venerdì 30 dicembre 2016

I 41 sottosegretari di Gentiloni: è "fotocopia" del governo Renzi

Sergio Rame - Gio, 29/12/2016 - 15:31

Il Cdm nomina 41 sottosegretari. Non c'è il verdiniano Zanetti. Staffetta Faraone-De Filippo. Lotti e Minniti promossi

Rispetto al governo Renzi che ne aveva 44, Paolo Gentiloni ha ridotto la squadra a 41 sottosegretari.


Non ci sono nuovi ingressi ma una sola variazione con la staffetta tra Davide Faraone che passa dal Miur al ministero della Salute e Vito De Filippo, che fa il percorso inverso. Dalla squadra del "sottogoverno" è uscito il verdiniano Enrico Zanetti che stava al ministero dell'Economia e Finanze nel precedente esecutivo, oltre a Luca Lotti incaricato di guidare il ministero dello Sport e Marco Minniti, promosso da sottosegretario alla presidenza con delega sui Servizi di Sicurezza al ministero dell'Interno.

Questa mattina il Consiglio dei ministri ha completato la compagine governativa nominando quarantun sottosegretari, in sostanziale continuità con la "squadra" dei componenti del governo precedente guidato da Matteo Renzi. Non risulta confermato il vice ministro all'Economia. Ma si è trattato, ha precisato il presidente del Consiglio, di una "decisione" presa dallo stesso Zanetti al quale era stato riproposto lo stesso ruolo a dicastero di Via XX Settembre. Resta immutata la lista degli altri sottosegretari del dicastero, con Pier Paolo Baretta, Luigi Casero, Paola De Micheli, Enrico Morando. Spostamento di ministero, invece, dall'Istruzione alla Sanità, per Davide Faraone.

L'elenco dei sottosegretari

Presidenza del Consiglio: Maria Teresa Amici, Gianclaudio Bressa, Sandro Gozi, Luciano Pizzetti, Angelo Rughetti;
agli Esteri Vincenzo Amendola, Benedetto Della Vedova, Mario Giro;

Ministero dell'Interno: Gianpiero Bocci, Filippo Bubbico, Domenico Manzione; alla Giustizia Federica Chiavaroli, Cosimo Maria Ferri, Gennaro Migliore;

Ministero della Difesa: Gioacchino Alfano, Domenico Rossi;

Ministero dell'Economia: Pier Paolo Baretta, Luigi Casero, Paola De Micheli, Enrico Morando;

Ministero dello Sviluppo economico: Teresa Bellanova, Antonio Gentile, Antonello Giacomelli, Ivan Scalfarotto;

Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali: Giuseppe Castiglione, Andrea Olivero; All'Ambiente Barbara Degani, Silvia Velo;

Ministero alle Infrastrutture e trasporti: Umberto Del Basso De Caro, Riccardo Nencini, Simona Vicari;

Ministero del Lavoro: Franca Biondelli, Luigi Bobba, Massimo Cassano;

Ministero dell'Istruzione: Vito De Filippo, Angela D'Onghia, Gabriele Toccafondi;

Ministero dei Beni culturali: Dorina Bianchi, Ilaria Borletti Buitoni, Antimo Cesaro; alla Salute Davide Faraone.

Incenso, preghiere e spade: viaggio nelle religioni nascoste

La Stampa
niccolò zancan

I culti praticati in Italia sono oltre 800. Alcuni hanno decine di migliaia di seguaci, altri poche centinaia. Il racconto del fotografo Maraviglia


Quintosole, Milano. Messa della comunità ortodossa etiope. Questo culto cristiano crede nella natura unica di Cristo, umana e divina. Lo praticano circa 50 milioni di persone nel mondo

Qual è il tuo Dio? In una cascina davanti alle risaie di Vercelli puoi pregare gli spiriti del Candomblé. Un culto misto, africano e brasiliano, che promette di mandare via fatiche e dolori, danzando e facendo l’umbanda: servizi magici per una vita migliore. Ci sono gli etiopi ortodossi che pregano in una chiesa di Milano in via Quintosole, gli indù di Pegognaga in provincia di Mantova. E gli ahmadi di Gavaseto, Bologna. 

Sono considerati musulmani eretici. Loro seguono la massima del fondatore Mirza Ghulam Amhad: «Amore per tutti, odio per nessuno». Cercano costantemente il dialogo con chi prega in maniera differente da loro.

Sono almeno 836 i culti praticati in Italia, secondo i sociologi Massimo Introvigne e Pier Luigi Zoccatelli. Fedi storiche consolidate ed altre minoritarie, con pochissimi seguaci. Come gli occultisti del Sovrano Ordine della Via della Luce, che si trovano in mezzo ai campi nel Novarese e, armati di spade, celebrano il rito inventato da Aleister Crowley. Complessivamente i non cattolici in Italia sono oltre 4 milioni. Una galassia di storie, tradizioni e altre culture.

Nel tempio sikh
La cosa più bella è essere accolti in un mondo completamente diverso senza bisogno di alcun appuntamento, come succede, ad esempio, al tempio dei sikh di Novellara. Il più grande d’Italia. «Il mio nome è Iqbal Singh, 53 anni, vengo da Lambra, Punjab, India. Sono arrivato qui nel 1982. Il mio primo lavoro è stato portare in giro i manifesti pubblicitari del circo di Bari, poi ho fatto il contadino per molti anni». Il signor Singh oggi si occupa della lavorazione degli gnocchi nello stabilimento della Grande Pastai di Correggio: «Nella mia terra siamo tutti contadini. Ma qui ho imparato tanto altro e sono cresciuto, mi sono sposato e ho fatto studiare i miei figli. Il mio stipendio adesso è di 1600 euro al mese». È lui il custode del tempio di Novellara. Durante la festa di primavera arrivano qui oltre ventimila persone, mentre in una domenica qualunque, a partire dalle dieci di mattina, si radunano in media cinque mila fedeli di questa religione indiana.



(Novellara, Reggio Emilia. Qui sorge uno dei più grandi templi Sikh in Europa. La comunità sikh è molto integrata nel territorio e tanti lavorano nei vicini stabilimenti per la produzione del Parmigiano. I fedeli del culto sikh in Italia sono oltre 85 mila e pregano un Creatore, che si manifesta attraverso il Creato, raggiungibile con la preghiera e l’aiuto di una guida, o guru)

I copricapo arancioni
Il tempio è fra i capannoni industriali nel distretto del parmigiano. Moltissimi lavoratori sono di fede sikh. Una religione che il custode del tempio spiega in questo modo: «Abbiamo cinque simboli. La barba deve essere lunga, perché così ci ha creato dio e non sarebbe rispettoso tagliarla. Portiamo un pugnale sotto la camicia, teniamo questo braccialetto, una pietra custodita nel turbante e indossiamo delle mutande particolari». Chi vuole entrare, deve lasciare scarpe e calze all’ingresso, coprirsi il capo con un velo arancione. I sikh sono devoti del Guru Granth Sahib, i principi sacri sono: ricordare il Creatore in ogni momento, guadagnare lavorando onestamente, condividere il guadagno. Ognuno qui riceve un pasto al giorno senza dover pagare, in qualsiasi momento. «Abbiamo il riso per una persona come per mille», dice orgogliosamente il custode Iqbal Singh. Al piano superiore c’è la stanza della preghiera con i paramenti sacri esposti e la stanza, circondata da vetri blindati, per riporli «a riposare». Al piano di sotto una cucina e una gigantesca stanza con lunghi tappeti su cui sedersi a mangiare.



(Funo, Bologna. Festa del Raccolto della Celestial Church of Christ, religione fondata in Benin nel 1947. Questo culto fa parte del cosiddetto “cristianesimo Aladura” in cui si presta particolare enfasi a preghiera, profezie, visioni e sogni) «Devo ringraziare l’Italia che mi ha accolto e dato da mangiare, non ho mai sentito razzismo contro di me», dice Singh. «Adesso sono un po’ preoccupato, però. C’è molta crisi anche qui in Emilia-Romagna. Negozi che chiudono, fabbriche che vanno a produrre altrove. Mio figlio è andato a cercare fortuna a Londra. Speriamo che l’Italia si tiri fuori da questa situazione. Il mio lavoro per adesso va bene. Appena finisco il turno al pastificio, vengo qui. Le nostre porte sono sempre aperte».

Il villaggio degli asceti
È l’Italia dei piccoli Comuni. Bisogna percorrere duecento chilometri in direzione Nord-Ovest, per arrivare a Chignolo d’Isola, nella zona di Bergamo. Un piccolo paese conosciuto soprattutto per una ragione tragica: a febbraio del 2011, in un campo incolto venne ritrovato il corpo senza vita di Yara Gambirasio. Ma proprio lì vicino, oltre i capannoni della zona industriale, c’è anche un villaggio unico in Europa. Quello degli Hare Krishna. È così grande da essere una frazione del paese, con un codice d’avviamento postale e strade interne. Nelle villette disseminate sulla collina vivono 160 persone. Quasi tutte sono seguaci del culto di Sua Grazia Divina, Bhaktivedanta Swami Prabhupada, l’asceta induista originario del Bengala Occidentale che fondò il culto nel 1966 a New York. Pace, ferree regole alimentari e il mantra: Krishna Krishna Hare Hare, Hare Rama Hare Rama, Rama Rama Hare Hare.



(Chignolo d’Isola, Bergamo. La comunità Hare Krishna pratica una forma di induismo che considera Visnu, come Essere supremo. I membri di questo movimento religioso osservano una vita monastica, austera e disciplinata)

Il cancello è aperto. Alla fine della strada, dopo curve e salite, c’è il tempio. Lì, alle due di pomeriggio, incontriamo Antonio Cigarini da Reggio Emilia: «Facevo l’odontotecnico, avevo successo con le ragazze e un discreta disponibilità finanziaria, ma pur avendo ogni bene non riuscivo ad essere felice. Ero tormentato da domande a cui non ero in grado di rispondere. Perché qualcuno vive e qualcun altro muore? Morì mio padre, soffrendo molto. Era il 1989 quando decisi di cambiare vita. Continuavo a fare l’odontotecnico, ma andai ad abitare con i monaci Hare Krishna di Bologna». Adesso è monaco missionario anche lui, in Italia sono quattrocento. Si occupa dei nuovi arrivati, distribuisce libri religiosi per le strade che dal villaggio arrivano a Milano, pronuncia il rito quando è il suo turno.

La meditazione all’alba
Nell’edificio del tempio abitano in sedici. Vivono di carità. Anche il terreno è stato donato da un fedele. La domenica si ritrovano a pregare circa duecento persone. «Il nostro motto è: vita semplice, pensiero elevato». Sveglia alle 4. Prima funzione alle 4,30. Abluzioni, meditazione. «Da quando sono qui le mie giornate iniziano sempre con un sapore dolce», dice il signor Cigarini. Seguono quattro principi regolatori. Niente carne né pesce. Nessun intossicante: caffè, sigarette, alcol. Vietato il gioco d’azzardo in ogni sua forma, mentre il sesso è consentito solo all’interno del matrimonio per procreare. «Io e mia moglie, che non vogliamo figli, siamo sposati da 16 anni e non lo abbiamo mai fatto».



(Oleggio, Novara. Alcuni membri di SOTVL, Sovrano Ordine del Tempio della Via della Luce, celebrano il Solstizio di Primavera. Quest’ordine pratica la dottrina magico mistica di Alister Crowley, la corrente 93)

Dice di aver trovato le risposte che cercava. Saluta tutti con nomi indiani, sorride ad ogni passo. Crede nell’eternità, nella reincarnazione che chiama legge del karma. Si dichiara felice: «Anche io ho dolori e acciacchi. Ma noi non siamo qui per il nostro corpo. Siamo persone normalissime che hanno deciso di dedicare la maggior parte del tempo alla spiritualità. Il nostro obiettivo, come quello di tutti i credenti, è tornare da Dio. Alla fine».

Il fotografo
Gianmarco Maraviglia fa parte dell’agenzia di fotogiornalismo Echo di cui è fondatore. Lavora su progetti a lungo termine dedicandosi a temi di carattere multiculturale. Da tempo la sua ricerca riguarda le religioni, i rituali e le cerimonie in tutto il mondo. Su queste pagine pubblichiamo la parte del suo progetto dedicato alle religioni straniere in Italia.

Perché le ordinanze “anti-botti” sono un fiasco

La Stampa
francesco moroni

Quello della sindaca Raggi è solo l’ultimo di una lunghissima lista di provvedimenti. Ma per bloccare l’uso di petardi ci vorrebbe un intervento della Commissione Europea



Se l’accensione dei fuochi d’artificio è da sempre una tradizione tipica della notte di San Silvestro, non deve aver pensato la stessa cosa Virginia Raggi. E prima di lei, circa altri 1400 primi cittadini italiani. La Raggi, infatti, non è altro che il fanalino di coda di una lunga fila di Sindaci scesi in campo con misure extra ordinem, per combattere la battaglia contro i petardi di Capodanno. 
Ma i botti di Capodanno non possono considerarsi un fatto straordinario, e infatti il Ministero dell’Interno ha ribadito come dalle ordinanze non emergano situazioni non preventivabili e, soprattutto, come ulteriori divieti non possano essere stabiliti in alcun modo dai Sindaci, ma solo dalla normativa di settore. 

Non solo, ma quando il Sindaco adotta ordinanze di questo tipo, lo fa in qualità di Ufficiale del Governo che espleta servizi di competenza statale, e dunque è in rapporto di dipendenza dal Prefetto e deve pertanto comunicare preventivamente il provvedimento, anche ai fini di predisporre gli strumenti necessari ad una sua attuazione. Ecco spiegato il motivo per cui sembra essere stata bloccata l’ordinanza nella Capitale, forse emanata più che altro per ottenere la risonanza mediatica del divieto. 

Uno degli aspetti più gravi delle ordinanze, e meno propedeutici, sembra essere quello che ha visto porre alla stessa stregua tutti gli articoli pirotecnici, anche quelli “declassificati”. In questo modo, esplosivi micidiali catalogati F4 (il massimo indice di pericolosità secondo le normative europee) sono stati accomunati alle stelline scintillanti che i bambini infilano nei panettoni. Il risultato? Una grossa ritorsione sul mercato legale, e una fortissima accelerazione delle vendite in nero. Soprattutto se si parla dei famigerati «petardoni», vera causa degli incidenti che si verificano a Capodanno e responsabili principali di feriti gravi, animali offesi e danni al patrimonio pubblico e privato. 

A sentire il presidente di SI.N.O.P. Pierdaniele Friscira, uno dei massimi esperti del settore, i petardoni non c’entrano niente con i fuochi d’artificio. Nascono come articoli professionali, ma lo stesso Friscira assicura di non sapere come utilizzarli in uno spettacolo. Non solo: l’esplosivo detonante può essere estratto troppo facilmente ed ha una velocità di detonazione di 4800 metri al secondo, per una potenza appena il 30% inferiore al tritolo. I petardoni, però, sono assolutamente legali. Se milioni di pezzi vengono immessi sul mercato e i pirotecnici non li acquistano, molti di questi ordigni finiscono tra le mani di chiunque, anche dei terroristi. Su YouTube tantissimi video mostrano minorenni che li nascondono in cameretta senza sapere che se dovessero esplodere uno vicino all’altro potrebbero distruggere il palazzo.

«Vengono fabbricati con il marchio CE, il quale permette la libera vendita e circolazione in Europa – sottolinea Friscira –. In Viminale hanno detto di essere a conoscenza del problema e che l’omologazione del Ministero cesserà nel 2017, ma è proprio questo il punto: i petardoni continueranno ad avere il marchio europeo e a finire tra le mani dei ragazzi». Non può bastare, dunque, un’ordinanza d’urgenza. Il problema è alla base. Bisogna insistere con la Commissione Europea affinché ne impedisca la fabbricazione e ritiri quelli già certificati. Solo così potranno diventare davvero illegali.

L’una

La Stampa
jena@lastampa.it

Dice Gentiloni che è stato lui a volere la Boschi a palazzo Chigi. Delle due, l’una: o mente o mente.

Silicon Valley: perché 76mila tra milionari e miliardari non hanno eliminato la povertà locale

repubblica.it
Chris Weller


Anna Haynes raccoglie i suoi averi dopo che le autorità hanno evacuato il grosso campo per homeless in cui viveva, noto come “The Jungle”, a San Jose, California. Beck Diefenbach/Reuters

La Silicon Valley è un posto di estremi.

Da una parte ci sono i ricchi e i super-ricchi della California – 76mila milionari e miliardari che vivono in posti come le contee di Santa Clara e San Mateo. Dall’altra parte ci sono le migliaia di persone che fanno fatica a sfamare le loro famiglie e a pagare le bollette ogni mese. Circa il 30 per cento dei residenti della Silicon Valley usufruiscono di assistenza pubblica o privata.

Gap di disuguaglianza economica di questa portata esistono ovunque, ma nell’epicentro dell’innovazione d’America, quel gap richiede un’attenzione speciale. E se la Silicon Valley riuscisse a livellare quel gap, forse aree con minore disuguaglianza potrebbero fare lo stesso. “La ricchezza è palpabile” ha detto a Business Insider il consulente di filantropia Alexa Cortes Culwell. “Torni a casa e tutti i tuoi vicini hanno una Tesla parcheggiata in strada, con un cavo che esce fuori. È un posto strano e surreale in cui vivere in questo momento”.

Secondo una nuova relazione che Culwell ha pubblicato insieme all’esperta del settore sociale Heather McLeod Grant, le organizzazioni no-profit locali raramente vedono quella ricchezza andare nella loro direzione, nonostante l’enorme impatto che potrebbe avere sulla riduzione della povertà. Culwell e Grant descrivono un profondo divario di empatia tra quelli della Silicon Valley che guadagnano di più e le organizzazioni no-profit di quell’area. Le due coautrici lo chiamano il “paradosso della prosperità”. In pratica nessuna delle due parti ha idea di cosa l’altra parte stia pensando o provando – e nel caso dei ricchissimi della Silicon Valley, non hanno idea che quell’altra parte esista proprio.


Ville lungo Clearview Drive nella contea di Santa Clara County. I loro prezzi variano tra 594.000 e 899.000, dollari, secondo il database immobiliare Zillow. Norbert von der Groeben/Reuters
“Il livello sociale ed economico indirizza la gente su rotte differenti, strade diverse, supermercati diversi” dice Culwell. Soltanto pochissime delle 100 persone più pagate con cui lei e Grant hanno parlato hanno detto di conoscere che tipo di organizzazioni operavano nelle parti più povere di San Jose e San Carlos.

“Nulla nelle loro vite li porta in quelle zone” dice Culwell. Se la gente ha mai donato, lo ha fatto a organizzazioni note la cui missione è molto più vasta come portata rispetto alle sole due contee incluse nel rapporto. In altre parole, in base a tutte le informazioni che sono state raccolte, Culwell e Grant dicono che lo stereotipo delle elite della Silicon Valley di avidi accaparratori è risultato essere per lo più falso. Un sacco di gente ha espresso il desiderio di donare di più dal proprio portafoglio a gruppi locali; semplicemente non sapeva da dove iniziare.

Non è solo questione di ricchezza

Anche le organizzazioni no-profit hanno responsabilità nell’aver creato il paradosso. Soltanto una piccola parte dei leader delle 140 organizzazioni no-profit locali intervistati per la relazione hanno utilizzato un linguaggio che secondo Culwell e Grant avrebbe potuto trovare il favore di “tipi da Silicon Valley”.

“I donatori di solito vengono dal settore privato, e pensano alle compagnie in termini finanziari” dice Culwell. Usano un linguaggio fatto di numeri, di crescita dei redditi anno dopo anno. “Le organizzazioni no-profit parlano un linguaggio più sociale e morale”. Parlano di quanto sia importante il lavoro che stanno facendo e di quanto renda felici le persone.

Questo divario può creare situazioni strane, se ad esempio un donatore vuole dare una mano.
“Se un donatore ti chiede di quante persone ti occupi e quanto ti costa ogni persona, non puoi fermarti e andare a controllare” dice Culwell. “Nel loro mondo questo non succederebbe mai”.

Come colmare questo divario


Volontari di una Food bank distribuiscono borse di cibo. Getty Images/Andrew Burton

Affinché entrambe le parti lavorino insieme in maniera efficace, ognuna deve riconoscere le difficoltà dell’altra. Questo è il gap di empatia che le ricercatrici hanno identificato: al momento c’è una disconnessione tra quello che i donatori hanno bisogno di sapere prima di donare, e quello su cui le organizzazioni no-profit hanno concentrato tutte le loro energie. Culwell e Grant sono ottimiste sul fatto che il gap si possa colmare.

Alla fine della loro relazione, hanno elencato diversi passi che ognuna delle due parti potrebbe compiere per ridurre la povertà generale della Silicon Valley. I no-profit potrebbero ripassare i loro numeri e stabilire obiettivi chiari su dove arriveranno le donazioni, mentre i potenziali donatori potrebbero aderire ad una piattaforma di donazioni per educare se stessi su tutto quello che è il mondo del no-profit o dare i soldi per finanziare i costi di back end se non sono interessati nel supportare una causa in modo diretto.

Culwell sostiene che il successo nella Silicon Valley sarebbe davvero di ottimo auspicio per il resto del Paese, specialmente dal momento che l’innovazione ha il suo fulcro in quella regione.

“Il paradosso della prosperità nella Silicon Valley ci dà l’opportunità di utilizzare tutta l’ingegnosità della Valley per creare il ponte che colmi questo divario” dice. “Abbiamo parlato con 300 soggetti interessati e dopo averlo fatto abbiamo avuto la sensazione che, se solo potessimo farli continuare a parlare, potrebbero succedere cose straordinarie”.

La fine del mondo è vicina: Microsoft collabora con i concorrenti! Google, Apple, Samsung e perfino Linux

repubblica.it
Matt Weinberger

Se pensate che il 2016 sia stato anno bizzarro, un altro avvenimento conferma che sta per arrivare la fine del mondo: la Microsoft sta collaborando con Google, Apple, Samsung e addirittura ha aperto al sistema operativo gratuito Linux. Roba mai successa prima!


Il CEO di Microsoft Satya Nadella (Microsoft)
Eccovi un breve resoconto delle novità annunciate all’evento per programmatori Microsoft Connect:
  • Microsoft entrerà a far parte della Linux Foundation, fondazione che promuove lo sviluppo di Linux, il sistema operativo gratuito. La Microsoft ha trascorso gran parte degli anni novanta in un’aspra competizione con Linux, considerato una minaccia al predominio di Windows: va da sé, dunque, che questo annuncio sia a dir poco degno di nota. 
  • Google sta per unirsi al comitato direttivo della .NET Foundation, una società indipendente e senza scopo di lucro, fondata dalla Microsoft nel 2014 al fine di supervisionare la comunità sul .NET Programming Framework, quell’insieme molto diffuso di tecnologie per la creazione di software, in particolare di programmi per le aziende e per il web.
  • Samsung sta collaborando con Microsoft per consentire ai programmatori di utilizzare .NET per sviluppare applicazioni per il sistema operativo Tizen, diffuso sugli smart TV di Samsung e su altri dispositivi creati dall’azienda sud-coreana.
  • In ultimo, ma non meno importante, Microsoft sta lavorando al lancio di una nuova versione di Visual Studio per Mac. La notizia è stata rivelata dalla Microsoft attraverso un post pubblicato per errore sul suo blog prima del tempo.
Julia Liuson, Vicepresidente Corporate della divisione Sviluppatori, ha affermato che da quando l’azienda ha promosso l’apertura alle tecnologie open source e ha adottato un atteggiamento più tollerante verso i partner, ha convertito anche i clienti più scettici, che prima di allora non avrebbero nemmeno preso in considerazione i prodotti Microsoft. “Abbiamo sempre più sostenitori in ogni parte del mondo”, ha dichiarato Liuson.


Scott Guthrie, Vicepresidente Executive di Microsoft Clouds and Enterprise (Microsoft)

Per esempio, ha aggiunto, un team di Google sta utilizzando Visual Studio Code, l’editor gratuito di Microsoft, per il potenziamento del browser Chrome. Queste azioni fanno crescere sempre più la reputazione di Microsoft, dal momento che è Google a dettare le tendenze tra i programmatori della Silicon Valley. L’obiettivo dell’azienda è di migliorare la propria immagine tra i programmatori e solidificare tale immagine attraverso delle partnership formali e durature.
“Meglio di quello che sembra”
Prediamo un altro esempio relativo a Google: Liuson ha affermato che la squadra che lavora alla piattaforma di Google Cloud ha dato una mano a Microsoft per quanto riguarda gli interrogativi legati a .NET per consentire ai suoi clienti di utilizzarla per la creazione di software. Attualmente, Google sta aiutando gli amministratori di quello che sarà .NET, per apportare miglioramenti a beneficio dei clienti di entrambe le aziende. “Stiamo davvero costruendo uno degli ecosistemi più grandi e più solidi, ” ha dichiarato Liuson.

Allo stesso modo, negli ultimi anni, Microsoft ha utilizzato molto volentieri l’immagine del CEO Satya Nadella, il quale ha dichiarato il suo amore per il sistema operativo Linux, come si vede nella prima foto. Sebbene Linux non sia mai stato in grado di competere con Windows e Mac per quanto riguarda l’utilizzo su computer, rimane il sistema operativo utilizzato su milioni di server nel mondo e Microsoft lo supporta nel suo Azure cloud con entusiasmo.


Miguel de Icaza, co-fondatore di Xamarin, sul palco del Microsoft Build nel 2014 (Xamarin)

Diventare parte della Linux Foundation è prova di amore vero e contribuisce a dare credibilità all’impegno di Microsoft a supporto di Linux.

“È anche meglio di quello che sembra”, ha affermato Liuson.

In quest’ottica, Visual Studio per Mac, basato in gran parte su Xamarin Studio, acquistato da Microsoft all’inizio di quest’anno, è una mossa per strizzare l’occhio a quei tanti programmatori che utilizzano principalmente i computer Mac ma che potrebbero trarre dei benefici dall’utilizzo delle tecnologie Microsoft.

Insomma, Microsoft sta dimostrando di voler lavorare con i concorrenti e con le loro piattaforme se questo rende felici gli sviluppatori, poiché sono proprio loro i clienti più importanti dell’azienda. Se questi clienti sono contenti, allora saranno ancora più disposti a usare i prodotti Microsoft e l’azienda, attraverso questi annunci, si impegna a operare con correttezza.

Sprechi di Stato: con un pieno di benzina si pagano ancora l’Abissinia e il Belice

repubblica.it



Due terzi del pieno di benzina finiscono nelle casse dello Stato: tra Iva e accise, il Fisco mette le mani su un euro tondo per ogni litro, mentre la “verde” costa appena 50 centesimi. D’altra parte si sa: l’auto è un bene irrinunciabile e le merci, in Italia, viaggiano quasi esclusivamente su gomma. E così quando c’è da fare cassa basta mettere un balzello sui carburanti per fare centro.

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Spesso le accise – arrivate a quota 0,728 euro al litro – sono state utilizzate per mere esigenze di bilancio, altre volte, invece, servono a coprire spese impreviste. Salvo poi diventare definitive. L’elenco delle spese ormai archiviate che ancora gravano sulla nostra benzina è lungo: in ordine cronologico ci sono la guerra di Abissinia, la crisi di Suez, la diga del Vajont, l’alluvione di Firenze, il terremoto del Belice, del Friuli, dell’Irpinia, le due missioni Onu in Libano, la missione Onu in Bosnia, il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri, il rinnovo della flotta di autobus pubblici, il finanziamento al fondo dello spettacolo (Fus), l’alluvione in Lunigiana, il decreto salva Italia, il terremoto in Emilia e il taglio delle imposte in Abruzzo.

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Nel complesso 30 centesimi servono a coprire i buchi di bilancio, 31 pagano l’ormai passata invasione dell’Abissinia (1935) oltre alle missioni in Libano e Bosnia e – infine – 11 centesimi servono a ricostruire i paesi distrutti dal terremoto.

Eppure i fatti dimostrano che lo Stato è bravo a incassare, ma non altrettanto efficiente nello spendere. Secondo i calcoli della Cgia di Mestre, infatti, gli italiani hanno versato con le accise più del doppio (145 miliardi) di quanto è stato speso, 70,4 miliardi di euro, per ricostruire tutte e sette le aree colpite dai terremoti che si sono succeduti in questi ultimi decenni (Valle del Belice, Friuli, Irpinia, Marche-Umbria, Molise-Puglia, Abruzzo ed Emilia Romagna).

Dal 1970 al 2015 gli italiani hanno versato 145 miliardi di euro nominali (261 miliardi di euro se attualizzati), mentre il Consiglio Nazionale degli Ingegneri stima in 70,4 miliardi di euro nominali (121,6 se attualizzati) il costo della ricostruzione delle sette le aree danneggiate. Peggio: solo i più recenti terremoti dell’Aquila e dell’Emilia Romagna hanno presentato costi superiori a quanto fino ad ora è stato incassato con le rispettive accise.

“Ogni qual volta che facciamo benzina – spiega il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – 11 centesimi di euro al litro vengono prelevati per finanziare la ricostruzione delle zone che sono state devastate negli ultimi decenni da questi eventi sismici. Con questa destinazione d’uso gli italiani continuano a versare all’erario circa 4 miliardi di euro all’anno. Se, come dicono gli esperti, questi fenomeni distruttivi avvengono mediamente ogni 5 anni, è necessario che queste risorse siano impiegate in particolar modo per realizzare gli interventi di prevenzione nelle zone a più alto rischio sismico e non per altre finalità”.

File ai distributori di carburante in previsione dello sciopero

Insomma, i conti non tornano. Anche perché spesso si sono fatti i conti su quale sarebbe il costo della messa in sicurezza di tutto il territorio italiano: per Mario Dolce, direttore della Protezione civile, servono circa 50 miliardi per i soli edifici pubblici, mentre per i privati gli ingegneri stimano 93,7 miliardi. Un’altra stima che invece considera solo le aree a elevato rischio sismico ritiene che basterebbero 36 miliardi di euro. Di certo se lo Stato avesse investito almeno una parte di quei quattro miliardi di euro che ogni anno escono dalla tasche dei cittadini per puntellare le aree più delicate del Paese l’impatto delle ultime tragedie non sarebbe stato così forte.

La Finanziaria 2013 del governo Monti, inoltre, ha reso permanenti le accise per recuperare le risorse da destinare alla ricostruzione delle zone colpite dal terremoto. Una decisione che solleva un ulteriore paradosso: “Se l’applicazione delle accise per la ricostruzione è in parte giustificabile – annota il segretario della Cgia Renato Mason – perché mai continuiamo a pagare quelle per la guerra in Abissinia del 1935, per la crisi di Suez del 1956, per il disastro del Vajont del 1963 e per l’alluvione di Firenze del 1966 fino ad arrivare al rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004?”.

Quali sono e cosa fanno le startup acquistate da Apple nel 2016

La Stampa
luca scarcella

La società americana non produce soltanto iPhone, iPad e computer Mac e Apple Watch. Ecco la lista delle aziende che ha rilevato quest’anno: domina l’intelligenza artificiale



Con Tim Cook alla guida, Apple acquisisce ogni anno aziende ritenute strategiche per una crescita futura, rilevandone i brevetti e i fatturati. Nel 2016 quelle comprate sono state nove, e spaziano dalla realtà aumentata e intelligenza artificiale, all’educazione, salute e intrattenimento. In un’intervista alla Cnbc, il Ceo di Cupertino ha spiegato come Apple «generalmente acquisisce un’azienda ogni tre o quattro settimane, ed è raro che passi un mese senza comprarne almeno una».

TURI
Turi è l’unica acquisizione di cui si conosce il costo: 200 milioni di dollari. La start-up fornisce strumenti per gli sviluppatori, in grado così di incorporare l’intelligenza artificiale e la machine learning (apprendimento automatico) nelle loro applicazioni. Un progetto nato come open source, che dopo l’acquisto da parte di Apple probabilmente cambierà natura.

FLYBY MEDIA
La prima startup rilevata nel 2016, secondo il Financial Times, è stata Flyby Media, società newyorkese attiva dal 2010 nello sviluppo di un’applicazione che permette di ricreare in realtà aumentata lo spazio che ci circonda, semplicemente riprendendolo con la fotocamera dello smartphone. Flyby Media aveva collaborato con Google nella realizzazione del Project Tango.

EMOTIENT
Apple ha poi acquistato Emotient, che ha sviluppato un software in grado di riconoscere le emozioni delle persone dal loro volto, grazie all’intelligenza artificiale. La prima applicazione pratica di Emotient fu sui Google Glass (che non hanno mai incontrato il grande pubblico): ora che anche Apple starebbe lavorando ai propri occhiali smart, non si fatica a capire la direzione che prenderà questo progetto.



LEARNSPROUT
LearnSprout è un software di analisi che permette agli insegnanti di tenere traccia delle prestazioni degli studenti. Secondo un report di Bloomberg, LearnSprout, prima dell’acquisizione, era utilizzato da più di 2500 istituti scolastici in 42 distretti degli Stati Uniti, e aveva raccolto 4,7 milioni di dollari in finanziamenti. LearnSprout favorisce l’obiettivo di Apple, ossia la distribuzione e la fruizione di iPad e altri suoi dispositivi nelle scuole.

LEGBACORE
Si dice che Apple abbia chiuso per l’acquisizione di LegbaCore, società di sicurezza informatica, già a fine 2015, ma l’ufficialità è arrivata soltanto a febbraio 2016. La trattativa sarebbe partita subito dopo la soluzione trovata proprio dalla piccola start-up di Washington D.C. al primo virus che riuscì ad attaccare i computer Mac e i sistemi iOS, Thunderstrike 2.

CARPOOL KARAOKE
Non è un caso se la presentazione dell’ultimo iPhone si è aperta con Tim Cook che cantava in un’auto accanto a James Corden. Apple Music ha infatti comprato i diritti della gag virale del programma Late Late Show, dove il conduttore guida un’auto per la città cantando insieme a star del mondo della musica e dello spettacolo. Gli episodi di Carpool Karaoke commissionati sono 16, della durata di 15 minuti ognuno, e saranno visibili soltanto agli abbonati. 

GLIIMPSEE
Gliimpse è specializzata nella gestione e condivisione dei dati medici personali dei pazienti americani. L’azienda di Cupertino potenzia così i servizi riguardanti la salute e il benessere, per la progettazione di dispositivi indossabili ad hoc, come l’Apple Watch.

TUPLEJUMP
Tuplejump crea strumenti per gestire in modo semplice e veloce quantità enormi di dati. Apple ha acquistato la compagnia, con sede in India e Stati Uniti, poiché interessata al progetto denominato FiloDB, una piattaforma open source che applica l’apprendimento automatico e l’intelligenza artificiale alla computazione dei big data.

INDOOR.IO
La startup finlandese Indoor.io si occupa della mappatura digitale di ambienti chiusi. L’obiettivo di Apple è quello di garantire ai possessori di iPhone e iPad un servizio ottimale per orientarsi nei grandi spazi pubblici chiusi, come aeroporti, stazioni ferroviarie e musei.

@LuS_inc

Cassazione, legittimo licenziare per aumentare i profitti

Corriere della sera

La sezione lavoro della Suprema Corte ha annullato una sentenza della Corte di Appello di Firenze che aveva risarcito un lavoratore licenziato nel 2013



Licenziare per «una organizzazione del lavoro più conveniente per un incremento del profitto» è legittimo. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione. E la sentenza, depositata lo scorso 7 dicembre, fa già discutere. Secondo i giudici, infatti, i dipendenti possono essere licenziati non solo per ristrutturazioni aziendali o per difficoltà economiche. Ma anche per aumentare redditività e profitti.
La sentenza
La Sezione Lavoro della Corte, presieduta da Vincenzo Di Cerbo, ha annullato la decisione con cui il 29 maggio 2015 la Corte di Appello di Firenze aveva imposto a una società per azioni con sede a Roma di corrispondere un’indennità pari a 15 mensilità a un dipendente licenziato l’11 giugno 2013. La motivazione della sentenza fu che non sussistesse un «giustificato motivo oggettivo» per la risoluzione del rapporto di lavoro.

Ora però i Supremi Giudici hanno ribaltato la decisione accogliendo le tesi dei legali dell’impresa, che hanno richiamato l’articolo 41 della Costituzione e hanno stabilito che «l’imprenditore è libero, pur nel rispetto della legge, di assumere quelle decisioni atte a rendere più funzionale ed efficiente la propria azienda, senza che il giudice possa entrare nel merito della decisione», e che, di conseguenza, sia «un limite gravemente vincolante» per l’autonomia dell’imprenditore quello di restringere la possibilità di «sopprimere una specifica funzione aziendale solo in caso di crisi economica finanziaria e di necessità di riduzione dei costi».

La Cassazione ha considerato fondate queste argomentazioni affermando che «il motivo oggettivo di licenziamento determinato da ragioni inerenti all’attività produttiva, nel cui ambito rientra anche l’ipotesi di riassetto organizzativo per la gestione dell’impresa, è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa». In altre parole l’imprenditore può «stabilire la dimensione occupazione dell’azienda, evidentemente al fine di perseguire il profitto che è lo scopo lecito per il quale intraprende l’azione».

29 dicembre 2016 (modifica il 29 dicembre 2016 | 16:43)

Addio a William Salice, l'inventore de "L'Ovetto Kinder"

repubblica.it

Stretto collaboratore di Michele Ferrero, il "papà" della Nutella, aveva istituito anche una fondazione per sviluppare il talento dei giovani

Addio a William Salice, l'inventore de "L'Ovetto Kinder"

E' morto ieri sera in una clinica di Pavia, dove era ricoverato da tempo, William Salice per anni uno dei più stretti collaborati di Michele Ferrero, il papà della Nutella. In Ferrero, dove era entrato nel 1960, aveva contribuito al lancio di vari prodotti, tra cui l'Ovetto Kinder. A chi lo indicava come l'ideatore dell'Ovetto, lui rispondeva: "L'inventore è Ferrero io sono l'esecutore materiale".
3,9mila

La notizia della morte si è diffusa a Loano, dove aveva istituito la fondazione Color Your Life. Era originario di Torino, ma da anni era residente a Borghetto Santo Spirito (Savona). Aveva 83 anni, era stato colpito da ictus.

In questi anni, con la fondazione, Salice ha portato a Loano migliaia di studenti e centinaia di tutor di altissimo livello, dai premi nobel ai capitani d'industria, per contribuire a far sviluppare il talento dei giovani in vari campi. I funerali si svolgeranno domani mattina a Casei Gerola (Pavia), nella chiesa di San Giovanni Battista.

La bufala dell’esplosione a Bangkok: il Safety Check di Facebook attivo per due petardi

La Stampa



È l’anno della post verità e l’ultima delle bufale che hanno accompagnato il 2016 arriva da Bangkok, dove con l’aiuto inconsapevole di Facebook ci si può inventare anche un attentato esplosivo. Succede, come ha ricostruito il debunker italiano David Puente , che il 27 dicembre Facebook attivi uno dei suoi moduli Safety Check, con cui gli utenti possono comunicare ad amici e parenti se sono sani e salvi quando succede qualcosa di pericoloso dove si trovano (che si tratti di un attentato o di un terremoto). 

L’allerta lanciata da Facebook riguarda una presunta esplosione avvenuta a Bangkok. Esplosione che non c’è. Come è possibile? Come spiega The Verge , il Safety Check di Facebook si attiva attraverso un algoritmo. In questo caso, però, qualcosa non deve aver funzionato correttamente, perché il social network ha utilizzato come fonti un mix inquietante di blog e siti di fake news. L’unico evento lontanamente assimilabile a un’esplosione a Bangkok è la protesta di un uomo salito sul tetto della sede del governo thailandese lanciando petardi. Non proprio un attentato dinamitardo. 

L’algoritmo che fa funzionare il Safety Check di Facebook unisce le fonti trovate in rete e i post in tendenza sul social network (i trend topic di Facebook in Italia non sono ancora diffusi ma all’estero sono già una realtà consolidata in molti Paesi): il social network, quindi, ha unito le segnalazioni legate ai post e le fake news che giravano in rete facendo scattare il Safety Check senza avere un riscontro effettivo che ci fosse stata un’esplosione a Bangkok. Per giunta, come segnala il giornalista Saksith Saiyasombut, di Channel NewsAsia, Facebook avrebbe tradotto male una parola thailandese che può significare sia “bomba” sia “forte rumore”. 

Da «l’ha detto la tv» a «l’ho visto su Facebook» il passo è breve e la bufala dell’esplosione a Bangkok ha cominciato a girare con ancora più forza di prima, spingenDo Facebook a disattivare il modulo Safety Check e promettere una più attenta gestione dello strumento per il futuro. O almeno si spera.