domenica 31 dicembre 2017

I neoparlamentari e lo stipendio senza aver lavorato

lastampa.it


Filippo Piccone

In zona Cesarini, agli sgoccioli della legislatura scatta lo stipendio per due parlamentari: Franco Mugnai che prende il posto al Senato dell’ex ministro Altero Matteoli e l’abruzzese Massimo Verrecchia che prende il posto di Filippo Piccone dimessosi per «ragioni personali». A rigor di Costituzione la proclamazione non fa una grinza, certo fa riflettere il fatto che i due neo eletti potrebbero entrare negli emicicli senza mai partecipare nemmeno ad un voto d’aula visto l’imminente scioglimento delle Camere. A loro, seppur per poche settimane, comunque, spetteranno gli stessi emolumenti che toccavano ai predecessori.

E quindi, una busta paga da 10 mila 435 euro lordi, ai quali si aggiungeranno una serie di benefit per le poche settimane che restano in carica ma non il vitalizio perché non hanno svolto l’intera legislatura. Nessuno, invece, potrà contestargli il titolo di «Sen» (Mugnai tra l’altro aveva alle spalle altre 3 legislature) e di «On» sul biglietto da visita. Un caratteristica questa che potrà vantare sulla carta intestata anche il dimissionario Filippo Piccone, (parlamentare eletto nel 2013 nelle file dell’allora Pdl), della cui assenza in aula, forse, non si accorgerà quasi mai nessuno visto che in questa legislatura ha collezionato l’86 per cento di assenze. Peggio di lui hanno fatto sono altri due suoi colleghi di partito: Antonio Angelucci e Marco Martinelli. 

La battaglia di 7 papà: “In Giappone cancellati i nostri diritti sui figli”

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A cura di Maria Corbi



Cara Maria, siamo un gruppo di sette padri italiani che da anni vivono e lavorano in Giappone, con famiglia e nove figli in tutto. Dopo la separazione ci viene sistematicamente negata non solo la patria potestà ma anche la possibilità di vederli, nonostante tre di noi siano tuttora sposati. In Giappone non esiste l’affido condiviso e quando una coppia divorzia, spesso la figura del padre viene cancellata. Non siamo considerati necessari in una cultura dove gli uomini sono completamente assorbiti dal lavoro. I tribunali affidano la potestà genitoriale costantemente al genitore che porta via di casa i bambini per primo (quasi sempre la madre).

Qui casomai c’è il diritto del minore a frequentare il padre, ma non viceversa, ma quando un bambino viene fatto crescere senza il padre, dicendogli addirittura che è morto, sarà difficile che poi lotti per il suo diritto. Non siamo solo noi stranieri le vittime di questo sistema. Le cifre sono enormi: quasi tre milioni di bambini giapponesi, negli ultimi vent’anni, sono cresciuti senza poter vedere uno dei genitori. La situazione non è cambiata nemmeno modificando la legge, perché purtroppo viene ignorata dai giudici. In questo momento, non sappiamo dove si trovano i nostri figli.

Il governo italiano è a conoscenza del problema ma non ha ancora fatto assolutamente nulla, liquidando queste come semplici «questioni coniugali». Abbiamo appena scritto una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. I nostri bambini sono anch’essi cittadini italiani e vanno protetti. Non ci arrenderemo mai, e vi preghiamo di aiutarci a diffondere questo appello. Sette papà italiani che lottano per i loro 9 figli. Una triste storia di Natale che arriva da lontano, dal Giappone dove in caso di affidamento di minori vige una assurda abitudine: chi prima li porta via, vince.

Una specie di ruba-bandiera sulla pelle dei bambini, inammissibile quando in gioco c’è l’affetto dominante della vita. Avete ragione cari papà, il governo italiano dovrebbe intervenire, subito, cercare una mediazione diplomatica, manifestare il proprio sconcerto per una vicenda che non può essere liquidata come «privata» come la considera invece il Giappone che, ricordiamo, è stato definito «black hole of child abduction», ossia il buco nero delle sottrazioni di minori. (Sarebbe sempre bene ricordarselo in caso si decida di mettere su famiglia con un cittadino del Sol Levante).

Quando nel 2014 il Giappone ha finalmente aderito alla Convenzione dell’Aja si sperava in una nuova era. E invece poco è cambiato, anche perché la convenzione vale solo quando i figli sono rapiti e portati all’estero oppure non vengono fatti rientrare nel Paese abituale di residenza. E nel caso di questi 7 padri, per esempio, non è applicabile visto che il rapimento dei minori è avvenuto «a casa». Il Giappone è una società modernissima e nello stesso arcaica, che fatica a cambiare usanze millenarie. Qui si ignora anche la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Onu, anche se è stata ratificata.

La situazione non è cambiata nemmeno modificando la legge, perché purtroppo viene ignorata da giudici che continuano a prediligere il «principio di continuità» (ossia l’abitudine dei bambini di stare con il genitore che li ha rapiti) rispetto a quelli che sono i diritti umani basilari, come ci spiegano i sette firmatari della lettera. Ma nel caso dei minori sottratti a uno dei due genitori il governo è costretto ormai a una seria riflessione e a intervenire con una nuova legge (dicono entro l’estate) visto che il problema non riguarda solo i cittadini stranieri ma anche tanti papà (e mamme) giapponesi. E deve far riflettere il fatto che i suicidi per motivi familiari sono in aumento.

Avete scritto in questi giorni di Natale, i più duri da passare senza i figli, al Presidente della Repubblica. E spero veramente che vi risponda e che solleciti il nostro governo ad agire in vostra tutela. Per il Giappone questo dramma è solo «una questione privata», per l’Italia si è trattato fino a oggi di «questioni coniugali». Come dire? Ce ne laviamo le mani. Uno di questi sette papà «combattenti» mi ha raccontato che in Giappone è così comune la loro situazione che quando la racconti ti senti rispondere: «Ah, ti è capitata la moglie che fugge». E allora vorrei ricordare a chi ha responsabilità politiche e di governo che non è facoltativo interessarsi dei connazionali all’estero. E non fatelo solo prima delle elezioni o quando monta l’onda mediatica e siete costretti dagli eventi.

Non aspettate, perchè poi succede che: «Ah ti è capitato cittadino che si inc...».

L’odissea del pacco di Natale: «scomparso» dalla Calabria a Roma

corriere.it
di Paolo Foschi

La spedizione con i doni di Babbo Natale affidata da Poste Italiane al corriere Sda rischia di sparire nel nulla anche se è stato pagato un supplemento per la consegna veloce. E per avere informazioni telefoniche, c’è un numero a pagamento



Tentare di spedire un pacco con il Gruppo Poste Italiane può rivelarsi impresa molto costosa, estremamente frustrante e soprattutto inutile perché dopo l’esborso la spedizione rischia di sparire nel nulla. Ecco una piccola storia che testimonia il grande disservizio.Il 15 dicembre G.P. si reca presso il punto di raccolta spedizioni a Cosenza della rete Sda, società del Gruppo Poste Italiane, per inviare a Roma un pacco alla figlia, Maria Teresa (moglie di chi scrive, ndr). La confezione contiene regali per i nipoti, oggetti vari e alcuni medicinali. G.P. paga 19 euro per la spedizione ordinaria e altri 13 perché la consegna sia effettuata il giorno seguente, sabato 16.

A Roma intanto i bambini - felici - aspettano i regali. Piccoli e innocenti, non sanno che il Gruppo Poste ha in serbo per loro un’amara sorpresa. Arriva sabato 16, l’attesa in casa cresce, ma il pacco non si vede. La consegna pagata in anticipo con supplemento apposito non viene effettuata, nessun avviso, nessuna spiegazione. Inizia così la surreale lotta contro le inefficienze di Sda. Per avere informazioni sul disservizio bisogna telefonare a un numero dedicato, ma la chiamata e’ a pagamento, pratica commerciale discutibile: come dire, abbiamo in ostaggio il tuo pacco, se vuoi sapere che fine ha fatto, paga (l’Authority delle Comunicazioni non ha nulla da dire in proposito?).

La consegna tarda, il costo della spedizione fantasma lievita telefonata dopo telefonata. Ogni volta dal call center arriva una risposta diversa: il pacco è in consegna, anzi no, non si trova, oggi arriva. Il tracciamento della spedizione promesso sul sito Internet è un’illusione, ai tempi della logistica integrata - con i concorrenti privati che offrono assistenza in tempo reale - Sda non è in grado di fornire informazioni attendibili sullo stato della spedizione e su quando verrà effettuata la consegna.Fra una telefonata e l’altra, fra giorni di ferie presi e sprecati per attendere invano l’arrivo del corriere, si avvicina Natale e il pacco continua a restare smarrito nei tortuosi viaggi del Gruppo Poste Italiane.

Le speranze si affievoliscono, fra promesse non mantenute e date concordate per la consegna disattese con puntualità svizzera. «Se vuole, deve venire lei a ritirare il pacco al centro logistico di Corcolle» suggerisce un’operatrice. La struttura si trova fuori Roma ed è raggiungibile comodamente passando dall’autostrada, pedaggio e benzina a carico del cliente, ovviamente. «Però non siamo sicuri che il pacco sia qui» aggiunge un altro operatore. Meglio non rischiare anche il viaggio a vuoto. Si tenta la strada di chiedere la grazia a qualche amico che lavora in Poste perché interceda per i piccoli. Niente da fare. Le nebbie che avvolgono il centro logistico di Corcolle sono impenetrabili anche per loro.

Siamo alla vigilia. I bambini hanno ormai saputo la verità: non avranno i loro regali perché l’Orco, vestito da spedizioniere del Gruppo Poste Italiane, ha fatto sparire il pacco. Forse la consegna verrà effettuata dopo Natale, forse per la Befana, magari a Ferragosto. O forse mai. La beffa più grande, oltre a tutto il tempo perso e alla spesa inutile ormai più che raddoppiata rispetto ai 32 euro iniziali, è andare sulla pagina Internet di Sda, aperta a caratteri cubitali dalla scritta «Anche a Natale, per te, arriviamo ovunque».

PS: In una recente intervista Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane, ha dichiarato: «Il futuro delle Poste non può non passare attraverso la grande crescita dei pacchi». Se queste sono le premesse, c’è da stare tranquilli. Comunque siamo certi che Matteo Del Fante vorrà inviare ai bambini rimasti senza regalo le sue personali scuse. Per essere sicuro che arrivino, ci permettiamo di consigliargli di rivolgersi a un corriere privato.

Milano, migrante si arrampica sull’albero di Natale in piazza Duca D’Aosta per togliere la croce

corriere.it

Un 21enne di origine gambiana. Il giovane, in stato di alterazione, è stato fermato prima che riuscisse nel suo intento ed è stato portato in Questura per essere identificato e denunciato

(LaPresse)

(LaPresse)

Un 21enne di origine gambiana si è arrampicato sull’albero di Natale in piazza Duca D’Aosta, davanti alla stazione Centrale di Milano, per togliere la croce. Il giovane, in stato di alterazione, è stato fermato prima che riuscisse nel suo intento ed è stato portato in Questura per essere identificato e denunciato.
La dinamica
L’episodio è avvenuto sabato ma è stato reso noto soltanto domenica. «Dopo la porta tunisina nel bel mezzo della piazza, adesso ci mancava anche un cittadino africano che cerca di sottrarre i simboli del Natale» ha commentato Riccardo De Corato, ex vicesindaco di Milano e capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Lombardia. «E tutto questo - ha aggiunto - avviene nel giorno in cui Sala dice sì all’esposizione del barcone dei migranti a Milano, un’operazione che costerà 500mila euro».

24 dicembre 2017 | 09:59

L’ultimo giro di gogna

lastampa.it
Mattia Feltri

Una mattina di novembre il sindaco di Mantova, Mattia Palazzi, venne indagato e debitamente sputtanato. Tutta la città e poi tutta Italia seppero dei suoi ardori via WhatsApp per una bella vedova, cui aveva chiesto docilità d’alcova in cambio del patrocinio a non so più quale evento. Siccome una sintesi così non bastava alla pubblica opinione, si aggiunsero dettagli su quello che tanto volentieri lui avrebbe fatto a lei, su che natura di foto le inviasse e su quali particolari anatomici le foto esaltassero. Un dubbio. L’avrà denunciato lei? Macché. Lei dice: se emergono falsità, lo difenderò. E sempre per il suddetto diritto di cronaca, la tesi viene avvalorata con gli scoop: alle foto e alle lusinghe, la risposta di lei è stata del medesimo tono, anche iconografico.

Allora chi ha inoltrato denuncia? E qui ne salta fuori una fantastica: è stato un consigliere d’opposizione, di Forza Italia. Naturalmente mosso dalla cura per il buon costume delle istituzioni, essendo egli sicuro, stavolta, che la bella vedova non era la nipote di Mubarak, o qualcosa del genere. L’ultima è di ieri. La procura ha chiesto l’archiviazione perché la vedova ha diffuso i messaggi dopo avere aggiunto le parti che lasciavano intendere l’estorsione, e senza immaginare che arrivassero ai magistrati. Perché? Boh. Misteri. E così non è colpa di nessuno. Uno ha solo propagato l’indagine, uno ha solo scritto l’articolo, uno ha solo chiesto le dimissioni, uno ne ha solo parlato al bar. E un altro s’è fatto il suo bel giro di gogna per lo sbavamento universale.

Nei villaggi indiani internet arriva col laser di Google

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marco tonelli

Il progetto di Alphabet, realizzato nello stato indiano dell’Andhra Pradesh, nasce con l’intento di connettere 12 milioni di famiglie entro il 2019


Gli ingegneri del Lab X testano il dispositivo (credits: Alphabet)

Nello stato indiano dell’Andhra Pradesh vivono 53 milioni di persone e meno del 20% di loro ha accesso a una connessione internet a banda larga. Così, il governo dello stato si è impegnato a sviluppare un piano per collegare 12 milioni di famiglie, entro il 2019. Per farlo, utilizzerà un sistema che propaga la connessione internet, attraverso un raggio laser. La rete è formata da 2mila dispositivi, realizzati dal Lab X di Alphabet. Posizionati sui tetti delle abitazioni, serviranno a creare una connessione tra gli hotspot WI FI e le antenne cellulari. «Proprio come la rete in fibra ottica, ma senza i cavi», spiega Baris Erkmen, il responsabile del laboratorio di ricerca avanzata.

«E poiché non c’è nessun bisogno di posizionare la fibra, tutto questo si traduce in risparmio di tempo, soldi e fatica. Questa tecnologia, denominata FSOC (Free Space Optical Communications), è in grado di propagare il segnale, superando ostacoli come fiumi, strade e ferrovie», continua. Ma come fa notare Ars Technica, il sistema, già usato in passato, ha un problema: la rete può non funzionare bene in caso di pioggia, nebbia, neve e anche polvere. «Allo stesso tempo però, nel comunicato stampa ufficiale, Alphabet fa riferimento a un nuovo approccio a questo tipo di tecnologia», anche se non da altri dettagli.

Inizialmente, i dispositivi erano stati pensati come parte del sistema Project Loon: infatti, servivano a propagare a terra, la connessione generata dai palloni aerostatici. Ma per quanto riguarda il progetto in Andhra Pradesh, hanno deciso di utilizzare solo i laser.Oltre al risparmio economico, molto probabilmente, a spingere Alphabet è stata la concorrenza con Facebook. Infatti, la compagnia di Menlo Park, ha realizzato il progetto Express WI FI. Il sistema utilizza una tecnologia laser in grado di rilanciare il segnale, propagato dai droni Aquila, nelle zone più remote dell’India.

Sisto III, il Papa che ricompose i dissensi tra Antiochia ed Alessandria

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Eugenio Russomanno *
 
I grandi Pontefici della storia. Nella decima puntata, il Vescovo di Roma conciliatore che consegnò al popolo romano Santa Maria Maggiore


Sisto III

Conciliatore
Sisto III, Papa e santo, era romano di nascita. Il pontificato durò otto anni e qualche giorno. La sua elezione al soglio pontificio avvenne il 31 luglio 432. Cirillo di Alessandria ebbe premura di avvisare subito il nuovo Pontefice della difficile situazione in cui versava l’unità della Chiesa in Oriente. Sisto, mostrandosi in piena continuità con il suo predecessore, Celestino I, «secondo il principio che quanto già deciso non deve essere cambiato», si fece mediatore sollecitando la più larga riconciliazione possibile tra i contendenti d’Oriente all’interno della Chiesa. Secondo il Martirologio Romano, Sisto «ricompose i dissensi tra il patriarcato di Antiochia e quello di Alessandria».

Antiochia e Alessandria
Giovanni di Antiochia, rappresentante della scuola teologica antiochena, e Cirillo di Alessandria, esponente della scuola teologica alessandrina, rappresentavano le due fazioni, che si erano scontrate al Concilio di Efeso (431). Tranne il caso di Nestorio, per il quale si ribadiva la condanna ferma e definitiva, Sisto auspicava che tutti coloro che volessero ritornare nella Chiesa autentica potessero farlo, riammessi a pieno titolo nella comunione ecclesiale. La vicenda era così grave che lo stesso imperatore Teodosio II cercò di favorire le trattative: il patriarca di Costantinopoli, interpellato dall’imperatore, suggerì che entrambe le parti facessero un passo avanti sulla strada della distensione: Giovanni di Antiochia avrebbe dovuto accettare la condanna di Nestorio e Cirillo di Alessandria ritrattare i propri scritti contro Nestorio; in seguito i due si sarebbero accordati su una formula di fede.

Il Successore di Pietro
Nell’aprile 433 Cirillo annuncia ai suoi l’avvenuta conciliazione e Giovanni comunica all’imperatore l’assenso alla deposizione e alla condanna di Nestorio. Il 15 settembre 433, Sisto III scrive sia a Giovanni di Antiochia che a Cirillo di Alessandria, compiacendosi con entrambi per la ritrovata comunione; nelle sue lettere il Pontefice pone in evidenza l’opportunità del riferimento alla Sede romana, al Successore di Pietro, per edificare nell’unità e sulla roccia la Chiesa di Cristo.

«Vices apostolicae sedis»
«Sisto difese con determinazione la giurisdizione della Sede romana nei confronti delle Chiese dell'Illirico tramite il vicariato apostolico della sede di Tessalonica», scrive Elena Cavalcanti. L'occasione fu determinata (435) dalla presa di posizione di Perigene, vescovo di Corinto, che reclamava il diritto ad esercitare funzioni di metropolita. Questa pretesa non rispettava Anastasio, vescovo di Tessalonica, «vices apostolicae sedis». Sisto III scrisse a Perigene, richiamando alla tradizione dei suoi predecessori che avevano sempre riconosciuto la dignità di vicariato apostolico (dipendente da Roma) alla sede di Tessalonica nei confronti delle Chiese della penisola balcanica (Illirico).

Il problema dell'influsso sull'Illirico emerse nuovamente nel 437: come si comprende da una lettera di Sisto al patriarca Proclo, dall'Illirico alcuni esponenti del clero si erano rivolti a Costantinopoli per alcune questioni; il Papa ricorda a Proclo la documentata tradizione della giurisdizione del vescovo di Tessalonica e lo invita a non accogliere alcun membro del clero dell'Illirico che non sia munito di lettera di presentazione di quel fratello nell'episcopato.

«Suburbicario»
Il Liber pontificalis attribuisce a Sisto III la consacrazione di 52 vescovi delle province suburbicarie: non è inutile chiarire che «suburbicario» deriva dal latino tardo suburbicarius, composto di sub- e urbicarius (derivato, come urbĭcus, di urbs, Urbs), significante «della città di Roma». La denominazione si estendeva a tutte le diocesi soggette all’episcopus urbicus, cioè al Vescovo di Roma.

La condanna di Pelagio
Secondo Prospero d’Aquitania, il deposto vescovo Giuliano di Eclano si rivolse a Papa Sisto sperando di poter essere reintegrato nella sua sede. Al tempo di Papa Zosimo, Giuliano si era rifiutato, insieme ad altri 18 vescovi italiani, di sottoscrivere la lettera Tractoria che condannava Pelagio e Celestio ed aveva scritto due lettere al Papa con richiesta di spiegazioni; di conseguenza era stato deposto ed esiliato. Giuliano – secondo la notizia di Prospero – si rivolse a Sisto sperando in una riconciliazione, ma, per un intervento dell'arcidiacono Leone, il futuro Papa Leone I, non trovò soddisfazione.

Il patrimonio architettonico e decorativo
Durante il pontificato di Sisto III il patrimonio architettonico e decorativo cristiano nella città di Roma ebbe notevole impulso. In questa sede è impossibile trattarne in modo completo. Ricordiamo il contributo fornito all’edificazione della basilica di San Paolo sulla via Ostiense, dove è evidente la cosiddetta «tendenza classicista» dell’architettura dei luoghi di culto romani, in funzione di una vera e propria «renovatio urbis» sotto il segno del cristianesimo.

Come nota Elena Cavalcanti: «La tendenza classicista si esprime, oltre che nella grandiosità dell'impianto, nella bellezza e coerenza stilistica dei particolari, nella ricchezza della decorazione, nell'armonia delle proporzioni. L'apice compositivo di tali moduli viene indicato nella basilica di Santa Sabina sull'Aventino, eretta intorno al 425 e portata a compimento dopo il 432 da Sisto III. L'armonia, l'eleganza e la leggiadria di quest’edificio ne fanno la gemma delle basiliche paleocristiane romane».

Santa Maria Maggiore
L’edificio maggiormente legato al nome di Sisto è la basilica di Santa Maria Maggiore: il ruolo di Sisto fu quello di portare l'opera a compimento. I mosaici della navata e quelli dell'arco di trionfo costituiscono uno dei più importanti documenti dell'arte paleocristiana e il più antico ciclo conservato a Roma quasi integralmente. Nel contesto decorativo dell'arco trionfale è inserita una famosa iscrizione dedicatoria: «Xystus episcopus plebi Dei». Un’altra iscrizione era ancora visibile alla fine del XVI secolo: si tratta di una solenne dedica celebrativa che evoca il dogma (Concilio di Efeso, 431) della divina maternità di Maria:

«A Te, Vergine Maria, Sisto dedicò la nuova costruzione, degno riconoscimento al tuo grembo portatore di salvezza. O genitrice ignara dell'uomo, avendo Tu partorito, la nostra salvezza si produsse dalle [Tue] integre viscere». La costruzione della basilica di Santa Maria Maggiore da parte di Sisto è particolarmente significativa in quanto è l’unica delle chiese patriarcali che fu fondata e dotata di arredi e di beni (tra cui un altare di «argento purissimo» del peso di trecento libbre) per iniziativa del vescovo di Roma senza intervento dell’evergetismo imperiale.

L’iscrizione «ad fontem»
Sotto il pontificato di Sisto e all’insegna del classicismo avvenne anche il rimaneggiamento del Battistero Lateranense; in particolare, al tempo di Sisto e forse alla sua diretta iniziativa si attribuisce l'iscrizione «ad fontem» del ristrutturato Battistero Lateranense: «Qui, da un seme divino nasce un popolo, che sarà immortale nel cielo, / che lo spirito fecondatore generò con l'acqua. / Immergiti, o peccatore, tu che devi purificarti nella sacra corrente: / l'onda rinnoverà quello che ha accolto come vecchio. / Non vi è alcuna differenza tra quelli che rinascono, / perché unica la fonte, unico lo spirito, unica la fede compongono in unità. / La madre Chiesa genera con parto verginale mediante l'acqua i figli, / che concepisce per virtù dello Spirito di Dio.

Se vuoi essere mondo, purificati in questo lavacro, / sia che ti trovi oppresso dal peccato originale, sia dalla tua propria colpa. // Qui è la sorgente della vita, che rigenera tutto il mondo, / traendo origine dalla ferita di Cristo. / Voi, rinati in questo fonte, sperate il regno dei cieli; / la vita beata accoglie coloro che non una sola volta sono stati generati. / Né il numero dei suoi peccati o la loro gravità atterrisca qualcuno: / nato in questo lavacro, sarà santo».

Sisto morì il 19 agosto 440 e fu sepolto nella catacomba di Ciriaca presso la tomba del martire Lorenzo, sulla via Tiburtina. La sua memoria liturgica ricorre il 19 agosto.

Fonte: Enciclopedia dei Papi Treccani, voce Sisto III, autore Elena Cavalcanti 

* Insegnante

L’eredità di Lucy, la cagnolina che ha spinto il governo inglese contro le “fabbriche di cuccioli”

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In questi giorni migliaia di cuccioli sono stati regalati sotto l’albero di Natale. Un animale non dovrebbe essere un regalo: il bambino che lo riceve automaticamente tende a considerarlo come una “cosa”. Un rapporto che rischia di partire sbilanciato. Ma l’idea di infiocchettare un cane come se fosse un giocattolo qualsiasi porta anche a un’altra tremenda conseguenza un po’ in tutto il mondo: mentre molti allevatori svolgono il loro lavoro in maniera corretta e responsabile, ce ne sono altrettanti che considerano gli animali solo come una fonte di business. E così ci sono migliaia di cagnoline che passano la loro vita a mettere al mondo cuccioli come se fossero dei prodotti: se ne calcolano i tempi, si buttano via quelli difettosi o in eccesso, e le stesse fanno un brutta fine quando ormai non risultano più utili alla “produzione”.



Ora il governo inglese ha deciso di mettere fine a questo tipo di business crudele, mettendo sotto la lente di ingrandimento le cosiddette “fabbriche (o fattorie) dei cuccioli”. Il primo ministro Theresa May, che in giovane età ha avuto e amato due cani, ha detto di voler vietare la vendita di cuccioli senza la presenza delle loro madri. Questo per impedire ai criminali di usare il web per vendere animali malati o abusati. Nel pacchetto di misure per combattere questo business crudele, il primo ministro ha previsto che i cuccioli non possano venire separati dalla madre prima della vendita; che la vendita possa avvenire solo alla presenza dei nuovi proprietari per eliminare il mercato nero online;

mettere al bando i venditori di cani che non provengano dal loro allevamento; regolamentare le inserzioni pubblicitarie, comprese quelle online, in modo che i venditori debbano sempre pubblicare il loro numero di licenza, il paese d’origine e il paese di residenza dell’animale domestico.Un pacchetto di norme che è stato battezzato “legge di Lucy”, in memoria di una cagnolina salvata da una fabbrica dei cuccioli . La sua è stata una vita piena di abusi, come tante altre femmine di cane usate per sfornare piccoli da vendere nei parcheggi o online anche a 900 euro.

«Quando ho visto per la prima volta Lucy non si capiva neanche di che razza fosse. Aveva ampie chiazze prive di pelo sul corpo, la schiena era ricurva probabilmente perché tenuta in una gabbia così stretta da impedirle di muoversi. Addosso aveva un odore di carne bruciata: l’ammoniaca delle sue urine in cui era costretta a dormire l’aveva letteralmente ustionata». A fare questo terribile racconto al Daily Mail è Lisa Garner, proprietaria di una boutique per cani nel Warwickshire, che l’’ha trovata al rifugio Many Tears Animal Rescue nel Galles. «Non mi è stato detto molto della sua vita prima che la salvassero da quell’inferno, ma era chiaro dalle sue condizioni fisiche che aveva sopportato condizioni spaventose. I volontari ipotizzano che abbia quattro o cinque anni, anche se dalla sue condizioni sembra averne molti di più».



Grazie all’amore della signora Garner, Lucy poco per volta ha recuperato una condizione fisica accettabile, ma gli incubi di quell’inferno non l’hanno mai lasciata: «Aveva l’ansia da separazione: nelle rare occasioni che la lasciavo da sola, si sedeva dietro la porta e continuava a piangere».Lucy è stata salvata nel 2013 e ha vissuto gli ultimi tre anni della sua vita coccolata dall’amore di molte persone. Grazie ai social network, la sua pagina Facebook conta oltre 70mila follower, ha fatto il giro del Regno Unito e il suo musetto è diventato il volto, il testimonial della campagna per mettere fine alle “fabbriche di cuccioli”. Lucy ora non c’è più, ma se la “legge di Lucy” verrà approvata sarà la più importante eredità che potesse lasciare: «Sarebbe il primo cambiamento nella legislazione sulle vendite di animali domestici dal 1951 - dicono i responsabili della Rspca (Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals) –.

Da allora il panorama generale è radicalmente cambiato: Internet ha permesso un’esplosione di criminali che offrono animali in vendita, consegnandoli senza documentazione, figuriamoci se sono interessati a conoscere le condizioni di salute delle loro madri o come i cuccioli sono stati cresciuti. Il fatto che l’acquisto di un cucciolo sia un “fatto emotivo” ha permesso a un commercio crudele di espandersi in maniera esponenziale: una volta che una persona ha deciso di prendere quel cane, lui lo prenderà. Non importa quanti campanelli d’allarme stanno suonando nella sua testa. E questo è un male per tutti».

Msc battezza il gigante Seaside Nasce la nave delle navi

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di Corinna De Cesare

Lunga 323 metri, inaugurata la più grande nave da crociera mai realizzata in Italia



Un investimento di 700 milioni di euro con cui Msc punta ad aggredire il mercato crocieristico nord americano e vuole stravolgere il concetto classico di crociera. È stata inaugurata ieri a Miami la «Seaside», la più grande nave da crociera mai realizzata in Italia progettata per “seguire il sole”, tant’è che può viaggiare in ogni mese dell’anno per vivere al meglio le meraviglie del Mar dei Caraibi. Ma anche la prima di quattro navi gemelle che Msc Crociere ha deciso di affidare a Fincantieri come parte di un maxi piano di espansione decennale da 10,5 miliardi. «Se pensiamo che siamo leader in Europa e che l’America ha un mercato che è il doppio di quell’europeo — spiega il presidente esecutivo Pierfrancesco Vago — crediamo di poter raddoppiare la nostra penetrazione portandola al 5% nell’arco dei prossimi dieci anni».

Fronte mare è il nome che è stato scelto per questa nave made in Italy lunga 323 metri, larga 41 metri e alta 72 metri. Con la sua stazza lorda pari a 154.000 tonnellate, può ospitare fino a 6.592 persone. Ma a differenza dei cosiddetti giganti del mare, come spesso sono ribattezzate le navi da crociera, «Seaside» vuole ricongiungere l’uomo al mare riappropriandosi di quel vecchio adagio secondo cui «meditazione e acqua sono sposate per sempre». Come? I progettisti hanno lavorato per offrire agli ospiti l’opportunità di vivere il più possibile “fronte mare” e sono arrivati a realizzare una vera e propria passeggiata che avvolge tutto lo scafo, dà direttamente sull’acqua ed è raggiungibile con una serie di ascensori panoramici.

Ma il punto di partenza del gruppo è stato il rispetto della natura con un sistema avanzato di trattamento delle acque, vernici amiche dell’ambiente e riciclo dei rifiuti per rispettare l’ecosistema marino delle Antille e Caraibi. «La vera esperienza della crociera è stare in mezzo al mare — conferma Vago — e noi riportiamo il passeggero a godersi la panoramica migliore». Solo in Europa, l’impatto economico delle crociere è di 17 miliardi di euro, una cifra che vede la ricaduta maggiore proprio sull’Italia, dove il peso del settore sul Pil tocca quota 4 miliardi di euro. E dopo l’accordo Fincantieri-Stx, il nostro Paese ha in mano anche la metà del mercato mondiale delle costruzioni di navi da crociera. Cifre che la famiglia Aponte, gli armatori a capo dell’impero Msc, conoscono molto bene.

Non è un caso che nel 2014 il gruppo abbia premuto l’acceleratore sul piano di crescita che porterà la sua flotta crocieristica entro il 2026 a un totale di 24 navi. Le ultime due che saranno costruite da Fincantieri a Monfalcone saranno consegnate nel 2021 e 2023. «Negli ultimi dieci anni i nostri passeggeri sono aumentati dell’800% — aggiunge Vago — siamo ormai un brand riconosciuto in Europa ma ora vogliamo diventare un marchio globale. Abbiamo navi in Africa, Estremo Oriente, Sud America ma il mercato più maturo è quello nord americano dove ci sono i nostri competitors. Noi contiamo di portare in America l’eccellenza del made in Italy, quell’italianità che ci invidiano da tutto il mondo e l’esperienza mediterranea della crociera».

Il sergente Luigi, la targa di Ortona e l’Italia tradita da Vittorio Emanuele III

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maurizio molinari

Caro Direttore, tutto sommato, con tutti i problemi che ha l’Italia, potremmo anche lasciar perdere la salma di Vittorio Emanuele III al Pantheon o chissà dove, per quello che ce ne importa. Così che potrei anche stare tranquillo ad aspettare le prossime elezioni. Però non riesco a togliermi di mente una cosa: fin da quando sono bambino, mia nonna mi ha raccontato di suo fratello Luigi, classe 1893, richiamato allo scoppio della Grande Guerra come sergente del 63° Fanteria, Brigata Cagliari. Il mio prozio ha gridato anche lui «Avanti Savoia!», e non davanti a un piatto di agnolotti a Vicoforte Mondovì come i monarchici dell’altro giorno. Lo ha gridato all’assalto di un ponte tenuto dagli austriaci nella terza offensiva sull’Isonzo, ottobre 1915, ed è stata l’ultima cosa che ha fatto, a 22 anni. Si è davvero fatto onore, in una guerra evitabile voluta dal re contro il Parlamento, e ora è tumulato a Redipuglia con quelli che meriterebbero il Pantheon come lui. 

Il sergente Trisoglio Luigi di Costantino e di Rota Carolina veniva da un piccolo paese del Piemonte, Lu Monferrato. Quando ci vado, per ricordare la mia famiglia, parcheggio nella piazza della «pesa», e lì da sempre ho visto una targa commemorativa sull’abside della chiesa. Un giorno mi sono reso conto di non sapere a cosa si riferisse: ebbene, è il ricordo del generale Luigi Gherzi, nativo di Lu, medaglia d’oro al valor militare. Anche lui ha gridato «Viva il Re», e non davanti al Santuario di Vicoforte, ma sull’isola greca di Cefalonia, davanti al plotone di esecuzione, fucilato come traditore per aver osato resistere all’esercito nazista. Il generale Gherzi, che ha difeso l’onore dell’esercito, abbandonato e tradito da Vittorio Emanuele fuggito in fretta da Roma per Brindisi, è tumulato a Novara.

Forse anche per lui bisognerebbe fare spazio nel Pantheon che è un simbolo dell’onore nazionale, e Vittorio Emanuele III questo onore l’ha perso per sempre. Andate a vedere cos’hanno fatto altre case reali durante la guerra, nel Regno Unito sotto i bombardamenti di Londra, o in Olanda e in Danimarca. Allora io vorrei essere distaccato, e dire che è passato tanto tempo, e ormai sono solo ricordi lontani. Però il generale Gherzi e il sergente Trisoglio, assieme alle vittime di una dittatura, due guerre mondiali, due guerre d’Africa e una guerra civile, non mi permettono di dimenticare chi ha fatto o no il suo dovere. Viva l’Italia della Costituzione. 


Franco Monti, Sanremo
Caro Monti, la sua lettera racconta pagine di Storia d’Italia che appartengono ad ognuno di noi. Non c’è nulla di più importante della memoria nella costruzione di un’identità nazionale. Il caso di Vittorio Emanuele III è esemplare a tale riguardo. Fra le sentenze inappellabili del Novecento c’è la condanna, morale e politica, di Vittorio Emanuele III, il monarca che con le sue azioni offese l’Unità nazionale, negò il Risorgimento e dunque violò gli stessi principi che avevano fatto della monarchia sabauda l’artefice e la spina dorsale dello Stato italiano.

Le decisioni di non impedire la Marcia su Roma, di consentire al partito fascista di Benito Mussolini di demolire dall’interno le istituzioni dello Stato liberale, di assistere passivamente alla violazione delle libertà dei cittadini, di promulgare le leggi razziali, di non opporsi all’entrata in guerra al fianco di Adolf Hitler e di fuggire, nella notte fra l’8 e il 9 settembre 1943, abbandonando le intere forze armate al loro destino, consentendo ai nazisti di catturare almeno 600 mila nostri soldati facendo strage di migliaia di altri, descrivono il disprezzo che Vittorio Emanuele III ebbe per l’Italia e per i suoi cittadini.

Ovvero per la nazione che la corona sabauda aveva contribuito a formare nel Risorgimento, per i cittadini che vi si erano riconosciuti e per l’emancipazione degli ebrei che aveva garantito. In ultima istanza Vittorio Emanuele III tradì non solo la sua nazione ed il suo popolo ma anche la monarchia ed i valori che fino allora aveva incarnato per milioni di cittadini. Se sul molo di Ortona, da dove Vittorio Emanuele III fuggì il 9 settembre 1943, i cittadini apposero dopo la Liberazione la targa che «grida eterna maledizione» per i «tradimenti, il Fascismo e la rovina d’Italia» è perché fu dal rigetto di quelle azioni aberranti che la Repubblica trasse la forza per redigere la Costituzione che avrebbe consentito alla nazione di rinascere e ritrovare la dignità dei Padri Fondatori.

Quelle parole scolpite sul molo d’Ortona costituiscono ancora oggi la nostra spina dorsale, custodendo il patrimonio del Risorgimento che Carlo Alberto seppe immaginare, Cavour riuscì a guidare e che Vittorio Emanuele III scelse di tradire. Offendendo non solo le generazioni italiane di allora ma anche le odierne e quelle che verranno.

Femmine o maschi? Svelato il mistero sulle renne di Babbo Natale

lastampa.it
noemi penna



Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donner e Blitzen. In altre parole, le renne di Babbo Natale. Peccato che i nomi scritti in The Night Before Christmas, a cui si aggiunge il celebre Rudolph dal naso rosso, nato dalla penna di Robert L. May siano poco adatti. Perché? In realtà le renne che si stanno preparando ad affrontare il viaggio più faticoso dell’anno, almeno nella fantasia dei più piccoli, in realtà sono delle femmine. O dei castrati.


REUTERS

È tutta una questione di corna. Secondo l’Alaska Department of Fish and Game, gli esemplari maschi di renna perdono i «palchi» alla fine della stagione degli amori, ovvero all’inizio dell’inverno, mentre le femmine in primavera. Ed è impossibile negare che in ogni rappresentazione della slitta, le corna le hanno tutte. Eccome. Secondo Greg Finstad, ricercatore dell’University of Alaska Fairbanks, potrebbe anche trattarsi di castrati. Questo perchè per trainare lo speciale carico di regali servirebbe un fisico impeccabile e i castrati sono quelli in questo periodo dell’anno si presentano meglio.

Durante la stagione riproduttiva, i maschi smettono addirittura di alimentarsi e dedicano ogni loro energia alla conquista delle femmine - da 5 a 15 a stagione -, fronteggiandosi a cornate con i rivali. Un prova di forza e resistenza che lascia spesso le renne ferite, oltre che esauste. Ed essendo quindi reduci dalla stagione degli amori, i maschi non castrati sarebbero troppo provati e magri per trainare una slitta.



Ecco i motivi per cui sarebbero con probabilità delle signore ad accompagnare Babbo Natale nell’impresa, sventolando le loro spettacolari corna. I palchi delle renne sono dei tessuti ossei che crescono ogni anno molto rapidamente, sino a 2 centimetri al giorno, ma non dovete immaginarle come delle ossa: sono infatti «calde» e ricoperte da un morbido strato di velluto che cambia da esemplare a esemplare, e che si può paragonare alle impronte digitali degli esseri umani. E questa è solo una delle caratteristiche che ha portato Greenpeace a definire le renne gli animali più cool dell’artico.

Irlanda, due amici eterosessuali si sposano: “Così evitiamo le tasse”

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Matt Murphy e l’amico Michael O’Sullivan

Cosa non si fa per non pagare 50mila euro di tasse di successione. Un 83enne irlandese, Matt Murphy, ha proposto al suo migliore amico, il 58enne Michael O’Sullivan, di sposarsi in modo da potergli lasciare l’abitazione senza essere costretto a sborsare una simile cifra. Grazie a un referendum del 2015, i matrimoni omosessuali sono legali sull’isola. Da qui l’idea per evitare l’esoso balzello.

«Conosco Matty da 30 anni, siamo diventati molto amici dopo che la mia seconda relazione è finita», ha spiegato O’Sullivan all’Irish Mirror. Entrambi hanno passato momenti difficili, con Michael finito a vivere per strada per qualche tempo e Matt affetto da una forma di artrite che colpisce il nervo ottico. «Sono stato da lui per un po’ di tempo e a un certo punto Matt mi ha detto “perché non ti trasferisci qui?”» ha raccontato, parlando dell’inizio di una convivenza «saltuaria, non a tempo pieno». Una presenza fissa di cui l’83enne ha sempre più bisogno ma che non può pagare. È così che gli è venuta l’idea di offrire all’amico di lasciargli la casa in cambio del suo aiuto, in modo che abbia un posto dove vivere quando lui se ne andrà.



Il problema però sono le alte tasse di successione, un conto da 50mila euro che lo avrebbe costretto a vendere la stessa casa per pagarle. Una sera «chiacchierando con un’amica, lei scherzando disse che ci saremmo dovuti sposare» per risolvere la questione. Quella sera la proposta di matrimonio venne fatta e accettata. Le nozze sono state celebrate in un ex ospedale di Dublino e sono state seguite da un pranzo per cinque in un bar lì vicino. «Amo Matt e lui ama me, come amici», ha spiegato O’Sullivan alla fine della cerimonia.

Ius soli

lastampa.it
jena@lastampa.it

Caro babbo natale, vorrei essere italiano.
Figlio mio, ma chi te lo fa fare... 

sabato 30 dicembre 2017

2050: Europa o Eurabia?

ilgiornale.it
Giampaolo Rossi

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Attualmente i musulmani in Europa (Paesi Ue più Norvegia e Svizzera) sono circa 26 milioni, pari al 4,9% della popolazione totale. Erano 19,5 milioni nel 2010. Questo significa che in appena 7 anni la popolazione islamica in Europa è cresciuta di oltre il 30%. I dati emergono da uno studio del Pew Research Center, uno dei più importanti istituti di sondaggi ed analisi socio-demografiche del mondo.

Tre scenari

Lo studio analizza i tre scenari possibili della crescita demografica dell’Islam in Europa, da qui al 2050.

Il primo (irreale) prevede il blocco totale dei flussi migratori da Africa e Medio Oriente. In uno scenario a “migrazione zero”, nel 2050 la popolazione musulmana in Europa salirebbe comunque a 36 milioni (dall’attuale 4,9% al 7,4%).
Il secondo scenario prevede la fine dei flussi di rifugiati ed il mantenimento di una migrazione economica. Questo scenario, definito dai ricercatori “intermedio”, porterebbe i musulmani a circa 58 milioni (11,2% della popolazione europea).
Un terzo scenario definito “alto” prevede l’attuale afflusso record di rifugiati in Europa (quello per intenderci 2104-216) continuare più o meno nel futuro. È lo scenario più stravolgente in cui i musulmani arriverebbero ad essere oltre 75 milioni, vale a dire il 14% delle popolazione europea, triplicandosi nel nostro continente.

Numeri in difetto

Soeren Kern, attento studioso del fenomeno della islamizzazione dell’Europa, ha contestato questo studio dimostrando come i dati Pew siano costruiti in difetto perché il numero di musulmani attualmente in Europa sarebbe molto più alto. In paesi come Spagna, Austria o Germania i dati ufficiali sono diversi: almeno 1 milione in più i musulmani nella sola Spagna (dati UCIDE, Unión de Comunidades Islámicas de España), e altrettanti in Germania considerando che Pew non ha conteggiato il milione di immigrati che sono in attesa di riconoscimento dello status di rifugiati.

In Francia la cifra di circa 6 milioni di musulmani è solo una stima poiché i censimenti non considerano l’identità religiosa. La cifra si riferisce solo agli immigrati degli degli ultimi decenni e non tiene conto della massiccia immigrazione dalle ex colonie avvenuta tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento, che oggi non viene più conteggiata perché composta da islamici di seconda e terza generazione. Inoltre lo studio non può comprendere le centinaia di migliaia di immigrati passati nella zona grigia della clandestinità illegale: 600.000 nella sola Germania secondo un rapporto della polizia tedesca; persone che fuggono ai riflettori di qualsiasi censimento.

L’impatto della crescita della popolazione islamica in Europa sarebbe diverso da nazione a nazione.
I paesi che hanno adottato politiche di accoglienza indiscriminata vedrebbero stravolta la loro struttura culturale e demografica. È il caso della Svezia che in uno scenario ad alta migrazione, arriverebbe ad avere entro il 2050, il 30% della sua popolazione musulmana. Austria e Germania il 20%, Francia e Belgio 18%. Più contenuta la crescita, in questo scenario in paesi come l’Italia (14%).

Quale integrazione?

Ma la questione più importante non è il dato numerico in sé ma i suoi effetti sociali e culturali. Come sarà possibile integrare nei valori occidentali, milioni di individui la cui crescita demografica è esponenziale e vertiginosa in pochi anni, ed il cui sistema di valori, la concezione del Diritto, il rapporto con la religione sono in aperto conflitto con l’Occidente e con gli Stati che li ospitano?

Ovviamente i ricercatori del Pew Research Center a questo non rispondono. Anzi, sottovalutano completamente gli effetti che questi fenomeni avranno sulla tenuta sociale, economica e culturale dell’Europa. Loro si limitano alla questione numerica. Il verbo multiculturalista impone il silenzio di fronte all’attuale fallimento dei progetti di integrazione e di quelli di assimilazione. Eppure è questa la vera domanda a cui bisognerebbe rispondere.

Il video che segue è stato girato a Berlino qualche giorno fa; è una manifestazione di islamici europei che protestano contro la decisione americana di spostare l’ambasciata a Gerusalemme.Questi uomini e queste donne dovrebbero essere l’esempio dell’Islam integrato, laico, perfetto prodotto del multiculturalismo da laboratorio che i tecnocrati europei e l’élite mondialista predicano da anni. Eppure quel grido ripetuto ossessivamente “Allah Akbar, Allah Akbar” riecheggia nel cuore dell’Europa di oggi come un minaccioso tamburo di guerra; e dovrebbe far riflettere le anime candide su ciò che porterà un numero tre volte superiore di musulmani domani nelle nostre città.Saremo ancora Europa o già Eurabia?

@GiampaoloRossi puoi seguirlo anche su Il Blog dell’Anarca

Se l’America dà un nome agli avversari

lastampa.it



Con la pubblicazione delle 55 pagine della «Strategia per la sicurezza nazionale» l’amministrazione Trump ha definito il proprio approccio all’attuale stagione di crisi internazionali: una muscolosa realpolitik. Richiamandosi alla formula reaganiana «Preservare la pace con la forza», il documento identifica per nome i tre gruppi di avversari degli Stati Uniti e degli alleati.

Primo: le «potenze revisioniste» di Cina e Russia intenzionate a ridisegnare il mondo puntando, rispettivamente, ad espellere gli Usa dal Pacifico ed a costruire una sfera di egemonia nell’Eurasia «separando l’America dagli alleati». Secondo: gli «Stati canaglia» di Iran e Nord Corea che sostengono il terrorismo, minacciano i vicini e sviluppano armi di distruzione di massa. Terzo: i gruppi jihadisti come Isis e Al Qaeda accomunati da «un’ideologia islamista radicale che promuove la violenza» ovunque possibile, mantenendo aperto il fronte del terrorismo che aggredì New York e Washington l’11 settembre 2001.

Davanti a questa triplice sfida, gli Stati Uniti propongono alle democrazie occidentali una risposta basata sull’integrazione dei poteri politico, economico e militare, ispirata al «realismo dei principi» e capace di incalzare gli avversari su più fronti: rafforzare la difesa anti-missile contro le armi di distruzione di massa, braccare i jihadisti «fino alla loro fonte», proteggere il cyberspazio creando «difese a strati» civili-militari, rafforzare i controlli dei confini e la «resilience» - la capacità di resistenza - dei propri cittadini.

La sovrapposizione fra identificazione degli avversari, realpolitik nell’approccio alle crisi e determinazione a promuovere la prosperità economica - nazionale e degli alleati - consente di avere, per la prima volta dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, una formulazione assai chiara della proiezione del potere americano nel mondo. Si tratta di un distacco netto dai predecessori: rispetto alla volontà del repubblicano George W. Bush di «promuovere la democrazia» Trump preferisce la realpolitik ed anziché «guidare dal sedile posteriore» come voleva fare il democratico Barack H. Obama esprime una volontà di leadership che si basa sull’«eccezione americana» perché «la nostra nazione è la più grande forza del bene che opera nel mondo».

La strategia della Casa Bianca fa combaciare assieme, come tasselli di un mosaico, le mosse compiute dall’amministrazione Trump sin dall’insediamento: il confronto pragmatico con Mosca e Pechino per riequilibrare l’indebolimento Usa ricevuto in eredità da Barack Obama; la raffica di sanzioni e l’aggressività militare con Pyongyang e Teheran per metterle sulla difensiva; l’uso massiccio della forza contro i gruppi jihadisti in Medio Oriente e Maghreb per demolirne i santuari; la cooperazione con gli alleati nel cyberspazio per proteggersi dal tentativo hacker di portare scompiglio nelle democrazie.

Ciò significa che, a dispetto delle ombre del Russiagate e della forte conflittualità politica interna, il presidente Trump è riuscito - grazie al team composto da James Mattis, H. R. McMaster e John Kelly - a darsi una politica di sicurezza nazionale capace di articolare principi, politiche regionali e singoli interventi. L’interrogativo riguarda ora gli alleati ovvero se i partner della Nato sceglieranno di seguire Trump sulla strada di una muscolosa realpolitik: tanto determinata a far arretrare Mosca e Pechino quanto a disinnescare le minacce regionali di Iran e Nord Corea, ed a bersagliare senza tregua i seguaci della Jihad del Califfo. Per avere un’idea di quanto si prepara bisogna guardare verso Kiev: la decisione del Pentagono di fornire missili anti-tank alle forze ucraine è destinata a mettere in difficoltà i filo-russi sul campo di battaglia.

In attesa di sapere quale sarà la riposta di europei, britannici e canadesi al passo compiuto da Trump possono esserci pochi dubbi sul fatto che gli avversari di Washington sono già all’opera per tentare di ostacolarne la strategia. Ad evidenziarlo con chiarezza è stato il dibattito all’Assemblea Generale dell’Onu su Gerusalemme perché ha visto proprio i quattro Paesi più avversari degli Usa - Russia, Cina, Iran e Corea del Nord - fare quadrato attorno alla mozione pro-palestinese all’unico fine di sfruttare la tradizionale maggioranza anti-israeliana dell’aula per infliggere a Washington una sconfitta politica. Questo spiega la brusca reazione della Casa Bianca contro i Paesi Onu che le hanno votato contro: la battaglia su Gerusalemme è solo il tassello di un conflitto più grande, che ha in palio gli equilibri globali.

Nelle imprese del Canton Ticino rispunta il bollino anti-italiani

lastampa.it
alberto mattioli

Un adesivo segnala chi impiega soprattutto lavoratori residenti in Svizzera



ci risiamo con il bollino anti-italiani. Stavolta è il Comune di Monteceneri, distretto di Lugano, Canton Ticino, Svizzera, che certificherà con un adesivo ad hoc le imprese locali che impiegano in maggioranza residenti. E così riparte tutto un contenzioso italo-svizzero che era già esploso nel 2015 quando la stessa idea venne al sindaco di Claro. All’epoca, sul bollino comunale si poteva indicare anche la percentuale dei residenti, dal 20 al 100%.

L’affare fece molto rumore. Dall’altra parte della frontiera, insomma dalla nostra, le proteste salirono al cielo. Furono rinvangate remote angherie verso gli emigrati italiani, tipo Nino Manfredi in «Pane e cioccolata» e il tutto culminò con un editoriale a «Uno mattina» dove Franco Di Mare paragonò il bollino ai cartelli con la scritta «Questo negozio è ariano» che apparvero su troppe vetrine italiane dopo le leggi razziali del ’38. Gli svizzeri controprotestarono e l’affare finì poi nel nulla per esaurimento di uno dei contendenti. Due anni dopo, infatti, il Comune di Claro fu assorbito da quello di Bellinzona e il bollino sparì con lui.

Adesso, informa «La Provincia di Como», i ticinesi ci riprovano. Per la precisione, il Comune di Monteceneri e, per essere ancora più precisi, il «municipale» (alias assessore) Andea Daldini, del Ppd, i democristiani, giovane avvocato ed ex candidato a Mister Svizzera. Daldini ha fatto votare al Consiglio comunale della ridente località una mozione che istituisce la poco ridente misura.Ovviamente, ha spiegato Daldini sia sul web a Ticinews sia in tivù a Teleticino, nel progetto c’è nulla di anti-italiano, tantomeno di razzista.

Lo scopo «è quello di cercare di ristabilire un equilibrio sociale fra forze di lavoro, in modo da favorire il buon sviluppo dell’economia locale e permettere soprattutto ai giovani residenti in Ticino di trovare lavoro». Daldini ce l’ha con il «dumping salariale»: i non residenti (leggi: gli italiani) accettano infatti stipendi più bassi di quelli degli autoctoni, alle prese con un costo della vita molto più alto. E così a Monteceneri i frontalieri sono più di 400 su una popolazione di 4.800 persone: troppi, par di capire.

L’adesivo darebbe ai consumatori, parola sempre di Daldini, «la possibilità di scegliere se rivolgersi a una ditta piuttosto che a un’altra, basandosi anche sulla volontà di un’azienda di favorire e sostenere il promovimento (sic) dell’economia locale». Insomma, comprando dal Pinco con dipendenti autarchici invece che da Pallino con dipendenti d’importazione si aiuterebbe l’economia ticinese.Naturalmente, da parte italiana le prime reazioni sono, per usare un eufemismo, negative.Eros Sebastiani, dell’Associazione frontalieri, preferisce riderci su: «Ma cosa siamo, la banana Ciquita?

L’iniziativa non è solo sgradevole: è ridicola. Almeno un terzo della forza lavoro del Cantone è costituita da frontalieri. Qui se si chiude la frontiera non si blocca solo il Ticino, si blocca mezza Svizzera. E dire che appena due giorni fa la presidente della Confederazione, Doris Leuthard, è venuta a inaugurare la nuova ferrovia transfrontaliera Arcisate-Stabio e ha fatto l’elogio della collaborazione fra i due Paesi, spiegando che le economie di Ticino e Lombardia sono interdipendenti. Ma non è la prima volta che i politici federali dicono una cosa e quelli cantonali un’altra. Sono solo piccoli giochi politici locali».

Sarà. Ma intanto nei prossimi mesi a Monteceneri si inizierà a certificare la purezza residenziale delle imprese. E, visto che per un primo bilancio dell’iniziativa bisognerà aspettare, secondo Daldini, «almeno un anno», non mancherà il tempo per litigare ancora.

Fine dell’isolamento, riapre il traforo del Gran San Bernardo

lastampa.it
alessandro mano

La galleria che collega Italia e Svizzera era chiusa da 94 giorni, domani alle 8 i primi passaggi. E i transiti fino al 1° gennaio saranno gratuiti.



A 94 giorni dall’incidente, riapre domani, domenica 24 dicembre, alle 8 il traforo del Gran San Bernardo. I transiti saranno gratuiti fino a Capodanno. In attesa di un nuovo piano di sicurezza del tunnel e dell’apertura della galleria di sicurezza, i mezzi pesanti circoleranno a senso unico alternato. La riapertura del traforo, promessa per settimane entro il 30 novembre, è slittata prima a fine anno, con l’accelerazione nei lavori di messa in sicurezza che ha consentito di anticiparla a domani.

È un ritorno alla normalità per i frontalieri, spedizionieri, lavoratori di tanti bar, ristoranti e alberghi messi in ginocchio dalla chiusura. Si torna alla vita normale anche per 44 dipendenti della Sitrasb spa, la società italiana di gestione del traforo: dopo la chiusura era stata ipotizzata la cassa integrazione per 33 di loro, poi ridotta a soli 5 lavoratori, addetti all’esazione dei pedaggi. Durante il periodo di chiusura, 28 colleghi hanno scelto di donare 500 ore di lavoro ai cinque lavoratori in cassa integrazione a zero ore. L’accordo siglato a fine novembre tra il presidente della Sitrasb, Silvano Meroi, e i sindacati dei trasporti Filt Cgil, Fit Cisl e Savt trasporti prevedeva la possibilità di cedere ore e permessi retribuiti a favore dei colleghi, in modo volontario.

«Si è potuto evitare l’utilizzo della cassa integrazione, permettendo ai lavoratori di mantenere integra la retribuzione, grazie alla solidarietà espressa dai colleghi e dimostrando, al contempo, il senso di appartenenza a una squadra coesa» scrive la Sitrasb in una nota.

Nella mattinata di giovedì 21 settembre un trave della soletta del condotto di aerazione, a 1.200 metri dall’ingresso italiano, si è rotto all’improvviso. Quindici giorni di chiusura, poi diventati 70, con la Sitrasb e la Regione a continuare a promettere la riapertura entro il 30 novembre anche se i lavori, assegnati con somma urgenza, sono partiti soltanto il 21 novembre. Rispetto ai 40 giorni di lavori previsti, la Cogeis spa di Quincinetto (Torino) e la Ivies spa di Pontey sono riuscite a rosicchiarne una decina, riuscendo a completare i lavori nei giorni scorsi. Sono serviti 2 milioni di euro per abbattere e ricostruire 127 metri di soletta attorno al punto crollato e per consolidare altri 1.600 metri con la posa di una rete appesa al soffitto che eviterà la caduta di qualsiasi calcinaccio.

Su proposta della Sitrasb, accolta dalla società di gestione svizzera, i transiti da domani a lunedì 1° gennaio 2018 compreso saranno gratuiti. La data di scadenza di tutti gli abbonamenti in circolazione è prorogata di 94 giorni. La nuova data di scadenza e i passaggi restanti saranno riportati sullo scontrino rilasciato al primo transito. Gli utenti che non hanno potuto utilizzare il secondo passaggio in un biglietto di andata e ritorno possono richiedere il rimborso.

Italia, Yemen, Burkina Faso. Sai perché si chiamano così?

corriere.it

I vitelli della Calabria e il miele di Malta; il cuoio di Cipro e i corpi dipinti dei bretoni. L’origine dei nomi dei Paesi fra miti, leggende ed errori storici

Tigre che assale un vitello (mosaico romano custodito nei Musei Capitolini)
Tigre che assale un vitello (mosaico romano custodito nei Musei Capitolini)

Francia

La maggior parte dei Paesi europei prende nome dai popoli che li abitavano. Francia per esempio vuol dire banalmente «terra dei franchi».

Carlo Magno, re dei franchi, fu incoronato imperatore del Sacro Romano Impero da papa Leone III la mattina di Natale dell’800 Carlo Magno, re dei franchi, fu incoronato imperatore del Sacro Romano Impero da papa Leone III la mattina di Natale dell’800

Gran Bretagna

Più nota l’origine del nome Gran Bretagna, che verrebbe da Pretani, nome dato ai popoli indigeni con riferimento alla loro usanza di dipingersi il corpo.

Mel Gibson in Braveheart Mel Gibson in Braveheart

Spagna

Molto più fantasiosa l’origine del nome Spagna che verrebbe da una parola fenicia I-Sepanim che sta a indicare un roditore africano simile alla procavia.





Malta e Cipro

Suggestiva anche l’origine del nome Malta, dal greco melita, miele. Mentre Cipro viene da kypros, cuoio.

Il miele è un prodotto tipico di Malta Il miele è un prodotto tipico di Malta

Ungheria

L’Ungheria prende nome dal turco on-ogur, «alleanza di dieci tribù»

La corona di Santo Stefano fu usata per incoronare i re di Ungheria fin dal XIII secolo La corona di Santo Stefano fu usata per incoronare i re di Ungheria fin dal XIII secolo

Bulgaria

Il nome Bulgaria ha un significato simile: verrebbe da bulgha, mescolare, in riferimento a una mescolanza di popoli e etnie

La fortezza Belogradchik La fortezza Belogradchik

Turchia

L’origine del nome verrebbe da türk, che vuol dire forte.

Il Nemrut Dagi (Turchia sudorientale) Il Nemrut Dagi (Turchia sudorientale)

Iran

Deriva dalla radice indoeuropea arya e vuol dire terra degli ariani.

L’antica città di Persepoli L’antica città di Persepoli

Iraq

L’origine del nome è incerta ma potrebbe derivare dal persiano erak che vuol dire terre basse

Villaggio arabo-sciita nelle paludi meridionali irachene (la foto è del 1974: l’intera area fu distrutta da Saddam nel 1991 in seguito alla sollevazione degli sciiti) Villaggio arabo-sciita nelle paludi meridionali irachene (la foto è del 1974: l’intera area fu distrutta da Saddam nel 1991 in seguito alla sollevazione degli sciiti)

Kazakhstan

Terra dei kazaki: kazakh vuol dire «indipendente, ribelle, viaggiatore, coraggioso, libero».

Nomadi kazaki Nomadi kazaki

Cina

Qui prevale l’indicazione geografica: zhongguo in cinese vuol dire nazione centrale.

La Grande Muraglia La Grande Muraglia

India

Viene dal latino Indus, il fiume omonimo (l’indo) che oggi scorre prevalentemente in Pakistan, lo Stato nato per partizione dall’India nel 1947.

Il Taj Mahal Il Taj Mahal

Pakistan

E’ un acronimo da: Punjab, Afghania, Kashmir e Sind più il suffisso «tan».

La banda musicale dei Pakistan Desert Rangers La banda musicale dei Pakistan Desert Rangers

Papua Nuova Guinea

La parola «papua» viene da papuah, con riferimento ai capelli ricci dele popolazioni melanesiane.

Una tribù di Papua Nuova Guinea Una tribù di Papua Nuova Guinea

Etiopia

L’origine è incerta ma potrebbe venire dal greco aithiopía, faccia bruciata.

Valle dell’Omo (Etiopia) Valle dell’Omo (Etiopia)

Sudan

Dall’arabo bilad as-sudan, terra dei neri.

Piramidi sudanesi Piramidi sudanesi

Yemen

Dall’arabo ymn, che vuol dire destra, perché si trova in basso a destra della Penisola arabica.

Le meravigliose architetture di Sanaa, capitale dello Yemen Le meravigliose architetture di Sanaa, capitale dello Yemen

Burkina Faso

E’ uno dei nomi più poetici: vuol dire «paese degli uomini integri».

La Grande Moschea di Bobo-Dioulasso, Burkina Faso La Grande Moschea di Bobo-Dioulasso, Burkina Faso

Canada

Viene dalla lingua dei nativi americani: in irochese kanata vuol dire villaggio.

Nativi americani in Canada Nativi americani in Canada

Stati Uniti d’America e Colombia

Come si sa, gli Stati Uniti prendono il nome dal navigatore fiorentino Amerigo Vespucci anche se la scoperta dell’America si deve al portoghese Cristoforo Colombo a cui è stata intitolata la Colombia. L’origine dell’errore storico è stata ricostruita dallo scrittore austriaco Stefan Zwieg in Amerigo.

La mappa di Martin Waldseemüller (1507) che tiene conto dei resoconti di viaggio di Amerigo Vespucci: in questa mappa compare per la prima volta il nome America (in onore di Vespucci) La mappa di Martin Waldseemüller (1507) che tiene conto dei resoconti di viaggio di Amerigo Vespucci: in questa mappa compare per la prima volta il nome America (in onore di Vespucci)

Venezuela

L’origine del nome del più settentrionale degli stati sudamericani viene fatta risalire ad Amerigo Vespucci che approdando sull’isola di Aruba decise di chiamarla così, Venezuola, cioè piccola Venezia.

Amerigo Vespucci Amerigo Vespucci

Brasile

Dal nome del pau brasil, il pernambuco, un albero molto diffuso sulle coste del Brasile.


FIlippine

Le Filippine prendono il nome da Filippo II di Spagna.

Filippo II ritratto da Tiziano Filippo II ritratto da Tiziano

Chi ha deciso che Natale è il 25 dicembre?

lastampa.it
paolo magliocco

Nessuno. Non c’è nessun documento, nessuna bolla papale o concilio che lo stabiliscano



La data, ovviamente, non coincide in nessun modo con quella della nascita di Gesù, che non è citata nei Vangeli (tra l’altro, solo Luca e Matteo ne parlano). Ogni tentativo di dedurre l’anno o il mese e il giorno dal racconto degli evangelisti non ha dato risultati chiari e accettabili, neppure per stabilire l’anno. Il più antico documento al quale ci si riferisce di solito per datare l’inizio della celebrazione del Natale al 25 dicembre si chiama “Cronografo del 354”. È un testo di un letterato che contiene fatti e persone della storia romana nel quale si dice che nel 336, cioè pochi anni prima che fosse scritto, la nascita di Gesù veniva celebrata il 25 dicembre.

Joseph Ratzinger durante il suo pontificato nell’udienza generale del 23 dicembre del 2009 disse che “il primo ad affermare con chiarezza che Gesù nacque il 25 dicembre è stato Ippolito di Roma, nel suo commento al Libro del profeta Daniele, scritto verso il 204”, guadagnando oltre un secolo rispetto al Cronografo. Lo stesso Ratzinger però ammetteva nel suo discorso che la festa cristiana aveva preso il posto di quella pagana del Sol invictus, cioè del solstizio, il giorno più breve dell’anno dopo il quale le giornate tornano ad allungarsi e il Sole vince sulle tenebre. I Romani chiamavano questo giorno Natalis, anzi Dies Natalis Sol Invictus. Per il Cristianesimo fu abbastanza ovvio trasporre il simbolismo della vittoria sulle tenebre nell’apparizione della figura di Cristo sulla Terra.

Ma in nessun modo la Chiesa definì mai questo punto, lasciando che il giorno del Natale di Gesù si affermasse come semplice tradizione. Il solstizio in realtà si celebrava a Roma all’interno dei Saturnalia, una settimana di festeggiamenti legati a questo evento astronomico durante i quali ci si scambiavano doni e che erano anche una sorta di carnevale, in cui si ribaltavano i ruoli e gli schiavi potevano comandare. Probabilmente finivano prima del 25 dicembre. Secondo alcune fonti la data del 25 dicembre come ultimo giorno di queste feste e celebrazione del Natale del Sole fu decisa dall’imperatore Aureliano, attorno al 274 dopo Cristo.

A dare retta a quel che dice Ratzinger, l’imperatore sarebbe intervenuto addirittura dopo l’inizio delle celebrazioni cristiane del Natale il 25 dicembre. Comunque stiano le cose (e nessuno pare sia riuscito a stabilirlo con assoluta chiarezza) Aureliano aveva istituito un vero culto solare, legato al dio Mitra, con tanto di templi e sacerdotesse. Cinquant’anni prima ci aveva provato anche un altro imperatore, Eliogabalo, con pochissima fortuna (era finito assassinato). 

Molti si sono esercitati a studiare i punti di contatto tra il culto di Mitra, che risale a più di mille anni avanti Cristo, e il Cristianesimo, soprattutto perché sembra che prendano piede a Roma insieme. Ma in realtà per il Cristianesimo, e soprattutto quello delle origini, la festa importante era la Pasqua, la celebrazione della resurrezione di Gesù, assai più della sua nascita. Alcune chiese ortodosse, quella orientale e quella slava, festeggiano il Natale il 6 e il 7 di gennaio, in coincidenza con l’Epifania, seguendo anora il calendario giuliano anziché quello gregoriano.

Nel 1993 Karol Wojtyla, uomo pragmatico, durante l’udienza di preparazione del Natale non si sprecò in molte parole. “La data del 25 dicembre, com’è noto, è convenzionale”, disse.

Chiamano marchio «Steve Jobs», azienda napoletana vince causa contro Apple

ilmattino.it

«Se Steve Jobs fosse nato a Napoli» era l'ipotesi da cui partiva un romanzo di qualche anno fa. Ma stavolta uno «Steve Jobs» è nato davvero a Napoli: è il marchio di abbigliamento e hi-tech di Vincenzo e Giacomo Barbato, due imprenditori napoletani che hanno chiamato la loro azienda con il nome del fondatore della Apple, hanno affrontato l'inevitabile battaglia legale contro l'azienda di Cupertino e si sono visti dare ragione dai giudici. La storia inizia nel 2012 quando i due imprenditori partenopei registrano il marchio «Steve Jobs», con un logo che riporta una grossa «J» che ha una sorta di «morso», ricordando la mela della Apple.

«Abbiamo fatto le nostre ricerche di mercato - raccontano i due - e abbiamo notato che la Apple, una delle aziende più conosciute al mondo, non ha mai pensato di registrare il marchio del suo fondatore. Così abbiamo deciso di farlo noi». Nasce così il brand «Steve Jobs». Con il nuovo marchio continuano a fare il lavoro che già facevano: creare abbigliamento e accessori.

(ANSA).

Napoli, anche quest'anno rubato l'albero di Natale in meno di 24 ore

ilgiornale.it
Aurora Vigne

L'albero di Natale nella Galleria Umberto I di Napoli è stato rubato di nuovo. Quest'anno è durato solo 24 ore



Anche quest'anno l'albero di Natale nella Galleria Umberto I di Napoli è stato rubato. L'atmosfera natalizia napoletana è stato interrotta proprio sul nascere. Sì, perché il simbolo natalizio questa volta è durato solo 24 ore e questa mattina la polizia municipale ha trovato solo il vaso riverso a terra. I ladri hanno infatti segato il tronco con una motosega e non hanno risparmiato neanche tutte le decorazioni e le palline. L'albero di Natale era stato allestito dal Gran Caffè Gambrinus.

Come riporta Il Mattino, diversi cittadini si sono lamentati dell'accaduto: "Possibile che nessuno ha visto niente? Nessuno parla? Ogni anno la stessa storia, siamo scoraggiati". Mentre il Consigliere Francesco Borrelli dei Verdi intende reagire: "L’Abbiamo messo una volta e lo rimettiamo", afferma sempre a Il Mattino. "Ci vuole il coprifuoco per i ragazzini che n on hanno compiuto i sedici anni, altrimenti sanzionati", continua.

Brexit, il passaporto britannico torna al vecchio blu

ilgiornale.it
Aurora Vigne

Il ministero degli esteri britannico ha annunciato oggi la decisione di ripristinare la colorazione blu sulla copertina dei passaporti del Regno Unito



Tuffo nel passato per il Regno Unito. In vista della Brexit, il ministero degli Esteri britannico ha deciso di abbandonare il colore bordeaux dei passaporti europei per tornare al blu."Lasciare l'Ue ci ha dato l'occasione unica di restaurare la nostra identità nazionale", ha commentato in un comunicato il segretario di stato per l'immigrazione, Brandon Lewis, specificando che il passaggio ufficiale avverrà in concomitanza con l'uscita di Londra dall'Unione, nel marzo 2019.

Oltre alla colorazione bordeaux, che per motivi di smaltimento resterà comunque fino a ottobre del 2019, in questi mesi di transizione sparirà anche la scritta "Unione Europea" accanto alla dicitura "Regno Unito". Ma sul web c'è già chi ironizza sul provvedimento, ricordando che comunque il blu è il colore della bandiere europea, quasi come se il Regno Unito non riuscisse a scappare dalla odiata Ue fino in fondo.

Il blu nei passaporti britannici è stato usato per la prima volta nel 1921. In aprile, il parlamentare conservatore Andrew Rosindell aveva affermato che il passaporto bordeaux era stato motivo di "umiliazione nazionale". "L'umiliazione di avere un passaporto dell'Unione europea sarà presto finita e i cittadini del Regno Unito potranno ancora una volta provare orgoglio e fiducia in se stessi nella propria nazionalità quando viaggiano, proprio come gli svizzeri e gli americani possono fare", ha aggiunto.

I più migliorissimi

lastampa.it
Mattia Feltri

Secondo voi al ministro dell’Istruzione può scappare un «più migliori?». Certo che sì, se il ministro è Valeria Fedeli, donna così ben educata, così simpatica, ma un po’ deboluccia sui fondamentali. Da traccie anziché tracce, a Vittorio Emanuele III che incontra Napoleone anche se hanno cento anni esatti di differenza, al «sarebbe opportuno che non si fermasse ma prosegua» di pochi giorni fa. È stato un 2017 complicato per tutti, anche per lei. E poi viviamo tempi in cui la forma è roba da professorini scemi, conta la sostanza, conta farsi capire. Breve elenco di cose scorrette ma decisamente sostanziose dette o scritte negli ultimi anni dai nostri rappresentanti: se voglio dirle qualcosa la telefono;

mi facci finire; lo smonto di tutto l’anfiteatro costerà; sarò breve e circonciso; l’onorevole Ciancio da questo pulpito è stata quasi dilapidata; vadano avanti, concorrino al clima di pacificazione; chiesimo (passato remoto di chiedere); il migrante è un gerundio; i kazakistani; se c’è rischio che massime istituzioni dello Stato venissero spiate; vorrei che ne parliamo; menomenarne la personalità; che tutto cambi perché nulla cambia; effetti psicotroci; se ci troveressimo; a me hanno imparato; lei non mi interrompi; le banche scrivino; il totale soddisfamento; i cittadini hanno uscito il portafoglio; io non ho nulla da cui scusarsi; senza n’è sentire n’è verificare; le chiedo se potrebbe controllare; la donna viene sparata; dirimuto; favoriggerato.

Evvài, che siamo i più migliorissimi.

Le vie dei villaggi arabi ora hanno nome e indirizzo

lastampa.it
fabiana magrì

Completato il progetto di denominazione delle strade, installati i cartelli e aggiornate le mappe sul database online del governo


Al Zaytun street a Basmat Tab’un, centro beduino di circa 8 mila abitanti a 20 km da Haifa

Dopo la moschea gira a destra. Supera la scuola e prendi la seconda a sinistra. Due case dopo il ristorante di falafel, sei arrivato a destinazione. Fare visita a qualcuno in un villaggio arabo in Galilea o nel Negev significava, fino a poche settimane fa, chiedere indicazioni e sapersi districare tra punti di riferimento forniti dalla popolazione locale.

Nessun indirizzo o numero civico. Nessun aiuto da Google Maps o da Waze. Nei paesi più grandi un abitante di buona volontà avrebbe mostrato la strada, chiedendo di seguirlo. Oggi non più, perché il catasto israeliano, in collaborazione con il Ministro dell’Interno, l’Autorità per lo Sviluppo della Galilea e del Negev e le amministrazioni locali arabe, ha completato il progetto di denominazione delle strade, installato i cartelli e aggiornato le mappe sul database online del governo, fonte di informazione per i sistemi di navigazione satellitari.



Foto: indicazioni sulla rotonda a Basmat Tab’un

«Ci sono voluti tre anni di lavoro per dare un nome a tutte le vie e le piazze in cinquantaquattro insediamenti arabi e determinare un indirizzo preciso per ogni edificio», spiega Shimon Barazani, Vice Direttore Generale del Catasto di Israele. «e nel corso del 2018 il progetto sarà completato mappando altri venticinque villaggi.» Nonostante gli evidenti benefici dell’iniziativa, secondo il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth sarebbe emerso che alcune autorità locali arabe non siano state entusiaste di collaborare, preoccupate sia di scatenare dispute tra clan sui nomi da assegnare alle strade sia di una prevalenza di figure legate all’ebraismo che avrebbe potuto danneggiare la natura araba, conservatrice o religiosa delle comunità.

Un ostacolo superato, secondo Barazani, che sostiene che gli abitanti siano stati contenti che il governo si prendesse cura di questo problema. Quanto ai nomi delle strade, continua il Vice Direttore Generale del catasto, «sono stati scelti da un apposito comitato di cui fanno parte le autorità degli insediamenti arabi, beduini, circassi e drusi.» I nomi più popolari sono “El Salam” (via della pace), “El Kuds” (via Gerusalemme) e “Al Zaytun” (via dell’olivo). 

Scontro Amazon e/o, gli editori: “Battaglia giusta”

lastampa.it
elisabetta pagani

Sellerio, Marcos y Marcos, Gems: «Giusto andarsene se le condizioni sono insostenibili». Chiesti aumenti ad altri. Sgarbi (Nave di Teseo): «C’è anche chi vuole percentuali più alte»



Fino a che punto chi vende libri, forte del proprio protagonismo nel mercato, può alzare la posta e chi li produce accontentarlo? Il nocciolo della questione fra l’editore E/O e il distributore Amazon sta tutto qui. O meglio, parte da qui, allargandosi poi ai temi della libera concorrenza e della libertà di espressione. (Per ora) si conclude con il rifiuto della casa editrice romana di accettare uno sconto (la percentuale sul prezzo di copertina che gli editori pagano ai distributori) maggiore - pare intorno al 50% - e la decisione del colosso americano dell’e-commerce di «sospendere l’acquisto di tutti i nostri libri (tra cui i bestseller di Elena Ferrante, ndr.) e rendere quelli che aveva in magazzino» spiegava la dura nota di ieri dei fondatori Sandro Ferri e Sandra Ozzola.

Una rottura che mette in subbuglio il mondo editoriale in questi giorni prenatalizi di acquisti. «La battaglia di E/O è giusta per definizione. Sono i migliori editori d’Italia e se sono state poste loro condizioni troppo esose da Amazon, cosa successa anche a noi e per la quale al momento abbiamo trovato un accordo, hanno fatto bene a rifiutarsi». Antonio Sellerio sostiene la casa editrice romana, sottolineando lo squilibrio nei rapporti con distributori come il colosso di Jeff Bezos.

Sulla stessa linea Stefano Mauri, presidente di Gems (gruppo editoriale di cui fanno parte anche Chiarelettere, Guanda, Garzanti e Longanesi, e che è azionista della concorrente Ibs): «Sparire da Amazon non è un autogol, esistono alternative valide. Lo strapotere di questo tipo di aziende va affrontato, come già si sta facendo, in sede europea. Pensiamo che una società accusata di non pagare le tasse dove dovrebbe e sottopagare fornitori e lavoratori (è di questi giorni lo sciopero della fabbrica piacentina, ndr.) sia un modello sensato per l’umanità o che si debba intervenire per regolamentare un mercato che non tratta prodotti qualsiasi ma creatività? Io sono per la seconda opzione».

«È una questione seria, che merita un’attenta riflessione per vedere cosa si possa fare - gli fa eco Ricardo Franco Levi, presidente dell’Associazione Italiana Editori (Aie) -. Condivido la preoccupazione, ma bisogna studiare bene i termini. È prematuro azzardare qualsiasi ipotesi di azione. Come Aie è sicuramente un elemento su cui dobbiamo riflettere». Altri editori si trovano in questa situazione? Altri abbandoneranno il colosso digitale?

Se tanti considerano giusta la battaglia di E/O e altri ancora, come Mondadori o Feltrinelli, scelgono di non commentare, Elisabetta Sgarbi, direttore generale ed editoriale della Nave di Teseo, sottolinea che è vero che «Amazon chiede sconti elevati, ma ci sono attori sul mercato che ne chiedono di maggiori, con minore efficienza complessiva. Non si può affrontare il tema delle concentrazioni a correnti alternate, bisogna fornire a tutti un quadro di regole identico».

Un quadro di regole chiaro è quello che chiede anche l’editore Giulio Perrone: «Serve una legge che tuteli il mercato dei libri e salvaguardi la concorrenza, altrimenti com’è possibile che i piccoli librai competano con colossi come questo? Una regolamentazione - continua - serve per le aziende di commercio digitale ma anche per le catene di librerie.

La libera concorrenza è la base quando si vendono prodotti che hanno un valore culturale, sociale e civile come i libri. Noi siamo su Amazon ma ragioneremo sul futuro insieme agli altri piccoli editori, e vedremo il da farsi insieme, come è stato per il Salone del libro». «La vera battaglia, secondo noi, è da fare a livello Ue: abbiamo la leadership nel settore dei libri e dobbiamo essere ascoltati, non è una battaglia persa - aggiunge Mauri di Gems -. Noi per ora rimaniamo su Amazon, il giorno in cui ci chiederanno condizioni insostenibili ce ne andremo».

Ma quali sono queste condizioni? Nessuno vuole svelare la reale percentuale sul prezzo di copertina chiesta da distributori digitali, catene o librai. «Le nostre non sono eccessive come quelle chieste a E/O - risponde Marco Zapparoli, cofondatore di Marcos y Marcos - anche perché la nostra politica è quella di dare lo stesso sconto a tutti i concorrenti, Amazon, Feltrinelli e Ibs. E di arginare richieste eccessive accettando, come contropartita, di rinunciare a maggiore visibilità su queste vetrine online. Lo strappo di E/O è un gesto coraggioso di una casa editrice che può permetterselo.

Deve servire da monito ad Amazon». Che quest’anno ha chiesto aumenti negli sconti anche ad altri gruppi editoriali, come alla rete di Messaggerie: «Aveva chiesto condizioni più gravose - spiega Marco Cassini, fondatore di Sur - ma poi si è trovato un accordo. Certo, la possibilità che succeda di nuovo è dietro l’angolo. E/O è stata eroica a dire no, ma per cambiare la realtà il singolo non basta, anche se può dare l’esempio». Come, precisa, «fa Sur dal 2011, assicurando quasi lo stesso sconto, circa il 40%, a colossi del web e librerie indipendenti».

E Amazon? Ieri in una nota ha detto di «rispettare le scelte di Edizioni E/O e al tempo stesso di non voler commentare le relazioni tra noi e le case editrici». Al momento, sulla versione italiana del portale di e-commerce si trovano ancora alcune copie dei romanzi di Elena Ferrante - «ma sono distribuite da terzi» specificano da E/O - così come le edizioni per kindle, «che probabilmente spariranno». Nessun cambiamento, invece, per amazon.com - la querelle tocca per il momento solo il mercato di amazon.it - dove i romanzi della scrittrice anonima sono vendutissimi.

Si prepara una battaglia unitaria degli editori per cui lo sconto richiesto è troppo alto? «Non lo so, non è mai stato un tema - risponde Antonio Sellerio -. Sicuramente è giusto rifiutare di fronte a condizioni considerate inaccettabili e intervenire in generale, a livello legislativo, nel settore, evitare che i livelli di ritorsione siano sproporzionati. È una questione delicata e molto sentita, su cui riflettere. È la prima volta che un editore importante che non sottoscrive un accordo si trova di fronte alla resa della propria merce, e questo mi sembra inaudito».