domenica 25 giugno 2017

Fico: “Vergognoso il comportamento di Fazio. Ora non scappa più”

lastampa.it

Esposto Anzaldi a Anac e Corte Conti sul rinnovo del contratto del conduttore



Dopo il Cda di venerdì e in vista della presentazione dei palinsesti il prossimo 28 giugno, esplode il caso Fabio Fazio e la Rai è travolta non solo dalle polemiche, ma anche dalle annunciate interrogazioni parlamentari del presidente della Commissione di Vigilanza Roberto Fico e dall’esposto per possibili «abusi» all’Anac e alla Corte dei Conti, del segretario della bicamerale Michele Anzaldi. Mentre il consigliere di Viale Mazzini Carlo Freccero, che ieri ha abbandonato la seduta del consiglio prima del voto, oggi dice che darà battaglia senza tregua dall’interno al nuovo direttore generale Mario Orfeo.

Il prossimo appuntamento per il Consiglio d’amministrazione comunque sarà già martedì quando si troveranno in audizione proprio in Vigilanza: «la prima analisi sarà su Fazio ma poi su tutti i palinsesti, perchè fermo restando che si tratta di scelte strettamente editoriali del dg e del cda, alla Vigilanza toccano gli indirizzi generali. Faremo un approfondimento con un ciclo di audizioni e io farò anche delle interrogazioni su tutta la questione», annuncia il presidente, esponente M5S, Fico. Però il tema centrale resta Fabio Fazio, che per Fico è «il classico comunista col cuore a sinistra e portafogli a destra. Prima voleva andarsene in un’altra tv. Ora che è arrivato il suo compare Orfeo e gli aumentano lo stipendio non vuole più scappare dalla Rai a cui deve tutto». 

Si parla di un compenso di Fazio che «passa da 1,8 milioni di euro annui a 2,8. Un aumento del 50%, mentre l’azienda con una direttiva approvata dal Cda solo una settimana fa si impegnava a tagliare di almeno il 10% tutti i compensi sopra al tetto da 240mila euro», spiega Anzaldi nel suo esposto ad Anac e Corte dei Conti. Ma introduce anche un’altra questione: «la produzione delle puntate della trasmissione di Fazio verrà affidata, in appalto parziale, ad una costituenda società:

il Cda di un’azienda pubblica può deliberare di stipulare un contratto di appalto con una società che ancora, a quanto risulta, non esiste? Società di cui, peraltro, sarà socio lo stesso soggetto già beneficiario del contratto principale?». Insomma per l’esponente del Pd, «di fronte al silenzio o addirittura la connivenza dei consiglieri di amministrazione, che hanno approvato un contratto che smentisce quanto hanno deliberato solo una settimana prima, è opportuno che siano le autorità di controllo Corte dei Conti e Anac a valutare se siamo di fronte o meno a degli abusi».

Ma le critiche non sono solo per il compenso di Fazio. «Non c’è un aumento del pluralismo da quanto si legge dalle cronache. Eppure la mancanza di voci diverse, soprattutto nei talk show, è stato uno dei motivi principali di critica all’ex dg Campo Dall’Orto”, chiosa Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia e vicepresidente di Palazzo Madama (FI), che teme la chiusura de L’Arena di Giletti perchè parlava con troppa chiarezza, come «ad esempio ha detto la verità sul caso Fini».

Tra i consiglieri prende le distanze Carlo Freccero che sostiene di avere intenzione «di battagliare dall’interno del consiglio. Sarà una battaglia continua e costante - dice - perchè errori se ne compiono continuamente». A questo proposito racconta: «Io ho proposto persino la rivalutazione di Tv7 spostandolo al mercoledì in seconda serata. Mi sembrava infatti che con l’arrivo di Fazio al lunedì andasse rimodulata tutta la seconda serata, e io che mi intendo di tv vedevo bene rilancio di Tv7, testata storica. Ma mi hanno risposto come se avesse parlato un cretino.

Ecco questo è un caso esemplare», sostiene denunciando: «Sono andato via perchè il direttore generale Mario Orfeo non mi ha mai assecondato, non mi ha mai risposto, se mi avesse risposto non si troverebbe in questa situazione».

Ma l’iPhone senza iOS non è un iPhone

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carolina milanesi*

Una proposta di legge in discussione al Senato imporrebbe all’azienda di Tim Cook di aprire i suoi prodotti a tutti i sistemi operativi. Ma non è detto che darebbe maggiori libertà ai consumatori, anzi



Negli ultimi giorni sono stata scioccata dalla notizia che in Italia sia in discussione un disegno di legge che forzerebbe Apple ad aprire i propri prodotti ad altri software, come Android e Windows.
Perché sono scioccata? Prima di tutto, vorrei essere certa che davvero di questo si tratta, e poi capire chi sono quei consumatori italiani che vogliono una libertà di software che permetta questo tipo di accoppiamenti. Magari mi sbaglio, ma mi sembra più una lotta politica che non una battaglia per la difesa dei diritti del consumatore. Il punto più importante, però, è che chiunque pensi che in un prodotto Apple si possa scindere il software dall’hardware davvero non capisce i prodotti progettati a Cupertino.

Anche se per l’hardware, iPhone, iPad e Mac possono essere superiori in qualità e finitura rispetto ai prodotti di altre aziende, sono però il software e l’ecosistema di applicazioni e servizi a renderli unici. Se vi è mai capitato di andare in Cina, è possibile vedere cloni di prodotti Apple equipaggiati con software Android o copie pirata di Windows. Questi dispositivi sono ovviamente non ufficiali, il che è ben diverso da quanto sembrerebbe richiedere questo disegno di legge. Il mercato italiano è anche differente, e per chi non volesse usare software Apple la scelta è ampia, sia come marchi che come prezzi.

Se il disegno di legge dovesse essere approvato e imporre davvero la possibilità di installare altri sistemi operativi, non vedo come l’azienda di Tim Cook possa ottemperare alla richiesta. Nonostante l’italia sia un mercato importante, il numero delle vendite non giustificherebbe mai il danno di immagine di un prodotto ufficiale Apple con software Android, Windows o Linux. Con la politica italiana, poi, il rischio è che l’iter del disegno di legge diventi una saga infinita. O meglio, una fine possibile esiste: Apple potrebbe ritirare dal mercato italiano i suoi prodotti, e così la libertà di scelta dei consumatori, anziché aumentare, sarebbe drasticamente ridotta. Così non mi resta che sperare di aver interpretato male, perché un decreto così concepito non sarebbe una vittoria per i consumatori, ma solo una sconfitta per il buonsenso.
 
* Carolina Milanesi è analista di Creative Strategies, Inc. Si occupa di hardware e servizi, ma anche software e piattaforme. È stata in precedenza responsabile della ricerca di Kantar Worldpanel e Vice Presidente Ricerca Apparecchi Consumer per Gartner. Suoi contributi appaiono regolarmente in Bloomberg, The New York Times, The Financial Times e il Wall Street Journal, ed è spesso ospite di BBC, Bloomberg TV, Fox and NBC News e altre televisioni.

I vecchi giochi SEGA gratis su iPhone e iPad

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andrea nepori

Tutti i titoli per le vecchie console della casa giapponese arriveranno su App Store e Google Play Store con cadenza mensile. Tutte le app saranno gratuite e si potrà giocare anche offline, senza limitazioni



Ottime notizie per gli appassionati di retrogaming: SEGA ha annunciato che quasi tutti i giochi lanciati in passato sulle proprie console arriveranno su iPhone, iPad e dispositivi Android. Mese dopo mese l’azienda giapponese lancerà nuovi titoli originariamente pubblicati per Mega Drive, Master System, Game Gear o Sega Saturn, sempre con un denominatore comune: la possibilità di scaricare i giochi gratuitamente. Nelle app sarà presente la pubblicità (in maniera poco invadente, promettono dall’azienda) ma si potrà eliminare ogni annuncio pagando 2€ con un acquisto in-app.

Sul sito dedicato all’iniziativa, chiamata SEGA Forever, si possono scoprire i giochi disponibili e quelli che arriveranno su App Store e Play Store con cadenza mensile. I titoli già scaricabili gratuitamente sono cinque: il classico Sonic The Hedgehog (il primo episodio della saga), Altered Beast, Phantasy Star II, Kid Chameleon e Comix Zone.

In futuro SEGA terrà dei sondaggi tra i fan per decidere a quali titoli dare la precedenza, ma l’intenzione rimane quella di rendere disponibile su iOS e Android il catalogo completo dei vecchi giochi SEGA.Tutte le app saranno compatibili con i controller Bluetooth, prevederanno una classifica globale dei punteggi, permetteranno di salvare i progressi di gioco e soprattutto non avranno bisogno di una connessione Internet per giocare, come invece avviene per molti giochi freemium.

«Ci sono già 15 classici Sega disponibili sull’App Store; verranno inclusi e raccolti nella collezione Forever», ha spiegato Mike Evans, responsabile del Marketing di Sega, in un’intervista a GamesIndustry.biz. «Rendere quei giochi gratuiti per noi è una conversione molto semplice e siamo convinti del nuovo modello di business che prevede la pubblicità e un singolo acquisto in app per disattivarla».

L’iniziativa di SEGA sfrutta il ritrovato interesse per il retrogaming, cui hanno contribuito anche i rivali storici di Nintendo con il lancio del progetto NES mini e lo sviluppo di nuovi format dei titoli storici ripensati per le piattaforme mobili. Una strategia che ha pagato: il mini Nintendo, lanciato a Natale 2016, è andato a ruba, mentre Pokèmon Go e Super Mario Run, grazie all’enorme battage di marketing a cui ha contribuito la stessa Apple, sono due tra le app più scaricate di sempre sull’App Store.

Prossimamente su YouTube: video verticali e panoramiche a 180°

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lorenzo fantoni

Una nuova interfaccia, pensata per chi non riesce a fare video orizzontali, e fotocamere in arrivo per un formato panoramico ristretto ma più versatile



Da oggi i video verticali non sono più sbagliati. Anziché continuare a ricordare che il formato giusto è quello orizzontale, Google ha preferito aggiornare l’app di YouTube per permettere di vederli in maniera corretta. Una vittoria simbolica per un formato nato e cresciuto con gli smartphone che ha trovato la sua consacrazione in Snapchat e che è addirittura approdato a festival prestigiosi come il SXSW.

L’app era già compatibile con i video da un paio di anni, ma con l’ultimo aggiornamento i video si adattano automaticamente all’orientamento del telefono e alle dimensioni dell’interfaccia. Mountain View ha studiato una nuova interfaccia mobile che si adatta alle dimensioni del video e mostra i filmati verticali a schermo pieno, ovviamente se lo smartphone è orientato nello stesso modo. Così il video viene visualizzato più chiaramente e si evitano le fastidiose bande nere laterali che accompagnano la proporzione 16:9. Una scelta che ha anche delle implicazioni commerciali; con la diffusione degli smartphone i video verticali sono diventati uno dei formati pubblicitari più utilizzati e grazie a questa nuova app Google va incontro ai bisogni delle agenzie di pubblicità che vogliono utilizzarli anche dentro YouTube. 

Ma le novità non sono finite, perché Google ha intenzione di sperimentare molto con le panoramiche orizzontali a 180°. Presto verrà infatti lanciato un nuovo formato, chiamato VR 180 che ha l’obiettivo di garantire parte dell’esperienza di un video a 360°, bilanciando ciò che viene perso in termini di campo visivo con una maggiore facilità di realizzazione e la possibilità di riprodurre il filmato anche su uno schermo normale, senza perdere la qualità.

In questo tipo di video non sarà dunque possibile guardarsi intorno in ogni direzione, ma solo ruotarlo di 180 gradi. Il vantaggio è che chi gira un video VR 180 non deve nascondersi in qualche modo per non apparire al suo interno e che i file sono molto più semplici da manipolare con un software di editing. Per realizzare filmati di questo tipo serviranno telecamere apposite il cui prezzo e aspetto sono ancora sconosciuti, ma che dovrebbero arrivare entro l’inverno, prodotte da Yi, Lenovo, e LG. Il formato VR 180 non è un passo indietro di Google rispetto ai video a 360° e alla realtà virtuale, ma potrebbe essere semmai un modo per avvicinare più creatori di contenuti (e più pubblico) all’idea dei video panoramici.

sabato 24 giugno 2017

Più ricchi che Rai

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mattia feltri

Se il teatrino di questi mesi è diventato quanto guadagniamo, io tolgo il disturbo, ha detto pochi giorni fa Fabio Fazio. È probabile che ora il teatrino diventi quanto guadagnerà. Ieri gli è stato rinnovato il contratto: quadriennale a 2 milioni e 800 mila euro l’anno. Un milione in più di prima. Complimenti e auguri. Anche perché la faccenda è già stata buttata in politica: per Maurizio Gasparri è il premio milionario al miglior valletto della sinistra, per il renziano Michele Anzaldi è uno schiaffo ai poveri e al Parlamento. È davvero interessante il diffondersi del contagio per cui la lotta alla povertà passa dalla riduzione degli stipendi, ma su un punto Anzaldi ha ragione: il Parlamento aveva deliberato il tetto dei compensi a 240 mila euro, cifra a cui si è adeguato anche il presidente della Repubblica.

La Rai invece no. E con questa bizzarra formulazione: sfonderà il tetto chi «offre intrattenimento generalista» o «crea o aggiunge valore editoriale in termini di elaborazione del racconto nelle sue diverse declinazioni». A parte la prosa, da taglio immediato del mensile, la frase non vuol dire niente, quindi vuol dire tutto. E chiunque potrà avere ingaggio eccezionale. E discende da una considerazione: la Rai, per essere competitiva sul mercato, deve pagare i fuoriclasse. Vero. Ma qui sta il problema. O la Rai è sul mercato, e allora non prende il canone. O la Rai è servizio pubblico, e allora non deve competere. La via di mezzo non è uno schiaffo alla povertà né al Parlamento: è una presa per i fondelli.

Dimettititù

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mattia feltri

L’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ieri ha chiesto le dimissioni di Virginia Raggi. Che problema c’è? Qualche anno fa era Beppe Grillo a chiedere le dimissioni di Alemanno. Ieri Renato Brunetta ha chiesto le dimissioni del ministro Padoan. Matteo Salvini invece ha chiesto le dimissioni del premier Gentiloni. Questo solo ieri. 

Nell’ultima settimana, il Movimento cinque stelle ha chiesto le dimissioni del senatore Formigoni, del presidente della Rai, Monica Maggioni, e di tutto il Cda, metà Parlamento ha chiesto le dimissioni di Luca Lotti, Roberto Calderoli ha chiesto le dimissioni di Chiara Appendino, la forzista Giammanco ha chiesto le dimissioni del presidente Piero Grasso, la Lega ha chiesto le dimissioni di Dario Franceschini, Grillo ha chiesto le dimissioni di Angelino Alfano e Roberto Speranza ha chiesto le dimissioni di Maria Elena Boschi.

Vabbè, le dimissioni di Boschi sono state chieste da tutti. Comunque, per restare all’ultimo mese, sono state chieste le dimissioni dei ministri Fedeli, Minniti, Orlando, Pinotti, Poletti e Lorenzin, del presidente della Repubblica, dei presidenti di Camera e Senato, del direttore del Tg1, del direttore della Repubblica, e forse non ve ne siete accorti ma l’europarlamentare Gianni Pittella ha chiesto le dimissioni del premier inglese Theresa May. La destra chiede le dimissioni della sinistra, la sinistra della destra, i cinque stelle di tutti e tutti dei cinque stelle. Il che spiega perché la qualità di una democrazia si vede anche (o specialmente) dalla qualità dell’opposizione. 

giovedì 22 giugno 2017

L’iPhone diventerà una cartella clinica elettronica

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enrico forzinetti

Apple vorrebbe trasformare il suo smartphone in un database completo di informazioni sanitarie degli individui, collezionando in un unico luogo referti, esami e prescrizioni mediche



Basta con le cartelline in cui si tiene in modo disordinato la documentazione medica: l’iPhone potrebbe presto diventare il database in cui collezionare versioni digitali di referti, visite, analisi e prescrizioni riguardanti la propria storia clinica. Lo riporta la Cnbc , secondo cui Apple sarebbe al lavoro per trasformare il proprio smartphone nel custode di tutte le informazioni sanitarie degli individui.

Un’idea che andrebbe oltre la semplice registrazione di dati legati al benessere e all’attività fisica della persona, con un obiettivo ben preciso: mettere fine alla frammentazione di queste informazioni che rischiano di andare perse con il passare degli anni. Il tutto nell’ottica di rendere poi disponibile a medici e ospedali il quadro clinico completo della persona, quando necessario.

A confermare l’interesse del colosso di Cupertino verso un progetto di questo tipo ci sono anche i contatti con altri gruppi attivi nel campo sanitario. Tra questi The Argonaut Project, che lavora per realizzare standard comuni per la trattazione di dati sensibili, e The Carin Alliance, che si occupa di aiutare i pazienti a gestire tutte le informazioni mediche.

Non è la prima volta che Apple si impegna nel campo della salute dei propri utenti. Oltre ad aver introdotto l’app Salute dove raccogliere dati su parametri fisici, alimentazione, ciclo delle sonno e attività delle persone, un paio di mesi fa si è diffusa la notizia di un progetto per inserire un sensore per controllare il diabete all’interno dell’Apple Watch.

Donne forti e uomini ostinati: la vita dei migranti dell’800

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paola guabello

Nel Biellese un museo dedicato agli artigiani delle montagne



Quindici stanze e più di mille oggetti (senza contare le decine di fotografie d’epoca dai grigi un po’ sbiaditi) che raccontano la vita della gente di montagna alla fine dell’800. Vita dura per donne forti: quelle che restavano in Alta Valle del Cervo (in dialetto la Bürsch, la tana, la casa) a combattere l’«ostilità della natura» che le circondava, in un territorio fatto di un suolo avaro, pochi pascoli, silenzi e raggi di sole rubati a un inverno sempre troppo lungo.

Rosazza è un piccolo paese dai tetti in «lose», calato in una valle stretta da due versanti scoscesi. L’attraversano un torrente pescoso e una rete di mulattiere che portano in quota e che, come il centro abitato, sono tempestate da sculture di pietra. L’autore è Giuseppe Maffei che fu «assoldato» dal senatore e filantropo Federico Rosazza, appassionato d’arte e di occultismo, per dare grazia all’austera valle. In una antica abitazione d’impianto settecentesco, incastonata in un vicolo dove l’ombra regna sovrana, tra giugno e ottobre da trent’anni, la Casa museo della Valle Cervo accoglie visitatori e ricercatori, per raccontare loro una storia lontana. 



Alle pareti, fra scaffali e mobili, gli oggetti descrivono gli anni in cui l’emigrazione degli uomini condannava mogli e promesse spose alla solitudine e a un’economia domestica povera, fatta di attesa e di pazienza. Gli abitanti della Bürsch erano imprenditori (pochi ma notevoli), provetti scalpellini e muratori specializzati nella lavorazione dell’unica «ricchezza» che il luogo offriva loro, la sienite, una varietà di granito di pregio, ideale per l’edilizia e apprezzato in tutto il mondo.

Da un piano all’altro
Il percorso si dipana su quattro piani e un sottotetto, dove un’esposizione, articolata per ambienti di vita e per temi, porta dalla stalla alla cucina, dal «laboratorio» per la lavorazione della sienite fino agli ambienti più intimi in cui si trovano biancheria e camicie da notte ricamate e pure gli «scapin», simbolo perfetto di un sapere antico tramandato di madre in figlia ancora fino a pochi anni fa. Gli «scapin» sono le «scarpe» tipiche della Bürsch, fatte di stoffa la cui tomaia, per essere robusta, era ricavata da più strati di tessuto cuciti insieme con mille punti. 

SCUOLE PROFESSIONALI E SOCIETA’ OPERAIA
Uno spazio della casa è dedicato anche alle scuole professionali a indirizzo edile, caratteristiche del luogo, e agli ambienti delle tre società operaie di mutuo soccorso, che si contendevano gli scalpellini. 
Anima dell’istituzione è Gianni Valz Blin, architetto di origini valligiane che ereditò dal padre la passione per l’etnografia: «Com’é nata l’idea della Casa museo? Nel 1964, con un gruppo di studiosi guidato da Alfonso Sella, allestimmo una mostra durante la quale i visitatori ci suggerirono di creare un’esposizione permanente di tutto il materiale raccolto.

Finalmente nell’84 acquistammo l’edificio per contenerlo (i fondi furono stanziati da due privati e dalla Comunità montana). Si inaugurò nel 1987: eravamo l’unica struttura museale aperta nel Biellese e contavamo 250 visitatori ogni domenica, decine di scuole, gruppi e associazioni: dalla primavera all’autunno si arrivava a 4000 visitatori l’anno, tutti accolti da volontari. Ora sono aperte 14 cellule ecomuseali nel Biellese, ma il 9 luglio noi festeggeremo il trentennale con un evento e la presentazione del libro dedicato a questo anniversario». 

E in prima linea, come sempre, ci saranno le donne. Si chiamano «valete an gipoun» e vestono il costume tradizionale fatto di ampie gonne di lana e scialli ricamati. L’unico gruppo «organizzato» in abiti tradizionali che il Biellese possiede e che non manca mai agli appelli della Casa museo: sono le valete, parte integrante dell’istituzione, a mettere in risalto il valore e il ruolo della donna che abitava la Bürsch.

E’ morto Yuri Drozdov, leggendaria spia sovietica

lastampa.it



È morto Yuri Drozdov, uno dei protagonisti della Guerra fredda delle spie. Drozdov fu a capo per lungo tempo, a partire almeno dal 1979, della branca del Kgb dedita alle azioni «illegali» in territorio straniero: finzione, travestimenti, infiltrazioni, soprattutto in quella parte dell’Asia in cui ancora oggi è in vigore «Il grande gioco» (la definizione è di Artur Conolly, ufficiale dell’esercito britannico che la conio’ per descrivere i movimenti diplomatici e segreti delle grandi potenze in quell’area geografica). 

Drozdov, infatti, prese parte all’invasione sovietica dell’Afghanistan, che durò fino al 1989, lavorando alla caduta dell’allora presidente Hafizullah Amin. Lo 007 russo, la cui vita resta avvolta da un mistero chiuso negli archivi dei servizi segreti di Mosca, si era fatto notare ben prima, all’età di 32 anni, nel 1957, quando giocò un ruolo importante in uno dei più drammatici episodi della Guerra Fredda: lo scambio tra l’agente segreto russo, Rudolf Abel, catturato dall’Fbi, e Gary Powers, pilota americano finito nelle mani di Mosca nel 1962. Ricostruito nel 2015 nel film «Il ponte delle spie» di Steven Spielberg, lo scambio avvenne nel 1962 sul ponte Glienecke, che collegava Berlino ovest a Potsdam, nella parte controllata dai sovietici.

Il governo russo ha dato l’addio a Drozdov salutandolo come un «saggio comandante e un vero ufficiale russo». In uno dei suoi romanzi lo scrittore ed ex spia britannica Frederick Forsyth lo ha definito «la figura più importante tra i padri dello spionaggio russo». 

Radio Maria, l'OdG sospende padre Livio. Disse alla Cirinnà: 'Ricordati che devi morire'

espresso.repubblica.it

Il prete giornalista si era scagliato in diretta contro la prima firmataria della legge sulle unioni civili: "Adesso brinda a prosecco, alla vittoria. Signora, arriveranno anche i funerali, stia tranquilla”. Ora arriva la condanna a sei mesi di sospensione. E la senatrice lo invita 

Radio Maria, l'OdG sospende padre Livio. Disse alla Cirinnà: 'Ricordati che devi morire'

Padre Livio Franzaga aveva tuonato parole bibliche contro il ddl, diventato legge lo scorso anno sulle unioni civili. Non aveva gradito e in diretta dai microfoni di Radio Maria aveva espresso tutto il suo disappunto: "Signora Cirinnà, arriverà anche il suo funerale. Glielo auguro il più lontano possibile, ma arriverà anche quello". Questa frase, e quelle a seguire avevano sollevato l'indignazione degli ascoltatori. Ora arriva la sospensione dell'Ordine dei Giornalisti.

"Signora Cirinnà, arriverà anche il suo funerale. Glielo auguro il più lontano possibile, ma arriverà anche quello". Sono queste le parole usate dal direttore di Radio Maria Padre Livio Fanzaga per parlare del ddl sulle unioni civili e della senatrice che lo ha proposto. La frase, riportata sulle pagine Facebook degli attivisti per le unioni civili, sta sollevando l'indignazione degli ascoltatori. Lo stesso Fanzaga dice anche che la Cirinnà gli ricorda "la donna del capitolo 17esimo dell'Apocalisse".

Personaggio biblico noto anche come la prostituta di Babilonia.Padre Fanzaga non è inoltre nuovo a uscite discutibili: nei giorni scorsi aveva definito le famiglie arcobaleno "sporcizia" e in occasione di Vatileaks aveva detto che i giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi erano "da impiccare" (ma.mu)Video dalla pagina Facebook "Stop omofobia e disuguaglianza"

153 Il Bancomat festeggia cinquant'anni: il viaggio delle carte, da Londra a quota 100 milioni in Italia

repubblica.it
di BARBARA ARDU'

Il Bancomat festeggia cinquant'anni: il viaggio delle carte, da Londra a quota 100 milioni in Italia

Buon compleanno Bancomat. Ha cinquant'anni di vita la tesserina magica, forse la prima, che iniziò a gonfiare i nostri portafogli. L'idea, geniale, è attribuita a uno scozzese, John Steperd-Barron, titolare di una tipografia a Enfield Town, sobborgo a Nord di Londra. Stanco di fare la fila in banca e osservando una macchinetta che distribuiva barrette di cioccolato, si domandò se non fosse il caso di mettere su qualcosa di simile che però sputasse non cioccolato, ma banconote. Fu proprio la sua azienda a realizzare il primo Atm (la macchina vera e propria in cui si inserisce la tessera). Perché in reltà oggi è il compleanno dell'Atm che si festeggia.

Il primo venne installato presso la filiare della Barclays Bank di Enfield il 20 giugno del 1967. Un'invenzione rivendicata poi nel tempo da più persone, che entusiasmò i giovani, ma non convinse subito i più anziani, per cui il denaro va maneggiato, contato e poi riposto al sicuro. Ma eravamo ancora alla preistoria. Nell'Atm realizzato dal tipografo andava inserita non una tesserina, ma uno speciale assegno su cui era riportato il numero identificativo del cliente. La plastica e la diffusione del bancomat arrivarono col tempo. E fu la televisione a decretarne il successo. In una cerimonia pubblica la Barclays lanciò il nuovo dispositivo Atm in diretta tv durante un programma televisivo molto seguito: "On the buse", in onda sulla Bbc.

Fu solo negli anni Ottanta, circa quindici anni dopo, che gli Atm sbarcarono in Italia. "Le prime a piazzarle fuori dalle loro agenzie furono alcune Casse di risparmio del Nord, che insieme avevano creato un consorzio - racconta Sergio Moggia, direttore generale del Consorzio bancomat italiano.E fu un successo quasi subito. Nel giro di pochi anni gli sportelli si moltiplicarono, seppure con cautela.

Gli italiani erano e sono ancora legati al contante, nonostante l'Italia sia uno dei Paesi europei con la maggiore concentrazione di Atm e di Pos in Europa". Le grandi banche del tempo, le tre "Bin" pubbliche, ancora in mano all'Iri, arrivarono subito dopo. Intuirono subito la forza degli Atm e ci si buttarono con impegno. Il bancomat era già stato trasformato in agile tessera di plastica e si adattò bene ai portafogli degli italiani, ancor meglio ai porta assegni, che allora gli istituti di credito donavano con nonchalanche ai clienti che aprivano i conti, magari insieme all'agenda della banca, altro gentile dono riservato per lo più solo ai migliori clienti.

Nacque così la Sia, la società che gestiva i bancomat e soprattutto la loro sicurezza. Che ormai sembra a prova di bomba. "Il numero delle frodi - dicono all'Abi - è in continua discesa, tant'è che si aggira ormai sullo 0,0011% delle transazioni". Oggi esiste il circuito nazionale Bancomat. E le tessere nei portafogli degli italiani si sono moltiplicate. Tra carte di debito, credito e prepagate ne circolano ormai 100 milioni, usabili nei 50mila Atm italiani e su 1 milione e 900mila Pos. Ma nonostante questa diffusione l'utilizzo del contanti in Italia è tutt'ora altissimo, ben sopra la media dei Paesi più avanzati.

"Se è pur vero che partì tutto da Londra - aggiunge Sergio Moccia - gli Atm di oggi sono tutt'altra cosa. Si sono evoluti fino a sposare la rete Web, che ha mutato molto lo stato delle cose anche da un punto di vista (diciamo) architettonico. Ora all'interno ci sono indicatori biometrici e digitali. E se i primi Atm erano off-line, oggi sono tutti on-line. Non solo. Agli inizi funzionavano attraverso la banda magnetica, quella che identificava il cliente, oggi vanno con il touch, quel quadratino di silicio inserito nelle tessere e ormai stiamo andando sempre più avanti con il contact less, la carta che si usa senza contatto". Gli Atm sono diventati a tutti gli effetti filiali all'aperto. Su quelle macchinette si fa di tutto. Ma non proprio tutto.

Ci sono molte operazioni per le quali è necessario passare dallo sportello. E lì la fila spesso c'è ancora. Che delusione sarebbe per John Shepherd-Barron, se fosse ancora vivo.

Sponda con gli alleati e falsi informatori. Così gli Usa neutralizzano le spie russe

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paolo mastrolilli   Pubblicato il 31/12/2016

Sei mesi sotto copertura per svelare la rete di contatti degli agenti del Cremlino all’Onu

Era l’inizio dell’estate scorsa, prima della Convention democratica di Philadelphia, quando i servizi segreti americani convocarono i colleghi dei Paesi alleati a New York per un’informativa speciale. Avevano scoperto che due diplomatici russi all’Onu in realtà facevano un altro mestiere: erano spie, e bisognava prima usarle, poi arginarle, e quindi cacciarle. Questa storia, che sembra presa dalla trama di un film dell’agente 007, aiuta in realtà a capire quanto profonda e radicata sia l’attività dello spionaggio di Mosca negli Stati Uniti, e quanto sia pericolosa.

L’allarme era scattato prima di quello sulle incursioni degli hacker che avevano attaccato il sistema digitale del Partito democratico, e riguardava obiettivi potenzialmente più preoccupanti per la sicurezza nazionale. Perché il tentativo della Russia di influenzare le elezioni fa notizia, e se si scoprisse una qualche complicità da parte della campagna di Donald Trump, la sua stessa presidenza potrebbe essere delegittimata e minata. Però lo spionaggio umano e digitale è costante, diffuso, e riguarda obiettivi militari, economici e politici che possono costare vite, oltre che la stabilità di interi Paesi.

Il modo in cui i servizi americani si erano accorti del doppio gioco condotto dai due presunti diplomatici russi all’Onu non è noto, anche perché i metodi di lavoro sono il primo segreto da difendere in queste occasioni. L’allarme però era risultato così serio, da spingere gli Usa ad avvertire gli alleati. In questi casi, le strutture che entrano in azione sono quelle del controspionaggio, e ad esse si erano rivolte gli agenti di Washington. I colleghi dei Paesi alleati, inclusa l’Italia, erano stati invitati a New York per un briefing molto dettagliato. Durante l’incontro, gli americani avevano rivelato l’identità delle due spie russe e tutto quello che avevano appreso sulla loro attività.

La capitale è Washington, però Manhattan è un centro privilegiato per questo genere di operazioni, perché ci sono l’Onu, il centro della finanza globale a Wall Street, i grandi media e la possibilità di incontrare persone in arrivo da ogni angolo del mondo. Anche la Cia, l’Fbi e la National Security Agency hanno sedi importanti a New York, alcune delle quali prima degli attentati dell’11 settembre si trovavano proprio nelle Torri Gemelle. Lo spionaggio in questa città, insomma, può riguardare tutto, dalla politica estera che si gioca al Palazzo di Vetro, alla sicurezza militare ed economica.

Gli americani avevano informato i colleghi del controspionaggio dei Paesi alleati per allertarli sul pericolo e insieme ottenere la loro collaborazione. L’invito era stato quello di far finta di nulla: le spie russe non dovevano capire che erano state scoperte. I diplomatici alleati avrebbero dovuto continuare a frequentarle, facendo naturalmente attenzione a cosa dicevano. Nello stesso tempo, però, avrebbero dovuto studiare le loro mosse, comprendere cosa volevano, quale missione dovevano svolgere, quali obiettivi dovevano colpire, e magari scoprire la rete dei loro contatti, anche per individuare eventuali talpe occidentali con cui collaboravano.

L’operazione di controspionaggio doveva continuare fino a quando l’intelligence occidentale avrebbe raccolto tutte le informazioni di cui aveva bisogno, o fino a quando i due infiltrati russi avrebbero dato la chiara indicazione che stavano diventando pericolosi. A quel punto potevano essere sacrificati, e quindi arrestati ed espulsi. Non sappiamo se i loro nomi sono fra quelli dei 35 agenti di Mosca cacciati dal presidente Obama, ma è possibile. Di sicuro però questa caccia alle spie dimostra come l’attività segreta del Cremlino negli Stati Uniti sia molto più aggressiva, diffusa e pericolosa di quanto possa apparire dalla pur sorprendente vicenda degli hacker. Una sfida costante, che riguarda anche gli alleati, e costringe a prendere posizione in una lotta che è rimasta quasi uguale a quella dei tempi della Guerra fredda. 

Cercasi donatore di impronte per sconfiggere gli hacker

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nicola pinna

Il curioso appello lanciato dagli ingegneri dell’Università di Cagliari I ricercatori: “Vogliamo impedire il prossimo salto dei cyber criminali”



Gli hacker del futuro cambieranno armi per i loro attacchi: cloneranno direttamente le impronte digitali e saranno persino capaci di replicare in laboratorio altri tratti somatici. Apriranno così i forzieri delle grandi banche dati, ma saranno anche in grado di violare i piccoli dispositivi personali e da lì riusciranno facilmente ad accedere alle informazioni più riservate e magari al nostro conto bancario.

Non c’è da allarmarsi, il rischio non è ancora così attuale. Ma è prossimo. E allora già si studiano i metodi di prevenzione. L’Università di Cagliari ha un pool di ricercatori che si occupa di cyber security e che in questi giorni cerca donatori di tratti somatici. «Abbiamo bisogno di volontari che ci offrano le loro impronte digitali per continuare il lavoro sui sistemi di protezione - dice il professor Gian Luca Marcialis - In pochi giorni più di cinquanta persone si sono messe a nostra disposizione. Grazie al loro contributo potremo approfondire gli esperimenti fatti finora».

L’appello su Facebook
L’annuncio pubblicato dall’Università su Facebook ha incuriosito quasi subito: «Cercansi donatori di impronte digitali». Davanti al laboratorio «PraLab» del Dipartimento di Ingegneria elettrica ed elettronica si è quasi formata la fila. Qualcuno si è presentato incuriosito (e disponibile) ma anche dubbioso: «Cosa farete con le mie impronte? Non è che le clonate e poi le rivendete?». Niente di tutto ciò: gli scienziati sardi hanno già messo a punto un sistema che consente di rendere inviolabili i sistemi di sicurezza del futuro. «Quelli usati attualmente non garantiscono totalmente l’identità del possessore e le tante violazioni ce lo dimostrano - sottolinea il professor Marcialis - I sistemi di riconoscimento biometrici, cioè volto o impronte digitali, fanno affidamento su caratteristiche fisiche dell’individuo e questo esclude la possibilità che password o pin possano essere smarriti o copiati, mettendo a rischio i nostri dati». 

Stoppare i clonatori
Ma il furto è un rischio reale. E non sembra neanche molto difficile da mettere a segno. «Per clonare le nostre impronte digitale è possibile sfruttare alcuni siliconi o gelatine e così si riesce ad avere una copia quasi perfetta del dito - spiega il coordinatore del progetto - I tentativi di repliche artificiali sono svariati in tutto il mondo, ma noi ora siamo in grado di riconoscere con maggiore precisione un clone. D’ora in poi l’obiettivo della ricerca è quello di realizzare uno strumento che sia in grado di riconoscere la minima differenza tra l’originale e il clone attraverso un’analisi microscopica. Perché la copia non può certo avere la quantità di informazioni biometriche di un’impronta reale». 

Una nuova banca dati
I ricercatori lavorano per realizzare una banca dati di impronte digitali e tratti somatici. Sia per la sicurezza digitale ma anche per un interessante progetto di riconoscimento di terroristi e altre persone considerate pericolose. «Clonare le impronte digitali, almeno a giudicare quello che si trova sulla rete, sembra una cosa semplicissima, anche perché ciascuno di noi lascia informazioni preziose ovunque e continuamente - precisa Marcialis - Nella realtà, però, non è proprio così semplice. È vero che il materiale necessario si può trovare anche a basso prezzo, ma non tutti hanno le abilità necessarie per riuscire a riprodurre le impronte digitali. Quindi direi che per adesso non c’è da preoccuparsi troppo».

A Berlino la polizia testa in stazione un software per il riconoscimento automatico dei volti

lastampa.it
alessandro alviani

A Südkreuz una prova per sei mesi a partire da agosto



In un Paese tradizionalmente molto attento alla difesa della privacy e scettico sulla videosorveglianza bastano 25 euro per mettere da parte i propri dubbi sul Grande fratello elettronico? L’interrogativo sorge spontaneo osservando quanto sta avvenendo in questi giorni a Berlino. Da agosto la polizia federale vuole testare per sei mesi, alla stazione di Südkreuz, un software per il riconoscimento automatico dei volti, che punta a identificare dei criminali oppure dei cosiddetti “Gefährder”, soggetti pericolosi ritenuti potenzialmente in grado di compiere un attacco terroristico. A tal scopo gli agenti stanno cercando fino a 275 volontari. Il loro compito? Passare regolarmente (nel migliore dei casi ogni giorno) nella stazione di Südkreuz e attraversare una particolare area delimitata, ripresa dalle telecamere di sorveglianza. 

I partecipanti – meglio se pendolari e comunque rigorosamente maggiorenni - devono farsi fotografare dalla polizia, autorizzano le autorità a salvare i propri dati per un anno in un’apposita banca dati e si impegnano a portare con sé, fissandolo ad esempio al proprio mazzo di chiavi, un transponder grande quanto una carta di credito, che serve a testare l’efficacia del software di riconoscimento. Chi passa in almeno 25 giorni differenti nella speciale area videosorvegliata riceve, alla fine del test, un buono Amazon da 25 euro. I tre volontari più diligenti, quelli cioè che attraversano la stazione più spesso in almeno 30 giorni diversi, vinceranno un Apple Watch 2, un Fitbit Surge (un orologio per il fitness) o una videocamera GoPro Hero Session.

La ricerca dei volontari è partita lunedì e proseguirà fino a venerdì 23 giugno. Come sta andando? Nel corso della prima mattinata si sono fatte avanti già una quarantina di persone. E fino a oggi il conto ha superato i 150 candidati. Che evidentemente non hanno prestato ascolto agli appelli lanciati da tempo dagli esperti di difesa della privacy. «L’uso delle telecamere per il riconoscimento dei volti», aveva avvertito già a febbraio la delegata della città-Stato di Berlino per la privacy, Maja Smoltczyk, «può distruggere completamente la libertà di muoversi in modo anonimo in pubblico». 

Per il portavoce della sezione berlinese dalla Bundespolizei, Jens Schobranski, invece, l’attentato di dicembre nella capitale tedesca «ha riacceso la discussione su un rafforzamento della videosorveglianza». Nell’area intorno al mercatino di Natale teatro dell’attacco non c’erano infatti telecamere. «La situazione è cambiata rispetto a cinque anni fa, oggi ci sono più persone che dicono: meglio più telecamere, se così si acciuffano più velocemente i responsabili di un crimine», nota Schobranski. Ma perché i volontari decidono di partecipare al test? «In parte perché sono interessati a questa tecnologia, in parte perché considerano giusto testare questa nuova possibilità tecnica e vogliono dare il loro contributo. E poi c’è anche qualcuno attratto dai premi».

Caproni, Caprotti e caprette

lastampa.it

mattia feltri
Siccome, e per fortuna, conserviamo allegria, ieri è stata indirizzata agli studenti della maturità che ignoravano chi fosse il poeta Giorgio Caproni. L’allegria costa poco. E l’indignazione ancora meno. Così chi non era allegro per tanta ignoranza ne era indignato, e si sono prodotti articoli e brevi inchieste sulla dimenticata e somma arte di Caproni: in una di queste, un’agenzia di stampa (non ne faremo il nome per solidarietà) si è sentita di ricordare la centralità di un gigante del verso come Giorgio Caprotti. 

Proprio Caprotti, non Caproni. Caprotti è il defunto fondatore dell’Esselunga, e nel suo genere qualcosa di poetico ha fatto, ma comunque non è Caproni. Ora, prima che riparta l’ironia del web, dopo Caproni e Caprotti tocca parlare di un paio di caprette. 

La prima è Virginia Raggi che in conferenza stampa, a proposito dell’inchiesta a suo carico, ha detto di avere agito in buona fede. Raggi, già avvocato, dovrebbe sapere che la buona fede non è un concetto giuridico, sennò in buona fede sarebbe consentito buttare la suocera dalla finestra. E poiché è anche sindaco dovrebbe sapere che la buona fede è un’aggravante politica: l’ignoranza allarma, non tranquillizza. 

La seconda capretta è Matteo Renzi che in nome del garantismo ha augurato a Raggi di dimostrare la sua innocenza. Un ex e aspirante premier, specie quando esibisce garantismo, non può trascurare che nessuno è chiamato a dimostrare la sua innocenza, ma è alle procure che spetta dimostrare la colpevolezza. Dunque, chi era Caproni? 

Traccie di futuro

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mattia feltri

Va bene, vi siete tutti divertiti. Sul sito del ministero dell’Istruzione c’era scritto traccie anziché tracce, e avete fatto un sacco di battute divertenti. Però, dài, può capitare. E capita. Due settimane fa la ministra Valeria Fedeli in un discorso ha fatto incontrare Vittorio Emanuele III e Napoleone Bonaparte, che in realtà è nato esattamente cento anni prima del Re. Insomma, capita. Specie quando c’è di mezzo la maturità. 

Nel 2005 in una tracca, pardòn, traccia, il ministero ha collocato Urbino in Umbria anziché nelle Marche. Nel 2007 in un tema su Dante è stato confuso San Tommaso con Bonaventura da Bagnoregio. Nel 2008 una poesia di Eugenio Montale dedicata a un amico («Ripenso al tuo sorriso») è stata proposta per commentare il consolante amore per una donna. Nel 2010, nell’analisi dei miti giovanilistici in politica, è stato indicato un discorso di Benito Mussolini, che però era quello con cui il Duce si attribuiva la responsabilità dell’omicidio Matteotti. Ecco, diciamolo, capita.

Nel 2015 un quadro di Matisse aveva il nome sbagliato e pure la data. Nell’87 un’opera di Ambrogio Lorenzetti è stata attribuita a Simone Martini. Nel 2009 una sonata di Beethoven è stata attribuita ad Haydn. Nel ’94, in una frase di Alessandro Manzoni, intento è diventato intervento. Suvvìa, capita. E infatti è saltato fuori proprio ieri che uno studente su tre crede che Giulio Cesare sia stato il primo re di Roma e che qual è si scriva qual’è. Cose che capitano, quando si ha questa classe dirigente, e già si staglia la nuova.

Da oggi Google ti aiuta a trovare a lavoro

lastampa.it
andrea signorelli

Per il momento disponibile solo in inglese, il motore di ricerca dedica una sezione apposita a chi cerca un impiego



Da mesi si parla del progetto di Google di introdurre uno strumento per la ricerca lavoro: voci che hanno iniziato a circolare già nel 2015, quando il colosso di Mountain View ha acquistato la startup specializzata Bepop per lavorare su un’apposita piattaforma, chiamata Hire . Come annunciato durante l’ultima conferenza I/O , Google ha invece deciso di limitarsi, almeno per il momento, a introdurre nel suo motore di ricerca una sezione apposita per la ricerca di lavoro, online da oggi (ma solo in inglese).

Lo strumento aggrega le offerte che compaiono su tutti i principali siti dedicati a chi è in cerca di impiego: LinkedIn, Monster, WayUp, DirectEmployers, CareerBuilder e anche Facebook, aggiungendo le offerte che Google stesso individua sulle homepage dei siti aziendali. Similmente a quanto avviene su aggregatori come Indeed, Google Jobs permette di cercare lavoro senza dover continuamente spostarsi da un sito all’altro e rende la ricerca più intuitiva.

Per vedere le offerte di lavoro vicine alla propria abitazione, sarà infatti sufficiente digitare “lavori vicino a casa”; mentre l’intelligenza artificiale di Google aiuterà a trovare gli annunci adatti anche inserendo chiavi di ricerca molto generiche, consentendo inoltre di raffinare il risultato in base al tipo di contratto cercato, alla data di inserimento dell’annuncio, all’orario di lavoro e altro ancora. Quando comparirà un impiego che Google ritiene possa interessarvi, potrete inoltre ricevere una notifica.
Google, comunque, si limiterà a indirizzarvi al sito sul quale inserire la candidatura, mantenendo solo un ruolo da intermediario. Interessante notare come il motore di ricerca, in questo caso, non utilizzerà le informazioni che già conosce di voi , per evitare, per esempio, che la vostra passione per la pesca venga confusa con un potenziale interesse nei confronti dei lavori disponibili in quel settore.

Lite per eredità, salma del virtuoso dell’armonica sarà sepolta nove anni dopo la morte

lastampa.it


Luigi Cianci Gatti

A nove anni dalla sua morte, la salma del musicista e cabarettista altoatesino Luigi Cianci Gatti sarà finalmente sepolta. Come scrive il quotidiano Dolomiten, è stata posta la parola fine all’iter giudiziario, avviato dagli eredi dopo la morte nel 2008, all’età di 88 anni, del virtuoso dell’armonica a bocca.

In attesa del chiarimento della parentela e dei diritti di successione, la salma è rimasta per tutti questi anni in una cella frigorifera dell’ospedale di Bolzano. Più volte sono cambiati i periti delle varie parti coinvolte e ogni nuovo perito ha per legge la facoltà di prelevare da sé i reperti per l’esame del dna e così la salma non è stata sepolta, finora.

Alois Steneck, in arte Cianci Gatti, ebbe il suo esordio con Enzo Tortora. Il musicista, cabarettista e mimo nacque ad Innsbruck il 30 marzo 1920 da madre austriaca e padre italiano, un conte allora tenente di stanza ad Innsbruck. Fu chiamato Luigi all’età di quattro anni, quando la madre sposò a Bolzano Rino Gatti. 

Radiati o sospesi ma ancora al lavoro. Così i medici dribblano le sanzioni

repubblica.it
di MICHELE BOCCI

In attesa del secondo grado di giudizio continuano a visitare pazienti in ambulatorio e a fare ricette. Puo anche passare un anno e mezzo prima che la "condanna" diventi operativa. A rischio ma in attività anche i no-vax e l'omeopata che ha seguito il bambino morto di otite a 7 anni all'ospedale di Ancona

. Radiati ma ancora in ambulatorio, sospesi ma con i blocchi delle ricette che si assottigliano ogni giorno di più. I medici che vengono colpiti da una sanzione disciplinare del loro Ordine provinciale non la scontano mai subito e in questo periodo possono godere di molti mesi di regolare lavoro in attesa del "secondo grado di giudizio".

Può infatti passare anche un anno e mezzo o addirittura due prima che la sanzione diventi operativa. E così ci si trova con l'assurdo di professionisti che per motivi deontologici non sono considerati più degni di indossare il camice dal collegio di disciplina del loro Ordine che esercitano serenamente. Solo per citare alcuni casi recenti, la radiazione ha riguardato due medici sanzionati per le loro posizioni no-vax, cioè Dario Miedico a Milano http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/05/24/news/vaccini_radiato_il_medico_no_vax_dario_miedico-166272324/ e Roberto Gava a Treviso http://www.repubblica.it/salute/2017/04/21/news/treviso_l_ordine_radia_il_medico_novax-163581837/ e la sospensione di 6 mesi è toccata a Massimo Montinari http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/06/13/news/per_curare_l_autismo_prescrive_integratori_medico_sospeso-168029315/ , perché sostiene di curare l'autismo con un suo "protocollo" a base di integratori e prodotti omotossicologici (simili a quelli omeopatici). Anche Massimo Mecozzi, l'omeopata che ha seguito il bambino poi morto di otite a 7 anni all'ospedale di Ancona, molto probabilmente subirà una sanzione http://www.repubblica.it/cronaca/2017/05/29/news /mecozzi_il_dottore_che_credeva_nell_apocalisse_e_non_negli_antibiotici-166723819/

Tutti loro non dovranno subito abbandonare, o mettere da parte, il camice.

La stortura nasce da un elemento di garanzia e insieme dalla lentezza di azione dell'organo deputato a decidere dei ricorsi dei medici colpiti da una sanzione del loro Ordine tra avvertimento, censura, sospensione fino a sei mesi e radiazione. In base alla legge della categoria, infatti, il medico può giustamente fare ricorso. In quel caso viene sospeso il provvedimento disciplinare. E questo, appunto, serve come elemento di garanzia per non applicare le pena fino a che la decisione non passa "in giudicato". Il secondo grado di giudizio tocca alla Cceps, che sta per Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie. L'organismo, presieduto in questo periodo dal presidente del Tar della Puglia sezione di Lecce, Antonio Pasca, e composto da sotto sezioni dedicate alle singole professioni sanitarie (medici, odontoiatri, veterinari, infermieri e così via) è rimasto molto indietro con il lavoro.

"Stanno ancora analizzando i casi del biennio 2014-2015, iniziando dalle radiazioni", spiega Maurizio Scassola, vicepresidente della Federazione degli Ordini dei medici. A rallentare il lavoro è stata una sentenza della Corte Costituzionale, interpellata perché due membri del Cceps erano nominati dal ministero della Salute. Questo, ha detto la Consulta nel 2016, contrastava con i principi costituzionali di indipendenza e imparzialità degli organi giudicanti. La situazione si è sbloccata nel marzo scorso, con la nomina dei nuovi membri.

Il lavoro arretrato è tantissimo. 

"E' nostro interesse velocizzare i tempi di decisione - dice sempre Scassola - anche per rendere efficaci le sanzioni stesse. E' stato stimato che ci vorranno due anni prima che il lavoro del Cceps torni a regime". L'attività della commissione è stata intensificata per rimettersi un po' in pari. "Stiamo andando di corsa - dice uno dei componenti della sezione che si occupa dei medici - Non rispettiamo sempre l'ordine cronologico dei ricorsi proprio per fare prima le sanzioni più gravi. Le radiazioni su cui dobbiamo decidere sono una trentina. Il punto è che molti colleghi fanno ricorso anche per pene leggere, in una riunione abbiamo impiegato tre ore per decidere se confermare o meno un "avvertimento".

mercoledì 21 giugno 2017

Un satellite cinese ha inviato il primo messaggio a prova di hacker

lastapa.it
marco tonelli

L’entanglement quantistico è un fenomeno che caratterizza due particelle in grado, a distanza, di mantenere le stesse proprietà. Applicato alle comunicazioni, il processo permetterebbe di inviare dati in modo che sia impossibile intercettarli



Secondo la meccanica quantistica, l’entanglement (groviglio) è un fenomeno che caratterizza due particelle in grado, a distanza, di mantenere e trasferire le stesse proprietà. Se applicato al mondo delle comunicazioni, il processo permetterebbe di inviare messaggi sicuri proprio perché l’informazione viene trasmessa direttamente da una particella all’altra. Infatti, sfruttando questo processo, il satellite cinese Micius ha inviato a tre stazioni in Cina, il primo messaggio a prova di hacker. L’esperimento è stato realizzato da un team di fisici diretto dal professor Jian-Wei Pan ed è stato reso noto in un articolo scientifico pubblicato, qualche giorno fa, sulla rivista Science.

I mezzi di comunicazione esistenti inviano miliardi di fotoni (particelle elettromagnetiche) e per questo motivo è possibile intercettare i messaggi. Ma con una sola coppia di fotoni alla volta - come nel caso della comunicazione quantistica - è impossibile farlo, in quanto la trasmissione verrebbe semplicemente interrotta. In poche parole, si tratta di un procedimento che potrebbe rendere inutile ogni tipo di sicurezza informatica. E le applicazioni sarebbero infinite: dalla difesa al mondo della finanza.

A quasi un anno di distanza dal lancio del satellite, il progetto QUESS (Quantum Experiments of Space Scale), ha ottenuto così, il primo risultato e segna un passo avanti in questo campo. Sono anni infatti, che la Cina sta lavorando a una rete quantistica di comunicazione tra Pechino e Shanghai. 2mila chilometri per un progetto da 100 milioni di dollari. Un settore di ricerca, che sta beneficiando di numerosi investimenti anche da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea. Quest’ultima, ad esempio, nel 2016 aveva messo in campo un miliardo di euro per poter sperimentare e sviluppare le possibili applicazioni delle reti quantistiche.

Giornalisti e avvocati anticorruzione del Messico attaccati da spyware governativi

lastampa.it
carola frediani

Una decina tra i più noti reporter e attivisti dei diritti umani sono stati presi di mira con un software spia venduto ai governi, denunciano due report. Inclusi i loro famigliari



Alcuni dei più noti giornalisti d’inchiesta messicani e i loro famigliari sono stati presi di mira con spyware, software spia, in grado di monitorare i loro telefoni. Insieme ai reporter, anche attivisti dei diritti umani e avvocati che si sono occupati della scomparsa e uccisione dei 43 studenti di Ayotzinapa (vicenda nota come il massacro di Iguala). In tutto almeno 11 persone - in gran parte giornalisti, incluso il figlio minorenne di una delle vittime - sono state bombardate da 76 messaggi Sms che tentavano di infettarle con uno spyware prodotto da un’azienda di origine israeliana attualmente controllata da un fondo di private equity statunitense.

Il software malevolo sarebbe stato venduto a varie agenzie governative messicane, ufficialmente con lo scopo di indagare su criminalità e terrorismo. Sebbene non sia certo la prima volta in cui viene individuato e denunciato l’abuso di questo genere di strumenti da parte di numerosi Stati, in questo caso siamo di fronte “all’esempio più plateale e inquietante mai incontrato”, per dirla con le parole di Ron Deibart, direttore del Citizen Lab, laboratorio dell’università di Toronto che da anni pubblica report sull’impiego di malware governativi contro attivisti e dissidenti, e che ha condotto l’indagine relativa al caso messicano, insieme alle associazioni R3d, Social Tic e Article 19 (che hanno pubblicato a loro volta un rapporto in spagnolo).

Le due indagini
I due report spiegano infatti come gli Sms ritrovati sui cellulari delle 11 vittime contenessero dei link collegati all’infrastruttura usata dall’azienda NSO Group per condurre attacchi contro i target sfruttando una vulnerabilità dei loro telefoni Android e iPhone. A quel punto le vittime venivano infettate con uno spyware, un software malevolo (denominato Pegasus) in grado di intercettare comunicazioni, email, chat, attivare la videocamera e il microfono, tracciare gli spostamenti.

Ma perché l’invio di Sms (e non ad esempio di email)? “Da quel che sappiamo, gli spyware di NSO Group infettano solo telefonini”, commenta a La Stampa Bill Marczack, uno degli autori del report di Citizen Lab. “E quindi se il link è inviato via Sms è più probabile che sia cliccato quando si sta usando il cellulare. Inoltre, i messaggi Sms sono l’ideale per gli attacchi, perché possono essere inviati in maniera tale da non contenere metadati che possano in qualche modo essere ricondotti agli attaccanti. Per esempio, puoi falsificare facilmente il mittente di un messaggio”.

La dinamica dell’attacco
Gli Sms erano confezionati e mirati per ingannare le vittime, spingendole a cliccare i link contenuti nei messaggi. In alcuni casi simulavano di essere notifiche relative alle bollette telefoniche o alla carta di credito; alert sulla scomparsa di bambini; messaggi dall’ambasciata americana del Paese che segnalava problemi con il visto; notizie di interesse; e perfino segnalazioni inviate apparentemente da conoscenti che avvisavano le vittime di possibili minacce sotto casa. Una volta cliccato sul link del messaggio, il telefono visitava un server che verificava il tipo di dispositivo utilizzato (se iPhone o Android) e poi inviava allo stesso un exploit, un codice di attacco che sfruttava una vulnerabilità del sistema operativo. Questi server sono stati mappati dai ricercatori e confrontati con precedenti attacchi ricondotti all’infrastruttura usata da NSO. La Stampa ha contattato NSO Group per un commento e aggiornerà l’articolo nel caso in cui riceva risposte.

Le vittime
Tra i giornalisti, la più colpita e la più nota è Carmen Aristegui, che nel 2014 aveva condotto una inchiesta su Angelica Rivera, moglie del presidente messicano Enrique Peña Nieto, e in particolare sui legami tra una sua lussuosa residenza privata e un contractor governativo (il cosiddetto scandalo della Casa Bianca, com’era stata ribattezzata la dimora in questione). Dal 2015 Aristegui - che è stata licenziata dalla testata per cui lavorava, ma ha continuato a pubblicare inchieste - ha ricevuto decine di messaggi infetti. Siccome però non ha mai cliccato sui link, a un certo punto la tattica è cambiata e dal 2016 è stato preso di mira il figlio minorenne, Emilio. E poi ancora di nuovo entrambi. Si tratta “della prima volta in cui veniamo a conoscenza di un minorenne usato come target di uno spyware governativo”, scrive il report di Citizen Lab.

Probabilmente l’obiettivo degli attaccanti era di ottenere informazioni sulla madre anche attraverso il dispositivo del figlio. E uno dei messaggi ricevuti dal ragazzo (che si trovava negli Stati Uniti) simulava di provenire dal governo americano. Altri giornalisti presi di mira lavorano o hanno lavorato insieme ad Aristegui, inclusi Rafael Cabrera e Sebastián Barragán. E poi ancora reporter che si occupano di corruzione come Salvador Camerena e Daniel Lizárraga, e il conduttore tv Carlos Loret de Mola. Quest’ultimo è stato attaccato mentre lavorava a una inchiesta su un massacro avvenuto nel 2015 in una fattoria nota come Rancho El Sol, dove era ventilato un coinvolgimento degli apparati di sicurezza messicani. Tra gli attivisti sono stati colpiti anche i rappresentati di un’associazione, Centro PRODH, che seguiva le famiglie delle vittime della strage di Iguala, la vicenda dei 43 studenti sequestrati e poi “spariti” nel nulla.

Il Messico e gli spyware
Il Messico è un avido compratore di software spia. Già nel 2015 era emerso come il Paese centroamericano fosse il principale cliente di Hacking Team, il produttore italiano di spyware governativi, prima ancora dell’Italia e del Marocco, rispettivamente in seconda e terza posizione. Il governo messicano e suoi 14 Stati avevano pagato almeno 6 milioni di dollari in spyware e servizi correlati, secondo i documenti emersi dopo l’attacco subito dalla stessa azienda milanese. Ma dal 2011 in poi a NSO Group le agenzie federali messicane avrebbero pagato qualcosa come 80 milioni di dollari, secondo alcuni contratti ottenuti dal New York Times.

Sempre secondo questi documenti, il malware dell’azienda israelo-americana costerebbe 500mila dollari solo di installazione, più 650mila per un pacchetto di dieci utenti iPhone. L’uso di Pegasus - il malware NSO - in Messico era già emerso in passato, quando lo stesso Citizen Lab aveva individuato una campagna di spyware indirizzata contro attivisti e ricercatori che avevano promosso una tassa sui soft drinks, le bevande zuccherate, per ridurre la diffusione dell’obesità. E l’aveva ricondotta al software e all’infrastruttura di quest’azienda. E poi era era stato individuato già un attacco contro il giornalista Rafael Cabrera.

Identikit di NSO Group
NSO Group è un’azienda nata in Israele (dove ha ancora sede, a Herzelia, Tel Aviv) che affonda le sue radici, come molte startup tecnologiche della zona, nell’Unità 8200, la divisione cyber delle forze armate israeliane. Vende spyware a governi, così come fanno altre aziende del settore, quali Hacking Team e FinFisher. Diciamo che nel campo trojan si posiziona nella fascia alta: i suoi malware e servizi sono più costosi, e promettono di riuscire a infettare facilmente da remoto anche gli iPhone.

Nel 2014 NSO è passata sotto il controllo del fondo americano di private equity Francisco Partners.
Nel 2016 si è trovata improvvisamente sui media dopo che un suo spyware era stato usato per colpire un noto attivista dei diritti umani degli Emirati Arabi Uniti, Ahmed Mansoor (qui la sua storia) Quell’attacco usava ben tre vulnerabilità zero-day e la sua scoperta (sempre da parte di Citizen Lab e la società Lookout) aveva innescato un aggiornamento di sicurezza di Apple. Ultimamente - riportano alcune testate - il fondo Francisco Partners starebbe cercando di vendere NSO. Nel 2014 aveva pagato 120 milioni di dollari per una quota maggioritaria nell’azienda.

Ora punterebbe a incassare dieci volte tanto, ovvero oltre un miliardo di dollari. Una cifra vista con scetticismo da alcuni osservatori. Anche se, come abbiamo visto col Messico, la domanda di strumenti di sorveglianza resta alta. E non solo per utilizzarli nei confronti di criminali e terroristi. Infatti in alcuni Stati, come scrive Deibert, “finiscono con l’essere utilizzati contro la società civile”.

Trovato un “tesoro” nazista nella stanza segreta di un collezionista a Buenos Aires

lastampa.it



Un busto di Hitler, un’aquila poggiata su una svastica, una clessidra con i simboli del Terzo Reich. È parte dell’inquietante ritrovamento - 75 oggetti di epoca nazista - effettuato in Argentina. Nella cittadina di Beccar, 24 chilometri a nord di Buenos Aires, è stato trovato un “tesoro” risalente alla Seconda Guerra Mondiale. Secondo gli esperti si tratta di manufatti originali appartenuti a militari di alto rango della Germania nazista. La polizia ha trovato gli oggetti in una stanza segreta nella casa di un collezionista. Insospettiti da una grande libreria, gli agenti hanno scovato il magazzino nascosto. È stato anche ritrovato il negativo di una fotografia in cui Hitler regge la clessidra con la svastica sequestrata dalle forze dell’ordine.



Gli inquirenti adesso vogliono capire come gli oggetti siano arrivati in Argentina. L’ipotesi più probabile è che siano stati introdotti nel Paese sudamericano da un militare di alto rango in fuga dalla Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’Argentina e alcuni Stati confinanti, infatti, erano diventati il rifugio per molti militari nazisti dopo il 1945. Tra loro Josef Mengele, l’Angelo della morte che faceva esperimenti sul corpo dei prigionieri del campo di concentramento.



Dopo aver vissuto a Buenos Aires per un decennio, era stato scoperto da alcuni agenti del Mossad ed era fuggito in Paraguay. Poco tempo prima era stato arrestato in Argentina Adolf Eichmann, mente dell’Olocausto. Mengele è poi morto nel 1979 in Brasile.


AP


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Api, vespe, calabroni: come difendersi dalle punture degli insetti

lastampa.it
angela nanni

Che cosa mangiano, da cosa sono attratti e perchè a volte attaccano anche l’uomo i cosiddetti imenotteri



Gli imenotteri comprendono circa 1000 specie di insetti e fra di loro i più rilevanti da un punto di vista allergologico sono le api, le vespe (presenti soprattutto nel periodo della vendemmia) e i calabroni. Secondo le stime disponibili, nel corso dell’esistenza, almeno 9 italiani su 10 vengono punti da un ape, una vespa o un calabrone e fino all’8% sviluppa una reazione allergica, dal pomfo in sede di puntura, fino allo shock anafilattico e addirittura al decesso (non meno di 10 casi accertati ogni anno).

«Quando si viene punti e si è allergici al veleno degli imenotteri, i sintomi possono essere localizzati alla sede della puntura oppure estendersi al resto del corpo. Rossore e gonfiore circoscritti in una zona di circa 2-3 centimetri di diametro sono reazioni normali e regrediscono in poche ore, anche spontaneamente», chiarisce la professoressa Maria Beatrice Bilò, coordinatrice del Board scientifico della campagna d’informazione Punto nel Vivo e specialista in allergologia degli Ospedali Riuniti di Ancona.

Punto nel vivo: una campagna d’informazione
«Punto nel vivo» è una campagna di informazione, patrocinata da Feder Asma e Allergie Onlus - Federazione Italiana Pazienti che punta a informare sulle reazioni allergiche che possono seguire alle punture di imenotteri. Aderiscono alla campagna oltre 80 centri allergologici italiani specializzati nella diagnosi e terapia dell’allergia al veleno di imenotteri, una capillare rete al servizio del paziente distribuita su tutto il territorio nazionale.

Reazioni allergiche: come riconoscerle
«Quando il rossore e il gonfiore sono di grandezza superiore ai 10 centimetri possiamo essere di fronte a una lieve reazione allergica, che viene definita “reazione locale estesa” che in genere tende a ripetersi nel corso di punture successive- chiarisce ancora la professoressa Bilò - I sintomi più gravi, che compaiono generalmente entro mezz’ora dalla puntura, sono invece rappresentati da orticaria, prurito diffuso, vomito, mancanza del respiro, stordimento, perdita di coscienza (shock anafilattico). Se la persona che è stata punta manifesta per la prima volta questi sintomi, deve immediatamente chiamare il 118. Se invece l’allergia è nota, bisogna ricorrere subito all’adrenalina predosata e disponibile in siringa auto-iniettabile, che agisce rapidamente, limitando i sintomi. Anche in questo caso è pero opportuno chiamare il 118».

Ape
Le api sono sicuramente, fra gli imenotteri, i più conosciuti. A pungere, di solito, sono le api operaie poiché hanno anche il compito di difendere l’alveare da eventuali nemici. Sono proprio queste api ad essere dotate di pungiglione, una struttura che in condizioni di non pericolo, è accolta in una tasca addominale interna dell’insetto e che viene letteralmente tirata fuori, solo in caso di pericolo.
L’ape nel momento della puntura tira fuori il suo pungiglione che si ancora, tramite dei veri e propri piccoli uncini, al corpo umano. L’ape compie un grande sforzo per staccarsi dal substrato e nel farlo si priva del pungiglione e anche degli ultimi segmenti addominali che contengono le ghiandole velenifere, che restano quindi adese al pungiglione stesso. Questo fa si che anche dopo la puntura l’ape continui a rilasciare lentamente il suo veleno nella vittima.

«Se è rimasto il pungiglione dell’ape, un puntino nero al centro della parte colpita, bisogna rimuoverlo, per ridurre gli effetti della puntura. Si può fare con una limetta o una carta di credito con cui sollevare piano il pungiglione», precisa ancora la professoressa Bilò. Al momento della puntura, inoltre, l’ape rilascia nell’aria una sostanza chimica chiamata isopentil acetato, un feromone che ha lo scopo di allertare altre api operaie del possibile pericolo. Ecco perché dopo la puntura è meglio allontanarsi dal luogo per evitare punture successive. Dopo la puntura l’ape muore, ma il suo sacrificio vale la salvezza dell’alveare.

Vespe
Le vespe non vivono solo in parchi e giardini, ma anche in spiaggia e montagna. Sono attirate dalle sostanze zuccherine e dall’immondizia. I vespai raggiungono il massimo della popolazione nei periodi autunnali e anche le vespe pungono solo per difesa. In primavera formano i loro nidi con pasta di legno rosicchiato, masticato e mescolato con la saliva. Spesso la volontà dell’uomo di rimuovere questi nidi, mette in allarme le vespe che per difendersi pungono. La rimozione dei vespai è gestita dalle ASL: in pratica è un servizio al pari della disinfestazione. A volte si specializzano in tale rimozione alcuni gruppi della Protezione Civile e si può invece richiedere l’intervento dei Vigili del fuoco nel caso in cui la presenza di tali nidi configuri una situazione di pericolo.
 
Calabroni
I calabroni si nutrono di insetti e linfa, per cui non sono affatto attratti dal cibo e pungono solo se provocati, altrimenti preferiscono volare via. Vivono di nei boschi, ma non disdegnano le zone di campagna e suburbane. Formano colonie annuali, nidificano in primavera e poi già in ottobre le loro “casette”, sono del tutto abbandonate. Preferiscono nidificare nelle cavità di alberi secolari, ma in mancanza si adattano agli spazi fra i muri, ai camini, ai granai o alle cassette nido per uccelli. Si può convivere pacificamente con i nidi di calabroni, l’importante è non attaccarli. Il calabrone tende a pungere più frequentemente la sera tardi e la sua puntura è molto dolorosa, riferita dalle persone come una “pugnalata”.

Immunoterapia: quale utilità
I pazienti che scoprono di essere allergici al veleno degli imenotteri non devono vivere nel terrore di essere punti come chiarisce ancora una volta la professoressa Bilò: «Tutti i pazienti che hanno manifestato reazioni gravi a seguito di una puntura di imenotteri possono beneficiare dell’immunoterapia specifica, impropriamente chiamata vaccino, che consente una protezione superiore al 90%. Questo significa ad esempio che un paziente allergico al veleno di Vespa che ha avuto uno shock anafilattico, facendo l’immunoterapia specifica, può essere ripunto senza problemi, con riduzione dello stress legato alla imprevedibilità dell’evento e netto miglioramento della qualità della vita». 

Chiavi di casa: come fare a non smarrirle

lastampa.it
daniela raspa

Dimenticare le chiavi di casa o dell’auto e non riuscire a trovarle è un classico, come non ricordare più dove abbiamo parcheggiato

chiavi di casa

DIMENTICARE LE CHIAVI DI CASA
A ciascuno di noi sarà certamente capitato di perdere tantissimo tempo a cercare le chiavi di casa o dell’auto. Convinti di averle lasciate, come sempre, nello svuotatasche o sulla consolle di fronte alla porta, dove però non le abbiamo più trovate. E allora eccoci a cercarle disperatamente, sforzandoci di fare un passo indietro con la memoria per ricordare quel momento. Un classico, come in fin dei conti anche le dimenticanze relative al parcheggio dell’automobile nei grandi centri commerciali…

PERCHE’ CAPITA DI DIMENTICARE LE CHIAVI DI CASA

Dimenticare le chiavi di casa, come l’esatto parcheggio dell’auto, sono dimenticanze comuni non necessariamente legate alla scarsa memoria. E nemmeno alla vita frenetica e alle frustrazioni quotidiani. Almeno non esclusivamente. In effetti le persone anziane sono quelle che tendono più spesso a dimenticare dove hanno lasciato le cose. Dunque questo farebbe pensare ad un problema legato essenzialmente al buon funzionamento della memoria. Ma più che di memoria, si dovrebbe parlare di carenza di attenzione. Il problema nasce infatti a monte: ovvero nel momento in cui abbiamo lasciato l’oggetto. Non si tratta quindi di concentrarci sul recupero del ricordo, ma sul suo immagazzinamento. Non riusciamo a ricordare dove avevamo messo le chiavi di casa, poiché non abbiamo mai registrato quell’informazione.

I PARERI DEGLI ESPERTI

A sostenere questa tesi è stato anche, di recente Ginny Smith, nell’ambito del Mastering Memory al Cheltenham Science Festival. Relatore del convegno e laureato di Cambridge, ha spiegato così la sua teria. “Studi recenti stanno ora suggerendo che le persone anziane non hanno più probabilità di perdere le loro chiavi di casa e altri elementi solo per via della scarsa memoria, ma anche a causa della mancanza di attenzione.” E così come gli anziani, anche i giovani hanno questo problema. Pensate a quante volte vi è capitato di mollare le chiavi sul tavolino con le buste della spesa ancora in mano, parlando al telefono.

COME NON DIMENTICARE LE CHIAVI CASA

Il trucco è, quindi, tutto alla base. Quando poggiamo le chiavi di casa o parcheggiamo la macchina, concentriamoci senza distrazioni su questo luogo. Prestiamo attenzione all’azione che stiamo facendo, fermandoci un minuto a pensare. Un buon metodo è associare il luogo ad un’immagine, o ancora meglio creare una rima o una filastrocca.

Fonte: Dailymail.co.uk

Siena, Rifondazione comunista denuncia CasaPound. "Aiutare solo gli italiani è razzismo"

ilgiornale.it
Marco Vassallo - Mar, 20/06/2017 - 13:18

Rifondazione comunista ha deciso di denunciare CasaPound perché le raccolte alimentari del partito di destra sono devolute prima agli italiani



In tempo di Ius soli tutto è valido. E così Rifondazione comunista decide di querelare CasaPound.
Penserete che il motivo sia legato a qualche ideologia del passato, del Ventennio magari, e invece no. La denuncia è scattata perché il partito di estrema destra aiuta "solo gli italiani". Per la sinistra quindi aiutare prima le famiglie italiane in difficoltà è pura discriminazione.

La denuncia

Non è uno scherzo, né tantomeno una bufala. È semplicemento l'ultimo capitolo dello scontro tra CasaPound e Rifondazione comunista a Siena. Il partito della falce e martello si è avvalso dell'avvocato Irene Gonnelli e ha presentato querela. "Abbiamo visto numerosi manifesti dove si legge di raccolte alimentari che vengono effettuate dall'associazione CasaPound - spiegano alcuni militanti di sinistra al Il Corriere di Siena, che riporta la notizia -. Ma negli stessi manifesti si legge che il cibo raccolto verrà poi donato solamente agli italiani". Ed ecco qui la brillanti idea di rivolgersi alla legge, per farsi giusitizia: "Ci siamo domandati se questo comportamento rispetti la legge e sia costituzionale - proseguono i comunisti -. (...) Questa per noi è discriminazione per questo motivo abbiamo presentato denuncia per quello che noi riteniamo essere un atteggiamento discriminatorio".

"Razzismo contro gli italiani"

Marzio Fucito, responsabile provinciale di CasaPound Siena, è allibito: "Spero sia una levata di scudi, un canto del cigno di un partito che in città non esiste di più - ha spiegato telefonicamente a ilGiornale.it -. "Questa mattina a Siena oltre venti persone mi hanno fermato per chiedermi se fosse tutto vero, e purtroppo lo è. Ciò che fa riflettere è che che alcuni di questi cittadini sono di sinistra e ammettono che questa mossa di Rifondazione è una pazzia".

CasaPound Siena è molto attiva nella zona, tanto da offrire un servizio di dopo scuola gratuito a ben 17 ragazzini. Inoltre sostiene con la distribuzione alimentare ben 33 persone. "Questa querela è partita solo perché il mio partito è presente e sostiene molte zone in cui prima era presente la sinistra e che ora ha lasciato per occuparsi di altro - prosegue Fucito -.

"Più che altro da questa denuncia denota come Rifondazione Comunista ormai sia distante anni luce dalle necessità del popolo italiano, perdendo consenso in quei quartieri e in quei ceti sociali che prima erano le loro roccaforti cioè periferie e ceti meno abbienti. Oggi vediamo che la credibilità che abbiamo assunto noi, è stata persa da loro creando il livore che gli ha portati a questa denuncia che ha il sapore di un vero e proprio autogoal". "Siamo arrivi al razzismo inverso. Ora aiutare prima gli italiani è un crimine": chiosa Fucito.

La memoria tradita

ilgiornale.it

Giannino Della Frattina - Mar, 20/06/2017 - 08:49



Che devastazione. Umana e dunque anche morale nelle lapidi abbandonate degli eroi della Grande Guerra nel Cimitero Monumentale di Milano (così come denuncia il Codacons).

«Museo a cielo aperto» si vanta il Comune, ma non per chi alla Patria ha donato la vita. E così le fotografie di chi «colpito in fronte da palla nemica moriva per la sua Italia» o di chi è «caduto eroicamente sulla contesa sponda» son lasciate alla corrosione del tempo. Così come le iscrizioni che ricordano i luoghi dove la meglio gioventù offrì il suo olocausto: Col di Lana, Monte Seruggio, San Michele sul Carso, Enego e l'Altopiano di Asiago. Terre bagnate dal sangue di chi non ebbe paura di morireand lascio madri, fidanzate, mogli e figli. Immaginando per loro un futuro migliore. Per questo fa orrore l'oltraggio del tempo, ma soprattutto quello dei politici che tradendo la memoria, svendono il dna di un popolo.

È vero che oggi un Piave che mormora «non passa lo straniero» non appartiene al loro immaginario, ma è forse arrivato il momento di riscoprire l'orgoglio di quei valori. Lo fecero i presidenti Cossiga e Ciampi quando costrinsero tutti a onorare Tricolore e Inno nazionale, forse è ora di rivendicare l'epica della Prima Guerra Mondiale sacrificata di fronte a quella della Resistenza della quale hanno bisogno perché è rimasta l'unico collante di una sinistra ormai decomposta.

Non sarà facile fino a quando sul palco del 2 giugno Grasso e Boldrini, seconda e terza carica dello Stato, non applaudiranno la Folgore. Ma prima o poi un moto di orgoglio forse prenderà anche noi italiani, magari guardano quei prati perfettamente tosati e le tombe lustre dei cimiteri di guerra inglesi o americani, disseminati sul suolo di questa nostra povera Italia.

Strage di Brescia, chiesta la conferma dell’ergastolo per Maggi e Tramonte

lastampa.it

La requisitoria del pg Viola in Cassazione: “Troppe reticenze e depistaggi”


Brescia, piazza della Loggia: il 28 maggio 1974 morirono 8 persone. Altre 102 rimasero
ferite

Il pg della Cassazione Alfredo Viola ha chiesto la conferma della condanna all’ergastolo per Carlo Maria Maggi, leader di Ordine Nuovo, per la strage di Piazza della Loggia a Brescia nella quale il 28 maggio 1974 morirono 8 persone e 102 rimasero ferite.

Per il pg è da convalidare il verdetto dell’appello bis emesso il 27 luglio 2014 dai giudici di Milano. Il pg ha chiesto la conferma dell’ergastolo anche per Maurizio Tramonte, l’ex fonte Trifone dei servizi segreti. «Sono troppe le reticenze e i depistaggi che hanno percorso le indagini sulla strage di piazza La Loggia, come se la coltre di fumo sollevata dall’esplosione della bomba, la mattina del 28 maggio di 43 anni fa, non si fosse dispersa ma si fosse invece propagata sull’Italia intera», ha detto nella sua requisitoria Viola.

Che ha aggiunto: «Si tratta di un processo indiziario, complesso ma non impossibile: anche se non c’è la pistola fumante, è lo stesso possibile accertare le responsabilità, in questa vicenda ci sono voluti anni per rimuovere gli effetti di indagini errate, o volutamente errate».

Fiori vietati nei cimiteri e niente tuffi: ecco cosa si rischia nell’estate dei divieti all’italiana

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debora bizzi



Dopo le ordinanze della Raggi contro i barbari delle fontane romane e la guerra ai bivacchi del sindaco di Firenze, altre città italiane si sono fatte avanti proponendo numerosi divieti estivi. Ne abbiamo raccolti alcuni davvero particolari. Le amministrazioni di Supersano (Lecce), Giugliano (Napoli), Sarno (Salento), Casagiove (Caserta) e molte altre hanno vietato dal 1° di giugno, e per quattro mesi, i fiori freschi e le piante nei Cimiteri. Il motivo? Le temperature estive ne provocano una rapida decomposizione e, di conseguenza, effetti negativi sull’ambiente.

A Ravenna invece sono previste multe fino a 500 euro per i trasgressori dell’ordinanza che impone il divieto di fare il bagno dentro fiumi, canali e laghi ma sarà ovviamente consentito entrare in mare. Anche la spiaggia è oggetto di provvedimenti. Per esempio molte amministrazioni venete (come Chioggia e Jesolo) vietano l’acquisto di prodotti da venditori abusivi con multe fino a 500 euro per i trasgressori.

A Milano sono stati banditi i tuffi in Darsena, mentre a Prato – proprio come a Treviso – vengono puniti i ciclisti trasgressori che abbandonano le biciclette a ridosso delle vetrine e degli accessi ai locali. Ed ancora a Roma, l’amministrazione comunale vieta il consumo di cibo in spiaggia. Altre insidie si nascondono nei giardini e nelle aree verdi. Come a Porto Santo Stefano, in provincia di Grosseto, dove l’amministrazione comunale di Monte Argentario ha vietato il gioco del calcio e altre attività che possano creare disturbo, come l’utilizzo di biciclette, pattini e skateboard.

Infine l’annoso problema della musica ad alto volume. Ogni città fa storia a sé. Per esempio a San Benedetto del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, i locali possono suonare fino alle 22. Più “generosi” i siciliani di Campobello di Mazara, in provincia di Trapani, i quali danno il permesso ai locali della zona di emissioni sonore fino all’1.30. I trasgressori rischiano multe salate. E non solo al mare.

Quei binari del treno di Lenin che rovesciarono la Storia

lastampa.it
domenico quirico

Domenico Quirico ha ripercorso le ultime tappe del viaggio che il leader russo grazie all’aiuto della Germania, fece nel 1917 per guidare la rivoluzione bolscevica


L’arrivo di Lenin alla «Stazione Finlandia» di San Pietroburgo il 13 aprile del 1917

Ah! il treno non è certo quello, quello su cui viaggiò Lenin nel 1917. Adesso il convoglio che fa servizio tra la Finlandia e Pietroburgo si chiama «Allegro», sì, in italiano, con bella parola presa dalla musica: l’unica cosa, in fondo, in cui siamo ancora universali.

Non ci sono più le colonne di fumo che salivano al cielo come scale senza fine e scottavano le nubi di inverno con nuvole bollenti di vapore, non prorompono i fischietti dei manovratori e i rochi sibili delle locomotive. Alla fine del viaggio, laggiù, a mille verste, allora c’era la Russia scompigliata torbida strisciante saltante miserabile, con l’enorme macina della Rivoluzione già in moto. Oggi ci attende la Russia di Putin, capitalista, apparentemente monolitica e soddisfatta. Indecifrabile, un po’ come il suo capo, all’inizio, quando lo dicevano uomo senza volto.

Tetra, quasi senza neve ma con blocchi di scuro fango ghiacciato, la Finlandia mi accoglie con la sua luce di sempre, artica, un cielo che pare intriso di neon e di ghiaccio, che dà alla testa. Per mezzo secolo questa è stata periferia di Europa e i rapporti con l’ingombrante, diffidente vicino comunista non erano certo agiati e ovvi. «Finlandizzazione» si diceva, ad indicare un metodo politico e ideologico per sopravvivere, improntato a una quieta reticenza: indipendenti, sì, ma con giudizio, senza mai infrangere le ferree regole di una autocensura dabbene. E mi viene in mente che la parola rischia di tornar di moda, trent’anni dopo, per soccorrere altri vicini di nuovo in affanno: la Ucraina, i baltici, la Polonia chissà… Gli imperi purtroppo non dimenticano.

Cento anni! Cento anni dalla Rivoluzione: tanti. Forse troppi per rivivere quell’anno in cui gli uomini vissero più che non altri in un secolo intero. Anzi: le due Rivoluzioni, quella di febbraio che fu vera e popolare insurrezione. Le mani dello zar sullo Stato erano già aggranchite ma la Storia dice le cose senza fretta, perché non trova subito la parola necessaria. E poi Ottobre, che fu invece un golpe dei bolscevichi e di Lenin, e che cambiò il mondo. Come si fa a restituire nelle parole, quel senso che nelle strade di San Pietroburgo tutto fermentava, cresceva al magico lievito della esistenza, e la Storia avanzava a larghe ondate senza sapere dove come un vento silenzioso attraverso le terra e le città e i corpi, abbracciando tutto quello che incontrava sulla sua strada?

L’insurrezione sembrava una poesia di Block. L’aria la trasportava sulla Neva leggera come il polline e dura come il piombo e quei semi cadevano nei solchi e nelle teste dando alle cose già aria di primavera, produceva insieme fiori e proiettili. E poi… Che ne resta oggi? Quando coloro che vorrebbero celebrarla sono sconfitti, e gli altri, i vincitori, preferirebbero dimenticarla… Eppure questo è, più di altri, un anniversario obbligatorio. Perché ci obbliga a rispondere alla domanda: dove sta il confine tra ciò che è lecito e ciò che è illecito fare in nome del fine che giustifica i mezzi. Il crimine contro l’umanità non inizia con la condanna staliniana di vari milioni di innocenti ma con la condanna già nel 1917 del primo individuo innocente. Se si comincia a usare la vita umana come un capitale di investimento subito si spalanca un abisso senza fondo. Il terribile tranello delle Rivoluzioni. Nei tempi di fanatismi non più ideologici ma religiosi rispondere è vitale.

Per questo ho deciso, ingenuamente, di arrivare a San Pietroburgo non in aereo ma con il treno: come Lui, l’esule di Zurigo, impaniato fino ad allora nel ciarpame quotidiano di quella Svizzera filistea e rancida, nei dibattiti sterili del «club dei birilli». Via, finito tutto questo, finalmente! si parte per la Russia con il plotone di moglie, amante, attendenti bolscevichi. Approfittando della strategia volpina della Germania che li vuole usare come un bacillo per atterrare il nemico russo. Sì, voglio scendere come fece Lenin alla stazione Finlandia quando Pietroburgo era appena stata risciacquata dalla piena della rivoluzione. Illusione, forse: cercare di far rivivere il passato come se sfregassi sui vetri.

Provo a immaginare quell’uomo terribile, febbrile, impaziente che vede scorrere, in quel vagone che la leggenda descrive piombato e invece era teatro di incontri e trattative ambigue, le stazioni e i Paesi: la Germania, la Svezia neutrale e poi la Finlandia che era già Russia, sotto la finzione di un granducato satellite. Aveva appena annunciato, un Lenin rassegnato, ai fedelissimi che il mondo nuovo sarebbe venuto per un’altra generazione: noi non vivremo le battaglie della rivoluzione nascente… E invece! Era un regalo della storia una guerra così!

Non assomigliava davvero ai vecchi rivoluzionari russi, imbevuti di idealismo, parolai. La sua energia era l’odio. Il partito che aveva inventato doveva essere votato alla guerra totale, allo sterminio fisico del nemico di classe, un darwinismo implacabile, animale che avrebbe assicurato la vittoria. Odio e bugie: i due fattori più importanti della educazione politica subiti dagli uomini del ventesimo secolo. E di quello che è appena iniziato. Questa piccola, antica stazione di Helsinki ha imprevedibile quiete e paesane assonanze russe. Non solo architettoniche. Le vecchie porte di legno sono presidiate da una donna che propone icone e libri sacri. Sul legno qualcuno ha inciso una scritta: musulmani fuori!

Il treno, russo, è modernissimo, di lusso. Solo che marcia alla tranquilla velocità dei «direttissimi» della mia infanzia. Come se la modernità si fosse fermata a mezzo, il futuro fosse rimasto in sospeso. E anche in questo assomiglia alla Russia di oggi. I viaggiatori sembrano usciti da tempi gorbacioviani, tempi di penuria: carichi cioè di involti, pacchi e borsoni, che immagino frutto di giudiziose incursioni consumistiche nei centri commerciali finlandesi. A più basso costo rispetto a quelli putiniani? Difficile crederlo, con la svalutazione del rublo e l’inflazione.

Il treno si muove. Con poca neve i luoghi, la campagna finlandese, assumono un’aria tetra e inaccostabile. Ci lasciamo dietro le stazioni: Tikkurila, Lathi, Kuovola… Tutte deserte di uomini, scale mobili ferme e vuote, nei parcheggi auto che sembrano relitti di una immemorabile glaciazione. Nel mio vagone una ragazza russa interrompe furibonde liti telefoniche con il fidanzato solo per bere lattine e lattine di birra. Una coppia matura, amanti moderatamente espliciti, prepara le giornate di San Pietroburgo.

Vainnikala è l’ultima stazione finlandese. Ecco la frontiera, e la russa Vyborg. Siamo già alle permanenti conseguenze della Rivoluzione. Fino al 1940 Vyborg era finlandese, l’arraffò Stalin con una guerra brutale e il consenso dell’alleato Hitler. Violenza che è risultata indifferente alla dissoluzione dell’Urss, ai revisionismi di bandiere e frontiere. Adesso la ferrovia è un binario tra due alti e fitti reticolati come se fosse entrata in una gabbia. Sul treno salgono truccatissime poliziotte russe per i controlli: congegni elettronici moderni e vecchi tamponi. La ragazza, già abbastanza ubriaca, viene prelevata e sparisce con loro…

Accanto a me viaggia un professore universitario, torna da un convegno in Finlandia. Parliamo di Pasternak, il Grande Muto della letteratura russa: noi che abbiamo vissuto la seconda rivoluzione quella capitalistica degli Anni Novanta assomigliamo molto ai personaggi di «Zivago»: «Anche noi come nel ’17 abbiamo vissuto in fondo cose che accadono una volta sola nella storia dell’umanità, la fine degli zar, la caduta del comunismo, poteri infrangibili, eterni. Alla Russia di nuovo era stato strappato via il tetto e, di colpo, ci siamo trovati allo scoperto sotto il cielo. E’ stato terribile, ogni volta. Guardi: sulla rivoluzione non troverà pareri unanimi, il tema è controverso».

L’uomo dell’Est europeo costretto a cercare di sopravvivere alla storia piuttosto che compierla. Che entrati nel ventunesimo secolo può insegnarci molte cose perché come lui siamo rimasti soli in senso etico. Ci ha abbandonato il Dio universale, i nostri miti universali e ci ha abbandonato anche la verità universale. Cento anni dopo la caduta del palazzo d’inverno al posto della speranza del futuro hanno avuto il sopravvento le frustrazioni per gli errori del passato storico, i sentimenti del nazionalismo ferito e la collera del rancore. Ha ragione il professore: dobbiamo pensare a una rivoluzione lunga che inizia nel 1905 e si compie forse oggi nel fragile termidoro dell’età putiniana.

Ecco: stazione Finlandia, sgualcita, mediocre, provinciale come allora, simile a una sosta ferroviaria a Faenza o Voghera. Arrivo per caso alle ventitré, come allora. Era in ritardo Lenin. Festeggiavano già la vittoria i giovani soldati che non volevano andare al fronte, gli operai delle Putilov che avevano conosciuto nello stesso momento alfabeto e rivoluzione. Esultavano i contadini che si erano spartiti onestamente le vacche del padrone e che temevano la resurrezione dalla tomba dei vecchi poliziotti.

L’ex zar, ingenuo, spaccava legna e attendeva che «i bambini» (erano in età da marito!) guarissero dal morbillo per andare in esilio. E invece c’era, come destino, la cantina insanguinata di Ipatiev, laggiù a Ekaterinburg. Che restava da fare? Ma Lenin sapeva: che le Rivoluzioni le vincono non gli ingenui, gli eroi che le fanno sulle barricate, ma gli Altri, chi arriva dopo e ha idee e volontà. Verità amara e sempre valida come insegnano le primavere di Tunisi e del Cairo.

Lo aspettavano, quella sera, soldati schierati e una banda che suonava in mancanza di meglio la Marsigliese! Lo portarono per le riverenze e i saluti della «delegazione» nella saletta riservata dello zar, su un’autoblinda improvvisò un comizio fustigando i suoi che già civettavano con i nemici di classe, i menscevichi, i liberali. La sua statua ciclopica oggi sembra continuare quel comizio all’infinito, con gesto perentorio, a indicare il mare e i radiosi destini.

Esco sulla piazza, i lampioni hanno sulla neve accecanti riflessi da sala chirurgica. So che accanto, a cento metri, c’è un luogo che bisogna vedere subito: se non si vuole dimenticare che il dio ha fallito. Sì, bisogna affacciarsi sul vuoto glaciale della necessità storica, dei Grandi Fini e delle soluzioni finali. Sul lungo fiume, accanto alla stazione, incombe lugubremente silenziosa una gigantesca costruzione di mattoni rossi, piccole finestre irte di grate, una altissima ciminiera come di fornace lancia fumo verso il cielo e divide le quattro ali che divergono e gli danno il nome.

Sono «le croci», la prigione delle croci. Qui passarono i primi deportati degli inverni terribili del ’17 e del ’18: era un’epoca che non teneva conto degli uomini ma imponeva ciò che voleva lei. Si nominavano già commissari con poteri illimitati, uomini dalla volontà di ferro, con nere giubbe di cuoio, armati di leggi di terrore e di rivoltelle «nagant».

Davano la caccia ai controrivoluzionari, sembravano non dormire mai. Accanto al muro del carcere un giardino è pieno di giochi per bambini. Dall’altro lato della Neva Pietroburgo brilla ancora di luci. La città che fu la rivoluzione (Mosca le venne dietro) ed è la città di Putin, dove è nato e ha costruito la sua carriera. Una città dove la vita sembrava impossibile fra stagioni con venti ore di luce e notti con venti ore di buio, inverni che tolgono il respiro e abortiscono in primavere palpitanti, città che di questa impossibilità ha tutti i segni e i deliri e gli incubi. E’ piombata, per l’ennesima volta, in un’altra vita, vede una umanità che non riconosce per sua nessuna delle forme per cui crebbe la città e vi cammina come attraversando per errore la scena di un teatro. E chi vi giunge, straniero, ha l’impressione di trovarsi in un mondo passato e questo passato sia la sua vita stessa.

Sì, il 2017 che si annuncia di grandi sconvolgimenti, in un tempo in cui il sentimento dominante è un senso di impotente disorientamento, può iniziare qui, da una città e da un anniversario. Dove si è schiantato l’ultimo pilastro dell’ottimismo ottocentesco troncando la corsa all’ultima utopia dell’umanità. Il viaggio di Lenin ci insegna che nessun bilancio teorico delle perdite e dei vantaggi di una rivoluzione potrà cambiare il fatto che in pratica essa si rivela improduttiva. Le rivoluzioni si mantengono al potere proprio perché cessano di esser rivoluzioni, dopo il febbraio arriva sempre un ottobre. E dobbiamo accettare, noi uomini del ventunesimo secolo, che non esista una strada facile e poco costosa per l’utopia.