giovedì 29 dicembre 2016

Addio a Cyanogen, l’Android alternativo che voleva battere Google

La Stampa
andrea nepori

La più famosa ROM per il sistema operativo di Mountain View non verrà più aggiornata: l’azienda che la gestiva ha deciso seguire una strategia diversa. Il codice Open Source originale continuerà a vivere nel progetto Lineage OS



Il 2016 si è portato via anche CyanogenMod. La famosa ROM alternativa per dispositivi Android, sviluppata in origine da Steve “Cyanogen” Kondik, non verrà più aggiornata. L’annuncio è arrivato il 23 dicembre sul blog di Cyanogen Inc., l’azienda che detiene i diritti sul marchio e che offriva le risorse economiche e l’infrastruttura informatica necessaria per lo sviluppo e la distribuzione del software. La chiusura era fissata per il 31 dicembre, ma i server sono andati offline in anticipo, nel giorno di Natale. 

Cyanogen Inc. era nata per trasformare l’esperienza di CyanogenMod in un vero e proprio sistema operativo - Cyanogen OS - che potesse sostituirsi ad Android. Un’ambizione eccessiva, condita in passato da dichiarazioni fuori luogo (“stiamo ficcando un proiettile in testa a Google”, ebbe a dire nel 2015 l’allora CEO Kirk McMaster) e che si è presto rivelata infondata. 

A inizio ottobre l’annuncio del cambio di strategia , con la virata verso un più abbordabile sistema di componenti software modulari per il sistema operativo di Google e un cambio al vertice dell’azienda. Il primo dicembre, lo stesso Steve Kondik ha ufficializzato le proprie dimissioni dall’azienda, accusando proprio McMaster, quello del “proiettile in testa”, di averla gestita in maniera scellerata. Se l’allontanamento di “Cyanogen” era un chiaro segno premonitore, l’interruzione della distribuzione e la disattivazione del sito ufficiale e di tutti i servizi sono stati il colpo di grazia: CyanogenMod è definitivamente morta. 

Il team e la comunità di sviluppatori che ha contribuito alla ROM degli anni si è già riunito attorno ad un nuovo progetto. Si chiama Lineage OS e di CyanogenMod non eredita il nome (il trademark è rimasto di proprietà dell’azienda) ma conserva il codice sorgente, gli obiettivi raggiunti nel corso degli ultimi 8 anni e soprattutto lo spirito originario. Senza le risorse economiche e tecniche di Cyanogen Inc. difficilmente Lineage riuscirà a ripartire dagli stessi livelli, però, ed è probabile che il numero di dispositivi supportati, almeno in un un primo momento, sarà ridotto.

Gli sviluppatori, in ogni caso, hanno promesso che nei prossimi giorni pubblicheranno ulteriori aggiornamenti sul futuro dell’erede di CyanogenMod. Per chi fosse interessato all’evoluzione del progetto il consiglio è di tenere d’occhio il blog ufficiale .

Domande

La Stampa



Oggi conferenza stampa di Gentiloni: “Se avete domande, chiamate Matteo”.

Siri alla guida: l'auto diventa un assistente personale

repubblica.it
di VINCENZO BORGOMEO

Bosch, il colosso mondiale della mobilità connessa presenterà la propria visione di futuro al CES 2017 con una nuova straordinaria concept car. Eccola in anteprima

Siri alla guida: l'auto diventa un assistente personale

Di guidare, ormai è chiaro, se ne parla sempre meno: l'auto del futuro farà tutto da sola. E chi sarà nell'abitacolo avrà sempre più tempo a disposizione. Tanto tempo perché tecnologia o no il traffico non ce lo leva nessuno. Ecco quindi l'idea della Bosch, azienda leader mondiale nel settore della componentistica: trasformare l’auto nel terzo living space, oltre a casa e lavoro.

Un'idea radicale, complessa. E per questo alla Bosch non si sono limitati a raccontare il progetto (mostrando come fanno di solito tutte le meraviglie fin qui realizzate per Bmw, Audi, Mercedes e soci, dai comandi a gesti al cruscotto virtuale solo per dirne due) ma hanno realizzato addirittura un prorotipo tutto loro. Con tanto di stemmi "Bosch" sui cofani.

Anche questa una rivoluzione mai vista prima:  è la definitiva rivincita dell'elettronica sul resto della macchina, il fornitore che diventa brand, il microchip che si prende la rivincita sul pistone. Qui a nessuno importa quale motore ci sia sotto il cofano, ma solo come l'elettronica renda le macchine "diverse".

In ogni caso una cosa è certa: con la guida autonoma in auto ci si annoierà a morte. Ed ecco quindi perché si lavora per rendere possibile ai guidatori e i passeggeri fare cose come scrivere e-mail, ascoltando musica o guardando video in streaming.

Detto così sembra facile, (e molti automobilisti lo fanno già oggi senza guida autonoma...) ma quello che ha in mente la Bosch è talmente complesso che lasciamo a loro la parola. Per farci descrivere, punto per punto, come vedono il futuro dell'auto. Ecco - integrale - la loro visione.

L'auto del futuro è fra noi


Riconoscimento del volto e personalizzazione intelligente: La Driver Monitor Camera rende possibile il riconoscimento veloce del volto e la personalizzazione dal momento in cui il guidatore sale in auto. Per esempio, l’auto imposta il volante, gli specchi, la temperatura interna e la stazione radio a seconda delle preferenze personali del guidatore. Durante la guida, il rilevamento della sonnolenza del guidatore aiuta ad aumentare la sicurezza: se il guidatore rischia di addormentarsi o è molto distratto, l’auto invia un avvertimento e aiuta a evitare le situazioni critiche.

Controllo dei gesti con Ultra Haptics: La concept car comprende anche il primo sistema di controllo dei gesti con feedback aptico. Sviluppata con Ultra Haptics, una start-up di Bristol nel Regno Unito, questa tecnologia utilizza sensori a ultrasuoni che percepiscono se la mano del guidatore è nella posizione corretta e poi fornisce un feedback al gesto che si compie. Feedback aptico con neoSense: Grazie al touchscreen con feedback tattile, i pulsanti che appaiono sul touchscreen vengono percepiti come tasti reali. In molti casi, ciò permette di utilizzare il sistema di infotainment senza doverlo guardare. Così i guidatori possono mantenere la massima concentrazione e aumentando la sicurezza. Questa tecnologia è stata premiata con un CES Innovation Award nel 2016 e da allora ha fatto grandi passi avanti verso la produzione in serie.

L'auto del futuro è fra noi


Un display cristallino grazie a OLED: Con il concept vehicle, i display OLED (diodo organico a emissione di luce) sono stati integrati nella plancia dell’auto per la prima volta. Ciò consente di avere un display cristallino. Specchietti esterni digitali, ora anche nell’auto: Il Mirror Cam System è una soluzione basata su una videocamera che sostituisce entrambi gli specchietti esterni. I sensori video possono essere integrati all’interno del veicolo e le immagini vengono visualizzate su dei display vicino ai montanti sui lati destro e sinistro dell’auto. Inoltre, la tecnologia digitale consente di avere una visualizzazione specifica a seconda del contesto. Per esempio, se un’auto si trova in autostrada, la visualizzazione si concentra principalmente dietro all’auto. Al contrario, nella guida in città una visualizzazione più ampia aiuta a migliorare la sicurezza. Un buon contrasto migliora la visibilità quando si guida di notte.

Comunicazione tra l’auto e il guidatore: In futuro, l’interfaccia uomo-macchina (HMI) ricoprirà un ruolo sempre più importante in auto, specialmente quando si tratta di guida autonoma. Per esempio, permette al guidatore di sapere se è possibile attivare la guida autonoma su una strada specifica. Per passare all’auto la responsabilità della guida, il guidatore deve quindi premere due pulsanti sul volante per alcuni secondi. Durante la guida autonoma, la HMI mostra al guidatore ciò che rilevano i sensori ambientali dell’auto e quanto tempo rimane prima che debba ricominciare a guidare.

L'auto del futuro è fra noi


Comunicazione tra l’auto e la casa: Con la guida autonoma, i guidatori hanno a disposizione un numero maggiore di funzioni di infotainment tramite il display centrale del veicolo rispetto a quando stanno guidando personalmente. Grazie alla connessione internet, i conducenti possono rivedere gli appuntamenti vicini o programmare le spese da fare. La app Smart Home di Bosch consente inoltre ai guidatori di muovere le tende di casa, dare un’occhiata a cosa sta succedendo intorno o controllare se c’è abbastanza cibo in frigo. Semplicemente toccando un tasto, la app può trasmettere la lista della spesa al servizio di consegna a casa.

Comunicazione tra l’auto e la bicicletta: Grazie alla comunicazione tra veicolo e veicolo, le auto del futuro saranno informate sulle altre presenze sulla strada, molto prima di poterle vedere. In particolare, nel traffico stradale è facile non accorgersi della presenza delle biciclette, perché vengono nascoste dai bus o dai camion. Al CES, Bosch presenterà un collegamento tra la nuova concept car e una bicicletta. Grazie ad esso, i veicoli possono costantemente scambiarsi informazioni sulla propria posizione e direzione di viaggio. Ciò riduce il rischio di collisione.

Soluzioni di pagamento integrate di Bosch: Bosch ha sviluppato questa soluzione di pagamento elettronico che offre nuovi servizi tramite l’ecosistema IoT, tra cui una funzione di pagamento standardizzata. Sono già stati firmati gli accordi necessari per rendere possibile tutto ciò con molti sistemi di pagamento, compreso PayPal.

Il Frate Indovino dell'economia: calendario per il 2017

repubblica.it
di ROBERTO PETRINI

Dove andranno l'Italia e il mondo, mese per mese, da gennaio a dicembre 

Il Frate Indovino dell'economia: calendario per il 2017

L'Italia riuscirà a superare la soglia psicologica della crescita all'1 per cento? Quali saranno gli effetti della Trumpnomics? Il commercio mondiale rallenterà? Tornerà l'inflazione? I tassi d'interesse torneranno a crescere? Il '17 ci riporterà in un mondo normale come dice la Fed dalla quale si attendono altri tre rialzi il prossimo anno?  E Mario Draghi come si comporterà?

    Una guida, mese per mese, agli appuntamenti del prossimo anno, agli indicatori e alle scadenze da tenere sotto controllo. Con l'ausilio fondamentale del Ref di Fedele De Novellis per scongiurare, anche con un sorriso, le serie sfide che ci attendono. Scarica il calendario

La porta del Paradiso si trova in Cina e per varcarla bisogna salire 999 scalini

La Stampa
noemi penna



Varcare la porta del Paradiso? Bisogna prima percorre 99 tortuosi tornanti, poi salire 999 scalini. Una fatica non indifferente, che verrà ripagata dallo spettacolo della natura offerto dal Monte Tianmen, in Cina.

Siamo vicino alla città di Zhangjiajie, nella provincia di Hunan, e in cima ad una montagna si trova una suggestiva caverna di roccia naturale a forma di arco, alta trenta metri e profonda 70, che si scaglia verso il cielo. Questa formazione rocciosa, unica al mondo, sembra risalire all'anno 263, quando - in seguito ad un evento catastrofico - il dorso di una grotta crollò lasciando un buco nella parete e creando questo suggestivo panorama che i cinesi definiscono «il simbolo più vicino a Dio presente sulla terra».




Raggiungere la porta del paradiso richiede uno sforzo fisico non indifferente. Per ammirarla è necessario prendere un autobus per affrontare i tortuosi tornanti che s'inerpicano sulla montagna, poi percorrere la ripida scala che conta ben 999 gradini. Non a caso, per la sua conformazione, questo percorso è stato ribattezzato Tongtian, ovvero Viale verso il cielo. In alternativa è possibile usufruire della funivia più lunga del mondo, la Tianmen Mountain Cable, che in 20 minuti percorre circa 7,5 chilometri.



Ma non finisce qui. I più impavidi, oltre a varcare la porta del paradiso possono anche camminare lungo il versante orientale del Monte Tianmen su una passerella in vetro: una passeggiata a strapiombo su 1430 metri di vuoto assoluto, riservata solo a chi non soffre di vertigini.



Questo sentiero si chiama Walk of faith, ossia Cammino della fede, e deve essere percorso con dei copriscarpe per non graffiare il pavimento. Nonostante il senso di vuoto, la passerella trasparente - lunga 60 metri, spessa 6 centimetri e larga meno di un metro - è assolutamente sicura: «Qui i turisti possono camminare, correre o anche saltellare. È vetro temperato», rassicura Tian Huilin dell’ufficio turistico del Monte Tianmen.
 

Almeno

La Stampa
jena@lastampa.it

Vabbè che Gentiloni ha uno stile diverso da Renzi, ma almeno ci faccia sapere che esiste.

Influenza, meningite, autismo: 13 domande e risposte sui vaccini

Il Mattino

Ci sono regole semplici per evitare di contrarre i virus. «Lavare spesso le mani, soffiare il naso con un fazzoletto di carta e poi buttarlo via, quando si è influenzati non stare a contatto con gli altri, soprattutto con i bambini», spiega Paolo Siani, pediatra e primario dell'ospedale Santobono, uno dei quattro esperti - con Silvestro Scotti, medico di famiglia e presidente dell'Ordine di Napoli, Giulio Tarro, infettivologo e primario emerito al Cotugno, Maria Triassi, igienista e presidente campano della Commissione vaccini - interpellati dal Mattino.it per parlare di vaccini, influenza, meningite, paure e caos dovuti anche alle differenze nell'offerta gratuita dei farmaci, differenze che resistono tra Regioni.

Ce ne sono alcune, ad esempio, che hanno reso la profilassi obbligatoria per accedere all'asilo nido, altre che propongono servizi diversi addirittura nella stessa provincia. E non tutti i vaccini in commercio o somministrati gratuitamente dalle Asl sembrano efficaci quest'inverno a evitare la febbre, così come non tutti devono aderire alla campagna di prevenzione. Naturalmente, le domande riguardano anche la questione dell'autismo e altri dubbi diffusi tra i genitori. E, non manca, un ultimo interrogativo: perché i medici quasi mai si vaccinano?
Cliccando su ogni domanda è possibile vedere la video-risposta:

1. I bimbi sani devono vaccinarsi contro l'influenza?
2. Chi deve vaccinarsi?
3. Perché il vaccino non sempre funziona?
4. Influenza, quale vaccino è più efficace quest'inverno?
5. C'è un'emergenza meningite?
6. Quali vaccini sono disponibili?
7. Perché l'obbligo dei vaccini per andare all'asilo nido?
8. Perché si somministrano più vaccini di quelli obbligatori?
9. Può essere rischioso fare più vaccini insieme?
10. Il bimbo ammalato può vaccinarsi?
11. I vaccini possono provocare l'autismo?
12. Perché i vaccini sono gratuiti in alcune Regioni e in altre no?
13. Perché i medici quasi mai si vaccinano?

Speciale a cura di Maria Pirro, immagini e montaggio con Newfotosud - Annalisa Nuzzo, Alessandro Garofalo, Alessandro Pone.

Sabato 24 Dicembre 2016, 16:29 - Ultimo aggiornamento: 27-12-2016 19:48

Anca, spalla, ginocchio: da sempre l'uomo soffre per la posizione eretta

repubblica.it

Anca, spalla, ginocchio: da sempre l'uomo soffre per la posizione eretta

I punti deboli del corpo umano diretta conseguenza del passaggio dalla quadrupedia alla forma eretta. In futuro il rischio potrebbe aumentare ma la fisioterapia può aiutare

Il dolore alla spalla, all'anca e al ginocchio sarebbero così frequenti tra gli esseri umani, perché diretta conseguenza del passaggio dalla quadrupedia alla forma eretta. A indagare le cause evolutive dei dolori alle ossa sono stati gli scienziati dell'Università di Oxford.

Il team, guidato da Paul Monk del Dipartimento di Ortopedia Nuffield, Reumatologia e delle Scienze muscoloscheletrico, ha sottoposto a tomografia computerizzata (o Tac) 300 esemplari di ossa risalenti a diversi periodi, a partire da 400 milioni di anni fa, e appartenenti alle collezioni del Museo di Storia Naturale di Londra e lo Smithsonian Institution di Washington.

Unendo i dati sono stati in grado di creare una libreria di modelli 3D e individuare modifiche alle forme delle singole ossa nel corso di milioni di anni. Lo spostamento da quattro gambe alla posizione eretta, spiegano, ha fatto sì che il collo del femore sia cresciuto in spessore per sostenere il peso supplementare, cosa che però rende più probabile lo sviluppo dell'artrite, facendo sì che gli esseri umani siano più sensibili al dolore all'anca.

Nella spalla, gli scienziati hanno scoperto che un naturale spazio in cui passano tendini e vasi sanguigni si è stretto nel corso del tempo, anche in questo caso a seguito delle evoluzione in posizione eretta. Questo rende più difficile per i tendini di muoversi e potrebbe aiutare a spiegare perché alcune persone provano dolore alzando le braccia verso la testa.

Il team ha poi usato i dati per tentare di indovinare la forma delle ossa umane tra 4.000 anni, giungendo alla conclusione che per gli esseri umani del futuro, il rischio potrebbe essere ancora maggiore. Ma non ci sono solo brutte notizie: la giusta fisioterapia, che lavora sul mantenimento di un buon postura, spiegano, può aiutare a mitigare alcuni degli aspetti negativi.

Il Garante della privacy blocca una banca dati online della reputazione

La Stampa



No del Garante privacy alla banca dati on line della reputazione. Il progetto per la misurazione del «rating reputazionale», elaborato da una organizzazione articolata in un’associazione e da una società preposta alla gestione dell’iniziativa, viola le norme del Codice sulla protezione dei dati personali e incide negativamente sulla dignità delle persone.

L’infrastruttura, costituita da una piattaforma web e un archivio informatico, dovrebbe raccogliere ed elaborare una mole rilevante di dati personali contenuti in documenti «caricati» volontariamente sulla piattaforma dagli stessi utenti o «pescati» dal web. Attraverso un algoritmo, il sistema assegnerebbe poi ai soggetti censiti degli indicatori alfanumerici in grado, secondo la società, di misurare in modo oggettivo l’affidabilità delle persone in campo economico e professionale. Nel disporre il divieto di qualunque operazione di trattamento presente e futura, il Garante ha ritenuto che il sistema comporti rilevanti problematiche per la privacy a causa della delicatezza delle informazioni che si vorrebbero utilizzare, del pervasivo impatto sugli interessati e delle modalità di trattamento che la società intende mettere in atto.

Pur essendo infatti legittima, in linea di principio, l’erogazione di servizi che possano contribuire a rendere maggiormente efficienti, trasparenti e sicuri i rapporti socioeconomici, il sistema in esame - realizzato peraltro in assenza di una idonea base normativa - presuppone una raccolta massiva, anche on line, di informazioni suscettibili di incidere significativamente sulla rappresentazione economica e sociale di un’ampia platea di individui (clienti, candidati, imprenditori, liberi professionisti, cittadini).
Il «rating reputazionale» elaborato, secondo il Ganrante, potrebbe ripercuotersi sulla vita delle persone censite, influenzando le scelte altrui e condizionando l’ammissione degli interessati a prestazioni, servizi o benefici. Per quanto riguarda, poi, l’asserita oggettività delle valutazioni, la società non è stata in grado di dimostrare l’efficacia dell’algoritmo che regolerebbe la determinazione dei «rating» al quale dovrebbe essere rimessa, senza possibilità di contestazione, la valutazione dei soggetti censiti.

L’Autorità nutre, in generale, molte perplessità sull’opportunità di rimettere ad un sistema automatizzato ogni decisione su aspetti così delicati e complessi come quelli connessi alla reputazione. Senza contare, infatti, la difficoltà di misurare situazioni e variabili non facilmente classificabili, la valutazione potrebbe basarsi su documenti e certificati incompleti o viziati, con il rischio di creare profili inesatti e non rispondenti alla identità sociale delle persone censite.
Dubbi sono stati espressi dal Garante anche sulle misure di sicurezza del sistema - basate, prevalentemente, su sistemi di autenticazione «debole» (user id e password) e su meccanismi di cifratura dei soli dati giudiziari secondo l’Autorità davvero inadeguate, specie se rapportate all’elevato numero di soggetti che potrebbero essere coinvolti e all’ingente quantitativo di informazioni, anche molto delicate, che verrebbero registrate all’interno della piattaforma. Ulteriori criticità, infine, sono state ravvisate nei tempi di conservazione dei dati e nell’informativa da rendere agli interessati.

Dall’attacco «infame» di Tokyo all’alleanza inossidabile

Corriere della sera

di Sergio Romano

L’assalto del Giappone contro Pearl Harbor non fu una sorpresa per la Casa Bianca, per il Dipartimento di Stato e per le forze armate degli Stati Uniti



Nelle cronache tradizionali dell’evento, l’attacco giapponese contro la base navale americana di Pearl Harbor, alle sette del mattino del 7 dicembre 1941, fu un atto inatteso, proditorio e, secondo l’espressione usata dal presidente Roosevelt nelle ore successive, infame. In questa rappresentazione vi è il comprensibile sentimento di una opinione pubblica che fu effettivamente colta di sorpresa e si sentì pugnalata alle spalle. Ma non fu una sorpresa per la Casa Bianca, per il Dipartimento di Stato e per le forze armate degli Stati Uniti. Da molti anni ormai il Giappone stava estendendo la sua presenza militare sul continente cinese. Più recentemente, dopo lo scoppio della guerra in Europa, aveva approfittato della debolezza francese per imporre a Parigi l’occupazione «protettiva» dell’Indocina. E avrebbe fatto altrettanto, non appena possibile, con le colonie britanniche.
L’ordine di Roosevelt
Di fronte a una politica così palesemente bellicosa, gli Stati Uniti avevano reagito con fermezza e chiesto il ritiro delle forze giapponesi dalle colonie francesi. Era il 24 luglio 1941. Due giorni dopo, quando fu chiaro che il Giappone non avrebbe modificato la sua strategia, Roosevelt ordinò il congelamento dei beni giapponesi in America e proclamò l’embargo sulla fornitura del petrolio al Giappone. Molti osservatori degli affari asiatici sostennero che l’embargo era un atto ostile e che Tokyo, privato di necessarie risorse energetiche, avrebbe certamente reagito con la guerra, Ma i giapponesi preferirono aprire un negoziato che si protrasse senza alcun risultato per quattro mesi.

Speravano di indurre Washington a cambiare linea o stavano completando il rafforzamento del loro dispositivo militare? Probabilmente giocavano le due carte contemporaneamente e ruppero i negoziati con una operazione militare non appena fu chiaro che l’America non avrebbe fatto un passo indietro. Intorno a questa rappresentazione della vicenda ha preso corpo, soprattutto dopo la fine della guerra, la tesi, sostenuta da alcuni storici, che Roosevelt volesse il conflitto a tutti i costi e fosse pronto a correre il rischio di un disastro militare pur di ottenere l’autorizzazione del Congresso. Quando la Germania venne in aiuto al Giappone e dichiarò guerra agli Stati Uniti, il ministro degli Esteri tedesco (era Ribbentrop) convocò l’incaricato d’affari americano e disse: «Il suo presidente ha voluto la guerra. Eccola».
Senza scrupoli
I sospetti sono per certi aspetti confermati da una circostanza che Roosevelt non poteva ignorare. Come ricorda Liddel Hart nella sua «Storia della Seconda guerra mondiale», il Giappone aveva già dimostrato in una circostanza analoga di non avere scrupoli. Nell’agosto del 1903 russi e giapponesi stavano perseguendo gli stessi obiettivi sulle coste orientali della Cina e avevano deciso di ricercare insieme un compromesso. Il negoziato durò cinque mesi (un po’ più di quello con gli Stati Uniti) e i giapponesi, quando i russi fecero proposte poco gradite, attaccarono senza dichiarare guerra la base russa di Port Arthur. Le loro torpediniere colpirono due navi da battaglia e un incrociatore. I danni a Pearl Harbor furono molto più importanti.

I 360 aerei giapponesi affondarono 4 delle 8 corazzate ancorate nella rada, mentre una andò a incagliarsi sulla sponda e le altre furono danneggiate. La stessa sorte toccò ad altre navi minori e i morti americani furono 2.403. Resta da capire perché Shinzo Abe abbia deciso di visitare Pearl Harbor in questi giorni. I motivi sono almeno due. Barack Obama è andato a Hiroshima nel maggio di quest’anno (un gesto che i giapponesi hanno certamente apprezzato) ed è ora nelle Hawaii dove è nato e passa spesso le sue vacanze. Abe doveva restituire la visita del presidente americano e ha deciso di farlo quando avrebbe potuto avere con lui un ultimo colloquio. Ciascuno dei due ha reso omaggio ai morti dell’altro, ma nessuno dei due ha pronunciato parole di rammarico. Giappone e Stati Uniti sono ormai uniti da un patto di alleanza che torna utile a entrambi, ma né l’uno né l’altro è pronto a scusarsi per ciò che è accaduto.
Abe primo a incontrare Trump
Non è tutto. Prima di chiudere il rapporto con l’America di Obama, Abe aveva improvvisamente fatto un viaggio a New York per un incontro con il presidente eletto nella sua torre che è durato 90 minuti. È stato il primo leader di un governo straniero a incontrare Trump dopo la sua elezione. Non conosciamo il contenuto del colloquio, ma sappiamo che il nuovo presidente americano, durante la sua campagna elettorale, aveva trattato il Giappone non diversamente dal modo in cui ha trattato gli alleati della Nato. Aveva chiesto a Tokyo di pagare di più per il mantenimento delle truppe americane di stanza nel Paese e duramente commentato un accordo commerciale che Obama aveva stipulato con il Giappone e altri Stati del Pacifico.

La Cina , nel frattempo, sta a guardare.

Achille Lauro, fu vera crisi Italia-Usa sul nodo del terrorismo palestinese

Corriere della sera

di PAOLO MIELI

Un saggio di Matteo Gerlini (Mondadori Università) sulle scelte del governo Craxi. La fuga del capo guerrigliero Abu Abbas provocò gravi tensioni con l’America

Al centro, tra due agenti di polizia in borghese, il palestinese Bassam al-Ashker, l’unico minorenne tra i dirottatori dell’Achille Lauro
Al centro, tra due agenti di polizia in borghese, il palestinese Bassam al-Ashker, l’unico minorenne tra i dirottatori dell’Achille Lauro

Quelli tra il 7 e il 12 ottobre 1985 furono giorni che turbarono i rapporti tra Italia e Stati Uniti.
Lì per lì sembrò che tutto fosse rientrato, che la vicenda del sequestro della nave Achille Lauro da parte di un commando terroristico del Fronte di liberazione della Palestina — resa ancor più tragica dall’assassinio dell’ebreo americano Leon Klinghoffer, ucciso e gettato a mare con la sedia a rotelle —, del tentativo americano di catturare il capo del gruppo Abu Abbas atterrato su un aereo egiziano all’aeroporto militare di Sigonella, dell’opposizione italiana a questo atto di forza, del trasferimento dello stesso Abbas a Ciampino e di lì, su un aereo di linea, a Belgrado, da dove si sarebbe eclissato, sembrò — dicevamo — che tutta questa complicata storia si fosse ricomposta.

Che il clima tra il nostro Paese e gli Stati Uniti fosse tornato amichevole a dispetto anche dell’esplicito disappunto del presidente americano Ronald Reagan nei confronti del capo del governo italiano Bettino Craxi, il quale, per difendere la nostra sovranità nazionale, aveva rifiutato di consegnargli Abu Abbas con i suoi quattro sodali. E che tutto si fosse rasserenato dopo che era rientrata la brevissima crisi aperta dal leader repubblicano Giovanni Spadolini, all’epoca ministro della Difesa.

Leon Klinghoffer (1916-1985) cittadino americano di religione ebraica, assassinato da terroristi israeliani sulla nave da crociera italiana Achille Lauro nel 1985
Leon Klinghoffer (1916-1985) cittadino americano di religione ebraica, assassinato da terroristi israeliani sulla nave da crociera italiana Achille Lauro nel 1985

Nei giorni del caos non si conoscevano in dettaglio le modalità dell’assassinio di Klinghoffer: un leader dell’Olp, Faruq al-Qaddumi, aveva addirittura avanzato la provocatoria ipotesi che l’anziano paraplegico israelita fosse stato ammazzato dalla moglie Marilyn per poter intascare il premio di assicurazione sulla sua vita. Poi si seppe la verità. Ma nel frattempo Abbas e i suoi si erano volatilizzati. Il 6 novembre Craxi parlò alla Camera dei deputati, ottenne anche il plauso del Partito comunista italiano, che pure all’epoca aveva con il Psi rapporti incandescenti. Trascorsero alcuni giorni e Reagan — con una lettera cordiale che iniziava con le parole «Dear Bettino» — sembrò aver fatto pace con il nostro governo.

Adesso un libro di Matteo Gerlini, Il dirottamento dell’Achille Lauro e i suoi inattesi e sorprendenti risvolti, che sta per essere pubblicato da Mondadori Università, prende in considerazione l’ipotesi che quella frattura abbia avuto una scia lunga e addirittura un riflesso nelle vicende giudiziarie che una decina di anni dopo avrebbero provocato l’uscita di Craxi e di Giulio Andreotti dalla scena politica italiana. Anche se, per l’assenza di riscontri documentali, l’autore non dà eccessivo credito a questa ipotesi e la riconduce ad una semplice «vulgata».

Merito del libro di Gerlini — a differenza degli altri che si sono occupati di questo caso — è quello di non aver puntato i riflettori pressoché esclusivamente sul ruolo svolto da Bettino Craxi in quei giorni dell’ottobre 1985. Il faro illumina anche altre figure. Quella dell’allora ministro degli Esteri, ad esempio. Dapprincipio Andreotti ebbe un incidente con l’ambasciatore americano a Roma Maxwell Rabb, che gli rimproverava di non aver avvertito gli Stati Uniti della partenza di Abu Abbas.

Andreotti spiegò che non aveva dato quell’informazione perché l’ambasciatore egiziano era «spaventato della possibilità che l’aereo su cui viaggiavano i palestinesi fosse attaccato e abbattuto».
Rabb disse che quell’accusa era «scioccante». A quel punto Andreotti emendò la sua dichiarazione dicendo che, secondo il diplomatico del Cairo, l’aereo avrebbe potuto essere «costretto ad atterrare». Ma, scrive Gerlini, «la correzione di Andreotti — riportata unicamente nel documento statunitense — ovviamente non cambiava il significato di una simile affermazione, perché la sola menzione del timore dell’abbattimento aveva sortito il suo effetto sull’interlocutore».

E non finì lì. Da un successivo resoconto emerge un contrasto fortissimo nel corso di un incontro a Bruxelles tra Andreotti e il segretario di Stato americano George Schultz dopo che l’ambasciatore statunitense Rabb aveva sostenuto la tesi di un cedimento italiano ad Abu Abbas. Il nostro ministro — si legge nella nota — «ha risposto che questa insinuazione gli sembrava offensiva» e che l’Italia avrebbe processato i terroristi «secondo le proprie leggi». Anche Abu Abbas, ove le prove addotte dovessero risultare sufficienti, sarebbe stato «incriminato e, se possibile, processato al pari di qualsiasi cittadino italiano».

L’Italia, ribadiva il nostro ministro degli Esteri, «ha condotto, con risultati che tutti conoscono, la lotta al terrorismo senza violare le proprie leggi… Non possiamo accettare le affermazioni dell’ambasciatore Rabb che sembrano mettere in dubbio la nostra determinazione di combattere il terrorismo ed altre insinuazioni simili, da ovunque vengano». Dopodiché Andreotti aveva consegnato a Schultz due note distinte — una sugli avvenimenti di Sigonella, l’altra sul volo di Abbas da Sigonella a Roma — dicendo che considerava «opportuno» farle leggere al presidente degli Stati Uniti, specificando che da questa lettura qui in Italia «non ci si attendeva una risposta».

Successivamente, fa notare Gerlini, dopo una riunione del consiglio atlantico, Andreotti e Schultz «ripresero la conversazione con toni diversi». Andreotti, però, chiese espressamente che da parte di Reagan non venisse «sottovalutata» la posizione italiana, precisò che in merito a Sigonella giudicava «grave» l’atteggiamento degli Usa e che solo «il suo senso di responsabilità e quarant’anni di esperienza politica» lo inducevano a «non alimentare la polemica su questo aspetto». Tanto più che, se la polemica fosse divampata, sarebbe stata «enormemente complicata la posizione del governo italiano rispetto al dislocamento degli euromissili». Schultz colse al volo il senso della neanche tanto velata minaccia, si disse «colpito» da come Andreotti gli aveva spiegato «il ruolo di negoziatore di Abu Abbas» e propose al ministro democristiano di attenersi, nelle comunicazioni ufficiali, a un «linguaggio comune». Così fu.

Ma poche ore dopo Schultz inviò, dall’aereo che lo stava riportando dall’Europa agli Stati Uniti, un asciutto messaggio all’ambasciatore italiano a Washington Rinaldo Petrignani, nel quale dichiarava di «non ritenere appropriato» il comunicato congiunto che Italia e Stati Uniti avrebbero dovuto emettere sull’intera vicenda. Per Schultz «dopo lo scambio di vedute con Andreotti, il disaccordo permaneva». Andreotti, adirato, reagì parlando di un «voltafaccia». Anche se in pubblico minimizzò e, pur ritenendolo verosimile, a qualche giornalista che insinuava essere la posizione spadoliniana «dettata da Washington» rispose che considerava questa ipotesi «uno scherzo». Dopodiché, però, telefonò privatamente a Vernon Walters (ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite) e gli disse che se la dichiarazione del segretario di Stato non fosse stata rettificata, la delegazione italiana avrebbe disertato il vertice di New York del 24 ottobre.

Nelle stesse ore, Giuliano Amato (sottosegretario alla presidenza del Consiglio) chiamò Petrignani, per esprimergli, da parte di Craxi, concetti simili. Quel vertice era importantissimo in quanto avrebbe dovuto preparare il summit davvero fondamentale, il 19 e il 20 novembre a Ginevra, tra Reagan e Gorbaciov. Doveva essere il primo vertice russo-americano dopo sei anni di gelo e il presidente degli Stati Uniti intendeva presentarsi dopo aver concordato con tutti i capi di governo del G7 ogni singolo dettaglio in materia di rapporti Est-Ovest. Già la Francia di François Mitterrand minacciava di disertarlo, talché, se si fosse aggiunta anche l’Italia, quell’importantissima iniziativa si sarebbe risolta in un fiasco. Per questo Reagan finse di accettare la versione italiana dell’accaduto. Ma in realtà sia lui che l’amministrazione se la legarono al dito.

Particolare fu il ruolo che in questa vicenda svolse il «ministro degli Esteri» del Pci Giorgio Napolitano (il segretario del partito, Alessandro Natta, era in Cina per una visita ufficiale). A questa parte del «caso Lauro», Gerlini, dedica alcune pagine assai dense intitolate «L’intervento dei comunisti per salvare Craxi». L’appoggio comunista, scrive Gerlini, «fu determinante nel permettere a Craxi di sparigliare le carte». Pur «senza prefigurare alternative» politiche, il Pci con Napolitano si inserì nel momento in cui si fecero più aspri i rapporti tra i repubblicani, sostenitori delle posizioni statunitensi, e Craxi.

Napolitano ammise con i suoi compagni della direzione del Pci che la risposta di Craxi a Reagan era stata «furbesca» e «di carattere dilatorio». Ma poi si occupò prevalentemente di Spadolini, le cui argomentazioni, disse, «devono preoccupare». Quali argomentazioni? Napolitano era infastidito che il leader repubblicano, «nel cavalcare l’ira americana contro Craxi e Andreotti», avesse cercato di «mettere in imbarazzo» democristiani e comunisti su un argomento delicato quale era quello della lotta al terrorismo. Come? Insinuando che la linea della fermezza tenuta dai due partiti ai tempi del caso Moro (1978) veniva adesso «annacquata» nella vicenda dell’Achille Lauro.

Virginio Rognoni, all’epoca capogruppo democristiano alla Camera, avrebbe riservatamente rassicurato Napolitano che la Dc non chiedeva in quel momento un dibattito parlamentare, dal momento che tale discussione non avrebbe portato ad altro che «ad un inasprimento delle posizioni, rendendo più ardua la soluzione della crisi». Ma questo a Napolitano non era sufficiente. «Occorre, in primo luogo, respingere la tentata equiparazione del terrorismo interno all’Italia, che abbiamo decisamente e unitariamente combattuto, con il terrorismo internazionale che ha natura e fini diversi e al quale Reagan riduce anche ogni movimento di liberazione nazionale».

Ci sono, aggiunse, «atti di terrorismo non sorretti da condizionamenti politici ma da un impazzimento nella situazione mediorientale che dobbiamo valutare attentamente». Volle poi precisare che «noi abbiamo combattuto il terrorismo interno nel pieno rispetto della legalità e che oggi non possiamo accettare che il terrorismo internazionale sia combattuto come è combattuto: violando la legalità, violando il diritto internazionale». È difficile, commenta Gerlini, «non notare la consonanza fra Andreotti e Napolitano su questa seconda argomentazione».

Un altro dirigente comunista, Gerardo Chiaromonte, riferì alla direzione del partito di essersi consultato con il presidente della Repubblica Francesco Cossiga per esortarlo, nell’eventualità di dimissioni dei ministri repubblicani, a mandare Craxi in Parlamento. Il capo dello Stato gli rispose di no, e gli disse che nel caso avrebbe aperto immediatamente una crisi di governo: «Craxi non avrebbe dovuto attendere un solo minuto per dimettersi, per cui non sarebbe andato davanti alle Camere».
Chiaromonte obiettò che «trattandosi di problemi che investono l’autonomia e l’indipendenza nazionale», la Camera aveva «il dovere di pronunciarsi». Ma lui gli rispose che, se ci fossero state «oscillazioni nelle posizioni di Craxi e Andreotti», sarebbero nati «malumori nel comando dei carabinieri e nello stato maggiore dell’esercito e dell’aviazione, i quali hanno agito con grande lealtà verso l’esecutivo e verso la presidenza del Consiglio, sino ai limiti di uno scontro con i militari americani».

Dopo un breve dibattito, Napolitano concluse, in direzione, dicendo che l’ordine del giorno preparato dal Pci a sostegno dell’operato del governo non avrebbe dovuto essere presentato perché «Craxi li pregava di fermarsi per non dare argomenti alla Dc e a Cossiga contrari al dibattito alla Camera». Poi Craxi cambiò idea e il 17 ottobre, cogliendo l’occasione di un’interpellanza di alcuni deputati comunisti, tra i quali Napolitano, poté esporre alla Camera la sua versione dei fatti. Dopodiché i comunisti ebbero, secondo Giuliano Amato, «trentasei ore di speranza» nel corso delle quali immaginarono che Craxi potesse essere costretto a chiamarli in aiuto. Ma trascorso quel giorno e mezzo, la crisi si risolse in altro modo.

Amato a quel punto astutamente provò a convincere l’ambasciatore Rabb che avrebbe dovuto fidarsi ancora di Craxi «filo occidentale e filo europeo», mentre Andreotti aveva «punti in comune con il Pci», partito che, pur non potendo più essere considerato filosovietico «sicuramente ricercava una relazione con i russi analoga a quella finlandese». A proposito del rappresentante diplomatico statunitense, Nilde Iotti lamentava nelle riunioni della direzione comunista «questa continua presenza dell’ambasciatore americano Rabb alle spalle dei nostri governanti». Secondo Natta (tornato precipitosamente da Pechino), in un colloquio riservato Craxi avrebbe definito Rabb «sordo ebreo e ignorante dell’italiano».

Altri problemi nacquero ulteriormente nel rapporto tra Stati Uniti e presidente del Consiglio italiano. Craxi disse a Reagan che «Abu Abbas non aveva mai lasciato l’aereo egiziano, protetto dalla scorta e sotto immunità diplomatica». «Cosa ovviamente falsa», sostiene Gerlini, «visto che dal Boeing era sceso a Fiumicino per salire sull’aereo jugoslavo». Ma «Reagan, politico consumato, non replicò». Fece finta di non accorgersi della discrepanza.

Nei giorni successivi Craxi ebbe un incontro a porte chiuse con Shimon Peres, anche questo non privo di tensione. E Abu Abbas? L’Italia lo processò e condannò in contumacia. Gli americani lo trovarono in Iraq dopo l’invasione nell’aprile del 2003 (prima era stato in Libia, adesso stava provando a fuggire da Bagdad a Damasco). La magistratura italiana ne chiese immediatamente l’estradizione che rimase pendente fino a che, il 9 marzo del 2004, il Pentagono annunciò che il capo del Flp era stato trovato morto in cella. Morto, dissero le autorità Usa, «per cause naturali».
Bibliografia
Esce in libreria il 10 gennaio il saggio di Matteo Gerlini Il dirottamento dell’Achille Lauro e i suoi inattesi e sorprendenti risvolti (Mondadori Università, pagine VIII-248, e 19). Molti libri sono stati dedicati a quei fatti, tra cui la raccolta di documenti e discorsi di Bettino Craxi La notte di Sigonella (Mondadori, 2015). Da segnalare anche: Antonio Cassese, Il caso Achille Lauro (Editori Riuniti, 1987); Alessandra Nardini e Roberto Pennisi, Il mistero di Sigonella (Giuffrè, 2009); Emanuela Primiceri, Il sequestro dell’Achille Lauro e il governo Craxi (Lacaita, 2005); Gerardo De Rosa, Terrorismo forza 10 (Mondadori, 1987). Trattano la vicenda in un contesto più ampio: Ennio Di Nolfo (a cura di), La politica estera italiana negli anni Ottanta (Marsilio, 2007); Alessandro Silj (a cura di), L’alleato scomodo (Corbaccio, 1998).

27 dicembre 2016 (modifica il 27 dicembre 2016 | 22:03)

Una scuola per esperti di cybersicurezza nascerà dove Alan Turing decifrava i messaggi nazisti

La Stampa
marco tonelli

Il National Security College aprirà i battenti nell’edificio in cui il famoso matematico britannico aveva installato la macchina Enigma

Bletchey Park è una struttura composta da un edificio vittoriano e costruzioni più recenti. In parte museo, in parte in disuso. Il luogo che durante la seconda guerra mondiale ospitava Alan Turing e la squadra di matematici ed esperti crittografi capaci di decodificare i messaggi cifrati dei nazisti, diventerà la prima scuola britannica di cybersicurezza dedicata ai giovani. 

Le stanze di questo palazzo nel sud est dell’Inghilterra, in cui venne progettato il papà dei computer Colossus (nato per decifrare i codici delle macchine Lorenz ed Enigma), saranno ripopolate dagli studenti del National Security College. Operativo a partire dal 2018, l’istituto sarà composto da centinaia di ragazzi (dai 16 ai 19 anni) selezionati in base a particolari capacità logiche e di risoluzione dei problemi. Un percorso di tre anni, con materie che vanno dalla cybersicurezza a nozioni di fisica, matematica e informatica.

Il progetto è stato annunciato da Tim Reynolds vice direttore del National Museum of Computing (che ha sede proprio a Bletchey Park) e dirigente di Qufaro, un’associazione no profit formata da esperti del settore della sicurezza informatica. Per mettere in piedi la struttura, Il gruppo sta cercando finanziamenti pubblici e privati: da parte del dipartimento per l’educazione britannico e da fondi di investimento. 

«Gli attacchi informatici sono la principale minaccia per la sicurezza del Regno Unito e i rischi crescono in maniera esponenziale, sia per il governo che per le aziende private - ha dichiarato al Guardian il direttore di Qufaro Alastair Macwillson - e allo stesso tempo riscontriamo una forte carenza di professionalità: in tutta Europa servirebbero almeno 700mila esperti da inserire nelle aziende». 

Secondo l’esperto di cybersicurezza Richard Brunton, «la fascia d’età che va dai 16 ai 19 anni è proprio quella giusta, questi ragazzi crescono nel mondo tecnologico in cui viviamo e non sono frenati dall’ingenuità delle generazioni più anziane, che si affidano a un firewall e a una password per proteggere i dati personali», ha spiegato l’uomo al Guardian. 

Insomma, il palazzo in cui Turing e compagni vinsero la guerra dei codici, diventerà un centro di addestramento per centinaia di esperti schierati sul campo di battaglia della rete. 

“Ho denunciato Giulio Regeni e l’ho consegnato agli Interni”

La Stampa

Mohamed Abdallah, capo del sindacato degli ambulanti egiziani, conferma all’Huffington Post la sua collaborazione con i servizi segreti



«Sì, l’ho denunciato e l’ho consegnato agli Interni e ogni buon egiziano, al mio posto, avrebbe fatto lo stesso»: lo afferma Mohamed Abdallah, il capo del sindacato autonomo degli ambulanti, in una dichiarazione all’Huffington Post, rilanciata dal settimanale L’Espresso, riferendosi a Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto.

«Noi collaboriamo con il ministero degli Interni, solo loro si occupano di noi ed è automatica la nostra appartenenza a loro. Quando un poliziotto partecipa a un nostro matrimonio, ci dà più prestigio all’interno della nostra zona» ha aggiunto il Abdallah. «Io e Giulio ci siamo incontrati in tutto sei volte. Era un ragazzo straniero che faceva domande strane e stava con gli ambulanti per le strade, interrogandoli su questioni che riguardano la sicurezza nazionale. L’ultima volta che l’ho sentito al telefono è stato il 22 gennaio, ho registrato la chiamata e l’ho spedita agli Interni». 

Il nome di Abdallah era emerso il 4 agosto scorso , quando fonti della sicurezza interna egiziana lo avevano indicato all’agenzia Reuters, come uomo vicino ai servizi. Il capo del sindacato, che era al centro delle ricerche del giovane italiano, aveva «visitato di frequente uno dei quartier generali» della sicurezza interna. Forse, aggiungevano, non era un vero e proprio collaboratore ma una persona «che ha un mutuo beneficio ad avere un rapporto con gli apparati». I primi dubbi e sospetti sul ruolo di Abdallah risalgono già a marzo, quando un’amica del ricercatore, Hoda Kamel, dell’Egyptian Center for Economic and social rights, durante un’intervista a Repubblica, aveva parlato di una «vendetta» dell’uomo nei confronti di Regeni e affermato che il sindacato è «infiltrato dai servizi».

I tabulati di Abdallah sono stati chiesti e consegnati lo scorso maggio alla magistratura italiana che indaga sull’omicidio del ricercatore. Nell’articolo dell’Espresso, Abdallah spiega: «È illogico che un ricercatore straniero si occupi dei problemi degli ambulanti, se non lo fa il ministero degli Interni. Quando io l’ho segnalato ai servizi di sicurezza, facendo saltare la sua copertura, sarà stato ucciso dalle persone che lo hanno mandato qua».

La Sardegna ha rotaie troppo vecchie e assume nove casellanti per i treni

La Stampa
nicola pinna



L’ultima frontiera del trasporto ferroviario si chiama Hyperloop: una specie di capsula supersonica che sarà in grado di collegare Roma e Milano in circa mezz’ora. Entrerà in servizio nel 2050 e in Sardegna in quegli anni probabilmente cominceranno a viaggiare i primi treni elettrici e forse neanche troppo veloci.

Per quest’anno l’avanguardia del trasporto su rotaie ci regala un bel salto all’indietro nel tempo: il ritorno dei casellanti. Sì, avete capito bene. Ricordate il mitico casellante del film «Non ci resta che piangere» di Troisi e Benigni? Ecco, in Sardegna nove casellanti entreranno in servizio a gennaio: saranno nove e dovranno presidiare i passaggi a livello della tratta ferroviaria tra Nuoro e Macomer. Da più di un mese i collegamenti tra le due città (gestiti dalla Regione attraverso l’Arst) sono sospesi perché gli standard di sicurezza non rispettano le nuove normative.

Il problema riguarda proprio i passaggi a livello che lungo la rete regionale non sono tutti automatizzati: alcuni si trovano addirittura all’interno di terreni privati e così sono i proprietari a gestire il viavai delle auto. Troppo rischioso, secondo l’Agenzia nazionale della sicurezza ferroviaria. Per questo la Regione è stata costretta a bloccare i collegamenti. L’unica soluzione possibile in tempi brevi? Il ritorno dei casellanti. 

In Sardegna c’è un doppio sistema ferroviario: uno è quello gestito dalle Ferrovie dello Stato, l’altro affidato alla Regione attraverso la sua Arst. In entrambi i casi l’arretratezza è dimostrata dalla lentezza del viaggio e dalle condizioni della rete. Quella regionale è considerata troppo pericolosa per la presenza dei passaggi a livello non presidiati e la nuova normativa (emanata dopo il disastro avvenuto la scorsa estate in Puglia) non ha concesso né deroghe né proroghe. «Installare impianti automatizzati in così poco tempo è oggettivamente impossibile – denuncia il segretario della Cgil Trasporti, Arnalo Boeddu – Il Governo, tra l’altro, ha imposto una regola senza prevedere i necessari contributi e per questo in Sardegna ci siamo trovati con una tratta ferroviaria chiusa da un giorno all’altro».

Per rimettere in marcia i treni nel giro di poco tempo la Regione ha pensato ai casellanti. Alcuni sono già in servizio lungo la tratta Sassari-Alghero e sulla Sassari-Sorso, altri saranno schierati tra Nuoro e Macomer. Il concorso è stato bandito nei giorni scorsi: per nove assunzioni sono arrivate circa mille domande e nel giro di qualche giorno sarà completata la selezione. «Seicentocinquanta euro netti per trascorrere una giornata intera in mezzo alla campagna a controllare i passaggi a livello, chiudere prima dell’arrivo del treno e riaprire dopo il passaggio – spiega il segretario della Cgil – La nuova norma sarebbe una buona occasione per ammodernare la nostra rete, ma ci sarebbe stato bisogno delle risorse. Così non ci sono alternative: assumere i casellanti è un passo indietro».