sabato 17 dicembre 2016

La catena dei siti bufala contro Gentiloni porta a Sofia

La Stampa
jacopo iacoboni

Esce oggi la prima puntata della ricerca di due informatici, Paolo Attivissimo e David Puente: sede in Bulgaria, sfruttano anche il nome “5 stelle”


I siti della ricerca pubblicata oggi dai due informatici debunker, Paolo Attivisismo e David Puente

Martedì, neanche ventiquattr’ore dopo aver giurato al Quirinale col nuovo governo, Paolo Gentiloni era già sommerso da una valanga di insulti su Facebook. Un post in particolare è diventato viralissimo, ricevendo decine di migliaia di like in poche ore e pompando a sua volta odio, e eventuali diffamazioni sul nuovo presidente del Consiglio. Sul sito «Libero Giornale» (nulla a che fare né con Libero né col Giornale) gli si attribuiva la seguente frase: «Gentiloni choc: “Gli italiani imparino a fare sacrifici e la smettano di lamentarsi”».

Naturalmente Gentiloni non ha mai pronunciato quelle parole; il post ha generato tanto traffico pubblicitario (e discredito anti-casta). Le tre bufale più condivise in assoluto negli ultimi 15 giorni in Italia vengono dallo stesso sito, che il primo dicembre aveva viralizzato un altro post, su 35 arresti di «politici legati al Pd» e pronti a truccare il voto referendario; notizia inventata, ma record: al momento tira ancora e supera le 147 mila condivisioni. Insomma, chi c’è dietro questo sito? 

Due debunker italiani - tra i professionisti più stimati nel ramo - lo svelano stamane sul sito attivissimo.blogspot.com, pubblicando la prima puntata di un’analisi e un tracciamento che hanno condotto. I due sono Paolo Attivissimo, commentatore informatico, e David Puente, informatico e tracciatore di fake news (oltre che ex dipendente della Casaleggio associati, da cui uscì anni fa in una stagione molto diversa dalla attuale. Oggi gestisce il sito specializzato davidpuente.it).

«Liberogiornale.com - scrivono - non è un semplice sito d’informazione amatoriale che sbaglia o un sito di “satira e finzione” (come asserisce in caratteri piccolissimi in un angolo ben nascosto): è una fabbrica professionale di panzane.

Pubblica intenzionalmente balle per fare soldi. Fa parte di una rete professionale occulta di siti sparabufale che ha ramificazioni anche fuori dall’Italia». Ieri tra l’altro Laura Boldrini ha raccontato di aver chiesto a quattro esperti un aiuto per contrastare la diffusione delle fake news: oltre a Puente e Attivissimo, anche Walter Quattrociocchi del CSSLab dell’Imt di Lucca, e Michelangelo Coltelli (di Butac.it).

Il meccanismo della pubblicità


I siti di presunta satira come «Libero Giornale», scrivono Attivissimo e Puente, «spesso storpiano in modo ingannevole i nomi di testate molto note, come Ilfattoquotidaino.com (non è un refuso: è proprio quotidaino), News24tg.com o Gazzettadellasera.com. L’intento sembra piuttosto evidente: ingannare i lettori». I nomi dei titolari di questi siti sono nascosti. «Libero Giornale» è intestato alla società Domains by Proxy LLC. Ma seguendo la pubblicità, Attivissimo e Puente sono risaliti a un filo, usando i dati pubblici del web o dei social: «Questi siti usano una stessa fonte, e addirittura lo stesso account publisher (denominato “kontrokultura”), per i propri banner pubblicitari.

La fonte è la società Edinet, sede a Sofia, in Bulgaria. I suoi dati pubblici sono nel registro del Ministero della Giustizia bulgaro. Il sito della società è Edinet.bg, il cui “Chi siamo” (scritto, stranamente, in italiano) spiega che si tratta di un “Gruppo editoriale” che ha uffici “in Francia, Germania, Slovenia e soprattutto Italia. I componenti e collaboratori di Edinet sono al 90% Italiani ed è proprio in Italia che sono puntate tutte le nostre risorse”. Ma che sorpresa. Il registro del ministero bulgaro indica anche il nome del titolare: Carlo Enrico Matteo Ricci Mingani».

Ulteriori loro ricerche individuano poi un comunicato stampa in cui Matteo Ricci si definisce «come “responsabile delle pubblicazioni” di Edinet Ltd. Il comunicato annuncia che “Edinet Ltd ha rilevato il gruppo KontroKultura”. Guarda caso, lo stesso nome usato per l’account pubblicitario. Matteo Ricci si vanta di gestire “oltre 30 testate online”».

Quali altri siti ospitano i banner pubblicitari di Edinet, con l’account «kontrokultura»? «Oltre a Gazzettadellasera.com e Liberogiornale.com spuntano News24europa.com, News24tg.com, Notiziea5stelle.com e altri ancora». Notevole che Ricci Mingani usi anche il nome “5 stelle”. Il M5S potrebbe chiedere i danni. Finora non l’ha fatto.

Attivissimo e Puente, nelle puntate successive, parleranno del meccanismo Facebook attraverso cui, con una serie di pagine e vari gruppi di “fan club politici”, si svela, «intorno a questi siti, uno stuolo di promotori e “pompatori” di queste false notizie sui social network: complici consapevoli e inconsapevoli». Camere dell’eco, più o meno individuabili e profilate, attraverso cui il dibattito politico italiano risulta drogato.

Google lancia FotoScan, un'app per digitalizzare le foto stampate

La Stampa
dario marchetti

Disponibile gratuitamente su iOS e Android, questo scanner del futuro trasforma le foto rimaste in soffita in immagini digitali da condividere sui social o archiviare nel cloud



Dall'infinito cosmo di app progettate a Mountain View, nella sede di Google, ogni tanto ne spunta qualcuna più curiosa del solito. Che ha a che fare con la tecnologia del momento ma anche coi ricordi del passato: è il caso di FotoScan, un'applicazione gratuita per iOS e Android che consente di utilizzare un semplice smartphone per scannerizzare e digitalizzare le vecchie foto rimaste in soffitta.
Proprio come l'app di videochat Google Duo, FotoScan è stata progettata per un utilizzo semplice e immediato: una volta scaricata dal Play Store o dall'App Store, basta aprire l'app, inquadrare la fotografia che si vuole scannerizzare e premere il pulsante di scatto. FotoScan elaborerà l'immagine per qualche istante, facendo poi comparire sullo schermo quattro grossi punti bianchi: a quel punto bisognerà ruotare lo smartphone per posizionare i cerchi al centro dello schermo, finché non diventeranno blu.

L'app penserà al resto, ritagliando, raddrizzando ed eliminando i tipici riflessi che compaiono quando si fotografa una fotografia. L'immagine ottenuta potrà essere poi salvata sia sullo smartphone che su Google Foto, l'app per la catalogazione e l'archiviazione online di immagini targata Big G. Che potrà anche essere utilizzata per modificare le foto e migliorarle grazie ai filtri applicati in automatico dall'intelligenza artificiale dell'app, in grado di scegliere le impostazioni migliori a seconda delle condizioni di luce e della temperatura dei colori.

Perché è importante che anche macchine fotografiche e videocamere siano criptate

La Stampa
marco tonelli

La petizione per introdurre la protezione via software arriva dall’associazione no profit Freedom of the Press. Punta a evitare che foto e video finiscano nelle mani di governi e organizzazioni che limitano la libertà di pensieri ed espressione

«In tantissime occasioni, criminali e governi autoritari hanno requisito i video e le immagini di coloro che lavorano nei luoghi più pericolosi del mondo e visto che gli archivi delle fotocamere non sono criptati, non possiamo in alcun modo proteggerli». Lanciato dall’associazione no profit Freedom of the Press Foundation, un appello firmato da di 150 registi e fotogiornalisti e rivolto a produttori come Nikon, Canon, Olympus, Sony e Fuji. «Sviluppate sistemi di criptaggio per i vostri prodotti, ne abbiamo bisogno per garantire la sicurezza di noi stessi, del nostro lavoro e delle nostre fonti», scrivono i responsabili dell’associazione nella lettera.

A differenza di buona parte degli smartphone presenti sul mercato e dei software che permettono di criptare gli archivi dei PC, le aziende produttrici di foto e videocamere non hanno mai sviluppato degli strumenti che impediscono l’accesso al materiale immagazzinato nei dispositivi. L’unica eccezione è rappresentata dal software realizzato da Magic Lantern, uno studio che collabora con Canon. Ma il programma di cifratura è ancora in fase di prova e richiede notevoli conoscenze per utilizzarlo.

Tra i firmatari della lettera c’è anche Laura Poitras. La regista del documentario Citizenfour - basato sulla vicenda dell’ex tecnico della Cia e consulente dell’Nsa Edward Snowden - ha utilizzato sistemi di sicurezza per proteggere i suoi filmati, arrivando a distruggere anche le schedine di memoria. Ma se al contrario la sua videocamera fosse entrata in possesso di un addetto alla sicurezza o di un malintenzionato, la donna avrebbe potuto correre enormi rischi durante il suo lavoro.

Anche altri professionisti, sottoscrittori della petizione, si sono trovati in situazioni di pericolo. Come scrive Andy Greenberg in un articolo su Wired , nel 2008 il documentarista Andrew Berends ha ingoiato la sua scheda SD per evitare che la polizia nigeriana identificasse le fonti che lo hanno aiutato a documentare il conflitto nel delta del Niger.

E per il regista siriano Norwan Dyrabia, il software che ha crittografato l’archivio del suo computer è stato capace di salvargli la vita. Nel 2012, l’uomo era stato incarcerato per tre settimane dal regime di Bashar al-Assad. Infine è stato rilasciato proprio perché la polizia siriana non era riuscita ad accedere al materiale salvato. «Quando sei in una zona di conflitto, non sempre si ha la concentrazione e il tempo di immagazzinare i propri video negli hard disk crittografati», spiega Dyrabia.

E se nella petizione non viene specificato che tipo di cifratura deve essere implementata dalle aziende produttrici, per il direttore esecutivo di Freedom of the Press Foundation Trevor Timm, i contenuti dovranno essere criptati nel momento in cui vengono registrati e per potervi accedere sarà necessario utilizzare una password. «Stiamo parlando di aziende che incassano milioni di dollari, quindi possono permettersi di fare uno sforzo in più di proteggere alcuni tra i loro più importanti clienti, i quali stanno cercando di combattere la corruzione per rendere il mondo un posto migliore», ha dichiarato l’uomo a Wired.

In Inghilterra il primo pacco consegnato da un drone

La Stampa
vittorio sabadin



Le date storiche passano spesso inosservate alle persone che assistono agli eventi che le determinano. Così Jeff Bezos, fondatore e proprietario di Amazon, ha diffuso nel mondo un tweet con una data e un’ora che dovranno essere ricordate: «La prima assoluta consegna di Prime Air a domicilio è nei libri: 13 minuti dal click alla consegna. 5:58, 14 dic 2016».

Poche ore prima, un cliente di Amazon che vive in campagna nei pressi di Cambridge, in Inghilterra, noto solo come Richard B., aveva ordinato con il computer un telecomando per tv e un sacchetto di pop corn. Nel magazzino che si trova a una decina di chilometri di distanza, un impiegato aveva messo la merce in una scatola. Il pacco è stato subito portato all’esterno da un nastro trasportatore, fino al prato dove lo attendeva uno dei tre droni di Prime Air, la compagnia di aereo cargo di Amazon. Memorizzato l’indirizzo e guidato dal Gps, il drone ha volato sulla campagna inglese ed è atterrato esattamente 13 minuti dopo davanti alla casa di Richard B. Ha sganciato la scatola e se n’è andato, senza nemmeno pretendere una ricevuta.

La prima consegna di merce a domicilio per mezzo di un drone segna forse l’inizio di una nuova era nel commercio, nella quale chiunque, come aveva detto Jeff Bezos presentando il programma nel 2013, potrà ricevere quello che ha ordinato nella propria abitazione entro 30 minuti dall’ordine. Le implicazioni per i negozi, i supermercati, le poche librerie ancora esistenti saranno sconvolgenti e per la vita delle persone sarà lo stesso: come già fanno molti giapponesi, resteremo sempre in casa davanti al computer, a lavorare, ordinare quello che ci serve, guardare i film su Netflix e incontrare gli amici su Facebook. 

Ma la strada per le consegne a domicilio è ancora molto lunga. Celebrato il primo successo, Bezos dovrà fare i conti con legislazioni tutt’altro che amichevoli. Se ha dovuto fare questa sperimentazione in Gran Bretagna è perché le norme della Us Federal Aviation non consentono ai suoi droni di sparire alla vista durante il tragitto e di volare se non sotto il controllo di un operatore certificato. Per Amazon questi vincoli sono poco pratici, ma ogni tentativo di convincere i controllori americani si è finora rivelato vano. In Gran Bretagna le norme sono invece più soffici e ci sono incentivi a chi sperimenta nuove tecnologie. Nelle campagne intorno a Cambridge ci sono poi meno ostacoli contro i quali andare a sbattere e la gente vive quasi tutta in case con un giardino. 

Come avviene per tutte le grandi innovazioni, anche questa avrà bisogno di un po’ di messa a punto. Per ora, il peso della merce trasportata non può infatti superare i 2,25 chili e le dimensioni non devono essere superiori a quelle di una scatola di scarpe, perché il drone opera in automatico caricando uno specifico pacco la cui grandezza non può variare. Chi esegue l’ordine non può essere più lontano di 15 chilometri dal magazzino di Amazon che si serve dei droni, e per il momento di consegnare qualcosa in città non se ne parla proprio. Ci sono poi ancora molti problemi legati alla sicurezza: i droni sorvolano persone e cose, possono essere abbattuti da malintenzionati o sbagliare strada come a volte fa il navigatore dell’auto. 

Quando la Stasi cecoslovacca spiava Trump e l’ex moglie Ivana

La Stampa
alessandro alviani

Svelati documenti top secret: Donald pensava alla presidenza già nel 1988



Alla fine degli Anni 80 Donald Trump pensava già di candidarsi presidente, magari alle elezioni del 1996. Inoltre, sarebbe stato esentato per trent’anni dal pagamento delle tasse. È quanto emerge da alcuni documenti classificati come «top secret» ritrovati a Praga negli archivi della polizia segreta StB (l’equivalente cecoslovacco della Stasi) e citati dalla «Bild» e, in precedenza, dalla tv ceca. 
L’uomo che tra poche settimane si ritroverà ai vertici del più grande apparato di intelligence del mondo è finito negli Anni 70 e 80 nel mirino delle spie del regime comunista cecoslovacco insieme alla sua prima moglie. Ivana Marie Zelnícková, nata a Zlín, in Moravia, era emigrata dapprima in Austria, poi in Canada e infine a New York, dove aveva conosciuto il prossimo inquilino della Casa Bianca.

L’StB, che pedinava molti cecoslovacchi trasferitisi all’estero, iniziò a interessarsi di lei molto presto. In una nota del giugno 1977, cioè due mesi dopo le nozze tra l’ex modella e Donald Trump, un informatore, nome in codice «Lubos», scrive che, secondo il contratto di matrimonio stipulato dai due, Trump desiderava almeno tre figli e prevedeva di dover pagare a Ivana un milione di dollari in caso di divorzio.

L’informatore precisa che l’azienda di Trump gode di «massime garanzie, in quanto ottiene commesse statali» e aggiunge: «Un ulteriore vantaggio è il rapporto personale col presidente degli Stati Uniti e il fatto che è esonerato da tutte le tasse per trent’anni». Un dettaglio tanto più interessante dopo che in campagna elettorale il «New York Times» aveva rivelato che Trump non ha versato un centesimo di tasse per 18 anni dopo una maxi-perdita risalente al 1995.

In un documento del 21 ottobre 1988 un altro informatore, nome di copertura «Milos», parla di pressioni su Trump a candidarsi a presidente negli Usa. Riferendosi a un viaggio in Cecoslovacchia da parte di Ivana, che tornava regolarmente per far visita al padre, «Milos» annota che «ogni passo sbagliato da parte sua avrebbe conseguenze imprevedibili per la posizione di suo marito, che ha intenzione di candidarsi a presidente nel 1996». Per quanto possa sembrare utopistico, Trump è convinto di potercela fare, aggiunge la spia. Un agente dell’StB volò persino negli Usa per spiare Trump: in una nota del 10 ottobre 1989 un informatore, «A-Jarda», riferisce della visita a Trump organizzata da una cooperativa di produzione agricola cecoslovacca.

Negli archivi dell’ex apparato di sicurezza la tv ceca ha ritrovato un fascicolo col nome del padre di Ivana, Miloš Zelnícek, identificato come un «confidente», termine con cui venivano indicati i collaboratori di grado più basso. «Ciò però non significa che fosse un agente: le autorità cecoslovacche lo costrinsero a sottoporsi a dei colloqui, altrimenti non sarebbe potuto volare negli Usa da sua figlia», ha chiarito alla «Bild» lo storico Tomas Vilimek. Il quale cita un documento criptato del 1979 secondo cui le telefonate della figlia col padre venivano intercettate almeno una volta l’anno e la loro corrispondenza controllata. La polizia segreta spiava persino le visite dei figli di Trump dal nonno.

Ivana e Donald Trump, che hanno avuto tre figli, Donald jr., Ivanka ed Eric, hanno divorziato nel 1992. Nelle scorse settimane Ivana, che ha poi sposato l’italoamericano Riccardo Mazzucchelli e l’italiano Rossano Rubicondi (da cui ha divorziato), ha proposto all’ex marito di nominarla ambasciatrice Usa a Praga.

I dipendenti di Uber avrebbero spiato gli spostamenti di vip, politici ed ex fidanzate

La Stampa
marco tonelli

A due anni dalla chiusura dell’indagine della procura di New York, gli impiegati dell’azienda continuerebbero a monitorare gli spostamenti dei passeggeri. A rivelarlo è un esperto di sicurezza informatica licenziato dall’azienda


Auto di Uber su una mappa

La modalità “God view” permette di tracciare gli spostamenti degli autisti e dei loro passeggeri che usufruiscono del servizio di trasporto privato Uber. Nel 2014, l’utilizzo spregiudicato di questo strumento da parte dei suoi dipendenti, aveva spinto il procuratore generale di New York Eric Schneiderman ad aprire un’indagine per violazione della privacy. Il procedimento giudiziario si è concluso con una multa di 20mila dollari per la società di San Francisco.

Una sanzione di lieve entità per una vicenda che aveva puntato i riflettori sul trattamento dei dati personali degli utenti. In particolare, un dirigente della sede di New York aveva seguito e monitorato gli spostamenti di una giornalista di Buzzfeed News . In seguito, Uber ha subito preso provvedimenti disciplinari nei confronti del manager e ha annunciato di voler limitare l’utilizzo della “God view” da parte dei suoi dipendenti.

A distanza di due anni però, i suoi impiegati continuerebbero a utilizzare questa funzione per monitorare gli spostamenti di celebrità come Beyoncé, politici e addirittura delle proprie fidanzate, compagni ed ex mogli. A rivelarlo ai giudici, Ward Spangerberg, un esperto di sicurezza informatica allontanato dall’azienda lo scorso febbraio. Il 45enne ha querelato Uber per discriminazione (legata all’età) e per quella che, lui stesso considera una ritorsione nei suoi confronti. L’uomo era stato assunto a marzo 2015 e poi licenziato 11 mesi dopo. Ingaggiato per lavorare al sistema di protezione dei dati, Spangerberg aveva «più volte esternato le sue preoccupazioni per l’utilizzo di pratiche illegali da parte della stessa Uber».

La testimonianza è stata diffusa in un articolo pubblicato su Reveal, la testata online dell’associazione no profit californiana The Center for investigative reporting. E secondo il sito web, anche altri cinque impiegati di Uber avrebbero confermato la facilità d’accesso alla “God view”. «Migliaia di dipendenti potrebbero ottenere informazioni sugli spostamenti degli utenti», hanno spiegato al giornalista Will Evans. Senza dimenticare poi, la recente decisione della stessa Uber di monitorare gli spostamenti dei propri clienti fino a cinque minuti dopo la fine del viaggio.

Ma le rivelazioni non finiscono qui. Secondo lo stesso Spangerberg, in caso di perquisizione dei suoi uffici, l’azienda sarebbe capace di spegnere e criptare i computer a distanza. Nel mese di maggio 2015, poco prima di un controllo degli ispettori dell’agenzia delle tasse canadese nella sede di Montreal, il tecnico informatico avrebbe agito in questo modo controllando in remoto i PC.

Ma per Uber, quella del controllo indiscriminato dei clienti rimane un’accusa infondata. «È assolutamente falso che “tutti” o “quasi tutti” gli impiegati hanno accesso alle informazioni dei clienti, con o senza approvazione. - commentano dall’azienda di San Francisco - abbiamo progettato interi sistemi per implementare controlli tecnici e amministrativi in modo da limitare l’accesso ai soli dipendenti che hanno bisogno dei dati per svolgere il proprio lavoro. Inoltre, un impiegato ha accesso solo ad alcune informazioni di un cliente e non a tutte. Ad esempio, i nostri esperti anti-frode, i quali possano indagare su possibili truffe o account compromessi».

Matrimonio, via l'obbligo di fedeltà: «Visione ormai superata della coppia»

La Stampa



Addio all'obbligo di fedeltà nel matrimonio. È quanto prevede il disegno di legge presentato nel febbraio scorso al Senato e ora assegnato alla commissione giustizia di palazzo Madama. Il testo - spiega il sito di informazione legale 'Studio Cataldi' - consta di un solo articolo in grado di rivoluzionare però l'intero istituto del matrimonio. Nello specifico, tale articolo mira a modificare l'art. 143, comma secondo, del codice civile in materia di soppressione dell'obbligo reciproco di fedeltà tra i coniugi.

Obbligo che, a detta dei firmatari, sarebbe "il retaggio culturale di una visione ormai superata e vetusta del matrimonio, della famiglia e dei doveri e diritti dei coniugi". La stessa giurisprudenza di Cassazione, ricordano, ha statuito che "il giudice non può fondare la pronuncia di addebito della separazione sulla mera inosservanza del dovere di fedeltà coniugale" (cfr. Cass. n. 7998/2014).

Inoltre, si sottolinea nella relazione al ddl, con l'avvento della legge n. 21/2012, è stato superato il "problema annoso della distinzione tra figli legittimi e figli naturali, distinzione odiosa che ha portato il legislatore a prevedere l'obbligo di fedeltà tra i coniugi". Infatti, l'art. 143 c.c., stabilendo tale obbligo, si richiama soprattutto alla fedeltà sessuale della donna "perché fino a non molto tempo fa, solo la fedeltà della medesima era un modo per 'garantire' la legittimità dei figli". Essendo quindi superata tale distinzione, conclude la relazione, può superarsi anche un "obbligo" che non può certo ascriversi "tra i doveri da imporre con legge dello Stato".

Un passo in avanti su tale argomento, spiega la prima firmataria del disegno di legge, la senatrice Pd Laura Cantini, è stato fatto con le unioni civili che presentano un modello "molto più avanzato che dovrà essere recepito dal codice civile". Nella legge Cirinnà, infatti, a seguito delle numerose polemiche, è stato tolto dal testo originario la fedeltà sessuale quale requisito di coppia, in quanto caratteristica esclusiva del matrimonio tradizionale. Ma ciò significherebbe, a detta della Cantini, avere "le corna legali" per le coppie omo ma non per quelle etero.

Il patentato più anziano d'Italia ha 105 anni: ecco l'ultimo fake creato dalla fabbrica delle bufale

Il Messaggero
di Marco Cusumano

La fabbrica delle bufale utilizza foto di persone che nulla hanno a che vedere con le storie inventate

Sapete quanti anni ha il patentato più anziano d'Italia? Ben 105 anni! Si chiama Giuseppe Ferrari ed è originario di Latina dove nacque in età giolittiana. Un attimo. In età giolittiana? Ma come? Latina non è stata fondata da Mussolini nel 1932? E' bastata qualche elementare nozione storica per individuare l'ennesima bufala pronta a sbarcare sul web. Il comunicato arriva tramite mail ed è firmato da "Farditalia", tenete a mente questo nome. Farditalia si presenta come una "Fondazione che si occupa della tutela del risparmio e del diritto, nata da pochi mesi ma già operativa in tutta Italia".
Dopo la presentazione, ecco la storiella curiosa:

«Ha spento solo pochi mesi fa ben 105 candeline sulla torta il signor Giuseppe Ferrari, originario di Latina ma residente a Bari, già nostro associato per un rimborso Inps. Nonno Giuseppe, che nella foto di qualche mese fa vedete in tenuta da festa, è nato nella città del Lazio nella fiorente età giolittiana quando la lira faceva aggio sull’oro. Testimone oculare degli orrori e delle persecuzioni della seconda Guerra Mondiale riesce a salvarsi anche se durante quegli anni perde alcuni familiari ed amici deportati dai nazifascisti».

Una vita travagliata quella di nonno Giuseppe, tra l'altro i suoi amici e parenti sono ovviamente quasi tutti morti. "Una vita passata tra il lavoro (ex militare) e gli affetti di famiglia (una figlia, due nipoti e quattro pronipoti), mai una sigaretta o altro vizio, pasti leggeri accompagnati da un solo bicchiere di vino al giorno l’hanno portato a trascorrere i decenni senza mai una seria e compromettente patologia". Dunque una vita travagliata, ma sana, sanissima. «Qualche mese fa - racconta sempre Farditalia - tramite i nipoti Valter e Marilena, già iscritti al nostro patronato, ha chiesto di espletare le pratiche per il rinnovo della patente di guida.

Con un visus di 8/10 all’occhio destro e ben 9/10 all’occhio sinistro la Motorizzazione Civile ha rinnovato la patente per un anno all’anziano signore. Unico limite: nonno Giuseppe dovrà portare gli occhiali mentre guida la macchina, lui che non li usa nemmeno per guardare la TV». Una storia fantastica. Ma come fa nonno Giuseppe a stare così in forma a 105 anni? D'altronde il suo primo miracolo l'ha compiuto nascendo in età giolittiana a Latina, che all'epoca era un'immensa palude infestata da zanzare e malaria. Ma forse si sono sbagliati: Giuseppe sarà nato in qualche borgo o paese della zona.

Vale la pena fare una ricerca facile facile, partendo proprio dalla bella foto del sorridente nonno. Ci aiuta Google con la ricerca per immagini: basta un click e sorpresa! Nonno Giuseppe deve avere un sosia o un gemello, magari anche lui patentato e pronto a rivendicare il titolo. Google associa l'immagine di nonno Giuseppe ad alcuni articoli che parlano di un anno nonno, Lorenzo Berzero, originario di San Germano Vercellese, che lo scorso anno ha compiuto 107 anni. Ci sono anche dei video con tanto di interviste ai parenti, al sindaco del paese e allo stesso Lorenzo Berzero che risponde alle domande con tanta simpatia e saggezza. Ma la foto del nostro nonno Giuseppe compare anche a corredo di un altro articolo del 16 agosto di quest'anno.

Il protagonista è però sempre Lorenzo Berzero che nel frattempo ha compiuto 108 anni, senza rinunciare al Ferragosto al mare con figli e nipoti. "L'aria di mare fa bene" commenta e come dargli torto? I dubbi sull'identità di Giuseppe Ferrari crescono click dopo click e a questo punto è necessario fare una verifica sulla fonte della notizia: "Farditalia". Partiamo dal sito www.farditalia.it registrato il 26 novembre a nome di Sofia Navarretta. Chi è? E' un avvocato che compare in altre notizie davvero curiose, ma soprattutto è l'avvocato dell'associazione "Agitalia". Vi dice qualcosa Agitalia? E' l'associazione che denunciò il presunto scambio di embrioni all'ospedale Pertini di Roma.

Un'associazione fantasma che, in seguito, fu smascherata per una serie di notizie bufala che ancora oggi si trovano senza difficoltà sul web. Storie di tesori in vecchie lire trovati nelle soffitte o nei giardini di vecchie abitazioni. Storie di eredità, titoli di credito e buoni postali risalenti al Regno d'Italia che Agitalia riesce miracolosamente a convertire in euro.

La circolare choc dell'ospedale: "Migranti al posto dei pazienti"

Claudio Cartaldo - Ven, 16/12/2016 - 13:14

L'azienda ospedaliera invita i medici a dimettere i pazienti per far spazio agli immigrati che stanno per sbarcare. L'attacco di Mauro Pili: "Una follia"


Giornalista, povero e fascista: ecco il giovane Ungaretti

Giuseppe Conte - Ven, 16/12/2016 - 08:16

Un saggio ben documentato racconta come lo scrittore collaborasse, con convinzione, alla stampa di regime



Forse, abbagliati dalla sua energia assoluta di poeta, non pensiamo mai che tra il 1919 e il 1937 Giuseppe Ungaretti esercitò come secondo mestiere, da cui in realtà trasse il sostentamento economico primario, quello del giornalista.

Per lui fu tutto diverso rispetto a Eugenio Montale, che decenni dopo entrò al Corriere della Sera già uomo maturo, e si fregiò snobisticamente del titolo di giornalista sino a posporlo al proprio nome e cognome sull'elenco telefonico della Milano di allora. Per Ungaretti, povero, con l'esperienza della trincea fatta da umile soldato, la militanza giornalistica fu un modo per sopravvivere, un mestiere cercato e accettato con profonde contraddizioni, esercitato tutto su quotidiani mussoliniani e inneggianti al fascismo, movimento cui in quegli anni il poeta, digiuno di politica ma animato da una passione culturale e spirituale fortissima per l'italianità, guardò con favore.

Insomma, la prefazione al Porto Sepolto di Mussolini, che Ungaretti chiese con una lettera del 5 novembre 1922, e che in seguito dovette tanto nuocergli, non fu un fatto né casuale né isolato. Possiamo oggi rendercene ben conto leggendo il libro documentatissimo di Fabio Pierangeli, valoroso docente all'Università di Tor Vergata, Ombre e presenze, Ungaretti e il secondo mestiere ,1919-1937, (Loffredo editore, pagg. 219, euro 16,90). Ungaretti comincia la sua attività giornalistica come corrispondente dal Congresso di Parigi per il Popolo d'Italia. Il suo primo articolo esce l'11 febbraio 1919, è intitolato «Italia, Francia, Jugoslavia» ed ha un attacco lapidario: «Ho ancora addosso i panni di soldato italiano».

La collaborazione con il giornale diretto da Mussolini va avanti con circa cinquanta pezzi da cronista. L'adesione alla politica mussoliniana è sincera. Ma questo tipo di attività giornalistica non fa per il poeta, che in privato, in una lettera a Giovanni Papini, se ne lagna con queste parole durissime, un po' teatrali, come doveva essere la sua indole: «Sono un giornalista; sputami addosso; un giornalista con mille lire al mese; gridalo; ho dato il culo per mille lire al mese...».

Tornato a Roma nel 1921, Ungaretti trova un lavoro che ha in ogni caso a che fare con la carte stampata: è impiegato agli Uffici Stampa del Ministero degli Esteri. E intanto riprende a collaborare con diverse testate tra cui Lo spettatore italiano e L'Idea Nazionale, su cui pubblicherà un Elogio della borghesia, in cui la borghesia appare come quella «nobiltà del popolo» cui può assurgere per «meriti di cultura, di ingegno, di volontà» qualunque giovane delle classi più povere.

Importante è la collaborazione con il Mattino: sulle sue pagine, appare un articolo che contiene un vasto e articolato programma di espansione della cultura italiana all'estero, e un altro a proposito della Accademia d'Italia, che deve esprimere una cultura nuova, nata secondo il poeta non da un salotto, ma da una rivoluzione di popolo: la lingua italiana vi è definita «insieme rustica e aulica, divina». Un altro articolo ancora è intitolato «Il ritorno dell'emigrante», in cui Ungaretti, emigrante lui stesso, sottolinea la necessità di una politica economica a favore del popolo e dei lavoratori.

La collaborazione con il Tevere, giornale diretto dal famigerato Telesio Interlandi, si svolge soprattutto nel 1929, con ventinove articoli in sostegno di una cultura dell'azione costruttiva, del bene pubblico, contro quella della astrattezza e della torre d'avorio. Pierangeli nota la contraddizione di Ungaretti tra questa posizione per così dire sociale sostenuta sui giornali e la poesia che man mano va scrivendo, e che non potrebbe essere più orfica, balenante di lirismo assoluto, individuale.

Non ammesso all'Accademia d'Italia, il poeta si era rifatto a Parigi con l'ingresso nel comitato di redazione della prestigiosissima Nouvelle Revue Française. A proposito di quest'ultima, Ungaretti deve condurre sul Tevere con Corrado Pavolini una polemica sulla omosessualità di Gide e di altri intellettuali francesi vicini alla rivista. La posizione di Ungaretti, a cospetto dei toni volgari di Pavolini, appare sfumata e tollerante, degna di chi si era proclamato in una lettera a Papini come l'uomo «meno provinciale d'Italia».

Sulla Gazzetta del popolo, tra il 1931 e il 1935, Ungaretti scriverà soprattutto affascinanti, appaganti articoli di viaggio, su Quadrivio, nella cui lista dei collaboratori, inaugurata da Luigi Pirandello, lui neppure figura, farà in tempo e esaltare la romanità ma sostenendo che anche gli uomini della Rivoluzione francese avevano tratto i loro modelli dalle virtù dei Romani. Per il fascismo e i giornali di Interlandi si sta avvicinando la vergognosa svolta razzista.

Ungaretti, questo uomo contraddittorio e libero, in cui persino un antifascista come Giovanni Ansaldo riconobbe ispirazione, temperamento, strafottenza, energia, e che Leone Piccioni ci ha raccontato così bene nelle pagine di una vita, è nel 1937 sulla nave che lo porta in Brasile: dove inizierà la nobile professione di docente universitario.

Amicizie stellari

La Stampa
massimo gramellini

Uno vale uno, ma vale due se è amico di qualcuno. Come nella «Fattoria degli Animali» di Orwell, anche in quella di Grillo il mantra dell’eguaglianza è stato aggiornato dopo i primi strusci con il potere. L’ultima miracolata è la dottoressa Alessandra Manzin, assunta con stipendio più che onorevole dall’assessora alla «città in movimento», una dizione che riferita al traffico di Roma risulta particolarmente satirica. La delibera comunale giustifica il lieto evento con «doti e competenze specifiche nel campo del diritto amministrativo». Ma non deve avere troppo danneggiato la prescelta il particolare di essere collaboratrice di un parlamentare grillino e fidanzata con un pezzo grosso della Casaleggio Associati, assistente a sua volta di uno dei leader del movimento. 

Da qui alle prossime elezioni, che auspichiamo imminenti, Pd e Cinquestelle si sfideranno a chi combina più disastri tra il governo biscottato di Gentiloni e la giunta brancaleone della Raggi. Una battaglia dall’esito incerto nella quale sarebbe un delitto intromettersi. Però bisogna pur riconoscere che, se la Boschi pecca di incoerenza quando promette di lasciare la politica in caso di sconfitta e poi si incolla alla poltrona, non tanto più lineare è il comportamento di chi predica la meritocrazia anglosassone, ma applica il familismo italico, distribuendo gli incarichi pubblici, e le relative prebende, a una girandola di padri madri cugini amici cognati mogli e fidanzate da far venire il mal di testa. 

Non sono diversi. Sono solo nuovi. E ancora per poco.