martedì 22 agosto 2017

Papa Francesco: "Sì a ius soli e ius culturae"

ilgiornale.it
Luca Romano - Lun, 21/08/2017 - 12:24

Il Papa scende di nuovo in campo: "Offrire ai migranti possibilità più ampia di ingresso sicuro e legale, no espulsioni arbitrarie"



Al momento della nascita "va riconosciuta e certificata" la nazionalità e a tutti i bambini "va assicurato l'accesso regolare all'istruzione primaria e secondaria". Papa Francesco, nel suo messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che si celebrerà il prossimo 14 gennaio (tema: "Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati") prende esplicitamente posizione sullo ius soli e manifesta appoggio anche allo ius culturae in quanto chiede sia riconosciuto il diritto a completare il percorso formativo nel paese d'accoglienza.

Il Pontefice ricorda che la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo "offre una base giuridica universale per la protezione dei minori migranti. A essi occorre evitare ogni forma di detenzione in ragione del loro status migratorio, mentre va assicurato l'accesso regolare all'istruzione primaria e secondaria. Parimenti è necessario garantire la permanenza regolare al compimento della maggiore età e la possibilità di continuare degli studi. Per i minori non accompagnati o separati dalla loro famiglia è importante prevedere programmi di custodia temporanea o affidamento. Nel rispetto del diritto universale a una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita".

Bergoglio poi continua: "La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale. Lo status migratorio non dovrebbe limitare l'accesso all'assistenza sanitaria nazionale e ai sistemi pensionistici, come pure al trasferimento dei loro contributi nel caso di rimpatrio".

Nello scenario attuale dell'immigrazione, "accogliere significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione. In tal senso, è desiderabile un impegno concreto affinché sia incrementata e semplificata la concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare", scrive ancora il Papa. Che poi aggiunge: "Allo stesso tempo auspico che un numero maggiore di paesi adottino programmi di sponsorship privata e comunitaria e aprano corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili.

Sarebbe opportuno, inoltre, prevedere visti temporanei speciali per le persone che scappano dai conflitti nei paesi confinanti. Se opportunamente riconosciute e valorizzate, le capacità e le competenze dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati, rappresentano una vera risorsa per le comunità che li accolgono. Per questo auspico che, nel rispetto della loro dignità, vengano loro concessi la libertà di movimento nel paese d'accoglienza, la possibilità di lavorare e l'accesso ai mezzi di telecomunicazione. Per coloro che decidono di tornare in patria, sottolineo l'opportunità di sviluppare programmi di reintegrazione lavorativa e sociale".

Infine il Papa ha affermato: "Considerando lo scenario attuale, accogliere significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione. In tal senso, è desiderabile un impegno concreto affinché sia incrementata e semplificata la concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare. Allo stesso tempo, auspico che un numero maggiore di paesi adottino programmi di sponsorship privata e comunitaria e aprano corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili. Sarebbe opportuno, inoltre, prevedere visti temporanei speciali per le persone che scappano dai conflitti nei paesi confinanti".


Matteo Salvini: "Dal Papa ok allo ius soli? Ma a Città del Vaticano..."

ilgiornale.it
Luca Romano - Lun, 21/08/2017 - 14:40

L'intervento del leader della Lega, Salvini, è arrivato dopo le parole del Pontefice che di fatto ha dato il suo appoggio alla legge in cantiere sullo ius soli



"Papa Francesco: Sì allo Ius soli. Se lo vuole applicare nel suo Stato, il Vaticano, faccia pure.
Ma da cattolico non penso che l'Italia possa accogliere e mantenere tutto il mondo. A Dio quel che è di Dio, a Cesare quel che è di Cesare. Amen. #stopinvasione". Lo scrive su Facebook il segretario della Lega Matteo Salvini. L'intervento del leader della Lega è arrivato dopo le parole del Pontefice che di fatto ha dato il suo appoggio alla legge in cantiere sullo ius soli. Di fatto il Pontefice nel suo Messaggio per la Giornata internazionale del migrante e del rifugiato ha affermato: " Al momento della nascita va riconosciuta e certificata la nazionalità e a tutti i bambini va assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria".

Il Pontefice ricorda che la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo "offre una base giuridica universale per la protezione dei minori migranti. A essi - dice il Papa - occorre evitare ogni forma di detenzione in ragione del loro status migratorio, mentre va assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria. Parimenti è necessario garantire la permanenza regolare al compimento della maggiore età e la possibilità di continuare degli studi. Per i minori non accompagnati o separati dalla loro famiglia è importante prevedere programmi di custodia temporanea o affidamento. Nel rispetto del diritto universale a una nazionalità - sottolinea Francesco -, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita".

Solo in Italia, paese ostaggio del politicamente corretto uno come Saviano poteva diventare famoso

ilgiornale.it



Sbarchi diminuiti? Cause di circostanza, inutile farsi ingannare dalle notizie e da un Governo sonnecchiante capace, solamente, di farsi mettere in ginocchio dalle ong, codici a parte. L’opera della C-Star, l’imbarcazione messa nel Mediterraneo dai giovani di Generazione Identitaria, ha mostrato le malefatte della tratta di schiavi del XXI secolo. Infatti, lo abbiamo capito, non c’è la possibilità di bloccare i continui sbarchi di immigranti nel nostro Paese. Lo hanno capito tutti, questo fenomeno è tenuto in piedi, solo ed esclusivamente, dal dio danaro. Fanno finta, ma non ci stanno ad arginare questa continua e persistente rotta di esseri umani, gli interessi sono troppi.

Sono i soliti sinistrati, quelli che rispondono alla categoria dei radical chic con spolverata di cattocomunismo, i migliori alleati delle mafie, degli scafisti, dei governi e delle politiche pro-sostituzione che prosperano davanti a questo losco traffico. Sono loro, innanzitutto, i colpevoli morali di questi disastri che investono l’Italia. L’esempio di Barcellona capita a fagiolo. Sindaco, comitati e cittadini hanno protestato contro i turisti invocando più rifugiati.

Si sono ritrovati, per contro, 14 vittime, di cui due italiani, sull’asfalto nei giorni scorsi. Merito? Di una risorsa, Moussa Oukabir, ça va sans dire. Uno degli uomini di punta dell’accoglienza forzata, Roberto Saviano, qualche giorno fa ha detto: “Io sto dalla parte delle Ong, hanno il diritto di agire senza controlli perché sono neutrali”. Dubbi? Era da qualche tempo che non udivamo una castroneria simile. Grazie Saviano. Gli rispondiamo come avrebbe fatto l’immenso Totò: “Ma mi faccia il piacere”.

Da oggi probabilmente, anzi sicuramente, ci saranno migliaia di idioti che diranno: “Visto? L’ha detto Saviano ed allora è la verità”. Un lento subire, supinamente, senza possibilità di difesa. Sia chiaro, ognuno può pensare e dire quello che vuole, ci mancherebbe. Siamo in “democrazia” il dibattimento delle idee “dovrebbe” essere libero. Ed allora mi getto nella mischia. E se le parole di Saviano fossero complici della situazione di emergenza nella quale ci troviamo?

Se fossero questi atteggiamenti, giorno dopo giorno, a produrre l’invasione della nostra nazione? C’è un motivo fondamentale che mi fa pensare a tutto questo, ve lo spiego di seguito. Organizzazioni umanitarie si muovono in maniera neutrale solo e soltanto in scenari di guerra. Qui divise non ce ne sono, ci sono interessi. Ci sono anche mafia, camorra, scafisti e uomini animati dal “politicamente corretto”. In un’orgia di sfacelo. Lo show non vuole conoscere interruzioni, ma chiunque è a conoscenza delle malefatte messe in piedi nel Mar Mediterraneo deve parlare. Intralciare questa rete mortifera è un dovere morale.

Un’altra domande mi sorge spontanea. Saviano non vuole che si aumenti la possibilità di arresto degli scafisti. Perché? In base a quale principio umanitario noi dovremmo incentivare il traffico di esseri umani? Arricchendo il business che dirige il vento di questi tempi. Non c’è alcuna risposta logica, se non il caldo che gioca brutti scherzi. Ma forse non è questo il problema perché, a pensarci bene, Saviano dice cose sconclusionate ed anti-patriottiche tutto l’anno. Quindi il dramma è insito in quella bolla posata, che sorride, che ci invita ad accogliere, mentre manda a morire i nostri figli. Una difesa però c’è: basta non ascoltarli. Auspico che in breve tempo si possa ritornare a votare per eleggere democraticamente il nostro parlamento.

Speriamo, la speranza è l’ultima a morire, di eleggere persone con le palle quadrate capaci di risollevare l’Italia. Che tutelino lo Stato e soprattutto che inizino a tutelare i diritti degli italiani. Lo stivale ha estremo bisogno di una classe politica con gli attributi, non di burattini alla Renzi o alla Gentiloni. Schiavi accondiscendenti delle lobby d’interesse. Per meri interessi economici stanno distruggendo le nostre radici, la nostra cultura e l’economia italiana. Basta fare un giro per le strade delle nostre città per assistere ad uno scenario di meticciato razziale. Meticciato che cancella qualsivoglia appartenenza, per spazzare via il passato tricolore e quello di chi è arrivano fino a noi. Le aziende che hanno fatto la storia del lavoro, dall’agroalimentare per arrivare al settore tessile, messe in concorrenza contro le logiche del terzo mondo.

Logiche che ci conducono alla distruzione. Senza dimenticare le tasse che ci schiacciano. Voi volete tutto questo? Io no e lotto per cercare di cambiare le cose. Non voglio morire schiavo nella mia casa. www.ilgiornale.it www.andreapasini.it

Ma per gli "intellò" cattocomunisti il problema sono i razzisti e Trump

ilgiornale.it
Paolo Bracalini - Lun, 21/08/2017 - 08:33

Da «Avvenire» a «Repubblica», predica sugli italiani intolleranti con gli immigrati. E il presidente Usa diventa un filonazista



Se in Johnny Stecchino il vero problema della Sicilia non era la mafia ma il traffico (e in second'ordine la siccità), nell'Europa delle stragi islamiste la vera piaga non è il radicalismo jihadista ma il razzismo degli europei, in particolare degli italiani novelli nazisti. Una lettura che trova concordi gli editorialisti dell'area clerico-progressista, da Repubblica ad Avvenire. Proprio il quotidiano della Cei, a tre giorni dalla mattanza di Barcellona, titola sull'emergenza che deve scuotere le nostre anime: l'«ordinario razzismo» dei connazionali.

Mentre le città italiane si blindano per prevenire attacchi di camion kamikaze al grido Allah Akbar, il giornale dei vescovi riassume le piaghe che affliggono il nostro presente: «Propaganda sulle spiagge, discriminazioni e perfino aggressioni. Tanti episodi di un'estate segnata dall'intolleranza. E sulle Rete si muove la vasta galassia neofascista». Dopo il caso del bagnino di Chioggia ammiratore del Duce, e quindi le «polemiche strumentali sull'immigrazione e le Ong», l'altro caso che preoccupa il quotidiano dei vescovi è quello dell'ambulante senegalese cacciato dai bagnanti in una spiaggia di Cagliari. Viene interpellato anche uno psichiatra per certificare come «razzismo e nazionalismo siano frutto di un'ignoranza radicata».

Nessuna disamina psichiatrica invece sull'adesione dei giovani maghrebini all'estremismo islamico, mentre sul tema viene ospitata un'intervista ad un'attivista marocchina che ringrazia Barcellona perché «ha capito che il nemico non è l'islam». Concorda in pieno con Avvenire il parroco di Pistoia, don Massimo Biancalani, prete pro-immigrati che sui social posta la foto di una piscina con a mollo una decina di giovani africani, corredata dal seguente commento: «E oggi piscina! Loro sono la mia patria, i fascisti e i razzisti i miei nemici!» (subito rilanciata da Salvini). Ma l'allarme è identico a quello suonato dal gruppo Espresso, e il suo giornale laico Repubblica (ma con la linea diretta tra Scalfari e Bergoglio la sintonia col Vaticano è diventata forte).

Anche una presa in giro del tormentone sugli immigrati che vivono a sbafo inventato dall'autore satirico Luca Bottura (Samuel L. Jackson e Magic Johnson a Forte dei Marmi scambiati per migranti che se la spassano) viene raccontato in termini preoccupati come «un esperimento sociale che rivela molto sui razzisti». Del resto qualche settimana fa l'Espresso è uscito con una copertina con la svastica su fondo rosso e il titolo: «Nazitalia». Spiegazione dello storione di copertina, l'inchiesta sui nuovi nazisti del 2017: «Squadracce, violenze, xenofobia. L'estrema destra esce allo scoperto. Nella criminalità ma anche dentro le istituzioni». Mentre su Repubblica il Fondatore trova un nuovo aggettivo per gli attentati: «Sovversivi».

L'altra grave minaccia che incombe sulla nostra società, oltre al razzismo (con propaggini hitleriane) degli italiani, si trova dall'altra parte dell'Atlantico, e costituisce il dramma personale del corrispondente dagli Usa Vittorio Zucconi. Si tratta di Donald Trump, la cui elezione alla Casa Bianca è un trauma ancora non smaltito. Trump «un re folle», Trump «un presidente che non sa quello che fa», Trump «ha perso il timone la Casa Bianca è alla deriva», con Trump «finisce il secolo americano». E poi naturalmente l'ombra del nazismo: «Si dice che la Casa Bianca, il circolo dei collaboratori più stretti, fra i quali americani ebrei in posizioni importanti, e lo stesso genero Jared Kushner, siano «sconvolti» da questo giustificazionismo del capo di fronte a cortei che intonavano slogan nazisti».

La sciagura del filonazista Trump, il razzismo degli italiani, i bagnini col busto del Duce, le piaghe da risolvere nel tempo delle stragi islamiste. Oltre al traffico.

Quegli accordi segreti che ci hanno salvato dalla violenza islamica

ilgiornale.it
Paolo Guzzanti - Lun, 21/08/2017 - 08:38

Fu Moro il primo garante di intese ambigue col terrorismo arabo. Con tragiche eccezioni



Tocchiamo ferro: tutto può succedere, ma è un fatto che solo l'Italia finora è stata risparmiata da stragi del terrorismo islamico come quelle che hanno insanguinato Spagna, Francia, Inghilterra, Germania, Belgio e Stati Uniti. Sappiamo dall'intelligence che sono in arrivo tremila terroristi specializzati per l'attaccare l'Europa, e che i servizi segreti sono impegnati in una guerra estrema fatta di tecnologia e intercettazioni.

É un dato di fatto che l'Italia la sta facendo franca da decenni, rispetto agli altri Stati colpiti dal terrorismo. Fra pochi mesi, nel maggio 2018, saranno trascorsi quarant'anni dall'assassinio del leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Fu questo statista il garante di patti segreti e contratti indecenti fra cui quello con il mondo islamico, a cominciare dai palestinesi dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e con Gheddafi, all'epoca molto aggressivo nei confronti dell'Italia che, pure, aveva favorito il colpo di Stato nel 1969.

Quella politica di accordi segreti e non sempre decenti col mondo islamico fu poi battezzata con il nome di «lodo Moro» e consisteva in un patto non scritto tra servizi segreti italiani, l'Eni, l'Olp palestinese e Stati del mondo islamico. Rispetto alla Francia e all'Inghilterra, l'Italia aveva il vantaggio di aver perso le colonie e si era risparmiata anche le feroci guerre di decolonizzazione. Il «lodo» consisteva nel concedere mano libera ai terroristi islamici in Italia nelle loro attività contro altri Paesi, risparmiando il nostro: occhi chiusi e portafoglio aperto erano gli strumenti di quella politica.

In Libano il colonnello Stefano Giovannone del servizio segreto italiano svolgeva il ruolo di abile smistatore di richieste e scambi. Su tutto lo scacchiere mediorientale e dell'Europa dell'Est, l'Eni svolgeva una sua politica energetica totalmente autonoma dal governo, fin dalla sua fondazione quando aveva al comando l'ex partigiano cattolico Enrico Mattei, che per la sua intraprendenza fu fatto precipitare con il suo aereo sabotato, sembra, dai servizi segreti francesi. Questa losca ma operativa «pax islamica» fu interrotta da gravi e sanguinose eccezioni. Nel 1985 un attacco palestinese all'aeroporto di Fiumicino e alla Sinagoga del Ghetto ebraico romano si concluse con una decina di morti.

Nello stesso anno i palestinesi di Forza 17 dirottarono la nave italiana Achille Lauro dove trucidarono il cittadino ebreo americano Leon Klinghoffer paralizzato su una sedia a rotelle, delitto che portò ad una tensione altissima durante il governo Craxi, con soldati americani e carabinieri italiani nella base siciliana della Nato a Sigonella. Molti, fra cui chi scrive (come ex presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta Mitrokhin) ritengono che la strage di Bologna del 2 agosto 1980 fosse un atto di rappresaglia violazione del «lodo Moro» seguita agli arresti di alcuni membri del gruppo palestinese Fplp di George Abbash.

Grazie allo stesso patto agiva indisturbato in Italia il terrorista Ilich Ramirez Sànchez, detto «Carlos lo sciacallo» che agiva per conto di molti gruppi terroristici arabi e su direttive della Stasi della Germania orientale attraverso la centrale del Kgb di Budapest. Carlos dall'ergastolo parigino mandò più volte messaggi in chiaro sulle responsabilità della strage di Bologna. A Parigi nel 2005 andai a raccogliere la testimonianza del giudice Jean-Luis Bruguière, il «Falcone francese» che aveva fatto condannare Carlos, il quale rivelò retroscena del tutto ignorati anche sull'attentato al papa Giovanni Paolo Secondo l'undici maggio 1981.

L'Italia godeva ancora dei privilegi di uno Stato-cerniera fra Ovest ed Est, fino alla fine della guerra fredda nel 1989, che determinò la vendetta americana inglese e francese contro la classe dirigente italiana con un'operazione del Fbi «Clean Hands», poi nota come «Mani Pulite», orchestrata dal FBI con la partecipazione del procuratore Rudolph Giuliani, concedendo di fatto mano libera alla successione dei comunisti di Achille Occhetto la cui ascesa fu bloccata dalla famosa «discesa in campo» di Silvio Berlusconi. Il lato americano dell'operazione «Clean hands» è narrata in ogni dettaglio in «The Italian Guillotine» di Burnett e Mantovani, mai tradotto in italiano.

Erano tramontati i tempi del «lodo Moro», ma l'Italia aveva comunque immagazzinato l'esperienza di decenni, poi dispiegata in con una nuova strategia dal governo Berlusconi per fronteggiare attraverso la Libia di Gheddafi l'esodo dall'Africa in Europa. Quella politica che è stata in questi giorni riproposta da Berlusconi e Tajani per una polizia confederata europea che metta insieme tutte le capacità ed esperienze. Finora i nostri servizi segreti godono della fama meritata grazie allo scampato pericolo. Secondo il politologo americano Edward Luttwak, l'Italia ha sviluppato una strategia efficace contro il terrorismo islamico e dovrebbe essere presa ad esempio. Sarà il futuro immediato a dire se Luttwak eccede o no nella sua valutazione della capacità italiana di tenersi alla larga dalla furia islamica.

Prete porta i migranti in piscina: "Loro sono la mia patria"

ilgiornale.it

Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro a Pistoia, pubblica le foto del bagno su Facebook. Salvini attacca: "Ecco il prete anti-leghista"



La polemica sorge sui social network. Protagonisti: un parroco di Pistoia, un gruppo di migranti e Matteo Salvini. L'estate non porta via dissidi e contrapposizioni sul tema dei richiedenti asilo ospitati in Italia a spese dei contribuenti, e così quando su Facebook sono apparse le foto di un gruppo di immigrati che prende il sole in piscina, sono scoppiati immediati i battibecchi.

A pubblicare le immagini di nigeriani, gambiani e senegalesi a bagno è stato don Massimo Biancalini, parroco di Vicofaro a Pistoia. La giornata in piscina era un premio per aver lavorato, scrive Repubblica, come cuochi e camerieri per una Onlus, "Gli amici di Francesco". A corredare l'immagine un commento che ha esposto il parroco a diversi insulti online: "Loro sono la mia patria, i razzisti e fascisti i miei nemici".

Ben presto, però, è arrivato il tweet di risposta di Matteo Salvini, segretario della Lega Nord. Che sulla sua pagina social ha pubblicato le immagini sorridenti dei richiedenti asilo e ha scritto: "Questo Massimo Biancalani, prete anti-leghista, anti-fascista e anti-italiano, fa il parroco a Pistoia. Non è un fake! Buon bagnetto".

Nel frattempo Facebook, ancora non è ben chiaro per quale motivo, ha rimosso il post di don Biancalini dal social. "Alcune foto di ragazzi africani in piscina è un problema per FB? - scrive il parroco - L'impegno per l'accoglienza, la solidarietà, l'antirazzismo non fanno parte degli "standard" di comunicazione di Facebook? Intanto si è lasciato che, per un giorno intero, mi si insultasse e diffamasse senza che io avessi la possibilità di controbattere! Qualcosa non mi torna...".



24 ore BLOCCATO da FB a causa di questo POST!!!!
Alcune foto di ragazzi africani in piscina è un problema per FB?
L'impegno per l'accoglienza, la solidarietà, l'antirazzismo non fanno parte degli "standard" di comunicazione di Facebook?
Intanto si è lasciato che, per un giorno intero, mi si insultasse e diffamasse senza che io avessi la possibilità di controbattere!
Qualcosa non mi torna... !

Photofast Call Recorder +, l’accessorio per registrare telefonate con iPhone

lastampa.it
bruno ruffilli

Da Indiegogo arriva un piccolo gadget che intercetta le conversazioni sullo smartphone Apple: non solo col telefono, ma anche con le app più comuni. Funziona bene, ma la conversione in testo è inaffidabile



Ci abbiamo provato per anni, senza risultato. Ora però è possibile registrare telefonate anche da iPhone. Con i dispositivi Android non mancano le app per salvare le conversazioni vocali, ma Apple finora è stata molto rigida nel difendere la privacy di chi usa iPhone e iPad.

PhotoFast ha fatto così di un limite un’opportunità e approfittando della mancanza del jack cuffia sull’ultimo iPhone si è inventata una specie di scheda audio esterna che trasforma il segnale audio di una normale cuffia da analogico in digitale. Call Recorder + si connette allo smartphone o al tablet Apple tramite la porta lightning e in questo modo bypassa microfono e altoparlante interno per registrare le conversazioni direttamente sulla memoria del dispositivo oppure su una scheda microSD.

Dall’App Store bisogna scaricare e installare l’app Call Recorder + (gratuita); la grafica non è fantastica, ma funziona senza intoppi, a patto che la cuffia sia inserita nella presa del dispositivo. La procedura è diversa a seconda che la chiamata sia in entrata o in uscita: nel primo caso basta premere un pulsante rosso sullo schermo o sul Call Recorder, nel secondo invece si chiama direttamente dall’app; funziona con il telefono, ma pure con Whatsapp, Messenger, Viber, Line, Skype, WeChat, Telegram e altre meno diffuse, come Kakao Talk, Zalo e Icq. Attenzione, però: questo significa che l’app avrà accesso a tutti i contatti personali.

Le registrazioni sono molto chiare (si può scegliere anche la frequenza di campionamento e il formato del file) e in stereo, con un interlocutore per canale, così si possono eventualmente separare le tracce vocali con un software apposito. Dall’app è possibile tagliare le registrazioni, salvarle su iCloud, DropBox Google Drive, OneDrive, ma anche inviarle via mail o messaggio, condividerle su social network, YouTube e altre piattaforme. Si possono anche importare in iTunes o iMovies.

Dà invece risultati molto mediocri l’ultima funzione introdotta nell’app con un recente aggiornamento; dovrebbe permettere di trasformare l’audio in testo, ma nelle nostre prove è lenta è inaffidabile: sbaglia in media una parola su due, non centra mai i nomi propri. Se per giornalisti e studenti la conversione in testo è dunque di scarso aiuto, mariti gelosi e soci sospettosi, troveranno in Call Recorder + un valido alleato. Rimane solo un’avvertenza: registrare le conversazioni è possibile, ma renderle pubbliche senza il consenso dell’interessato è illegale. Call Recorder è disponibile a partire da 99 euro su Indiegogo

L'esperto smentisce Boeri: "Pagheremo noi le pensioni ai migranti"

ilgiornale.it
Rachele Nenzi - Lun, 21/08/2017 - 15:57

Gian Carlo Blangiardo, professore di demografia all’Università di Milano-Bicocca: "Quelli di Boeri sono discorsi un po’ propagandistici"



Ma è proprio vero che gli immigrati ci servono per pagare le pensioni? Secondo Tito Boeri, al vertice dell'Inps, la risposta è positiva. Tanto che a luglio ci ha dilettato con precisi numeri che dimostrano come senza l'apporto degli stranieri non saremmo in grado di pagare gli assegni ai nostri anziani. Ma non tutti la pensano come lui.

Gian Carlo Blangiardo, professore di demografia all’Università di Milano-Bicocca, si è fatto grazie ai suoi studi un'idea del tutto diversa rispetto a quella di mister Inps. E lo ha fatto ragionando non sul breve periodo (quanti immigrati pagano oggi le nostre pensioni), ma sul lungo (quante pensioni dovremo pagare a tutti questi immigrati). Blangiardo studia demografia e dunque di queste cose se ne intende.

Nella sua intervista a Libero spiega come il calo demografico sia il vero cancro del nostro Paese. Non facciamo figli, e se li facciamo sono troppi pochi. "Ci sono gli immigrati", dicono i buonisti. Ma non è così. "L’immigrazione ha compensato per un po’ il saldo naturale negativo fra nati e morti. Oggi non lo fa più", spiega il professore dimostrando come anche il tasso di natalità delle straniere stia scendendo.

Solo un anno fa ilGiornale.it lanciò la campagna per chiedere al governo di "aiutare le famiglie a far figli invece di importare immigrati". Da quel giorno le cose non sono migliorate. Le politiche familiari latitano e i vari bonus bebè sono solo degli spot. "Quando ero all’Osservatorio nazionale della famiglia - dice Blangiardo - dal governo ci si diceva: il “fattore famiglia” (una sorta di quoziente familiare adattato all'Italia) sarebbe una bellissima cosa, ma non possiamo investire tutte quelle risorse".

E gli stranieri? "L’immigrazione - spiga il professore - va gestita con criteri di sostenibilità, per non compromettere il benessere di chi c’è e di chi arriva. Possiamo permetterci di ricevere chi vada a colmare effettive carenze in determinati settori. Penso agli indiani che mungono le mucche della pianura padana, alle badanti dell’Est Europa… Il mercato, alle condizioni attuali, ha un certo bisogno di manodopera straniera. Sottolineo: alle condizioni attuali". Ecco svelato il trucco: "Basterebbe alzare il livello delle retribuzioni e cambiare certi contratti per spingere i giovani italiani a fare quei lavori che oggi non fanno".

E sulle pensioni il discorso è chiaro: "Quelli di Boeri sono discorsi un po’ propagandistici. Certo, oggi l’Inps incassa i contributi di giovani immigrati e li usa per pagare gli assegni. Ma vanno considerate due cose. Anzitutto, è vero: noi abbiamo bisogno ogni anno di un certo numero di nuovi lavoratori che versino contributi. Ma non necessariamente devono essere stranieri, potrebbero anche essere donne o giovani italiani, per citare due categorie il cui tasso di partecipazione al mercato del lavoro è basso. Inoltre, "i contributi versati dagli immigrati sono un prestito, non un regalo. Andranno restituiti sotto forma di assegni pensionistici.

Non si può mica sperare che gli immigrati si dimentichino di quanto hanno versato in Italia e se ne tornino nei Paesi d’origine senza reclamarlo...". Questo significa, appunto, che in futuro l'immigrato che oggi ci paga le pensioni domani dovrà incassarla. "Io ho fatto qualche calcolo - spiega l'esperto - confrontando anno dopo anno il numero dei sessantacinquenni presenti in Italia con il numero delle persone nate in Italia 65 anni prima. Inizialmente il primo numero è inferiore: di tutti i nati, non tutti sopravvivono fino a quell’età. Col tempo, il primo numero diventa maggiore. Come si spiega? A compiere 65 anni sono soggetti non nati in Italia, ma invecchiati qui.

Ebbene, all’incirca dal 2030 in poi la differenza tra i due numeri è nell’ordine di 200 mila persone all’anno". Inoltre, i calcoli di Boeri non tengono conto dei costi che l'Italia sostiene in altri campi, dalla scuola all'assistenza sanitaria.

Multato dai vigili chiamati dal disabile lascia cartello shock: "Sei un povero handicappato e sono contento"

repubblica.it
di CHIARA BALDI

“A te che per non fare due metri in più…”: sdegno per il messaggio lasciato dall’automobilista nel parking interrato del centro commerciale Carosello di Carugate, nel Milanese. La direzione: "Atto vergognoso". La condanna sui social

"A te handicappato che ieri hai chiamato i vigili per non fare due metri in più vorrei dirti questo: a me 60 euro non cambiano nulla, ma tu rimani sempre un povero handicappato. Sono contento che ti sia capitata questa disgrazia". Sono le parole che sono apparse sabato in un cartello affisso sulla cassetta di un idrante nel parcheggio sotterraneo del centro commerciale Carosello di Carugate, in provincia di Milano. L'autore del gesto, ancora ignoto ma molto probabilmente si tratta di uno dei clienti del mall, ha ricevuto una multa di 60 euro per aver parcheggiato la propria auto nel posto riservato ai disabili. A chiamare i vigili, secondo la ricostruzione di quanto avvenuto, è stato un altro cliente, in sedie a rotelle, che ha applicato il codice della strada. Un gesto civile che ha scatenato l'ira dell'altro, che ha ben pensato di reagire così.



"Ci dissociamo da questo gesto, non è mai accaduto nulla di simile prima d'ora nel nostro centro commerciale, ne siamo scioccati. E' un atto vergognoso", commentano dalla direzione del Carosello che ha visionato anche e telecamere del parking. E assicurano di aver rimosso il cartello non appena lo hanno visto. Inoltre, la direzione, ci tiene a precisare che, trattandosi di un sabato di agosto, "di certo non c'era mancanza di parcheggi, visto che molti dei nostri clienti sono in vacanza. Non era quindi difficile trovare un altro parcheggio, che non fosse destinato ai disabili".

La foto, postata sulla propria pagina Facebook da un altro cliente del mall, Claudio Sala, ha fatto rapidamente il giro del web, scatenando l'indignazione non solo di altri frequentatori del Carosello ma anche di tante altre persone che hanno definito "indecente" o "vergognoso" il cartello. E in molti hanno fatto ironia anche sugli errori ortografici dell'autore del testo.

È morto Jerry Lewis, il Picchiatello nella storia del cinema ma senza Oscar

lastampa.it

L’attore e regista aveva 91 anni



È morto a Las Vegas l’attore e regista Jerry Lewis, aveva 91 anni. Era nato il 16 marzo del 1926 a Newark, periferia delle Grande Mela da genitori attori di vaudeville, russi di origine ebraica. Nel ’99 la mostra del cinema di Venezia gli aveva assegnato il Leone d’ Oro alla carriera: «Dentro di me - disse in quell’ occasione - c’è un bambino di nove anni, faccio ridere e non me ne vergogno. Poi ridivento adulto e passo a ritirare i soldi». 

Il “Picchiatello” urla, schiamazza con voce infantile, storce gli occhi, muove il corpo dinoccolato come un ossesso: la sua comicità è immediata e istintiva, i francesi, nell’ indifferenza della critica americana, lo prendono sul serio. Riviste sofisticate come i Cahiers du cinema e Positif sentenziano che i suoi film rivelano qualcosa di profondo sulla società americana che gli stessi americani non riescono a capire. «E’ stato più innovativo di Chaplin e di Keaton» decreta Jen-Luc Godard. 
Il successo con Dean Martin

Inizia come maschera in un cinema-teatro di Brooklyn e i suoi brevi sketch fra il primo e secondo tempo vengono subito notati. La sua prima tournée risale al 1944. Due anni dopo nasce il sodalizio con Dino Crocetti, italo-americano che prenderà il nome artistico di Dean Martin. Il successo del duo fu immediato, da una parte il fascino di Martin, dall’altra la comicità sgraziata di Lewis. Insieme girarono 16 film fra i quali Attente ai marinai! (1952), Morti di paura (1953), Il nipote picchiatello (1955), Artisti e modelle (1955) e Hollywood o morte! (1956). Fu proprio nel 1956 che il sodalizio si ruppe e dopo un periodo meno brillante, per Lewis iniziò la carriera di total-filmaker: si dirige e si produce da solo. Di Martin conserva pero’ un ottimo ricordo: «Era bello, forte, un uomo meraviglioso e pieno di sentimento. La nostra è stata una vera storia d’ amore, di grande amore». 



L’improvvisazione sul set
Risale al 1960 il suo primo film da attore e regista, Un ragazzo tutto fare. Poi vennero Il mattatore di Hollywood, Tre sul divano, Bentornato picchiatello. L’idolo delle donne, Jerry 8 (1964) e il suo acclamato capolavoro, Le folli notti del dottor Jerryll (1963). Inventò anche una tecnica di lavoro sul set. Dal momento che quasi tutti i suoi sketch erano improvvisati, Lewis-regista aveva bisogno di controllare immediatamente il lavoro fatto. Fu lui dunque a portare sul set la tecnica del video assist, che utilizzava monitor per vedere il girato in tempo reale. La tecnica è ancora oggi abitualmente usata sul set. Osannato nei Cahiers du Cinéma dalla critica francese, Lewis nel 1970 diresse Scusi, dov’è il fronte?, che ottenne un clamoroso successo in Francia, ma che venne snobbato in patria, determinandone la parabola discendente. 

I problemi di salute e le polemiche
Aveva subito l’impianto di quattro bypass coronarici ed era stato operato di cancro alla prostata. Soffriva anche di diabete e fibrosi polmonare ma a Las Vegas, dove viveva con la seconda moglie, teneva ancora spettacoli dal vivo e seminari sul buonumore. Vincitore di Golden Globe, Bafta e del Leone d’oro alla carriera a Venezia, nel 1999, Lewis nel 2009 aveva ottenuto dall’Academy il Jean Hersholt Humanitarian Award, ma mai nessun Oscar per i suoi film. Numerose sono state anche le polemiche che lo hanno riguardato. Criticato dalle associazioni dei disabili per le sue parodie nei confronti degli affetti da distrofia muscolare, fece anche scalpore in televisione per i suoi epiteti contro i gay. Una volta si scagliò anche contro le donne comiche che - disse - lui vedeva solo come «macchine sforna bambini». Subì anche una denuncia per porto abusivo d’armi, nel 2008 all’aeroporto di Las Vegas. Aveva con sè una pistola che sostenne essere un regalo di un fan. 

Il ritorno con Scorsese
I medici lo avevano tirato fuori da una profonda crisi di nervi e da una seria dipendenza da steroidi, era arrivato a pesare 120 chili. Si rinchiuse in clinica e dimagrì, raccogliendo soldi per la lotta alla distrofia muscolare. Colpito da una meningite virale, il dolore lo aveva portato sull’ orlo del suicidio, ma trovato un rimedio e si era dedicato a promuovere la campagna internazionale “Dolore. No grazie”. Nell’ ’83 Martin Scorsese ebbe un’ idea geniale: riportarlo sugli schermi facendogli interpretare se stesso, ma dipingendolo come una persona estremamente sgradevole, burbera e antipatica (Re per una notte). Lui ci riuscì benissimo e confessò: «Questo film è molto vicino alla realtà».

Perché lo ius soli mina la sicurezza dell’Italia

ilgiornale.it
Giovanni Giacalone

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Il generale Mario Mori, ex comandante del Ros ed ex direttore del Sisde, venerdì 18 agosto è intervenuto alla trasmissione “In Onda” di La7, all’indomani dell’attentato a Barcellona affrontando alcune tematiche relative al terrorismo.
Il generale è entrato anche in merito alla questione sulla cittadinanza in risposta alla domanda sul perché in Italia non abbiamo ancora avuto attacchi, illustrandone il differente contesto rispetto ad altri Paesi europei come Francia, Belgio e Gran Bretagna:

Non è stata una questione di fortuna: noi come Italia abbiamo una storia diversa rispetto agli altri Paesi europei. In particolare abbiamo una storia coloniale molto ridotta nel tempo e nello spazio; altri Paesi come Francia, Belgio, Inghilterra o Spagna hanno oggi la seconda e terza generazione di immigrati, quindi con passaporto e cittadinanza di quel Paese. Noi invece abbiamo una scarsa frequenza di cittadini provenienti dal mondo musulmano e pochissimi fra costoro hanno la cittadinanza italiana. Solo 250mila persone su un milione e mezzo hanno infatti la cittadinanza. Questo cambia il fatto che i controlli sono più facili. Noi rispetto ad altri Paesi abbiamo la possibilità di espellere più facilmente persone pericolose”.


È fondamentale tenere bene in considerazione quanto detto dal generale Mori perché di fatto le espulsioni sono uno strumento essenziale, “cavallo di battaglia” della strategia anti-terrorismo dell’Italia, come dimostrano i numeri (da inizio 2017 sono 70 i soggetti espulsi per motivi legati alla sicurezza nazionale). Immaginiamoci cosa sarebbe potuto succedere se non avessimo disposto di tale strumento.

Tutto ciò ci porta a fare un’ulteriore considerazione e cioè che regalare la cittadinanza non porta automaticamente all’integrazione, come possiamo vedere in molti paesi europei, ma rischia invece di rendere più difficile il lavoro di contrasto al radicalismo visto che i radicalizzati non potrebbero in quel caso essere espulsi. Finiremmo per trovarci ghetti come quelli di Selinunte a Milano o Porta Palazzo a Torino, con potenziali elementi radicalizzati ma con cittadinanza italiana. Se poi teniamo conto dei dati dell’Europol dello scorso giugno secondo i quali i soggetti radicalizzati sono sempre più giovani (molti i nati in Europa), come confermato tra l’altro dall’età media degli attentatori di Barcellona, la situazione è ben poco felice.

Il modello multietnico, multiculturale come antidoto all’esclusione ha già dato risultati fallimentari, come dimostrano i casi di Francia, Belgio e Gran Bretagna con i vari ghetti, banlieue, dove nemmeno la polizia si addentra, luoghi diventati fulcro della radicalizzazione islamista (Molenbeek parla chiaro). Le “zone franche” di Londra, Birmingham e Leicester sono ben note, dove girano addirittura ronde di barbuti che impongono la sharia e aggrediscono chi non la rispetta.

La cittadinanza non è dunque sinonimo di integrazione e non a caso molti dei terroristi che hanno colpito l’Europa avevano la cittadinanza (alcuni esempi: Mohammed Merah, Abdelhamid Abaoud, Salah Abdeslam, Mehdi Nemmouche ecc.) così come tantissimi di quelli che sono partiti per andare a combattere nelle file dell’Isis. Nonostante i dati parlino chiaro, il premier Paolo Gentiloni, durante il suo intervento al meeting di Comunione e Liberazione a Rimini e con l’attentato di Barcellona ancora caldo, partiva di nuovo alla carica a favore dello ius soli che “arricchisce la nostra identità” elogiando “una società più aperta e multietnica”. Un tempismo non certo ottimale.

Un termine tra l’altro interessante quello di “società aperta”, la open society tanto promossa dal filantropo George Soros, al punto da utilizzarla come nome della sua rete di fondazioni creata nel 1993, la “Open Society Foundations”. Peccato però che diverse ONG legate a Soros sono in più occasioni state accusate di essere legate al business dell’immigrazione clandestina grazie all’impegno di navi-soccorso gestite da organizzazioni umanitarie (Moas, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Médecins sans frontières, Save the children, Proactiva Open Arms, Sea-Watch.org, Sea-Eye, Life boat) che annoverano tra i propri finanziatori proprio la Open Society e altri gruppi legati al milionario «filantropo» George Soros, come già mostrato da Gian Micalessin.

Non dimentichiamo inoltre che a inizio maggio, in concomitanza con lo scoppiare del caso ONG/immigrati, arrivava a Roma proprio George Soros e si recava a Palazzo Chigi per incontrare il premier Paolo Gentiloni. Perché? Elvira Savino di Forza Italia annunciava un’interrogazione parlamentare sui motivi della visita. Gentiloni a Rimini ha inoltre affermato:

Il governo alla luce dei risultati” raggiunti nella gestione dei flussi migratori “non deve avere paura di riconoscere diritti e doveri a chi è nato in Italia e chi studia nelle nostre scuole. La risposta non è nell’esclusione, non è nella negazione della realtà che alimentano solo minacce, non sicurezza“. Il premier sbaglia perché i risultati raggiunti da questo governo in quanto a immigrazione sono disastrosi, con intere aree fuori controllo, in preda all’illegalità e basta fare un giro a Milano in zona stazione Centrale o a Torino all’ex Villaggio Olimpico per rendersene conto (giusto per citarne un paio).

Grazie al flusso di barconi è entrato di tutto, incluso l’attentatore di Berlino Anis Amri e il torturatore somalo Osman Matammud, riconosciuto da alcune sue ex vittime mentre girava liberamente in Stazione Centrale a Milano. Del resto anche le autorità libiche lo scorso maggio avevano segnalato che l’Isis caricava i suoi uomini sui barconi dei clandestini per inviarli in Europa “perché la polizia europea non sa chi appartiene all’Isis e chi è invece un rifugiato”. Una volta sbarcati riescono a spostarsi e sparire grazie alla totale assenza di documenti e alla possibilità di eludere molto facilmente i controlli.


Infine sarebbe bene ricordare che il governo in carica non è stato eletto dagli italiani e si dovrebbe dunque astenere dal prendere iniziative unilaterali su un aspetto così delicato come la cittadinanza in un momento in cui l’intera Europa è in piena emergenza sul piano della sicurezza.

Toscana, regala del pane a uno sconosciuto che torna: "Sono l'ambasciatore Usa"

ilgiornale.it
Ginevra Spina - Lun, 21/08/2017 - 11:10

Un macellaio toscano ha regalato l'ultima pagnotta che gli restava a uno sconosciuto. Tre giorni dopo la sorpresa: l'uomo torna, svela di essere l'ambasciatore Usa e lo premia



Regala l'ultima pagnotta che gli era rimasta a uno sconosciuto che dopo tre giorni torna con l'auto blindata e la scorta: "Sono l'ambasciatore Usa e tu sei una brava persona, ti voglio fare un regalo".
L'incredibile storia è capitata a Paolo Filippini, 48 anni, macellaio toscano di Piandiscò, nel Valdarno. Il giorno di Ferragosto un uomo con l'accento americano è entrato nel suo negozio per chiedergli un po' di pane.

Al negoziante era rimasta una sola pagnotta, che aveva messo da parte per portarla a casa per la sua famiglia, ma di fronte alla richiesta dell'uomo non ha esitato: ha diviso in due la forma di pane e ne ha regalata metà allo sconosciuto, senza chiedergli neanche un centesimo. "Free, gratis, regalo di Paolo e famiglia, by by friend", gli aveva detto sorridendo e congedandolo con una pacca sulle spalle.

L'uomo se ne è andato con la sua mezza pagnotta e Paolo non ci ha più pensato. Così quando tre giorni dopo un'auto blindata argentata con finestrini oscurati, targa diplomatica della Città del Vaticano e accompagnata da due auto di scorta si è fermata davanti al suo negozio è trasecolato. "Quando ho visto quella carovana mi è quasi venuto un colpo, i vicini sono scesi in strada, la gente è uscita dai negozi - ha raccontato il macellaio al Corriere della Sera - Maremma che ho combinato, sarà mica la Guardia di Finanza? Mi sono chiesto. Poi, siccome le tasse le ho sempre pagate tutte, ho detto che forse era successo qualcos’altro".

Ma non poteva immaginare la sorpresa che lo aspettava. "Prima è entrato un signore che mi ha chiesto se poteva bonificare il mio negozio, sì come fanno quando arrivano personaggi importanti - ha proseguito - Poi dall’auto argentata è sceso lui, l’uomo del pane. E io sono rimasto a bocca aperta". Sì, perché "l'uomo del pane" in realtà si chiama Louis Lawrence Bono ed è l'ambasciatore americano presso la Santa Sede, un uomo molto importante con una raffica di titoli accademici e importanti incarichi politici e diplomatici.

L'ambasciatore stava trascorrendo alcuni giorni di vacanza in Toscana ed era voluto tornare in quel negozio per ringraziare l'ignaro Paolo. "Quando si è presentato, lasciandomi un biglietto da visita credevo di essere su “Scherzi a parte”. Sono rimasto immobile, incredulo", ha ricordato il macellaio che non aveva la più pallida idea di chi fosse quell'uomo entrato nel suo negozio per chiedergli un po' di pane e di certo non si immaginava che fosse un personaggio importante. "Ho solo dato un po’ di pane a chi non ce l’aveva e non gli ho mica chiesto il passaporto".

Quel gesto, però, ha commosso l'ambasciatore, che ha deciso di premiarlo. "Lui mi ha detto che avevo fatto una grande cosa a rinunciare a metà del pane per donarlo a lui. “Ne avevi poco anche per la tua famiglia eppure non hai esitato ad aiutarmi. Sei una brava persona”, mi ha detto. Poi mi ha chiesto il mio indirizzo per mandarmi un pensierino una volta rientrato a Roma. E infine mi ha presentato la sua bellissima moglie e i figli", ha raccontato ancora un po' incredulo il macellaio.
Per ricambiare la generosità, la famiglia Bono ha fatto una bella spesa nel negozio, comprando otto chili di bistecche alla fiorentina e altri prodotti tipici. Poi l'ambasciatore ha salutato il negoziante con un abbraccio.

Sulla scala per il paradiso delle Hawaii, la più pericolosa e proibita al mondo

lastampa.it
noemi penna



Sono chiuse da anni. Ma questo divieto non è riuscito a bloccare i centinaia di escursionisti che a loro rischio e pericolo continuano a percorrere quotidianamente la Haiku Stairs, meglio conosciuta come Stairway to Heaven, la scalinata per il paradiso dell'isola di Oahu, alle Hawaii.



Una vertiginosa sequenza di 3922 scalini, oggi in acciaio, immersa nella foresta tropicale, che permette di raggiungere la cima del Puu Keahi di Kahoe, a 850 metri d'altezza, dove la vista è così mozzafiato da sembrare di essere in paradiso. In realtà in cima alla scalinata si trovano delle antenne piazzate dalla Us Navy durante la Seconda Guerra Mondiale. Sono stati i militari a realizzare questa scala, che senza adeguata manutenzione è diventata pericolante. Sono stati fatti numerosi e dispendiosi interventi, ma nessuno è riuscito a mettere in sicurezza la scala, dichiarata «troppo pericolosa» già trent'anni fa.



L'ultima, e definitiva, chiusura è del febbraio del 2015, dopo che una tempesta ha seriamente compromesso un tratto di salita. Ora ci sono in ballo diversi progetti, come quello di trasformare l'area in un parco a pagamento. Ma nulla di ufficiale. Intanto, nonostante le multe che possono raggiungere i 600 dollari o sei mesi di reclusione, in tanti continuano a sfidare la sorte avventurandosi sulla Haiku Stairs per andare alla conquista del paradiso. Noi accontentiamoci di questo video.

Filippo Facci, il ritratto senza ipocrisie di Laura Boldrini: "Ecco perché ti insultano"

liberoquotidiano.it
di Filippo Facci

Laura Boldrini e Filippo Facci

Laura Boldrini è insopportabile, o perlomeno questo pensa una quantità impressionante di italiani che la detesta trasversalmente e, vien da dire, genuinamente. Non sto parlando, infatti, del livore fisiologico che è riservato a tutti i politici particolarmente divisivi in quanto protagonisti, visibili, iperattivi e mediatici: è una specificità tutta sua, una partita che gli odiatori della Boldrini giocano da soli e a cui non corrisponde una squadra avversaria di pari livello. Perché?

È una domanda a cui la Boldrini dovrebbe cercare di rispondere per prima, e, per non essere ipocrita, voglio anticipare che la risposta che formulerò non prevede soluzione, senonché lei sparisca dalla circolazione e lasci le istituzioni che si illude di rappresentare. Cercherò di argomentare, ma va detto che, nell' attesa, la presidente della Camera ha deciso di passare al contrattacco e di querelare perlomeno i peggiori dei suoi molestatori online.

Ieri il giornalista-intrattenitore Giuseppe Severgnini (perfetto per il ruolo) ha pensato bene di pubblicare alcuni esempi di «commenti» online che la riguardano, forse non facendole un buon servizio: storie di sodomie di gruppo e di morti violente, messaggi spesso firmati con nome e cognome, roba orrenda - ripeterlo pare anche stupido - ma non esemplare, perché sono escrescenze degenerative che gli italiani conoscono già e che riguardano tutti i personaggi noti.

Ecco, giusto per cominciare: forse al duo Severgnini-Boldrini non è chiaro che anche questa loro reazione («sta passando l' idea pericolosissima che i social siano l' inferno dove tutto è possibile») potrebbe essere classicamente associata alla «politica» che si accorge delle cose solo quando la riguardano, potrebbe essere associata, cioè, a una reazione per lesa maestà da parte di chi non sopporta l' onta che riguarda i comuni mortali: compresi altri politici meno altezzosi di lei, anche se vengono insultati uguale.

Anche questa reazione, insomma, contiene parte dell' essenza per cui Laura Boldrini forse è tanto detestata: l' apparente protervia di chi si sente oltremodo intoccabile in quanto non è persona ma «istituzione», peraltro per autodeterminazione: parliamo di un' ex giornalista che si occupava di rifugiati per l' Onu e che poi - pum - diventa presidente della Camera. Insomma, ci stiamo girando troppo attorno: signora Boldrini, il punto è che lei è percepita come un' imbucata senza titolo, la classica miracolata che smuove risentimenti, l' essenza della «casta percepita» e della rappresentanza che poco rappresenta.

Anche questa improvvisa battaglia, probabilmente, verrà recepita come qualcosa di molto lontano dal comune sentire: vergato con la carta intestata della Presidenza della Camera, senza spese per la Presidente, con automatica pubblicità mediatica e ben distante, insomma, dalla quotidianità di chi Severgnini richiama come esempio, cioè noi tutti: «Abbiamo il dovere di sostenerla in questa iniziativa», scrive il nostro, perché «domani potrebbe capitare a noi».

Ma stia tranquillo, Severgnini: a molti di noi, magari, è già più o meno capitato, ma senza la volontà o possibilità di fare tanto baccano. «Lo farò anche per incoraggiare tutti coloro che subiscono insulti e aggressioni verbali a uscire dal silenzio e denunciare», scrive la Boldrini, inoltre «dobbiamo dimostrare che in uno Stato di diritto chiunque venga aggredito può difendersi attraverso le leggi».

Ah sì? Può farlo? Forse può lei, che è presidente della Camera: questo penserà la maggioranza.

Detto questo, sono consapevole del semplicismo dei miei argomenti: ma questo cambia poco. C' è una forma e una sostanza, e la Boldrini è una catastrofe in entrambe. Ho chiesto a trentacinque persone di mia conoscenza (culturalmente certificate, e politicamente trsversali) una rapida e istintiva opinione sulla Boldrini: l' esito è stato devastante.

Hanno prevalso le espressioni «maestrina», in un caso «infermiera di "Qualcuno volò sul nido del cuculo"», in quattro casi «è il nulla» e poi una serie di intolleranze su aspetti fisici e fisiognomici (il tono di voce, l' espressione boriosa) e solo in seconda battuta ci sono state opinioni sui contenuti, cioè su quello che dice. Più in generale, un rafforzamento del «boldrinismo» inteso come forma caricaturale del politicamente corretto: col la dote di ottenere il contrario di quanto si prefiggeva.Ma a parte questo, ancora più in generale, si ricava l' impressione che quando una persona non ha il «fisico» del ruolo, e oltretutto lo trascende, forse dovrebbe cambiare mestiere.

E lo scriviamo senza essere entrati nel merito - notare - di nessun contenuto a cui pure dedicammo articoli interi: la campagna per scrivere al femminile alcuni nomi e professioni, il suo darsela a gambe e serrarsi in ufficio quando i grillini impazzavano a Montecitorio, certa arroganza nell' applicare le regole della Camera, le prediche contro gli spot in cui le donne fanno le casalinghe, le paranoie sul sessismo e sul femminicidio, le bandiere di Montecitorio a mezz' asta per l' 8 marzo, le improbabilissime proposte politiche e «tecniche» a Mark Zuckerberg di Facebook, la frase infelice sull' architettura del Ventennio, l' invenzione sui simboli del nazismo che in Germania non ci sarebbero più, il mancato applauso al passaggio della Brigata Folgore il 2 giugno, l' intestarsi battaglie - in pratica - su temi politici che spetterebbero agli organi democraticamente eletti. Battaglie che lei preferisce perdere da sola.

Scontri a Dallas per le statue dei sudisti

lastampa.it

La polizia è intervenuta per sedare i tafferugli scoppiati tra un gruppo di persone che chiedeva l’abbattimento dei monumenti e altre che le difendevano



Scontri a Dallas durante una delle manifestazioni antirazziste svolte in varie città degli Stati Uniti. La polizia è intervenuta per sedare i tafferugli scoppiati tra un gruppo di persone che chiedeva l’abbattimento delle statue dei Confederati all’interno di un memoriale della Guerra civile e altre che presidiavano la zona in difesa dei monumenti. Alcuni sostenitori di entrambe le parti erano armati, ma non risulta che vi siano stati spari.

La polizia ha usato in un primo momento i cavalli per cercare di sedare i tafferugli esplosi nel cimitero tra le persone che manifestavano contro i suprematisti bianchi e altre che presidiavano i monumenti e hanno aspettato che le schermaglie si facessero più intense prima di intervenire in tenuta antisommossa per cacciare alcuni manifestanti dall’area che ospita un memoriale dei Confederati.

Alla manifestazione antirazzista, svolta al City Hall Plaza, non lontano dal cimitero, avevano partecipato circa 2.300 persone, che avevano gridato slogan riferiti alle statue, da giorni oggetto del contendere in diverse città, invitando a «tirarle giù». Alcuni manifestanti si sono poi diretti al cimitero riuscendo ad entrare. Respinti dalla polizia, sono rimasti bloccati in una strada presidiata. Inizialmente erano un centinaio, poi ne sono rimasti una ventina. Un elicottero sorvegliava la zona.
A un certo punto, gli agenti hanno spinto quattro `difensori´ dei monumenti contro una barriera, per proteggerli.

Dopo 40 anni, lo spazio profondo: la fantastica avventura di Voyager

repubblica.it
di ELENA DUSI

La prima delle due sonde della Nasa partì dalla Terra il 20 agosto del 1977. L'altra va adesso oltre il sistema solare, ma con tracce del mondo di allora: rispetto ai processori di bordo, i telefonini hanno oggi memorie 235 volte superiori

Dopo 40 anni, lo spazio profondo: la fantastica avventura di Voyager

ROMA - Quanta strada in 40 anni. Trentotto miliardi di chilometri in due, le sonde della Nasa Voyager 1 e 2 sono protagoniste del viaggio più lungo dell'universo. Oggi i più remoti fra gli oggetti figli delle mani dell'uomo sono ai confini del sistema solare. Voyager 1 dal 2012 si è tuffata in quello spazio interstellare spazzato da un vento di raggi cosmici e residui di stelle esplose. La sorella, che ha seguito una traiettoria più lunga, ci arriverà fra una manciata di anni. E a differenza delle sonde Pioneer 10 e 11 (31 miliardi di chilometri in due) le Voyager continuano a parlare con la Terra, raccontandoci cosa succede al di fuori delle colonne d'Ercole del sistema solare.

La Voyager 2 fu lanciata il 20 agosto di 40 anni fa, seguita il 5 settembre 1977 dalla Voyager 1. Per i due "autobus con le antenne" la Nasa aveva progettato una missione di 4 anni. Invece lungo tutti gli anni '80 (l'ultima immagine è del 1990) le due sonde hanno incontrato Giove, Saturno, Urano e Nettuno, scoprendo una ventina di nuovi satelliti, osservando fulmini, oceani, geyser, vulcani attivi e inviando da 6 miliardi di chilometri la cartolina in cui la Terra appare un "pallido puntino blu".

In 40 anni, in realtà, le Voyager ci hanno mostrato anche quanta strada ha fatto la Terra. Rispetto ai processori di bordo, i telefonini di oggi hanno memorie 235mila volte superiori e velocità 175mila volte più alte. Inviano ogni secondo 14 miliardi di informazioni, con le Voyager che si fermano a 8mila. Gli ingegneri capaci di dialogare con le sonde usando software obsoleti sono ormai una manciata di 80enni che la Nasa ha traslocato all'esterno del campus del Jpl di Pasadena.

Al loro posto oggi c'è l'équipe che progetta le missioni per Marte. Se a bordo delle Voyager, prima del lancio, lo scienziato Carl Sagan volle a tutti i costi un disco d'oro con parole, musiche, suoni e immagini della Terra, oggi la Nasa invita gli appassionati a inviare un tweet per festeggiare il compleanno. Sagan 40 anni fa parlò di una "bottiglia tramite Twitter, Instagram, Facebook e simili saranno votati online e sparati nello spazio interstellare il 5 settembre.

E il futuro? Le batterie al plutonio 238 sono agli sgoccioli. Le Voyager esalano ormai messaggi con la potenza di una lampadina da frigo. Tra il 2020 e il 2025 gli scienziati saranno costretti a spegnere i 4 strumenti su 10 rimasti accesi a bordo di Voyager 1 e i 5 su 10 di Voyager 2. Perderemo il contatto con le due sonde, ma come di norma accade con i figli, loro ci sopravviveranno, continuando a viaggiare a 40mila chilometri all'ora nello spazio vuoto che non genera attrito. Gli 800 chili di metallo e oro, ormai inerti, potranno sopravvivere miliardi di anni. E anche se nessuno manderà più tweet di auguri per i prossimi anniversari, le Voyager resteranno forse il frutto più longevo e lontano delle mani e della mente degli uomini.

lunedì 21 agosto 2017

Il manuale per diventare un «tosaerba umano»

ilgiornale.it
Gian Micalessin - Sab, 19/08/2017 - 09:24

L'Isis ha diffuso le istruzioni per uccidere gli infedeli: dai camion kamikaze alle esplosioni



Non hanno agito a caso. Anzi si sono comportati come veri terroristi da manuale. I militanti dell'Isis, entrati in azione a Barcellona e dintorni, hanno seguito alla lettera il testo intitolato Il manuale del lupo solitario diffuso su Telegram il 3 luglio scorso da un gruppo dell'Isis in cui opera un veterano dell'Iraq. Il manuale, di 66 pagine con 174 illustrazioni e 7 cartine, è diviso in dieci capitoli in cui vengono spiegati altrettanti modi per seminare morte e distruzione. Nel primo viene consigliato di rispondere alle bombe su Mosul e Raqqa dando alle fiamme le automobili dei «kaffir» - gli infedeli - parcheggiate nelle città europee. Nel secondo si spiega come provocare incidenti mortali in autostrada. Nel terzo come innescare incendi boschivi intorno alle zone abitate facendo strage di abitanti.

I terroristi di Barcellona devono essersi concentrati con molta attenzione sul capitolo quattro in cui si spiega come provocare il più alto numero di vittime utilizzando un camion di medie dimensioni. Devono invece aver scorso con superficialità i consigli del quinto capitolo dedicati alle tecniche per la distruzione di interi edifici attraverso l' utilizzo di bombole di gas propano.

E lo dimostra la morte nella notte di giovedì d'un marocchino legato alla cellula terrorista ucciso, nel comune Montecarlo de Alcanar Platja, in seguito all'incauto maneggiamento di una bombola di propano. Purtroppo però il quarto capitolo - intitolato con una dose di sinistro e perverso humour L'ultimo tosaerba umano - sembra invece dar i suoi frutti. Nel capitolo i «maestri» dell'Isis spiegano come procurarsi un camion o un grosso furgone a trazione integrale e saldarvi sopra sbarre di acciaio, preferibilmente taglienti, per moltiplicare le vittime. Ai lupi solitari viene spiegato di scegliere i luoghi più affollati della città e d'investire i pedoni alla più alta velocità possibile senza mai toccare i freni.

Per quanto la missione venga considerata suicida gli esecutori devono mettersi alla guida solo dopo aver messo in cabina anche qualche arma. Queste ultime possono andare dal kalashnikov, se disponibile, al semplice coltellaccio da cucina, e vanno usate con determinazione, dopo l'arresto del camion, per provocare ulteriori vittime. Particolare attenzione viene riposta nella scelta dell'itinerario d'avvicinamento all'obbiettivo visto che dalla possibilità d'inserirsi su eventuali passaggi pedonali - evitando i blocchi della polizia - dipendono - l'esito dell'attentato e il bilancio finale.

Nel novero dei paesi da colpire mancano oltre all'Italia anche la Spagna. Vengono invece caldamente consigliati Israele, Stati Uniti, Francia, Germania, Australia, Danimarca e Olanda. La raccomandazione finale per il kamikaze è di lasciare una nota dettagliata spiegando l'intenzione di colpire e uccidere nel nome dello Stato Islamico. Perché più dell'attentato conta sempre la propaganda.

M5S, 5 stelle con tutti i benefit: casa e telefono ai dipendenti li paga il Parlamento

espresso.repubblica.it
di Susanna Turco

Oltre agli stipendi (in media tra i 5 e i 7mila euro), il gruppo parlamentare si occupa di tutte le spese per chi lavora con gli eletti grazie ai fondi pubblici. Solo al Senato si spendono 2,3 milioni l'anno per i collaboratori

M5S, 5 stelle con tutti i benefit: casa e telefono ai dipendenti li paga il Parlamento

Stipendio, appartamento , luce, gas, condominio, tari, tasi, telefono e altri rimborsi. Se – come per esempio l’ex concorrente del reality Grande Fratello Rocco Casalino – lavori all’ufficio comunicazione del Movimento Cinque stelle al Senato, sei a posto: grazie ai soldi pubblici che incassa col gruppo parlamentare, a mo’ di Stato-Mamma il M5S si fa carico di tutto. Serve casa? Ecco, l’affitta. Centomila euro l’anno per i cinque appartamenti «ad uso abitazione per i dipendenti ufficio comunicazione» e «n. 2 collaboratori», recita il rendiconto del 2016, specificando che si tratta della soluzione «più conveniente». E meno male.

Oltre ai canoni (900-2.500 euro al mese), il gruppo con grande eleganza e cortesia si accolla anche le altre spese: tasse, bollette e ulteriori indefinite «forniture». Il tutto va ad aggiungersi a stipendi che per i dipendenti si aggirano in media sui cinquemila euro (totale annuo: oltre 1,9 milioni), e per le partite Iva sui settemila (totale: 291 mila). Nulla di male, ma poco in linea con i proclami da sanfranceschi spesso lanciati dai pentastellati.

Poi, dice: a costo zero devono essere gli eletti in Parlamento, mica gli altri. Si racconta così un nuovo paradosso a Cinque stelle: in virtù dei suoi attuali 35 senatori, il gruppo incassa da Palazzo Madama 2,4 milioni l’anno; 20-25 mila euro li spende in acquisto beni e comunicazione; tutti gli altri soldi, oltre 2,3 milioni, se ne vanno in un modo o nell’altro per i trentuno dipendenti e collaboratori. Che, peraltro, son quasi quanti gli eletti: come da antichissima tradizione.

Teschi staccati dal corpo, feticci e crudeltà: la Roma antica amava l'horror

espresso.repubblica.it
di Marisa Ranieri Panetta

Un cranio con le ossa segate e i denti intagliati. Vicino al Colosseo si scopre un trofeo fatto di resti umani, che svela le abitudini più inquientanti di condottieri e imperatori

Teschi staccati dal corpo, feticci e crudeltà: la Roma antica amava l'horror

Incredibile! Mai vista una cosa del genere!" Sono stati questi i primi commenti dell’archeologa Clementina Panella di fronte a una scoperta unica nella storia di Roma: un cranio scarnificato sbucato dal terreno durante la campagna di scavo in corso alle pendici del Palatino. Il teschio, trovato accanto a numerose teste di buoi e a un neonato sepolto in un vaso di terracotta ma senza altri resti dello scheletro, ha immediatamente posto diversi interrogativi.

Innanzi tutto: a chi apparteneva? E come mai si trova proprio qui, in quella che fin dai tempi della fondazione di Roma era una zona sacra? Siamo infatti nel luogo dove Panella ha rintracciato qualche anno fa le “Curiae veteres”, il santuario civico che la tradizione attribuisce a Romolo, dove due volte all’anno i cittadini si riunivano per consumare i pasti in comune.

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Col tempo il complesso ha subíto rifacimenti ma è sempre rimasto un luogo venerato, dove venivano seppelliti in fosse rituali resti architettonici delle strutture precedenti ed ex-voto: sono stati recuperati frammenti di terrecotte ornamentali dipinte con tinte accese, risalenti fino all’età dei re. Il cranio si trova però in un livello successivo, datato al quinto secolo avanti Cristo, quando il luogo di culto era ancora in piena attività.

Dopo la pulitura e i primi esami - che ha visto la collaborazione di antropologi della Soprintendenza speciale di Roma e di fisici dell’università La Sapienza - il reperto è stato attribuito a un uomo di 30-35 anni, cieco da un occhio. Il teschio presenta strane particolarità: la mandibola, gli incisivi e i canini mancano, mentre due molari sono stati intagliati in modo regolare, e le ossa dietro le orecchie sono state segate di netto. «Probabilmente queste manipolazioni, avvenute quasi tutte dopo la morte, erano state praticate per fissare il cranio su un supporto», spiega Panella. «Perché? La nostra ipotesi è che sia stato appeso come trofeo».

Esporre teste di nemici, soprattutto se re e comandanti, non era un’usanza rara nel mondo antico centro-europeo, ma le fonti letterarie attribuiscono la diffusione di tale costume alle popolazioni celtiche, in particolare ai Galli: il geografo greco Strabone, che scriveva all’epoca di Augusto, riferisce - per averlo letto - che essi inchiodavano all’architrave delle proprie case le teste mozzate dei nemici uccisi in combattimento; ancora prima Diodoro Siculo, autore in greco di una “Biblioteca storica”, riferisce che i Galli appendevano nelle loro case anche le armi intrise di sangue strappate agli avversari e che le teste dei nemici più famosi erano imbalsamate con olio di cedro, messe in delle ceste e mostrate agli stranieri.

Lo storico Livio conferma: nelle guerre contro i romani, per terrorizzarli, i guerrieri gallici appendevano ai propri cavalli, o infilzavano sulle punte delle lance, teste di legionari, mentre intonavano minacciosi canti di guerra. Del resto, sono tanti i crani venuti alla luce in Francia - e anche in Spagna e in Germania - trapassati da chiodi o con la calotta perforata.

Dal mondo romano arrivano invece notizie scarne sulle decapitazioni del nemico come segno di una vittoria importante: Romolo che mozzò la testa ad Acrone, re dei Ceninensi, oppure il console Marco Claudio Marcello che nel 222 avanti Cristo decapitò Virdumaro, duce dei Galli Insubri, e pochi altri esempi. Ma, a fronte delle testimonianze sulla durata di questa usanza nelle terre d’Oltralpe, lo storico francese Jean-Louis Voisin rigetta le accuse rivolte ai suoi lontani antenati.

Sostiene infatti che, col passar del tempo, i romani non considerarono più “barbaro” o crudele questo costume: li definisce anzi veri e propri «cacciatori di teste», con una pratica istituzionalizzata che dall’età mitica arriva alla fine del quarto secolo dopo Cristo. Con dettagli ricavati da documenti letterari e archeologici, Voisin stila così un elenco di 76 persone illustri, uomini e donne, alle quali - per rivalità, motivi politici o bellici - fu mozzata la testa.

Alcuni episodi sono noti: Marco Antonio che ostentava sul suo scrittoio il capo tagliato a Cicerone, nella cui lingua la moglie di Antonio, Fulvia, pare abbia infilato uno spillone. Oppure la testa dell’imperatore Massenzio, sconfitto da Costantino a Ponte Milvio nel 312 dopo Cristo che fu portata in giro dai soldati vittoriosi e poi spedita in Africa, dove Massenzio aveva i suoi principali sostenitori.

Le teste avevano cominciato a viaggiare da tempo, conservate nel miele, nella cera o trattenute da bende, a cominciare da quella di Pompeo fatta arrivare a Giulio Cesare e da quella di Bruto, uno dei cesaricidi, diretta a Roma ma finita nel mare in tempesta. Voisin sottolinea che si moltiplicarono i sicari prezzolati - specialmente nell’ultimo e turbolento periodo repubblicano - e il mercato che ruotava intorno all’acquisto di teschi di personaggi famosi.

A proposito, ricorda il macabro episodio della fine del tribuno Caio Gracco: quando, dopo la morte, il suo capo fu messo in vendita a peso d’oro, per renderlo più pesante e aumentarne quindi il prezzo, il cervello fu sostituito dal piombo. Sono situazioni poco conosciute di Roma antica, che comunque non sminuiscono il valore della nostra più celebrata civiltà, alla base - amministrativa, giuridica, urbanistica - di tutto il mondo occidentale.

Il reperto del Palatino non ha però indicazioni sull’appartenenza al corpo di un sovrano o di un condottiero di spicco; in questo caso ci sarebbe stato, nelle vicinanze, qualche segno di riconoscimento. Oltretutto, non era nemmeno sistemato in una fossa, dentro un contenitore o sotto un cumulo di pietre, a differenza dei teschi bovini trovati lì accanto (i “bucrani”, così frequentemente rappresentati nei monumenti romani): questi, dopo essere stati esposti su palizzate, erano stati ben interrati in quanto resti di un sacrificio e del successivo banchetto.

Da molti scavi archeologici sappiamo che se un cranio veniva prelevato dalla sepoltura, spesso era per diventare oggetto di culto da parte di gruppi sociali che si consideravano discendenti del defunto, e ritenevano che in questo modo l’antenato li avrebbe protetti. Anche pezzi di ossa asportati dallo scheletro venivano sepolti a parte e usati come ornamento personale o amuleti: si riteneva che avessero poteri magici quando riguardavano persone “speciali” o per virtù profetiche, o per un coraggio straordinario, o anche per anomalie fisiche considerate prodigiose.

Gli scrittori che narrano le origini e lo sviluppo di Roma non fanno però alcun accenno a crani-trofei umani sul Palatino; menzionano solo i resti bovini, certamente in gran numero. Erano così conosciuti da essere utilizzati come riferimento topografico: la casa natale di Augusto per esempio si trovava “ad capita bubula” (“presso le teste dei buoi”). Per acquisire ulteriori elementi, un frammento del cranio è stato inviato a Lecce, dove Lucio Calcagnile, direttore del Centro Diagnostico nell’università del Salento, ha effettuato le analisi per la datazione al 14C.

Il risultato, appena arrivato, conferma la possibile datazione proposta dagli archeologi, ma all’interno di un arco cronologico ampio: dall’ottavo al quinto secolo avanti Cristo. Due, quindi le possibilità, conclude Panella: «La prima, rimanda all’epoca più lontana e a una casualità: venuto alla luce durante lavori edilizi, il cranio era stato malamente riseppellito; la seconda, lo colloca invece nella vita del santuario coevo, oggetto di un’esposizione pubblica. Potrebbe essere una testa-trofeo di un nemico ma non si può escludere che fosse invece un personaggio legato alla comunità che si riuniva in questo luogo. In ogni caso si tratta di un unicum, che stimola ulteriori indagini».

Invece il recipiente (“olla”) contenente il corpicino del neonato, quasi certamente è finito lì nel corso della nuova sistemazione del santuario, e proveniva da un edificio abbattuto. Non è insolita la sepoltura di un bambino all’interno della città “dei vivi”: gli spazi della Roma antica sono stati utilizzati a lungo per deposizioni analoghe, ne sono state trovate anche sotto il tempio di Antonino e Faustina nel Foro.

Sono quindici anni che Clementina Panella, già professore ordinario di Metodologie e Tecniche della ricerca archeologica, con gli studenti della Sapienza scava questo versante del colle imperiale, di fronte al Colosseo, in concessione da parte del Ministero dei Beni culturali. I risultati sono stati a dir poco sorprendenti e raccontano una storia insediativa che precede la fondazione dell’Urbe e arriva ai nostri giorni. Sopra e sotto i terrazzamenti voluti da Nerone per la sua Domus Aurea, che hanno coperto l’intera area, sono state rinvenute tracce dell’insediamento delle prime capanne, le antiche Curie, la casa natale di Augusto.

Da questi scavi sono riemerse le uniche insegne imperiali giunte fino a noi - scettri, porta insegne, globi in materiali rari - appartenute a Massenzio, e poi un ambiente lussuoso per riunioni del tardo impero, ritratti di sovrani, e poi tracciati stradali, pavimenti di marmo, materiali di culto e di uso quotidiano che dai primi re arrivano al Medioevo.

Il ritrovamento di “Ignoto 1 del Palatino”, con i suoi misteri, si aggiunge al palmares di questa archeologa. «E non abbiamo finito», aggiunge Panella. «Oltre a lavorare sull’immensa mole dei dati raccolti, mi sto battendo sia per creare un Museo dedicato a tutte le scoperte, sia per valorizzare l’area esplorata attraverso i principali momenti delle sue vicende urbanistiche. Siamo nel cuore del centro di Roma: la città contemporanea deve poter conoscere e apprezzare i segni più rilevanti del suo passato».

Bruciate vive in casa. Lo Stato non paga perché sono italiane

lastampa.it
simona lorenzetti

Nonna e nipotina erano morte a Lerici, ma per la Corte d’Appello i risarcimenti per i reati violenti spettano soltanto ai cittadini degli altri Paesi europei


Un amante respinto aveva dato fuoco all’appartamento della donna al primo piano di una palazzina al centro di Lerici. Fumo e fuoco avevano raggiunto il piano superiore uccidendo una nonna e la nipotina di Bardonecchia

Era il 2009 quando Antonella Geracitano e la nipotina Rebecca, di cinque anni, morirono nell’incendio della loro casa a Lerici. Da Bardonecchia erano andate in vacanza in Liguria e a ucciderle fu un amante respinto che appiccò un incendio nell’alloggio della ex compagna. Nonna e nipote, che vivevano nell’appartamento al piano di sopra, non ebbero scampo. L’assassino, Matteo Acerbi, venne arrestato e poi condannato a trent’anni di carcere.

Sono passati otto anni da quella tragica notte del 16 maggio. E ora la Corte d’Appello del tribunale civile di Torino ha negato ai familiari delle vittime qualsiasi indennizzo da parte dello Stato. Secondo i giudici, la Direttiva europea che tutela chi subisce reati violenti intenzionali e che obbliga il governo a pagare un indennizzo a coloro che non vengono risarciti dagli autori dei crimini, non è applicabile al loro caso. Il motivo? Le vittime sono italiane e per i togati la norma vale solo per gli stranieri. «Il diritto tutelato dalla direttiva – si legge nella sentenza – non è quello dei cittadini, ma quello dei residenti in altri Stati membri dell’Unione».

LA DIRETTIVA UE
All’indomani della condanna, Acerbi avrebbe dovuto pagare un cospicuo risarcimento danni. Non lo ha fatto e così la famiglia della piccola Rebecca si è rivolta alla studio legale Ambrosio & Commodo e ha intentato causa contro la Presidenza del Consiglio, chiedendo l’applicazione della Direttiva Ce numero 80 del 2004. La norma impone agli Stati membri della Ue di dotarsi di un fondo di garanzia per tutelare le vittime di reati violenti intenzionali che non riescono a ottenere risarcimento dagli autori, nel caso questi siano nullatenenti o sconosciuti. Una norma che l’Italia ha recepito solo parzialmente nel 2016, finendo anche con l’essere condannata dalla Corte di Giustizia europea per la sua mancata applicazione.

GLI AVVOCATI
«La direttiva parla di diritto alla tutela nelle situazioni transfrontaliere – spiegano gli avvocati Gaetano Catalano e Stefano Commodo -, ma il termine è mal interpretato da alcuni giudici. La norma è stata creata con principi solidaristici ed è fondata sulla libera circolazione dei cittadini e sull’obbligo dello Stato a garantire la sicurezza delle persone sul proprio territorio. Non c’è scritto da nessuna parte che vale solo per gli stranieri».

IL NUOVO RICORSO
Una tesi che non ha convinto i giudici subalpini, i quali però ammettono come «una normativa che escludesse i cittadini o i residenti in Italia dall’indennizzo potrebbe essere incostituzionale». Non solo. «Altre Corti hanno messo in evidenza che sarebbe discriminante interpretare la norma solo a favore degli stranieri» insistono i legali, che annunciano ricorso in Cassazione. I giudici torinesi sottolineano inoltre come le vittime debbano, prima di tutto, cercare di ottenere un risarcimento dall’imputato, e solo in un secondo momento chiedere l’indennizzo allo Stato.

«Le pubbliche amministrazioni – scrivono - devono assicurare la coerenza dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico, il quale verrebbe pregiudicato nel caso in cui venissero indennizzate le vittime a prescindere dalla possibilità che possano soddisfarsi sul responsabile». In alternativa, «lo Stato sarebbe costretto a intraprendere un’azione nei confronti del responsabile con costi sia in termini monetari che di energie professionali». Insomma siano i cittadini a pagare. 

La Nasa vuole spegnere il supervulcano dello Yellowstone

lastampa.it
vittorio sabadin



La Nasa ritiene che il pericolo per l’umanità causato dai supervulcani presenti sulla Terra sia maggiore di quello della caduta di un asteroide o di una cometa. Gli scienziati che lavorano all’Advisory Council on Planetary Defense dell’ente spaziale americano hanno così elaborato progetti tesi a scongiurare una eruzione nella caldera del parco dello Yellowstone, che avrebbe conseguenze devastanti non solo negli Usa e in Canada, ma anche sul clima e sull’ecosistema globali.

A rivelarne l’esistenza è stato Brian Wilcox, un esperto che ha lavorato al progetto e che ora presta la sua opera al Jet Propulsion Lab. Secondo quanto Wilcox ha detto al Daily Mail, la Nasa pensava di scavare un buco profondo 14 chilometri dentro al quale fare passare ad alta pressione acqua destinata a raffreddare la caldera, riducendo i rischi di una esplosione. L’idea è stata accantonata a causa del suo alto costo, 3,4 miliardi di dollari, e della possibilità che lo scavo di un tunnel pieno d’acqua possa causare proprio quello che cerca di evitare, l’innesco dell’esplosione vulcanica.

Per la Nasa il progetto è però l’unico possibile, ha detto Wilcox, e bisognerebbe prenderlo in maggiore considerazione. Lo Yellowstone, che si trova al confine tra lo Wyoming, il Montana e lo Utah, esplode ogni 600.000 anni e l’ultima volta che lo fatto è stato proprio 600.000 anni fa. I supervulcani sulla Terra sono una decina, uno dei quali si attiva in media ogni 100.000 anni: il caso più recente è stato in Nuova Zelanda, 26.500 anni fa.

Anche se le stazioni di monitoraggio e lo US Geological Survey non sembrano preoccupati, dal giugno scorso lo Yellowstone ha registrato più di 1500 terremoti, con un’attività sismica del tutto inconsueta. Tremori e scosse sono indice di uno spostamento del magma, ma i turisti che visitano il parco non ci badano nemmeno più, tanto sono ormai abituali. Se il supervulcano esplodesse, una nube di cenere oscurerebbe il cielo per un diametro di almeno 800 chilometri e ricadendo distruggerebbe i raccolti e inquinerebbe l’acqua dei fiumi.

L’eruzione avrebbe anche conseguenze sull’intero pianeta, con un raffreddamento della temperatura che potrebbe durare qualche decina d’anni, come ipotizzavano gli scenari dell’”inverno nucleare” causato da un’eventuale guerra atomica. I raccolti sarebbero molto più scarsi e in molti paesi si soffrirebbe la fame: le riserve di cibo attualmente disponibili nel mondo bastano solo per 74 giorni. Tutti gli esperti sono comunque concordi nell’escludere che l’esplosione di un supervulcano possa determinare un’estinzione di massa. In passato non è mai avvenuto, anche se le condizioni climatiche del pianeta sono ogni volta cambiate creando non pochi problemi a ogni forma di vita.

Anche l’Italia ha il suo supervulcano, nei Campi Flegrei del golfo di Pozzuoli. Con una caldera dal raggio di 15 chilometri è considerato il terzo supervulcano più pericoloso del mondo dopo lo Yellowstone e il Lago Toba in Indonesia. Ha già registrato due eruzioni note come Ignibrite campana (40 mila anni fa) e Tufo giallo napoletano (15 mila anni fa). Nel primo caso la caldera espulse più di 200 chilometri cubi di materiale vulcanico, nel secondo circa 40 chilometri cubi. A confronto il vicino Vesuvio, del quale tanto ci preoccupiamo, è un innocuo ragazzino. 

Una funzione di sicurezza di iOS 11 permette di bloccare il TouchID

lastampa.it
lorenzo fantoni

Cinque tocchi e il rilevatore di impronte si blocca con un pin, per gli americani è il “tasto anti polizia



Un utente di Twitter ha scoperto che Apple ha inserito all’interno di iOS 11 una nuova interessante funzione di emergenza che permette di bloccare rapidamente il rilevatore d’impronte digitali e chiamare allo stesso tempo le forze di polizia. Per farlo basta premere rapidamente cinque volte sul sensore, da quel momento TouchID tornerà attivo solo dopo l’inserimento di un codice e sarà possibile chiamare il 113 o il 911 con la semplice pressione di un tasto sullo schermo.

L’uso di sensori biometrici per sbloccare gli smartphone ha creato una serie di nuovi potenziali rischi dal punto di vista della sicurezza e della privacy. Un ladro non deve obbligarvi a rivelare la password se può semplicemente forzare il vostro dito sul sensore, allo stesso modo un agente della dogana può obbligarvi a sbloccare il telefono con l’impronta, mentre per ottenere il vostro Pin ha bisogno di un mandato.

Tanto per capire quanto il problema sia sentito, soprattutto negli Stati Uniti, c’è chi ha già ribattezzato questa funzione “Cop Button”, il tasto per la polizia. Fino ad oggi per annullare il TouchID bisognava ricorrere a metodi più macchinosi o disabilitarlo del tutto nelle opzioni del telefono, in questo modo invece l’operazione può essere fatta rapidamente e con discrezione, impedendo così eventuali accessi indesiderati. Questa opzione, già di per sé molto utile, potrebbe diventarlo ancora di più se le indiscrezioni sul nuovo sistema di sblocco facciale del prossimo iPhone dovessero trovare conferma. 

No, l’enclave sicura dell’iPhone non è stata violata

lastampa.it
andrea nepori

Un hacker ha ottenuto la chiave per decodificare il firmware del processore che protegge le impronte digitali e altri dati sensibili su iPhone e iPad, ma non c’è nessuna possibilità di accesso alle informazioni



Un hacker che si fa chiamare “xerub” ha pubblicato su Twitter la chiave di cifratura del software installato sul Secure Enclave Processor (SEP), il chip utilizzato su iPhone e iPad per implementare la cosiddetta “Secure Enclave”, dove i dispositivi tengono al sicuro i dati più sensibili presenti sul telefono, come le corrispondenze delle impronte digitali utilizzate per sbloccare il dispositivo con Touch ID .

L’annuncio della decifratura del firmware ha generato qualche incomprensione e dichiarazioni allarmistiche. Gli esperti però sono concordi nell’affermare che la sicurezza dei dispositivi Apple non è a rischio. L’hacker non ha elaborato un meccanismo per scardinare l’enclave sicura, infatti, ma ha semplicemente reso visibile il software installato sul chip che la gestisce.

Apple ha cifrato il firmware del SEP per aggiungere un livello ulteriore di sicurezza. Senza quella protezione hacker ed esperti di cybersecurity potranno analizzare il codice alla ricerca di eventuali vulnerabilità, ma il nucleo del sistema di sicurezza rimane intatto e protetto. Se a trovare quelle vulnerabilità saranno hacker responsabili e “white hat” ci sono inoltre buone possibilità che Apple sarà la prima ad essere informata di eventuali bug, prima ancora che vengano diffusi.

Va inoltre specificato che anche in caso di “effrazione” dell’enclave sicura (che al momento non è ancora avvenuta) non vi sarà un rischio di hacking diffuso, perché la generazione delle chiavi di sicurezza dell’area protetta è basata sull’hardware di ogni singolo telefono. In altre parole gli hacker avrebbero comunque bisogno di accedere fisicamente al dispositivo per ottenerne i dati.

Il problema potrebbe nascere in casi limite come quello che ha contrapposto Apple e l’FBI : se si trovasse un modo per violare l’enclave sicura, l’azienda non potrebbe legalmente rifiutare l’ordine di sbloccare i dispositivi come aveva fatto nel caso dell’iPhone del terrorista di San Bernardino. In quell’occasione le forze dell’ordine volevano imporre lo sviluppo di una pericolosa versione alternativa di iOS che fosse facilmente violabile, un’arma non convenzionale pericolosissima, che avrebbe messo a repentaglio la sicurezza di centinaia di milioni di dispositivi.

Google paga Apple 3 miliardi all’anno per rimanere sull’iPhone

lastampa.it
andrea nepori

Il motore di ricerca di Mountain View è da anni l’opzione di ricerca predefinita su dispositivi iOS: un privilegio che costa caro e contribuisce al 5% dei profitti di Cupertino



Un miliardo di dollari. È quanto Google ha pagato ad Apple nel 2014 affinché Google Search rimanesse l’opzione di ricerca predefinita su iPhone e iPad. La cifra era stata rivelata da alcuni documenti processuali della causa tra Oracle e l’azienda di Mountain View . Ora quella cifra potrebbe essere salita ancora e aver raggiunto i 3 miliardi di dollari l’anno. Lo sostengono gli analisti di Bernstein Research in una recente relazione in cui dettagliano i rapporti economici tra i due giganti della Silicon Valley.

Il contributo di Google ingrossa le casse della divisione servizi di Apple, uno dei segmenti che negli ultimi anni ha registrato il più elevato tasso di crescita all’interno dell’azienda . Di questo passo la sola sezione guidata da Eddy Cue potrebbe valere per fatturato più di un’azienda media della Fortune 100.

“I documenti processuali mostrano che Google ha pagato ad Apple un miliardo nel 2014, ma noi stimiamo che i pagamenti per l’anno fiscale 2017 possano raggiungere i tre miliardi”, ha spiegato l’analista A.M. Sacconaghi Jr. “Considerato che i pagamenti di Google sono quasi totalmente profitti netti per Apple, si può stimare che Google contribuisca al 5% dei profitti operativi totali di Apple per l’anno in corso”.

Apple sembra avere il coltello dalla parte del manico, ma la popolarità di Google potrebbe essere sufficiente a convincere Cupertino a mantenere il motore di ricerca come opzione predefinita sui suoi dispositivi anche qualora Big G decidesse di non pagare più (o chiedesse uno sconto).

Allo stesso tempo la cifra versata da Google è giustificata dall’importanza strategica dei dispositivi iOS, che contribuiscono a più del 50% del fatturato generato dal motore di ricerca grazie agli accessi da dispositivi mobili. In altre parole l’attuale situazione garantisce un mutuo equilibrio di interessi che nessuna delle due parti ha alcuna intenzione di destabilizzare.

E’ morto Gero Caldarelli, il mimo che animava il Gabibbo

lastampa.it



È morto Gero Caldarelli, il mimo che dal 1990 animava il Gabibbo. Ne dà notizia Striscia la notizia in un comunicato. Antonio Ricci commenta così la sua scomparsa: “Gero è riuscito a dare a un pupazzo, che nasceva arrogante, grazia e poesia”. Nato a Torino il 24 agosto 1942, Caldarelli, aveva frequentato la scuola di mimo del Piccolo Teatro. Dopo numerose parti sia in teatro che in TV, nel 1974 fondò, insieme a Maurizio Nichetti, la compagnia e scuola di mimo Quelli di Grock. Nel 1979 prese parte al film Ratataplan.

Collaborò con Antonio Ricci già in Drive In, nei panni di Gawronski e Pendulus, e nel 1990 venne scelto per interpretare il Gabibbo, il Pupazzo di Striscia la notizia che da allora ha sempre animato. 
Nel 2003 uscì il suo libro Una vita da ripieno - Cronache dall’interno del Gabibbo (Rizzoli) e nel maggio scorso ha pubblicato una raccolta di fiabe intitolata Belandi, che storie! Tre mega avventure nel mondo dei besughi (Mondadori). Gero era inoltre autore di quadri in gommapiuma e smalti ad acqua.

Scomparso per un male incurabile, ultimamente Gero si era parzialmente alternato con il suo allievo Rocco Gaudimonte.