martedì 25 aprile 2017

Come Uber avrebbe provato a ingannare Apple

la stampa.it
andrea signorelli

L’applicazione tracciava di nascosto gli utenti iPhone anche dopo che avevano smesso di utilizzarla, violando di nascosto il regolamento dell’App Store



Nel corso degli ultimi mesi, Uber si è trovata più di una volta al centro delle polemiche: accusata di tracciare elettronicamente gli autisti dei servizi rivali , di aver sottratto a Google dei progetti per la guida autonoma, di usare stratagemmi per evitare che i suoi autisti vengano controllati dalle autorità e altro ancora. 

Metodi che hanno causato la partenza di numerose figure chiave della compagnia e hanno contribuito alla cattiva fama del CEO di Uber, Travis Kalanick, che ora si è conquistato un lungo profilo del New York Times – intitolato emblematicamente “Il CEO di Uber gioca con il fuoco” – in cui si raccontano le azioni spesso al limite delle regole per portare vantaggi alla sua azienda, senza troppo curarsi dei rischi. 

Un esempio di queste pratiche risale al 2015, quando, secondo il New York Times, Uber avrebbe provato a ingannare Apple, violando di nascosto il regolamento dell’App Store allo scopo di tracciare gli utenti della propria applicazione anche dopo che avevano smesso di usarla e anche nel caso in cui l’avessero cancellata dal telefono.

Gli sviluppatori di Uber avevano infatti trovato un modo per identificare in modo univoco tutti gli iPhone che utilizzavano la app. Una pratica, chiamata fingerprinting , che avrebbe avuto un doppio obiettivo: da una parte impedire che gli autisti creassero molteplici account per approfittare dei bonus economici iniziali; dall’altra evitare che gli utenti cancellassero l’applicazione per non farsi accreditare corse particolarmente onerose. 

Il fingerprinting pone ovvi problemi di privacy ed è per questo vietato dal regolamento dell’App Store: uno scoglio aggirato dagli sviluppatori di Uber, grazie a un sistema che impediva agli impiegati di Apple di accorgersi di quanto stava avvenendo. Il trucco, però, non è durato a lungo e ha portato, nel 2015, a un faccia a faccia tra Kalanick e Tim Cook, CEO di Apple, che ha minacciato la cancellazione di Uber dall’App Store nel caso in cui non fosse stata fatta immediata marcia indietro. Con la prospettiva di perdere da un momento all’altro milioni di clienti, Kalanick è stato obbligato ad accettare le condizioni duramente dettate da Cook, che sarebbe stato talmente furioso da lasciare il CEO di Uber, sempre secondo l’articolo del New York Times, “visibilmente scosso”.

Una parte delle accuse è stata però rigettata da Uber , che afferma: “Non tracciamo assolutamente i nostri utenti o la loro posizione dopo che hanno cancellato l’applicazione. Come si legge anche verso la fine dell’articolo del New York Times, questo è un metodo utilizzato per evitare frodi (...). Tecniche simili sono utilizzate anche per bloccare i login sospetti e proteggere gli account dei nostri utenti. Essere in grado di riconoscere chi vuole introdursi illecitamente nel nostro network è un’importante misura di sicurezza sia per Uber che per usa i nostri servizi”.

Queste precisazioni, però, non smentiscono la ricostruzione del New York Times sulla violazione da parte di Uber del regolamento dell’App Store e l’incontro faccia a faccia tra Cook e Kalanick; che, nonostante risalga ormai a circa due anni fa, ha riportato ancora una volta la compagnia di ride-sharing al centro delle polemiche.

Ecco come gli oggetti connessi possono mettere a rischio la privacy

lastampa.it
marco tonelli

Braccialetti, applicazioni per il fitness, ma anche giocattoli e termostati. Sono tutti dispositivi che raccolgono informazioni sugli utenti, ma in alcuni casi, senza un trattamento chiaro e cristallino dei dati personali



Una colonnina in stazione Centrale a Milano: sullo schermo, pubblicità e inserzioni. Ma allo stesso tempo, al suo interno sarebbe presente un software capace di tracciare il viso dei passanti e riconoscere sesso, età e il grado di attenzione di chi guarda. Dati personali, che Quividi (proprietaria dei totem presenti nelle grandi stazioni italiane), venderebbe a società di marketing per la misurazione del successo di un annuncio o la creazione di nuove campagne pubblicitarie. Il tutto senza il consenso dei diretti interessati. Per questo motivo, qualche giorno fa, l’autorità garante per la protezione dei dati personali ha inviato una richiesta di informazioni alla società francese.

Grazie alla diffusione delle tecnologie connesse alla rete, gli oggetti intelligenti hanno colonizzato la vita quotidiana: Non solo i cartelloni pubblicitari, ma anche le applicazioni che misurano la frequenza cardiaca, passando per braccialetti smartband, giocattoli o termostati intelligenti. Dispositivi che raccolgono informazioni su chi li utilizza e che, senza un trattamento chiaro e cristallino dei dati personali, potrebbero mettere a rischio la privacy degli utenti. 

Applicazioni e braccialetti sotto accusa
Lo scorso 23 marzo, il procuratore generale di New York Eric Schneiderman ha annunciato un patteggiamento di 30mila dollari con le società produttrici di tre applicazioni: Runtastic, Cardiio e My Baby’s Beat. Oltre a fornire informazioni non verificate, non avevano comunicato agli utenti che i loro dati personali potevano essere ceduti ad altre aziende. Insomma, il consumatore non era stato adeguatamente informato che la propria frequenza cardiaca, lo stato di forma e di salute, ma anche i suoi spostamenti e le sue abitudini potevano essere condivisi con altre società.

Se dagli Stati Uniti ci si sposta in Norvegia, l’agenzia nazionale che si occupa dei diritti dei consumatori si era scagliata contro quattro braccialetti per il fitness: Fitbit, Garmin,Jawbone e Mio. «Le norme con cui trattano i dati non sono chiare e comprensibili e temiamo che queste informazioni possano essere sfruttate per fini di marketing o per mettere in atto discriminazioni di prezzo», scrivono i membri dell’ente in uno studio pubblicato lo scorso novembre 2016. 

Nello specifico, nessuna delle società sotto accusa fornisce agli utenti europei una corretta comunicazione su eventuali cambiamenti dei termini del contratto di utilizzo. Allo stesso tempo, i dispositivi collezionano più dati di quelli che sono necessari per fornire il servizio e non comunicano in maniera adeguata con chi condividono le informazioni e per quanto tempo le conservano nei database. 

Bambole e giocattoli troppo invasivi
Se dai dispositivi indossabili e applicazioni per il fitness, ci si sposta agli oggetti connessi alla rete, i giocattoli intelligenti trattano informazioni delicate proprio perché interagiscono con i più piccoli e con le loro famiglie. Nel mese di dicembre 2016, una coalizione di associazioni di consumatori internazionali ha denunciato alla commissione federale per il commercio statunitense e alla Commissione Ue, due prodotti destinati ai più piccoli: la bambola My Friend Cayla e I-Que Intelligent Robot

«I due giocattoli intelligenti registrano e collezionano le conversazioni private dei bambini, senza alcuna limitazione», si può leggere nella denuncia delle associazioni statunitensi. Questi dispositivi comunicano con gli utenti, rispondono alle domande, cantano canzoni a comando e riconoscono le voci. E nel caso di I-Que, sono dotati anche di telecamera. Insomma, da una parte la possibilità che tali informazioni sensibili siano vendute al miglior offerente, dall’altra la questione della sicurezza, con il rischio che eventuali malintenzionati possano prendere il controllo del giocattolo ed accedere alla memoria del dispositivo o dei server online. 

Per questo motivo, è meglio adottare una serie di accorgimenti pratici prima di iniziare a utilizzarli: come verificare se sono disponibili meccanismi di protezione (la doppia autenticazione via password, ad esempio) e allo stesso tempo assicurarsi che le credenziali di accesso alla propria rete WI FI non siano facilmente identificabili.
 
Dati che fanno gola anche alle assicurazioni
Gli oggetti connessi alla rete sono così ricchi di dati personali, tanto da attirare l’attenzione del mondo delle assicurazioni. Le informazioni collezionate dai frigoriferi intelligenti, termostati, e automobili sono talmente interessanti da spingere le compagnie a utilizzare questi dispositivi per monitorare i comportamenti dei loro clienti. 

Nest (azienda leader nel campo dei termostati) ad esempio, ha messo in piedi una partnership con grandi compagnie assicurative come Generali (solo in Germania per ora) e l’americana Liberty Mutual. In questo modo, chi stipula una polizza assicurativa ha diritto a un rilevatore di fumo connesso alla rete. Allo stesso tempo però, quest’ultimo, potrebbe monitorare anche quante volte il cliente si accenderà una sigaretta. Dando informazioni alla compagnia, in modo da poter calibrare il premio a seconda dello stile di vita del cliente. «Gli oggetti intelligenti sono progettati per registrare e riportare informazioni riguardo i nostri comportamenti, abitudini e preferenze. Ogni dispositivo è come una finestra su un particolare aspetto della nostra vita», scrive il ricercatore Jathan Sadowski in un articolo sul Guardian. 

Una mancanza di consapevolezza
E se si guarda al nostro Paese, per l’avvocato e docente di diritto delle nuove tecnologie Guido Scorza, «le norme sul trattamento dei dati personali, funzionano. Ma allo stesso tempo, da parte degli utenti, manca la consapevolezza del tipo di dispositivi con cui si interagisce ogni giorno». Un problema che investe anche le aziende che producono questi dispositivi, «spesso poco attente a come vengono trattate le informazioni raccolte», continua l’avvocato. 

Secondo Scorza poi, è proprio la tipologia di oggetto a indurre in inganno: «Un frigorifero ad esempio, induce a una minore attenzione, ma le domande da farsi sono, dove vengono conservati i miei dati? chi li utilizza?». Allo stesso tempo, la mancanza di consapevolezza investe anche il garante della privacy: «Su queste problematiche l’authority ha ancora molta strada da fare», conclude.

Cybersquatting: la nuova frontiera della contraffazione online

lastampa.it
andrea signorelli

La registrazione di domini che sfruttano illecitamente il nome di grandi aziende a fini di lucro continua a crescere. E adesso prende di mira anche i social network



Quando si parla di pirateria online si pensa immediatamente al download illegale di materiale protetto da copyright, come può essere il caso di musica, film, serie tv o anche programmi informatici. C’è però almeno un’altra forma di pirateria che col passare degli anni sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti: il cybersquatting , la registrazione di domini internet che utilizzano illecitamente il marchio detenuto da un altro soggetto.

Qualcuno, per esempio, potrebbe registrare un sito dal nome www.appleiphone.com attraverso il quale vendere cellulari della casa di Cupertino. Ma perché un’attività di questo tipo è illecita? “Prima di tutto, perché si occupa uno spazio web in via esclusiva, impedendo al legittimo proprietario del marchio di utilizzarlo e violando i suoi diritti di proprietà intellettuale”, spiega a La Stampa l’avvocato Gabriele Cuonzo, specializzato in questioni di diritto commerciale e proprietà intellettuale e socio fondatore dello studio Trevisan & Cuonzo. “A meno che non ci sia il consenso del titolare del marchio, questo utilizzo non è consentito. Inoltre, nella nostra esperienza, molto spesso i prodotti commercializzati attraverso questi siti sono contraffatti”.

Il recente report della WIPO (organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale) mostra come i casi di cybersquatting siano in continuo aumento e come nel 2016 se ne siano verificati oltre 3mila (+10% rispetto all’anno precedente), coinvolgendo 5.300 domini web. Tra le aziende più colpite, troviamo la Philip Morris – che ha aperto 67 fascicoli in materia – seguita da AB Electrolux, Hugo Boss, Lego, Michelin e anche l’italiana Intesa Sanpaolo. 

Ci sono però anche situazioni in cui per le aziende è più difficile capire se rivalersi contro chi sfrutta il loro nome: è il caso degli appassionati che creano un sito utilizzando, per esempio, il marchio di un’automobile allo scopo di creare forum in cui si discute e ci si scambia consigli su quella particolare vettura. “In questo caso, molto dipende dalla policy delle aziende e anche dal tipo di seguito che hanno. Per esempio, un produttore come Harley Davidson, che dà molta importanza al valore emozionale del marchio, valuta con molta attenzione e chiede la cessazione del comportamento solo quando l’uso che si fa del marchio non è consentito”, prosegue l’avvocato Cuonzo.

La vera difficoltà sta nel capire dove si ferma l’attività degli appassionati e dove invece comincia la vendita di prodotti magari contraffatti. “Anche perché, spesso, il confine è più labile di quello che si potrebbe pensare”, spiega invece l’avvocato Giacomo Desimio dello studio Trevisan & Cuonzo, esperto in proprietà intellettuale su internet. “Per questo è importante non solo visionare, ma anche approfondire il contenuto del sito, per assicurarsi, come spesso invece si verifica, che non faccia da ponte per la vendita e la promozione di prodotti contraffatti”.

Per le aziende, pensare di difendersi occupando ogni possibile spazio sul web non è realistico, soprattutto perché si dovrebbero prevedere anche i refusi compiuti dagli utenti che digitano il nome del sito (celebre il caso di una società di e-commerce che aveva registrato tutti i possibili errori del nome Amazon); mentre è più facile monitorare la rete con strumenti adeguati (su internet si trovano anche programmi specifici ) e intervenire nel momento del bisogno per riappropriarsi del dominio.

Una variante, legale, del cybersquatting si è invece trasformata per qualcuno in una forma di imprenditoria online. È il caso di Rick Schwartz , noto con il soprannome di domain king, che nel corso degli anni ha registrato o acquistato circa 3mila nomi di siti internet estremamente comuni, prevedendo in anticipo l’importanza che questi avrebbero avuto e rivendendoli a peso d’oro. Il caso più celebre è l’acquisto nel 1997, per 42mila dollari, del dominio porno.com, ceduto nel 2015 per 8 milioni di dollari (dopo aver guadagnato quasi 10 milioni in pubblicità).

Oggi, però, la nuova frontiera del cybersquatting è rappresentata dai social network: basti pensare all’importanza che hanno ormai raggiunto le pagine aziendale su Facebook. “Si tratta in effetti di un terreno molto fertile per la pirateria, anche perché è ancora più facile agire in modo anonimo”, prosegue l’avvocato Desimio. “Allo stesso tempo, però, è possibile contrastarla efficacemente, perché i social network possono sfruttare strumenti di verifica interna, di cui sempre più spesso si dotano, e possono agire in tempi rapidi. In questo caso, è sufficiente un’attività di monitoraggio, dopodiché starà ai legali rivolgersi a Facebook o altri per chiedere la chiusura della pagina”.

Ladro di biciclette

lastampa.it
mattia feltri

Un uomo di ottant’anni è in carcere perché ruba le biciclette. Non sappiamo il suo nome, soltanto le sue iniziali, F.C. Nel quartiere Prati e in centro a Roma lo conoscono in molti proprio perché ruba le biciclette. Le ruba e basta, non per rivenderle: vuole tutte le biciclette del mondo, tutte per sé. Lo conoscono bene anche i poliziotti, che lo beccano sistematicamente, o spesso, e lo prendono, gli dicono forza, coraggio, lo portano davanti a un giudice e in carcere. L’ultima volta era a Regina Coeli, è caduto, ha battuto la testa, e lo hanno ricoverato in ospedale dove è morto. Ecco, ora non ruberà più. 

Sarà venuto in mente a tutti voi Ladri di biciclette, il film di Vittorio De Sica. O anche I soliti ignoti, la scena in cui il ladruncolo Vittorio Gassman è detenuto a Regina Coeli, il carcere di Trastevere che ha quasi quattro secoli di vita. Questo perché nella storia di F.C. c’è la pienezza dell’umanità delle commedie, il destino irreversibile, la solidarietà amara, anche l’umanissima morte in solitudine. Nel dare la notizia, si è subito parlato del sovraffollamento delle carceri: si è detto che ne servono di più, e forse invece servono meno carcerati. Forse serve depenalizzare alcuni reati, perché probabilmente nessuno era contento di vedere il vecchio in cella, non il giudice, non i poliziotti, nemmeno i proprietari delle biciclette, se solo ci hanno pensato su un momento.

È che lo prevede la legge, e quando la legge è così cieca e ottusa, noncurante, così lontana dal sentimento di una comunità, non è più una legge, è un oltraggio. 

I cinque ufficiali piemontesi diventati eroi a Unterlüss

lastampa.it
andrea parodi

Per non unirsi ai tedeschi e alla Rsi scelsero l’internamento nei lager nazisti


Lo spaventoso lager di Unterlüss, dove i prigionieri erano costretti a vivere in condizioni terribili: fame, pidocchi, malattie, lavori forzati e le violenze inflitte dagli aguzzini

Ci sono cinque piemontesi tra i «44 eroi di Unterlüss». Non li conosce nessuno, eppure sono stati protagonisti di una delle più significative pagine dell’altra Resistenza, in Germania. Sono eroi che hanno taciuto per decenni la loro storia, anche con i propri familiari. Si tratta di cinque ufficiali del Regio Esercito Italiano che, dopo l’8 settembre 1943, per non unirsi ai tedeschi e alla Rsi, hanno scelto volontariamente l’internamento nei lager nazisti. Resistenti esattamente come i partigiani, anche se meno celebrati. La storia li ha etichettati con il nome di Internati Militari Italiani. Più semplicemente: IMI. 

Da Stresa c’è Giuliano Nicolini, che è anche Medaglia d’Argento al Valor Militare. Così come il torinese Giovanni Anelli. Entrambi sono morti durante la prigionia. Il primo nel terribile lager di Unterlüss, pestato a sangue da una SS; il secondo subito dopo la liberazione, in un ospedale della Bassa Sassonia, consumato dalla polmonite. Più fortunati gli altri tre, scampati per puro miracolo alla morte. Sono altri due torinesi, Gaetano Garretti di Ferrere e Tullio Cosentino, oltre a un aviglianese: Carlo Grieco. Per loro un Encomio Solenne. Tutti eroi, così come gli altri 39 sparsi per tutta Italia, perché protagonisti di uno dei gesti di più alto valore non solo militare, ma morale e civile: offrire la propria vita in cambio di quella di loro compagni destinati alla fucilazione. Come Salvo D’Acquisto o Massimiliano Kolbe. 

Gli ufficiali di Unterlüss hanno resistito per mesi nei lager rifiutando ogni possibile collaborazione con il nemico tedesco. Tacciati di essere traditori e badogliani hanno sopportato di tutto: la fame, i pidocchi, le malattie, la lenta agonia del lager, l’annullamento della personalità. Nel febbraio del 1945 li obbligano al lavoro forzato per la causa bellica tedesca. I tedeschi deportano 213 ufficiali in un campo di aviazione. Ma succede qualcosa di inaspettato: uno sciopero. Un gesto dimostrativo molto forte: osano sfidare i nazisti nella loro terra, senza armi. Dopo sei giorni di braccia incrociate la Gestapo ne sceglie 21 per una decimazione dimostrativa. 44 loro compagni compiono quel gesto incredibile che spiazza persino i nazisti. A guidarli è l’indignazione. La fucilazione viene commutata nel carcere a vita nel lager di Unterlüss, un luogo di morte degno di un girone dantesco, tra frustate e indicibili trattamenti durati sei settimane. 

Oggi questi eroi, dopo anni di oblio e di silenzi causati dal pudore degli stessi protagonisti, stanno riprendendo la giusta collocazione sui binari della Storia grazie all’ultimo dei sopravvissuti: l’energico Michele Montagano - 96 primavere - che gira l’Italia partendo da Campobasso con la sua invidiabile lucidità per trasmettere la memoria. Sua e dei suoi 43 compagni. Un uomo che meriterebbe più di una medaglia. E che in un altro Paese sarebbe ospitato in tutte le trasmissioni televisive, a raccontare.

Cinque eroi piemontesi si diceva. Di due si sono perse le tracce. Anelli viveva in Via Cibrario 36bis a Torino, ma la sua famiglia non è stata trovata. Così come Cosentino, che ha risieduto in Via Thesauro 2 e poi in Via Giuria 21. Gaetano Garretti di Ferrere è stato per vent’anni direttore dell’Archivio di Stato di Torino, una delle più alte figure della cultura sabauda del dopoguerra. Per i tre torinesi è stata inoltrata al Presidente del Consiglio Comunale Fabio Versaci una richiesta di riconoscimento toponomastico. Avigliana ha dedicato al concittadino Carlo Grieco il giardino pubblico di via Trasserve già da due anni, mentre a Stresa per Giuliano Nicolini vi è una Pietra d’Inciampo fatta posare dalla nipote.

lunedì 24 aprile 2017

“Gommoni scortati fino alle navi umanitarie”. La nuova tecnica dei trafficanti di migranti

lastampa.it
fabio albanese, grazia longo

E il ministro Minniti: le nostre motovedette alla Libia per monitorare le irregolarità


Un fermo immagine da Marine Traffic alle ore 18.16 del 23 aprile

Non solo l’inchiesta di tre procure - Catania, Palermo e Cagliari - ma anche l’attenzione vigile del Viminale. Sull’ipotesi di contatti diretti tra scafisti e alcune Organizzazioni non governative (Ong), il ministro dell’Interno Marco Minniti viene costantemente aggiornato dai magistrati.

All’origine della preoccupazione del governo sul reale compito di alcune organizzazioni non governative c’è il sospetto che la rotta verso le nostre coste non sia casuale. In teoria sarebbero più comode, come meta, le coste di Malta e della Tunisia. Destinazioni più facili da raggiungere, che vengono invece snobbate da Ong straniere. E poiché oltre all’emergenza del traffico di esseri umani c’è sempre l’insidia dell’allarme terrorismo islamico, all’attività delle procure si aggiunge quella più sotterranea ma ugualmente capillare dell’Intelligence. 

La posta in gioco è troppo alta, contro il rischio di connessioni tra network criminali e alcune Ong si deve intervenire anche a livello preventivo. Preziosa, a tal fine, l’attività delle 10 motovedette che l’Italia consegnerà alla guardia costiera libica. «Le prime due sono state assegnate venerdì scorso - ricorda il ministro Minniti - entro maggio saranno tutte operative e potranno monitorare non solo gli imbarchi degli immigrati ma anche il ruolo svolto dalle Ong». 

Intanto la fotografia del fenomeno registra un’inversione di tendenza. «È cambiato tutto in questi ultimi anni, non ci sono più scafisti delle organizzazioni criminali ad accompagnare i migranti, su imbarcazioni sempre più piccole, affollate e insicure, ma li guidano ugualmente a distanza e li indirizzano verso le navi al largo della Libia», racconta un investigatore che da anni si occupa di sbarchi in una zona della Sicilia, il Ragusano, dove negli ultimi quattro anni sono arrivati decine di migliaia di migranti (3020 solo da gennaio a ora) e dove la Squadra mobile di Ragusa ha arrestato centinaia di scafisti, 200 nel 2016 e già 32, quattro dei quali minorenni, in questo scorcio di 2017. 

Non può rivelarsi ma il suo racconto è preciso e dettagliato: «Abbiamo documentazione fotografica dell’ultima tecnica adottata dai trafficanti - spiega -. I migranti vengono ammassati su gommoni che possono galleggiare solo poche miglia o su barchini e li scortano con le moto d’acqua fino a quando non si vede all’orizzonte un’imbarcazione delle Ong o una ufficiale. Dopo di che, invertono la loro rotta e tornano in Libia. Sui gommoni, il timone è stato invece affidato a uno o due migranti; qualche volta sono costretti, spesso però sono loro stessi a proporsi ai trafficanti perchè così si pagano il loro viaggio.

I più coraggiosi e sfrontati sono i nigeriani ma ultimamente perfino migranti del Bangladesh, che sono miti e non aprono mai bocca, sono disposti a trasformarsi in scafisti». L’investigatore aggiunge che «per salvare quella gente bisogna stare per forza ai limiti delle acque territoriali». Tesi sostenuta dalle stesse Ong che respingono sdegnate i sospetti che possano avere contatti diretti con i trafficanti libici. Ma i dubbi del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro sono forti: «Non siamo affatto sicuri che alcune Ong facciano un lavoro pulito. Quando, all’inizio dell’operazione Sophia anche le navi militari stavano a ridosso delle acque libiche, abbiamo chiesto di farle arretrare e così è stato. Le ong invece sono sempre lì». 

E l’anonimo investigatore rincara la dose: «A noi risulta con evidenza che le Ong hanno contatti con i libici». Ma Ong e navi militari collaborano ed è talmente vero che, ancora quattro giorni fa, nelle drammatiche fasi del salvataggio di 8300 migranti, è accaduto che i naufraghi siano stati salvati da due motovedette della Guardia Costiere e poi trasferiti sulla nave Vos Prudence di Medici senza Frontiere che li ha poi trasferiti nel porto di Pozzallo. 

L’ultimo sopravvissuto di Guernica: “Quel massacro parla al presente”

lastampa.it
domenico quirico

Ottant’anni fa il bombardamento dell’aviazione tedesca dipinto da Picasso. Luis Iriondo era un adolescente: “L’orrore è arrivato nel giorno del mercato”


Luis Iriondo, 94 anni, sopravvissuto al bombardamento di Guernica, davanti a una riproduzione del quadro di Picasso nel museo della Pace

Sì. Uomini come Luis Iriondo mi lasciano sempre senza fiato. Aveva quattordici anni il 26 aprile del 1937 quando i bombardieri tedeschi e italiani scesero su Guernica per stuprarla a colpi di bombe, per innaffiare le strade di fuoco, di esplosivo e di ferro: un cimitero di civili, un grido straziante che Picasso fissò sulla tela. Lo incontro vicino alla chiesa di Santa Maria. Si è salvata dalla distruzione, i «moros» di Franco la usarono come accampamento dopo la «reconquista», poi le donne di Guernica dovettero ripulirla in segno di umiliazione.

Luis è un sopravvissuto, parola terribile del Novecento. Bisogna esser folli per credere, dopo aver vissuto il primo bombardamento terroristico della Storia, credere ancora nel potere dell’uomo sul suo destino. Sperare in una vittoria dello spirito sulle forze del male, credere in dio, credere nell’uomo e in una riconciliazione tra loro. E invece Luis comincia a raccontare e la muraglia sembra meno alta, meno invalicabile. D’un tratto tutto diventa presenza, tutto diventa semplice, vero, possibile.

Significa che non siamo soli e vinti, che le forze disperse si riuniscono, sempre, da qualche parte. 

«Era una bella giornata come oggi, il cielo chiaro, pregna di umidità e di fermenti. Era lunedì, il giorno del mercato, dicevano l’avrebbero sospeso, la guerra si avvicinava, ma la piazza era piena di contadini e di bestie. Il mercato per noi di Guernica era la festa, al pomeriggio c’era la partita di pelota. Fu per questo che proprio quel giorno mia madre mi autorizzò per la prima volta a indossare i pantaloni lunghi: dai, ero un uomo adesso, non ero più un bambino, solo per la festa, ammonì mia madre.

Non andavo più a scuola, c’era la guerra, il mio istituto l’avevano ultimato nel ‘33 ed era già chiuso, diventato caserma! Mia madre non voleva che ciondolassi senza far nulla e aveva chiesto al direttore della banca di impiegarmi come apprendista, portare le lettere, piccole commissioni, non maneggiavo certo i soldi. Ero al lavoro quel pomeriggio, io e un rifugiato di Lekeitio, un paese già occupato dai franchisti. Il bombardamento venne alle 16 e 20. Fu allora che le campane di Santa Maria cominciarono a suonare. No, non era per la messa, era l’allarme per gli aeroplani che si stavano avvicinando. Prima si usavano le sirene della fabbrica d’armi che era in città.

Poi si erano accorti che creava confusione, molti pensavano che segnalasse la fine del turno e restavano a casa, sulla montagna che sta proprio sopra Guernica, il Kosnoaga, alcuni soldati dalla vista lunga quando scorgevano gli aerei nemici, c’erano solo aerei nemici ormai in cielo, salire da Burgos o da Vitoria facevano segnali agitando bandiere e allora giù, le campane suonavano suonavano, ma c’erano stati molti allarmi, il fronte era a venti chilometri, ma non era mai successo nulla. Per questo non volevo correre nei rifugi ma il profugo di Lekeitio insistette: non sfidiamo la fortuna, mi costrinse, io sono vivo per questo lui invece è morto nel bombardamento».

La Maginot disfatta
Sono salito a Guernica in un paese ariostesco di rocce a picco e mare spumoso, frondami umidi e torrenti sonori, annegato nella luce ardente della primavera. Ascolto la lingua basca residuato, forse, dei primi idiomi del mondo. Da quassù scopro Bilbao, la profonda «ria» fino all’oceano. Bilbao era il «cinturon de hierro», la cintura di ferro, una sorta di Maginot costruita con l’aiuto di tecnici russi e francesi. Per il governo di Valenza era impenetrabile. Come tutte le Maginot si disfece in un istante. Seguo la strada da cui avanzarono le frecce nere della Agregation legionaria italiana, i requetés con le boine, i berretti a cencio, rosso sangue, e i terribili tabores marocchini del generale Mola. Non sono venuto qui per una guerra antica, di ieri: Guernica è stato un orrore sperimentale, i suoi trecento morti sono state vittime esemplari.

Già. Quante Guernica abbiamo vissuto dopo? Coventry, Dresda, Hiroshima e poi le città violentate del nostro tempo senza guerre, Aleppo, Grozny… città che sembran aver perduto la loro ombra. In questi ottanta anni quante volte abbiamo pensato che fosse l’ultima volta? Funziona sempre così: c’è l’impressione di un malinteso che confonde tutte le cose, (fino agli anni settanta la versione ufficiale nella Spagna franchista era che Guernica fosse stata incendiata dai rojos prima di fuggire…) si mescolano inestricabilmente bene e male, i colpevoli e gli innocenti, entusiasmo e crudeltà. Ho visto bene? ho ben capito? e poi vi dicono che tutto è finito che non si ripeterà… in fondo il mondo migliora si respira. Si respira fino al prossimo massacro che giunge di colpo, il tempo passa, passa.

«Ah i rifugi! l’avevano costruiti con sacchi di sabbia e qualche trave di ferro, alla buona, ma che sapevamo dei bombardamenti aerei a quel tempo? Il rifugio più vicino alla banca era nella piazza del mercato, già si sentivano le prime esplosioni, erano gli aerei italiani che cercavano invano di colpire il ponte all’ingresso della città, ma noi non sapevano nulla di questo. L’ingresso del rifugio era sotto una terrazza che chiamavano “el sacafaltas”: quando si ballava nella piazza le ragazze si radunavano lì per vedere lo spettacolo e scegliere l’innamorato, era la vita prima, prima della guerra, eravamo un centinaio in quel rifugio non c’era ventilazione

né luce, eran rifugi fatti così, alla buona, dopo due minuti già urlavamo perché ci sentivamo morire soffocati, allora qualcuno ordinò di sederci a terra, perché c’è più ossigeno in basso, io ero in fondo al tunnel dove la volta era più bassa e c’era meno aria. Ma il pavimento era umido e sporco e la paura di rovinarmi quei magnifici pantaloni e dei rimproveri di mia madre era più forte del senso di soffocamento, rimasi in piedi, le esplosioni cessarono, uscimmo a respirare aria buona a sentirci rivivere, e invece era solo l’inizio».

La voce della morte
So cosa vuol dire essere sotto un bombardamento aereo, ciò che provarono per primi, nel Novecento, gli uomini le donne i bambini di Guernica. oggi gli aerei sono così veloci che quando la bomba cade sono già lontani, senti solo il sibilo, la voce della morte. Gli junker tedeschi della legione Condor e i Savoia Marchetti della Aviazione legionaria, invece, erano lenti. Avanzarono da Nord a Sud usando come traccia il percorso della ferrovia, quasi ala contro ala, ben allineati, squadriglia dopo squadriglia, e sganciarono spezzoni incendiari mescolati a bombe perforanti.

Cinquemilacentodiciassette ordigni. Un torrente di fuoco e di polvere. Ho visto anch’io come Luis, in altri luoghi del mondo, case sollevarsi lentamente e sfasciarsi nell’aria per poi ricadere. E il rumore, il rumore che ti inghiotte, devi scrollare la testa per poter ragionare e vedi gente attorno a te che ha la bocca aperta, sai che sta urlando disperatamente ma non li senti. E fiamme escono da terra, vortici d’aria ti afferrano facendoti ruotare, una via intera in un attimo diventa un mare di fiamme, luci gialle e rosse ricadono dal cielo come un nubifragio. Fu così: Guernica in poco tempo prese fuoco, fatta, com’era, di legno. Ascolto Luis raccontare: sì, si respira fuoco in quei momenti.

Che sappiamo di questo stare sulle soglie della morte e forse un po’ più in là, quando le bombe smantellano una città, di come si cammini nudi sotto lo sguardo di dio? Avvengono in quelle ore (tre ore durò Guernica) confidenze che voi riceverete di rado, per la semplice ragione che le soglie della morte non sono scritte da nessuna parte. E se voi tornate in quel luogo dove avete subito la prova del fuoco, con gente che non era là, vi sembrerà di non ricordare più nulla e di raccontare bugie. Giacché i ricordi di un bombardamento assomigliano ai ricordi di infanzia.

«Quando è arrivata la nuova ondata, siamo di nuovo corsi nel rifugio. Stavolta avevo deciso che sarei rimasto per ultimo, mai più in fondo a quel tunnel, a costo di morire. Mi tirai dietro i sacchi di sabbia per fermare le schegge, adesso era come una unica esplosione, sembrava che entrasse da uno dei bracci della piazza dove è la scuola femminile e la percorresse tutta intera, allargando un lungo suono lugubre che sembrava entrarci dentro e poi c’erano raffiche di aria calda, un calore ripugnante che aveva il gusto di morte avevano raccomandato a noi ragazzi: se c’è un bombardamento stringete un oggetto tra i denti, dicevano che una esplosione più forte avrebbe potuto farci esplodere i visceri. Io mi ero portato dietro un bastoncino di dieci centimetri che stringevo in bocca fino a farmi male».

La preghiera spezzata
«Nel rifugio cominciammo a pregare, la preghiera che ci avevano insegnato al catechismo: Nostro signore Gesù cristo, dieci volte provammo e dieci volte una bomba ci spense la voce. Infine uscimmo dal rifugio: tutta Guernica era un braciere, la gente fuggiva verso la montagna, incontrai salendo un mio compagno di nome Eloy. Ci fermammo a guardare la città bruciare sotto di noi, le nostre case erano vicine, vedemmo le mura della sua crollare in un mare di fumo. Calmo, freddo, gelandomi il cuore Eloy mi disse: mia nonna e mia zia sono là: una è sorda e l’altra paralitica».

Allora Guernica non è il passato: è il presente. È una guerra che ci parla, ci spiega, ci offre terribili insegnamenti. Come assomiglia a quella di Siria, ad esempio! Guerre che avanzano con andamento di epidemia. Bashar come Franco, con potenti, determinati alleati totalitari, allora Germania e Italia, oggi Russia e Iran, contro le democrazie, timide e ipocrite. A Hitler e Mussolini che gli mettevano fretta, chiedevano avanzate risolutive, Franco rispondeva che in una guerra civile occorre una sistematica occupazione dei territori, che bisogna «ripulire», una rapida vittoria ti lascia invece il paese pieno di nemici.

Anche Assad lo sa: è ostinatamente paziente, avanza da sei anni con metodo, riprende città e paesi uno ad uno, lascia che i suoi avversari li abbandonino, attende che le loro mischie interne li indeboliscano. E poi come in Spagna la guerra serve come sanguinoso laboratorio, sulla pelle di un popolo intero, di nuove armi: i tedeschi misero alla prova i loro aerei micidiali, i russi di Putin esibiscono la tecnologia della morte ad alta tecnologia con cui hanno sostituito la ferraglia sovietica. Guerre feroci, entrambe: ottanta anni fa i generali africanisti ribelli, formati nei massacri delle terre del Rif, dove saccheggio tortura e assenza di pietà erano la norma, oggi i fanatici di dio della mischia siriana.

Gli altri curdi
E poi i baschi: i baschi che sono i curdi di oggi nel vicino oriente. Aspiravano, con vigore antico e disperato, alla autonomia. In nome di essa un giovane industriale dolciario, il lehendakari Aguirre, aveva proclamato lo stato separatista. La Repubblica faceva promesse. Chi potevano scegliere? Erano disposti a tutto, anche ad allearsi ai rossi, una incongruenza perché le pietre e le foglie della Biscaglia, dal ponte di Irun alle rocce oceaniche della Galizia, erano ferventemente cristiane e nulla avevano a spartire con i massacratori di preti e gli incendiari di chiese. Come i baschi i curdi resteranno con un pugno di rovine in mano.

In questi luoghi, in fondo, quella guerra è finita solo due settimane fa, con la consegna delle ultime armi dell’Eta. Forse conviene attendere che la Spagna si disintegri da sola. No, Guernica non è il passato. La memoria è rimasto un terreno di scontro politico: da una parte il partito conservatore, la Chiesa con i suoi 498 martiri, l’estrema destra, dall’altra una rivendicazione di memoria che si mescola a una revisione critica della transizione democratica da parte della sinistra radicale, Podemos, i neo comunisti. La guerra civile è lo specchio davanti a cui si rigiocano molti conflitti politici dell’oggi.

La canzone
E poi con Amaya, una giovane signora basca, vado a visitare il museo di Guernica intitolato alla pace. Quando una suggestiva rievocazione interattiva di quel giorno di 80 anni fa sfuma in una straziata canzone di bimba Amaya scoppia a piangere. Il passato con i suoi echi è in agguato dentro di te, primo o poi te lo ritrovi davanti, imperioso. Allora non puoi più scantonare. Sì: Guernica è davvero un macigno sul cuore.

Internet non verrà liberata da troll, odio, violenza e fake news

lastampa.it
carlo lavalle

Prevale il pessimismo sulle sorti del web tra gli esperti consultati da Pew Research Center ed Elon University

Nessun progresso contro troll, odio, false notizie e violenza online. Anzi, è probabile che, in futuro, il clima vada peggiorando, con un web sempre meno in grado di restare uno spazio aperto, libero e inclusivo. Sono le previsioni pessimistiche condivise dalla stragrande maggioranza degli oltre 1500 esperti di tecnologia, manager e studiosi, intervistati dai ricercatori di Pew Research Center ed Elon University .

IDEALISMO WEB AL CAPOLINEA
L’epoca dell’idealizzazione di Internet è tramontata. Dopo una prima fase piena di attese e fiducia sulle capacità costruttive ed emancipatorie del cyberspazio, secondo gli autori dell’indagine “The Future of Free Speech, Trolls, Anonymity and Fake News Online ”, ha prevalso una visione più realistica e preoccupata, meno incline al fideismo.

Il fatto è che studi e ricerche, passo dopo passo, hanno messo in luce l’esistenza, nell’ambiente web, di vari fenomeni deteriori. Così, tra molti, ha cominciato a emergere demoralizzazione, rassegnazione, e disillusione. In questo contesto, la trasformazione di Internet - visto come terra di conquista di cybercriminali, truffatori, violenti e spie – è stata addirittura paragonata al processo involutivo di uno stato fallito .

CAUSE DELL’INVOLUZIONE
I motivi di questo cambio di atteggiamento? Chi esprime pessimismo sulle sorti future del web crede che la sua involuzione sia dovuta alla natura umana (siamo tutti troll) o all’aumento della disuguaglianza.

Per Richard Lachmann, docente di sociologia alla University at Albany, «Internet non farà che riflettere l’aggravarsi dei conflitti nella società determinati da crisi economica e ambientale». Con i meno abbienti, spiega Randy Albelda, professore di economia presso l’University of Massachusetts Boston, nella veste di troll sempre più arrabbiati.

D’altro canto, alcuni ritengono che l’allargamento dell’accesso online a vasti strati della popolazione, grazie anche alla diffusione di smartphone, comporterà maggiore visibilità e impatto per i comportamenti più incivili, in grado di condizionare negativamente, sotto lo scudo dell’anonimato, la comunicazione via social network.

Allo stesso tempo, parte degli esperti denuncia, invece, le responsabilità di siti, testate e piattaforme come Twitter e Facebook, accusati di non essere realmente interessati a disfarsi di troll, estremisti e produttori di false notizie (fake news). Perché questa forma di attivismo malevolo conviene, in quanto porta in dote alle aziende private più clic e più introiti.

RISCHIO MODERAZIONE
Sempre secondo l’opinione dei pessimisti, l’impiego di sistemi di vigilanza e moderazione per fronteggiare il diffondersi di odio e violenza sarà causa del rafforzamento della sorveglianza online. L’uso negativo dei social media, a giudizio di Paula Hooper Mayhew, docente presso la Fairleigh Dickinson University, farà crescere a livello globale la domanda di misure più restrittive. Che saranno introdotte dai governi per monitorare e regolare l’attività degli internauti.

A quale costo? Per Richard Stallman, paladino del software libero, terrorismo e troll forniranno il pretesto per più sistematici controlli e censure. Con rischi di manipolazione statale e serie conseguenze su diritto di informazione, libertà di espressione e privacy degli utenti.

OTTIMISMO MINORITARIO
In controtendenza, un piccolo gruppo di ottimisti, appena il 19 per cento degli intervistati, si aspetta un miglioramento dello stato di Internet. In base alle ipotesi più rosee, piattaforme e siti diverranno più sicuri grazie all’evoluzione tecnologica, specialmente nell’ambito dell’intelligenza artificiale. Gli algoritmi, secondo il parere di Marina Gorbis, manager presso l’Institute for the Future, fermeranno violenza e trollismo, mentre i bot saranno capaci di promuovere connessioni virtuose.

E’ possibile, sostiene Lindsay Kenzig, ricercatrice nel campo del design, che la tecnologia decida più di prima «chi e cosa vedremo online, in modo da indirizzarci verso comunità separate di utenti con gli stessi interessi». Le persone, in ogni caso, continueranno ad avere a disposizione luoghi nei quali discutere liberamente in modo protetto. Ma, ribatte la pessimista Susan Etlinger, analista di Altimeter Group, questi “spazi sicuri”, al riparo da troll e professionisti dell’odio, saranno solo fittizi e isolati “villaggi Potemkin”. Buoni per mostrare una versione edulcorata di Internet, nascondendo la sua vera realtà sempre «meno trasparente e più problematica».

domenica 23 aprile 2017

Seborga, le altre elezioni di oggi (che non spaventano l’Europa)

corriere.it
di Stefano Galimberti e Antonio Di Francesco

Nel comune ligure, autoproclamatosi indipendente nel 1962, gli abitanti sono chiamati oggi alle urne per confermare Marcello I o eleggere il suo sfidante



SEBORGA — È il suono della musica folk a scaldare la fredda serata della «grande vigilia» di Seborga. In questo piccolo comune ligure in provincia di Imperia, autoproclamatosi principato indipendente nel 1962, i seborghini — così si chiamano i sudditi di Marcello I — sono chiamati alle urne per le «altre elezioni» di oggi. Mentre l’attenzione di tutto il mondo si concentra sul ben più importante voto francese, in quello che una volta era un monastero cistercense a pochi passi dal confine transalpino i cittadini devono scegliere se confermare come loro principe Marcello Menegatto o affidarsi per i prossimi sette anni a Mark Dezzani.

Qui il trono è una questione di voti, non di sangue. Ma questa non è l’unica particolarità di Seborga. Mark Dezzani, ex giornalista nato in Inghilterra, ha usato fino all’ultimo minuto disponibile per la sua campagna elettorale. È lui l’organizzatore del concerto folk in Piazza Martiri Patrioti, dove il ristorante «Renaissance» è anche sede del Ministero degli Esteri e il palazzo del ristorante «Marcellino’s» ospita la residenza del principe, Marcello I.
La storia
In un comune di 362 abitanti e poco più di duecento elettori non è difficile entrare in contatto con i candidati. Entrambi concordano su un punto: «Vogliamo mandare avanti il processo di indipendenza». Un percorso iniziato con il fondatore del principato Giorgio Carbone, quel Giorgio I che compare ovunque a Seborga, ora in dipinto, ora in foto. Giornalista e scrittore, Giorgio I ha passato la vita a cercare i documenti che confermassero l’indipendenza della sua terra. E li ha trovati: «Per lui hanno riaperto anche gli archivi vaticani», raccontano tutti in paese.

Nel 1729, Vittorio Amedeo II di Savoia diventa sovrano di queste terre, ma l’atto non viene mai trascritto perché le proprietà del vecchio monastero dovevano rimanere nelle mani di un’autorità religiosa. Così, già nel 1748, alla firma della pace di Aquisgrana, ci si dimentica di includere Seborga nella Repubblica di Genova. Una svista che prosegue fino alla proclamazione del Regno d’Italia, nel 1861. La distrazione di un notaio di corte ha creato una favola che dura ancora oggi: Seborga ha anche una nazionale di calcio, che gioca solo partite di beneficienza contro i «cugini» di Montecarlo.
I documenti trafugati
Nina e Marcello Menegatto
Nina e Marcello Menegatto

A raccontarci questa storia è Laura di Bisceglie, che gestisce il principale negozio di souvenir del paese, «Dal Cavaliere». Mostra a chiunque varchi la porta della sua bottega i libri scritti da Giorgio I, con i documenti sulla storia del principato. Ma quando le chiediamo dove siano custoditi gli originali, Laura si accende: «Ce li hanno portati via poco dopo la morte di Giorgio I, ora sono a Roma». A trafugarli, secondo Laura, è stato il conte Alberto Romano, che poco prima si era fatto insignire del titolo nobiliare dal principe. «Gli altri originali sono sparsi nell’archivio nazionale di Torino e nelle biblioteche di tutta Europa».

«Dal Cavaliere» si trova di tutto: dalle statue in miniatura alle armature, fino alle monete, che qui chiamano Luigini. «Si chiamano così perché, quando nel 1676 è stata aperta la zecca di Seborga, il loro valore era un terzo del Luigi d’oro di Francia: quindi era un piccolo Luigi», spiega Laura. Ma sono i passaporti turistici il vero business di Seborga. «Vengono rinnovanti ogni 20 di agosto, quando mio marito organizza una cerimonia per confermarne la validità. È un modo per mantenere vivo il turismo e per finanziarci», afferma la principessa Nina Menegatto, che ci accoglie nella casa del principe Marcello.
I candidati a confronto
Mark Dezzani
Mark Dezzani

Seduto sul trono, il principe Marcello conferma il suo buon rapporto con il sindaco di Seborga, Enrico Ilariuzzi. «Entrambi andiamo nella stessa direzione: promuovere il nome della città». Accompagnandoci tra portici e corsi strettissimi, ci mostra i dipinti dei Cavalieri Bianchi di Seborga sui muri degli edifici: «Voglio completare la promessa fatta sette anni fa di costruire un Grand Hotel con settanta stanze e un campo golf, e di stringere rapporti con Stati esteri, con l’aiuto dei nostri 25 rappresentanti in tutto il mondo». Una linea che non potrebbe essere più lontana da quella del suo sfidante Mark Dezzani, che si definisce un «socialista libertario» e vuole diventare «il principe del popolo».

«Io sono il candidato povero che vuole far tornare Seborga un principato pubblico», ribatte. «Marcello è il candidato ricco che ha fatto di Seborga un affare privato. Non dovrebbe esserci un palazzo del principe, ma un museo di tutti i seborghini aperto ai turisti». Nel suo programma Dezzani ha incluso anche la proposta di coltivare piantagioni di marijuana a uso terapeutico. La sfida, dunque, è tra il principe modello e l’aspirante sovrano anarchico: l’ultima delle contraddizioni nate nell’Antico Principato di Seborga.

23 aprile 2017 (modifica il 23 aprile 2017 | 11:49)

Verdi, il baule dei misteri

lastampa.it
sandro cappelletto

Custodito dagli eredi, che hanno sempre impedito di conoscerne il contenuto, finalmente è stato aperto:all’interno 2700 fogli di abbozzi musicali, lettere e appunti, presto online a disposizione degli studiosi


Il baule da viaggio di Verdi, costruito a Chicago dalla Marshall Field and Company alla fine dell’Ottocento, è sempre rimasto nella villa del Maestro a Villanova sull’Arda (Piacenza), passata alla sua morte agli eredi Carrara Verdi

I tesori custoditi, anzi nascosti, in quel baule non saranno più un mistero. Finalmente potremo entrare nel cuore del processo creativo di Giuseppe Verdi, delle sue intuizioni, ripensamenti, dubbi, infine certezze. Quel baule, un robusto baule da viaggio di colore verde scuro, con borchie e lucchetti, rivestito di una carta gialla ormai sbiadita, costruito a Chicago dalla Marshall Field and Company Retail alla fine dell’Ottocento, se ne sta lì dove è sempre stato, nella villa Verdi di Sant’Agata a Villanova sull’Arda, in provincia di Piacenza. Però adesso è vuoto e le 17 cartelle che lo riempivano - 16 intestate a opere del Maestro, più una carpetta bianca, per un totale di 2700 fogli di abbozzi musicali, appunti e corrispondenza - sono state trasferite all’Archivio di Stato di Parma. 

«In sei mesi, grazie a fondi già disponibili, saranno completati la descrizione analitica e il restauro dei documenti che lo richiedono, per procedere subito dopo alla digitalizzazione e alla messa a disposizione online di un materiale che il mondo degli studiosi attendeva da troppo tempo. Non era fruibile, presto lo sarà», ha detto orgogliosamente Gino Famiglietti, direttore generale per gli archivi del ministero dei Beni culturali, durante la conferenza stampa che si è tenuta a Roma nella sede dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi.

Da troppo tempo. Verdi muore nel 1901, senza figli: ne aveva avuti due dal primo matrimonio, vissuti entrambi pochi anni. Adotta la cugina Filomena, che sposa Alberto Carrara, figlio di Angiolo, il notaio di Verdi. Di generazione in generazione, ancora oggi eredi (quattro, e litigiosi tra loro) sono i Carrara Verdi, che hanno sempre custodito il baule nella villa di Sant’Agata dove Verdi ha passato gran parte della sua vita adulta, assieme alla seconda moglie Giuseppina Strepponi. Impedendo però, per ragioni mai chiarite, la conoscenza del materiale.

Un atteggiamento molto criticato, ma finora tutti i tentativi di trovare un’intesa si erano rivelati inutili. «Ancora in questi giorni abbiamo ricevuto delle diffide dagli eredi. Eppure le leggi sono chiare: sia l’articolo 9 della Costituzione, che tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione, sia il codice del ministero che ci obbliga a verificare la conservazione e la consistenza dei beni archivistici anche se in possesso dei privati, fino a prevedere il deposito coattivo. Ma non ce n’è stato bisogno, siamo addivenuti a un deposito consensuale. Ricordo, anche in previsione di casi analoghi in futuro, ad esempio per l’archivio Vasari di Arezzo, che il valore economico dei documenti è subordinato alla tutela culturale», precisa Famiglietti. 

Ma perché si è atteso così a lungo? «Perché le leggi ci sono, ma occorre poi applicarle, con la dovuta fermezza. Tenendo conto che talvolta il privato si rivela più retrivo dell’amministrazione pubblica», precisa Elisabetta Arioti, sovrintendente archivistico dell’Emilia Romagna. Le prime reazioni degli studiosi sono di profonda soddisfazione: «È la fine di un paradosso, di un’anomalia intollerabile», dice Markus Engelhardt, direttore della sezione musica dell’Istituto Germanico di Roma e studioso verdiano. 

Ogni cartella reca un titolo: Luisa Miller, Rigoletto, Il trovatore, La traviata, Stiffelio, Un ballo in maschera, L a forza del destino, il Libera me, Domine (dalla Messa composta dopo la morte di Rossini), Don Carlos, Aida, il suo unico Quartetto per archi, la Messa da Requiem (dedicata alla memoria di Alessandro Manzoni), Simon Boccanegra (nelle versioni del 1857 e del 1881), fino ai due ultimi capolavori, entrambi desunti da Shakespeare: Otello e Falstaff. Infine i Quattro pezzi sacri, sorprendente, libero omaggio dell’anziano maestro alla musica sacra. Una miniera, un arco creativo lungo sessant’anni. Saranno possibili edizioni critiche attendibili, mentre l’analisi dettagliata di queste migliaia di fogli non esclude sorprese, inediti ritrovamenti. 

Il decisivo sopralluogo a Villa Verdi è stato effettuato lo scorso 10 gennaio. «Le 17 cartelle erano distese sul tavolo da biliardo di Sant’Agata, pronte per venire trasferite all’archivio di Parma. L’occhio mi è caduto su un foglio dove Verdi aveva scritto: “Abbruciate tutte queste carte!”», ricorda Mauro Tosti Croce, sovrintendente archivistico del Lazio e rappresentante del ministero presso il consiglio di amministrazione dell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani di Parma. 

«Siamo stati individuati dal ministero come referente tecnico-scientifico di questo progetto di portata storica», commenta Nicola Sani, presidente dell’Istituto verdiano. «Una decisione che si affianca al compito affidatoci dal Mibact di promuovere l’Edizione nazionale dei carteggi e dei documenti verdiani». Imminente l’uscita del primo volume, dedicato alla corrispondenza tra Verdi e l’amico Giuseppe Piroli, senatore del Regno d’Italia: illuminante per comprendere come, dopo gli entusiasmi risorgimentali, nel compositore prevalga il disincanto, se non l’amarezza. La conoscenza di Verdi continua a progredire. Un baule è stato aperto, un pesante velo d’ombra è stato sollevato. Finalmente. 

“Abbiamo le prove dei contatti tra scafisti e alcuni soccorritori”

lastampa.it
fabio albanese

Il procuratore di Catania: “Ci sono telefonate con chi organizza gli sbarchi e gruppi finanziati da personaggi discutibili. Ma deve intervenire la politica”



Nel mare agitato dei disperati che attraversano il Canale di Sicilia, non tutte le ong che recuperano migranti sono uguali: «Ci sono quelle buone e quelle cattive», dice il procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro. La sua è la procura più esposta nell’affaire migranti, per necessità prima ancora che per scelta. Altre, come Palermo, Cagliari e ora pure Reggio Calabria, stanno indagando su naufragi, salvataggi, sbarchi e ruolo delle Ong. Ma Catania lo fa da più tempo, dal tragico affondamento di un barcone davanti Lampedusa il 3 ottobre 2013 con 368 morti. Inoltre ha competenza su quella parte di Sicilia, la zona orientale,

dove affacciano i porti di Pozzallo, Augusta, Catania e Messina che da soli assorbono il maggior numero di arrivi di migranti; qui dove questa enorme massa di persone «sta creando problemi di ordine pubblico e crisi di carattere criminale - spiega Zuccaro - che potrebbero influire sul tessuto sociale delle popolazioni. Catania a proposito dei reati di tratta, e di tratta minorile in particolare, ha più procedimenti di Roma, anzi ha il dato più alto in Italia; e poi ci sono i problemi del caporalato, quelli della gestione del denaro per l’accoglienza e l’ospitalità, che lasciano intravvedere fatti gravi». 
E dunque, siccome l’anno scorso di migranti ne sono arrivati 181 mila, e quest’anno si prevede che saranno almeno 250 mila, il fenomeno va osservato sotto tutti i punti di vista e quello giudiziario ha un peso enorme.

Come un peso enorme, da poco più di un anno, hanno le Ong - le organizzazioni non governative - che stanno con le loro navi, qualcuna anche con droni e aerei, a pattugliare il tratto di Mediterraneo davanti alla Libia. Perché sono lì, come si finanziano, hanno contatti diretti con i trafficanti? A queste domande sta cercando di dare risposte il pool di cinque pm catanesi, alcuni della Dda altri della «ordinaria», che con Squadra mobile e Guardia di finanza indagano ormai da tempo: «Su Ong come Medici senza frontiere e Save the Children davvero c’è poco da dire - dice Zuccaro - discorso diverso per altre, come la maltese Moas o come le tedesche, che sono la maggior parte» (cinque delle nove

Ong schierate in mare, c’è poi la spagnola Proactiva Open Arms). Le buone e le cattive, dunque: «Abbiamo evidenze che tra alcune Ong e i trafficanti di uomini che stanno in Libia ci sono contatti diretti - dice Zuccaro - non sappiamo ancora se e come utilizzare processualmente queste informazioni ma siamo abbastanza certi di ciò che diciamo; telefonate che partono dalla Libia verso alcune Ong, fari che illuminano la rotta verso le navi di queste organizzazioni, navi che all’improvviso staccano i trasponder sono fatti accertati». 

Come abbia queste informazioni, il procuratore non lo dice; ma che l’agenzia dell’Ue Frontex nel suo rapporto «Risk analysis 2017» abbia definito «taxi» alcune Ong e che i servizi segreti italiani in Libia abbiano notizie dettagliate e di prima mano non è un mistero. Ed è probabilmente per questo che Zuccaro parla di prove che non è possibile utilizzare in un processo. Tutte le nove Ong sono, comunque, sotto la lente della procura etnea: «Per quelle sospette dobbiamo capire cosa fanno, per quelle buone occorre invece chiedersi se è giusto e normale che i governi europei lascino loro il compito di decidere come e dove intervenire nel Mediterraneo». 

La procura di Catania sa che i trafficanti, alcuni dei quali già identificati, hanno due fonti principali di finanziamento: il contrabbando di petrolio e i migranti. Sa pure che negli ultimi tempi i gommoni - di scarsa qualità e in grado di galleggiare solo per poco, giusto il tempo di un salvataggio dentro le venti miglia - partono quasi tutti da Zuara, in Tripolitania, zona non controllata dal governo Serraj; ora sta cercando di capire se dietro qualcuno dei finanziatori di Ong ci siano gli stessi trafficanti, e segnali in questo senso sono stati raccolti.

D’altronde, di cose che meritano di essere chiarite ce ne sono: ci si chiede, ad esempio, che ci fa uno come Robert Pelton, che produce coltelli da guerra, o l’ex ufficiale maltese Ian Ruggier, noto per non essere mai stato tenero con i migranti sbarcati sulla sua isola, tra le persone vicine ai ricchi coniugi maltesi Cristopher e Regina Catambrone che nel 2014 si sono «inventati» l’Ong Moas; o perché tra i finanziatori di alcune Ong ci sia il miliardario George Soros.

«L’inchiesta richiede tempi che l’Europa non si può permettere - avverte il procuratore Zuccaro - e d’altronde la risposta giudiziaria non è sufficiente, nonostante la notevole collaborazione che riceviamo da tutti. Il problema resta essenzialmente politico e i governi europei, non solo quello italiano, devono intervenire subito; l’ho detto il mese scorso al comitato Schengen del Senato, l’altro giorno alla Commissione libertà civili del Parlamento europeo venuta in Sicilia, e lo ripeterò la prossima settimana alla Commissione difesa del Senato. Per me, quei 250 mila in arrivo quest’anno sono una stima per difetto».


La sfida dei clan agli Stati
lastampa.it

Le indagini della Procura di Catania su possibili legami fra i network criminali ed alcune organizzazioni non governative (ong) aggiungono un tassello di valore strategico allo scontro in atto fra clan e Stati sovrani per il controllo delle acque nel Mediterraneo. Accertare l’eventualità che i clan adoperino un numero limitato di ong come una sorta di «Cavalli di Troia» per penetrare le rotte è nell’interesse del nostro Paese e rientra nella definizione di una nuova dottrina di sicurezza capace di fronteggiare i pericoli generati dalla decomposizione degli Stati arabo-musulmani.

Il nemico da cui dobbiamo proteggerci sono i network criminali che gestiscono il traffico di esseri umani, alleandosi con clan, tribù e milizie di ogni genere. Si tratta di un avversario spietato, dotato di ingenti risorse finanziarie ed umane, capace di gestire complesse operazioni logistiche, abile nel far fruttare le rotte per i disperati attraverso il Sahara ed ora intento a costruirsi una sorta di ponte sul Mediterraneo per facilitare il loro arrivo sulle nostre coste, ovvero in Europa.

I finanziamenti ad alcune ong al centro delle indagini sarebbero finalizzati a far salvare - consapevolmente o meno - dalle loro unità i profughi in arrivo sui barconi salpati dalle coste libiche. Con questo espediente il crimine organizzato punta ad assicurarsi il controllo dell’ultimo miglio di percorso verso il territorio europeo. Se un trafficante, salpando dalla Libia con un barcone di migranti, telefona ad una ong facendo sapere in che direzione navigherà si può assicurare che vadano a prendere il suo carico in mezzo al mare. È un metodo, cinico e spregiudicato, per sfruttare a proprio vantaggio la legge del mare sull’obbligo umanitario al salvataggio di chi si trova in pericolo di vita.

Tutto ciò svela l’esistenza di un disegno dei clan che ha tre aspetti convergenti. Primo: conferma la loro capacità di sfruttare a proprio favore le vulnerabilità dei sistemi democratici. Secondo: si propone di moltiplicare gli arrivi di migranti nel nostro Paese in tempi rapidi. Terzo: è destinato a generare flussi imponenti di proventi illeciti destinati ad alimentare ogni sorta di attività criminali, jihadismo incluso, che minacciano più nazioni. Davanti a tale scenario l’interesse italiano è tutelare i propri cittadini, accogliere i migranti e combattere i criminali privandoli anche dell’accesso alle ong.

Ciò significa far coesistere i valori dell’accoglienza e della solidarietà, fondamento dell’integrazione dei rifugiati, con il più rigido rispetto della legge contro pirati e trafficanti. In ultima analisi il braccio di ferro in atto fra il nostro Paese e i trafficanti di uomini è un tassello del più ampio scontro sui nuovi equilibri di forze nel Mediterraneo, dove la contesa è fra Stati nazionali e gruppi criminali. Questi ultimi, che già controllano ampi spazi di territorio nel Nordafrica, puntano ad estendere il loro potere su alcune rotte marittime per avere dei corridoi di penetrazione verso l’Europa continentale «bucando» le difese nazionali.

Se dovessero riuscire nell’intento verrebbe indebolita la sovranità dei Paesi Ue - a cominciare dall’Italia - negli spazi marittimi centrando un obiettivo che i pirati del Maghreb perseguono dalla fine del Settecento, quando scorribande, sequestri e violenze diventarono di entità tale da spingere, nel 1801, il presidente americano Thomas Jefferson ad allearsi con la Svezia ed il Regno delle Due Sicilie facendo sbarcare i Marines sulle spiagge di Tripoli per garantire la sicurezza delle rotte dai pirati libici, algerini e tunisini. Allora come oggi, la posta in gioco è la stabilità del Mediterraneo che i clan vogliono sconvolgere e gli Stati tentano di proteggere.


“Le Ong facilitano gli scafisti” Nel mirino le navi umanitarie
lastampa.it   Pubblicato il 23/03/2017
francesco grignetti

Il procuratore capo di Catania: “Da quando i militari hanno arretrato le organizzazioni caricano i migranti a ridosso delle acque libiche”


Secondo il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, nei primi mesi del 2017 la percentuale di salvataggi effettuati dalle Ong è salita ad almeno il 50%

Non usa mezzi termini, ascoltato dal Parlamento, il procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro. «Dobbiamo registrare una sorta di scacco che la presenza di Ong provoca all’attività di contrasto». 
È esplosiva, infatti, la questione delle navi umanitarie che da mesi stazionano al largo della Libia e traghettano senza requie i migranti. Al momento non si intravedono reati, ma a Catania, come Palermo e Trapani, stanno indagando. E l’analisi del procuratore Zuccaro è inquietante: «Non possiamo arrivare neppure ai facilitatori... ». 

È una storia che comincia nel 2012. All’epoca la Marina militare che intercettava in acque internazionali i barconi e identificava spesso gli scafisti. Molti furono gli arresti. «All’epoca - ha raccontato Zuccaro - il meccanismo prevedeva la navi-madre per attraversare il Mediterraneo; i migranti scendevano su barchini solo all’ultimo. Noi abbiamo fissato il principio che si poteva intervenire già in alto mare. Abbiamo intercettazioni tra la nave e l’organizzatore, con quest’ultimo che li tranquillizza: finchè state lì, gli italiani non possono fare niente. E invece...». 

Archiviate le navi-madre, gli scafisti passarono ai «facilitatori», ossia chi accompagnava il viaggio dei disperati. «Li precedevano, segnavano la rotta, predisponevano le vettovaglie». Ma anche questi complici spesso venivano individuati dalla Marina militare e intercettati. La missione italiana Mare Nostrum finì e ne subentrò una europea detta Eunavoformed-Sophia.

Zuccaro ha raccontato un retroscena fondamentale. «Inizialmente le navi militari erano troppo vicine alle acque territoriali libiche, così i “facilitatori” non servivano più». La nuova missione europea rischiava di diventare controproducente. «Ho fatto presente il problema e con l’ammiraglio Berutti Bergotti (in carica dal giugno 2016, ndr) abbiamo concordato un nuovo assetto, più distante dalle acque libiche». 

Con le navi militari che arretrano nell’estate del 2016, per gli scafisti torna la necessità dei «facilitatori». Ma d’improvviso la procura registra l’irruzione, su cui nutre molti sospetti, di nuovi soggetti: le Ong. A partire da settembre, infatti, molte organizzazioni umanitarie, alcune nate per l’occasione, si schierano in mare. Nasce dal nulla una flotta di ben 13 navi e due droni. Sono quelle stesse Ong che anche Frontex osserva con molta irritazione. 

La procura indaga sulle loro enormi spese. Soltanto per i droni, l’associazione tedesca Moas spende 400 mila euro al mese. Zuccaro non trae ancora conclusioni, ma butta lì: «Nei primi mesi del 2017 la percentuale dei loro salvataggi è salita ad almeno il 50%». E intanto il numero dei morti non diminuisce perché gli scafisti approfittano della situazione per inzeppare i gommoni all’inverosimile. 
Conclude Zuccaro: «Domando: è consentito a organizzazioni private sostituirsi alla volontà delle Nazioni?». 

E’ un oggettivo: superando ogni discussione, le Ong vogliono corridoi sicuri per i migranti. E lo stanno facendo. «A questo punto - commenta Laura Ravetto, Forza Italia, presidente del Comitato Schengen - mi chiedo se la Convenzione di Dublino debba essere applicata da parte del nostro Paese: l’Italia non può essere obbligata a trattare tutte le pratiche dei migranti che arrivano sulle nostre coste, se in realtà questi migranti dovrebbero essere destinati ad altro approdo».

sabato 22 aprile 2017

"Nello zaino (intelligente) mettiamo nuove idee"

ilgiornale.it
Lucia Serlenga - Sab, 22/04/2017 - 11:48



Una ne fa, cento ne pensa: Marco Palmieri, fondatore, presidente e amministratore delegato della Piquadro Spa, azienda leader nel settore della pelletteria di lusso, dorme poco, riflette molto, osserva il mondo ma non sta a guardare.

E lancia il suo grido ribelle non appena intuisce la ragione per cui la vita val la pena di essere vissuta: creare. L'ultima folgorazione? Si chiama Piquadro MyStartup Funding Program, un progetto che promuove l'innovazione e l'intraprendenza premiando le migliori idee di business nel settore della tecnologia applicata all'industria della valigeria e dell'accessorio moda. L'impresa giudicata più meritevole si aggiudicherà una somma di 100.000 euro e un percorso di accelerazione in Silicon Valley con l'obiettivo della formazione oltre che del finanziamento. Insomma carta bianca ai sogni rivoluzionari e alle idee più coraggiose.

«Solo chi non accetta ciò che appare scontato, può definirsi un vero innovatore recita provocatoriamente la campagna di comunicazione internazionale già on air che supporta il progetto. La scadenza per la presentazione della domanda (info sul sito www.piquadro.com/mystartup) è il 30 settembre 2017 ed entro la fine dell'anno la giuria decreterà, durante la giornata di assegnazione del premio, i vincitori tra i cinque progetti più promettenti. Le cinque start up invitate alla finale avranno dieci minuti di tempo per spiegare e motivare la propria idea di business. Su questa iniziativa ecco cosa racconta Marco Palmieri.

Cosa le è venuto in mente questa volta?
«Ho sempre creduto nel potere delle idee e il progetto MyStartup Funding Program vuol essere un incoraggiamento a credere nelle sfide più difficili con l'obiettivo di stimolare l'innovazione e sviluppare le iniziative imprenditoriali meritevoli».

Da quale riflessione è partito?
«Il mondo sta cambiando così velocemente che ogni tanto mi chiedo: qual è l'innovazione a cui non ho pensato e che mi farà chiudere l'azienda? Ogni imprenditore che si rispetti deve avere il coraggio di farsi spesso questa domanda. Per questo ha scelto un programma di open innovation? È un concetto americano ovvero un approccio innovativo allo sviluppo del prodotto che supera una strategia praticata fino a poco tempo fa quando le grandi società compravano tutte le tecnologie simili per timore di rimanere indietro e di non essere al passo con il nuovo».

Per far questo ci vuole passione o competenza?
«Le passioni sono più forti delle competenze e per questo i giovani sono capaci di pensare davvero il nuovo. Ma ci vogliono anche competenza e denaro».

In concreto cosa succede?
«La nostra è un'operazione di attrazione di nuove idee attraverso un bando. Entro fine settembre faremo un pitch, ovvero la presentazione dei cinque migliori progetti di start upper, uno o due dei quali andranno nella Silicon Valley per l'accelerazione».

Com'è l'attuale situazione di mercato?
«Il mercato è perfetto: tutti sanno esattamente dove acquistare un prodotto al prezzo più conveniente. Per questo c'è una grande pressione sul pricing».

Cosa si fa per vendere in una situazione cosi?
«Si prega tantissimo (e sorride, ndr) e poi si lavora molto sulla verità del prodotto. I nostri sono diversi da tutti gli altri realizzati industrialmente e costruiti con materiali discutibili. Il consumatore lo sa».

Insomma siete fuori dal coro
«Questa è la ragione per cui si fa più fatica ad affermarsi su tanti mercati. Comunque abbiamo una bella stabilità in fatto di crescita e di fatturati. Vogliamo fare prodotti che abbiano una magia».

Qual è la magia di Piquadro?
«Sapere che il suo pubblico vuole qualcosa di speciale».

Qual è il best seller dal tocco magico?
«Sicuramente la cartella da lavoro modello 1068 con due enormi tasconi: la produciamo dal 1997 ma la sua magia non cambia mai. Ne abbiamo venduti milioni di pezzi. Un prodotto che ha un'anima».

Il doppio lavoro di Emergency: impedire e agevolare gli sbarchi

ilgiornale.it
Domenico Ferrara Chiara Giannini - Sab, 22/04/2017 - 12:49

Nel 2016 l'organizzazione di Gino Strada ha ricevuto fondi dal ministero dell'Interno. Intanto operava sulle navi Moas

Roma - Tra le organizzazioni che hanno operano attivamente per il recupero dei migranti sui gommoni c'è anche Emergency.

Che a sorpresa non solo ha lavorato con una delle Ong che vanno a caccia di carrette del mare nel Mediterraneo, ma anche con sovvenzioni statali. Nel corso del 2016, infatti, il ministero dell'Interno, alla voce «pagamenti», ha inserito circa 264mila euro, divisi in due tranche (da 108.438,02 euro e da 159.952,32 euro) che ha dato per quattro mesi tra marzo e agosto alla realtà fondata da Gino Strada, che ne aveva già ricevuti 266.202 euro nel 2015.

Dal Viminale fanno sapere che i finanziamenti sono stati dati perché l'ente «è stato individuato a ragione della sua organizzazione operativa, della sua esperienza internazionale, nazionale e regionale in tema di assistenza a favore delle popolazioni migranti e a supporto delle strutture pubbliche su cui grava l'onere della tutela della salute». Tra i compiti di Emergency «quello di facilitare buone pratiche in tema di assistenza sanitaria di base, educazione sanitaria, prevenzione e corretta informazione». Gli interventi più consistenti sono stati attuati in Sicilia (115mila prestazioni effettuate) con sportelli di orientamento socio sanitario, poliambulatori, cliniche mobili, ecc.).

Nello stesso periodo in cui lavorava per il Viminale, che oltre a salvare i migranti vorrebbe arrestare gli scafisti, l'organizzazione di Strada operava anche a bordo delle navi di Moas, la cui attività è ora sottoposta a scrutinio da tre procure siciliane perché favorirebbe gli scafisti. Un paradosso, anche perché Gino Strada, pacifista convinto, si è trovata a collaborare proprio con Moas, organizzazione non governativa maltese fondata da Chris Catrambone, con la moglie Regina, uomo d'affari che ha fatto fortuna con le assicurazioni in zona di guerra. La stessa Moas ha reclutato militari della marina maltese e un ufficiale dell'esercito, Ian Ruggier, molto criticato per aver inventato un metodo piuttosto rude per reprimere le rivolte dei migranti.

La partnership, con i medici di Emergency a bordo della nave Topaz responder, è durata poco, appena un paio di mesi. Per una questione di soldi: «L'interruzione della collaborazione - spiegano da Moas - è avvenuta quando abbiamo lanciato un'operazione con Croce rossa italiana. I partner operativi contribuiscono al costo della missione. Non necessariamente Emergency dava pochi soldi, ma sono state fatte valutazioni di tipo operativo e strategico». In seguito anche il rapporto con Cri è finito: «Ora usiamo un team di nostri medici, in futuro vedremo»

Per chiarire a fondo la quesione abbiamo interpellato anche Emergency, che attraverso il suo ufficio stampa ci ha invece fatto sapere che, «dopo due mesi di lavoro insieme, Moas aveva comunicato di aver bisogno di un partner che contribuisse alle spese». E, a quel punto, ha deciso di tirarsene fuori.

Ong, la milionaria finanziata da Soros che porta 33mila migranti in Italia

ilgiornale.it
Rachele Nenzi - Sab, 22/04/2017 - 11:24

Regina Catrambone, moglie del milionario Christopher, è la direttrice di Moas, l'Ong più attiva nel recupero migranti nel mediterraneo



"Siamo un’organizzazione umanitaria. Questa campagna di discredito non ci aiuta". A parlare è Regina Catrambone, direttrice della Ong tra le più attive nel recuperi di migranti nel Mediterraneo e finita nell'occhio del ciclone per le "ombre" nella gestione dei salvataggi.

Il "gioiello" di beneficienza di cui è direttrice si chiama Migrant Offshore Aid Station (Moas), ed è una associazione con sede a Malta che vanta nel suo arsenale due imbarcazioni (Phoenix e Topaz responder), diversi gommoni Rhib e alcuni droni. Una vera e propria flotta per recupero clandestini. A fondare l'associazione sono stati lei e suo marito Christopher, abbracciati nella foto qui sopra. Lui non è un uomo qualunque, ma è il milionario americano arricchitosi grazie ad una agenzia di assicurazioni specializzata nelle zone ad alto rischio.

Moas e le accuse di illegalità

Dalle assicurazioni alla filantropia, il passo è stato breve. In fondo aiutare gli stranieri è molto chic. Dopo aver fatto un viaggio a Lampedusa, nel 2013 la coppia d'oro ha deciso di creare Moas e stabilirne la base operativa a Malta (La Valletta), dove i due milionari vivono e fanno affari.
Fino ad oggi, si legge nel sito, Moas ha salvato 33.455 stranieri dalle onde del mare lasciandoli in carico all'Italia. Che ora li ospita, accoglie e paga. Il fatto è che sue attività di salvataggio delle Ong ci sono più ombre che luci. Per dirne una, Frontex le ha accusate di essere "colluse con gli scafisti", di caricare i migranti non in acque internazionali ma in mare libico e di accendere grossi fari per attirare i barconi. Accuse che oggi Regina Catrambone ha provato a respingere con una breve intervista al Corriere.

"Tutte le nostre operazioni - dice - si sono sempre svolte sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana e nel rispetto delle convenzioni e del diritto internazionale del mare, pertanto nel pieno della legalità". Peccato però, che la Guardia Costera neghi di aver mai autorizzato le navi umanitarie a sconfinare in acque libiche. Non solo. Sulle attività di Moas ha messo gli occhi anche la procura di Catania, che sta cercando di capire perché e in che modo queste organizzazioni riescano ad ottenere così tanti soldi da permettersi droni, navi e attrezzature per il salvataggio. "Ben vengano le indagini della magistratura", afferma la Catrambrone, dicendosi pronta a "collaborare".

Finanziamenti "opachi"

Alle domande sui finanziamenti, però, la milionaria non risponde, invitando tutti a guardare il internet. "Ci sono tutti i conti pubblicati - dice - Moas è finanziata privatamente. In primo luogo da mio marito e da me. Ma anche e soprattutto da moltissimi donatori che credono in quello che facciamo, nella nostra professionalità e correttezza, e che per questo decidono di contribuire alla nostra missione". I conti ci sono, ma non nello specifico i donatori. Perché è proprio qui che casca l'asino. Moas infatti ha ricevuto 500mila euro da Avaaz.org, cioè la comunità riconducibile a Moveon.org, che a sua volta fa capo al "filantropo" milionario George Soros

Come se non bastasse, Christopher appare anche tra i finanziatori della campagna elettorale di Hillary Clinton con la generosa cifra di 416mila euro. Infine, tra i suoi più stretti collaboratori ci sono personaggi del calibro di Ian Ruggier, ex ufficiale maltese famoso per aver represso con la violenza le proteste dei migranti ospitati sull’isola. Prima soffoca le rivolte dei migranti a Malta, poi si pente e li aiuta trasportandoli - guarda caso - in Italia. Come mai Ruggier e la coppia Catrambone non li fa sbarcare a Malta? Forse perché loro non sono disposti ad accettare traghettatori, mentre l'Italia sì.

"Ong colluse con gli scafisti"

Di certo c'è che da quando le navi umanitarie si sono moltiplicate nel Mediterraneo e si sono spinte sempre più vicine alla costa libica, hanno sì aumentato il numero degli interventi (passati da 5% al 50% dei salvataggi totali), ma hanno anche incrementato i numeri dei morti. Perché? Semplice: gli scafisti mettono i disperati su navi sempre più vecchie con sempre meno carburante, "tanto ci sono le Ong che le recuperano".

Filantropi per Papa Francesco

"Questa campagna di discredito certo non ci aiuta - replica la Catambrone - l’ha detto anche il premier Gentiloni. Siamo un’organizzazione umanitaria". Perché lo fanno? Semplice: "Per rispondere alla chiamata di Papa Francesco da Lampedusa contro la 'globalizzazione dell’indifferenza'". "La mia famiglia e io - conclude la milionaria - ci siamo sentiti costretti ad agire. Non potevo sopportare che così tante persone morissero nello stesso posto dove sono cresciuta e dove in tantissimi vanno per le vacanze".

Complotti e altri demoni

lastampa.it
mattia feltri

Hit parade dei complotti di giornata. 

10) Secondo il quotidiano spagnolo As, il sorteggio per le semifinali di Champions è stato pilotato contro Atletico e Real Madrid.

9) Il Movimento Cinque Stelle pretende le scuse da Alessandra Moretti del Pd per aver detto che un bambino è morto a Roma dopo il morso di un topo.

8) Il Pd pretende le scuse dei Cinque Stelle perché effettivamente il bambino non è morto, ma soltanto perché era vaccinato.

7) Matteo Salvini sospetta che la Chiesa se la intenda coi grillini per evitare i pagamenti dell’Imu.

6) Il senatore Michele Giarrusso (M5S) ha capito che questo regime sta con la ’ndrangheta.

5) Lo scrittore francese Marek Halter segnala che i terroristi organizzano attentati per far vincere Marine Le Pen.

4) Il deputato di F.lli d’Italia, Fabio Rampelli, ribatte che piuttosto la strategia della tensione, da che mondo è mondo, fa il gioco di chi detiene il potere.

3) L’ex pm Piercamillo Davigo dice che gli italiani credono al pifferaio magico di turno - Mussolini, poi Berlusconi, ora Renzi - che li incanta e poi delegittima la magistratura.

2) Una studentessa tunisina ha scritto una tesi in cui certifica che conformemente al Corano la Terra è piatta, le teorie scientifiche di Copernico, Galilei e Einstein non valgono niente, e le stelle servono ad Allah per lapidare i diavoli.

1) «Bruxelles: nella stessa città la sede delle Istituzioni Ue e il quartier generale dei terroristi islamici. La cosa fa parecchio riflettere». E con questa, Giorgia Meloni vince al ballottaggio sulla Terra piatta.

Le cuffie Bose spiano chi le usa?

lastampa.it
marco tonelli

In usa parte una class action contro la storica azienda: avrebbe ceduto a terze parti le informazioni raccolte dall’app per controllare i dispositivi con uno smartphone



Bose Connect è l’applicazione che permette di controllare con uno smartphone le cuffie Bluetooth prodotte dal colosso dei dispositivi audio. Ma allo stesso tempo, il software raccoglierebbe dati sensibili senza il consenso degli utenti. Nello specifico, sarebbero state cedute a terze parti, informazioni come le canzoni e le tracce audio ascoltate.

Per questo motivo, Kyle Zak, un cliente statunitense, ha avviato una class action contro l’azienda del Massachussets. Secondo quanto affermato nella denuncia, Bose avrebbe creato profili dettagliati degli utenti, con tanto di ascolti e abitudini, per poi condividerli con altre aziende. In particolare con Segment (società di San Francisco, che si occupa di analisi e trattamento dei dati), espressamente citata dall’accusa. 

La class action punta l’obiettivo contro il modello Quiet Comfort 35 , ma vengono citate anche le cuffie SoundSport Wireless, Sound Sport Pulse Wireless, QuietControl 30, SoundLink Around-Ear-Wireless Headphones II e SoundLink Color, tutte controllabili attraverso l’applicazione. E se Bose dovesse essere costretta a un patteggiamento (o peggio ancora, giudicata colpevole) la società potrebbe arrivare a pagare fino a cinque milioni di dollari. 

Per l’accusa, raccogliere informazioni basate su canzoni e ascolti, significa entrare all’interno della dimensione privata del soggetto: «Le playlist personali (dischi, trasmissioni radiofoniche e podcast) forniscono un’incredibile quantità di dati sulla personalità, sulle abitudini, sulle opinioni politiche e sulla stessa identità personale dell’utente».

Insomma, il tema del trattamento dei dati personali da parte degli oggetti connessi, torna ancora una volta nei tribunali degli Stati Uniti. «Le aziende devono essere trasparenti riguardo i dati che raccolgono e soprattutto devono ottenere il consenso dei loro clienti, prima di ricavare denaro dal loro trattamento», ha spiegato a Fortune l’avvocato Jay Edelson. 

L’auto della scorta di Falcone torna a Palermo

lastampa.it
edoardo izzo



Torna a Palermo - in occasione del venticinquesimo anniversario della strage di Capaci - l’autovettura di servizio su cui viaggiava Antonio Montinaro, poliziotto e capo scorta del Giudice Falcone. Il trasferimento da Peschiera del Garda a Palermo è stato organizzato per rendere omaggio alla memoria di quanti persero la vita nella strage: i magistrati Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. 

La teca in cui è conservata è stata esposta a Milano alla Fiera del Libro di Milano dove è stato annunciato il viaggio in Sicilia. Accompagnata dalla signora Tina Montinaro, moglie del poliziotto e presidente dell’Associazione “Quarto Savona Quindici”, e scortata dalla Polizia di Stato, la teca con l’autovettura partirà il 1 maggio da Peschiera del Garda e farà tappa a Sarzana (SP), Pistoia, Riccione, Monte San Giusto (Macerata), Napoli, Vibo Valentia e Locri (RC), per giungere a Palermo il 23 maggio, data della ricorrenza dell’attentato al Giudice Falcone ed alla sua scorta.

Aosta, arriva il Valdex la nuova moneta locale

lastampa.it
daniele mammoliti

Un circuito di credito sul modello sardo


Un’immagine di mercato medioevale nel castello di Issogne

«Non chiamatela moneta virtuale né baratto» dicono i promotori. Ma, sulla scia del ormai noto Sardex e delle altre 10 realtà già attive in Italia, anche la Valle d’Aosta scommette sulla «banconota che non c’è». Si chiama Valdex: vale un euro ma non può essere cambiato in euro; non esiste in forma di cartamoneta e rappresenta un’unità di pagamento su una piattaforma digitale; non dà interessi, non si accumula e va spesa, all’interno del circuito degli associati, entro un tempo definito. 

Il Valdex, presentato in via ufficiale in questi giorni e sul quale già in tempi non sospetti si era espresso a favore colui che da poco più di un mese è il nuovo presidente della Regione, Pierluigi Marquis, nasce per iniziativa di alcuni imprenditori decisi a imitare il modello sardo e punta a «rilanciare l’economia locale» attraverso «strumenti di credito paralleli e complementari a quelli tradizionali», bypassando così le secche del «credit crunch» che attanaglia piccole e medie imprese. Il sistema funziona così: le aziende che si iscrivono al circuito acquistano e vendono beni e servizi all’interno dello stesso circuito bilanciando le entrate e le uscite attraverso un sistema di compensazione dei crediti e dei debiti.

Il «credito» non viene dunque erogato da un’autorità centrale ma sono le stesse imprese a farsi credito tra loro in quanto tutte le posizioni di debito e credito sono riferite al circuito nel suo complesso, ovvero all’insieme di tutte le imprese iscritte. Tradotto con un esempio: l’allevatore che vende i suoi bovini a macellerie e ristoranti associati sarà pagato in Valdex da spendere presso altri associati, ad esempio rivenditori di attrezzature agricole i quali, a loro volta, destineranno il guadagno in altre attività del circuito. Il risultato pratico: «Più si è abili ad affrontare le spese in Valdex, più euro rimarranno nelle casse della vostra azienda». In questa ottica, «non è importante incassare quanti più Valdex possibile, bensì incassare abbastanza Valdex per poter coprire parte delle spese generalmente effettuate in denaro contante attraverso il credito Valdex. Solo così potrete veramente goderne i frutti».

«Abbiamo portato questo progetto in Valle d’Aosta - dice il presidente della Valdex srl, Mauro Salmin - per rinsaldare i rapporti all’interno della comunità e gli scambi economici e e sociali, consapevoli dell’importante ruolo che ricoprono nell’economia di un territorio». La platea di aziende valdostane che hanno mostrato interesse per l’iniziativa supera quota 600 e secondo Valdex srl «qualche decina» di imprese ha già aderito. «La funzione più importante del circuito - dice l’ad Francesco Yoccoz - è aiutare le aziende a mantenere e acquisire preziose quote di mercato». 

L’ordine dei medici di Treviso radia medico anti-vaccino: è il primo caso in Italia

lastampa.it


Roberto Gava

La notizia arriva con un tweet del presidente dell’Istituto superiore di sanità Walter Ricciardi: l’Ordine di Treviso ha radiato il cardiologo Roberto Gava, già noto per le sue posizioni anti-vaccini ed aperto alle medicine alternative. Ed è il primo caso in Italia, dopo la dura presa di posizione da parte della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) dello scorso luglio contro le posizioni «antiscientifiche» e `anti-vax´.

Ribadisce l’importanza delle vaccinazioni il ministro della Salute Beatrice Lorenzin: «È un momento in cui è necessario assumere delle posizioni chiare. La vaccinazione è l’arma di prevenzione più efficace e questo lo dice la scienza». Tuttavia, precisa, «non entro nel merito del caso specifico perché c’è un principio che bisogna rispettare ed è quello che consegna agli ordini professionali la totale autonomia in merito ai procedimenti e alle sanzioni disciplinari nei confronti degli iscritti».

«Grazie a Ordine medici Treviso per aver radiato primo medico per il suo comportamento non etico e antiscientifico nei confronti dei vaccini», ha scritto su twitter Ricciardi. La decisione dell’Ordine di Treviso, ha poi spiegato, è «un passaggio importantissimo, che deve essere un segnale per tutti i medici che non si comportano secondo la deontologia. Il comportamento dell’Ordine, così come quello degli altri che stanno procedendo in modo simile e della presidente della Federazione Chersevani, va apprezzato per coraggio ed etica - ha aggiunto -. In tutti i paesi del mondo seri si agisce così, visti i danni che queste posizioni possono

provocare la radiazione è una misura più che giustificata. In Italia stiamo vedendo gli effetti delle campagne contro i vaccini, con i tassi di copertura che sono crollati». Interviene pure il Presidente dell’Ordine dei Medici di Treviso, Luigi Guiarini, il quale sottolinea come sia «evidente che la commissione etica formata da 15 persone, per quanto riguarda Treviso, ha ritenuto che sia stato violato il codice deontologico, ma qui mi fermo. Non posso commentare - dice - c’è il segreto istruttorio».

Meno di un anno fa la Fnomceo aveva preannunciato sanzioni fino alla radiazione per i medici con posizioni antiscientifiche rispetto ai vaccini e, ad oggi, sarebbero almeno altri due i procedimenti disciplinari aperti. Ma le posizioni anti-vax dilagano soprattutto nella Rete. E dura è stata la reazione degli avvocati di Gava che, su Fb, scrivono: «Il dottor Gava è stato condannato soltanto per le sue idee, idee ben fondate sull’esigenza di personalizzazione di ogni vaccinazione per prevenire i gravi pericoli e i vari danni da vaccino ai singoli pazienti, contro la vaccinazione indiscriminata di massa». 

Gli avvocati Silvio Riondato e Giorgio Piccolotto annunciano quindi battaglia: «La legge prevede la sospensione cioè l’inoperativita’ di queste sanzioni quando sono impugnate, come la Difesa farà, davanti ad un giudice, poiché gli Ordini dei medici sono sostanzialmente non competenti, sono associazioni rappresentative di imprese economiche che cioè mirano al lucro, perciò sono inaffidabili, sono a rischio di gravi arbitri e irregolarità come nel caso».