venerdì 9 dicembre 2016

Chi più ne Metta

La Stampa
massimo gramellini


Il sindaco di Cerignola Franco Metta

Franco Metta è il sindaco di Cerignola che ha ricevuto una scatola di biscotti, l’ha aperta e si è accorto che non erano biscotti, ma ventimila euro finemente arrotolati in due pacchetti da dieci. Da appassionato di dolci, ci è rimasto male. Ed è corso a denunciare l’imprenditore che per ammorbidire un appalto gli aveva appena allungato la stecca di Natale. Franco Metta è lo stesso sindaco di Cerignola che sei mesi fa era già salito alla ribalta per quel video amatoriale in cui, durante una cerimonia pubblica con tanto di fascia tricolore, aveva apostrofato uno scolaretto tronfio della bocciatura, strillandogli addosso «ma vai a studiare, lo stupido che sei!».

Il tono brusco e i modi non esattamente montessoriani avevano urtato la sensibilità dei buonisti a prescindere, confermati nei propri pregiudizi dall’appartenenza di Franco Metta al centrodestra dei brutti e dei cattivi. Assai meno sconvolto di loro, il ragazzino era invece rimasto abbracciato al sindaco per qualche minuto, stupito di essersi imbattuto in qualcuno che avesse ancora voglia e tempo di fargli una paternale.

La ramanzina appioppata, la mazzetta denunciata. E se ci fosse un nesso tra i due episodi? Nelle grandi città ci riempiamo la bocca di «valori», forse per non farci entrare lo smog. Mentre in provincia, almeno a Cerignola, i «valori» galleggiano in una dimensione meno eterea e più semplice. Studia e non rubare. A pensarci, un vasto programma per il futuro. 

Modello Trudeau

La Stampa
massimo gramellini



Nel suo sabbatico prossimo venturo, Renzi farebbe bene a studiare le immagini del premier canadese Justin Trudeau mentre ascolta i ringraziamenti di un profugo siriano tamponandosi gli occhi con il fazzoletto. Sembra la solita marmellata dolciastra di buonismo. Ma la scena madre è così trattenuta e lieve da apparire spontanea. Trudeau ha la faccia giusta: mite e sgombra di arroganza. Magari nel tempo si rivelerà disattento ai temi sociali come tutti i leader di sinistra dell’ultimo ventennio, ma per ora trasmette una sensazione di disponibilità all’ascolto che fa di lui il politico più femminile del pianeta.

Renzi invece, in questo simile all’odiato D’Alema, è il classico maschio alfa che per coprire le proprie fragilità deve dimostrare in ogni circostanza di essere più burbero degli altri. Anche ieri, davanti ai notabili del Pd, non ha nascosto il fastidio per essere costretto a perdere tempo in chiacchiere con persone che stima meno di una sua cravatta. Ma a nessuno piace essere trattato da mediocre. Tantomeno ai mediocri, che in qualunque consesso, e in quello in particolare, rappresentano la maggioranza. Ah, che futuro potrebbe ancora avere Renzi, se solo imparasse ad ascoltare Gotor, magari senza dargli retta, e a tamponarsi gli occhi con il fazzoletto quando parla Speranza.

Dalla nascita del Milan alla maglia numero 11 di Gigi Riva: la leggenda del calcio va all’asta

La Stampa
giorgio viberti

Alla Bolaffi di Milano mercoledì 14 c’è “Football Memorabilia”: nel catalogo documenti e cimeli indimenticabili


Una vecchia foto del M ilan, contenuta nello statuto del 1900 che andrà all’asta a Football Memorabilia

Per Natale volete regalare a un vecchio amico juventino la maglia indossata da Dino Zoff nell’ultima partita del vittorioso campionato 1977-78? O magari a un estimatore del Cagliari la casacca n.11 di Gigi Riva nel match conclusivo della stagione 1969-70 coronato dall’unico scudetto mai conquistato dalla società isolana? Basterà recarsi mercoledì 14 al Grand Hotel et de Milan di Milano e partecipare a «Football Memorabilia», un’asta di documenti, fotografie, stampe, trofei o, come si dice con termini tecnici, «lotti». Per gli scettici, o diffidenti, da domenica c’è la possibilità di ammirare alla Bolaffi Aste, che organizza l’evento, l’esposizione dei pregiati cimeli, tutti legati alla storia del calcio, alcuni dei quali davvero da collezione. 

Come lo Statuto del «Milan Football & Cricket Club», un libretto di 16 pagine con copertina in cartoncino rosso stampato a Milano nel 1900, testimonianza autentica della fondazione di uno dei club più titolati al mondo. Apparteneva a uno dei fondatori del Milan ed è stato tramandato per oltre un secolo agli eredi. Costo stimato 80-120mila euro, ma c’è da credere che verrà aggiudicato a una cifra molto più alta. 



Azzurro doc
Grande stupore desterà anche una fotografia della Nazionale azzurra prima dell’amichevole all’allora Comunale di Torino vinta 3-2 contro l’Ungheria l’11 maggio 1947. Fu una partita storica perché vide schierati 10 granata del Grande Torino più uno juventino, il portiere Sentimenti IV. Avrebbe dovuto esserci anche l’altro bianconero Parola, che però il giorno prima partecipò al match di Glasgow nel Resto d’Europa contro la Gran Bretagna e arrivò in ritardo a Torino, cedendo il suo posto al granata Castigliano. L’eccezionalità della foto sta nei 15 autografi originali riportati sul retro: 11 titolari, 3 riserve (Bacigalupo, Boniperti, Parola) e il ct Vittorio Pozzo. 

Ma saranno le divise di Zoff e Riva a calamitare l’attenzione di collezionisti e appassionati. La maglia del n.1 juventino venne regalata il 7 maggio 1978 dallo stesso portiere dopo l’ultima partita di campionato, in casa contro il Vicenza (3-2), a un operatore tv della Rai che poi la lasciò ai propri figli. Stima d’asta: 3-4 mila euro. Curiosa anche la storia della maglia bianca con bordi rossoblù n. 11 che Riva indossò a Torino nell’ultimo turno di A il 26 aprile 1970 contro il Torino: il Cagliari era già sicuro dello scudetto ma non fece sconti al Toro (battuto 4-0) con doppietta del bomber mancino che a fine match scambiò con un giocatore granata la propria maglia, finita poi a un collezionista. La base d’asta per la divisa di Rombo di Tuono è da pezzo raro: 8-12 mila euro. 


Mike l’apprendista
Tra i lotti più curiosi c’è poi un taccuino appartenuto al giovane Mike Bongiorno, allora 15enne «galoppino» delle pagine sportive de La Stampa. Nel prezioso quadernetto datato 1939 - stima d’asta 1500/2000 euro - ci sono 80 autografi di famosi calciatori di allora, come Gallea, Petron e Olivieri del Toro o Bodoira, Bellini e Amoretti della Juve, squadra per la quale tifava il futuro giornalista sportivo prima di diventare uno dei padri fondatori della televisione italiana.

A caccia di papiri negli archivi del Museo Egizio

La Stampa
maurizio assalto

Il progetto “Hera” ordinerà i 30mila frammenti sepolti a Torino con l’aiuto di studiosi connessi on line da tutto il mondo


Uno dei papiri del Museo Egizio di Torino, qui accanto i resti del corredo funerario della regina Nefertari. Il 17 novembre, aprirà a Leiden, in Olanda, la mostra su di lei

Per scandagliare l’antico Egitto non è indispensabile battere le sabbie - peraltro di questi tempi insidiose - lungo il Nilo. È possibile scavare anche a Torino, negli archivi del Museo Egizio, dove giace da due secoli un patrimonio di papiri quasi inesplorato che potrebbe fornire più informazioni di una nuova scoperta nella Valle dei Re. È su questi presupposti che Christian Greco, il dinamico direttore della seconda più importante collezione egittologica al mondo, inaugura la sua campagna d’autunno, dopo la rivoluzione che nella primavera del 2015 ha trasformato il cupo museo ottocentesco, meta predestinata di chiassose scolaresche, in una avveniristica attrazione culturale di livello internazionale, presa d’assedio da un milione di visitatori nel primo anno dopo l’inaugurazione. E che ora si propone come un modello nella valorizzazione del proprio patrimonio.

Le prossime mostre
Gli uffici di via Accademia delle Scienze sono un fervore di progetti. Si lavora alacremente per la mostra tematica che sarà inaugurata il 4 marzo, titolo provvisorio Dalle sabbie a Torino, dedicata a ricostruire l’attività di ricerca del museo a cavallo della I Guerra Mondiale, quando era direttore il leggendario Ernesto Schiaparelli. Ma già prima, il 17 novembre, aprirà a Leiden, in Olanda, la mostra su Nefertari, la Grande Sposa reale di Ramesse II, organizzata dall’Egizio in collaborazione con il locale Museo di Antichità della cui collezione egizia, quinta al mondo, Greco è stato curatore fino al 2014. Da Torino partiranno 246 reperti, tra cui il coperchio di granito del sarcofago di Nefertari, una statua di Tuthmosi I, il «Papiro della congiura» contro Ramesse III.

Dopo Leiden, dal giugno 2017, la mostra andrà all’Ermitage di San Pietroburgo, e in seguito farà quattro tappe in Cina. Per il Museo Egizio i benefici sono evidenti. C’è il ritorno economico - l’affitto corrisposto dagli olandesi, che Greco preferisce non quantificare, ma avrà una significativa incidenza sul bilancio di un museo i cui introiti nel 2015 sono ammontati a 9,9 milioni di euro, tra biglietteria, eventi e bookshop, largamente superiori alle sue necessità primarie (con l’Ermitage è invece previsto uno scambio di materiali per una mostra su Alessandro Magno che aprirà a Torino nel dicembre 2017). E c’è il ritorno d’immagine, perché gli oggetti prestati dall’Egizio, dice Greco, «saranno i nostri ambasciatori nel mondo e attireranno nuovi visitatori. Dalla Cina sono già venuti a filmarci».

Ma è soprattutto sul ritorno alla ricerca che punta il direttore: lo aveva annunciato nell’aprile 2015, inaugurando il rinnovato museo, e già un mese dopo aveva avviato una nuova stagione di scavi nella necropoli di Saqqara, in collaborazione con gli olandesi. La ricerca, però, non è solo sul campo. Si chiama «Hera», Humanities in the European Research Area, l’ambizioso progetto avviato con le università di Leiden, Basilea, Bonn, Monaco di Baviera, Copenaghen, Liegi e Oxford, per esplorare l’immenso giacimento papiraceo di via Accademia delle Scienze: 30mila frammenti - oltre a diversi rotoli più o meno integri, come il celeberrimo Canone reale, i Libri dei Morti, la Mappa delle miniere d’oro, il Papiro dello sciopero, quello della congiura o quello erotico - che ne fanno il più vasto archivio dell’Egitto pre-ellenistico, dai testi amministrativi a quelli letterari, rituali, magici e funerari.

Il progetto di ricerca
«Purtroppo - osserva Greco - né Bernardino Drovetti, il piemontese console di Francia che nel 1823 cedette la sua collezione a Carlo Felice di Savoia, avviando così il Museo Egizio, né all’inizio del 900 Ernesto Schiaparelli hanno lasciato indicazioni sulle circostanze in cui vennero in possesso dei materiali a Deir el-Medina. Noi procederemo alla ricontestualizzazione archeologica, utilizzando diverse tecniche come l’analisi delle grafie, per capire da quali tombe provengono, a quale epoca e a quali mani si debbano far risalire, e in definitiva per comprendere meglio come funzionasse la comunità degli artigiani reali. Si tratta di un lavoro enorme, che richiede un salto di qualità e l’impiego di una molteplicità di competenze. Per questo abbiamo varato un consorzio, e chiederemo un fondo europeo tra i due e i due milioni e mezzo di euro».

Si partirà a novembre con un primo progetto pilota, a cui seguirà a fine gennaio un incontro a Leiden. «Predisporremo un software collaborativo che consentirà ai vari specialisti di lavorare dalle loro sedi, ognuno su un frammento o su un suo singolo aspetto, fino a ricomporre il puzzle». Tempo previsto, dai cinque ai dieci anni. «La ricerca produrrà un database online a disposizione di tutti, preliminare all’edizione dei testi. Finalmente capiremo quel che abbiamo».

La condivisione della ricerca e dei suoi risultati è la nuova frontiera, alla base anche del programma di Public Archaelogy da poco lanciato dal Museo Egizio, in collaborazione con lo University College of London, per un crowdsourcing egittologico attraverso la piattaforma tematica MicroPasts. «Non chiediamo al pubblico di darci dei soldi, ma di collaborare con noi: per esempio aiutandoci con un apposito programma a scontornare le immagini dei reperti, per produrre modelli in 3D utilizzabili sia a livello scientifico sia didattico; oppure trascrivendo documenti d’archivio come i rapporti di scavo, per renderli disponibili in formato pdf e word».

Non è solo un modo per sopperire ai limiti delle risorse, è un impegno programmatico che viene da lontano: da Silvio Curto, storico sovrintendente del Museo Egizio dal 1964 all’84. Christian Greco lo tiene sempre presente: «È lui che ha indicato la via: la nostra collezione appartiene al mondo, e dal mondo deve essere studiata».

Quirinale

La Stampa
jena@lastampa.it

Presidente, è arrivato Renzi!
Renzi chi? 

Veterano di guerra non può lavorare senza il suo cane: l’azienda li assume entrambi

La Stampa
fulvio cerutti



Da dieci anni vivono insieme, sempre insieme. Clay Luthy, 35enne texano, giovane padre di famiglia invalido di guerra, non può fare a meno di Charlotte, un Golden Retriver che lo aiuta nei movimenti. Una condizione che è però sempre stato un problema nel permettergli di trovare un lavoro. Un problema fino a quando un’azienda ha capito e ha deciso di assumerli... entrambi.



Il dramma di Luthy ha avuto inizio nel 2002 quando, scosso dagli attacchi terroristici alle Torri Gemelle, decide di arruolarsi nell’aeronautica statunitense: a causa di un incidente a bordo di un C-130 della Air Force l’uomo ha rischiato di perdere entrambe le gambe. Cinque operazioni alle ginocchia gli hanno permesso di tornare a camminare, ma non di piegare la gamba sinistra. Ed è lì che interviene Charlotte ad aiutarlo quando ha difficoltà di muoversi.



È stato uno dei negozi della catena di ferramenta Lowe’s a capire il suo problema e ad aiutarlo: Luthy si è presentato al colloquio accompagnato da Charlotte e, come sempre, ha fatto presente le sue difficoltà. E il responsabile ha deciso di assumerli entrambi. Alla cagnolina è stata data una pettorina su misura identica a quella di tutti i dipendenti. Inutile dire che la presenza della quattrozampe ha portato beneficio a tutto l’ambiente: i lavoratori e i clienti ricevono sempre le sue attenzioni e il clima è diventato ancora più piacevole.

Vitalizi, 608 eletti rischiano pensione con voto anticipato. M5s vs Pd: “Volete l’assegno”. “Voi tornate disoccupati”

ilfattoquotidiano.it

Secondo il regolamento approvato dal governo Monti nel 2012 chi è alla prima legislatura ha diritto all'assegno solo se raggiunge il limite dei 4 anni, 6 mesi e 1 giorno. La data a cui tutti aspirano è il 15 settembre 2017. Secondo il Messaggero tra i parlamentari interessati ci sono 209 esponenti del Pd, oltre ai 154 eletti con il M5s. Il grillino Toninelli: "Abbiamo paura che si vada avanti fino al 2018 perché vogliono le pensioni d'oro"

Vitalizi, 608 eletti rischiano pensione con voto anticipato. M5s vs Pd: “Volete l’assegno”. “Voi tornate disoccupati”

Dicono che non ci pensano e giurano che le preoccupazioni sono altre, ma il pensiero in testa ce l’hanno tutti o quasi: se si va al voto anticipato 608 parlamentari perdono la pensione. Tra questi, come ricostruisce il Messaggero, ci sono tutti gli M5s (e gli ex) e 209 esponenti del Pd. La preoccupazione per questi parlamentari è seria: stando al nuovo regolamento approvato dal governo Monti nel 2012 infatti, per chi è al primo mandato è necessario restare in carica almeno 4 anni, 6 mesi e un giorno per ottenere la pensione.

La data limite è quindi quella del 15 settembre 2017 e nelle trattative del post crisi di governo potrebbe fare la differenza: se infatti Sergio Mattarella scioglie le Camere prima, addio assegno (da incassare dopo i 65 anni per gli eletti alla prima legislatura) e addio a tutti i contributi versati fino a questo momento. Sul tema è già iniziato lo scontro: “Vogliono tenersi la pensione”, ha attaccato il grillino Luigi Di Maio invocando il voto anticipato. “Basta ipocrisie. Si preoccupino loro che tornerebbero a essere disoccupati come prima del 2013”, ha replicato il dem Umberto D’Ottavio.

L’ultimo riparatore di macchine da cucire

La Stampa
francesca soro

Aostano, ha imparato dal nonno: “Hanno un’anima”


Ivano Magri, 50 anni, di Aosta

«Anche le macchine, si sa, hanno un'anima, ma quelle da cucire ce l'hanno intrisa di tenerezza: custodiscono ricordi di tende per la finestra della cucina messe su alla bell'e meglio da appena sposati, di lenzuolini fatti per i bimbi, di orli a gonne e pantaloni per i vari membri della famiglia». In una vera e propria officina ricavata sotto il suo negozio di merceria e vendita di macchine da cucire, Ivano Magri, cinquant’anni, di Aosta, continua il lavoro iniziato tre generazioni fa dal nonno Mariano: «Sono l'unico riparatore di macchine da cucire - spiega -, certificato da tutte le principali ditte del settore. Dal Vallese svizzero e dalla Savoia in Francia fino a Torino sono rimasto soltanto io».

Ereditarietà
Magri ha ereditato la passione e il savoir faire artigianale dal nonno Mariano, arrivato dall'Emilia per lavorare alle acciaierie Cogne, che nel 1945 aprì una merceria in via Martinet, nel centro di Aosta. «Meccanica, cucito e confezionamento erano il suo mondo - racconta il nipote -, aveva anche messo su una maglieria con una dozzina di dipendenti, donne che da casa loro facevano i completi gonna, maglietta e cardigan. Poi li vendeva alla Rinascente a Torino e, tornando indietro, passava da Biella per ritirare i filati. Con l'avvento dei sintetici e di mode nuove, la ditta ha poi chiuso, le macchine da cucire sono invece arrivate fino a me». A lui, continua «devo l'amore per questo mestiere ormai in via di estinzione: da bambino, mentre mi lasciava trafficare col cacciavite e gli altri utensili, diceva "le macchine hanno un'anima". Ne ero affascinato». 

In officina
Magri, nel negozio che ha poi spostato nel 1986 fuori dal centro storico cittadino, ripara in media una trentina di macchine al mese (il prezzo è di circa 70 euro): «I miei clienti vanno dai collezionisti alle casalinghe, passando da molte donne che hanno ereditato da nonne o mamme la loro macchina da cucire e non vogliono assolutamente separarsene o comprarne un modello nuovo: mi raccontano immagini di famiglia che la sola vista dello strumento evoca in loro».

Mentre racconta, l'artigiano è nella sua attrezzatissima officina, vestito con il grembiule grigio da meccanico, e monta una macchina da riparare su uno strano strumento in ghisa: «Questo è un banco prova multiuso che aveva inventato e costruito mio nonno - spiega - e permette di muovere l'oggetto e testarlo agilmente in tutte le direzioni». Tra le mani del riparatore tornano a nuova vita anche strumenti inusuale. «La settimana scorsa mi hanno portato una macchina da calzolaio del 1915 - dice Magri -, che oggi serve a un maestro di sci che la usa per assemblare le pelli di foca».

Da circa un anno la ditta aostana ha deciso di puntare anche sulle lezioni di cucito. A questo scopo nel negozio è stato ricavato uno spazio apposito con cinque postazioni, tre macchine da cucire e ferri da stiro. «Le richieste sono tante - spiega Magri -, va molto di moda il cucito creativo fatto con materiali di recupero».

Da Facebook a YouTube, i big dell’informatica creano un database anti terrorismo

La Stampa

La condivisione di immagini e video con contenuti violenti o di propaganda punta a velocizzare la loro rimozione dal web



I colossi di internet - Facebook, Microsoft, Twitter e YouTube - uniscono le forze per arginare la proliferazione online di contenuti terroristici. Lo fanno creando un database condiviso di immagini e video con contenuti violenti, di propaganda o volti al proselitismo che punta a velocizzare la loro rimozione dal web. «Sui nostri servizi», scrivono le compagnie, «non c’è posto per contenuti che promuovono il terrorismo».

I big della Rete metteranno in comune quelle che definiscono le «impronte» digitali uniche che assegnano ai contenuti online violenti o riconducibili ad attività terroristiche. Una sorta di «etichetta» nel codice di foto e filmati che i computer possono «leggere». Questo database aiuterà a individuare sulle proprie piattaforme la presenza degli stessi contenuti. A quel punto le compagnie, seguendo le proprie policy, potranno decidere di rimuoverli. La mossa punta a evitare che, ad esempio, un video bloccato su Twitter non compaia successivamente anche su Facebook o su YouTube. I criteri adottati per la rimozione dei contenuti sono abbastanza allineati.

Il sistema inoltre, riporta il sito della Bbc , scansiona il materiale in fase di caricamento per cercare di bloccare contenuti violenti o estremisti prima che siano condivisi. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal la collaborazione è conseguenza degli incontri di queste aziende con le autorità dell’Unione europea. Sei mesi fa le compagnie si erano impegnate con la commissaria Ue alla Giustizia Vera Jourova a rimuovere entro 24 ore i messaggi online di istigazione all’odio e al terrorismo.

Da oltre cent’anni all’Egizio: “Sono le gambe di Nefertari”

La Stampa
vittorio sabadin

Pubblicati dopo 4 anni di indagini i risultati di uno studio inglese. Gli arti a Torino sarebbero della grande regina del XIII secolo a.C.



Il Museo Egizio di Torino conserva i resti mummificati di due arti inferiori che con estrema probabilità appartenevano alla regina Nefertari, la moglie del grande faraone Ramesse II. I risultati di uno studio condotto quattro anni fa da un gruppo internazionale di ricercatori sui reperti conservati in una teca del museo sono stati finalmente pubblicati sull’autorevole rivista scientifica Plos One , con la pacata lentezza che caratterizza il rigore di chi indaga su vicende millenarie.

Quei miseri resti erano stati trovati nel 1904 da Ernesto Schiaparelli nella tomba QV66 della Valle delle Regine, nei pressi di Luxor. A questo grande archeologo, nato a Occhieppo Inferiore in provincia di Biella nel 1856 e allievo del mitico Gaston Maspero alla Sorbona, si deve una buona parte dei reperti in mostra al Museo Egizio di Torino, compresa la tomba dell’architetto Kha e di sua moglie Merit, ritrovata intatta nel 1906. Il giorno che entrò nella tomba di Nefertari, Schiaparelli era probabilmente l’uomo più felice del mondo: alla luce delle torce, scese una scalinata che portava a un’anticamera e poi a una camera sepolcrale maestosa, al cui centro un sarcofago era circondato da quattro massicci pilastri.

Dalle pareti, a causa di infiltrazioni d’acqua nella roccia argillosa, era caduto molto dell’intonaco, ma quello che restava era meraviglioso. Non si trattava della tomba di gente comune, per la quale si raffiguravano negli affreschi sempre scene di vita quotidiana. Ciò che restava di quel grande e stupefacente ciclo pittorico raffigurava il percorso verso l’aldilà, com’era uso nelle tombe dei re. I colori erano straordinari e sembravano da soli illuminare l’ambiente: il rosso mattone dei contorni, il verde, l’ocra, il soffitto blu punteggiato di stelle d’oro.

La perfetta simmetria delle decorazioni, le frequenti raffigurazioni degli dei più importanti, Amon-Ra, Hathor, Ptha, tutto faceva pensare che quella fosse la tomba di una grande regina. E lo era, infatti: nei geroglifici sulle pareti, in quell’antica lingua priva di vocali, si poteva leggere «nfrt iry mryt n mwut», «Nefertari, la bella compagna amata da Mut», la dea madre che governa le acque, dalle quali la vita ebbe inizio. Al Museo Egizio di Torino si può ammirare un piccolo, bellissimo modello in scala della tomba, pazientemente ricostruito da abili artigiani, che la mostra in tutta la sua magnificenza con gli affreschi originali, e che ogni visitatore non dovrebbe perdersi. 

Nata nel 1295 a.C. e morta nel 1255 nel 25° anno di regno di Ramesse II, Nefertari è sempre raffigurata alla stessa altezza del marito, cosa che indica l’alta considerazione nella quale era tenuta. Ad Abu Simbel, dove probabilmente è morta, appare in una statua nel Tempio minore che Ramesse le dedicò. Lei sapeva leggere e scrivere i geroglifici, e inviava anche lettere in testo cuneiforme alla moglie del re ittita Hattusili III, per siglare una pace tra donne che poi avrebbero fatto sottoscrivere ai mariti. È stata grande come e forse più di Hatshepsut, di Nefertiti, di Cleopatra VII, e la sua tomba era degna di lei. Purtroppo, quando Schiaparelli vi entrò, era già stata saccheggiata. Restavano il coperchio del sarcofago di pietra, ora a Torino, qualche pezzo del sarcofago ligneo e quelle povere ossa, che l’archeologo portò con sé e che sono al museo da più di un secolo. 

L’equipe di scienziati che le ha esaminate, coordinati dall’università britannica di York, ha effettuato analisi chimiche, antropologiche, genetiche e di datazione al radiocarbonio. I resti sono di una donna di circa 40 anni, alta un metro e 65, qualche centimetro in più dell’altezza media delle donne dell’epoca. I materiali utilizzati per imbalsamare le gambe corrispondono ai metodi usati nella mummificazione del XIII secolo avanti Cristo. L’identificazione con Nefertari non è certa, ma è considerata estremamente probabile. La ricerca è stata condotta al Museo Egizio di Torino nell’era della direttrice Eleni Vassilika, che oggi non vuole assumersene il merito: da sempre convinta che gli egittologi devono lasciare un po’ di spazio al lavoro comune di esperti di diverse discipline scientifiche, dice di essere felice che questo metodo abbia dato un risultato così significativo.

"Occhi chiusi, foto non accettata": Ma il ragazzo è asiatico

Enrica Iacono - Gio, 08/12/2016 - 14:51

Non è la prima volta che il Dipartimento rifiuti foto di persone asiatiche



La foto per il passaporto non è accettata e lo studente Richard Lee non può tornare a casa dall'Australia alla Nuova Zelanda perché non gli viene rilasciato il documento. Questa è la storia di un giovane ventiduenne che, a causa di un problema con la tecnologia ha ricevuto una lettera in cui c'era scritto che la foto per il passaporto non era valida perché i suoi occhi in foto risultavano chiusi.

In realtà Richard è asiatico e dal Dipartimento di Affari Interni gli è stato comunicato che gli occhi risultavano troppo in ombra, ma un'altra foto è stata infine accettata. Come riporta Huffington Post lo studente di ingegneria aerospaziale e DJ ha dichiarato di avere sempre avuto gli occhi molto piccoli "e la tecnologia per il riconoscimento facciale è relativamente nuova e poco sofisticata. Era un robot: nessun rancore".

Molte volte, comunque, il Dipartimento ha rifiutato foto perché gli occhi degli asiatici sembravano chiusi, circa nel 20% dei casi.

L’intelligenza artificiale di Microsoft leggerà le immagini nei file Word e PowerPoint

La Stampa
enrico forzinetti

Nella prossima versione del pacchetto Office 365 un software riconoscerà gli oggetti presenti nelle foto e li descriverà per aiutare i non vedenti



I documenti Word e PowerPoint saranno più accessibili anche ai non vedenti a partire dal prossimo anno. Tra le novità del pacchetto Office 365 annunciate da Microsoft c’è l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per realizzare all’interno dello spazio “Testo alternativo” una descrizione delle foto o delle immagini in un file. Saranno poi i software screen reader, capaci di trasformare parole scritte in un suono, a permettere ai non vedenti di conoscerne il contenuto.

Microsoft offrirà questa opportunità grazie al Computer Vision Cognitive Service, uno strumento che si basa sulle reti neurali e il deep learning per analizzare le foto. L’algoritmo è stato addestrato mostrandogli milioni di immagini e diventerà capace di produrre descrizioni sempre più accurate man mano che aumenterà l’utilizzo di questo servizio.

I suggerimenti nello spazio “Testo alternativo” verranno realizzati in automatico dall’intelligenza artificiale ogni volta che sarà inserita un’immagine all’interno del documento. In questo modo non dovrà più essere la persona che sta scrivendo su Word o sta organizzando una presentazione su PowerPoint a ricordarsi di fare una descrizione della figura.

Microsoft non è l’unica azienda attenta alle esigenze di tutti i suoi utenti. Qualche mese fa Facebook fa aveva lanciato un servizio analogo in grado di leggere un testo automatico alternativo di una foto, rendendola così accessibile alle persone con disabilità visive.

Vie ferrate: la Lombardia fa manutenzione

La Stampa
elena dell’orto (meridiani montagne) (nexta)

Sei vie ferrate sono state messe in sicurezza e una è stata smantellata. Gli interventi di restauro di quest’autunno rientrano nell’ambito del progetto di promozione della montagna lombarda.


Un passaggio attrezzato in Grignetta

Gli interventi si sono svolti poche settimana fa, proseguendo il lavoro di manutenzione dei sentieri attrezzati della Lombardia iniziato l’anno scorso e finanziato dal Collegio delle Guide lombarde insieme all’Assessorato allo Sport e alle Politiche per i giovani. Sette gli itinerari interessati. In Valcamonica è stata interamente riattrezzata la “Ferrata del Pizzo Badile Camuno”, una di quelle in peggiori condizioni. La “Ferrata Erminio Arosio” al Corno di Grevo in Val dell’Adamè è stata restaurata nel tratto che porta in vetta. Mentre “Il Sentiero dei Mughi” tra la Val Trompia e il Lago d’Idro, già chiuso perché attrezzato con materiale obsoleto e pericolante, è stato disarmato.

Un elenco completo delle ferrate lombarde Nel 2015 le Guide alpine lombarde avevano stilato il primo censimento delle Vie Ferrate della regione, che individuava anche lo stato di salute di ciascun itinerario, e avevano cominciato i restauri, continuati questo autunno in 30 giornate di lavoro, la metà delle quali svolte a titolo gratuito.

Al centro il Lecchese
Sulla Grigna Meridionale, i lavori hanno riguardato tre sentieri. La “Direttissima” della Grignetta ha visto diversi interventi dal “Caminetto Pagani” fino a Colle Garibaldi e in prossimità del canale della Guglia Angelina. Vecchi cavi sono stati sostituiti con catene, ancoraggi danneggiati sono stati rimpiazzati con altri nuovi, e in alcuni casi sono stati costruiti ex novo tratti attrezzati con catena, come nel caso del “Canale Angelina”. Sulla “Ferrata dello Scarettone” e sul “Sentiero Cecilia” sono stati sostituiti cavi ed è stata eseguita la manutenzione di un tratto danneggiato. L’ultimo restauro si è svolto ancora nel Lecchese, questa volta al Resegone sulla “Ferrata al Canalone Bobbio”, chiamato anche “Sentiero Attrezzato Carlo Villa”. Sono state sostituite parti del cavo metallico e sistemati gli ancoraggi.

Il rilancio delle montagne lombarde
«Questi interventi – ha spiegato l’assessore Antonio Rossi – rientrano nel progetto sostenuto con convinzione da Regione Lombardia per la riqualificazione e per la promozione delle nostre montagne. Le guide alpine rappresentano i veri professionisti della montagna, i soli per competenza a poter valutare e garantire la sicurezza su uno dei più grandi patrimoni del nostro territorio: i sentieri. Il Consiglio regionale ha approvato proprio qualche giorno fa la proposta di legge sui sentieri: per la prima volta la Lombardia si doterà di un vero e proprio “Codice dei sentieri”, una legge per normare la rete escursionistica definendo i percorsi escursionistici, creando un catasto, chiarendo le competenze dei vari enti gestori e programmando la manutenzione e la creazione di nuovi sentieri».

Rinvenute tavole risalenti a 2000 anni fa: parlano di un Dio al femminile

Il Messaggero
di Rachele Grandinetti

Gesù non stava iniziando una religione propria ma riprendendo un culto millenario

Sembra la versione antica di un raccoglitore ad anelli: le “pagine” sono in metallo e i simboli parlano di un tempo molto lontano. Questo blocchetto del passato è stato rinvenuto nelle acque del Giordano nel 2008 da Hassan Saeda, un beduino israeliano, ma soltanto adesso gli addetti ai lavori sono stati in grado di esprimersi a riguardo. Il piombo è stato analizzato e i simboli tradotti parlano dell’epoca in cui esercitò il suo ministero Gesù e le iscrizioni rivelano che Cristo non stava iniziando la propria religione ma cercava di dare nuovo impulso ad una tradizione risalente al re Davide. Non solo. Perché le incisioni raccontano che il Dio adorato era sia maschile che femminile. Potrebbe trattarsi del più antico riferimento a Gesù e agli apostoli Giacomo, Pietro e Giovanni.

I fautori delle ricerche, David e Jennifer Elkington, si sono spesi perché questi codici venissero protetti e studiati dal momento che, stando ai loro racconti, alcuni cristiani evangelici avrebbero tentato di sminuirne l’importanza davanti all’opinione pubblica ed etichettarli come falsi. Ma nel 2011 gli Elkington hanno annunciato ai microfoni della stampa mondiale la notizia. E così, da ogni parte del mondo, gli studiosi si sono fatti avanti per capire di cosa si trattasse. Le analisi condotte da Roger Webb e da Chris Jeynes presso il laboratorio Nodus dell’Università di Surrey all’Ion Beam Centre e poi presso il Dipartimento delle Antichità di Amman hanno confermato un’origine risalente a 1800-2000 anni fa.

«Gesù stava cercando di ripristinare il Tempio per restaurare ciò che era stato perso nelle riforme», hanno spiegato gli Elkington. E aggiunto: «Anche se i codici non contraddicono nessuna narrazione condotta nei libri di cui disponevamo prima, le tavole hanno posto maggiore enfasi sul tempio fisico, sulla fede nel divino femminile e sul ruolo di Cristo nel proteggere un lignaggio di Ebrei piuttosto che quello di fondatore del proprio movimento religioso».

Roma, l'omino sdraiato: quello strano avvertimento sul semaforo

Il Messaggero



Quando si dice un cartello di avvertimento. Si sa che quando su un semaforo scatta il giallo, è bene fermarsi subito se ancora non si sta attraversando un incrocio, oppure accelerare il passo se ci si trova nel mezzo. Il pericolo in caso di comportamento diverso è chiaro a tutti. Ma a Roma, in via Arenula, all'incrocio con piazza Bernardino Cairoli, il semaforo sembra essere più esplicito che mai: l'omino che appare sul colore giallo per l'attraversamento pedonale appare addirittura sdraiato, come a simboleggiare un oscuro avvertimento.

Per fortuna, si tratta probabilmente solo di un banale errore di montaggio. Ma come si dice: uomo avvisato, mezzo salvato.

Genocidio armeno, alla Corte di Strasburgo la prima causa per chiedere i risarcimenti alla Turchia

Il Messaggero
di Franca Giansoldati



Città del Vaticano - La Corte europea per i diritti umani dovrà pronunciarsi sulla prima azione legale intrapresa dagli armeni contro la Turchia per il genocidio del 1915. L’agenzia vaticana Fides ha reso noto che il Catholicos armeno, Aram I, a giorni, sottoporrà alla Corte Europea di Strasburgo la richiesta di restituzione delle antiche proprietà appartenute del catholicosato armeno. Si tratta di diversi palazzi, chiese e immensi terreni situati nella antica città di Sis, in territorio turco.

La richiesta giuridica approda a Strasburgo dopo che la Corte Costituzionale turca ha rigettato l’istanza e, dunque, la possibilità di risolvere il contenzioso patrimoniale all’interno del sistema giuridico turco. Ankara continua ad avere una posizione totalmente negazionista non riconoscendo il genocidio nella sua estensione così come il piano di confisca dei beni appartenuti alla minoranza armena che fu mandata al macello, per un totale di un milione e mezzo di vittime.

Due anni fa il Catholicos armeno Aram I aveva iniziato l’iter giuridico della prima azione legale che sia mai stata tentata, depositando nei tribunali turchi la petizione. “La Turchia deve sempre ricordare che l’Armenia non smetterà mai di combattere per i suoi diritti e far fronte alle ingiustizie”.  “Questa è la prima azione legale - ha rimarcato il Catholicos  – presa contro la Turchia dopo il Genocidio armeno del 1915, è il risultato di lunghe e serie discussioni, studi e consultazioni, ed è basata sulle disposizioni giuridiche internazionali, comprese le decisioni del Trattato di Losanna del 1932, riguardanti le minoranze che vivono entro i confini della Repubblica turca”.

La causa legale non è stata presa in considerazione né dal Ministero della Giustizia turco né dalla Corte costituzionale turca. Ambedue le istituzioni non hanno riconosciuto alcuna base giuridica alla causa. Sis, antica capitale del Regno armeno di Cilicia, corrisponde all'attuale città turca di Kozan. Due settimana fa Aram I - in visita a Roma - era stato ricevuto da Papa Francesco con il quale aveva avuto lunghi colloqui.

Lo scorso giugno Papa Francesco ha visitato l’Armenia denunciando ancora una volta il genocidio, frutto di un piano studiato a tavolino all’epoca dell’impero ottomano che si è completato tra il 1915 e il 1917. In quel periodo sono state deportate e mandate alla morte un milione e mezzo di persone, donne, bambini, anziani, attraverso marce forzate nel deserto senza viveri e senza acqua. Il piano prevedeva anche l’incameramento dei beni e dei possedimenti delle vittime armene.

" Quella tragedia, quel genocidio, inaugurò purtroppo il triste elenco delle immani catastrofi del secolo scorso, rese possibili da aberranti motivazioni razziali, ideologiche o religiose, che ottenebrarono la mente dei carnefici fino al punto di prefiggersi l’intento di annientare interi popoli. E’ tanto triste che, sia in questa come nelle altre, le grandi potenze internazionali guardarono da un’altra parte” ha detto Papa Francesco in Armenia dopo avere reso omaggio al memoriale delle vittime del Grande Male.