, un comune totalmente incapace di riscuotere multe e crediti. La Corte dei Conti campana ha fatto partire il conto alla rovescia che porta alla dichiarazione di dissesto dell’ente partenopeo perché del risanamento promesso dal sindaco Luigi De Magistris non si vede neppure l’ombra. Il primo cittadino campano, però, fa orecchie da mercante e commentando il lavoro della magistratura contabile si limita a dire:

“Non ho responsabilità politiche”. Dimenticando, forse, che il dissesto finanziario non ha colori o bandiere politiche, ma solo effetti drammatici sui cittadini. I numeri fallimentari della giunta arancione sono chiari come la luce del sole, ma De Magistris non si scompone: “La relazione non è una bocciatura, certifica una fotografia di preoccupazione che è la stessa preoccupazione nostra”.

Il sindaco, però, omette una serie di particolari importanti: a cominciare dal fatto che il Comune sopravviva solo grazie all’aiuto dello Stato. Dopo la dichiarazione di pre-dissesto del 2012, all’ombra del Vesuvio sono arrivati 235 milioni di euro di crediti a cui sono stati aggiunti altri 1.163 milioni di euro con i pagamenti della Pubblica amministrazione: poco meno di 1,4 miliardi di euro che hanno permesso a De Magistris di andare avanti nonostante previsioni di entrate completamente sballate.


Napoli, via Posillipo un cumulo di rifiuti fà da cornice al golfo. Foto Agf
Proprio per questo la Corte dei Conti chiede di “evitare che le entrate di dubbia esigibilità previste ed accertate nel corso dell’esercizio possano finanziare delle spese esigibili nel corso del medesimo esercizio”. In sostanza la magistratura contabile vuole che il comune smetta di mettere a bilancio dei crediti fittizi o comunque di difficile esigibilità a copertura di spese indifferibili. La Giunta, però, prosegue per la sua strada sforando puntualmente il patto di Stabilità interno.


Piazza Plebiscito, Napoli. Foto Agf
Le previsioni di entrata sono false: dovrebbero essere basate sulle esperienze passate anziché su stime ottimistiche, ma difficilmente realizzabili” spiega Riccardo Realfonzo, l’economista che per due volte è stato assessore al Bilancio del comune di Napoli. L’ultima esperienza, con De Magistris, è durata pochi mesi: “Fino alla delibera per la verifica dei residui con i quali – ricorda Realfonzo – nel 2012 fu scoperto che i crediti del comune erano carta straccia e che il buco di bilancio ammontava a 850 milioni di euro”.


Riccardo Realfonzo ex assessore Napoli. Foto Agf
Da allora la situazione è precipitata: nonostante le promesse con cui ha vinto la battaglia elettorale, il sindaco non è riuscito – e forse non ha neppure voluto – affrontare la situazione di petto dichiarando guerra all’occupazione abusiva del suolo pubblico; affrontando il tema centrale della riscossione delle tasse; degli affitti e lavorando all’incremento delle entrate attraverso la vendita del patrimonio immobiliare. “Nel 2011 – prosegue l’ex assessore – la situazione era ancora recuperabile. C’era un piano di cessione di immobili da 80 milioni di euro l’anno che in 10 anni avrebbe rimesso in sesto la città: oggi le dismissioni immobiliari valgono pochi milioni di euro e sono fallite partecipate comunali come Bagnoli Futura per la quali i creditori chiedono 400 milioni di euro al comune”.


Napoli. Foto Agf
Tradotto: uscire dall’impasse è quasi impossibile. Anche perché alla fine dello scorso anno il disavanzo è esploso a 1,9 miliardi di euro compresi 2,3 miliardi di residui attivi che sono ancora peggiorati. Ed alla luce di questi numeri e della totale incertezza sull’effettiva capacità di recuperare i crediti a bilancio che la sezione campana della Corte dei conti giudica non veritiero il bilancio e non credibile il piano di rientro pluriennale.


Luigi De Magistris sindaco di Napoli. Foto Agf
D’altra parte come potrebbe essere credibile un Comune che riscuote meno del 50% della Tari e dei fitti attivi e meno del 20% delle multe? Peggio, da quando è salito in sella De Magistris, la capacità di riscossione del comune è persino peggiorata: la capacità di riscuotere multe da violazione del codice della strada è calata dal 4,45% del 2012 all’1,75%. Un dramma per una voce che vale 542 milioni di crediti. Così come pazzesca è la vicenda del patrimonio immobiliare: “Il comune – ricorda Realfonzo – si è fatto trovare impreparato, mentre scadeva il contratto con Romeo Immobiliare non ha organizzato la successione facendo poi un tardivo affidamento a Napoli Servizi che non aveva alcuna competenza nel settore. L’operazione è stata un flop clamoroso”.

‘Vuole avere figli?’, ‘La sua religione che feste ha?’ Le domande illegali a un colloquio di lavoro. E come difendersi

repubblica.it
Livia Liberatore



Un colloquio di lavoro dovrebbe ruotare attorno alle competenze del candidato. Ma non è raro che chi si occupa del recruitment si concentri su dettagli della vita privata irrilevanti per il ruolo che si andrà a ricoprire. Soprattutto quando la selezione non viene svolta da professionisti delle risorse umane, ci si può trovare davanti a domande offensive. Alcune non sono solo inappropriate ma violano disposizioni di legge come il Codice delle pari opportunità o lo Statuto dei lavoratori. Abbiamo parlato con due esperte di selezione, Ilaria Rossi, dell’agenzia di recruiting internazionale In Job e Libera Arienti dell’agenzia per il lavoro OpenJobMetis per chiarire quali domande sono vietate, quali leggi infrangono e cosa fare nel caso vengano poste.

Ecco un elenco di domande illegali:

È sposato/a? Fidanzato/a?
Una delle domande illecite pronunciate più di frequente, soprattutto quando il candidato è una donna. Oltre che indiscrete, le indagini sullo status “sentimentale” della persona sono discriminatorie, per l’articolo 27 del decreto legislativo 198 del 2006, il Codice delle pari opportunità fra uomo e donna, secondo cui:
“È vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, in forma subordinata, autonoma o in qualsiasi altra forma, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale”.
Il secondo comma dell’articolo spiega che la discriminazione è proibita anche se attuata attraverso il riferimento allo stato matrimoniale, di famiglia o di gravidanza.
Ha figli? Vuole avere figli?
Sempre per l’articolo già citato del Codice delle pari opportunità non si possono fare domande sullo stato di maternità o paternità, neanche su quella adottiva.
Ha qualcuno che la aiuta con i bambini?
“Hai la nonna che li gestisce?”, “Ma quanti anni hanno i tuoi figli?”. Nel caso il selezionatore venga a sapere che il candidato ha una famiglia, osservazioni del genere sono più comuni di quanto non si pensi. Anche qui ci si può appellare all’articolo 27 del Codice delle pari opportunità.
Che lavoro fanno i suoi genitori?
La disposizione del decreto 198 del 2006 si applica anche alle indagini sulla famiglia d’origine.
La sua religione che feste ha?
Oppure “Lei è religioso?”. Qui bisogna fare riferimento all’articolo 8 dello Statuto lavoratori, secondo cui:
“È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore”.
Cosa ne pensa della legge su… ?
Una conversazione del genere mira a indagare le opinioni politiche del candidato e non rispetta lo Statuto dei lavoratori.
È iscritto a un sindacato?
Anche questa domanda viola lo Statuto dei Lavoratori.
Quali problemi c’erano con il suo precedente capo?
Anche questa domanda è a rischio illegalità. L’articolo 10 del decreto legislativo 276 del 2003 “Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30” rinforza il divieto di indagini sulle opinioni e di trattamenti discriminatori.
In base a questo provvedimento, le agenzie per il lavoro e gli altri soggetti pubblici e privati che svolgono compiti di preselezione non possono fare osservazioni neanche su “(…) eventuali controversie con i precedenti datori di lavoro, a meno che non si tratti di caratteristiche che incidono sulle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa o che costituiscono un requisito essenziale e determinante ai fini dello svolgimento dell’attività lavorativa”.
Ha mai sofferto di attacchi di panico, depressione?
Oppure anche: “Deve seguire cure farmacologiche particolari?”. Le domande sullo stato di salute sono vietate dal decreto legislativo 276 del 2003 citato sopra. Anche chiedere a un candidato se ha qualche disabilità è illegale. Fanno eccezione gli appartenenti alle categorie protette che lo dichiarano sul cv: in questo caso, secondo la legge, le indagini sul tipo di disabilità sono permesse per assistere le categorie di lavoratori svantaggiati nella ricerca di un’occupazione.
Di che nazionalità è?
Un datore di lavoro non può basare le sue decisioni su una persona in base alla sua nazionalità. Chiedere a qualcuno le sue origini viola il decreto legislativo 215 del 2003 “Attuazione della direttiva 2000/43/CE per la parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica”. Secondo Libera Arienti, se dal curriculum può trasparire una provenienza straniera, si possono fare domande come: “Ho visto che hai fatto gli studi all’estero. Come ti sei trovato?”

E se mi fanno questo tipo di domande, come mi comporto?

Ilaria Rossi, In Job: “Consiglio di rifiutarsi in modo gentile di rispondere e di congedarsi spiegando che non si ritiene che quella domanda sia funzionale a ricoprire un ruolo. È un diritto anche mentire. Da notare che le norme valgono anche per il candidato, che non può chiedere dei piani personali del datore di lavoro o di avere notizie su un impiegato in azienda”.

Libera Arienti, OpenJobMetis: “Bisogna cercare di non reagire in maniera aggressiva. Si può aggirare l’interrogativo, capirne il vero fine e cercare di dissipare ogni dubbio. Ad esempio se la questione è su come si pensa di gestire i propri figli, si può spiegare che non ci sono problemi di orari e che si è disponibili a turni straordinari”.

giovedì 19 ottobre 2017

Gli avvocati-robot arrivano anche in Italia

lastampa.it
andrea daniele signorelli

Software di intelligenza artificiale in grado di analizzare migliaia di documenti in pochi minuti sollevano i legali dai compiti più ripetitivi: ma non mancano gli aspetti controversi



Dalla guida delle auto, alla medicina, fino agli studi legali, le intelligenze artificiali stanno facendo il loro ingresso in settori sempre più delicati; con la promessa di affrancare l’uomo dai compiti più ripetitivi e di offrire risultati estremamente precisi in tempi rapidissimi. Quale studio legale, per esempio, non desidera un robot-avvocato in grado di analizzare migliaia di documenti in pochi minuti, classificare le clausole e gestire in maniera autonoma le verifiche sui bilanci delle società?

Nonostante si sia ancora agli inizi, i primi software capaci di compiere questo tipo di lavori stanno iniziando a diffondersi: da ROSS, il robot avvocato sviluppato grazie a Watson di IBM, alla canadese Kyra, per arrivare infine a Luminance, una tecnologia sviluppata dai matematici dell’Università di Cambridge premiata come Best Artificial Intelligence Product in Legal durante il convegno londinese CogX. Luminance è stata adottata da studi inglesi come Slaughter and May, statunitensi come Cravath Swaine & Moore, e anche italiani, com’è il caso di Portolano Cavallo:

“È un sistema che usa le tecnologie di machine learning e la statistica avanzata per individuare le ricorrenze o le deviazioni dalla norma, trovando il filo conduttore che lega tra loro un numero esorbitante di documenti”, spiega a La Stampa Yan Pecoraro, socio dello studio Portolano Cavallo. “Tutto questo perché l’algoritmo è in grado di svolgere un’analisi del testo che non si ferma alle parole, ma guarda anche alla sintassi, alla ricorrenza dei termini, al loro ordine e alla loro vicinanza all’interno di una frase. Il nostro compito, in questa fase, è invece di addestrare il software a diventare sempre più bravo a lavorare con la lingua italiana”.

Ovviamente, non bisogna immaginarsi un robot che scartabella tra centinaia di documenti, perché la realtà è molto distante da come ce la si potrebbe immaginare: “È una piattaforma: un sito internet che permette di caricare al suo interno documenti, contratti, atti giudiziari e poi inizia ad analizzarli trovando il filo rosso che li unisce o li differenzia”, prosegue Pecoraro. “Oggi siamo ancora in una fase preliminare; ma è impressionante vedere come le capacità e le performance di Luminance aumentino in maniera esponenziale, settimana dopo settimana”.

Per vedere all’opera un algoritmo capace di scovare dei precedenti legali che possono tornare utili o mettere in relazione tra loro casi diversi, però, si dovrà aspettare ancora un po’: “Da quello che so, Watson di IBM potrebbe offrire delle soluzioni di questo tipo; ma a noi al momento serve più che altro l’analisi dei documenti e l’individuazione dei contenuti, che ci permette di risparmiare tempo e ottenere risultati molto accurati”.

Ma se questi algoritmi sono in grado di lavorare 24 ore su 24, non c’è il rischio che gli studi legali assumano sempre meno praticanti? “In questa fase certamente no, perché la combinazione vincente è data dall’unione di intelligenze artificiali e uomini. In verità, soluzioni di questo tipo possono anche rendere più interessante il lavoro, eliminando gli aspetti più ripetitivi e pedanti e conservando quelli in cui il valore aggiunto dell’avvocato è più elevato”, prosegue l’avvocato Pecoraro. “Non credo proprio che gli avvocati si estingueranno; di sicuro, però, lavorare con queste piattaforme diventerà la norma e quindi cambierà la formazione anche a livello accademico. In Italia, il nostro studio è un pioniere per quanto riguarda l’innovazione, ma si tratta di un processo inarrestabile”.

Resta da capire, quindi, quale sia il punto di arrivo di queste tecnologie. Difficilmente vedremo un robot che fa arringhe in tribunale; mentre potrebbe essere molto meno fantascientifico immaginare che i software abbiano sempre più voce in capitolo anche a livello strategico: “Con l’aumento della capacità di calcolo e delle performance ci si può immaginare ovviamente che il ruolo giocato da queste macchine diventi sempre più importante”, conferma Pecoraro. “Le decisioni, però, saranno sempre prese dai professionisti, mentre i software avranno solo un ruolo di supporto. Anche perché il nostro è un lavoro molto delicato, ed è fondamentale che il responsabile finale sia un uomo”.

Da chi si finge morto a chi apre un ristorante. Ecco chi sono i 34 assassini ancora in libertà

ilgiornale.it
Stefano Zurlo

Di molti si sa dove sono ma non si riesce a portarli a casa. Con quelche eccezione

É la lista ufficiale dei fuggitivi. Quella che circola negli uffici dell'Interpol. Trentaquattro nomi di ricercati che col tempo sono diventati imprendibili: quasi tutti terroristi rossi legati alla Spoon River degli anni Settanta e Ottanta.

Qualcuno probabilmente è morto, di altri si sono perse le tracce, ma molti sono, teoricamente, a portata di mano. Si sa dove abitano ma non si riesce a riportarli in Italia anche se sono passati decenni da quei delitti e da quelle pagine di sangue. É il caso appunto di Cesare Battisti, inseguito, come ha raccontato al Giornale il sottosegretario Cosimo Ferri, dal lontano 2003: prima in Francia, dove aveva provato a stanarlo l'allora Guardasigilli Roberto Castelli, e ora in Brasile. In Francia risiede anche Giorgio Pietrostefani, dirigente di Lotta continua, ritenuto con Adriano Sofri il mandante dell'assassinio del commissario Luigi Calabresi, avvenuto a Milano il 17 maggio 1972, il prologo degli anni di piombo.

Gli ex brigatisti e i reduci delle altre formazioni della galassia terroristica hanno trovato rifugio e protezione un po' ovunque, aiutati qualche volta dal passaporto di un altro Paese o da un matrimonio all'altro capo del mondo. Cosi alcuni nomi, pesi massimi della storia dell'eversione, sono diventati bersagli virtuali. Si sa benissimo che, a parte improbabili colpi di scena, non verranno più acciuffati anche se sulle spalle hanno una condanna che non va mai in prescrizione: l'ergastolo. É la situazione in cui si trovano Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri, due membri del commando che il 16 marzo 1978 in via Fani a Roma rapi Aldo Moro e sterminò la sua scorta. Lojacono è diventato cittadino svizzero per via della madre ed è inavvicinabile; stesso discorso per Casimirri che si è sposato in Nicaragua, ha ottenuto la cittadinanza, oggi ha un ristorante a Managua.

In Sudamerica, più precisamente in Perù, erano arrivati ormai molti anni fa Oscar Tagliaferri e Maurizio Baldasseroni, protagonisti di uno degli episodi più feroci e, se possibile, insensati, di quell'interminabile mattanza: la strage di via Adige a Milano, il 1 dicembre 1978. Tre morti, ammazzati a fucilate. Un massacro compiuto non in nome dell'ideologia, ma dettato da futili motivi, tanto che i due furono buttati fuori da Prima linea cui avevano chiesto invano una copertura e la rivendicazione del gesto, ma aiutati ad espatriare. Ora,a distanza di tanto tempo, Baldasseroni è stato dichiarato morto, Tagliaferri è invece sempre presente negli archivi dell'Interpol e dell'intelligence.

É invece considerato un irriducibile Claudio Lavazza, il cui percorso coincide per un tratto con quello di Cesare Battisti. I due vengono condannati al carcere a vita per i quattro omicidi compiuti dai Pac, i Proletari armati per il comunismo, una meteora nella storia dell'eversione. Poi però prendono strade diverse: Battisti comincia la partita al gatto e al topo con la giustizia italiana, Lavazza entra nell'orbita dell'anarchia e viene arrestato in Spagna nel 1996 dopo una rapina ad una banca. Ventuno anni dopo è ancora in prigione e dalla sua cella lancia proclami contro il Fies, l'equivalente spagnolo del 41 bis. Ma il destino di Lavazza è segnato: conclusa la detenzione in Spagna, lo attendono le carceri italiane e quelle francesi con condanne severissime e un fine pena lontanissimo sul calendario. Gli anni di piombo non passano mai.

DoubleLocker, il ransomware per Android che ruba i dati bancari

repubblica.it
di SIMONE COSIMI

Il malware scoperto dai ricercatori di Eset: il virus cambia il Pin del dispositivo chiedendo un riscatto. E potrebbe evolversi in trojan bancario

DoubleLocker, il ransomware per Android che ruba i dati bancari


I RICERCATORI DI Eset, la più grande casa di software per la sicurezza digitale dell'Unione Europea, hanno scoperto un nuovo malware per Android che mescola un meccanismo di infezione con due potenti strumenti per estorcere denaro alle vittime. Si chiama DoubleLocker e si diffonde principalmente come falso aggiornamento di Adobe Flash Player tramite siti compromessi. Sfrutta i servizi di accessibilità di Android, secondo uno schema tipico di questo genere di attacchi.

Cosa può fare DoubleLocker? In pratica è in grado di cambiare il Pin del dispositivo (impostandone uno a caso che non viene registrato sul dispositivo o inviato da qualche parte, così da impedire all'utente o a un esperto di sicurezza di recuperarlo) per tagliare fuori il legittimo proprietario. Poi codifica i dati, rendendoli irrecuperabili. Una combinazione che, secondo Eset, non era mai stata registrata prima nell'ecosistema del robottino verde. Una volta avviata, l'applicazione malevola richiede l'attivazione del fantomatico "Servizio di Google Play". Poi acquisisce le autorizzazioni di accesso e le sfrutta per attivare i diritti di amministratore del dispositivo. Infine, senza ovviamente nessun intervento dell'utente, si imposta come applicazione Home predefinita.

Cliccando il tasto Home, insomma, lo si manda ripetutamente in esecuzione. Dunque un ransomware, un malware che chiede un riscatto (per la precisione di 0.0130 Bitcoin, circa 54 dollari entro 24 ore) per recuperare, in realtà senza alcuna sicurezza, l'accesso ai propri contenuti, ma anche lo sviluppo di un trojan bancario (Android.BankBot.211.origin) in cui i ricercatori di Eset erano già incappati. Secondo gli esperti la funzionalità che consentirebbe a questo malware di sottrarre le credenziali bancarie dai sistemi delle vittime potrebbe essere aggiunta molto facilmente. Se così si evolvesse, DoubleLocker diventerebbe una sorta di "ransom-banker", già identificato in una versione di test in the wild lo scorso maggio.

"Considerando la sua natura di malware bancario, il DoubleLocker potrebbe facilmente trasformarsi in quello che poossiamo definire un ransom-banker - ha spiegato Lukáš Štefanko, il ricercatore malware di Eset che ha scoperto il DoubleLocker - un malware a due fasi che prima tenta di svuotare il tuo conto bancario o quello di PayPal e successivamente blocca il tuo dispositivo e i tuoi dati per richiedere un riscatto".

I russi hanno usato anche Pokémon Go per fomentare tensioni razziali

lastampa.it
andrea nepori

Negli Usa si spacciavano per un’associazione in difesa delle vittime della brutalità della polizia, ma avevano un solo scopo: creare tensioni sociali tra gli afroamericani e la popolazione bianca e conservatrice



Anche Pokémon GO si aggiunge all’arsenale degli strumenti digitali adoperati dai troll e dagli hacker russi per destabilizzare la società statunitense prima e dopo la campagna elettorale per le presidenziali del 2016. Un’indagine della CNN ha rivelato che Don’t Shoot Us, una presunta associazione a supporto degli afroamericani vittime della brutalità della polizia, era in realtà controllata dalla Internet Research Agency, un ente di propaganda via Web collegato al Cremlino.

I troll di Don’t Shoot Us, che sostenevano di aderire al movimento Black Lives Matter, avevano ideato una specie di concorso, con in palio dei buoni acquisto Amazon. Ai giocatori di Pokémon GO veniva chiesto di recarsi in luoghi dove fossero avvenuti casi di pestaggio o di omicidio di cittadini afroamericani e di dare ai propri personaggi i nomi delle vittime. Chi avesse poi condiviso un’immagine della schermata sui social media avrebbe avuto diritto a uno dei premi. Secondo la CNN, Don’t Shoot Us non è riuscita nell’intento e nessun buono sconto è mai stato distribuito.

A inizio settembre Facebook ha rivelato che la Internet Research Agency, tra il 2015 e il 2017, ha acquistato decine di migliaia di dollari in pubblicità sulla piattaforma, tutte con contenuti di carattere politico o social. L’iniziativa di Don’t Shoot US, nonostante il coinvolgimento di Pokémon GO, aveva comunque come obiettivo la diffusione di contenuti controversi sui social network, Facebook in primis. La pagina della finta associazione aveva raggiunto i 254.000 like alla fine di settembre, ma è stata già rimossa, così come gli account Instagram e Youtube collegati ai troll, assieme a circa 470 altri account che afferivano invece alla Internet Research Agency. Un blog tumblr nato per promuovere l’iniziativa non si occupa più delle violenze della polizia e ha invece iniziato a postare campagne di propaganda filopalestinesi.

"Papà era riverso a terra e Battisti lo crivellò di colpi"

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo

Il racconto di Adriano Sabbadin, figlio del macellaio Lino ucciso il 16 febbraio 1979 nel suo negozio da Battisti e il suo commando: "Crivellarono mio padre senza alcuna pietà"



Volete conoscere Cesare Battisti? Volete sapere chi era il "proletario armato per il comunismo" che oggi se ne sta comodamente seduto in una spiaggia brasiliana mentre i parenti delle sue vittime lottano con il dolore di non avere più un padre, un marito, un amico? Era un assassino (lo dicono le condanne): un killer spietato ora trasformatosi in giallista di successo senza scontare neppure un minuto di pena per i delitti commessi durante gli anni di piombo. Per toccare con mano la feroca di chi oggi dice che tornare in Italia sarebbe "una condanna a morte" bisogna ascoltare i racconti dei parenti di una delle quattro vittime degli omicidi per cui Battsti è stato condannato all'ergastolo. "Non devo chiedere scusa alle vittime", ha detto il terrorista dei Pac continuando a dire che "non c'è motivo che chieda scusa per qualosa che hanno commesso altri".

Il figlio di Lino Sabbadin raccontò l'omicidio di suo padre in un libro realizzato da Giovanni Fasanella e Antonella Grippo. Una fiume di parole sconcertanti, che ricostruiscono nella memoria di un ragazzo come Battisti abbia crivellato di colpi il macellaio di Santa Maria di Sala (Venezia) mentre questi era già agonizzante a terra. Era l 16 febbraio del 1979. "La mia era una famiglia tranquilla - racconta Adriano Sabbadin, come riportato dal Tempo - Lavoratori seri, persone oneste. Vendevamo carni". Due mesi esatti prima della morte di Lino Sabbadin (il 16 dicembre) la sua macelleria subì una rapina. O forse dovremmo chiamarlo un "esproprio proletario", locuzione con cui per anni si sono coperti col velo della politica comunista crimini di tutti i tipi.

"Era un sabato sera - ricorda Adriano - la giornata di lavoro era finita e stavamo per chiudere. Quella era un' incombenza che spettava a me e andai nel retro per prendere il grosso catenaccio di ferro con cui bloccavamo la saracinesca. Improvvisamente sentii sparare all' impazzata, mentre qualcuno urlava: 'Questa è una rapina! State fermi, non vi muovete! E' una rapina!". D' istinto mi buttai a terra, impaurito. Poi riconobbi la voce di mio padre, che invitava alla calma: "Per favore, state calmi!", continuava a ripetere ai rapinatori. Ma lo diceva anche a se stesso e soprattutto a mia sorella, che era alla cassa: la vedeva terrorizzata e voleva tranquillizzarla. Adriana prese i soldi dal cassetto per darli ai rapinatori, erano due giovani incappucciati.

Ma uno di loro le sparò, senza colpirla; forse credeva che volesse nascondere una parte dell' incasso della giornata e voleva intimidirla. Mio padre nel frattempo, preoccupato che potesse accadere qualcosa di brutto a mia sorella, approfittò di quegli attimi di concitazione e riuscì a venire nel retro, dove prese un' arma, che teneva nascosta lì. L' altro rapinatore gli corse dietro e lo colpì in testa con il calcio della pistola. Papà non svenne e reagì. Lottarono. Partì un colpo. Fu mio padre a rialzarsi mentre il ragazzo rimase a terra, riverso in una pozza di sangue. L' altro rapinatore fu subito immobilizzato dai clienti e rischiò il linciaggio della folla, che quando è stanca di soprusi diventa branco pronto a farsi giustizia da sé. L' ambulanza arrivò quasi subito. Tentarono di rianimare il ragazzo in terra, poi lo portarono in ospedale. Ma non ce la fece, morì nel giro di qualche ora".

La morte di quel giovane rapinatore armò la mano dei Pac. I quali decisero di punire il macellaio per aver bloccato quel tentativo di esproprio proletario. Ci furono minacce, bombe piazzate la vigilia di Natale, lettere minatorie e un lungo calvario che portò fino alla fatidica data del 16 febbraio 1979. Quel giorno "nel pomeriggio, chiesi a mio padre di venire giù in negozio perché dei clienti avevano bisogno di alcuni tagli più grossi, e io non ero in grado di darglieli. Erano circa le 16.30. Mio padre, aiutato da mia madre, stava servendo dei clienti, una coppia con una bambina piccola. Io ero al telefono, stavo chiamando una ditta fornitrice perché mi ero accorto che avevamo bisogno di alcuni tagli di carne e volevo che ce li portasse. Proprio in quell'istante notai di nuovo un' auto che passava lentamente davanti al negozio.

Era la stessa che avevo visto il giorno precedente. In un attimo sentii dei colpi di pistola rimbombarmi nelle orecchie. Lasciai cadere il telefono e andai di corsa in magazzino, mi sedetti a terra per riprendere fiato e cercare di pensare a cosa fare. Poi scappai di sopra, da mia zia. Lei, dalla terrazza, aveva visto arrivare degli uomini armati e poi aveva sentito i colpi, ma non aveva potuto far nulla perché uno, dalla strada, la teneva sotto tiro con un mitra. Sono momenti infiniti, dilatati dall' angoscia, senti il cuore che ti batte in gola fino a scoppiare. Quando finalmente vedemmo quegli uomini allontanarsi di corsa in macchina, io e mia zia, con la paura negli occhi, scendemmo subito. Uno dei vicini tentò di bloccarmi: "Non andare, papà è morto!".

La moglie del macellaio aveva il grembiule sporco di sangue. Ma non quello degli animali che per tirare a campare la famiglia vendeva in macelleria. Era l "rosso vivo del sangue di mio padre", come ricorda Adriano Sabbadin. "E lui, mio padre, era in una pozza di sangue. Lo toccai, era bianco, cianotico. (...) Lo portarono via subito. I carabinieri ci fecero andare in caserma per interrogarci, me e mia madre. Ma io non capivo nemmeno quello che mi stavano dicendo (...) L' omicidio fu rivendicato il giorno dopo dai Pac. (...) I carabinieri ci spiegarono che si trattava di una banda che faceva rapine per autofinanziarsi. Nel nostro caso, però, avevano voluto punire mio padre che, due mesi prima, du rante il tentativo di rapina in macelleria, aveva ucciso quel ragazzo. Secondo i Pac, ci spiegarono i carabinieri, mio padre non avrebbe dovuto reagire a un' azione di «esproprio proletario (...)".

I membri del commando che uccise il macellaio veneziano erano in tre. Uno di loro era una donna, Paola Filippi. A premere il grilleto per primo fu Diego Giacomini, terrorista veneziano. Ma a pianificare la ferocia dell'attentato e i suoi particolari ci pensò Cesare Battesti. Il quale non ebbe alcuna pietà per quell'onesto lavoratore che aveva osato ribellarsi ad una rapina. "Giacomini fu il primo a sparare a mio padre - racconta ancora Adiano - Battisti lo colpì di nuovo quando era già a terra; fecero allontanare i clienti e poi spararono ancora. Crivellarono mio padre senza alcuna pietà".

L'ultima truffa al telefono: ora il call center ti ruba anche l'Iban

ilgiornale.it
Rachele Nenzi

Un operatore straniero si spaccia per dipendente di Enel Energia (che smentisce). Il nome è falso ma conosce i codici iban di chi chiama al telefono



Non sono solo telefonate molteste. Forse c'è qualcosa di più. A raccontarlo è Ilaria Bonuccelli, cronista del Tirreno che nei giorni scorsi è stata contatta da un numero telefonico di un call center che diceva di essere alle dipendenze di Enel Energa. Conosceva il numero di Iban (corretto) della giornalista e non aveva nessuna paura di essere intercettato, o ricercato, dai carabinieri.

"Signora Ilaria, abbiamo i suoi dati perché noi siamo Enel Energia. Ce li ha dati lei quando ha chiesto la domiciliazione delle bolletta", dice l'operatore telefonico. Il motivo della chiamata sarebbe l'offerta di una nuova tariffa fissa sul contatore della luce. Il risparmio non è indifferente: 15 euro in meno ogn due mesi.

A quanto risulta al Tirreno, però, Enel Energia avrebbe dismesso il telemarketing dal giugno di quest'anno. Quello che sta bombardando di telefonate decine di italiani (il numero è: 019/9246744), dunque, o è un truffatore o un millantatore. Resta il fatto che conosce per filo e per segno gli Iban di chi chiama al cellulare.

Non solo l'operatore telefonico conosce i segreti bancari degli italiani. Ma non teme neppure di finire di fronte alle autorità giudiziarie del Belpaese. "Chiama i carabinieri? Ora sì che ho paura.

I carabinieri e la polizia sono tutti al bar a bere - dice sprezzante del pericolo - E comunque non hanno certo il tempo di stare dietro alle sue bollette di luce e gas”. Secondo quanto ricostruito dal Tirreno, il finto operatore sarebbe straniero (si capisce dall'italiano claudicante), si farebbe chiamare Lupetti Eugenio e chiama dall'estero. Meglio fare attenzione.

Tesori abbandonati: la straordinaria storia dell’ex Cimitero degli Inglesi a Napoli

lastampa.it
antonio emanuele piedimonte

Prima quartiere a luci rosse, poi sepolcreto acattolico, quindi parco pubblico in degrado. Ecco i mille volti di un angolo poco noto della città, in centro eppure dimenticato


L’angelo sfregiato della tomba della famiglia Freitag

Un tempo tra quelle eleganti tombe marmoree nel cuore di Napoli passeggiava una donna che abitava poco lontano e di questioni legate all’aldilà aveva una certa esperienza. Si chiamava Eusapia Palladino ed era stata la medium più famosa d’Europa, ma ormai aveva smesso di far ballare i tavoli durante le sedute spiritiche e di incuriosire e sconvolgere la comunità scientifica del tempo. L’anziana “Signora dei morti” si aggirava con passo malfermo tra i vialetti di quello che tutti indicavano come il Cimitero degli Inglesi, il sepolcreto acattolico di piazza Santa Maria della Fede.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento conteneva ancora un gran numero di monumenti e lapidi, si estendeva in uno spazio molto più vasto di quello oggi visibile e, secondo le cronache del tempo, nelle ore notturne creava pure qualche turbamento nei rari passanti e nei pochi abitanti del circondario. Oggi, guardando quello che è rimasto del cimitero, i grandi palazzi che lo assediano e tutto quello che è successo, appare difficile anche solo immaginare l’atmosfera di quelle passeggiate della povera Eusapia che, ormai abbandonata da tutti, trascorreva gli ultimi anni in povertà, malconcia e con la sola compagnia degli quegli spiriti evocati per tutta la vita per il suo pubblico.

A quasi secolo di distanza, infatti, molta della bellezza del grande sepolcreto è andata perduta, sono sopravvissuti solo nove monumenti sepolcrali ottocenteschi, tutti più o meno vandalizzati, come del resto un po’ tutta l’area che Sir Henry Lushington nel 1826 aveva acquistato per accogliervi le spoglie degli stranieri e dei residenti a Napoli di fede protestante.


Vandalismi su una delle tombe ottocentesche del giardino comunale

TRA PROSTITUTE E LUPANARI
L’unico spazio che era stato concesso al nobiluomo britannico era a ridosso della chiesa e del convento di Santa Maria della Fede (XVII secolo), lì dove già dal 1752 la regina Maria Amalia di Sassonia aveva fatto nascere un ospizio «per donne vaganti» in seguito trasformato in ricovero per prostitute e donne affette dalla sifilide o da altre malattie a trasmissione sessuale. Una scelta non casuale: sin dal XVI secolo il Borgo Sant’Antonio Abate, tra piazza Carlo III e la zona oggi a ridosso della Ferrovia, era il luogo della città deputato ai commerci carnali (lo scrittore seicentesco carlo Celano, nella sua guida alla città di Napoli, lo definì “un laido lupanare”), e per un lungo periodo fu persino recintato con un muro. Qui venne a prostituirsi e trovò la morte Bernardina Pisa, moglie del leggendario Masaniello. Non fu dunque un gesto elegante concedere proprio quell’area ai non cattolici per seppellire i propri defunti, ma la morte, come è noto, livella anche le spiacevolezze, e gli stranieri accettarono di buon grado anche quell’infelice sistemazione.


La tomba della grande scienziata britannica Mary Somerville

ULTIMA DIMORA DI SCIENZIATI E INTELLETTUALI
Dal 1828 gli oltre diecimila metri quadrati del giardino funerario accoglieranno le spoglie di numerosi uomini illustri, tra cui il botanico tedesco Friedrich Dehnhart, che fu anche direttore del “Real Orto Botanico” di Napoli; l’archeologo e intellettuale William Gell (autore della prima guida in inglese su Pompei); il grande pittore di origine olandese Anton Pitloo (maestro di Giacinto Gigante e docente all’Accademia di Belle Arti); il console Oscar Meuricoffre (suo il bellissimo sarcofago realizzato dallo scultore Francesco Jerace) che divenne il banchiere più ricco di Napoli battendo la concorrenza di Rotschild.

E ancora: l’industriale svizzero Davide Vonwiller, i cui funerali furono seguiti da migliaia di persone; la famiglia Bateman-Dashwood (ricordata da uno spettacolare obelisco egiziano); la famiglia Freitag (il cui monumento rinascimentale, caratterizzato da un grande angelo, appare orribilmente sfregiato); la famiglia di Guglielmina Solombrino Arnold (un altro notevole sepolcro anch’esso devastato dai vandali). L’unico accesso al giardino pubblico noto come ex Cimitero degli Inglesi è su vico Biagio Miraglia (una traversa del Corso Garibaldi) perché quello principale è chiuso da oltre dieci anni. Lo spazio è aperto tutti i giorni, ma talvolta la carenza di personale limita la fruizione alle ore mattutine

In Romania c'è un cimitero allegro che ricorda i morti con opere d'arte e tanta ironia

lastampa.it
noemi penna



Un cimitero «allegro» da visitare come un museo. A Sapanta, in Romania, a 4 chilometri dal confine con l’Ucraina, si trova il coloratissimo Cimitirul Vesel, un campo santo decisamente unico: le tombe sono dipinte con scene di vita (anche ironiche) della persona che vi è sepolta, le croci in legno sono tutte intagliate e di colori sgargianti mentre sulle lapidi non ci sono parole di cordoglio bensì battute e poesie umoristiche che descrivono il defunto.



I romeni considerano la morte un momento molto solenne. Ma questo cimitero è associato alla cultura degli antichi Daci, la cui filosofia si basa sull'immortalità: loro considerano la morte un momento di gioia, che porta il defunto ad una vita migliore della precedente. Da qui le insolite lapidi e decorazioni.



Nel Cimitirul Vesel oggi sono presenti 800 tombe decorate e viene visitato quotidianamente proprio come una galleria d'arte. La prima opera risale al 1934 ed è stata realizzata dell'artigiano, poeta e pittore Stan Ioan Pătraș, che decise di realizzare lui stesso la sua futura lapide. Ma la tomba più celebre è sicuramente quella di Dumitru Holdis, le cui miniature sono diventate persino dei souvenir da portarsi a casa.



Gli epitaffi del cimitero sono tutti raccolti nel libro «Le iscrizioni parlanti del cimitero di Sapânta» scritto dal professor Bruno Mazzoni. Qualche esempio? «Lui amava i cavalli. Un’altra cosa amava molto. Sedersi al tavolo di un bar. Accanto alla moglie di un altro», oppure «Coloro che amano la buona grappa come me patiranno perché io la grappa ho amato e con lei in mano sono morto». Insomma, un modo per superare con ironia la paura della morte ed essere ricordati per sempre con il sorriso.

La tomba di Babbo Natale potrebbe trovarsi davvero sotto una chiesa bizantina in Turchia

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noemi penna



L'antica tomba di Babbo Natale può nascondersi sotto una chiesa turca? Da anni gli archeologi stanno conducendo indagini per identificare il luogo di sepoltura di San Nicola, vescovo di Myra e patrono di Bari, uno dei santi più popolari, diventato nei secoli l'icona del vecchio con la barba bianca che porta i doni ai bambini. E ora, grazie alle tecnologie digitali di ultima generazione, pare che siano più vicini alla soluzione di un mistero vecchio 1.600 anni. Sotto alla chiesa di San Nicola di Demre, nella provincia di Antalya, in Turchia, storicamente ritenuta la tomba del vescovo ortodosso dell'antica città di Myra, gli scanner hanno rivelato la presenza di una cripta sotterranea sconosciuta, presunto luogo di tumulazione del santo.



Dopo la sua morte all'età di 73 anni, nell'anno 343, si tramanda che Nicola venne interrato proprio in quella chiesetta, diventata poi un popolare luogo di pellegrinaggio. Durante il Medioevo, però, a causa delle guerre che stavano devastando il territorio, tradizione vuole che i suoi resti siano stati spostati a Bari.

Ma che fine ha fatto la sua tomba originaria? Ed è possibile che delle reliquie del santo siano rimaste in Turchia? A rispondere a queste domande potranno essere solo i prossimi scavi. Per riportare alla luce il santuario sotterraneo bisognerà infatti «sventrare» l'antico luogo di culto ortodosso di architettura bizantina. Una chiesa con i pavimenti a mosaico e i soffitti affrescati, così preziosa da essere in lista per entrate nei Patrimoni dell'umanità dell'Unesco.

Un lavoro non facile, costoso e neanche a colpo sicuro. La scoperta di un luogo così misterioso e inaccessibile fa però sperare gli archeologi il ritrovamento di una tomba intatta, che potrebbe ribaltare la storia. «Lì sotto potremmo trovare il corpo intatto di San Nicola», ha detto il direttore dei lavori, Cemil Karabayram, «così come i resti di un sacerdote locale».



Ma la strana collocazione a due metri sotto il pavimento, senza alcuna porta o via d'accesso, fa pensare che l'attuale chiesa, eretta nel 520 sopra le fondamenta di un'altra più antica, «sia stata creata proprio per sigillare e proteggere la cripta del santo».

L'ostacolo più grande ora sarà la  rimozione dei millenari mosaici che formano il pavimento della chiesa. Ogni quadratino dovrà essere accuratamente staccato e posizionato in uno stampo che ne permetterà la ricostruzione. Ma gli esperti hanno deciso di prendersi tre mesi di tempo per studiare meglio i dati digitali e trovare soluzioni alternative per non danneggiare la chiesa. «Abbiamo ottenuto ottimi risultati, ma il vero lavoro inizia ora», conclude Karabayram.

Il parroco che lancia il rosario contro l'invasione degli islamisti

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Giuseppe De Lorenzo

Don Ottorino Baronio, parroco di Vicomoscano, frazione di Casalmaggiore (Cremona), venerdì ha indetto un rosario contro l'islamismo. Polemiche politiche



Un lungo rosario contro l'islamismo. Dopo l'esperienza della conferenza episcopale polacca e la marcia a suon di "Ave Maria" lungo i confini di quello che è stato l'ultimo baluardo contro l'invasione islamica dell'Europa, ora anche in Italia c'è chi rispolvera la preghiera per combattere l'avanzata di Allah. Siamo a Vicomoscano, frazione di Casalmaggiore (Cremona), dove don Ottorino Baronio - in barba agli appelli ecumenici - due giorni fa ha organizzato un "rosario contro l'islamismo".

Vulcanico parroco di provincia, don Ottorino Baronio non nasconde la sua ammirazione per il Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi e le lotte contro aborto, gender e via dicendo. Il vescovo di Cremona, Antonio Napolioni, nonostante le polemiche ha deciso di non commentare la scelta del suo prete. E ci mancherebbe. In fondo si è trattata solo di una "maratona" di preghiere dalle 17.30 alle 19.30. Recitare tutti i misteri del rosario non ha mai fatto male a nessuno, anche se indetto contro l'islamismo.

L'obiettivo di don Ottorino era quello di "chiedere a Maria la forza per difendere il Cristianesimo da ogni attacco relativista e materialista e dall' islamismo". E il parroco ha tenuto a precisare che non si è trattata di una crociata contro chi prega Allah, ma contro chi fa un "uso politico della religione, che rischia di imporsi anche qui". La comunità islamica non ha apprezzato ("c'è molta confusione sui termini"), ma alla fine ha lasciato via libera al don ("faccia pure"). La polemica è stata più politica che religiosa, con il Pd a denunciare una sorta di adesione al "vangelo secondo Salvini" e la Lega Nord pronta a portare i vessilli del Carroccio tra i banchi della Chiesa.

"L'ho fatto per dare a tutti un annuncio di gioia nella propria fede - ha detto il parroco ai giornali - Non è una battaglia e non vuole fare proselitismo. Solo proclamare la propria appartenenza ed i valori nei quali credono i cristiani. E lo faremo a chiusura dell'anno dedicato alla madonna di Fatima".
Alla fine venerdì tutto si è svolto in completa tranquillità. Nessun dibattito, nessuna protesta. Solo la presenza di una camionetta dei carabinieri a tenere alta l'attenzione delle autorità. Dentro la chiesa fedeli si sono alternati, hanno passato le loro dita sulla coroncina del rosario e di "Ave Maria" in "Ave Maria" hanno chiesto l'intercessione della Madonna contro il "nichilismo islamista" e il "rinnegamento della fede cristiana".

CalAfrica islamica

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Eccome, se ci stanno riuscendo! In questa mia terra, dove neanche i saraceni più feroci e con le scimitarre fra i denti sono riusciti a lasciare uno solo dei loro spermatozoi vivo a svirgolare per le viscere di una vergine calabrese, se non dopo averla straziata, martoriata, resa orfana e senza fratelli a difenderla; in questa terra, apparentemente aspra come l’anima del limone, ma, in fondo, docile come l’occhio dell’agnello delle nostre montagne; in questa mia terra, in cui si intrecciano ancora gli spiriti dei Padri con quelli degli accolti in pace, come gli Ebrei di Askenaz, i Greci di Pitagora, i Bizantini di San Nilo, gli Arbereshe di Skanderbeg, i Valdesi (Occitani) di Gian Luigi Pascale (massacrati, poi, dall’inquisizione vaticana); in questa mia terra di Calabria, paradiso dalle mille contraddizioni, oggi si prega, senza colpo ferire, il profeta dei beduini più di Dio Uno e Trino. Più di Gesù Cristo.

1immigrati

E, noi, costretti a non reagire, per non essere tacciati di razzismo e xenofobia, nicchiamo…

Invasi e colonizzati da mille e mille clandestini, seguaci di un libro che ci vuole morti; derisi e dileggiati da schiere di infedeli ingrassati dalle moine di stupidi senzadio italioti  paladini dell’accoglienza “alla volemose bene” e coccolati come fossero dei liberatori (dalla presunta noia della normalità?), addirittura osannati e celebrati manco fossero dei benefattori dell’umanità. Loro ne approfittano e cancellano secoli di nostre lotte e battaglie. Da quelle per l’emancipazione dai padroni nel mondo del lavoro a quelle per la parità di diritti fra uomo e donna. Fino alla rivendicazione dell’uso della lingua corrente addirittura sugli altari.

Democratici e civili ancora per poco (Dio non voglia), saremo costretti, se la spuntano loro, a far ricoprire le nostre donne come fossero mobili di una casa abbandonata; vedremo crollare le nostre chiese sotto i colpi dei picconi a mezzaluna; ci nasconderemo per implorare Gesù di mandarci la morte migliore e meno insanguinata. Perderemo il lavoro, magari. E la dignità.

Loro, pregustando una sperata (?) vittoria, già si mettono a pecora cinque volte al giorno ovunque si trovino, qui in casa nostra, per pregare il loro profeta fasullo, imponendoci una coabitazione che – confessiamolo! – non ci piace. Distruggono, rendendole del tutto inutilizzabili, le case che pur affittiamo loro a quattro soldi, in un ennesimo tentativo di considerarli uguali a noi. Pisciano sui nostri muri e se ne strafottono dei divieti dei loro libri: ubriachi come scimpanzé ubriachi, tirano di coltello e colli di bottiglie rotte. Si squartano e ci squartano per un nonnulla. Per indole! Per odio razziale nei nostri confronti.

Fregandosene di quell’impossibile integrazione a cui non credono loro, non crediamo noi e non credono neanche tutti quei falsoni che si gonfiano il culo di soldi, parlando nei convegni comunali, regionali, nazionali e mondiali. Questi alieni, indietro di un’era, mortificano la nostra Storia millenaria. La nostra Identità. La nostra Cultura. La nostra intelligenza. Nel silenzio sordo delle istituzioni, che approvano ipocriti ma milionari progetti di accoglienza “solidale” in cambio di chissà quali aberrazioni politicomassomafiose. Con la complicità non disinteressata di eretiche tonache bianche, diabolicamente lontane dalla mani giunte dei santi fedeli e dai Raggi di Luce del Vero Dio, e più vicine ai caveaux di banche truffaldine e alle poltrone di poteri inconfessabili…

Quanto “mi fa strano” vedere i paesini di questa regione infarciti di stranieri irregolari fancazzisti, giocatori seriali di videopoker e similari, correi di caporali mafiosi colorati di nero e di bianco, magnaccia di puttane nigeriane impestate di sifilide e scolo (magari aids, perché no?), scippatori di vecchiette pensionate e stupratori di ogni genere, per voglia o necessità. A farsi un giro in auto, in questa Piana di Gioia Tauro, sembra di essere in Senegal, o in Mali. O nella Libia di oggi. Quella in cui il pur variopinto Gheddafi è sottoterra, e, con Lui, il buonsenso e la sicurezza dell’Occidente.

Lavorano, i negri dei neri della Piana, illegalmente per venticinque/trenta euro a giornata e levando il lavoro a chi – italiano – vorrebbe lavorare secondo legge, nelle campagne colorate da milioni di piccoli soli: quelle arance, quei mandarini che non hanno più mercato per volontà di un’Europa sanguisuga. Le raccolgono e le sistemano nelle cassette che, per tre centesimi al chilo, le porteranno verso le industrie di succhi o verso le bancarelle dei mercati rionali di tutta Italia.

Si offrono anche come manovalanza spicciola per la peggiore mafietta senza regole né capi, i negri dei neri della Piana. Oppure come gigolò (anche qui, fottendosene dei dettami di quel loro libro). O come guardiani di battone, sulla statale fra Rosarno e Vibo Valentia… Insomma – come dicono i soloni della tivù – “fanno quello che gli Italiani non vogliono fare!

E MENO MALE!!!
Anche se… Beh, se continua come sta andando, da queste parti, non so quanto resisteremo a lasciarli a loro, questi lavori così redditizi!
Si fa per dire…
Fra me e me

Blitz del governo: anche il caffè si pagherà col bancomat

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L'annuncio del vice ministro dell'Economia Luigi Casero: multa ai commercianti che non accettano i pagamenti con il bancomat



Quante vole vi è capitato di andare alla cassa del bar e non avere i soldi per pagare un caffè? Forse per la testa vi sarà passata l'idea di pagare con il bancomat quell'euro di tazzina, poi però manca il coraggio di chiedere al commerciante di poter strisciare la carta per un importo così basso.Ebbene, presto le cose cambieranno. È in arrivo infatti una multa per chi non accetta i pagamenti con il bancomat o la carta di credito. Ben 30euro di multa ogni volta che ci si rifiuta di accettare un pagamento elettronico. Anche se si tratta del caffè.

La "rivoluzione" scatterà con la manovra economica e diventerà operativa nel 2018. Il blitz porta la firma del vice ministro dell'Economia Luigi Casero che ha inserito la norma nella legge di bilancio e che al Messaggero spiega: "Si tratta di una sanzione quasi simbolica ma che indica un cambio di marcia importante. Tabaccai e benzinai sono sostanzialmente favorevoli ma chiedono una riduzione delle commissioni bancarie".

Già l'anno scorso con la legge di stabilità il governo aveva costretto gli esercenti a dotarsi di Pos. Ora l'esecutivo decide di compiere un ulteriore passo. "Tabaccai e benzinai - spiega sempre Casero - sono sostanzialmente favorevoli, ma chiedono una riduzione delle commissioni bancarie, altrimenti sarebbe anti economico dotarsi di Pos". Per abbattere i costi bisognerà che i commercianti trovino degli accordi convenienti con le banche. E la cosa non è facile.

Circolare segreta del prefetto: ​"Vietato fotografare i migranti"

ilgiornale.it
Claudio Cartaldo

Il documento (che doveva rimanere riservato) finisce sui giornali. Scoppia la polemica dei residenti nel Pesarese tra Borgo Santa Maria e Pozzo Alto



Una circolare che fa scoppiare la polemica. Siamo a Borgo Santa Maria e Pozzo Alto, due piccoli comuni nel pesarese che da tempo sono alle prese con la presenza dei migranti.

Il prefetto Luigi Pizzi, di fronte alle tante proteste dei cittadini e alle continue denunce presentate dai residenti (anche corredate di foto), cosa ha fatto? Ha messo un freno all'arrivo dei migranti? No, ha emesso una circolare per prevenire "possibili confronti verbali e fisici fra residenti e migranti dei centri di accoglienza", vietando ai residenti "privi di qualsiasi legittimazione" di fotografare gli immigrati o di chiedergli le generalità. L'ordine del prefetto inviato ai vertici delle forze dell'ordine è chiaro: "Disponete servizi di vigilanza e di controllo del territorio, con impiego di tutte le forze di polizia, onde prevenire e reprimere con rigore qualunque condotta del tipo sopra segnalati".

Il documento sarebbe dovuto rimanere ad uso interno, ma il Resto del Carlino lo ha pubblcato facendo scatenare le polemiche. "Io ho il dovere - ha spiegato il prefetto Pizzi all'Ansa - di tutelare l'ordine pubblico, dando disposizioni alle forze di polizia. Se il singolo cittadino nota persone o comportamenti che ritiene possano rappresentare un pericolo per la sicurezza è tenuto a chiamare il 112 o il 113, non a intervenire direttamente, perché non ha la legittimità a farlo".

La pensa diversamente Francesco Coli, legale espertissimo, già difensore di Lucia Annibali, intervistato sempre dal Resto del Carlino: "Uno può tranquillamente chiedere il nome a un’altra persona - dice - senza incorrere in nessuna violazione. E l’altra può rifiutarsi di dare le generalità, a meno, ovviamente, che a chiederle non sia un pubblico ufficiale. Sulla privacy, poi, non ci vedo estremi di violazione facendo una foto, se è in luogo pubblico. Chiaro, che se poi ne faccio un uso diffamatorio, il discorso cambia".

Attualmente a Borgo Santa Maria sono presenti 95 migranti. Troppi per i residenti. Giusti per il prefetto, che per evitare problemi ha deciso di impedire ai cittadini di fare foto o chiedere le generalità ai richiedenti asilo. E a chi sostiene che non ci sia niente di illegale nel fotografare qualcuno in zona pubblica, risponde che sono "interpretazioni del diritto su cui valuterà eventualmente la magistratura".

"Siamo delusi - ribattono i residenti in una nota - Qui non vogliamo creare allarmismo, ma segnalare un disagio sentito da tutta la comunità del quartiere. La problematica dei migranti è reale, vogliamo creare un dialogo costruttivo con le Istituzioni per risolverla". Critici anche i sindacati di polizia, che considerano una perdita di tempo impegnare le forze dell'ordine a controllare chi scatta fotografie invece di concentrare le forze sulla prevenzione dei veri crimini. Difficile dargli torto.

Diaspora, quando la fine è un nuovo inizio

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alessandra levantesi kezich

Il docu-film che rivive il rastrellamento dal Ghetto di circa mille persone a Roma



Shoah, cioè “tempesta devastante”, è termine in uso per indicare lo sterminio nazista degli ebrei, cinque/sei milioni di vittime fra il 1939 e il 1945. In Italia la deportazione verso i lager iniziò all’indomani della fondazione della Repubblica di Salò; e uno dei primi episodi fu, nella Roma occupata dai tedeschi, il rastrellamento dal Ghetto di circa mille persone. Quel 16 ottobre 1943 di cui oggi si celebra la triste ricorrenza, Simone Piperno si era tempestivamente rifugiato nell’appartamento dei coniugi Alberto e Clara Ragionieri, dove lui e i familiari rimasero nascosti fino all’arrivo degli Alleati nel giugno ’44.

Adesso i nomi dei Ragionieri sono scolpiti sul Muro d’onore nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme; e la produttrice Marina Piperno – la figlia di Simone che al tempo era una bambina - ha porto loro commosso omaggio durante una delle tappe di un lungo viaggio fra USA, Israele e Italia, cominciato nel 2013 e durato circa due anni. Viaggio che, con la complicità del regista Luigi Monardo Faccini – insostituibile compagno di vita e di avventure cinematografiche - si è tradotto in un film, Diaspora, distribuito in un album-cofanetto di quattro DVD da Cinecittà Luce.

Se nell’ottobre 1943 la Piperno si trovava nella capitale fu solo perché il padre, preso atto che gli Usa non avrebbero concesso accoglienza alla vecchia madre, si era rifiutato di raggiungere le sorelle già in salvo all’estero. Ma settant’anni dopo, l’incontro con i cugini, nipoti e bisnipoti trasferitisi o nati oltreoceano - i cui nomi grazie a una fitta rete di incroci matrimoniali vanno dai Di Segni ai Sonnino, dai Fornari ai Bises, per non parlare di più attuali e internazionali ramificazioni – fa affiorare in Marina un forte, ineludibile sentimento di appartenenza.

Fra i parenti c’è chi è laico e chi è rabbino riformato, chi vive a Tel Aviv e chi risiede a New York: però in tutti loro, come in lei stessa, alberga la consapevolezza di una condivisa identità culturale che non passa necessariamente per la religione, e attiene semmai a un segreto territorio dello spirito. Marina dialoga, intervista, fruga negli archivi, trova vecchie foto, lettere, filmini, scruta i volti amati degli scomparsi, ne interpreta malinconie e sorrisi; e Faccini da dietro l’obiettivo coglie con freschezza l’esperienza di questo viaggio in un presente traboccante di passato, setacciando le immagini al filtro di un’affettuosa sensibilità. Proprio vero ! Come da sottotitolo, pur diretta conseguenza della tragedia della Shoah, la Diaspora può anche significare una fine che è un nuovo inizio.