giovedì 22 dicembre 2016

“Tre euro per mandare offline un sito, ma è solo un test”: così si acquistano attacchi

La Stampa
carola frediani

Pochi giorni fa una trentina di arresti, perlopiù di giovani, ha portato in primo piano la compravendita online di servizi DDoS. Come funzionano



Colpire un sito web per mandarlo offline per ore può essere un’attività noiosa se non si ha molto altro da fare: mentre si controlla l’effetto dell’alluvione di pacchetti di dati con cui si cerca di sommergerlo e affondarlo, si può guardare magari un film. È quello che devono essersi detti i gestori di DDoS City, uno dei tanti servizi online dove si affittano attacchi informatici per mandare al tappeto siti web. E così, se si compra uno dei piani tariffari offerti, si può anche accedere alla sezione streaming, con vari titoli a disposizione degli abbonati.

Ad ogni modo il pacchetto di test, dunque il più economico, per provare un attacco di pochi minuti, costa solo 3 euro. Acquistabile via Bitcoin, la nota moneta elettronica; oppure addirittura con PayPal; o con carta prepagata YouPass. Anche su un altro sito simile, RageBooter, che sostiene di avere 128mila iscritti, con 3,5 dollari si acquista un attacco di alcuni minuti, e si paga con Bitcoin; oppure con carta di credito o carta PaySafe. E poi a salire per avere attacchi più sostanziosi per qualche decina di dollari.

TEST DI SICUREZZA E NON
Si tratta di servizi che in teoria si possono usare per fare dei test di sicurezza sui propri siti, per vedere come resistono ad attacchi informatici di tipo DoS o DDoS, che in genere puntano a sovraccaricare di richieste un target fino a mandarlo offline. Ma nella realtà tali servizi, detti anche booter o stresser, sono continuamente e consapevolmente abusati per colpire siti altrui. Il fenomeno esiste da tempo, ma ultimamente si è rinvingorito, anche grazie alla diffusione di un mercato opaco e ambiguo di servizi di questo tipo, apertamente pubblicizzati in Rete come legali. E al proliferare di botnet, cioè di reti di dispositivi infettati e sfruttati per muovere attacchi, basate su nuove categorie di apparecchi connessi, come videocamere e videoregistratori - la rinomata e famigerata internet delle cose (IoT). “I booter o stresser sono il termine con cui si indica la modalità business di affittare una botnet per fare attacchi DDoS”, commenta a La Stampa Catalin Cimpanu, autore del sito di sicurezza informatica BleepingComputer.

Mirai, la più nota delle botnet nate sfruttando l’internet delle cose, ha dato la stura a una nuova generazione di attacchi. E di attaccanti. Tutti molto giovani, galvanizzati dalla facilità con cui oggi si può accedere a certi strumenti. Salvo poi pagarne le conseguenze, come accaduto alle 34 persone arrestate dall’Europol dal 5 al 9 dicembre, fra Spagna, Francia, Gran Bretagna, Romania, Norvegia e altri Paesi. La maggior parte dei sospettati hanno meno di 20 anni. E sono accusati di aver lanciato attacchi DDoS noleggiandoli da servizi come quelli sopra. Nel caso specifico, nella retata Europol - nota come operazione Tarpit - sono stati individuati soprattutto i clienti di questi servizi. Come Sean Krishanmakoto S., uno studente di informatica ventiseienne della California, arrestato e poi rilasciato su cauzione con l’accusa di aver attaccato un servizio di chat online affittando la potenza di fuoco di Xtreme Server, analoga piattaforma di DDoS in affitto attualmente online e ben attiva. Il giovane rischia fino a 10 anni di carcere.


(Un servizio di stresser - immagine La Stampa)

Gli stresser non sono necessariamente illegali e possono essere usati in modo legittimo, notava qualche mese fa un rapporto della società di cybersicurezza Radware proprio dedicato alla crescita di siti di questo genere. Tuttavia “molti servizi legittimi richiedono che si forniscano prove sulla proprietà del sito e del fornitore di servizio che si colpiscono”, scrive il report. O che ci sia accordo per il test. “Purtroppo, la maggior parte degli stresser che abbiamo osservato non richiedono queste prove. Invece si nascondono dietro i loro Termini di servizio, scaricando la responsabilità legale su chi usa lo strumento”.

AREA GRIGIA
La Stampa ha visitato e provato alcuni dei siti citati, riscontrando che l’acquisto dei servizi offerti, dunque degli attacchi informatici, è davvero molto immediato, e non richiede particolari controlli. Inoltre molti di questi pubblicizzano vistosamente il fatto che gli attacchi non siano riconducibili a chi sta attaccando. “È una zona grigia, anzi più che grigia”, commenta a La Stampa Stefano Zanero, professore di sicurezza informatica al Politecnico di Milano. “Intanto, c’è da capire se usano sistemi loro o altri sistemi che sono stati compromessi. Ma anche nel primo caso, quando offri un servizio del genere, dovresti probabilmente controllare che sia davvero usato a fini di test”.


(Il pannello di uno di questi siti - immagine La Stampa)

Tra i metodi di pagamento, monete elettroniche come Bitcoin e Litecoin, ma anche altri sistemi quali Perfect Money, carte prepagate o PayPal. “Molti di questi servizi offrono anche la possibilità di pagare via PayPal perché è più facile per gli utenti”, commenta ancora Cimpanu. “I gestori dei servizi di vendita di DDoS usano conti PayPal ‘intermediari’, collegati cioè a furti di identità, carte di credito compromesse o persone che ricevono e rinviano i soldi in cambio di una commissione, reti di ‘muli’ insomma come ce ne sono nella vita reale”.Esiste un mercato underground di attacchi informatici sparso tra darknet, reti anonime non raggiungibili attraverso i normali browser, e forum specializzati, come avevamo documentato in questo reportage de La Stampa. Ma la maggior parte di questi booter, nota ancora Cimpanu, stanno anche nel web in chiaro: basta una ricerca su Google per trovarli.”Molti erano pubblicizzati sul sito Hackforums, che poi ha rimosso quella specifica sezione”.


(Infezioni di Mirai - immagine di MalwareTechBlog)

GLI EFFETTI DI MIRAI
Hackforums è il forum su cui è stato rilasciato a fine settembre il codice di Mirai, il malware per creare delle botnet infettando dispositivi IoT (internet delle cose), quali router, videocamere, videoregistratori ecc. E divenuto famoso dopo una serie di potenti attacchi che hanno reso irraggiungibili numerosi siti. Da allora le botnet basate su Mirai sono proliferate. Ma ancora oggi su Hackforums ci sono molti messaggi di utenti che cercano aiuto con il codice o la configurazione di queste botnet, o che offrono di dividere i proventi delle attività svolte (ovvero gli attacchi) con altri. A quanto pare, come notato dalla società Digital Shadow, non basta mettere le mani sul codice di questo malware per essere in grado di utilizzarlo: di qui le richieste di assistenza di persone inesperte. Nondimeno, l’avvento di Mirai potrebbe dare una ulteriore iniezione di energia al mercato di booter o stresser, osservano vari ricercatori).

CRIMINE COME SERVIZIO
Un settore che si inserisce in un quadro più ampio, quello di una economia cybercriminale sempre più “professionale” e specializzata, che costruisce modelli di business basati sull’affitto o il franchising di servizi e attività, che si tratti di vendere attacchi DDoS o di infettare i computer delle vittime e chiedere un riscatto per poter accedere di nuovo ai file cifrati, come nel caso dei ransomware (sul mercato dei ransomware vedi questo nostro reportage ). Attività che alcuni offrono in parallelo, un po’ come in un supermercato: da un unico sito puoi affittarti il booter oppure scaricarti un virus grazie al quale poi estorcere soldi alle vittime.


(Un outlet del cybercrimine, ransomware e botnet, segnalato da Catalin Cimpanu)

Del resto, il 2016 ha visto i ransomware crescere in sofisticazione e diversità (ultima novità: infettare i propri contatti per non pagare ), e soprattutto affermare definitivamente il modello del “riscatto come servizio”, nota un recente report della società Kaspersky. E la predizione per il 2017 non rassicura: proprio il successo di questi modelli di business stanno diffondendo virus e servizi di bassa qualità, col risultato che gli utenti rischieranno sempre di più di non riuscire a riottenere i file, anche versando i soldi. In ogni caso, il consiglio degli esperti è comunque di non pagare, ma di rivolgersi piuttosto a personale e siti specializzati. Come il progetto No More Ransom, iniziativa congiunta di forze dell’ordine e aziende.

La vera storia della battaglia di Ortona, la Stalingrado d’Italia

La Stampa
andrea cionci

Il 19 e 20 dicembre del 1943 nella cittadina abruzzese il sacrificio di 2 mila soldati canadesi


La battaglia di Ortona in un dipinto


In pochi conoscono la vera storia e gli inquietanti retroscena della Battaglia di Ortona (20-28 dicembre 1943) passata alla storia come la “Stalingrado d’Italia”: gli errori di Montgomery, l’accanimento su un obiettivo inutile, ma irrimediabilmente enfatizzato dalla propaganda, il sacrificio di duemila soldati canadesi per tranquillizzare i sovietici, la falsa attribuzione della distruzione della cattedrale, gli stupri perpetrati dalle truppe indiane.

Con il contributo degli storici della battaglia, le testimonianze di reduci e civili, e perfino attraverso l’indagine sul campo con metal detector, proveremo a riassumere questa tragica vittoria di Pirro che, per le sue tecniche combattive, rimase un unicum su tutto il fronte occidentale. Come Stalingrado, anche la cittadina abruzzese – sebbene in scala minore - fu un inferno di corpo a corpo, trappole esplosive, combattimenti “stanza per stanza” che spezzarono i nervi ai soldati alleati che vi presero parte, tanto da non poter essere più inviati in prima linea. Molti di questi reduci smisero per sempre di festeggiare il 24 dicembre a causa del terrore che il Natale di sangue del 1943 aveva irrimediabilmente impresso nella loro psiche.

1.La linea Gustav
Erano passati cinque mesi da quando gli anglo-americani erano sbarcati in Sicilia. Nonostante l’eroica – quanto dimenticata – resistenza della divisione “Livorno” del Regio Esercito (che lasciò sul campo 9.000 dei suoi 13.000 effettivi) gli Alleati avevano conquistato, senza ulteriori difficoltà, il sud della penisola e avevano iniziato a marciare verso Roma. Tuttavia, se gli statunitensi, guidati lungo la costa tirrenica dal generale Clark, furono bloccati a Cassino, l’armata anglo-canadese (comprensiva anche di neozelandesi, indiani, sudafricani, australiani) agli ordini di Montgmomery, si impantanò a Ortona mentre risaliva lungo la costa adriatica. Fra le due cittadine si tendeva, infatti, la Linea Gustav, la prima di una serie di fortificazioni e trincee volute da Hitler per arrestare una prevedibile invasione dell’Italia. 


Carri Sherman canadesi schierati sul fonte adriatico

Parà tedeschi sorvegliano il territorio abruzzese dalla Linea Gustav

2.Gli errori della “Faina”
Il piano di Montgomery era quello di sfondare a Ortona, raggiungere a Pescara, poco più a nord e da lì percorrere la Tiburtina per prendere Roma da est. “Un piano già pensato male – spiega Marco Patricelli, storico di fama internazionale e autore del volume “La Stalingrado d’Italia”(ed. Utet) – perché gli inglesi sottovalutavano le difficili condizioni meteo che avrebbero trovato cercando di attraversare l’Appennino abruzzese, con un esercito meccanizzato, in dicembre. Un altro errore di Montgomery fu quello di non tentare, immediatamente dopo la faticosa vittoria sul fiume Sangro, di conquistare Ortona, ancora non fortificata dai tedeschi. Prese tempo per dotarsi di mezzi e materiali, come era suo costume, e questo consentì ai nazisti di innescare una delle più micidiali trappole di tutta la Seconda guerra mondiale”. 


Montgomery sul Sangro inaugura il nuovo ponte. 14 dicembre ’43


Un ritratto a olio di Montgomery

3.La campagna mediatica
Ortona avrebbe potuto essere tranquillamente aggirata, se non fosse stato per la stampa alleata che, grazie ai suoi giornalisti “embedded”, (integrati al seguito delle truppe), aveva dato un’importanza spropositata alla conquista della cittadina abruzzese. “Si trattava, infatti – continua Patricelli - di un’operazione mediatico-politica: Stalin, dopo la vittoria ottenuta l’anno prima, a carissimo prezzo, a Stalingrado, cominciava a lamentarsi dell’immobilismo degli Alleati in Italia. Occorreva dare un segnale e, non a caso, furono invitati a Ortona ufficiali sovietici in funzione di osservatori”. Di fronte alla campagna mediatica suscitata dal nemico, anche per Hitler divenne imperativo difendere la città: “Die Festung Ortona ist bis zum letzten Mann zu halten!” – “La Fortezza Ortona deve essere difesa fino all’ultimo uomo!” ordinò, perentorio, al Feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante supremo delle forze tedesche in Italia.


Foto di propaganda con soldati canadesi


Il corrispondente di guerra canadese Mattew Halton

4.Gli specialisti della guerra
A Ortona fu quindi fatta confluire la 1° divisione dei Fallschirmjäger (paracadutisti) che, fino ad allora, avevano ceduto elasticamente terreno in Italia meridionale seguendo la strategia difensiva di Kesselring. In Germania erano soprannominati “Pompieri del fronte” perché, analogamente alle Waffen SS sul fronte orientale, erano truppe scelte che venivano inviate per “spegnere” i più pericolosi sfondamenti avversari. “Nonostante vi fossero tra loro giovanissime reclute – spiega Andrea Di Marco, autore del volume “Assolutamente resistere” (ed. Menabò) – in buona parte, questi parà erano reduci delle campagne Creta, di Norvegia, di Russia e soprattutto delle battaglie in area urbana svoltesi a Centuripe, in Sicilia. Formati idealmente nella Hitler Jugend, erano combattenti esperti e possedevano uno spirito di corpo formidabile. Tuttavia, come risulta dai loro diari, sebbene sentissero forte il valore dell’obbedienza agli ordini, (il “Führerprinzip”, “Principio del capo” costituivo dell’onore del soldato tedesco), si domandavano anch’essi che senso avesse difendere ad ogni costo quella cittadina, strategicamente insignificante”. 


Equipaggiamento di Fallschirmjaeger 1943

Nel ’43, i tedeschi in Italia erano motivati a combattere anche per difendere la Germania dai bombardamenti alleati. Dalla Sicilia, gli aerei angloamericani potevano raggiungere, all’incirca, solo la Baviera, ma quanto più spazio avessero guadagnato in Italia, tanto più territorio tedesco avrebbero potuto bombardare. “Come truppe scelte - spiega Massimo Lucioli, vicepresidente dell’associazione di rievocatori Historica XX secolo - i Fallschirmjäger possedevano un equipaggiamento altamente specialistico. Mentre i canadesi avevano in dotazione l’equipaggiamento standard inglese, (elmetto piatto, fucile Enfield e giberne in canapa, con l’unica eccezione del mitra americano Thompson) i parà germanici disponevano di elmetti speciali, dalle falde accorciate per non subire danni al collo durante il lancio, nonché di giubbe, calzature e buffetterie appositamente disegnate per loro”. 


Fallschirmjaeger tedeschi

5.Casa Berardi
Per i soldati canadesi comandati dal generale Chris Vokes, dei quali molti appena diciottenni, Ortona era il grande momento per dimostrare al mondo il loro valore. Sapevano che si sarebbero confrontati con l’élite delle forze armate naziste, ma erano ottimisti. Dopotutto, erano numericamente il triplo degli avversari, disponevano di una logistica ben organizzata, di abbondanza di cibo e di una spaventosa artiglieria terrestre e navale. Tuttavia, l’inesperienza, - per quanto unita al coraggio - dei canadesi si rivelò fatale, fin da subito, nella conquista del primo avamposto tedesco: Casa Berardi. E’ questo un casale situato ancor oggi alle porte di Ortona, che domina una ripida valle che i canadesi battezzarono “The Gully” – “La Gola” e che si trasformò in breve tempo in un cimitero per i loro carri armati Sherman. “Dì a Monty – sbraitò il generale Vokes a una staffetta di Montgomery – che se venisse in questo inferno, a vedere in quale pantano ci siamo ficcati, saprebbe benissimo perché non avanziamo!”.


Casa Berardi durante la guerra e com’è oggi

Thank canadesi distrutti nella gola sotto Casa Berardi


6.Un testimone oculare
L’agricoltore Nicola Paolini, di 83 anni, vera memoria storica di Ortona, vive ancor oggi sul crinale opposto a Casa Berardi. Aveva dieci anni quando fu testimone dell’assedio all’avamposto: “Nella casa erano asserragliati cinque soldati tedeschi, con una mitragliatrice, alcuni lanciarazzi e un carro armato (Panzerkampfwagen IV, n.d.r.) nascosto dietro l’edificio. I carri canadesi attaccarono dapprima frontalmente, attraversando il fosso, e nove furono distrutti. Allora, tentarono un aggiramento da sinistra, su strada, ma alla prima curva, altri due furono centrati da un cannoncino anticarro che i tedeschi avevano già nascosto sotto il profilo del terreno”. 


Il capitano Triquet con la Victoria Cross

Tutta la battaglia fu, infatti, accuratamente disegnata sul campo dai parà nazisti, che prevedevano i movimenti di carri e fanti nemici e li convogliavano verso punti di annientamento. “Fu solo il colpo di genio del capitano canadese Paul Triquet – continua Paolini – a sbloccare la situazione: ebbe l’ardire di passare a destra della Casa Berardi in un territorio già occupato dai nemici. In questo modo, poté sorprendere il loro unico panzer e metterlo fuori combattimento. La strada per Ortona era aperta e Triquet fu il primo canadese a essere decorato con la Victoria Cross britannica”. 



Una baionetta tedesca rinvenuta nei pressi di Casa Berardi

Ancor oggi, intorno a Casa Berardi, si possono trovare, con il metal detector, un’infinità di schegge di granate alleate. Aperte in quattro petali, le spolette esplose sembrano dei grossi fiori di ottone massiccio, e recano ancora stampigliati modello e anno di costruzione. Per calibro e quantità restituiscono con immediatezza, pur a settant’anni di distanza, il tremendo volume di fuoco che l’artiglieria anglo-canadese scaricò sugli avversari. Il terreno ha restituito perfino una baionetta di fucile Mauser k 98 tedesco, ormai ridotta a uno spezzone di ruggine, ma senza dubbio evocativa. 


Una spoletta - esplosa - di proietto d’artiglieria alleata


7.I combattimenti “stanza per stanza”
Fu proprio il combattimento all’arma bianca una delle caratteristiche più cruente e “medievali” della Stalingrado italiana. Come ben spiegato presso il Museo della Battaglia di Ortona, i tedeschi avevano fatto crollare i palazzi delle tre direttrici principali della città, che vanno da Porta Caldari alla piazza del Municipio. I detriti impedivano, così, il passaggio ai carri: non appena uno di questi tentava di salire su un cumulo di macerie, infatti, esponeva il ventre, meno corazzato, ai colpi del Panzerschreck, una versione del bazooka che, dalla Tunisia, i tedeschi avevano copiato dagli americani.


Canadesi avanzano tra le macerie


Canadesi sotto il fuoco nemico. Uno di loro giace ferito o morto


Il sottotenente Ewald Pick pochi istanti prima di essere colpito dai cecchini canadesi

Senza poter avvalersi degli Sherman, i fanti canadesi dovettero impegnarsi nei combattimenti casa per casa, fra le macerie. Continuamente bersagliati, furono costretti a traforare l’interno delle abitazioni pur di avanzare al coperto: una volta liberato uno stabile, dal secondo o terzo piano, facevano saltare le pareti divisorie, per passare nell’edificio contiguo, ma non di rado i Fallschirmjäger li aspettavano dall’altra parte e, approfittando del polverone, colpivano gli avversari ancora frastornati dall’esplosione. Si dovettero quindi innalzare dei ripari prima di minare le pareti delle case. Nonostante questi continui adattamenti, i soldati venuti da oltre Oceano continuavano a cadere per i trappolamenti esplosivi, le mine anticarro e antiuomo, gli agguati corpo a corpo, e il fuoco incrociato dei cecchini. Impiegarono una settimana per

conquistare 500 metri di territorio urbano; fu un combattimento così devastante per i loro nervi che dopo Ortona nacquero degli studi psicologici sui danni provocati dallo stress da combattimento. Anche per i più esperti paracadutisti tedeschi, schiacciati dall’inferiorità numerica e dai tassativi ordini di resistenza, fu un’esperienza psicologica terribile. Una drammatica foto ricorda la vicenda del sottotenente Ewald Pick il quale, non potendo più sostenere l’assalto nemico e avendo ricevuto via radio l’ordine di resistere ad ogni costo, ebbe un crollo nervoso. Si alzò dalla postazione, andò tranquillamente a fumare una sigaretta sulla fontana, al centro della piazza, e si fece fulminare dalle fucilate canadesi. 


Parà tedeschi con Panzerschreck dietro a uno Sherman distrutto

8.Militari e civili
Le perdite tedesche, tra morti, feriti e dispersi furono circa 870; quelle canadesi intorno alle 2.340 e le vittime civili furono circa 1300. Nonostante gli occupanti si fossero attivati per far sfollare la popolazione prima della battaglia, l’ordine non fu rispettato da tutti i cittadini molti dei quali non si rendevano conto del pericolo incombente. Il rapporto fra militari dei vari eserciti e i civili, riferito dagli ortonesi che vissero quel periodo, fu più complesso rispetto ai cliché sedimentati nell’immaginario comune.


Nicola Paolini testimone dell’assalto a Casa Berardi

“I miei nonni – racconta Nicola Paolini - si erano riparati in una grotta sotto al crinale dietro il quale si erano accampati gli Alleati. Un giorno, il nonno fu arrestato dai canadesi che lo ritenevano, erroneamente, una spia e la nonna, completamente paralizzata, rimase abbandonata nella grotta. I parà germanici, di notte, passando a pochi metri dai nemici, portavano da mangiare all’anziana rimasta sola”. Ciò che emerge dalle testimonianze è che nonostante i tedeschi avessero fatto saltare il porto di Ortona, per impedire l’attracco alle navi nemiche, avevano mantenuto un rapporto sostanzialmente corretto con la popolazione, forse anche per la rigida disciplina cui erano avvezzi.


Soldati canadesi perquisiscono prigionieri tedeschi

I canadesi furono accolti con grande benevolenza, come liberatori, e aiutarono i civili nella prima riorganizzazione di una vita normale, dopo la battaglia. Tuttavia, dato che erano poco abituati al vino, (le cantine di Ortona ne abbondavano) si verificarono diversi problemi disciplinari dovuti all’ ubriachezza. Gli inglesi erano percepiti come militari intransigenti, ma erano anche quelli che potevano controllare le intemperanze dei loro alleati. I più temuti di tutti dalla popolazione furono gli indiani, presenti nel contingente alleato, che, a detta di numerosi testimoni, compirono stupri su donne e ragazzi. 


Un civile ortonese si aggira per le macerie

9.L’ultimo massacro e la distruzione della Cattedrale
Dopo la notte di Natale in cui i canadesi cenarono con birra, maiale in salsa di mele e pudding (l’ultimo pasto per molti di loro) la battaglia entrò nella fase finale, ma si completò con un ulteriore disastro. Una volta riusciti a percorrere le tre vie principali, le forze alleate confluirono e si ammassarono incautamente nella piazza del Municipio. Qui, alcuni cecchini tedeschi appostati sulla torre dell’orologio ne fecero strage. “Ebbi modo di parlare con uno di loro – spiega Marco Patricelli - il quale mi riferì che alla fine, disgustati loro stessi da tanta carneficina, si limitavano a tirare solo su ufficiali e sottufficiali, per lasciare senza guida la truppa”. Nonostante la ferocia dei combattimenti, non furono rari gli episodi di reciproca cavalleria fra i due schieramenti e di comprensione umana per il nemico ferito o catturato.


Danni di guerra della Cattedrale di Ortona

Alle spalle del Municipio sorge la Cattedrale di San Tommaso, il cui campanile e la cupola furono distrutti il 21 dicembre. “Una leggenda vuole - continua Patricelli - che fosse stata minata da un ufficiale germanico, protestante, in odio al culto cattolico delle reliquie di San Tommaso Apostolo ivi custodite. I documenti militari e il diario del maggiore canadese Bert Hoffmeister hanno però dimostrato che la cattedrale fu presa a cannonate dall’artiglieria navale alleata in quanto forniva un punto di osservazione privilegiato al nemico”. 


Un infermiere canadese dà da bere a un sottufficiale tedesco ferito


Un parà tedesco caduto
10.Vittoria?
Il 28 dicembre, gli ultimi Fallschirmjäger si ritirarono dalla città, ormai rasa al suolo; si arroccarono appena 5 km a nord, sul fiume Riccio, dove resistettero per sei mesi, fino alla liberazione di Roma, avvenuta il 4 giugno dell’anno successivo. 

Tatticamente, Ortona fu una vittoria alleata, anche se Montgomery non la incluse nelle sue memorie, fermandosi al successo ottenuto sul Sangro. Strategicamente, invece, può essere considerata una vittoria dei tedeschi: con pochi uomini erano riusciti a ritardare l’avanzata dell’avversario angloamericano dissanguandolo per ogni palmo di terreno conquistato. Dopo aver subìto lo sfondamento della Gustav a Cassino, e aver perso Roma, i nazisti nuovamente si attesteranno sulla Linea Gotica, tra Pisa e Rimini, mantenendo il fronte per altri quattro mesi. L’obiettivo di Churchill di far stornare al nemico molte divisioni nella Campagna d’Italia era fallito, e questo renderà, agli Alleati, molto più dura la conquista della Normandia, che prenderà il via con il D-Day del 6 giugno 1944.


Un edificio di Ortona rimasto com’era dal 1943



Il cimitero canadese di Ortona