martedì 12 dicembre 2017

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Raddoppia il supplemento per l’acquisto di farmaci di notte

lastampa.it
Pubblicato il 11/12/2017
Ultima modifica il 11/12/2017 alle ore 17:31

Federfarma: «Adeguamento necessario per materie prime e delicato lavoro del farmacista». Il Codacons: «Ignobile speculazione sullo stato di necessità dei cittadini»



Raddoppiano le tariffe per l’acquisto dei farmaci nelle farmacie in orario notturno: il supplemento passa da 3,87 euro a 7,50. La novità è prevista dal decreto ministeriale del 22 settembre, pubblicato in gazzetta ed in vigore dal 9 novembre, come rileva Federfarma. Il sistema di tariffe non era stato adeguato da 25 anni. Il supplemento è di 10 euro per le farmacie rurali sussidiate (in comuni con meno di 3mila abitanti). 

Per le farmacie urbane e rurali non sussidiate (nei comuni con meno di 5mila abitanti), per le «dispensazioni di medicinali durante il servizio di turno notturno a battenti chiusi o a chiamata - informa Federfarma - è prevista l’applicazione di un diritto addizionale pari a euro 7,50».

Durante il turno notturno a battenti chiusi, precisa Federfarma, «il suddetto importo addizionale non è dovuto dal cittadino ed è a carico del Servizio sanitario nazionale Ssn per le prescrizioni in regime di Ssn rilasciate dalla guardia medica o per le ricette Ssn sulle quali il medico abbia precisato il carattere di urgenza». Il decreto che modifica la Tariffa nazionale regola anche la remunerazione delle preparazioni galeniche, cioè dei medicinali che il farmacista prepara direttamente per particolari esigenze del paziente su prescrizione del medico.

Rimasta immutata per circa venticinque anni, rileva Federfarma, la Tariffa sulle preparazioni galeniche «era ormai insufficiente a remunerare l’atto professionale del farmacista. Il nuovo testo, frutto di un Tavolo di lavoro presso il Ministero della Salute al quale hanno partecipato oltre a FOFI e FederFarma, ASSOFARM, Farmacie Unite, Utifar, Sifap e Asfi, è importante non solo perché adegua il prezzo delle materie prime a quello di mercato, ma perché riconosce economicamente il valore, la complessità e la delicatezza di questo atto professionale specifico del farmacista». 

INDIGNATO IL CODACONS
Una «ignobile speculazione sullo stato di necessità dei cittadini». Così il Codacons boccia il raddoppio delle tariffe. «Chi acquista farmaci in orari notturni non lo fa per divertimento, ma perché si trova in un evidente stato di necessità e non può essere punito per questo - rileva il presidente Carlo Rienzi in una nota -. Introdurre incrementi tariffari a danno di chi utilizza le farmacie di notte equivale a danneggiare chi, per motivi di urgenza o a causa di situazioni di particolare bisogno, è costretto ad uscire di casa di notte per acquistare medicinali. A costoro non dovrebbe essere chiesto nemmeno 1 euro di sovrapprezzo, considerato che le farmacie svolgono un servizio obbligatorio e dovuto».

«I farmacisti farebbero bene ad affrontare la questione in modo diverso - dichiara ancora il Codacons -: ad esempio potrebbero limitare alle sole ore diurne i tanti sconti e le promozioni che praticano quotidianamente sui prezzi dei farmaci e sui prodotti in vendita - sconti giusti e opportuni ma che dimostrano il margine di guadagno per le farmacie - e applicare il prezzo pieno di notte, in modo così da ricevere un compenso per il servizio svolto, attraverso la corresponsione di un prezzo pieno da parte dei consumatori», conclude il Codacons

L’altra Marcinelle: i boscaioli morti da emigrati in Corsica tornano a casa

corriere.it
di Paolo Di Stefano

Morirono da emigranti 90 anni fa in Corsica. Sono tornati a Piandelagotti di Frassinoro, in provincia di Modena, dentro dodici urne bronzee di 70 centimetri per 30



Sabato, a Piandelagotti di Frassinoro, a 1.500 metri, in provincia di Modena, è stata una giornata particolare, di quelle che non si dimenticano per generazioni. I dodici boscaioli sono tornati al paese dopo oltre novant’anni: sono tornati dentro dodici urne bronzee di 70 centimetri per 30, sono tornati come chiedevano i vecchi del paese. Sono rientrati al loro paese con la neve e il vento con cui se n’erano andati, nella notte tra il 7 e l’8 febbraio 1927, sepolti sotto due larici precipitati nella bufera.
Accadde in Corsica, a Palnèca, nella Foresta Verde, ma a differenza di altre tragedie dell’emigrazione italiana questa è rimasta sepolta per quasi un secolo sotto una coltre di oblio. Il sindaco Elio Pierazzi, oltre a preoccuparsi della sua micro comunità di vivi, in questi anni ha combattuto una battaglia anche per quei morti remoti: che tornassero in patria. E il ristoratore del paese, Ferdinando Lunardi, che ricorda ancora le madri e le vedove vestite a lutto, parla di un evento storico voluto con tenacia per quasi un secolo.
La sepoltura
Sepoltura non sarà una bella parola, ma è la parola chiave. Sin dall’inizio del ‘900, i giovani montanari della Valle del Dolo e del Dragone, prima di Natale partivano per raggiungere come «segantini», ovvero boscaioli, l’Elba, la Sardegna e la Corsica. Lo raccontò monsignor Adolfo Lunardi, il sacerdote di Frassinoro, in un opuscolo pubblicato subito dopo la tragedia: era un caposquadra esperto di foreste e di uomini a procurare il lavoro, prendeva contatto con le aziende, stabiliva i termini dei contratti. Salutati i parenti, i lavoratori partivano in fila indiana dal paese con i loro fagotti e gli strumenti del mestiere, la scure detta boschèra, le asce e le accette utili per la sramatura, la sega e il segone, la corda.
Partirono in 19
L’11 dicembre 1926 partono in 19: «Si vedono salire taciturni a capo chino l’erta appenninica del Passo delle Radici...». Dalla Garfagnana arrivano a Livorno, si imbarcano per Bastia, raggiungono Col de Vert, dove sono stati ingaggiati dalla ditta Tollinchi di Ajaccio per tagliare e segare larici e pini marittimi. Lì, nella foresta, sei chilometri sopra il centro abitato, i boscaioli guidati da Lamberti Francesco costruiranno una baracca con le cuccette imbottite di erbe palustri e frasche, mangeranno polenta di frumentone o di castagne, e un poco di formaggio. È freddo, il lavoro durissimo nel gelo e nella neve eccessiva convince uno dei segantini a tornare a casa: rimangono in 18 e l’attività di taglio è quasi conclusa a fine gennaio, quando il caposquadra scende a valle per chiedere il trasferimento in una zona meno pericolosa.

Intanto, a Col de Vert, nella notte tra lunedì 7 e martedì 8 febbraio si scatena una tormenta e tra lampi e tuoni, verso le tre e mezza, due enormi larici cedono sotto la neve e si rovesciano sulla baracca. L’onda d’urto lancia una branda con sopra Stefani Giuseppe a 30 metri di distanza, salvandolo: richiamato dalle urla dei compagni, brancolando riesce a raggiungere la baracca sepolta. Il primo a essere tratto fuori dalla capanna è Vignaroli Domenico, il secondo è Fontana Giuseppe, ferito alle braccia e alle gambe, il terzo è Lamberti Giuseppe, grondante sangue dalla fronte e con una clavicola spezzata.
L’allarme dei sopravvissuti
I sopravvissuti cercano aiuto nelle case più vicine e dopo ore di cammino riescono a dare l’allarme. Quasi trecento uomini salgono, ma la baracca sembra sparita: viene ritrovato Trogi Rocco, di 22 anni, congelato ma vivo, per 56 ore ha pensato che i compagni fossero scappati, mentre erano tutti cadaveri a pochi metri da lui. Erano in gran parte ragazzi, fratelli, cugini e cognati, tra i 16 e i 27 anni, gli altri ne avevano 36, 48 e 65: famiglie intere decimate, sette Lamberti e tre Fontana. Domenica 13 a Cozzano si tennero i funerali alla presenza del prefetto di Ajaccio.

Non c’erano né il console di Ajaccio né quello di Bastia, anticipando il silenzio tombale che doveva seppellire quella storia italiana poco onorevole per l’Italia fascista. I corpi sarebbero rimasti in Corsica e i parenti, al paese, vennero a sapere della tragedia dal Corriere, che il 12 diede una prima notizia. La battaglia per riportare in patria le salme si è conclusa sabato, con una cerimonia nella parrocchia della Natività di Maria Vergine, a Piandelagotti: il parroco don Luca Pazzaglia, il sindaco Pierazzi, il senatore Stefano Vaccari assessore della Provincia. E i duecento abitanti della frazione, tra cui i pochi parenti lontani dei boscaioli ed emigranti morti 90 anni fa.

Professore di Treviso lascia la casa ai rifugiati: andrà a vivere con il prete

ilgiornale.it
Marianna Di Piazza

"Sarebbe bellissimo se riuscissero a ricongiungersi con i loro famigliari. Così la mia casa potrà diventare una casa africana"



Nell'estate di due anni fa ha accolto nella sua casa sei rifugiati africani.

Ora ha deciso di lasciare a loro tutta l'abitazione per trasferirsi con moglie e quattro figli nella canonica locale. Il professore Antonio Calò, residente a Camalò di Povegliano nel Trevigiano, traslocherà durante il periodo del Natale e andrà ad abitare assieme al parroco di Santa Maria del Sile, don Giovanni Kirschner. Il professore e la sua famiglia lasceranno la casa affinché diventi un centro d'accoglienza per immigrati, disoccupati e disagiati. "Sarebbe bellissimo se riuscissero a ricongiungersi con i loro famigliari. Così la mia casa potrà diventare una casa africana" ha commentato il professore al Gazzettino.

La decisione del professore, appoggiata dal vescovo Gianfranco Agostino Gardin, è stata presa anche per affiancare l'anziano parroco don Kirschner. "Ci sono delle fragilità e delle fatiche nella condizione di prete, un tempo compensate dal contesto familiare in cui vivevano i sacerdoti", ha affermato il prete. "Rimarremo una famiglia, diciamo indipendente. Ma è bello, e in questo voglio far percepire tutta la mia gioia di fronte a quest'avventura, unire due luoghi d'incontro, la canonica e la famiglia, entità votate all' accoglienza", ha concluso Calò.

Disse “violentare le donne è un dovere nazionale”, condannato avvocato egiziano

lastampa.it

Nabih El Wahsh aveva fatto l’assurda dichiarazione in diretta tv. L’uomo si è reso irreperibile


Nabih El Wahsh

È stato condannato in contumacia a tre anni di reclusione l’avvocato conservatore egiziano Nabih El Wahsh che aveva dichiarato in televisione «un dovere nazionale» violentare le donne che indossano pantaloni provocanti. La sentenza è stata emessa da un tribunale del Cairo per gli affari urgenti che ha anche condannato il legale ad un’ammenda di 20mila lire egiziane (poco più di mille euro).

La dichiarazione di El Wahsh in tv lo scorso ottobre sollevò immediate proteste delle associazioni di donne non solo egiziane, collegandosi alla mobilitazione generale contro le molestie sessuali. Sulla vicenda, molto rilievo ha avuto, tra altre, la dichiarazione dell’attrice tunisina Hend Sabry, secondo la quale «il fenomeno della molestia è diffuso nelle istituzioni artistiche arabe e nelle attività delle organizzazioni di difesa dei diritti umani, senza che questo “spettini i capelli” sulla testa dei responsabili arabi».

«Eccetto poche modifiche in alcune leggi sullo stato civile, le istituzioni politiche, sociali e giuridiche che operano per l’abolizione del sessismo - sottolinea in proposito il quotidiano Al Quds Al Arabi - in realtà ancora lo mantengono». 

Russia, cancellati i treni della morte

ilgiornale.it
Franco Iacch

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La Russia ha ufficialmente sospeso a tempo indeterminato il programma dei i treni strategici Barguzin. E’ quanto riportano i principali media del Paese. “Il programma Barguzin è considerato chiuso almeno per il prossimo futuro. Qualora vi fosse l’esigenza, il treno potrebbe essere messo in produzione in brevissimo tempo”.

Il concetto del Nuke Train è una proiezione speculare terrestre del servizio deterrente balistico svolto dai sottomarini: i treni sono molto meno costosi. Dato che è impossibile determinare con precisione il luogo da dove potrebbero lanciare i missili, i convogli camuffati sono soprannominati treni della morte o treni fantasma. Negli ultimi venti anni i cinesi hanno sviluppato un vasto sistema ferroviario sotterraneo da dove spostare i propri treni armati con missili balistici intercontinentali DF-41. In sviluppo dal 1982, il sistema su rotaie cinese si basa sulla tecnologia del precedente rail-mobile sovietico chiamato Combat Railway Missile Complex.

Durante la Guerra Fredda Mosca aveva in servizio dodici Molodets chiamati Combat Railway Missile Complex, equipaggiati con tre lanciamissili balistici RS-22. Nel 1969 l’Unione Sovietica, in risposta alla potenza nucleare dei sottomarini USA, schierò sull’intero territorio treni atomici perfettamente camuffati e che, di fatto, annullarono la rilevazione satellitare militare americana. I Molodets sono stati radiati dal servizio nel 1993. Dei 12 treni missilistici di epoca sovietica, dieci sono stati distrutti e due sono stati ceduti ad un museo.Nel settembre del 2015 il Cremlino diede il via alla produzione dei nuovi treni della morte. Tatticamente un treno nucleare ha senso perché impossibile da rilevare e quindi da neutralizzare.

Utilizzano le stesse automotrici del trasporto civile ed i convogli sono identici a quelli refrigerati in servizio. I nuovi Barguzin avrebbero avuto una potenza devastante. Ogni treno avrebbe ricevuto sei missili RS-24, ognuno in grado di trasportare quattro testate Mirv (verosimilmente Marv dal sesto treno in poi). Ogni convoglio avrebbe quindi lanciato fino a 24 testate termonucleari a rientro multiplo indipendente. Ciò significa che un solo treno avrebbe potuto bersagliare fino a 24 città. A differenza dei precedenti treni, i nuovi Barguzin sarebbero stati in grado di lanciare da qualsiasi punto della sterminata ferrovia russa.

L’RS-24 Yars (nome in codice Nato SS-29) è un missile balistico intercontinentale di quinta generazione. È una versione aggiornata del missile balistico Topol-M ed è stato testato ed ufficialmente presentato nel 2007, in risposta all’installazione dello scudo missilistico della Nato in Polonia. L’RS-24 è in grado di colpire bersagli ad una distanza massima di dodici mila chilometri con un errore di 50 metri. E’ uno degli Icbm più veloci del mondo, con un’accelerazione finale di oltre 20 mach.

La prima divisione Barguzin era già in produzione

Progettati per resistere all’onda d’urto di una testata nucleare, avrebbero dovuto percorrere fino a mille chilometri al giorno alla velocità di 100 chilometri con un’autonomia di un mese. Incerto il destino dei cinque nuovi convogli messi in produzione dal Cremlino che ha garantito fondi per mantenere l’intero supporto logistico operativo. Funzionanti tutte le infrastrutture necessarie, comprese le profonde gallerie dove i treni non possono essere rilevati da qualsiasi forma di ricognizione o distrutti da un attacco nucleare. Ogni divisione su rotaia prevista era formata da cinque treni, ognuno dei quali considerato alla stregua di un reggimento. La stima iniziale prevedeva l’entrata in servizio dei Barguzin entro il 2019, ma è stata inizialmente posticipata di un anno e successivamente cancellata a fronte della situazione finanziaria del paese. Ogni treno nucleare sarebbe rimasto in servizio per venti anni su pattugliamenti di trenta giorni.

La Corea del Nord starebbe realizzando dei sistemi lanciamissili mobili a lunga gittata su rotaia. Il programma, supervisionato dalla Commissione Economica del Nord, rifletterebbe la volontà del leader nordcoreano Kim Jong un che nel marzo dello scorso anno ha evidenziato la necessità di diversificare le capacità di attacco nucleare del paese contro il nemico. Secondo le testimonianze raccolte da Radio Free Asia, il governo avrebbe realizzato sei lanciatori su rotaia. Sebbene il sistema ferroviario del paese sia fatiscente, sarebbero comunque efficaci sotto l’aspetto strategico. La propulsione diesel garantirebbe di operare anche sulle linee non elettrificate ed apparentemente dismesse.

Da dove prende i soldi per fare politica il M5S

espresso.repubblica.it
di Susanna Turco

Formalmente il Movimento 5 Stelle rinuncia ai contributi di Stato, come nel caso dei 42 milioni dei rimborsi pubblici. Ma ha creato un sistema di introiti pulviscolari pieni di anonimi, sigle, voci opache e fittizie spesso difficili da ricostruire

Da dove prende i soldi per fare politica il M5S

L’altra volta, aprile 2013, Beppe Grillo se la cavò con un post: abbiamo raccolto 774 mila euro, ne abbiamo spesi 348 mila, il restante andrà ai terremotati dell’Emilia, saluti e ringraziamenti. A occhio, nella prossima campagna elettorale, sventolare il vessillo della casa di vetro non sarà altrettanto semplice. Troppe cose sono cambiate: l’M5S non è più un movimento di sconosciuti, ciascun ex pulcino vorrà coltivare il proprio orto per essere rieletto. Serviranno più soldi, ci saranno più rivoli, e il meccanismo di auto-finanziamento che nel frattempo è stato costruito si rivelerà per quel che è: un impasto colloso.

Trasparente nei dettagli, opaco nel suo complesso. Tutto sommato e per paradosso, M5S è all’avanguardia su questo: gestione dei soldi e manipolazione del consenso sui social.
Due fronti che i Cinque stelle sono arrivati a maneggiare prima e meglio di altri, dando ad entrambi lo stesso indecifrabile marchio di vischiosa sineddoche: te ne mostro una parte, e la spaccio per il tutto. Onestà! Per quel che riguarda il denaro, in effetti, i Cinque stelle hanno anticipato i tempi, rinunciando al finanziamento pubblico prima che venisse abolito, cioè a “42 milioni di euro” come amano ripetere ovunque. Non accedono al meccanismo che l’ha sostituito, il due per mille. Ufficialmente, tutt’oggi dicono di non volere soldi pubblici.

Eppure ormai non è più così. Rinunciare a quegli introiti ha portato ad attivare altri meccanismi. Non è politica a costo zero. I soldi servono, anche al M5S. Ma da dove vengono, dove vanno, come sono conteggiati? Si può rispondere solo a una parte di queste domande. Le entrate sono svariate, a partire dalle sottoscrizioni per singoli eventi, ma per grandi linee: ci sono quelli raccolti dall’Associazione Rousseau; i contributi ai gruppi di Camera e Senato; gli stipendi dei parlamentari; le sottoscrizioni per singoli eventi, come la kermesse annuale; e quelli - ma quest’ultimo è più un postulato che un numero - che provengono dall’intreccio blog-rete-Casaleggio Associati, e che danno luogo a una domanda tanto frequente quanto inevasa: gli introiti per la pubblicità per i link che rimandano al sito beppegrillo.it che fine fanno?

Lo chiese pure l’amata Milena Gabanelli, nel lontano 2013, ottenendo come risposta un laconico e offeso “non vanno a finanziare M5S”. Nel complesso, chi se ne intende per aver frequentato a lungo il Movimento, parla di “polverizzazione” delle entrate. Come a dire che i soldi sono diventati una polvere di stelle, frazionata, inintercettabile. Un esempio, locale ma emblematico. Per la corsa al Campidoglio, Virginia Raggi nel 2016 ha raccolto circa 225 mila euro. Ma ne ha dichiarato la provenienza solo per un terzo, 70 mila euro , trincerandosi per il resto dietro la privacy che copre i contributi di privati sotto i 5 mila euro. Cioè non si potrà mai dire chi l’ha finanziata. La tendenza Raggi fa scuola. L’Associazione Rousseau, il sistema di interfaccia tra eletti e militanti di cui Davide Casaleggio è presidente e amministratore unico dichiara circa 485 mila euro di fund raising, e pubblica anche la lista dei circa 16 mila donatori.

Ma sono anonimi: a sfogliarla, ci si trova davanti a ben 373 surreali pagine di iniziali. Si parte da “A. A.” e si arriva a “Z.W.” . Non propriamente un inno alla trasparenza. Dal rendiconto 2016 sempre Rousseau (+ 76 mila euro) vien fuori che 30 mila euro provengono da “soggetti esteri”: 8.500 li ha messi Filippo Pittarello, responsabile comunicazione M5S al Parlamento europeo ed ex dipendente della Casaleggio Associati; gli altri 22 mila risultano come “contributi ricevuti dall’estero da altre persone fisiche”, senza ulteriori precisazioni. Si obietterà che sono 22 mila euro, mica miliardi: ecco, proprio in casi come questi, che sono svariati, sta la “polverizzazione” opaca. Anche nella campagna 2013, del resto, Grillo finì per dichiarare soltanto alcune spese, e per di più in modo generico (esempio: 140 mila euro per consulenze legale/tributaria, senza chiarire a chi erano andati i soldi).

Fornì, soprattutto, un rendiconto parziale che, come ha sottolineato all’epoca l’associazione Casa della Legalità di Genova, non tenendo conto di entrate e uscite al livello locale per sostenere le 87 tappe dello Tsunami Tour: l’affitto e il montaggio dei palchi, l’elettricità, la Siae eccetera. Il tutto moltiplicato per quasi cento incontri. Non pochi soldi. Nel resoconto sul blog, fu specificato solo il costo del palco montato a Piazza San Giovanni a Roma: 50 mila euro. Per il resto, Grillo ringraziò chi aveva fornito gratis l’attrezzatura: ma non sempre era stata gratis. E anzi più di un neo-eletto rimase sbigottito nello scoprire - solo allora - che non avrebbe riavuto indietro i soldi prestati per mettere in piedi questa o quella serata. Del resto, neanche le attrezzature acquistate per gli streaming sono entrate poi a disposizione degli eletti per svolgere la comunicazione a Palazzo.

Agli atti rimase invece quella cifra, 348 mila euro dei quali anche Gianroberto Casaleggio poté vantarsi nel suo intervento a Cernobbio nel 2013. Quando portò M5S ad esempio dimostrando che nel rapporto tra soldi raccolti e voti presi era stato virtuosissimo: “4 centesimi a voto” contro i “4,87 euro” di un partito tradizionale. Per concludere: «I partiti hanno ricevuto più di 100 volte la spesa sostenuta dal M5S Stelle per partecipare alle elezioni». La cifra di riferimento era però quella dimagrita, non quella totale. La versione ufficiale non arrivava a misurare la realtà che ne è rimasta fuori. Nello stesso modo, sul sito www.tirendiconto.it campeggia il counter con i versamenti fatti dai 123 parlamentari M5S in favore dei fondi per il microcredito: «Ad oggi abbiamo restituito 24.014.613,22 euro».

Quel che non c’è scritto è però che vengono ormai disattese almeno due regole volute da Grillo e Casaleggio: il tetto di tremila euro che ciascun parlamentare poteva tenere per sé; il divieto a finanziare attività politica nei territori. Di fatto, spendendo gli 8-10 mila euro di rimborsi cui ogni parlamentare ha diritto, c’è chi paga i propri collaboratori come Roberta Lombardi, e chi «eventi legati al territorio come Luigi Di Maio. Anzi, il candidato premier del M5S in tre anni ha totalizzato 108 mila euro di spese “territoriali”, per poi specificare trattarsi di “una dicitura fittizia”. Ed ecco il sistema colloso. Non è difficile ipotizzare che a breve tutte queste “diciture fittizie” potrebbero sostenere la campagna elettorale. Si pensa male? Il fatto è che la consuetudine col Palazzo ha portato ad aggirare i proclami sulla politica a zero euro.

Caso lampante: si è rinunciato a 42 milioni di euro, ma via gruppi parlamentari in una legislatura i Cinque stelle ne hanno incassati comunque 31 (3,8 alla Camera, 2,5 al Senato, media annua). Al gruppo M5S di Montecitorio si è registrata nel 2016 una impennata di spese per la comunicazione: + 375 per cento, per un totale di 522 mila euro (più della campagna elettorale 2013). È invece diminuita la quota dedicata alle consulenze per l’ufficio legislativo. Meno leggi, più video. Sempre a Montecitorio, vi sono fatture mensili dal totale fisso di quasi 15 mila euro, indirizzate alla comunicazione/web, ma senza che vi sia modo di sapere a chi sono destinate (per legge si può omettere).

E, dei 3,8 milioni di trasferimenti del 2016, ben 354 mila sono andati a finanziare la causa del no al referendum costituzionale, mentre 35 mila circa sono finiti come contributo alla festa annuale del Movimento. D’altronde, da dove dovrebbe prendere i soldi il Movimento? Anche la Casaleggio Associati ha problemi economici. Il che rende ancor più fitto il mistero. Per il terzo anno consecutivo, infatti, la società fondata dal guru ha chiuso i conti in rosso (-48 mila), con un bilancio che nemmeno questa volta chiarisce snodi essenziali: quanto rendano gli intrecci politico-finanziari con il partito, se tra i ricavi ci sia anche la pubblicità, e se il Movimento paghi per il supporto che riceve. Buio fitto. Come del resto nel complesso sistema di siti, banner e scatole cinesi che fa del sistema M5S-Casaleggio una cyber costellazione dagli intrecci davvero sfuggenti. Ma questa è un’altra storia.

I soldi segreti della famiglia Erdogan scoperti grazie ai MaltaFiles

espresso.repubblica.it

Il capo dell'opposizione accusa il presidente di avere una società offshore. Ma in realtà le imprese basate nei paradisi fiscali sono tre. E controllano segretamente una petroliera da 25 milioni di dollari. Una nostra inchiesta lo aveva raccontato a maggio di quest'anno

I soldi segreti della famiglia Erdogan scoperti grazie ai MaltaFiles

Scandalo offshore per Recep Tayyip Erdogan. Il maggior partito di opposizione accusa il presidente turco di aver trasferito milioni di dollari nei paradisi fiscali. La vicenda al centro delle polemiche è la stessa rivelata a maggio di quest'anno da un'inchiesta realizzata da L'Espresso insieme al consorzio di giornalismo investigativo Eic. Qualche giorno fa Kemal Kilicdaroglu, leader del partito Chp, ha dichiarato che la fami

glia Erdogan ha trasferito soldi all'estero. L'accusa ha scatenato la reazione piccata del presidente: se Kilicdaroglu può dimostrare quello che dice, è stata la risposta iniziale, «io garantisco che non farò il presidente per un minuto di più». Il capo dell'opposizione non se lo è fatto ripetere due volte e durante un discorso al Parlamento, ha mostrato a tutti i documenti su cui basa le sue accuse.Certificati societari che dimostrano come alcuni membri della famiglia Erdogan abbiano trasferito, tra la fine del 2011 e l'inizio del 2012, almeno 15 milioni di dollari sui conti di una società chiamata Bellway Limited e basata sull'Isola di Man, paradiso fiscale che fa capo alla Gran Bretagna.

Secondo Kilicdaroglu, i parenti più noti di Erdogan coinvolti nel trasferimento di denaro offshore sono il fratello Mustafa, il figlio maggiore Ahment Burak e il genero Ziya Ilgen. «Io l'ho provato: se sei un uomo d'onore, fai ciò che è necessario», ha dichiarato Kilicdaroglu invitando Erdogan a dimettersi. Il presidente ha però respinto nuovamente le accuse, definendo il Chp «il principale partito traditore del Paese». La provenienza e l'autenticità dei documenti mostrati da Kilicdaroglu davanti ai parlamentari turchi non è nota.

Il leader del Chp ha detto che prima di condividerli con la stampa vuole aspettare una risposta da parte dell'Akp, il partito guidato da Erdogan. Di certo la Bellway Limited non è l'unica società straniera che fa riferimento alla famiglia del presidente turco. Esistono infatti almeno altre due società basate in paradisi fiscali, una di queste basate a Malta. Una rete offshore che ha permesso agli Erdogan di diventare proprietari, senza sborsare nulla, di una petroliera del valore commerciale di 25 milioni di dollari. È quanto ha pubblicato su questo sito L'Espresso a maggio di quest'anno.

Lo scandalo dei video di YouTube allarma i pubblicitari

lastampa.it
Andrea Daniele Signorelli

Numerosi marchi internazionali hanno ritirato i loro spot dalla piattaforma; potrebbe essere l’inizio di un’inversione di tendenza?



I video di YouTube destinati ai bambini che mostrano scene di violenza e filmati morbosi (spesso oltre il limite della pedo-pornografia) non ha suscitato solo l’allarme dei genitori, ma anche quello dei pubblicitari. Negli ultimi giorni, numerosi marchi internazionali – tra cui Adidas, Lidl, Mars, Deutsche Bank e altri ancora – hanno infatti deciso di ritirare i loro annunci dalla piattaforma di videostreaming. Un danno importante per chi, come YouTube, genera introiti esclusivamente attraverso la pubblicità. Ma perché questa fuga improvvisa dal servizio di proprietà di Google? La ragione è una sola: nessun marchio vuole correre il rischio che i propri prodotti o servizi vengano accostati a video di violenza destinati ai giovanissimi o a contenuti che non dovrebbero proprio farsi largo tra i filtri di controllo di YouTube.

“Nessuna pubblicità dovrebbe apparire accanto a questi filmati e stiamo lavorando di corsa per sistemare il problema”, ha spiegato un portavoce della piattaforma. “Negli ultimi anni ci siamo impegnati per assicurarci che YouTube fosse un luogo sicuro per le aziende. Anche se abbiamo fatto importanti progressi, sappiamo che dobbiamo continuare a migliorarci”. Ma questo scandalo rischia di essere solo la punta dell’iceberg. Se n’è parlato a Milano in occasione dello IAB Forum, il convegno dedicato alla pubblicità online; durante il quale si è più volte sottolineato il dovere morale di piattaforme come Google e Facebook di impedire che contenuti di questo tipo vengano pubblicati e visti da milioni di persone. Allo stesso tempo, però, è proprio la natura di questi servizi (sui quali ogni giorno vengono pubblicati miliardi di contenuti generati dagli utenti) che rende quasi impossibile svolgere un controllo efficace.

Il recente scandalo – che ha implicazioni molto più importanti della semplice pubblicità – porterà a un’inversione di rotta da parte degli inserzionisti? Negli ultimi anni, infatti, il mercato della pubblicità online si è trasformato nel duopolio di Google e Facebook, che hanno ormai conquistato oltre il 70% del mercato e sono gli unici attori che crescono anno dopo anno. Una situazione che, nel 2017, ha avuto gravissime ripercussioni sul mondo editoriale internazionale. Eppure, i segnali per rendersi conto dei pericoli di questa tendenza c’erano già. YouTube – come si è spiegato in un panel organizzato da Teads, startup di online advertising acquistata recentemente dal Gruppo Altice per 285 milioni di euro – era infatti da tempo nel mirino delle aziende, a causa di un’offerta di spazi pubblicitari che aveva suscitato parecchie perplessità in termini di sicurezza, performance e qualità.

Da questo punto di vista, invece, sembra che le tradizionali testate editoriali non solo offrano un ambiente, per forza di cose, più controllato e di qualità rispetto a piattaforme basate sullo user generated content, ma catturino maggiormente l’attenzione degli utenti. Secondo una ricerca commissionata proprio da Teads – ripresa anche dalla testata specializzata AdWeek – le pubblicità che compaiono sulle testate tradizionali ottengono un’attenzione, e rimangono impresse nella memoria degli utenti, per una percentuale superiore del 16% rispetto a quelle presenti sui social media. La ragione sembra essere legata all’esperienza meno frenetica che i lettori hanno sui giornali online, rispetto allo scrolling senza fine che caratterizza i social network.

Mestieri da schiavi, nei campi e in auto per 4 euro l’ora

lastampa.it
Carola Frediani, Michele Sasso

Dai camerieri alle badanti, le professioni peggio retribuite. Straordinari non pagati e cottimo: cresce il lavoro low cost



Li chiamano lavori “low cost”, ma sono low cost solo per i datori di lavoro. Per migliaia di persone in tutt’Italia si tratta di mestieri faticosi e pagati male, malissimo. Una top ten di occupazioni da incubo, messa assieme da La Stampa incrociando ultimi studi ufficiali, dati sui minimi di settore, interviste con sindacati e lavoratori. Sono i «settori con retribuzione media annua più bassa» censiti a novembre dall’Inps. È la «paga minima oraria di settore in Italia», secondo le medie dei vari contratti del settore elaborate su dati Istat-Fls (per esempio, operaio manifatturiero 9,47 euro l’ora, lavoratore edile 8,55). Ne è uscita la fotografia di un mondo con poche regole e ancora meno tutele. Non esiste un salario minimo stabilito per legge, solo la contrattazione collettiva. Che però spesso viene aggirata.

E anche gli stessi contratti sono una giungla: con i braccianti agricoli la paga cambia da provincia a provincia. «Almeno il 12 % dei lavoratori sono sottopagati rispetto ai minimi orari di settore», sostiene Andrea Garnero, economista dell’Ocse. E questo stando solo nell’alveo dei contratti “regolari”. Agricoltura, ristorazione, alberghiero, attività sportive e culturali sono i settori più spremuti. Ma chi sono questi lavoratori a prezzi stracciati, nuovi schiavi del cosiddetto “turbocapitalismo”? Li trovi al ristorante come lavapiatti o in casa, come fattorini. Macinano chilometri in bici o sul furgone, spesso con contratti atipici, o con contratti regolari sulla carta ma di fatto svuotati nella pratica. Sbarcare il lunario è una impresa. Sia Marco, cameriere di catering, sia Enrico, fattorino in bici, valgono meno di 7 euro l’ora. E non c’è capacità o conoscenza che tenga. 

Anche chi fa un lavoro delicato come Dario, educatore in subappalto dai servizi sociali del Comune di Milano, non si muove dai mille euro al mese. Non solo perché la paga è bassa. Ma perché a volte è basso il numero di ore svolto. Oppure sono riconosciute meno ore di quelle effettivamente impiegate. O peggio, nel caso di Luca, postino privato in Veneto, bisogna tagliare metà dello stipendio per mettere la benzina necessaria a consegnare 15 mila buste al mese. «Non c’è solo il nero per pagare di meno – prosegue Garnero - Ci sono canali più sottili: basta non riconoscere mezz’ora di straordinario tutti i giorni». E poi ci sono tanti trucchi per aggirare controlli e contratti.

Enrico, 30 anni, è un rider milanese di Deliveroo, il servizio a domicilio di pizza e kebab recapitato esclusivamente in bici. «Ho un contratto di collaborazione da 5 mila euro all’anno. Per tutti noi vale la stessa paga: 5,60 euro l’ora più un incentivo di 1,20 per ogni consegna. Tutto lordo. Anche la promessa di aprire la partita Iva per fare più consegne è un bluff: nei momenti di calma, la mattina o il pomeriggio, non vieni pagato». Nonostante decine di chilometri macinati, Enrico per ottobre ha incassato 450 euro. E se cade, si infortuna, si ammala o rompe la bici, sono solo problemi suoi. Salta il turno e le consegne le fa un altro. Nell’era della disintermediazione spinta ognuno fa da sé e non c’è nessun legame tra chi compra online, chi vende e chi consegna mobili o vestiti.

A rimanere intatta è solo la fatica di chi carica, scarica milioni di confezioni. In Italia l’85% delle merci viaggia ancora su gomma. Il livello uno di questa filiera di ordini-deposito-consegna è il facchino. Come G., arrivato a Roma dal Corno d’Africa, che sposta colli anche fino a 12 ore al giorno nei magazzini di un discount. Un lavoro pesante, che spacca la schiena e le gambe. Sulla carta ha un contratto regolare, la paga oraria è di circa 8,50 euro, ma nel cedolino a fine mese le ore si “asciugano” da 210 a 140. Alla fine si mette in tasca circa mille euro. «Cinque anni fa si stava meglio. Ora non ti pagano più nemmeno le ferie. E se non ti sta bene, ti dicono di cercarti altro».«Il mancato pagamento delle ore fatte e il non rispetto dei minimi contrattuali sono pratiche sempre più diffuse», commenta Alberto Violante dei SiCobas. Il passo successivo è nelle mani degli stakanovisti del volante, con carico e scarico compreso nel viaggio. Feriale o festivo non conta.

Così quelli come Luis, autista peruviano trapiantato a Brescia, si sono ingegnati. «Passo più tempo in cabina che a casa e quando tra la fine del turno e l’inizio del successivo sono troppo lontano o stanco dormo in cabina». In genere questi ritmi li tengono solo i camionisti dei Tir che però devono sottostare a periodi di break obbligatori. Invece per i cosiddetti “padroncini” quelle regole non valgono: lavorano in conto terzi e devono correre il più possibile. L’economia che rallenta li costringe ad accelerare: più consegne, più ore al volante, più pericoli. «Non esiste lo straordinario e ogni mese arrivo a 1.400 euro. Ma quanta fatica: se voglio vedere la mia fidanzata la devo portare in cabina con me». Anche per Luca l’ufficio è la strada. È un postino dei tempi moderni: inizia alle 6 del mattino, ha una pausa di 30 minuti e finisce alle 8, dal lunedì al venerdì. Il sabato fino alle tre. Fanno sessantadue ore a settimana.

Quasi il doppio del postino di Stato, mentre lui è in subappalto in Veneto per un operatore privato che distribuisce corrispondenza sotto i 20 grammi di peso grazie alla liberalizzazione. Un mercato di circa 2000 titolari di licenza dentro i quali si nascondono miriadi di società che fanno contratti “fantasiosi”, come racconta Luca: «Nella busta paga risulta che mi pagano a ore, però in realtà è cottimo: per ogni busta prendo da 5 a 8 centesimi». La differenza la fa la densità abitativa della zona assegnata. Così se incassa 1.100 euro, deve sottrarre le spese di benzina, caselli e costi della propria auto. 

Dopo quasi 15mila buste infilate in 15 mila cassette non arriva a 600 euro al mese. Marco è uno studente di 22 anni che ogni tanto fa il cameriere. «Un catering “estremo” il mio: mi trovo con gli altri, partiamo in macchina e non sappiamo dove ci manderanno. Tutto il tempo del viaggio è gratis. E capita in un week-end di macinare centinaia di chilometri: da Milano a Modena la mattina, Lodi la sera e il giorno dopo sul lago di Como». Tutto per 6 euro l’ora con contratto in ritenuta d’acconto. E alla prima busta paga gli vengono trattenuti anche 20 euro per la cravatta nera obbligatoria. Per i periodi di massimo sforzo, settembre e dicembre, quando tutti vogliono sposarsi o organizzare una cena aziendale, a Marco arrivano fino a 70 “chiamate” in 30 giorni.



Un tour de force di andata-montaggio-evento-smontaggio-ritorno ripetuto a ritmi forsennati ogni 10 ore. Spesso non ha neppure il tempo di fare la barba e viene multato con una decurtazione di 10 euro.Illegale, ma accettata da tutti come un segno di nonnismo. «Dalla stanchezza mi è capitato di addormentarmi in bagno. Fuori mi aspettava il maître di sala che cronometrava la mia assenza dai tavoli». L’agricoltura resta il settore dove i lavoratori sono più torchiati. E non solo i braccianti immigrati, vittime di caporalato. Anche operaie agricole come Francesca, 50 anni, che si alza all’alba per raccogliere ciliegie o uva tutto il giorno in Puglia. Sulla busta paga dovrebbe avere 52 euro a giornata, per 6 ore lavorative, ma di fatto ne riceve 28, se va bene 30, meno di 5 euro l’ora.

Alla fine raccoglie mille euro. «Siamo tante donne in questo settore, e se ne approfittano, sanno che non abbiamo scelta». «Il minimo contrattuale per sei ore e trenta al giorno dovrebbe partire dai 40-42 lordi», commenta Giovanni Mininni, segretario nazionale Flai-Cgil. «Ma viene aggirato, non solo al Sud». Al di fuori di aziende medio-grandi, anche i piccoli imprenditori si ritrovano a tirare la cinghia, schiacciati da un mercato al ribasso. «Per alcune varietà di riso nell’ultimo anno abbiamo visto una riduzione dei prezzi del 50 per cento», commenta Emilio Cardazzi, produttore milanese con due dipendenti fissi e due stagionali. «La concorrenza di riso asiatico, che non paga dazi e può usare prodotti chimici che qui sono stati vietati, sta diventando molto pesante».

Elena invece è una addetta alle pulizie nel Lazio. Ha un contratto che molti le invidierebbero: dipendente a tempo indeterminato, settore appalti pubblici per le caserme. Ha una paga oraria di 7,58 euro: «Non così male», commenta. Eppure a casa a fine mese porta solo 300 euro. Come è possibile?Il problema è il monte ore. Solo 10 alla settimana, divise su tre giorni. «Prima ne facevo almeno 20, poi negli ultimi anni abbiamo subito un drastico taglio». L’orario di lavoro “liquido” è un problema anche per Dario, educatore in una cooperativa che si aggiudica i bandi del Comune di Milano. Passa quasi più tempo in metro e bus che negli interventi veri e propri: disagio giovanile e progetti legati al bullismo. Tutti gli spostamenti non sono retribuiti ma è facile arrivare a 50 ore a settimana (partendo da un contratto da 20) a 8 euro l’ora. Per tenersi aggiornato insegna all’università. Lo stipendio non si schioda: mille euro tondi.

«Spesso esco di casa la mattina presto, torno la sera tardi. Mangio dove capita per arrivare in tempo dagli utenti che seguo. Pur vivendo insieme, incrocio la mia ragazza solo nel week-end: spesso quando torno lei già dorme. A me fare l’educatore piace, non lo cambierei». Il salario è un’equazione al contrario: più importante il ruolo meno si incassa. Racconta Olga, badante romana: «Mi è capitato di sentirmi dire fai compagnia a mia nonna, vai e ti corichi. Sono 500 euro al mese». Peccato che il contratto preveda un minimo mensile di 966 euro a 6,70 l’ora. In questo mondo, dove la maggior parte sono donne dell’Est Europa che lasciano le famiglie per accudire anziani, si leggono anche offerte indecenti: «Cerco badante, dovrà cucinare a pranzo, fare compagnia e la ragazza dovrà essere “predisposta”. Ha 81 anni ma è molto “attivo”. Pochi perbenismi e moralismi». 

Alberi e presepi, battaglia per il Natale

ilgiornale.it
Andrea Cuomo

Dal Piemonte alla Campania, ecco chi promuove le tradizioni. E chi invece le censura



Una battaglia di civiltà, la nostra civiltà, può partire anche da un pugno di statuine sbeccate e da un fondale storto. Può partire anche da un presepe fatto nel freddo corridoio di una scuola, ma che scalda i cuori anche di chi cattolico non è, oppure lo è stato ma non lo è più.Ma la verità è che ogni cultura è fatta di un armamentario di simboli che magari si possono anche ritenere kitsch o stantii ma che vanno difesi. E invece ogni anno riecco il dibattito sul Natale negato, sulle tradizioni sbianchettate in nome di un multiculturalismo che anche agli occhi di chi lo accetta o lo trova inevitabile non può legittimare la cancellazione del nostro passato.

Secondo il politicamente corretto imposto per decreto, per ordinanza o per circolare, intonare a scuola una canzoncina dedicata a Gesù offenderebbe i piccoli musulmani. Ma le stesse persone che vivono questa sudditanza certamente non si scandalizzerebbero se il loro figlio dovesse studiare il Corano in una scuola di Baghdad. Ieri vi abbiamo raccontato il caso di Bari, dove la curia è stata costretta ad anticipare la messa di Natale per evitare problemi con gli immigrati che hanno «sequestrato» un quartiere. Oggi ecco altre storie da ogni angolo d'Italia che raccontano la guerra del Natale da un fronte e dall'altro.

Orbassano (TO) - Fondi per una natività in ogni scuola

Un presepe in ogni scuola «per difendere il diritto di professare liberamente la propria fede cristiana e i suoi valori». Lo chiede una mozione approvata durante l'ultimo consiglio comunale di Orbassano, comune alle porte di Torino. La maggioranza di centrodestra, guidata dal sindaco Eugenio Gambetta, nel documento invitano i dirigenti scolastici a moltiplicare i simboli della cristianità in occasione delle feste coinvolgendo il corpo docente, gli studenti e le famiglie, con l'obiettivo di far riflettere tutti sul fatto che «ogni politica dell'accoglienza non può essere fondata sulla rinuncia ai propri simboli».

La mozione è stata contestata dalle opposizioni, che hanno cercato di fare approvare alcuni emendamenti volti a sottolineare che l'articolo 3 della Costituzione sancisce «il diritto fondamentale all'uguaglianza». Le scuole non sembrano però aver tenuto conto della mozione: chi negli anni scorsi faceva il presepe continuerà a farlo e chi non lo faceva non sembra intenzionato a cambiare idea.

Roma - La materna dà un taglio ai lavoretti
È rivolta alla scuola materna comunale Francesco Crispi, nel municipio XII di Roma (zona Monteverde), dove per il secondo anno consecutivo nonv erranno allestiti né albero di Natale né presepe e non si svolgerà nessun laboratorio né si preparerà alcun lavoretto in occasione delle festività. Una decisione che secondo la direzione della scuola sarebbe imposta dalla Poses (la Posizione organizzativa dei servizi educativi e scolastici) ma che va in controtendenza con quello che accade in altri istituti.

Una mamma non ci sta e scrive al consigliere del municipio Giovanni Picone (Fratelli d'Italia) che contesta formalmente una decisione che «danneggia ancora una volta i bambini vittime della guerra ideologica di un buonismo miope che apre il varco anche al fondamentalismo». Picone scrive anche all'assessore alle Politiche educative Fabiana Tomassi, a cui aveva già scritto l'anno scorso: «A parole mi ha sostenuto ma concretamente non ha fatto nulla».

Castellammare di Stabia (NA) - Bambin Gesù? Sparisce dai canti. Alla scuola Basilio Cecchi di Castellammare di Stabia paesone in provincia di Napoli, il Natale verrà festeggiato con uno spettacolo il 16 dicembre al teatro Supercinema, realizzato nell'ambito del progetto Pastenà, che punta molto sul folclore. Sembra proprio, però, che non ci saranno canti di Natale o con chiari riferimenti al Bambino Gesù, per non urtare la sensibilità dei piccoli musulmani presenti nella scuola.

Subito è scattata la protesta, guidata da Fratelli d'ItaliaAn. Il coordinatore cittadino, Ernesto Sica, attacca la direzione scolastica e il consiglio d'istituto ed è pronto a dare battaglia nel caso la decisione diventasse nei prossimi giorni ufficiale. «Inutile dire - spiega Sica - che negare canzoni e poesie tradizionali, oltre che minare le radici cristiane di tutti noi, distruggerebbe anche lo spirito natalizio napoletano legano indissolubilmente al presepe e a tutto quello che gli gira intorno. Ormai siamo diventati ospiti a casa nostra, svendendo la nostra identità per un malato e insensato buonismo.

Como - In classe la recita è "non religiosa"

L'allarme lo ha lanciato Alberto Bianchi, nonno di un'alunna della scuola primaria Vacchi di via Montelungo a Como, che l'anno scorso rimase molto male scoprendo che all'interno della recita natalizia del 2016 della nipote e dei suoi compagni erano stati espunti tutti i riferimenti espliciti alle radici cristiane. «Spiace - si duole l'uomo in una lettera pubblicata dal quotidiano La Provincia - vedere messe in soffitta le nostre tradizioni per paura di offendere o emarginare chi non la pensa come noi. Facendo così, miniamo le fondamenta della nostra civiltà».

La scuola, sempre tramite il quotidiano, ha risposto sottolineando che, durante le feste, non c'è nessun tipo di censura su messaggi cristiani o religiosi. «Fino a due anni fa l'ex custode preparava un presepe bellissimo ammirato da tutti i genitori, cattolici e non. Ora non si fa più perché lui è in pensione, ma nessun problema se si decidesse di rifarlo». Nella recita però, conferma la responsabile organizzativa e didattica carla Elia, non ci sono riferimenti religiosi al Natale, «ma è una scelta - spiega Elia - non dovuta a censura o altro». Scusi?

Varazze (SV) - L'avvento decora il municipio
C'è però anche chi nelle istituzioni crede fortemente al Natale. A Varazze, in provincia di Savona, da oggi la facciata del municipio in viale Nazioni Unite diventerà un enorme calendario dell'avvento, con le caselline che si apriranno una dopo l'altra fino al 24 dicembre, vigilia di Natale. Nato da un'idea di Ascom Confcommercio, subito condivisa dall'amministrazione comunale, il calendario sarà realizzato utilizzando la facciata della palazzina che si affaccia sul viale principale di Varazze, quello che collega il Borgo al Solaro. Il calendario dell'avvento comunale sarà composto da ventiquattro finestrelle, alcune andranno a comporre la riproduzione di un disegno natalizio, mentre altre una fotografia da un archivio storico fotografico e che verranno aperte, come vuole la tradizione a partire da oggi. Dimostrazione che non è vero che le amministrazioni devono essere sempre freddamente laiche.

Trieste - L'aula vota unanime sui simboli

È stato un voto plebiscitario (34 sì su 34) quello che ha approvato nel consiglio comunale di Trieste una mozione presentata da Everest Bertoli di Forza Italia perché nelle prossime festività natalizie in ogni istituto scolastico e in ogni edificio pubblico venga allestito un presepio. «Spesso negli anni passati - ricorda Bertoli - ci sono state forti polemiche per la scelta di alcuni dirigenti di istituti scolastici eliminare dai festeggiamenti natalizi tutti i possibili legami alla Natalità. Ritengo invece che la nostra cultura sia fondata sui valori dell'Umanesimo e della tradizione cristiana, e che il presepe rappresenti oltre che cultura e tradizione uno straordinario messaggio di pace, serenità, civile convivenza tra i popoli e speranza nel futuro in particolar modo per le giovani generazioni». «Per raggiungere l'obiettivo del rispetto, penso sia gusto conoscere gli usi e i costumi di tutti e non cancellare quelli di qualcuno», sottolinea la capogruppo Pd Fabiana Martini

Da Chinaglia alla Terza categoria: a 55 anni il calciatore dei Guinness non vuole più smettere

lastampa.it
andrea lupo

Gioca nell’Audax Orione e la sua carriera lo ha portato a essere tesserato in club di tutti e cinque i continenti


Ieri sera all’Audax Robert Carmona con la coppa e la sua squadra

A 55 anni è già entrato quattro volte nel Guinness dei primati e prova a battere il suo stesso record, dopo aver fatto meglio anche di «Sir» Stanley Matthews, la leggenda dell’Inghilterra. Robert Carmona, uruguaiano giramondo, ora è all’Audax Orione e alla sua bella età non ha mai smesso di calcare i campi di calcio. La sua carriera lo ha portato a essere tesserato in club di tutti e cinque i continenti, dall'Europa agli Stati Uniti, all’America Latina, all’Oceania e all’Asia. Ora è a Tortona dopo aver giocato nella passata stagione a Ibiza.



Da Montevideo, sua città natale, a tutti i posti del globo?
«Diciamo di sì, adesso provo anche l’esperienza della Terza categoria che mi mancava. Sono nato a Montevideo, ho sempre fatto questo nella vita e mi piace: finché sto bene, non smetto certo».

Quali sono i segreti della sua forma fisica?
«Posso svelarne solo alcuni, altri li racconterò quando non colpirò più il pallone. Niente nottate brave, alimentazione sana fatta di acqua, al massimo the, con tanta varietà di cibi. Niente alcool, allenamento costante e amore per il calcio. Il resto lo conosce Dio».

Lei ha avuto avversari mitici nelle sue avventure?
«Negli Anni Ottanta, negli Usa, affrontai da avversario Chinaglia. Dieci anni fa, in un’amichevole, dall’altra parte c'era pure Maradona».

Che ruolo ricopre in campo?
«Il 10 ovviamente, ho il piede buono. Ma corro eccome, per non avere cali allenamenti tutti i giorni, per tre ore dalle 17 alle 20».

Ha mai smesso, anche per poco tempo?
«Soltanto per infortunio. Alle gambe ho subito 5 operazioni e 7 fratture. Tutta la mia vita è il calcio».

L'«entrenador» migliore?
«Nelson Presente, quando avevo 14 anni in Uruguay. Mi insegnò valori e il gioco corretto. Poi prendo per esempio mio padre, giocatore come me, scomparso a 35 anni. Ciò che sto facendo è anche per lui».

Ha sempre giocato nei prof?
«Assolutamente sì. Sono anche presidente di una squadra di calcio e di una Fondazione in Sudamerica: si chiama “Un gol per la vita”, ci occupiamo di bambini e della loro crescita».

Il boss vede Annozero e ordina l'omicidio

Libero
Lucia Esposito


La vendetta arriva all’alba del due maggio 2008. Alle sei e mezza Umberto Bidognetti, il padre del pentito Domenico, viene ucciso nell’azienda di famiglia “Sementini”.  Due uomini gli scaricano addosso dodici colpi d’arma da fuoco più uno, l’ultimo, alla testa. «Una vendetta trasversale», dicono subito gli inquirenti anche perché Umberto era incensurato. 

Ieri il procuratore aggiunto Federico Cafiero De Raho , ha spiegato che la decisione di uccidere Umberto Bidognetti fu presa dal boss dei boss, allora latitante, Giuseppe Setola, dopo aver visto una puntata di Annozero in cui il pentito Domenico Bidognetti invitava i camorristi a pentirsi e a collaborare con la giustizia. Dalla redazione di Michele Santoro precisano che la sera del 24 aprile 2008 fu intervistata la pentita Anna Carrino, compagna  del boss Francesco Bidognetti detto Cicciotto ’è mezzanotte. Fu lei a lanciare appelli a lasciare “o sistema” e collaborare con la giustizia...




Storia dei messaggi vocali, croce e delizia di WhatsApp

lastampa.it
Diana Letizia



Alza quel pollice, ora puoi farlo. L’unica “incombenza” di chi ama mandare i messaggi vocali via WhatsApp è finita, per dare inizio alla definitiva, totale schiavitù di chi li riceve. La novità è già sui vostri smartphone, a patto che siano della Apple per ora. L’icona del microfono va spinta verso l’alto e appare un lucchetto: libera il mittente dal “peso” di dover tenere premuto il simbolo di ciò che separa l’ancora ignaro interlocutore dai più importanti o inutili, a seconda del lato dello smartphone da cui ci si trova, monologhi della vita di qualcuno. E rappresenta, allo stesso tempo, proprio la catena che indissolubilmente legherà il destinatario all’ecatombe dell’ascolto perenne senza contraddittorio.

Fa molto “radical chic” criticare quella che è oggi in realtà una vera e propria convenzione social-tecnologica applicata urbi et orbi in sostituzione dei messaggi scritti, lì dove le telefonate ormai sono praticamente quasi del tutto bandite. Del resto dall’sms in poi la comunicazione è completamente cambiata nelle relazioni interpersonali ma mai si era arrivati, come ora, alla granitica monodirezionalità del messaggio vocale. Eppure quella che è sembrata un’idea innovativa, ma che invece altro non è che la segreteria telefonica del nuovo millennio, si è trasformata nella chiave di volta di un filo diretto, anche se a senso unico e ritorno, per mantenere un contatto costante con chi si vuole.

Il mezzo, però, non è intrinsecamente responsabile dell’utilizzo che se ne fa e, mai come in questo caso, del messaggio di per sé e della durata dello stesso. Leggende si tramutano in realtà, una volta narrate in serate di confidenze come se si fosse nello studio dello psicoanalista. Storie quotidiane, condivise tra amici a cena che parlano alla “vecchia maniera”, ovvero l’uno di fronte all’altro, raccontano di “vocali” anche di oltre 30 minuti di durata . Così si scopre anche che un’importante svolta è avvenuta senza che ce ne rendessimo conto. E’ mutata la temibile “ansia della doppia spunta”.

Il segnale che mostra al mittente che un messaggio è stato letto su WhatsApp, prima dell’epoca dei vocali, era una portentosa arma di ricatto a favore del destinatario. Un grande classico delle relazioni sentimentali: quando si vuole far finta di non dare importanza a chi ha scritto, infatti, si intravede il testo dall’anteprima sullo schermo e si lascia l’altro nell’attesa spasmodica della conferma di lettura. Ed ecco la rivoluzione dei vocali, invece: ora è esattamente l’opposto. Non si ascoltano ma si visualizzano, così che si lasci credere che si è sentito il mai ultimo ma ennesimo capitolo della vita degli altri, convincendo il “vocalista fuorioso” del buon epilogo del suo sfogo.

Eppure c’è un aspetto romantico che viene quasi preservato, come se fosse un peccato potersi lasciare andare a una piccola e docile carezza dell’animo. Nel buio della notte o anche sono nella tranquillità di quei pochi minuti che un vocale ci ruba mentre la vita ci scorre addosso, risentire la voce di chi si ama, di chi fa parte della nostra esistenza, ha un prezzo impagabile. Nel silenzio finalmente di tutti i messaggi che ci sono arrivati “contro” tramite WhatsApp o anche solo vis-à-vis con chi siamo costretti a frequentare nel mondo reale, ascoltare una voce cara, magari lontana, fa bene al cuore. E immaginarla mentre anche lei corre nel mondo, con l’affanno che le passa tra le parole che ci ha detto, è un momento di calda realtà che solo quel file di pochi kilobyte riesce a restituire.

“Una leggerezza, non sono un neonazi”

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edoardo izzo

Il carabiniere che ha appeso la bandiera nella caserma di Firenze: “Hitler non c’entra”. Inchiesta della procura militare: rischia una sanzione, ma non sarà sospeso dall’Arma


Imbarazzo. Nella foto un fermo immagine del video girato da «ilsitodifirenze» nel quale s’intravede attraverso la finestra della caserma Baldissera di Firenze una bandiera del secondo Reich usata dai gruppi neonazisti per evitare di incorrere nel divieto di mostrare la svastica

«Ma quale nazista! Avvolto da quella bandiera un ufficiale della Marina prussiana, nel 1939, si suicidò in disaccordo con Hitler. E il fotomontaggio di Salvini con il mitra è tratto da un videogioco che spopola ovunque». Sfogandosi con i colleghi, cerca di ridimensionare la gravità del suo gesto il carabiniere del sesto battaglione di Firenze che ha esposto nella sua camera, nella caserma Baldissera, la bandiera di guerra del Secondo Reich e l’immagine del leader leghista Matteo Salvini che imbraccia un mitra. Oggi quella bandiera è uno dei simboli adottati dagli estremisti di destra di tutt’Europa e la ministra della Difesa Roberta Pinotti chiede al comandante generale dell’Arma, il generale Tullio Del Sette, chiarimenti rapidi e provvedimenti rigorosi.

Intanto il giovane - laziale, 23 anni, da uno arruolato - dopo l’esplosione del caso attraverso il «sitodifirenze» confida ai commilitoni che si è trattato di «una leggerezza» e prende le distanze dalle accuse di propaganda neonazista. Il materiale recuperato nella sua stanza, condivisa con altri colleghi, è stato inviato alla Procura di Firenze. E in attesa dell’esito delle indagini della giustizia ordinaria, il procuratore militare Marco De Paolis stigmatizza la vicenda «da un punto di vista culturale e disciplinare, anche se probabilmente non è stato commesso alcun reato militare». E aggiunge: «Ho dato comunque disposizioni affinché si verifichi se invece vi siano gli estremi per configurare un reato».

Sul piano disciplinare il carabiniere rischia una sanzione che va dal richiamo alla consegna con rigore, mentre al momento non si dovrebbe profilare l’ipotesi della sospensione. È probabile che la sua linea difensiva ruoti intorno alle giustificazioni fornite agli altri commilitoni. Nel senso che potrebbe fare leva sul fatto che quella non è la bandiera del Terzo Reich, ma della Marina da guerra tedesca (Reichskriegsflagge) issata per la prima volta il 1° ottobre 1867 dalla Confederazione del Nord e confermata dalla costituzione federale dell’Impero il 20 marzo 1871.

E probabilmente punterà sul suicidio dell’ufficiale della Marina Hans Wilhelm Langsdorff (le cui ultime parole tuttavia furono: «Affronterò il mio destino con ferma fede nella causa e nel futuro della nazione e del mio Führer»). In altre parole, la bandiera come vessillo contro Hitler. Ma i magistrati crederanno a questo ribaltamento della realtà? Siamo di fronte a uno dei simboli più diffusi tra i naziskin. Quanto al capitolo relativo alla Lega Nord, s’intravede il tentativo di scagionarsi tirando in ballo «Call of Salveenee», il videogioco in cui Salvini viene rappresentato come un eroe padano, che deve difendere i Marò.

Nel frattempo insorgono Anpi, Arci e Cgil Firenze: «L’esposizione della bandiera neonazista dentro la caserma Baldissera dei carabinieri di Firenze è intollerabile. Non è solo uno sfregio a uno dei simboli della sicurezza della nostra comunità: l’Arma dei Carabinieri. Ma è anche e soprattutto un colpo al cuore dei valori sui quali si fonda la Repubblica italiana». 

Il bene della vita

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Mattia Feltri

Il punto decisivo (e controverso) è che per il nostro ordinamento la vita non è un bene disponibile: è della collettività, dunque il suicidio non è ammesso. La codificata dignità umana ci consente di rifiutare le cure ma non di rifiutare una vita di irrimediabile sofferenza. Su questo ruota il processo a Marco Cappato, il leader radicale che condusse Dj Fabo alla fine in Svizzera. La pm voleva l’archiviazione ma il gup ha disposto il giudizio nel sospetto che Cappato abbia agevolato un atto violento su un bene, appunto, non disponibile. Ieri in tribunale ha testimoniato l’infermiere di Dj Fabo. «Mi ha chiesto più volte di aiutarlo a farla finita.

Piangeva e diceva: non ce la faccio più dal dolore». Ha testimoniato la fidanzata di Dj Fabo. «Era tetraplegico, era cieco. Voleva morire e io temporeggiavo, ma se gli avessi detto non ti aiuto avrebbe significato che non l’amavo». Ha testimoniato la mamma. «Mi diceva voglio morire, mamma, devi accettarlo. A volte gridava dal dolore, gli sembrava di avere il diavolo in corpo. Ho barato tante volte, poi ho ceduto. Sono andata in Svizzera con lui e Cappato. Due minuti prima che premesse il pulsante con la bocca, gli ho detto vai Fabiano, la mamma vuole che tu vada». Poi la signora è scoppiata a piangere. La pm le ha porto dei fazzoletti di carta.

La signora ha detto: «Lo sapevo che avrei pianto, fin qui ero stata forte». La pm ha detto: «Mi dispiace. Lo è stata fin troppo». Ma, precisamente, questo processo a chi deve rendere giustizia?

lunedì 11 dicembre 2017

La tuta di Steve McQueen verso un’asta da record. Supererà anche gli abiti di Lady Diana

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vittorio sabadin

In vendita da Sotheby’s a New York, il suo valore è stimato in almeno 500 mila dollari


AFP

La tuta da pilota che l’attore Steve McQueen indossava nel film “Le Mans” sarà battuta all’asta mercoledì prossimo da Sotheby’s a New York. Si prevede che sarà venduta a non meno di 500 mila dollari e diventerà così il capo di abbigliamento più costoso mai messo all’asta. Persino i leggendari abiti di Lady Diana, il Travolta dress che indossò per ballare con l’attore alla Casa Bianca e il Revenge dress che portò per vendicarsi di Carlo con un vestito molto sexy, hanno avuto quotazioni largamente inferiori.

Tutto quello che Steve McQueen ha toccato nell’ambiente automobilistico sembra valere oro. La Porsche 917 K che ha guidato nel film “Le Mans” è stata battuta in agosto a Pebble Beach per 14 milioni di dollari, diventando la Porsche più costosa esistente. L’ultima Porsche 911 dell’attore ha superato il milione di dollari e la sua ultima Ferrari è stata battuta per 6 milioni nel 2014, superando di quattro volte la base d’asta.

Il fatto è che chiunque sia appassionato di automobili e di corse è appassionato anche di Steve McQueen e dei suoi film. De “La grande fuga” molti ricordano solo lo spettacolare salto del filo spinato che lui compie con una Triumph Trophy TR6, mascherata come se fosse una BMW bellica; di “Bullit” sono leggendarie le sue corse per le salite e discese di San Francisco sulla Mustang 390 GT Hatchback. Ma è “Le Mans” il film che nessuno può dimenticare, perché resta ancora oggi, insieme a “Grand Prix” di John Frankenheimer, uno dei migliori film sulle corse automobilistiche. Girato nel 1971 negli stessi luoghi dove si disputa ogni anno la mitica 24 Ore, ha avuto uno scarso successo al botteghino, ma è stato rivalutato dal tempo ed è diventato un film di culto a tal punto che nel 2015 è stato girato e messo in vendita un DVD che racconta i retroscena delle riprese.

Uno degli elementi che hanno reso mitico il film è proprio la tuta che Steve McQueen indossava nella parte di uno dei piloti della Gulf, la scuderia che gareggiava con le Porsche 917 K contro le Ferrari 512. Le auto erano quelle vere e originali che partecipavano alla corsa, ma le vetture italiane dovettero essere noleggiate da un importatore belga, perché Enzo Ferrari, dopo avere saputo che la sceneggiatura prevedeva la vittoria della Porsche, si era rifiutato di fornire le sue auto ufficiali alla produzione.

Una delle foto più famose di Steve McQueen è stata scattata proprio durante la lavorazione di Le Mans, e lo mostra mentre, indossando la tuta che ora va all’asta insieme al casco, saluta il pilota Eric Stahler della Ferrari mostrandogli il dorso della mano sinistra e alzando l’indice e il medio. Il “two fingered salute” di McQueen fu molto imitato all’epoca ed è rimasto ancora oggi uno degli elementi del suo inconfondibile stile di malinconico uomo di ghiaccio.

La lavorazione di “Le Mans” cominciò con il regista John Sturges, che però ebbe subito numerosi scontri con McQueen sul copione. Sturges immaginava una storia d’amore che avesse come sfondo le corse, McQueen voleva un film sulle corse con sullo sfondo una storia d’amore. Vinse lui e il regista fu rimpiazzato con Lee H. Katzin, che ha girato alcune tra le più spettacolari riprese di una gara montando le cineprese su alcune auto che partecipavano alla 24 Ore.

Il film comincia con quasi 15 minuti di silenzio assoluto. McQueen, nella parte del pilota Michael Delaney, va con la sua Porsche 911 a vedere il punto nel quale c’era stato l’anno prima un incidente che lo aveva coinvolto. Ma non c’è bisogno di dialoghi: gli appassionati riconoscono subito il tracciato della Maison Blanche, e tutto quello che vogliono sentire è il rombo dei motori. 

Il diritto di essere Italiani per cultura e identità: sì allo “ius sanguinis”

ilgiornale.it
Susy De Martini



Ho visitato ieri la meravigliosa mostra su Michelangelo al Metropolitan ed ho provato un orgoglio immenso. Uscendo, ho pensato al sentimento opposto: la rabbia, magistralmente evocata da Oriana Fallaci nei confronti di chi quell’orgoglio lo vuole distruggere. L’identità e la cultura italiana sono ben definite da secoli e non possono essere messe a rischio dal pericoloso buonismo di alcuni, intenzionati a rendere italiano chi italiano non è per nulla. Questa è la storia di chi sta lottando dall’estero per tutti noi affinché la cittadinanza italiana possa essere trasmessa, senza limiti, ai nostri discendenti.

Si è svolta pochi giorni fa a Roma l’assemblea plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) che rappresenta non solo i 5 milioni di italiani iscritti all’AIRE ma anche i loro discendenti, stimati fra i 40 ed i 60 milioni. Praticamente un’altra Italia, ricca di giovani e meno giovani capaci e desiderosi di rientrare nel loro Paese di origine per ripopolarlo e rivitalizzarlo, alla faccia di chi straparla dicendo che l’Italia ha necessità degli immigrati africani per sopravvivere alla diminuzione delle nascite!

culturaidentita
Questi i nostri fieri connazionali che si sono opposti al pensiero unico di chi si finge Democratico che vorrebbe un’Italia non più Italiana: in prima fila il Movimento Associativo degli Italiani all’Estero (MAIE) con ben tre parlamentari che si sono battuti come leoni: Riccardo Merlo, Mario Borghese e Claudio Zin ed il Comandante Arcobelli, rappresentante CGIE del Nord America, tenace quanto volitivo. Esplicito il nome del giornale on-line del MAIE: ItaliaChiamaItalia, diretto dall’ottimo Ricky Filosa. Non è certo da meno Forza Italia, che ho l’onore di coordinare negli USA, grazie al suo Coordinatore Mondiale: il senatore Vittorio Pessina instancabile nell’unire tutte le forze di Centro Destra all’Estero per vincere.

Insieme aderiamo con convinzione alla rete di #CulturaIdentità.
Pagina Facebook di #CulturaIdentità: facebook.com/culturaidentita

Stresa vince la causa al Tar: tornerà la tassa di sbarco sulle Isole Borromee

lastampa.it
luca gemelli

La giustizia amministrativa ha dato ragione al Comune. Il contributo sarà dovuto da tutti coloro che sbarcheranno


La riscossione della tassa di soggiorno sarà affidata ai gestori dei servizi di trasporto

Si riaffaccia la tassa di sbarco, il contributo di 50 centesimi per ogni isola, istituito nel 2014 a carico del servizio di linea della Navigazione Lago Maggiore e poi sospeso nel 2016 quando doveva essere esteso anche ai motoscafi privati del servizio non di linea. Il contributo sarà dovuto da tutti coloro che sbarcheranno sulle isole e la riscossione è affidata ai gestori dei servizi di trasporto. 

Il via libera è arrivato dal Tar Piemonte, che ha deciso sul ricorso presentato nel 2014 dal ministero dei Trasporti per conto della Navigazione Lago Maggiore: respingendo in toto le tesi della Navigazione, difesa dall’avvocatura dello stato, il Tar ha chiarito che il Comune di Stresa, difeso dall’avvocato Teodosio Pafundi, introducendo la tassa di sbarco, non ha violato il principio di alternatività con l’imposta di soggiorno sancito dalla legge.

«Il principio di alternatività non preclude all’ente locale di applicare l’imposta di soggiorno nei confronti di coloro che soggiornino sulla restante parte del territorio comunale, cioè sulla terraferma, senza approdare sulle isole» si legge nella sentenza dei giudici amministrativi. Stresa al momento di applicare la tassa di sbarco, aveva introdotto l’esenzione dalla tassa di soggiorno per i clienti degli alberghi delle Isole Borromee per rispettare la norma, che definisce la tassa di soggiorno come alternativa a quella di sbarco. «Siamo molto soddisfatti di questo giudizio, che ha accolto in pieno le nostre ragioni - sottolinea il sindaco di Stresa Giuseppe Bottini - e intendiamo ripristinare l’applicazione della tassa, che avevamo sospeso in via cautelativa». 

Il gettito nominale potrebbe quindi essere vicino al milione di euro l’anno se si tiene conto del numero di ingressi che avvengono ai Palazzi Borromei, a cui vanno aggiunti tutti quei turisti, che sbarcano sulle isole senza visitare i Giardini nonché quelli che vanno sull’Isola Pescatori. «Con queste risorse si potrebbe mettere mano ad opere per migliorare la fruizione da parte dei visitatori» aggiunge Bottini.

La tassa potrebbe scattare dal prossimo 1 febbraio o dall’1 marzo. «Non credo a effetti negativi sui flussi - sottolinea Paco Garofoli, titolare dell’Albergo ristorante Belvedere dell’Isola Pescatori - non ricordo una riduzione di visitatori nel periodo precedente di applicazione. Se queste nuove risorse permetteranno di fare una manutenzione adeguata alle Isole, evitando che il sistema di controllo e riscossione diventi complicato o troppo costoso, non vedo risvolto negativo».

Così la rete 5G connetterà il mondo

lastampa.it
Andrea Daniele Signorelli

Nei prossimi anni, un miliardo di persone sfrutterà la nuova tecnologia di trasmissione dati, che renderà la internet of things una realtà



In un periodo in cui si parla tantissimo di realtà aumentata, internet of things e blockchain, si presta meno attenzione alla tecnologia che consentirà a queste innovazioni di esprimere le loro potenzialità: il 5G. La quinta generazione di trasmissione dati mobile permetterà infatti di passeggiare sempre immersi nella augmented reality, di dare vita all’industria 4.0 e di vivere in città in cui miliardi di smart-oggetti (auto autonome, sensori, telecamere e quant’altro) comunicano tra di loro. Tutto ciò, grazie a una velocità massima di 1 gigabit al secondo (contro i 100 megabit attuali) e a una latenza (ovvero il tempo d’attesa perché avvenga la connessione) di pochissimi millisecondi.

Secondo quanto riportato nell’ultimo Mobility Report di Ericsson, un miliardo di persone sarà connessa in mobilità grazie al 5G entro il 2023, garantendo copertura a oltre il 20% della popolazione mondiale. La diffusione di una tecnologia che, ancora oggi, è in fase di sperimentazione inizierà però solo nel 2019 e non procederà in maniera uniforme: i primi a utilizzare il 5G saranno infatti Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone e Cina. L’Europa Occidentale, di cui fa parte anche l’Italia (che ha da qualche tempo iniziato la fase di test), rappresenterà il 16% degli abbonamenti entro il 2023.



A giudicare dai dati raccolti da Ericsson, i millennials ripongono aspettative molto realistiche nel 5G: il 26,6% si aspetta una velocità maggiore, il 13,4% una connessione ancora migliore del wi-fi, l’11% che gli abbonamenti siano meno costosi e il 10% un’affidabilità maggiore. Attese comprensibili, ma che impallidiscono di fronte alle promesse della nuova tecnologia di trasmissione dati, che dovrebbe rendere affidabile la guida a distanza dei droni, la comunicazione tra le auto autonome e il controllo in remoto dei robot impiegati nell’industria 4.0 (o addirittura alle prese con operazioni chirurgiche).

Per quanto riguarda l’intrattenimento, diventerà invece possibile utilizzare la realtà virtuale anche in mobilità (per esempio durante i grandi eventi musicali e sportivi) e scaricare film in alta definizione in pochi secondi; mentre si diffonderanno sempre di più i video a 360°. Tutto questo, inevitabilmente, porterà a un consumo di banda sempre maggiore: nei prossimi sei anni il traffico globale da dispositivi mobili aumenterà di 8 volte, raggiungendo la cifra di 100 Exabyte al mese.



Si tratta di una tendenza ormai consolidata: basti pensare che solo nell’ultimo anno il traffico dati mondiale è cresciuto del 65%, a causa soprattutto della diffusione degli smartphone in paesi come l’India e del ruolo sempre più importante giocato dai video, che già oggi rappresentano il 55% del traffico. Quando i cosiddetti video immersivi inizieranno a diffondersi, questa percentuale aumenterà fino al 75%. Il risultato è che, in Europa Occidentale, passeremo dai 4 GB al mese consumati mediamente oggi fino ai 28 GB del 2023; mentre negli Stati Uniti si arriverà addirittura a 48 GB per ogni mese. La speranza è che i piani dati delle compagnie telefoniche crescano altrettanto rapidamente.

“Spot retrogrado e sessista”. L’azienda di gioielli finisce nel mirino

lastampa.it

Pioggia di commenti alla campagna pubblicitaria dopo la segnalazione di un utente su Facebook. Il marchio precisa: «Siamo stati fraintesi»


La pubblicità comparsa nella metropolitana di Milano

«Un ferro da stiro, un pigiama, un grembiule, un bracciale Pandora. Secondo te cosa la farebbe felice?». Quando la foto della campagna pubblicitaria dell’azienda di gioielli Pandora ha iniziato a girare sul web, qualcuno ha sperato in uno scherzo. O almeno che si trattasse di materiale d’archivio risalente agli Anni ’50. 

E invece è stato partorito dalla mente di un copywriter nell’Italia nel 2017. E fa bella mostra di sé nelle stazioni della metropolitana di Milano, nei giorni in cui inizia a scatenarsi la corsa ai regali di Natale. «Cara Pandora, per Natale vorremmo soprattutto rispetto», scrive su Facebook Lefanfarlo, pagina Facebook di un’organizzazione no-profit dedicata a «burlesque, vita e donne» che per prima ha postato la foto scattata ieri pomeriggio dall’utente “Laki Hancock” alla fermata metro Duomo, uscita via Torino.

Il risultato è una pioggia di commenti. Qualcuno la prende con ironia: «Io vorrei un pigiama felpato e tigrato, grazie». Qualcun altro resta interdetto: «Grazie a voi ho realizzato che è stupido buttare i soldi per un bel bracciale: per quest’anno solo rispetto a costo zero, anche se trovo ancora più stupido chiedere una cosa che si dovrebbe dare per scontata sempre, solo per Natale... Se comunque pensate che così si combatta il sessismo... PS: Pandora ringrazia per essere cadut* nel tranello e averle fatto un bel po’ di pubblicità gratuita!».

L’azienda ha provato ad arginare la polemica con un comunicato che invita a «non fraintendere» il messaggio. «Quante di noi a Natale hanno ricevuto qualcosa di non gradito? Questa iniziativa nasce proprio da una ricerca che ha evidenziato come la maggior parte delle donne a Natale riceva sempre il regalo sbagliato».  Ma il risultato, a giudicare dai commenti, non è quello sperato. «Cara Pandora - scrive su Facebook l’utente Aurelia Tirelli - noi preferiamo i regali sbagliati ai messaggi sbagliati...i primi possono non essere particolarmente graditi, i secondi sono veramente sgraditi, ritirate la campagna, questo tipo di marketing sessista probabilmente non andava bene neppure a mia nonna, oggi è ampiamente fuori luogo».

Kevin e Dazz, cani eroi dell’Afghanistan rischiano la soppressione

lastampa.it



Kevin e Dazz hanno servito l’esercito di Sua Maestà nella provincia di Helmand, in Afghanistan. I due cani in forza fra le fila delle truppe britanniche hanno salvato centinaia di vite aiutando i soldati a individuare mine ed esplosivi.



Quattro anni fa sono rientrati in patria per godersi la meritata pensione, ma il suo destino rischia di essere davvero beffardo: «Non possono essere affidati a nessuna famiglia, sono pericolosi» e le autorità militari sono orientate a sopprimerli la prossima settimana. Una decisione che ha riaperto le polemiche degli animalisti come già accadde nel 2013 quando due cani dedicati alla sicurezza del principe William vennero uccisi tre giorni dopo il suo addio alla carriera militare.



Ma i loro ex colleghi umani non ci stanno: «Le persone che hanno lavorato a stretto contatto con questi cani sono devastati dalla notizia che i due animali verranno uccisi. Non esiste un protocollo per decidere se ex cane militare deve essere soppresso o no. Il comandante decide e basta. È un modo terribilmente crudele di trattare animali che hanno dato così tanto. Faremo qualsiasi cosa per salvarli» si legge in una lettera-appello inviata al Defence Animal Centre.



Pronta la risposta dell’esercito britannico: «Quando è possibile ci impegniamo a dare una nuova casa ai cani che hanno lavorato con noi. Purtroppo ci sono occasioni in cui questo non è possibile». Ma c’è chi non ha voluto arrendersi ed è stata lanciata una petizione online per fare pressione sul ministero della Difesa e salvare Kevin e Dazz.

Argentina e desaparecidos, condannati all’ergastolo i piloti dei “voli della morte”

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filippo femia

Storica sentenza contro 48 ufficiali della dittatura. La battaglia dei figli di ex militari liberi: processateli per le loro atrocità


I familiari delle vittime hanno festeggiato fuori dal tribunale con cori e pianti

Un urlo collettivo e catartico. Abbracci. Lacrime di gioia. Il giudice ha appena finito di leggere la sentenza che ha condannato 48 imputati per i crimini commessi durante la dittatura argentina (1976-1983). Le immagini scorrono sul maxi schermo fuori dal tribunale di Buenos Aires. La folla di familiari delle vittime, sopravvissuti e attivisti per i diritti umani esulta. Una scena che si ripete per oltre tre ore - la durata della lettura delle sentenze: 29 ergastoli, 19 condanne dagli 8 ai 25 anni - scandita da cori: «Finirete come i nazisti, ovunque fuggirete vi verremo a cercare».

Quella di mercoledì è una sentenza storica, dopo cinque anni di udienze, nel più importante processo contro la dittatura: la maxi causa dell’Esma, la famigerata Escuela mecanica della Marina trasformata in un centro di tortura. Tra i condannati per sequestri, torture e omicidi c’è Alfredo Astiz, soprannominato l’«angelo della Morte», già in carcere per un precedente ergastolo. Nel 1977 si infiltrò tra le Madres di plaza de Mayo, le donne in cerca dei figli desaparecidos, fornendo informazioni all’intelligence. Tre fondatrici dell’associazione, tra cui Esther Ballestrino, amica di Papa Francesco, due monache francesi e altri 7 attivisti vennero rapiti e uccisi.

Ma la condanna che passerà alla storia è quella contro Mario Daniel Arrù e Alejandro Domingo D’Agostino, due piloti dei cosiddetti «voli della morte». Un metodo di sterminio con cui la dittatura uccise 4 mila persone. I prigionieri politici venivano drogati – «Tranquilli, andate in un centro di recupero», veniva loro sussurrato – prima di essere caricati sugli aerei e gettati, ancora in vita, nell’Atlantico.

Mercoledì sei persone sono state assolte, molte altre non sono mai state processate. Come Julio Verna, ex medico che anestetizzava col Pentotal gli oppositori prima dei «voli della morte». Dopo anni di silenzio ha confessato i suoi crimini al figlio Pablo. Lui, un legale 44enne, ha tentato di portarlo in tribunale. Ma il codice penale argentino vieta ai figli di testimoniare contro il proprio padre. Per questo Pablo Verna ha presentato al Congresso un disegno di legge per modificarlo: «Oggi le mie accuse valgono zero». Per la sua battaglia si è unito a un collettivo di figli di ex militari, Historias Desobedientes, che chiedono di processare i padri a piede libero.

Del gruppo fanno parte 40 persone. In comune hanno il cognome macchiato dal sangue e un senso di colpa difficile da cancellare. «Mio padre massacrava di botte mia mamma e io mi chiedevo: “Se tratta così i suoi familiari, cosa può fare agli sconosciuti?”», racconta Laura Delgadillo, 50 anni. Il padre è morto da uomo libero. Prima di andarsene ha pronunciato parole che la figlia ancora non decifra: «Mi ha chiesto scusa: non ho mai capito se per le violenze in famiglia o per le atrocità commesse». La dittatura ha creato una frattura profondissima. Carnefici da una parte, vittime dall’altra. Historias Desobedientes ha scardinato questa logica. «Siamo il pezzo mancante della storia argentina - dice Patricia Isasa, 57 anni - Una crepa in questo tragico mosaico». I figli che rompono il patto del silenzio dei padri militari.

«È spaventoso pensare che mio papà impugnasse gli elettrodi per la tortura con le stesse mani con cui mi accarezzava», racconta Analía, 34 anni, figlia di Eduardo Kalinec. Per tutti era Dottor K, uno dei più feroci aguzzini, condannato all’ergastolo nel 2010. «All’inizio non sapevo, poi non volevo vedere, alla fine ho aperto gli occhi», spiega Analia. Nessuno dei militari si è pentito, né ha aiutato a trovare le fosse comuni dei desaparecidos. «“Io ho difeso la patria”, ripeteva mio padre», dice Analia. Il suo coraggio è stato un affronto imperdonabile per la famiglia. «Tutti hanno smesso di parlarmi per difendere il papà». Ma non si è pentita. «Io la notte dormo serena, mio padre deve prendere sonniferi per zittire i fantasmi che lo tormentano».

"Voglio tornare in Nigeria": poi attacca i carabinieri

ilgiornale.it
Gabriele Bertocchi

Un 25 nigeriano ha devastato la caserma dei carabinieri di Piacenza e poi ha ferito un militare. Il profugo è stato sottoposto a un Tso e denunciato alle autorità

Un ragazzo nigeriano di 25 anni ha dato in escandescenza nella stazione dei carabinieri di via Caccialupo a Piacenza. Prima ha urlato "voglio tornare in Nigeria", poi si è fatto più violento: ha distrutto alcuni materiali della caserma e ha attaccato un militare.

L'aggressione

Il nigeriano è stato bloccato e trasportato al pronto soccorso per un Tso, trattamento sanitario obbligatorio. Il giovane si è introdotto nella caserma urlando la sua intenzione di voler tornare al suo Paese d'origine, la Nigeria. Dopo pochi istanti ha iniziato a prendersela con ogni arredo presente nel locale: ha buttato a terra diversi oggi, ha rotto un computer che si trovava sulla scrivania di un militare.

I carabinieri presenti hanno tentato a più riprese di fermalo. Per bloccare il giovane, in evidente stato di alterazione psicofisica, sono dovuti intervenire anche gli agenti della Radiomobile e i poliziotti delle volanti chiamati in aiuto. Nella colluttazione un carabiniere è rimasto ferito e, immediatemente scortato all'ospedale, è stato medicato. La prognosi è di alcuni giorni.
Il nigeriano dopo essere stato caricato di forza sull'ambulanza ha cercato la via della fuga. Dopo essere stato sottoposto ad un Tso è stato denunciato per resistenza a pubblico ufficiale, come riporta Il Piacenza.

Domodossola, sorpresa a fare la pipì in piazza: arriva una multa di 5 mila euro

lastampa.it

Sanzione di 400 euro anche a una signora che non ha raccolto la deiezione del cane


Piazza Mercato a Domodossola

Una multa di 5 mila euro ai genitori di una minorenne pizzicata a urinare in piazza Mercato, 400 euro di sanzione a una signora che non ha raccolto la deiezione del proprio cane in piazza Repubblica dell’Ossola e 70 euro a tre minorenni che avevano scambiato l’aiuola di via Osci per una pista ciclabile. È l’esito dei primi due mesi di funzione del sistema di videosorveglianza installato nel centro storico di Domodossola. «I risultati cominciano ad arrivare pur dovendoci confrontare con i tempi inderogabili previsti dalle procedure della pubblica amministrazione. - ha fatto sapere il sindaco Lucio Pizzi -. Entro questa primavera verranno installate altre dodici telecamere, che andranno a coprire il resto del nostro bel centro storico garantendo un più efficace controllo»