venerdì 23 dicembre 2016

Attenti a Super Mario Run per Android, è un malware

La Stampa
andrea nepori

Non esiste alcuna versione del gioco per il sistema operativo mobile di Google. L’originale di Nintendo è disponibile solo per iPhone



La possibilità di installare applicazioni di terze parti senza passare dall’App Store ufficiale è uno dei grandi vantaggi dell’ecosistema Android. Allo stesso tempo è una debolezza che gli sviluppatori di malware tendono a sfruttare in continuazione. In occasione del lancio di un videogioco o di un’applicazione particolarmente pubblicizzati, che ben si prestano a fare da specchietti per le allodole, non è difficile trovare decine e decine di file di installazione fasulli, che non hanno nulla a che fare con l’originale e nascondono spesso codice malevolo.

Super Mario Run non fa eccezione. Il nuovo titolo di Nintendo è disponibile solo ed esclusivamente sull’App Store per iPhone e non esiste alcuna versione ufficiale per il sistema operativo di Google. Tuttavia online è possibile trovare decine di link a presunti pacchetti di installazione (apk) del gioco da caricare in autonomia sul proprio cellulare Android. Se vi capitasse sotto il pollice uno di questi link, non fate tap ed ignoratelo. Nella migliore delle ipotesi scarichereste qualche strana applicazione che non c’entra nulla con Super Mario, nella peggiore - e più probabile - installereste un malware sul vostro telefono.

Qualcosa di analogo era già successo l’estate scorsa con il lancio di Pokémon Go. Anche in quel caso l’enorme popolarità del gioco aveva fornito il destro agli sviluppatori di malware e si erano moltiplicate le segnalazioni di infezioni propagate tramite false apk. Come sempre in questi casi il consiglio è di limitarsi all’installazione delle app disponibili sullo Store ufficiale. Nel caso si volesse procedere invece ad un’installazione manuale è bene farlo solo ed esclusivamente con file apk provenienti da una fonte sicura.

Le caratteristiche di sicurezza della piattaforma di iOS sono una delle motivazioni principali che hanno spinto Nintendo a prediligere la piattaforma di Apple per il lancio iniziale di Super Mario Run. E’ possibile tuttavia che nel 2017, terminata l’esclusiva con Cupertino, l’idraulico baffuto possa arrivare anche sui cellulari Android, ma solo ed esclusivamente con un’app ufficiale scaricabile dal Play Store.

Super Mario Run sarà disponibile su iPhone a partire dal 15 dicembre dario marchetti
Se Super Mario salta sull’iPhone: perché il futuro di Nintendo è mobile dario marchetti

Adriano Celentano: così mi innamorai di Amatrice

La Stampa
adriano celentano



Oggi parlare di Amatrice, quella che ho conosciuto io ai tempi di Serafino, è un colpo al cuore perché non c’è più, così come non ci saranno più tanti paesani che allora ci accolsero con grande amore e generosità, facendoci sentire a nostro agio come solo le persone semplici e oneste sanno fare. Ricordo l’arrivo ad Amatrice per girare Serafino, mi aspettava Pietro Germi, il regista, e tutta la troupe. Era sera ed ero triste perché improvvisamente mi trovai in un luogo senza le luci sfavillanti della mia città, Milano.

«Solo» le stelle e la luna a illuminare i prati e le case, con le loro luci fievoli come si usa fare nei paesi, e il fuoco dei camini a riscaldare le abitazioni e le persone. Ero triste e volevo tornare a Milano. Germi, che aveva capito cosa mi stava frullando per la testa, mi venne incontro, calmo con il sigaro in bocca, in silenzio. Mi fissava e mi disse: «Prendiamo una cioccolata calda?». «No, Pietro. Voglio tornare a casa», gli risposi con l’angoscia di quella apparente solitudine che mi attanagliava lo stomaco. «Claudia è incinta e voglio stare con lei».


 Germi mi guardò e, mentendo, disse: «Anche a me sta capitando la stessa cosa. Rimani fino a domattina e, se ti sentirai ancora così, non ti preoccupare, tornerai a Milano». Rassicurato da tanta saggezza e non sentendomi più costretto a restare, mi rilassai un pochino. All’improvviso arrivò una signora, grassottella e allegra, la padrona di quell’albergo che oggi non c’è più e mi abbracciò, baciandomi la guancia. «Adrianooo! Che bello averti qui! Ma lo sai che mio figlio l’ho chiamato come te? Tutti noi di famiglia siamo tuoi fan. Questa è la storia di uno di noi… non mi sembra vero averti qui… domani ti preparo una amatriciana fantastica! E poi l’abbacchio con le patate al forno... ti piace?».

Mi sorprese il modo di fare di quella famiglia, briosa e vivace. Al mattino, aprendo le finestre, mi trovai di fronte a un panorama meraviglioso. Il sole illuminava la mia stanza e tutto intorno a me brillava per la bellezza dei luoghi. Alberi e prati sconfinati e il paese… stupendo. La gente di Amatrice, fantastica. Ospitale, vera, sincera, semplicemente reale! D’incanto scomparve l’angoscia della notte precedente e vissi durante le riprese di Serafino con gli abitanti di Amatrice un periodo sereno e antico che non ho mai dimenticato. Oggi, dopo il disastroso terremoto e le persone che non ci sono più anche a causa di chi non fa nulla per proteggere il proprio popolo e il nostro meraviglioso territorio, mi viene la voglia di diventare presidente del Consiglio ma poi subito dopo penso che no, non sarei adatto.

Airpods, impossibile ripararli: anatomia delle cuffie Apple

repubblica.it
di DARIO D'ELIA

iFixit ha smontato gli auricolari della mela e scoperto che la riparazione e l'eventuale riciclo è molto complicato. Per accedere ai micro-componenti bisogna rompere tutto

Airpods, impossibile ripararli: anatomia delle cuffie Apple

UNA VOLTA smontati, la verità sugli AirPods è venuta a galla: sono praticamente impossibili da riparare. Lo ha rivelato iFixit che ha così scoperto micro-componenti e densa circuiteria a confermare che riparazione e riciclo dei materiali risultano molto difficoltosi. "Accedere a ogni componente del case è impossibile senza rompere l'esterno", concludono gli specialisti. "La colla è l'unico elemento di chiusura usato per il case o gli auricolari".

Sia il contenitore (con batteria da 1.52 Wh) che gli auricolari non agevolano le operazioni di accesso. C'è bisogno di pazienza, phon e piccoli strumenti per fare leva. Il rischio che si corre, insomma, è quello di rompere tutto. Gli auricolari nascondono una batteria da 93 milliwatt ora, pari all'1% della capacità di un iPhone 7. A parte i componenti microscopici rilevati ai raggi X, è confermata la presenza del chip Apple W1.

Mentre il design delle barrette è spiegato non solo dal bilanciamento ma anche dall'esigenza di nascondere al loro interno le antenne wireless. Altoparlanti e sensori di prossimità sono inoltre collegati da un intricato sistema di fascette. Infine, sembra che il componente MCU STMicroelectonics STM32L072 ARM Cortex-M0+ mostri al microscopio qualche spazio vuoto di troppo dovuto "a standard qualitativi bassi", se non a esigenze di produzione velocizzate. Insomma, gli AirPods sono un prodotto complesso di grande resistenza ma praticamente irrecuperabili se si dovessero rompere.

Impiegato fa causa a Google: troppo restrittive le regole sulle segretezza

La Stampa

La risposta di Mountain View: “Questa accusa è priva di fondamento. La trasparenza è una componente enorme della nostra cultura”


Sundar Pichai, Ceo di Google

Nonostante sia in cima alla classifica delle multinazionali dove si lavora meglio, Google rischia di dover risarcire i suoi 65 mila dipendenti per una clausola relativa alle informazioni confidenziali aziendali. Un product manager ha fatto causa alla compagnia sostenendo che tale policy viola le leggi sul lavoro della California. Inoltre dai documenti depositati spunterebbe un programma interno di Big G per «spiare» gli impiegati con lo scopo di evitare fughe di notizie dell’azienda rivolte a stampa e autorità. Lo riporta il sito The Information.

Una delle clausole della policy di Google impedirebbe ai dipendenti di scrivere romanzi sul lavoro nella Silicon Valley senza l’approvazione finale della società. Le violazioni contestate sono 12. Se la causa andasse avanti e Google fosse giudicata colpevole, riporta il sito Engadget, la compagnia potrebbe arrivare a pagare una multa di 3,8 miliardi di dollari. A ogni impiegato andrebbero circa 14.600 dollari e il resto allo Stato della California.

L’azione legale, secondo The Information, sostiene anche che Big G chiede ai dipendenti - avvocati compresi - di non mettere per iscritto alcuna preoccupazione su eventuali attività illegali interne, perché tali rivelazioni potrebbero cadere nelle mani di autorità e forze dell’ordine. E poi c’è il «programma di spionaggio» interno: Google chiederebbe ai lavoratori di fare da «spia» ai danni di colleghi sospettati di aver divulgato informazioni confidenziali.

La risposta di Mountain View non si è fatta attendere: «Questa causa è priva di fondamento. Crediamo fermamente in una cultura interna aperta, il che significa che condividiamo frequentemente con i nostri dipendenti dettagli sui lanci di prodotto e informazioni confidenziali sul business. La trasparenza è una componente enorme della nostra cultura», così un portavoce di Google commenta la causa che un dipendente ha fatto alla compagnia sostenendo che la policy relativa alle informazioni confidenziali aziendali viola le leggi sul lavoro della California. «I requisiti di confidenzialità per i nostri dipendenti sono pensati per proteggere informazioni di business proprietarie - aggiunge - e non impediscono allo stesso tempo alle persone di comunicare informazioni legate alle loro condizioni di impiego né questioni legate all’ambiente di lavoro». 

Quello che (forse) non sapete sulle auto in divisa

quattroruote.it
Cosimo Murianni

<b>L'Alfa Romeo Giulia Quadrifoglio dei carabinieri<b>

L'Alfa Romeo Giulia Quadrifoglio dei carabinieri è solo l’ultima sportiva, in ordine di tempo, a indossare la divisa. Un filone inaugurato nel 2004 con la Lamborghini Gallardo della polizia stradale (quattro esemplari di due serie) e ribadita dalla Benemerita con la Lotus Evora nel 2011. Com’è noto, queste vetture vengono fornite dalle Case in comodato e svolgono perlopiù ruoli di rappresentanza e trasporto organi. La prima vera supercar ante litteram della storia delle forze dell'ordine, tuttavia, resta la Ferrari 250 GTE entrata in servizio nella Squadra Mobile di Roma il 24 novembre del 1962 e guidata dal mitico maresciallo Armando Spatafora.


Fiat Marea 2.0 della polizia di Stato


Primato Marea. Parlando, invece, di autopattuglie "normali", per quanto bistrattata e ritenuta insicura, spetta alla Fiat Marea il primato di essere stata la prima vera auto allestita in modo specifico per compiti di polizia. Arrivata nel 1996, le innovazioni introdotte dalla media torinese diventeranno la base per le future generazioni di volanti: divisorio tra posti anteriori e posteriori, equipaggio di due agenti, leggera blindatura, meccanica ottimizzata, massima integrazione con le nuove tecnologie e facilità di gestione. È stata, inoltre, la prima volante a poter essere momentaneamente abbandonata dall’equipaggio, per ragioni operative, con le armi lunghe e le varie dotazioni custodite in sicurezza.


Alfa Romeo 156 dell'Arma dei carabinieri

Arriva la 156. Mutuando gli stessi concetti della Marea, i carabinieri arruolano qualche anno dopo l’Alfa Romeo 156, che si distingue per la presenza, sul tetto, di un pannello digitale a messaggio variabile. Anche sulla berlina del Biscione è presente il divisorio, ma qui il divano posteriore è del tutto simile a quello di serie, molto più comodo della rigida panca della Marea, tanto che qualche criminale inizia a dire che, potendo scegliere, preferirebbe fare il viaggio in manette proprio sulla 156. Generosa nelle prestazioni e affidabile di meccanica, ha sofferto solo nelle aree urbane di Roma e Milano dove la diffusa presenza di pavé ha messo a dura prova le sofisticate sospensioni.


Toyota Carina E 2.0 della Polstrada

Poliziotta d'oriente. La Toyota Carina 2.0 SW, entrata in servizio nel maggio del 1995, è la prima vettura giapponese a mettere la divisa italiana grazie alla deregulation sancita dall’allora ministro degli Interni Roberto Maroni. Ai due esemplari della stradale ne seguiranno altri due, con carrozzeria berlina, con l’uniforme dei carabinieri. In entrambi i casi non seguirà mai una vera e propria fornitura che, invece, successivamente sarà appannaggio della Subaru.

Mitsubishi Pajero della Guardia di Finanza

Testa d'ariete. Sempre parlando di giapponesi, menzione speciale per le Mitsubishi Pajero corazzate in servizio presso le tenenze della Guardia di Finanza in Puglia e Campania. Erano nate per contrastare le fuoristrada blindate dei contrabbandieri di sigarette che, per sfuggire agli inseguimenti con il prezioso carico di “bionde”, usavano speronare le fragili vetture di servizio delle fiamme gialle. A causa del notevole peso aggiuntivo, tuttavia, queste Pajero necessitavano di intervalli di manutenzione più corti.


Distintivi di specialità della Squadra Volante e Reparto Prevenzione Crimine

Le origini della pantera. Le auto delle forze dell'ordine sono anche caratterizzate da una certa simbologia. L'emblema della pantera, per esempio, compare sulle vetture della Squadra Mobile subito dopo l’arrivo dell’Alfa Romeo 1900 nel 1952. Secondo la tesi più accreditata, il felino viene scelto perché adatto a rappresentare le caratteristiche della nuova vettura della polizia allestita dalla carrozzeria Colli: nera, veloce, scattante e a suo agio anche durante gli inseguimenti notturni. Meno ammantato di leggenda, invece, il simbolo del Reparto Prevenzione Crimine. Quello che molti definiscono “uccellaccio” e che si vede spesso su macchine confuse per normali volanti (con la pantera) è in realtà un’aquila che ghermisce una saetta con l’Italia sullo sfondo. Entrambi gli emblemi sono stati recentemente ristilizzati.


Emblema destro del Nucleo Operativo Radiomobile dei carabinieri

Agile gazzella. Diversamente dalla polizia, l'emblema del Nucleo Operativo Radiomobile dei carabinieri, la gazzella, non è mai cambiato sin dalla sua introduzione con la nuova livrea blu-bianco dell'Alfa Romeo Giulia nel 1972. Caratteristica dello scudetto è il fatto che la gazzella guarda sempre in avanti sia sul lato destro sia quello sinistro così come la fiamma dei carabinieri, che è sempre controvento. Nella foto potete vedere un esempio di ciò: lo stemma, del lato destro, vede la gazzella protesa in avanti, verso il muso della vettura, mentre la fiamma è al contrario. Difficile dire con certezza perché fu scelto l'agile animale negli anni 70. E appare priva di fondamento la tesi che lo vedrebbe mutuato dal cosiddetto "zodiaco dei carabinieri" reso noto dal calendario dell'Arma del 1998.


Una gazzella distrutta in un incidente stradale

Chi rompe, paga. Forse non tutti sanno che le pantere e le gazzelle sono sotto la diretta responsabilità degli autisti. I quali, se commettono infrazioni o provocano danni, anche durante lo svolgimento del servizio, pagano di tasca propria. Proprio così: il Codice della strada dice che pur correndo a sirene spiegate, bisogna comunque adottare una certa prudenza e, talvolta, non basta l'incombente necessità di salvare una vita a preservare lo stipendio dell'agente. Tutti i danni arrecati all'autopattuglia, infatti, vengono detratti dalla (magra) busta paga degli operatori delle forze dell'ordine.

Perché su Instagram gli utenti si geolocalizzano a Singapore

La Stampa
lorenza castagneri

Un errore aiuta a rendere i post virali: l’azienda dice di aver risolto il problema, ma in Italia le foto continuano a poter essere taggate nel Paese asiatico

Avviso a chi vuole accrescere il numero di like e followers su Instagram: per riuscirci adesso basta geolocalizzare i propri post a “Singapore, Singapore”. I primi a rendersi conto di questo nuovo strano trend sono stati alcuni degli Igers più famosi d’America, dalla youtuber Lele Pons al giovane cantante Brandon Rowland. E dopo giorni di silenzio anche Instagram ha confermato il problema alla Bbc : «C’era un errore che influenzava l’engagement relativo ai post geolocalizzati a Singapore, ma è stato risolto».



Avviso a chi vuole accrescere il numero di like e followers su Instagram: per riuscirci adesso basta geolocalizzare i propri post a “Singapore, Singapore”. I primi a rendersi conto di questo nuovo strano trend sono stati alcuni degli Igers più famosi d’America, dalla youtuber Lele Pons al giovane cantante Brandon Rowland. E dopo giorni di silenzio anche Instagram ha confermato il problema alla Bbc : «C’era un errore che influenzava l’engagement relativo ai post geolocalizzati a Singapore, ma è stato risolto».

IN ITALIA
In realtà, l’azienda non ha specificato al sito della televisione inglese come sia stata trovata una soluzione. Secondo il Telegraph , il social avrebbe banalmente impedito a chi non si trova a Singapore di taggare i propri post lì. Ma facendo una prova, da noi questa censura non esiste: le foto, anche se scattate in Italia, possono essere geolocalizzate senza problemi nel Paese asiatico. Se ciò serva davvero a rendere i post virali, è un mistero. Ma fino a qualche giorno fa, negli Stati Uniti erano tutti d’accordo: funziona. «Al 100 per 100», raccontava un anonimo Iger a Mic . È sufficiente taggare i propri post a Singapore per un tempo limitato: 12 ore. Poi la geolocalizzazione può essere rimossa o si può indicare il luogo vero in cui la fotografia è stata scattata.



COME NASCE IL FENOMENO
In questo modo, però, i nostri aggiornamenti finiscono più facilmente nella schermata “Cerca” di Instagram, dove si trovano gli aggiornamenti più popolari. Motivo? Perché a Singapore l’algoritmo che regola il news feed del social funzionerebbe più lentamente, permettendo così ai post di essere più visibili. Tuttavia, Instagram aveva aggiornato il suo algoritmo, rendendolo più rapido, anche a Singapore, già ad aprile. L’errore riscontrato nei giorni scorsi potrebbe essere legato a questo.

Svelata la truffa degli hacker russi, guadagnavano 5 milioni al giorno dalle pubblicità online

La Stampa
lorenzo longhitano

Il gruppo vendeva spazi pubblicitari finti, frequentati da centinaia di migliaia di bot pensati per simulare i clic e le visualizzazioni degli esseri umani



Dai tre ai cinque milioni di dollari al giorno: questa è la somma che finiva nelle tasche nel gruppo di hacker russi AFK13 grazie a un complesso sistema pensato per vendere spazi pubblicitari a facoltosi inserzionisti e poi incassarne il denaro facendoli visitare da utenti fittizi. Lo ha rivelato il sito dedito alla ricerca informatica White Ops, che ha definito la frode perpetrata dal collettivo come una delle più imponenti nell’ambito della pubblicità online.

Da una parte il gruppo di hacker russi ha creato una fitta rete di siti fasulli pensati affinché — a una verifica automatizzata come quella che avviene durante l’acquisto di questi spazi — potessero essere scambiati per siti associati a realtà affermate del mondo di informazione e intrattenimento come Vogue, Huffington Post, Economist e altri. Sono più di 6mila i domini allestiti in questa fase, per un totale di circa 250mila indirizzi internet differenti che sono finiti riempiti dalle pubblicità degli inserzionisti su presupposti ingannevoli.

All’altro capo del meccanismo il gruppo ha messo una quantità spropositata di bot, algoritmi istruiti a dirigersi sui siti interessati e comportarsi come esseri umani particolarmente affamati di spot e pubblicità. I bot hanno visitato le pagine a ripetizione e ventiquattr’ore su ventiquattro, guardando diligentemente le clip e cliccando sugli annunci, e secondo White Ops si sono rivelati più di 570 mila: talmente tanti che per mantenerli in attività senza destare sospetti il gruppo ha dovuto associarli a indirizzi IP statunitensi e affittare data center a Dallas e Amsterdam per garantire loro un funzionamento continuato.

AFK13 ha gestito così un’offerta fittizia, ricavando denaro sulla base di risultati altrettanto artefatti, il tutto a spese sia di siti ed editori in regola che si sono visti spogliati da una potenziale fonte di introiti, sia degli inserzionisti, che il denaro l’hanno messo per davvero e invano. Da questi ultimi il gruppo riceveva in media 13,04 dollari per ogni mille visualizzazioni ottenute; considerando che la rete di bot riusciva a totalizzarne circa dai 200 ai 300 milioni al giorno, si tratta di un ricavo medio quotidiano di circa 3,2 milioni di dollari.

Google Maps in aiuto ai disabili: suggerirà i luoghi accessibili

repubblica.it

Dopo il traffico e i servizi pubblici, la app di Big G segnalerà la presenza o meno delle barriere architettoniche in ristoranti, locali e negozi. Il servizio in beta già attivo in Usa e Regno Unito

Google Maps in aiuto ai disabili: suggerirà i luoghi accessibili

SU GOOGLE Maps sarà possibile individuare i luoghi in base all'accessibilità. Accade già per i device iOS negli Usa e nel Regno Unito dove l'app (versione 9.43 in beta) permette di verificare se possibile muoversi in sedia a rotelle in edifici, ristoranti e locali. Le informazioni arrivano dalle Local Guides umane che 'aiutano' a compilare le informazioni utili alle mappe di Big G.

Le indicazioni sull'accessibilità, che dovrebbero essere presto estese anche al resto del mondo, si trovano alla voce Amenities e sono aperte ai commenti e alle integrazioni nella categoria Your contributions.

APK: il download

A Di Pietro salta lo stipendio: "Non lavoro più gratis"

Sergio Rame - Gio, 22/12/2016 - 09:31

Ritirato l'emendamento che gli avrebbe conferito uno stipendio oltre alla pensione. Di Pietro: "lavoro come servizio civile"

"Non ero a conoscenza dell'emendamento". Al TG Zero di Radio Capital Antonio Di Pietro, presidente della società Pedemontana, si schiera a favore (ovviamente) dell'emendamento alla manovra regionale lombarda che gli avrebbe concesso di percepire uno stipendio nonostante abbia la pensione.

"Evidentemente avranno pensato che mi vedevano a lavorare tutto il giorno e volevano farmi una sorpresa - dice l'ex ministro - appena ho letto i giornali, ho chiesto di ritirarlo per non finire cornuto e mazziato".

Ieri, a Palazzo Pirelli, sono stati votati i conti della Regione Lombardia per l'anno a venire. È stato ritirato dallo stesso assessore Massimo Garavaglia l'emendamento al testo della legge di stabilità regionale, che ieri ha causato una forte polemica in sede di discussione generale sul bilancio previsionale 2017. La proposta della giunta era quella di una legge regionale che prevedesse di prolungare la remunerazione ai pensionati che continuano a lavorare per enti pubblici. A far montare la polemica è il caso dell'autostrada Pedemontana dove Di Pietro ha un incarico dirigenziale. Sarebbe stato proprio l'ex pm di Mani Pulite a dover percepire in futuro, come non ha fatto fino ad ora, un compenso non specificato nell'emendamento.

Di Pietro difende il diritto a percepire uno stipendio nonostante la pensione. "Sono sei mesi che sto facendo il presidente di Pedemontana come servizio civile, come se fossi sotto servizio militare - spiega - mi avevano assegnato uno stipendio di 60mila euro lordi all'anno, 35mila netti". In realtà, lo stipendio avrebbe potuto lievitare fino a 240mila euro annui. Mica male per un ex ministro che già percepisce la pensione. "Non ho preso un euro finora - ci tiene a far sapere Di Pietro - e non intendo prendere un euro fino a quando questa situazione non sarà chiarita".

E rincara: "Lavoro tutti i giorni, notte e giorno: in Pedemontana non ci sono né amministratore delegato né direttore generale, mi tocca fare prete e sagrestano. Voglio ringraziare per la sensibilità mostrata nei miei confronti, ma meglio non fare niente prima dell'autorizzazione. Dopodiché, parliamoci chiaro: un servizio militare ha un inizio e una fine".

Moralisti da operetta

La Stampa
massimo gramellini

L’ugola di Bocelli non impreziosirà la cerimonia d’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump. La notizia potrebbe non gettarvi in un cupo sconforto e venire giustamente liquidata con un cordiale chissenefrega. Sono le motivazioni che lasciano esterrefatti. A sconsigliare la partecipazione del cantante italiano sarebbe stata la minaccia di boicottaggio dei suoi dischi e dei suoi concerti da parte di quella «intellighenzia» che coltiva un rapporto scostante con la democrazia, nel senso che ne accetta i verdetti solo quando collimano con i suoi desideri.

Trump mi sta simpatico come un gol di Higuain nel derby di Torino, ma giova ricordare ai democratici a corrente alternata che non ha conquistato il potere con un golpe militare. Si è sottoposto a decine di voti popolari attraverso un percorso cominciato a gennaio con le primarie in Iowa e concluso a novembre con le elezioni presidenziali. Si può discutere tutto - il sistema elettorale, la qualità dell’informazione - ma non che Trump sia stato incoronato democraticamente. La sua vittoria dovrebbe stimolare interessanti riflessioni sui motivi per cui la sinistra prende sventole da tutte le parti (forse perché ha smesso di occuparsi dei diritti sociali?).

Invece qualcuno pensa di esorcizzarla scavando il vuoto intorno al vincitore, trattato alla stregua di un bruto e di un appestato. Ma l’America non è democratica quando vince Obama e autoritaria quando vince Trump. L’America è democratica proprio perché una volta vince Obama e una volta Trump.

Vietato

La Stampa
jena@lastampa.it

Chi buttereste dalla torre, Poletti o Raggi? Vietato rispondere entrambi.

Cacciatori di dati personali sui social. Il Garante della Privacy: "Servono nuove difese"

repubblica.it
di ALDO FONTANAROSA

Un manuale ci mette in guardia da pericoli non previsti: ora i messaggi esca arrivano anche attraverso le chat. Attenzione alle "url brevi" che nascondono il vero indirizzo Internet cui verremo indirizzati. Smartphone e tablet, loro pure permeabili ai virus

Cacciatori di dati personali sui social. Il Garante della Privacy: "Servono nuove difese"

E' il trucco più vecchio di Internet. Ma ora presenta nuove insidie, al punto che il Garante della Privacy aggiorna i suoi consigli ai navigatori in pericolo. Il fenomeno è noto. Da anni le nostre caselle e-mail sono tormentate da finti messaggi. Sono le esche di malviventi digitali che vanno a caccia delle nostre password, dei numeri di conto corrente oppure delle carte di credito. Puntano così a soffiarci del denaro oppure a fare shopping in Rete, a nostre spese.

Le cose si sono complicate da quando queste esche arrivano anche attraverso i social network. Sui social, siamo più rilassati. Abbassiamo la guardia e rischiamo la beffa. E non aiutano i messaggi fraudolenti che spuntano dalle chat di uso comune. Anche lì, la beffa è in agguato. Per questo il Garante invita a diffidare dai social amici.

Un'altra minaccia nuova è rappresentata dagli "indirizzi accorciati". I malviventi di Internet - spesso - ci inviano un link e ci pregano di cliccare per arrivare a un sito che sarebbe utile a risolvere il nostro presunto problema (tipo un blocco improvviso di un conto corrente o di un account). Da alcuni mesi arrivano sulla e-mail, sui social e sulle chat degli indirizzi molto brevi (creati da software elementari e gratuiti) che servono a mascherare il vero indirizzo web dove approderemo. Se abbocchiamo, anche qui rischiamo di aprire le porte a "virus o programmi trojan horse capaci di prendere il controllo del computer".

La soluzione: posizionare il puntatore del mouse sui link prima di cliccare, in modo da leggere l'indirizzo reale cui verremo indirizzati. Il computer, già. Il Garante avverte che anche smartphone e tablet sono vulnerabili quanto un normale pc da scrivania.

In questo scenario sempre più complicato, il Garante suggerisce:

- di ricordare che banche, grandi catene, enti pubblici non chiedono mai dati personali via e-mail, chat o social network;

- di mantenere la calma di fronte a messaggi "intimidatori" che annunciano la chiusura del nostro conto o sanzioni imminenti;

- di diffidare da messaggi che ci avvertono di un furto dati e ci invitano ad entrare in contatto con la banca - a un numero ignoto - per rimediare;

- di installare un programma antivirus anche per il telefonino, aggiornandolo con regolarità;

- di scegliere password solide - con lettere anche maiuscole, caratteri speciali, numeri - e sempre diverse per i vari account;

- di cambiare spesso queste password, senza impigrirsi;

- di fare shopping in Rete usando solo carte di credito pre-pagate;

- di attivare un sistema di allerta che ci informi di ogni operazione fatta con bancomat o carte (ad esempio grazie ad un sms).

Cacciatori di dati personali sui social. Il Garante della Privacy: "Servono nuove difese"

Cacciatori di dati personali sui social. Il Garante della Privacy: "Servono nuove difese"
Nelle due immagini, i consigli del Garante Privacy per password solide

Come Roma dopo Cartagine: gli Usa al tempo di Trump

repubblica.it

presidential_election_map_boria_1116
[Presidential Election Map, cartografia Hammond & Co. per opuscolo pubblicitariocommissionato da The Prudential Insurance Company of America, 1964.
Altre carte storiche qui

L’America resterà egemone sul mondo, così come Roma sopravvisse ai Gracchi. Il magnate newyorkese ha vinto perché la classe media bianca soffre la retroazione economica del globalismo Usa e l’avanzata ispanica. Ma la Casa Bianca non decide quasi nulla.
Estratto da “Trump e i dolori della giovane superpotenza“.

Tredici anni dopo la conclusione della terza guerra punica, la popolazione romana viveva un aspro malessere.


L’annientamento di Cartagine aveva reso la repubblica l’unica superpotenza del globo e la più straordinaria talassocrazia mai conosciuta. Il controllo del Mar Mediterraneo da parte della classis romana aveva germinato la prima globalizzazione della storia, con la penisola italica assurta a fulcro degli scambi commerciali.

Eppure i cittadini dell’Urbe lamentavano condizioni economiche sfavorevoli, specie quelle legate alla distribuzione delle terre.

Si era diffusa la percezione che della pax romana beneficiassero soprattutto le popolazioni delle province, specie italici e semiti, piuttosto che i cives. Proprio al termine di decenni di guerra che avevano duramente provato l’opinione pubblica. […]

Ad offrire una risposta strategica ai reclami della popolazione intervenne Publio Scipione Emiliano, l’uomo che passeggiò attonito sulle rovine di Cartagine, suggerendo l’introversione della repubblica: «Le condizioni sociali di Roma sono mutate al punto che è preferibile auspicare il mantenimento della nostra nazione piuttosto che il suo ingrandimento».

I dolori della giovane superpotenza romana furono gli stessi che oggi agitano l’altrettanto adolescente superpotenza americana.

Al termine della guerra fredda, gli Stati Uniti crearono la globalizzazione attuale, risultato diretto del controllo degli oceani da parte della Marina Usa, costruendo attorno al proprio mercato domestico il sistema internazionale.

L’America resta la nazione egemone del globo, ma la classe media del paese soffre i contraccolpi economici della propria grandezza ed esige dall’amministrazione federale un nuovo equilibrio economico. Così invoca la rinuncia a qualsiasi intervento militare in teatri a-strategici, come capitato nel primo decennio di questo millennio.

E pretende di frenare l’ascesa della popolazione di origine ispanica, assimilata o clandestina, destinata a conquistare in futuro notevoli quote di potere.

Conseguenza diretta del momento vissuto dall’America è il prossimo ingresso alla Casa Bianca di Donald Trump, veicolo della bile che scorre nella pancia del paese.

Come Scipione Emiliano, Trump propone il (parziale) ritrarsi dal mondo degli Stati Uniti, per guardarsi l’ombelico. Informando l’azione di Washington di soli dettami commerciali, nella convinzione che nel frattempo il flusso temporale si arresti.

Scendendo a patti con Mosca, abbandonando l’Europa e il Medio Oriente alla loro sorte, applicando dure sanzioni ai danni della Cina, rimpatriando milioni di sans-papiers latini.

Un’agenda che involontariamente provocherebbe lo smantellamento dell’egemonia americana, quasi un impero fosse prodotto di decisioni arbitrarie e non di elementi strutturali.

Ma il presidente americano dispone di poteri assai limitati, perfino negli affari esteri. Gli istinti di Trump saranno temprati dall’ideologico intervento del Congresso e resi strategici dal mestiere degli apparati.

Nei prossimi anni Washington guarderà al pianeta da posizione defilata, perseguendo equilibri di potenza da remoto ed abbandonando gli olistici trattati commerciali. La narrazione muterà notevolmente.

Tuttavia l’America non abdicherà alla propria supremazia…


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Arrivano i fondi dell’Ue per il museo del fascismo

La Stampa
franco giubilei

Predappio, il sindaco: non sarà celebrativo ma la storia non può essere rimossa



L’ex casa del Fascio è rimasta chiusa per oltre 20 anni. Per realizzare il progetto del polo museale sono necessari circa 5 milioni di euro, finanziati in parte dallo Stato
C’è da scottarsi a toccare Predappio e i suoi ingombrantissimi legami con la storia, plasticamente rappresentati dalla monumentale ex casa del fascio che il sindaco Giorgio Frassineti, ormai da anni e fra mille ostacoli ideologico-culturali, sta facendo di tutto per trasformare in museo del fascismo: «Siamo a un punto di svolta col progetto e io vado avanti, non posso permettere di fare di un edificio del genere una vittima della damnatio memoriae». Lo stato dei fatti è che al milione di euro versato in parti uguali dal comune di Predappio e dalla fondazione Cassa dei risparmi di Forlì se n’è appena aggiunto un altro della regione Emilia Romagna, che ha pescato fra i fondi strutturali europei, mentre si attende una risposta del governo dopo che Luca Lotti, allora sottosegretario, si era interessato venendo qui di persona. 

Nel frattempo l’istituto Parri sta lavorando al progetto museale e l’avrà pronto entro marzo, quindi sarà delineato lo sviluppo edilizio dell’opera e si potrà mettere a bando l’intervento di risistemazione di uno degli esempi più imponenti di architettura razionalista d’Italia: «Abbiamo incontrato resistenza da parte di storici importanti come Giovanni De Luna e Luciano Canfora, ma noi vogliamo che la casa del fascio diventi un punto della rete museale europea», aggiunge il sindaco, alla guida di una giunta monocolore, espressione di una lista civica che è un’emanazione diretta del Pd. La cripta del cimitero del paese dov’è sepolto il Duce, sotto un busto marmoreo degno del Ventennio, gli stivali e qualche effetto personale, è una meta obbligata per i nostalgici che tre volte l’anno – nascita e morte di Mussolini, ma soprattutto nel giorno della marcia su Roma – invadono Predappio in fez e camicia nera. 

Frassineti, a questi rituali un po’ macabri con tanto di croce colossale portata in corteo fino alla tomba di Mussolini, così come al fiorentissimo mercato di gadget del regime venduti nei negozi del paese, ha pensato di replicare con l’elaborazione storico-culturale del fenomeno: «Qui viene gente vestita da balilla o da gerarchi, ma noi non possiamo continuare a pagare per il fatto che siamo a Predappio. È stato addirittura proposto di fare il museo da un’altra parte purché non qui, ma io penso che, confinandolo a Predappio, in realtà si voglia rimuovere il fatto che il fascismo fu un movimento di massa». E quando sente parlare della necessità di vietare la vendita di gadget fascisti, fa capire che è un falso problema: «Va bene, vietiamoli, ma quel periodo c’è stato e ci si deve fare i conti seriamente: davvero abbiamo ancora paura di un accendino col fascio littorio comprato su una bancarella?».

Intanto, l’idea di realizzare un museo del fascismo nel paese natale di Mussolini, e all’interno di un edificio simbolo del suo potere di allora, continua a suscitare l’interesse dei media internazionali: «Ultimamente sono venuti qui la troupe della tv nazionale russa e l’inviato di un giornale cinese che vende 12 milioni di copie. Io penso che il museo, fra l’altro, servirebbe a dare un senso anche all’Europa, che coi fenomeni autoritari continua a trovarsi alle prese. Predappio fra l’altro è l’unico comune italiano a far parte di Eurom (European observatory on memories dell’Università di Barcellona, ndr), anche perché vogliamo dare un respiro internazionale ai nostri progetti». 

Berlino, confermata la morte di Fabrizia. Amri minacciò di morte un detenuto cristiano in carcere

La Stampa

Continua la caccia al killer. Perquisizioni oggi nella capitale, a Dortmund e nel campo profughi di Emmerich sul Reno. Quattro persone fermate sono poi state rilasciate. Un video mostra Amri in città dopo l’attentato



Continua in tutta la Germania la caccia ad Anis Amri, il 24enne, tunisino, autore della strage al mercatino di Berlino. Nella capitale e in varie località tedesche sono stati eseguiti diversi blitz nelle ultime ore. Polizia e forze speciali hanno effettuato controlli e fermi nel campo profughi di Emmerich, in Nord Reno-Westfalia, in alcuni appartamenti di Dortumund e, nella notte, a Berlino, dove sono stati perquisiti tre appartamenti nei quartieri di Kreuzberg, Moabit e Prenzlauer Berg. Quattro persone erano state fermate, inizialmente con il sospetto che avessero dei legami con Amri, ma secondo la tv pubblica Wdr, «sarebbero poi state rilasciate dopo un breve interrogatorio». 

AMRI MINACCIÒ DI MORTE UN DETENUTO CRISTIANO IN CARCERE
Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria aveva segnalato al Comitato analisi strategica antiterrorismo comportamenti sospetti, notati durante i periodi della detenzione di Anis Amri nelle carceri siciliane tra il 2011 e il 2015. Tra le ragioni anche il fatto che un detenuto cristiano con cui aveva frequenti contrasti (secondo il racconto di quest’ultimo perchè non voleva convertirsi all’Islam) dichiarò - a quanto risulta - di essere minacciato di morte da Amri con frasi come «ti taglio la testa». 

ALFANO CONFERMA: “FABRIZIA DI LORENZO TRA LE VITTIME”
Le poche speranze che Fabrizia Di Lorenzo, la 31enne italiana, dispersa dalla sera dell’attentato fosse viva si sono spente in tarda mattinata quando il ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale, Angelino Alfano, ha confermato la sua morte. «La magistratura tedesca, così come ha comunicato il ministero degli Esteri della Germania, ha esaurito le verifiche necessarie e purtroppo, ormai, c’è la certezza che, fra le vittime, c’è l’italiana Fabrizia Di Lorenzo - ha dichiarato Alfano - Sono affettuosamente vicino alla famiglia e ai suoi cari, condividendone l’immenso dolore». 

IL CORDOGLIO DELLE ISTITUZIONI
Un messaggio di cordoglio alla famiglia della giovane vittima italiana è arrivato anche dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni e dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «La notizia della identificazione di Fabrizia Di Lorenzo tra le vittime della strage di Berlino conferma i peggiori timori dei giorni scorsi. Il dolore per la sua morte è grande. Ancora una volta una nostra giovane connazionale rimane, all’estero, vittima della insensata ed esecrabile violenza del terrorismo. Esprimo ai genitori e al fratello di Fabrizia la solidarietà e la vicinanza di tutto il nostro Paese».

Cattura

SULMONA SI SPEGNE IN SEGNO DI LUTTO
Si unisce al dolore della famiglia di Fabrizia anche il sindaco di Sulmona, Annamaria Casini: «A nome mio personale, dell’Amministrazione e di tutta la Città di Sulmona esprimo cordoglio più profondo per la morte della nostra giovane concittadina manifestando un’affettuosa vicinanza alla famiglia Di Lorenzo. Oggi Sulmona si raccoglie in un abbraccio simbolico, partecipe al grande sgomento che l’ha colpita. La Città si spegne nel rispetto del grande dolore».

LE INDAGINI
Nell’ambito dell’inchiesta ci sarebbe un’altra novità. I media tedeschi hanno riferito che la polizia ha annunciato il ritrovamento delle impronte di Anis Amri sulla portiera del tir, lato guidatore. Il tunisino ricercato per l’attentato al mercatino di Natale di Berlino, aveva cercato su internet istruzioni per costruire ordigni esplosivi e aveva comunicato almeno una volta con lo Stato islamico. Lo ha riferito il New York Times che, citando un funzionario americano che ha parlato a condizione di anonimato, aggiunge che il 24enne era inserito anche nella no fly list Usa. Anis Amri è stato inoltre filmato dalle autorità di sicurezza 8 ore dopo l’attentato di fronte all’ associazione-moschea «Fussilet 33», nel quartiere di Moabit della capitale, perquisita oggi dalla polizia. Lo rivela la tv pubblica Rbb sul suo sito, mostrando immagini di una telecamera. Il sito pubblica anche due altri fermo-immagine della telecamera che mostrano Amri di fronte alla moschea il 14 e il 15 dicembre. 

IL PROFILO DI ANIS AMRI
Anis Amri, il 24enne tunisino su cui pende una taglia di 100.000 euro per la strage di Berlino, era un mago del camaleontismo. Dodici nomi, tre nazionalità, una capacità diabolica di comparire e scomparire e una disponibilità di documenti falsi da far impazzire i funzionari tedeschi. È stato in carcere, in Italia per 4 anni, in Germania per solo due giorni. È sfuggito ai provvedimenti di rimpatrio dai due paesi, anche per la complicità delle autorità tunisine che hanno ritardato oltre i termini di legge la procedure di riconoscimento. Ora era sul punto di essere espulso dalla Germania, ammesso che le autorità fossero riuscite a rintracciarlo, ma i documenti necessari dalla Tunisia sono arrivati solo oggi: due giorni troppo tardi. 

Le prime tracce lo rivelano in Italia, sbarcato da solo nel febbraio 2011 dichiarandosi minorenne. Potrebbe essere stata la prima bugia, perché secondo i tedeschi oggi Amri di anni ne ha 24. È già inseguito da un’accusa per rapina a mano armata, per la quale sarebbe poi stato condannato in contumacia a 5 anni, secondo quanto riferiscono media tunisini. Ma 4 anni se li è fatti in Italia per danneggiamento e poi, per il ritardo delle autorità tunisine, il provvedimento di espulsione dal nostro paese non è andato a buon fine. Fonti investigative italiane affermano che Amri abbia poi lasciato l’Italia per la Germania dopo che gli era stato notificato un provvedimento di allontanamento. E in Germania appare nel luglio del 2015.

Amri «si era forse radicalizzato nel carcere italiano dopo che aveva lasciato la Tunisia». Lo ha detto alla Bild Abdelkader Amri, uno dei suoi fratelli rintracciato in Tunisia. «Se sarà provato che era coinvolto, non farà più parte della nostra famiglia», ha aggiunto. Anche l’Ap è riuscita a mettersi in contatto con un fratello di Anis Amri che gli ha lanciato un appello: «Lo invito a consegnarsi alla polizia». 

RIAPRE IL MERCATINO DELL’ ATTENTATO
A tre giorni dall’attentato ha riaperto il mercatino di Natale sulla Breitscheidplatz.Lo hanno riferito le aziende Schaustellerverband Berlin e AG City, responsabili della sua gestione. «Nonostante i tragici eventi, il mercato vicino alla Chiesa della Memoria, nel cuore della capitale tedesca, riapre in seguito a una decisione presa in stretto coordinamento con le autorità. Per ragioni di rispetto, le illuminazioni e gli eventi musicali saranno vietate», aggiunge la nota. Sul luogo, dove sono già presenti candele, fiori e biglietti, saranno affisse due targhe in memoria delle vittime. 


Dallo sbarco a Lampedusa alla mancata espulsione: i cinque anni di Anis in Italia
La Stampa
francesco grignetti

All’arrivo si spaccia per minore, poi frequenta una scuola. Nel 2011 tenta di dargli fuoco e finisce in carcere a Catania



Il mandato di cattura spiccato dalla Germania con la foto segnaletica del terrorista
Una storia drammaticamente uguale a quella di tanti altri terroristi islamisti: la fuga da casa con un barcone alla ricerca di un futuro migliore, ma la realtà è molto diversa dai sogni. La solita trafila di delinquenza, carcere, infine clandestinità. Finché avviene l’incontro con un predicatore d’odio che propone il jihad come redenzione. La parabola di Anis Amri, il tunisino in fuga da Berlino, ricalca il copione. Nato a Ghaza, in Tunisia, il 22 dicembre 1992, è uno dei centomila che attraversarono il mare alla disperata. Sappiamo che la polizia italiana registra il suo nome nel febbraio 2011. In quell’occasione Amri dichiara di essere minorenne. Non sarebbe vero, ma è una furbata perché la nostra legge è molto comprensiva con i minori non accompagnati.

Il carcere
Puntualmente il giovane Amri viene sistemato in una casa-famiglia dalle parti di Catania e lì è iscritto a scuola. Ma dura poco. Si mette in luce per essere una testa calda. Dice la sua scheda giudiziaria che il giovane è colpevole di appropriazione indebita, minacce, lesioni. Instaura in classe un clima di terrore. E quando provano a disciplinarlo, si ribella. La sua storia di buon migrante finisce con un tentativo di incendio della scuola. La polizia lo arresta il 23 ottobre 2011. Condannato a quattro anni, li sconta tutti, dapprima nel carcere di Catania poi a Palermo. Secondo il Dipartimento penitenziario, gli viene applicato il trattamento per i «soggetti pericolosi». Amri crea problemi seri anche in cella, infatti. E non è un caso che non goda di nessuno sconto di pena. Esce dal carcere soltanto nel maggio del 2015. 

L’espulsione
Scontata la pena, varca il portone dell’Ucciardone per entrare direttamente nel Cie di Caltanissetta. Un altro iter classico. Per un detenuto violento (ma che non aveva dato segni di radicalizzazione, dicono fonti investigative) nonché pregiudicato per reati gravi si chiede sempre l’espulsione. Il problema, nel suo caso come in tantissimi altri, è che il Paese d’origine non coopera. E così, mancando il riconoscimento ufficiale, l’espulsione non si perfeziona. Per Anis Amri c’è stata la semplice «intimazione» del prefetto a lasciare l’Italia. E così accade. Correttamente, poi, l’Italia inserì tutte le informazioni su Anis (sia la notizia della condanna, sia il provvedimento di espulsione, sia le note relative ai comportamenti tenuti in carcere) nella banca dati Sis, il Sistema di informazione Schengen.

Il passaporto falso
Il palcoscenico a questo punto è in Germania. Sappiamo che Amri è sul suolo tedesco già nel luglio 2015. Lì fa domanda di asilo politico: sa che la bocceranno, ma è un’altra furbata per prendere tempo. Intanto si muove come una trottola. Si registra in un centro per richiedenti asilo a Emmerich sul Reno, al confine con l’Olanda. Ad agosto lo fermano a Friedrichshafen, località sul lago di Costanza, vicino alla Svizzera, e mostra un falso passaporto italiano. Utilizza numerosi alias, il che gli permette di confondere le acque e di salvarsi nuovamente dall’espulsione due mesi fa. I servizi segreti lo segnalano; la polizia di Berlino lo tiene sotto controllo da marzo a settembre, ma inutilmente.

La radicalizzazione
Nel frattempo entra in contatto con i salafiti. Si abbevera ai sermoni di un imam fondamentalista, l’iracheno Abu Walaa, 32 anni, arrestato nel novembre scorso, detto anche «il predicatore senza volto» perché nei suoi violentissimi videosermoni contro gli infedeli, rilanciati su internet e anche da una sua app personale, si faceva riprendere sempre di spalle. Abu Walaa è considerato ora il principale reclutatore di Isis in Germania. Predicava tra l’altro in una moschea di Hildesheim (vicino da Hannover) che da anni è sotto osservazione ed è stata definita dal ministro degli Interni della Bassa Sassonia l’«hotspot» dei salafiti in Germania. Quando la polizia arresta il suo imam, Amri entra definitivamente in clandestinità. Il suo cellulare scompare dai radar della polizia. Ora sappiamo perché.