giovedì 8 dicembre 2016

Sonetti

La Stampa
jena@lastampa.it

S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo
s’i’ fosse vento, lo tempestarei
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei
S’i’ fosse Renzi, com’i’ sono e fui
All’elezioni non andrei

Forbes 2016, ecco quanto guadagnano gli YouTubers più pagati

Il Messaggero
di Alessio Barbati



Cinque anni fa Roman Atwood caricò il suo primo video su YouTube. «Ho iniziato quando ancora non si facevano soldi» spiega oggi a Forbes, che ha stilato la classifica annuale degli YouTuber più pagati. Era il 2011 e l'allora ventottenne americano non immaginava che il suo canale avrebbe potuto superare agilmente il miliardo di visualizzazioni. Si trattava di un filmato di circa 3 minuti in cui Atwood fingeva di voler rovesciare un secchio d'acqua addosso ai passanti. Uno scherzo apparentemente sciocco che ha portato il Vlogger dell'Ohio nell'Olimpo dei nuovi milionari. Secondo la rivista statunitense di finanza fondata da B.C. Forbes, Atwood quest'anno avrebbe incrementato i propri ricavi del 70%, non abbastanza per garantirsi il gradino più alto del podio.

L'oro, in tutti i sensi, spetta invece a Felix Kjellberg, noto ai più come PewDiePie, che con 49.711.635 iscritti al suo canale ha guadagnato poco più di 15 milioni di dollari. L'obiettivo è raggiungere la soglia dei 50 milioni di sottoscrizioni per poi chiudere il canale. Kjellberg si trova in cima alla classifica per il secondo anno consecutivo, incrementando gli utili del 20%. Nel 2015 il gamer svedese aveva guadagnato infatti “solo” 12 milioni di dollari.

Il terzo posto spetta a Lilly Singh, attrice, vlogger e rapper canadese che quest'anno ha portato a casa 7.5 milioni di dollari. Dall'apertura del canale, nell'ottobre 2010, i suoi video sono stati visti da oltre un miliardo e mezzo di persone con più di 10 milioni di abbonati. Nel complesso, si osserva che gli YouTubers sono stati pagati di più nel 2016 rispetto all'anno precedente con “un combinato di 70.5 milioni di dollari nei 12 mesi, terminati a giugno” e un “incremento del 23% rispetto al totale del 2015”.  

Un italiano su 4 a rischio indigenza, al Sud sono 1 su 2. Crescono le disuguaglianze ricchi-poveri

Ls Stampa

Il rapporto dell'Istat: metà delle famiglie vive con 2 mila euro al mese



Oltre uno su quattro, il 28,7% delle persone residenti in Italia, nel 2015 è «a rischio di povertà o esclusione sociale». Lo stima l’Istat. Si tratta di una quota, scrive l’Istituto, «sostanzialmente stabile rispetto al 2014 (era al 28,3%)». Il risultato è sintesi di «un aumento degli individui a rischio di povertà (dal 19,4% a 19,9%) e del calo di quelli che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (dal 12,1% a 11,7%)». Resta invariata la stima di chi vive in famiglie gravemente deprivate (11,5%).

17,5 milioni di persone a rischio povertà-esclusione
Nel 2015 in Italia l’Istat stima in 17 milioni 469 mila le persone a rischio povertà o esclusione sociale. Questa la traduzione in numeri assoluti di una percentuale pari al 28,7%. Numeri che, scrive l’Istituto, vedono gli obiettivi prefissati dalla Strategia Europea 2020 «ancora lontani». Entro il 2020, infatti, l’Italia dovrebbe ridurre gli individui a rischio sotto la soglia dei 12 milioni 882 mila. Oggi la popolazione esposta è invece «superiore di 4 milioni 587 mila unità rispetto al target previsto».

Al Sud quasi 1 su 2 a rischio povertà-esclusione
Quasi 1 su 2 ovvero quasi la metà dei residenti nel Mezzogiorno risulta a rischio povertà o esclusione sociale. Lo stima l’Istat calcolando che nel 2015 la percentuale di esposizione nell’Italia meridionale è pari al 46,4%, in rialzo sul 2014 (45,6%) e notevolmente maggiore rispetto alla media nazionale (28,7%). Al Centro, infatti, la soglia si ferma al 24% e al Nord al 17,4%. «I livelli sono superiori alla media nazionale in tutte le regioni del Mezzogiorno, con valori più elevati - spiega l’Istat - in Sicilia (55,4%), Puglia (47,8%) e Campania (46,1%).

Metà famiglie vive con 2 mila euro al mese
In Italia la metà delle famiglie residenti può contare su un reddito netto non superiore a 24.190 euro, ovvero a 2.016 euro al mese. Lo stima l’Istat su dati relativi al 2014, ultimo aggiornamento disponibile. Rispetto all’anno precedente l’Istituto rileva un «valore sostanzialmente stabile». Una novità visto che, sottolinea l’Istat, il reddito familiare in termini reali interrompe «una caduta in atto dal 2009, che ha comportato una riduzione complessiva di circa il 12% del potere d’acquisto delle famiglie».

Si allarga forbice redditi tra ricchi e poveri
Negli ultimi anni in Italia la forbice dei redditi si è allargata. Ecco che, divisa la popolazione in cinque fette, l’Istat stima che «dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali cala più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere». Allargando lo sguardo all’Europa, l’indice di Gini (una delle misure principali per valutare la disuguaglianza tra i redditi) in Italia risulta pari a 0,324, sempre con riferimento al 2014. Un valore che si colloca «sopra la media europea di 0,310, ma stabile rispetto all’anno precedente». Più nel dettaglio, sottolinea l’Istat, «nella graduatoria dei Paesi dell’Ue l’Italia occupa la sedicesima posizione assieme al Regno Unito. Distribuzioni del reddito più diseguali rispetto all’Italia si rilevano in altri Paesi dell’area mediterranea quali Cipro (0,336), Portogallo (0,340), Grecia (0,342) e Spagna (0,346)».

La Commissione Ue bacchetta i social media: lenti a cancellare i post che incitano all’odio

La Stampa
emanuele bonini

Ma Bruxelles rinvia al 2017 la valutazione intermedia vera e propria



C’è ancora molto da fare nella lotta all’incitamento all’odio su internet. A fine maggio l’Ue ha sancito l’alleanza con Facebook, Twitter, YouTube e Microsoft per la lotta ai messaggi istigatori e la loro rimozione, ma dopo sei mesi i risultati non rispondono alle aspettative. Complessivamente dal 31 maggio a oggi, giorno della pubblicazione dei primi dati, ci sono state 600 notifiche di post potenzialmente censurabili. Il 28% di queste ha portato alla rimozione dei messaggi contestati. Per quanto riguarda i «tempi di reazione», il 40% delle risposte è stato ricevuto entro le 24 ore, mentre un altro 43% è arrivato dopo 48 ore. Per la Commissione non va bene, perché servono interventi tempestivi. L’Europa si muove, ma il tempo di risposta ancora non è quello giusto.

Il codice di condotta
Il 31 maggio la Commissione europea ha sottoscritto con le società informatiche il codice di condotta per la lotta ai messaggi di incitamento all’odio sul web. In base al patto, i social network «esaminano in meno di 24 ore la maggior parte delle segnalazioni» valide miranti alla rimozione di forme illegali di incitamento all’odio e, se necessario, rimuovono tali contenuti o ne disabilitano l’accesso. Seicento segnalazioni probabilmente non sono sufficienti a tracciare uno scenario chiaro. Per questo motivo la Commissione europea rinvia al 2017 la valutazione intermedia vera e propria.

Con nuovi dati sarà possibile capire meglio come proseguire. Nel frattempo va fatto di più. «Anche se le aziende si stanno muovendo nella giusta direzione, i primi risultati mostrano che le società informatiche dovranno fare di più per fare del codice di condotta un successo», ha evidenziato il commissario europeo per la Giustizia e la tutela dei consumatori, Vera Jourova. Giovedì i ministri della Giustizia dei Ventotto si riuniranno a Bruxelles (con l’incognita italiana legata alla crisi di governo) e si farà un primo punto della situazione anche a livello di Consiglio Ue. 

L’Italia e l’esempio Boldrini
La lotta ai messaggi di istigazione non si combatte solo a Bruxelles. In Italia la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha deciso di postare su Facebook nomi e cognomi degli autori di post e commenti contenenti insulti nei suoi confronti e dichiarazioni di stampo sessista. Un esempio per gli altri Parlamenti nazionali, responsabili – come ha sottolineato la terza carica dello Stato – dell’approvazione delle leggi. 

Samsung, l’Alta Corte americana annulla la multa da 399 milioni di dollari per aver copiato Apple

La Stampa

La disputa torna in Tribunale per un nuovo riesame, dopo cinque anni di liti sul design di alcuni smartphone coreani, ampiamente ispirato all’iPhone

La Corte Suprema Usa ha annullato una multa da 399 milioni di dollari che la sudcoreana Samsung avrebbe dovuto pagare a Apple per la violazione di alcuni brevetti sul design. Dopo cinque anni di liti ora la disputa torna in Tribunale per un nuovo riesame. Con 8 voti a zero l’Alta Corte statunitense ha disposto che, se un singolo pezzo del prodotto viene infranto, il titolare di quel brevetto (in questo Apple per il design dell’iPhone) non può richiedere danni sui profitti generati dall’intero prodotto. 

La disputa sul design tra i due colossi è seguita con particolare interesse da tutto il settore tecnologico perché la legge Usa riguardante i brevetti sul design non viene modificata da 120 anni ed è stata creata in un’epoca in cui i prodotti erano molto più semplici e per tutelarli bastava un singolo brevetto. Oggi invece un solo smartphone è tutelato da migliaia di brevetti e dunque si pone la questione dell’entità del risarcimento nel caso in cui venga infranta la legge per un singolo brevetto di un singolo pezzo.

Samsung ha già concordato con Apple un risarcimento di 548 milioni di dollari per una disputa iniziata nel 2012 per violazione di brevetti sui prodotti tecnologici, per la quale Apple chiedeva inizialmente danni per un miliardo di dollari. Quell’ammontare è stato poi ridotto a 930 milioni di dollari e successivamente si è giunti a un accordo in California per 548 milioni di dollari. La disputa sui brevetti per il design di 399 milioni di dollari era invece ancora aperta e, dopo la sentenza di oggi, non si è conclusa. 

Polonia, Corte suprema chiude il caso Polanski: no all'estradizione

repubblica.it
di ANDREA TARQUINI

Il tribunale supremo riafferma la propria indipendenza dal potere politico con una sentenza su una vicenda che risale al 1977, quando il regista abusò di una tredicenne

Polonia, Corte suprema chiude il caso Polanski: no all'estradizione

VARSAVIA - La Corte suprema polacca si mostra decisa a difendere la sua indipendenza dal potere politico, e questa volta lo fa chiudendo definitivamente il caso di Roman Polanski. Salvando definitivamente il regista da qualsiasi verdetto di estradizione. Il tribunale supremo infatti ha rigettato la richiesta del falco arciconservatore ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro di riaprire il caso, dopo che un tribunale di Cracovia aveva respinto la richiesta di estradizione estesa dagli Stati Uniti.

È una storia vecchia di decenni, quella cui la corte suprema di Varsavia mette la parola fine per sottolineare la sua volontà di resistere alle crescenti pressioni del governo di maggioranza assoluta contro l'indipendenza della Giustizia. La vicenda risale al 1977: Polanski, allora 43enne, abusò sessualmente di una tredicenne, Samantha Gailey, oggi Geimer. Avendo confessato fu condannato all'inizio a soli 92 giorni di reclusione, ma temendo un secondo processo e una pena più dura lasciò gli Stati Uniti. In ogni caso egli attualmente vive in Francia con documenti francesi, dunque non rischiava nulla dato che la 'Quinta repubblica' non estrada cittadini o residenti in casi del genere.

Era stato il ministro della Giustizia, figura-chiave del PiS (Prawo i Sprawiedlywosc, Diritto e Giustizia, il partito nazionalconservatore ed euroscettico di maggioranza asoluta, e vicinissimo al leader storico del PiS stesso, Jaroslaw Kaczynski), a portare all'attenzione della Corte suprema il verdetto del tribunale di Cracovia, sottolineando che nessuno è al di sopra della legge. La posizione di Ziobro, secondo molti osservatori di ogni colore politico in Polonia, era coerente con la rivoluzione morale conservatrice che il governo sta attuando in ogni campo.

La Corte rigetta il ricorso, ha annunciato stamane il giudice Michal Laskowski. Polanski non era presente in aula, e ha lasciato che i suoi legali lo rappresentassero. Si chiude così una vicenda di 'nera' che pesa da decenni nel mondo del grande cinema. Samantha Geimer scrisse un libro sulla vicenda, asserendo di essere stata prima drogata, e poi violentata da Polanski a casa dell'attore Jack Nicholson. "I fatti risalgono a 38 anni fa, la vittima ha perdonato in pubblico Polanski, egli l'ha giustamente e ampiamente risarcita, non vediamo dunque luogo di riaprire il procedimento", ha spiegato l'alto magistrato polacco. "Ci felicitiamo della sentenza", ha commentato il legale del regista.

Polanski, oggi 83enne, come è noto è insieme una delle figure più illustri e controverse del cinema mondiale. Controverse appunto per il caso di stupro. Allievo in gioventù dei grandi della generazione postbellica del cinema polacco, cominciò in casa con un film anticonformista che lo mise nel mirino della censura, Il coltello nell'acqua. Ben presto, non sopportando più le ingerenze della Sluzba Bezpieczenstwa (la famigerata polizia segreta del regime comunista di allora) decise di trasferirsi nel mondo libero. E di avviare una carriera che lo portò alla fama mondiale, con decenni di produzioni d'alto livello. Da Rosemary's baby a Per favore non mordermi sul collo, fino a Il pianista, e tanti altri.

Fu anche vittima indiretta di un orribile crimine: quando Charles Manson, capo di una setta violenta, e i suoi, fecero irruzione nella villa violentando e uccidendo l'attrice Sharon Tate, la sua compagna di allora. Ricordi tragici e lontani come il caso di stupro, ma la sentenza di oggi ha anche un importante valore politico nell'attuale situazione polacca. Perché i giudici appunto si mostrano determinati a non piegarsi al governo che nega legittimità alla Corte costituzionale contestandone alcune nomine. E perché l'esecutivo di destra è ormai in rotta di collisione col grande mondo della cultura polacca, indipendente e ribelle da secoli.

Registi, scrittori, attori (molti dei quali parteciparono alla rivoluzione non violenta di Solidarnosc con cui Lech Walesa portò alla nascita della democrazia e alla caduta dell'Impero sovietico) sono guardati spesso con sospetto di 'cosmopolitismo' dall'esecutivo nazionalista. E allora i magistrati hanno in sostanza detto 'noi non ci stiamo'.

Il mistero dei turisti cinesi che sbarcano senza motivo a Kidlington

repubblica.it
di ENRICO FRANCESCHINI

Tredicimila abitanti, a pochi chilometri da Oxford, è diventato meta del pellegrinaggio di visitatori che arrivano da Pechino. Ma nessuno riesce a spiegare perché

Il mistero dei turisti cinesi che sbarcano senza motivo a Kidlington

Sembra un mistero degno di Agatha Christie: cosa ci fanno torpedoni pieni di turisti cinesi in un sonnolento villaggio della campagna inglese? Il fenomeno è scoppiato qualche settimana fa, quando Kidlington, 13 mila abitanti, pochi chilometri da Oxford, è diventato meta di un curioso pellegrinaggio. Ogni giorno, turisti di Pechino vengono scaricati nell’anonimo paesino, dove restano qualche ora, senza fare praticamente niente.

Anche perché a Kidlington c’è poco da fare: ci sono sette pub, due caffè, quattro ristoranti e un piccolo centro commerciale. Ci sarebbe anche una chiesa del 13esimo secolo, ma i turisti venuti dalla Cina la ignorano. La cittadina è salita agli onori delle cronache soltanto una volta, nel 1937, quando tre lupi siberiani scapparono dallo zoo locale (che peraltro ha chiuso da tempo). I cinesi si limitano a passeggiare in gruppo, fotografando case e siepi. Ogni tanto, qualcuno si avventura in un pub. Quindi i pullman tornano a prenderli e scompaiono.

Il Daily Mirror ha messo Kidlington, insieme a Chernobyl, in una lista di stravaganti attrazioni turistiche, la Bbc ha inviato una troupe a intervistare gli inspiegabili visitatori come se fossero extraterrestri, della vicenda s’è occupato perfino il New York Times. Circolano varie ipotesi. I cinesi credono che lo sperduto villaggio dell’Oxfordshire sia dove J.K. Rowling colloca la casa di Harry Potter (per gli interessati: è a Bracknell, nel Berkshire). Oppure vogliono vedere l’ex-villa di Richard Branson, il miliardario del Gruppo Virgin. O sbagliano strada, cercando un noto outlet nelle vicinanze. Altre teorie: sono attirati dallo stile di vita e dalle abitazioni della classe media d’Inghilterra, che invidiano.

Magari sono spie. La verità sembra più prosaica. I tour organizzati che portano i cinesi a Blenheim Palace, la splendida residenza di campagna di Churchill, ora un museo, fanno pagare circa 50 sterline extra per la visita. Scoprendo che, se ci vanno da soli, il biglietto all’ingresso ne costa 25, i cinesi fingevano di aspettare fuori per poi unirsi al resto della comitiva a metà prezzo. Adesso, chi rinuncia alla visita, viene scaricato dai bus a Kidlington, troppo distante da Blenheim Palace per raggiungerlo a piedi. Ma chissà se è proprio questo il motivo per cui i cinesi lo invadono. E’ bello pensare che qualcuno fa ancora il turista per caso.

L'Anpi sfregia l'Inno d'Italia per fare contenti i migranti

Giuseppe De Lorenzo - Mar, 06/12/2016 - 16:08

Durante una commemorazione inno modificato in "Fratelli in Italia" per promuovere l'integrazione degli immigrati

In nome dell'accoglienza dei migranti l'Anpi sfregia pure l'Inno d'Italia.



Oggi a Bologna, in occasione della festa dedicata ai partigiani all'Istituto Aldini Valeriani di Bologna, ex partigiani e studenti hanno cantato un inno di Mameli diverso. Modificato, o forse sarebbe più corretto dire "storpiato". "Fratelli in Italia" invece di "Fratelli d'Italia". Nella scuola del capoluogo emiliano si stava tenendo la commemorazione per Efrem Benati e Emilio Bussolari, un bidello e uno studente che si erano uniti ai partigiani e che sono stati fucilati a Sabbiuno di Paderno il 14 dicembre 1944. Bene. Una nobile commemorazione.

Ma perché modificare l'inno per promuovere l'accoglienza dei migranti? Secondo quanto riportato dal Tg3 dell'Emilia Romagna, la scelta deriva dal desiderio di esprimere il principio di integrazione come valore fondante della Repubblica. Messaggio che si va ad aggiungere a quelli di indipendenza e libertà di cui i partigiani si fanno promotori. "È un bel significato", dice una stundetessa di fronte alle telecamere. "Mi sembra più adatto di come era prima - ribatte una compagna - perché comprende tutti". E in effetti quella modifica comprende tutto, tranne il rispetto per l'inno di Mameli. Che non dovrebbe essere modificato a piacimento, perché è il simbolo più alto dell'essere comunità.

Dell'essere Patria. "Giù le mani dall'inno nazionale - attacca Galeazzo Bignami, consigliere regionale di Forza Italia - Questi qua (non mi saprei esprimere maggior disprezzo) dimostrano ancora una volta di essere degli anti italiani, incapaci di amare la nostra Nazione e di essere orgogliosi della nostra identità nazionale. Non si devono permettere di storpiare per la loro volgare propaganda l'Inno d'Italia. Ho già chiesto che le varie istituzioni, che sovvenzionano lautamente coi soldi nostri le loro iniziative, revochino ogni contributo. Andassero a lavorare a casa dei clandestini se vogliono essere loro fratelli e lasciassero stare il nostro Inno".

Referendum, fuga dei testimonial del Sì: "Toglieteci dal sito"

Claudio Cartaldo - Mar, 06/12/2016 - 12:18

I volti noti dello spettacolo cercano l'oblio dopo la sconfitta di Renzi al referendum: "Quando scompare il nome dal sito?"

Qualcuno ha iniziato a muoversi per cercare l'eclissi. Mediatica, s'intende. Dopo aver appoggiato con forza le ragioni del Sì al referendum, i grandi nomi che hanno apposto la loro firma sul sito "Basta un Sì" stanno cercando di capire se è possibile togliere il loro nome dall'elenco degli sconfitti.

La fuga dei sostenitori del Sì

Una sorta di fuggi fuggi di cui dà conto oggi Tommaso Labate su il Corriere della Sera. "Forse non è il momento di chiedervelo - avrebbe detto qualche nome famoso del mondo dello spettacolo - Ma sapete quanto rimarrà online il sito del Sì? Non perché la firma all'appello, se possibile...". Imbarazzo, insomma. O forse soltanto il desiderio di evitare che la debacle elettorale possa avere conseguenze professionali: calo degli ascolti, fan infuriati, eccetera eccetera.

Intanto sui social network è partita la "caccia" ai sostenitori della riforma renziana. Michele Santoro è stato accusato da più parti di essersi pronunciato a favore della riforma. Anche la sua ex giornalista Luisella Castamagna l'ha bacchettato pesantemente. Di certo i volti noti dello spettacolo e della tv sono rimasti sopresi dalla sconfitta di Renzi. E ora vorrebbero evitare di pagarne anche loro le conseguenze.

Pulizia della tastiera del computer: come eseguirla

La Stampa
G.M.

Pulizia della tastiera

La tastiera del computer è la parte che nel tempo si sporca maggiormente. Ditate, residui di pelle e capelli. Cibo, se si ha la cattiva abitudine di mangiare davanti al monitor. Naturalmente polvere, e chi più ne ha più ne metta. Tutte le micro (a volte macro) particelle vanno ad insinuarsi tra i tasti e sotto finiscono per comprometterne il funzionamento. E’ importante quindi effettuare ogni tanto una pulizia della tastiera, che non si limiti alla spolverata superficiale.

Come effettuare la pulizia della tastiera
Prima di procedere alla pulizia della tastiera vera e propria, scollegatela dal computer o spegnete il portatile. Se volete solo dare una spolverata (operazione consigliata con frequenza) utilizzate un pennello medio-grosso. Altrimenti, procuratevi in un negozio di elettronica ed accessori una bomboletta di aria compressa. Capovolgete la tastiera e spruzzate l’aria tra i tasti con l’apposito beccuccio. Se si tratta di un computer portatile siate particolarmente delicati, magari fatevi aiutare da qualcuno che ve lo regge mentre pulite. A questo punto molta sporcizia cadrà, mentre altra rimarrà incastrata tra i tasti, ma la potrete rimuovere passando un cotton fioc tra essi. Per migliorare il livello di pulizia, immergete il cotone nell’alcol prima di passarlo tra i tasti. Non entrerà alcun liquido dentro la tastiera se il cotone è appena bagnato, anche perché l’alcol evapora quasi istantaneamente.

Pulizia della tastiera approfondita

Se qualche tasto non funziona più ed è bloccato da residui di sporco, dovrete smontare la tastiera. Attenzione perché in questo modo la garanzia non varrà più se ancora in corso. Scollegate o spegnete il computer. Prendete un cacciavite sottile, e fate leva sotto il tasto o i tasti che non funzionano. Si rimuoveranno con facilità, non dovrete forzare troppo. Soffiate l’aria compressa sotto i tasti in modo da rimuovere i residui di sporco, e con un panno appena umido pulite il tasto sopra e sotto. Dopodiché rimetteteli al loro posto.

iKlip Grip Pro, treppiede per iPhone multifunzione: la prova interattiva

La Stampa
andrea nepori

Abbiamo testato il nuovo supporto 4 in 1 dell’italiana IK Multimedia, disponibile da dicembre in esclusiva negli Apple Store



IK Multimedia, cui si deve la serie di prodotti iRig per fare musica con iPad e iPhone, a marzo 2016 ha compiuto vent’anni. L’azienda di Modena chiude in bellezza il ventennale con il lancio di un nuovo prodotto che verrà venduto in esclusiva negli Apple Store di tutto il mondo. E’ l’iKlip Grip Pro , un cavalletto quattro in uno per iPhone (ma compatibile anche con altri smartphone) che si può usare come treppiede, monopiede, selfie-stick o impugnatura per la stabilizzazione dei video. Lo abbiamo provato in anteprima.

A differenza di altri prodotti di IK Multimedia, l’iKlip Grip Pro non integra alcun componente elettronico, ma è un concentrato di interessanti soluzioni di progettazione meccanica. A partire dal modo in cui si attiva lo sblocco per l’allungamento dell’asta (che arriva fino a 62 cm): una semplice rotazione sull’asse del bastone telescopico. Un ulteriore scatto nello stesso senso di rotazione libera invece le tre alette che compongono l’impugnatura e si trasformano nelle gambe del treppiede.

L’iKlip che dà il nome al prodotto è la piccola morsa che si aggancia all’attacco a vite standard snodabile posto all’estremità dell’asta. Può accogliere un iPhone di qualsiasi tipo o uno smartphone di altro produttore. Anche i phablet: l’apertura massima arriva a 9,1 cm. Agganciare il telefono è una procedura molto semplice, perché la molla della clip è calibrata molto bene: facile da aprire per inserire il telefono, anche con una mano sola; sicura nella presa del dispositivo.

La iKlip si può anche rimuovere e usare sulla testa di un altro cavalletto. Allo stesso modo l’attacco a vite dell’asta è compatibile con l’impanatura di tutte le videocamere e fotocamere. Durante le nostre prove la base del treppiede si è dimostrata stabile e sicura, perfetta per posizionare il telefono su un tavolo durante la realizzazione di un video o una registrazione audio di un’intervista o di una conferenza. Comoda anche l’impugnatura ergonomica, che facilita la ripresa video.

L’effetto di stabilizzazione non è certamente quello che si può ottenere con prodotti dedicati, come l’OSMO Mobile di DJI , ma è comunque un buon passo avanti rispetto ad una ripresa a mano libera. 
Per chi vuole usare l’iKlip Grip Pro come bastone da selfie, infine, IK Multimedia ha incluso un telecomando con due pulsanti, uno per iPhone e uno per i dispositivi Android. Lo si può utilizzare per scattare con la mano con cui non s’impugna l’asta oppure lo si può agganciare alla sommità del manico per avere sempre i pulsanti a portata di pollice.

iKlip Grip Pro di IK Multimedia costa 69,95€ e si può comprare su Apple Store Online o in tutti i negozi Apple italiani a partire da oggi. 

“Sextortion”, a Oudzem scoperta una imponente rete di cyber criminali

La Stampa
karima moual

Ha basi in Marocco la trappola per gli internauti un po’ sprovveduti: una chat e una webcam accesa con una sconosciuta disinibita diventano la strada verso l’inferno



Chi l’avrebbe mai detto che nella dimenticata e silenziosa cittadina di Oudzem operasse una imponente rete di cyber criminali che ingrossa i propri conti correnti a colpi di click? E’ quanto emerso dal National Crime Agency dopo il quarto suicidio di un giovane britannico a causa del cosiddetto “Sextortion”.

Una vera trappola per gli internauti un po’ sprovveduti: una chat e una webcam accesa con una sconosciuta disinibita diventano la strada lastricata verso l’inferno. In che modo? Secondo le testimonianze delle vittime il tutto si svolge in una apparente intimità e complicità. Dietro lo schermo la avvenente donna (più del 90% delle vittime sono uomini) mette a suo agio la preda portandola a spogliarsi e a compiere atti sessuali davanti la webcam. Ma qualche secondo dopo si scopre che quanto avvenuto in realtà è stato registrato. Il terzo passo è il ricatto: “ O mi dai quanto richiesto, oppure il video potrà diventare virale e visibile a tutti i tuoi amici e parenti sui social network”.

Comprensibile lo shock delle vittime che, secondo il rapporto dell’Agenzia, hanno in maggioranza un’età tra i 18 e i 24 anni. Sono molti anche i minorenni a cascarci, come hanno dimostrato gli ultimi casi di suicidio: questo ha fatto alzare l’attenzione sul fenomeno in crescita anche grazie all’uso dei social network e diventato ormai un vero business. L’Agenzia nazionale del crimine britannica ha rivelato, infatti, un aumento senza precedenti di questo nuovo reato di “ricatto via webcam”, con più di 900 casi segnalati solo quest’anno. Il doppio rispetto al 2015.

La rete criminale tracciata dal rapporto dell’agenzia ha basi in Marocco ma anche nelle Filippine e in Costa d’Avorio. Può esserne vittima chiunque, perché agisce globalmente e ha dimostrato di far leva su molti fattori psicologici che la rendono difficile da annientare. Secondo quanto riferiscono gli investigatori della polizia britannica sulle pagine del Guardian, l’entità delle vittime sarebbe ancora maggiore, ma molti non denunciano per paura o per vergogna.

Ma tornando a quei luoghi dove nasce la trappola, e precisamente a Oudzem, si scopre come dall’altra parte dello schermo ci siano altrettanti ragazzi, giovani come le loro vittime. Una generazione nata con la tastiera sotto mano, ma che nella tediosa Oudzem diventa una fonte di reddito illecito.

Prima di balzare alle cronache internazionali per il rapporto della polizia britannica, la cittadina che si trova a 150 chilometri a sud di Casablanca, una volta famosa con il nome di Le Petit Paris per il suo lago, la sua chiesa ormai abbandonata e le sue ville a scacchiera (lasciti del periodo coloniale), aveva destato l’interesse della stampa nazionale. Nel giro di poco tempo quella che era “spavalderia” di qualcuno è diventata un fenomeno dalle dimensioni importanti, e a Oudzem tutti hanno iniziato ad accorgersi di questi nuovi giovani ricchi, ma nullafacenti. Una ricchezza improvvisa e dalla fonte sconosciuta. All’inizio le prime vittime furono gli arabi dei Paesi Golfo. Sia per una ragione chiaramente linguistica, ma anche per quella fama dei suoi abitanti di essere più inclini a certe perversioni.

Nonostante le decine di arresti che sono stati fatti da parte delle autorità marocchine a seguito di denunce, e malgrado la legislazione marocchina si fosse adeguata adottando nella sua norma giuridica delle leggi contro i cyber-crime, la narrazione di questi ragazzi è un misto di vittimismo ed eroismo: vittimismo per le condizioni sociali, la mancanza di prospettive in una città che pur trovandosi a pochi chilometri dalle ricche miniere di fosfato a Khouribga, registra percentuali di disoccupazione, di abbandono scolastico e di criminalità assai alti. Eroismo perché si credono furbi, protetti ed irraggiungibili dietro il loro anonimato.

Non hanno la piena consapevolezza che ciò che commettono è un atto criminale e che ad essere in ballo è la vita reale di molte persone. Farid (nome di fantasia) 51 anni, è una vittima salvata per miracolo. E questa volta la storia si svolge in Algeria a dimostrazione di come la rete criminale, come la rete del web, non abbia confini. Farid riceve un messaggio su Skype da una sedicente ragazza che lo invita ad una chiacchierata intima con webcam.

Lui ci casca, nello schermo del suo smartphone di fatto appare una bella ragazza che con fare provocante si spoglia e lo invita a fare altrettanto. Detto fatto. Il gioco dura poco più di 3 minuti, il tempo sufficiente per far arrivare la vittima ad una tale intimità in cui tutti i veli volano, quelli del pudore e quelli dell’intelligenza, ed ecco che Farid riceve un nuovo messaggio in inglese che lo informa che è stato registrato e che se non manda 300 euro via Western Union il suo video sarà messo in rete e recapitato a tutti i suoi contatti Facebook, e perfino pubblicato sul suo profilo, perché ormai controllavano tutte le chiavi di accesso.

Non scherzano, mandano una prima registrazione alla vittima, come prova della loro serietà e gli mostrano perfino i suoi contatti Facebook. Farid è disorientato, si sente violentare, è un uomo sposato, ha tre figli, un lavoro, una reputazione, delle relazioni sociali. Ma la sua fortuna è che davvero le sue condizioni economiche sono modeste. Protesta con un: “No money, no house, no future, I’m african” e ha la prontezza di disattivare il suo account Facebook.

“Per 3 giorni non ho chiuso occhio, racconta, e non so se per pura fortuna o se i criminali hanno capito che ero davvero una causa persa, ma da allora non ho più avuto altri messaggi di ricatto, tuttavia non auguro a nessuno di trovarsi nei miei panni. Ancora adesso sapere che qualcuno ha quelle registrazioni e che da un momento all’altro può tornare a farsi sentire, non mi fa stare tranquillo” dice imbarazzato. Fino ad ora a Farid è andata bene. Invece molti altri hanno dovuto sborsare ingenti somme, soccombere alla gogna o nei casi più estremi togliersi la vita, per potersi sbarazzare dei ricattatori.

Intanto a Oudzem negli ultimi anni le agenzie di transfert sono passate da due a cinquanta, con un giro d’affari di 10.000 euro al giorno. Un business, appunto, che moltissimi abitanti della città denunciano perché oltre alla cattiva fama per la città, il fenomeno ha creato una nuova generazione che non crede più ai valori dello studio e del lavoro e che ha come ideale solo i soldi facili e il raggiro.

Una piaga sociale, insomma, perché c’è la consapevolezza che è un genere di criminalità difficile da contrastare. Lo sviluppo tecnologico, la facilità di acquisire competenze informatiche, la mancanza di confini geografici, la difficoltà di individuare i covi dei ricattatori e l’omertà per paura della gogna sociale, fanno si che il fenomeno sia destinato a crescere, e il rapporto della polizia britannica né è un chiaro segnale.

Nel frattempo, Oudzem, da città simbolo della resistenza contro il colonialismo francese, si è trasformata nella capitale mondiale del “Sextortion”, si lamentano molti dei suoi abitanti.

Per ingannare la tecnologia di riconoscimento facciale bastano un paio di occhiali

La Stampa
carlo lavalle

Niente maschere, niente trucchi: l’Intelligenza Artificiale va in tilt con una montatura colorata


La montatura per occhiali usata nei test per impedire il riconoscimento facciale
Bastano un paio di semplici occhiali per ingannare un software di riconoscimento facciale. Come quelli realizzati dai ricercatori della Carnegie Mellon University che hanno illustrato l’efficacia di quanto sviluppato presentando la loro ricerca in occasione della conferenza per la sicurezza ACM CCS 2016 . Indossando questi occhiali, debitamente modificati per alterare la corretta lettura dei pixel dell’immagine, è possibile impedire a un sistema di riconoscimento facciale l’identificazione un individuo inducendolo all’errore, anche spingendolo a uno scambio di persona.

Un ricercatore, ad esempio, è riuscito a farsi passare per l’attrice Milla Jovovich. Una ricercatrice donna, invece, grazie agli occhiali, si è travestita digitalmente comparendo agli occhi del programma un maschio dai tratti medio-orientali. Ad esser presi di mira sono stati, in particolare, i software di riconoscimento facciale basati sulle reti neurali, dimostrando la loro vulnerabilità ad attacchi con l’utilizzo di accessori fisici, poco appariscenti per non destare nell’occhio.



“Con qualche piccola modifica – spiega Mahmood Shariff, coautore della ricerca - si possono ottenere normali occhiali da vista tartarugati”, in modo che chi li inforca possa passare inosservato senza attirare l’attenzione. In precedenza, per confondere la tecnologia di riconoscimento facciale si è ricorso a trucchi come la colorazione del viso e l’impiego di maschere. In Giappone, invece, Isao Echizen, docente presso l’Istituto Nazionale di Informatica, ha creato Privacy Visor , in vendita al prezzo di 240 dollari.

A questi stratagemmi, si aggiungono gli occhiali dei ricercatori della Carnegie Mellon University. Che, ottenuti spendendo pochi spiccioli, potrebbero essere particolarmente utili soprattutto quando la tecnologia di riconoscimento facciale smette di essere un sistema per garantire la sicurezza e diventa un mezzo che minaccia la privacy individuale.

Brasile, Volvo presenta l’autobus più grande del mondo: fino a 300 passeggeri

La Stampa
andrea barsanti (nexta)

Il Gran Artic 300 è un biarticolato lungo quasi 30 metri, che dal 2017 sfreccerà sulle strade di Rio de Janeiro



Un vero e proprio “trenino su ruote”, quasi 30 metri di lunghezza che si sviluppano su tre “vagoni” rosso fiammante, in grado di trasportare sino a 300 passeggeri: a partire dal 2017 a Rio de Janeiro si potrà sfrecciare per il centro città a bordo di un autobus da record, che Volvo ha messo a punto per andare incontro alle esigenze di trasporto urbano di una metropoli che conta su oltre 6 milioni di abitanti.

Un autobus che ha la capacità di un treno della metropolitana
Presentato al Fetrans Rio di fine novembre, il Gran Artic 300 è un cosiddetto “biarticolato” composto da due giunture che uniscono i tre “corpi”, una tipologia di bus già presente in diverse città europee e latinoamericane. La differenza, in questo caso, la fa la lunghezza: per rendersi conto delle dimensioni, basti pensare che un bus standard trasporta circa 55 persone, mentre questo è in grado di spostare gli stessi passeggeri di un treno della linea 5 della metropolitana di Milano.



Pensato per la linea rapida che attraversa Rio
Misure da record, che trasformano il Gran Artic 300 firmato Volvo nell’autobus più grande del mondo a circolare su strada. Strade che saranno esclusivamente brasiliane, in particolare di Rio de Janeiro, perché il mezzo è pensato per inserirsi all’interno dello specifico sistema Bus Rapid Transit (BRT) e potenziare il parco mezzi e l’offerta della TransBrasil, una strada che si snoda per 22,5 km nel centro di Rio de Janeiro (ancora non completata) su cui i bus possono circolare a una velocità media di 35 km all’ora e caricare e far scendere i passeggeri in stazioni progettate appositamente per ridurre al minimo i tempi di fermata: lo scopo del progetto, che è costato alle casse brasiliane circa 400 milioni di dollari, è quello di trasportare circa 50 mila passeggeri all’ora in tutte le direzioni, per un totale di 820 mila al giorno, e allo stesso tempo risparmiare su costi ed emissioni.

Artic, una famiglia di super bus
Il Gran Artic 300 raccoglie il testimone del predecessore – e porta 30 passeggeri in più – presentato nei primi anni 90 sempre da Volvo e venduto oggi in tutto il mondo, e conta anche su un “fratello minore”, il Super Artic 210 (Artic sta per “articolato”), che misura 22 metri ed è in grado di portare sino a 210 passeggeri, di cui facilita la salita e la discesa grazie alle cinque porte. Ma il gioiello della gamma Volvo rimane il Gran Artic, che sulla carta (spazio vitale permettendo) consente di riunire su un solo mezzo i passeggeri di tre autobus brasiliani tradizionali.

D’altronde è proprio il Brasile, vista la conformazione delle sue città, a consentire a simili giganti di viaggiare in ambito urbano, complici gli investimenti fatti in ambito di BRT: il vero shock sarebbe vederlo transitare a due passi dal Duomo di Milano, o sotto il Big Ben o la Tour Eiffel, al posto dei turistici – e ugualmente rossi – “Hop On Hop Off”.

“Al Museo Egizio alcuni resti di Nefertari”: l’annuncio di un gruppo di archeologi e pubblicato dalla rivista «Plos One»

La Stampa
emanuela minucci

Per identificare i resti della moglie preferita del faraone Ramses II sono state fatte analisi chimiche, antropologiche, genetiche e datazione al radiocarbonio. Ma il Dna è perduto



La certezza non c’è, oppure c’è sempre stata. Anche perché il Dna non sarà mai recuperabile. Secondo gli autori dell’articolo apparso sulla rivista scientifica «Plos One», sarebbero della regina Nefertari, moglie favorita del faraone Ramses II, le gambe mummificate custodite al Museo Egizio di Torino. L’attribuzione sarebbe certa al 75%. «La ricerca multidisciplinare - spiegano gli autori, tra cui Raffaella Bianucci, ricercatrice nel dipartimento di Medicina Legale dell’Università di Torino - è la prima mai eseguita su questi resti. I risultati sono tutti fortemente a favore dell’identificazione dei resti come appartenuti a Nefertari, anche se altre spiegazioni, meno probabili, sono oggetto di discussione».

La replica del Museo Egizio arriva dal ricercatore Federico Poole che ha seguito mesi fa gli scienziati durante i loro esami sui reperti: radiografie, datazione con il radiocarbonio 14, misurazioni comparative: «Tutto quello che possiamo dire è che non sono emersi fatti e scoperte in contrasto con l’attribuzione di questi reperti alla Regina Nefertari: si tratta di un esame che non avvalora al 100 per cento l’attribuzione, ma ha scoperto ulteriori dettagli che vanno in quel senso. Va detto però che la certezza definitiva non ci sarà mai, anche se questi resti arrivano direttamente dalla tomba di Nefertari».

UNA DONNA ALTA UN METRO E 65
Secondo lo studio «le gambe appartengono ad una donna, un individuo pienamente adulto, di circa 40 anni e di altezza di un metro e 65 centimetri» ed «i materiali usati per l’imbalsamazione sono corrispondenti con le tradizioni di mummificazione del periodo» di Ramses II. «È un’ipotesi scientifica - si sottolinea - che si basa sulla presenza di oggetti che portano il nome di Nefertari, oltre a caratteristiche anatomo patologiche di queste gambe che sembrano portare verso questa identificazione».

La tomba di Nefertari venne scoperta nel 1904 dall’egittologo italiano Ernesto Schiaparelli; l’ultima dimora della regina fu saccheggiata nell’antichità ma comunque molti oggetti di rilievo storico furono rinvenuti. «Fra questi oggetti - si legge nell’abstract dello studio pubblicato- c’erano due gambe mummificate, che furono portate la Museo Egizio di Torino e vennero da allora considerate come i resti della regina, pur non essendo mai analizzate scientificamente».

I risultati delle analisi ora eseguite, che includono la datazione tramite carbonio-14, esami antropologici, di paleopatologia, genetica, chimica ed egittologia, «concorrono tutti fortemente in favore dell’identificazione dei resti come di quelli di Nefertari, sebbene altre spiegazioni, comunque meno probabili, siano state prese in considerazione e valutate». I materiali usati per l’imbalsamazione coincidono con quelli usati nella tradizionale mummificazione del periodo ramesside», si legge ancora nell’abstract. Le conclusioni dello studio affermano infine che «lo scenario più probabile è che le ginocchia mummificate» prese in esame «appartengano effettivamente alla regina Nefertari». Tuttavia, avverte ancora lo studio, «sebbene questa identificazione sia altamente probabile, non esiste alcuna certezza».