martedì 29 novembre 2016

Sinistra

La Stampa
jena

Marx è morto, Castro è morto e anch’io non mi sento tanto bene.

Fermo, rivelazione choc su Emmanuel: "Membro della mafia nigeriana"

Giuseppe De Lorenzo - Dom, 27/11/2016 - 15:53

Un'informativa della polizia indica Emmanuel Chidi Nnamdi come membro della Black Axe di Fermo. Mafiosi presenti al suo funerale



Erano passati appena dieci giorni dal funerale di Emmanuel Chidi Nnamdi, il nigeriano morto a Fermo dopo la lite con un ultrà locale, quando il vicequestore Marcello Gasparini riceve da una fonte "confidenziale, ritenuta attendibile" la soffiata secondo cui al funerale di Emmanuel (insieme alla Boschi e alla Boldrini) ha partecipato pure la mafia nigeriana.

E che il nigeriano morto ne sarebbe stato un membro attivo.

L'informativa è datata 20 luglio 2016 ma arriva alla procura di Fermo solo il 17 agosto. All'interno, come riporta oggi il Fatto Quotidiano, il vicequestore di polizia della Commissione territoriale per lo status di rifugiato scrive di aver saputo "da fonte confidenziale ritenuta attendibile che al funerale di Emmanuel sono intervenuti membri della setta Black Axe riconoscibili perché tutti indossanti abiti del colore rosso e nero al fine, verosimile, di rendergli manifestatamente onore e che la loro presenza rivelerebbe che il deceduto faceva parte della stessa confraternita".

La mafia nigeriana, salita agli onori della cronaca solo un mese fa dopo una maxi-retata delle forze dell'ordine che a Palermo ha portato all'arresto di 17 membri della "cupola" che ne dirigeva i traffici, è considerata "molto vendicativa". Il loro rito di iniziazione prevede che il candidato a farne parte beva del sangue umano e sono soliti ricorrere a tortura e vendette. In Italia gestiscono il traffico di esseri umani, l'immigrazione clandestina e un giro di denaro miliardario. Di questa setta, insomma, avrebbe fatto parte anche il nigeriano morto a Fermo.

Rimane da capire per quale motivo, una volta arrivata sul tavolo della Procura la notizia, nessuno abbia disposto un approfondimento della questione. Al momento l'informativa sulla partecipazione di Emmanuel è rimasta lettera morta. Senza ulteriori conferme né smentite. Solo ieri, come riporta il Fatto, è stato aperto un fascicolo per associazione a delinquere per capire chi fossero quelle persone sedute poche panche dietro il ministro Maria Elena Boschi e il presidente Laura Boldrini.

Scende così una nuova ombra sul caso divenuto di rilevanza nazionale dopo la corsa di ministri e presidente della Camera a gridare il loro sdegno contro "l'omicidio razzista". Amedeo Mancini, accusato di omicidio preterintenzionale, è ora agli arresti domiciliari e i suoi amici hanno aperto un conto per aiutarlo a sostenere le spese legali. In questi giorni è stato notificato il decreto che dispone il giudizio immediato per l'ultrà della Fermana. L'udienza è fissata per il 25 gennaio davanti alla Corte di Assise di Macerata. Intanto i difensori, entro il 2 dicembre, hanno tempo per optare per un rito alternativo. "Siamo sorpresi da quanto emerso dal fascicolo depositato dal Pubblico Ministero - dichiara a ilGiornale.it l'avvocato Francesco De Minicis - aspettiamo ora di vedere in quale senso andranno gli approfondimenti disposti".

Cos’è Telegraph, la nuova piattaforma per i blog di Telegram

La Stampa
dario marchetti

Non serve nemmeno un account: bastano pochi clic per scrivere un post da pubblicare in Rete e diffondere sia nei social che nel’app di messagistica. Che così si prepara a diventare una piattaforma di contenuti



Anche se il nome è praticamente identico, il celebre quotidiano britannico non c’entra nulla: la piattaforma Telegraph, appena lanciata dall’app di messaggistica Telegram, è infatti una nuova e curiosa piattaforma di blogging. Con un’interfaccia semplicissima e priva di fronzoli, in pieno stile Medium, Telegraph punta a rendere i blog qualcosa di istantaneo e alla portata di tutti. Per scrivere un post infatti non serve nemmeno registrare un account: basta andare sul sito telegra.ph, inserire un titolo e iniziare a riempire la pagina con testi, foto, video e altri elementi multimediali. Una volta premuto il tasto “pubblica”, il sistema genererà un link da condividere sui social.

E ovviamente anche su Telegram, dove grazie alla funzione Instant View, simile agli Instant Articles e alle Accelerated Mobile Pages di Google, il post sarà visualizzabile in pochi millisecondi, senza caricamenti e rallentamenti di alcun tipo.

Per bizzarra che sia, la mossa di Telegram non è poi così inedita: a giugno già Snapchat aveva lanciato Real Life, una rivista online nata sotto l’ala protettrice del social network più amato dagli adolescenti. L’arrivo di Telegraph poi ha un obiettivo ben preciso: fare in modo che gli utenti rimangano il più possibile all’interno dell’app, senza il bisogno di utilizzare altri servizi: «Con Telegraph - si legge sul sito ufficiale di Telegram -, i vostri canali potranno pubblicare storie e articoli proprio come i media mainstream». Un ulteriore conferma del fatto che le app, soprattutto quelle di messaggistica, sono sempre più simili a piattaforme multiuso, in grado di farci parlare con amici e parenti ma anche di utilizzare i servizi più disparati, pagamenti digitali compresi, senza mai cambiare schermata.

“Qualcuno sta cercando di rubare la tua password”: Google avverte gli utenti a rischio

La Stampa
marco tonelli

Gli account in pericolo appartengono a personalità del mondo liberal statunitense. Si tratterebbe di un’operazione messa in atto da hacker russi subito dopo le scorse elezioni presidenziali



Il messaggio di Google è chiaro: «Aggressori sostenuti dal governo starebbero cercando di sottrarre la tua password». E’ l’avvertimento lanciato qualche giorno fa dall’azienda di Mountain Wiev a personalità del giornalismo e del mondo accademico americano. L’economista ed editorialista del New York Times Paul Krugman, il professore universitario ed ex diplomatico Michael McFaul,il direttore di Vox Ezra Klein, firme di punta di Politico, del New York Times Magazine e di Atlantic Magazine come Julia Ioffe, Jonathan Chait e Jon Lovett, hanno tutti documentato e pubblicato sui social network il monito sotto forma di banner del colosso californiano.

Interpellato dal sito Ars Technica, un portavoce di Google ha spiegato che messaggi di questo tipo (una pratica iniziata nel 2012) potrebbero far riferimento ad intrusioni negli account avvenute diversi mesi fa. La procedura standard è di ritardare ogni tipo di comunicazione agli utenti per dare la possibilità agli esperti informatici di studiare le intromissioni. Una prassi messa in atto soltanto in caso di tentativi non riusciti. 

Secondo lo stesso Ars Technica si potrebbe trattare della serie di aggressioni agli account Gmail di organizzazioni non governative, Think Tanks e università statunitensi messe in atto poche ore dopo l’elezione di Donald Trump. Operazioni realizzate da hackers sostenuti dal governo russo: un gruppo di pirati informatici soprannominato The Dukes, dal nome del malware (Power Duke) utilizzato per accedere alle caselle di posta elettronica. La tecnica impiegata è quella dello Spear Phishing: mail compromesse inviate da account plausibili e conosciuti a soggetti specifici. Almeno secondo quanto sosterrebbero gli esperti dell’azienda di sicurezza informatica Volexity.

Le personalità oggetto dell’attacco sono proprio esponenti del mondo accademico più liberal:come Krugman, senza dimenticare giornalisti che in passato avevano investigato e scritto su Donald Trump e i suoi collaboratori e amici. Julia Ioffe ad esempio, aveva realizzato diversi articoli su Melania Trump. Lo stesso Ezra Klein, dirige una testata apertamente critica contro il neo presidente degli Stati Uniti. E come scrive il Washington Post, negli ultimi mesi entrambi avevano ricevuto diversi messaggi e mail minatorie. 

Isis, lui viene arrestato per terrorismo e alla madre il sussidio comunale

Il Mattino
di Mirella Piccin

Ajahn Veapi

AZZANO DECIMO - Lui, accusato di terrorismo internazionale, è finito in manette all'inizio dell'anno. La madre, rimasta nella casa di Azzano Decimo, in provincia di Pordenone, ha chiesto - e ottenuto il via libera - il contributo per l'affitto. E in Friuli scoppia la polemica. Il trentasettenne Ajahn Veapi, macedone sospettato di reclutare nuovi adepti per conto dell'Isis e fermato a Mestre alla fine di febbraio con l'accusa di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale, fa parte del contingente balcanico finito nelle inchieste delle Procure del Nordest - coordinate da Venezia - sulle infiltrazioni tra Veneto e Friuli di personaggi legati all'estremismo.

Il suo arresto ha avuto ripercussioni sulla situazione economica della famiglia, da tempo trasferitasi in Italia. La madre, così, ha fatto richiesta ai Servizi sociali del Comune pordenonese di un contributo per l'affitto di 785 euro...

I gettoni d’oro e i 5 grammi mancanti Sulla Zecca l’ombra della frode

Corriere della sera

La moneta con cui vengono pagate le vincite dei concorsi a premi della Rai
Prosegue l’inchiesta di Report: il fornitore è sempre banca Etruria



C’è una storia che forse meglio di ogni altra fa capire quali vette di ipocrisia può raggiungere il nostro ottuso apparato burocratico. È quella dei gettoni d’oro con cui vengono pagate le vincite dei concorsi a premi della Rai, a cominciare dal popolarissimo format televisivo Affari tuoi. L’ha scoperta la scorsa primavera Sigfrido Ranucci, giornalista della trasmissione Report di Milena Gabanelli che stasera racconta cos’è accaduto da allora, fra indagini giudiziarie e terremoti aziendali.
La denuncia
Tutto comincia quando la vincitrice di uno di quei concorsi denuncia che l’oro di cui è fatto un gettone recapitatogli dalla Zecca (il Poligrafico dello stato è titolare del contratto con la Rai per la fornitura di quei gettoni) non è purissimo come invece previsto dai regolamenti. Mancano infatti 5 grammi per chilo. Fatto già abbastanza grave di per sé, ma durante l’inchiesta di Report viene pure alla luce il meccanismo demenziale che regola da decenni il rapporto fra la tivù pubblica e i vincitori dei concorsi. Secondo le norme vigenti, infatti, i premi non possono essere corrisposti in denaro: ecco perché i gettoni d’oro.

Ma ai vincitori è concesso comunque di avere soldi contanti anziché il metallo prezioso, purché si completi un insensato circolo vizioso. Formalmente il vincitore riceve i gettoni coniati, del valore della vincita detratte le tasse, l’Iva, il costo del conio e la perdita fisiologica della fusione: a quel punto li rivende alla Zecca allo stesso prezzo, da cui però viene detratta una seconda volta la perdita fisiologica e il costo della fusione. Piccolo particolare, il vincitore quei gettoni non li vede neppure. Una follia in piena regola. Anche perché nessuno è in grado di dire se siano stati effettivamente coniati, e successivamente fusi.
Le polemiche
Le rivelazioni di Report scatenano un putiferio. Salta pure fuori che l’oro è stato per decenni acquistato senza fare le gare, ma con semplici indagini di mercato. I nuovi vertici del Poligrafico presentano allora un esposto alla magistratura perché accerti i fatti e avviano una verifica interna. Che a quanto pare evidenzia una serie di problemi e falle nelle procedure. Di sicuro il rapporto di lavoro con Marco Cerù, che per vent’anni è stato a capo della direzione finanziaria del Poligrafico, viene risolto. Consensualmente, tengono a precisare alla Zecca. Ma qualcosa vorrà dire.
Il fornitore
Dal canto suo la magistratura continua a indagare. Ricorda Milena Gabanelli: «L’ipotesi è frode in pubblica fornitura. Dal 2012 alla data della messa in onda della nostra puntata, cioè aprile scorso, si sarebbe fatta pagare dalla Rai 20 milioni di euro per prestazioni mai effettuate e oltre 700 mila euro da quei vincitori che hanno optato per il controvalore in denaro». Una vicenda assurda, generata da un sistema assurdo che nessuno ha mai voluto correggere, e mette due aziende dello Stato una contro l’altra. Per inciso, contrariamente al passato gli attuali amministratori del Poligrafico hanno deciso di comprare l’oro facendo una gara pubblica. Che però ha vinto lo stesso fornitore di sempre: Banca Etruria.

Verga, carte all’asta (con giallo)

Corriere della sera
di PAOLO DI STEFANO

Christie’s a Parigi batterà quasi 300 lettere del romanziere e un manoscritto del suo adattamento di «Cavalleria rusticana» per il cinema. Ma restano aspetti misteriosi

 

La prima pagina dell’adattamento cinematografico di «Cavalleria rusticana», uno dei tre lotti di autografi verghiani all’asta a Parigi per Christie’s il prossimo lunedì 5 dicembre
La prima pagina dell’adattamento cinematografico di «Cavalleria rusticana», uno dei tre lotti di autografi verghiani all’asta a Parigi per Christie’s il prossimo lunedì 5 dicembre

Giovanni Verga è lo scrittore più tormentato in morte che si conosca: membra sparse ovunque, metaforicamente ma non troppo. Ci risiamo con la storia infinita delle carte. Nel 2013 un’enorme quantità di autografi verghiani fu sequestrata dalla magistratura e dopo quasi 4 anni rimane ancora depositata in via cautelativa nel Centro Manoscritti dell’Università di Pavia. Non è risolto quel caso e già emerge dal nulla (o quasi) un altro tesoro di documenti inediti. Le carte lasciate dall’autore de I Malavoglianon finiscono di stupire dopo decenni di battaglie legali tra gli eredi e la Regione Sicilia da una parte e dall’altra la famiglia Perroni che,

ottenuta la custodia nel 1928 per volere del ministro Giuseppe Bottai, non ne ha mai voluto sapere di restituire l’intero malloppo. Anzi, ha finito per smembrarlo, trattenendone delle parti e altre distribuendole qua e là, anche se la Regione sarebbe la legittima proprietaria del corpus integrale, avendolo acquistato per 90 milioni nel 1978 (e non essendone mai entrata in pieno possesso). Ora, la casa d’aste Christie’s annuncia, per il 5 dicembre a Parigi, la messa in vendita di un’altra preziosa sezione di carte verghiane sconosciute.

Si tratta di tre lotti: la versione autografa della Cavalleria rusticana per il cinematografo, cioè il soggetto della celebre novella in 12 quadri (e redatta su otto pagine); 78 lettere autografe (e 10 telegrammi), per un totale di 320 pagine, indirizzate tra il 1880 e il 1916 per lo più ai fratelli Pietro e Mario e al suo nipote Giovannino (futuro erede unico), dove si parla dell’elaborazione della Cavalleria, del successo teatrale e delle vicende giudiziarie che videro a lungo contrapposti Verga e Giuseppe Mascagni (ma anche l’editore Sonzogno) per i diritti legati all’opera musicale (definita «una contraffazione e un plagio della nostra Cavalleria»); 198 lettere familiari (e 20 telegrammi), per un totale di 540 pagine, che hanno come destinatari la madre, ancora i fratelli e il nipote, e che si estendono dal 1869 al 1921.

Isabelle de Conihout, direttrice del Dipartimento Libri Rari e Manoscritti di Christie’s, dice: «Quando ho visto il materiale non potevo credere ai miei occhi». E avverte che per accaparrarsi il tesoro verghiano si stanno muovendo i collezionisti e le grandi biblioteche internazionali, ma che la speranza è che ad acquisirlo siano le istituzioni italiane: l’appello esplicito è rivolto al Ministero dei Beni Culturali e alla Regione Sicilia. Valore complessivo per oltre 200 mila euro, provenienza ufficiale segnalata nel catalogo Christie’s: «Giovannino Verga – collezione privata francese». Sarebbe un’acquisto di circa trent’anni fa. Tanto o poco che sia il valore, va ricordato che la questione giudiziaria pone tutto sotto una luce alquanto misteriosa: tanto più se si pensa, lasciando perdere il sequestro citato, che già nel 2008 la Regione dovette sborsare 120 mila euro per assicurarsi un carteggio verghiano messo in vendita sempre da Christie’s a Parigi.

Questa volta la vera perla è il manoscritto della Cavalleria cinematografica, che testimonia la precoce attenzione dello scrittore per il cinema, nonostante le diffidenze espresse più e più volte nei confronti di un’arte considerata minore se non addirittura «castigo di Dio», «sacrilegio», «parodia» e «romanzo d’appendice per analfabeti». Fatto sta che dopo il trionfo delle rappresentazioni teatrali della Cavalleria, a partire dalla prima torinese del gennaio 1884 e proseguendo con il successo romano dell’opera realizzata da Mascagni nel 1890, Verga viene trascinato suo malgrado nel mondo del cinema, senza dimenticare che spesso e volentieri le sue opere vengono trasposte senza preavviso. Alla fine del 1909, sulle ali della fama internazionale dovuta al recente successo all’Odéon di Parigi, Verga riceve dalla

casa francese Acad (Association Cinématographique des Auteurs Dramatiques) la richiesta di cedere i diritti della Cavalleria rusticana per il cinema. Mediatrice è Giulia Dembowska, nota come Darsenne, cui si deve la traduzione in francese del testo teatrale. Scrive Carla Riccardi, che ha curato nel 1995 un volumetto Bompiani con Due sceneggiatore inedite verghiane: «Lo scrittore acconsente subito, preoccupato solo da questioni di diritti e, dunque, economiche, ma evidentemente lusingato che, dopo testi come I promessi sposi e l’Inferno, tocchi alla Cavalleria. È possibile che conosca questi film, data la presenza di ben tre sale cinematografiche a Catania, e che proprio da questa conoscenza derivi la consapevolezza del diverso linguaggio parlato del cinematografo rispetto alla narrativa e al teatro».

Verga si fida (dice di fidarsi), lascia carta bianca alla traduttrice, la quale, a scanso di equivoci, gli spiega le differenze strutturali tra cinema e letteratura: «L’adattazione scenica per cinematografo — scrive la Darsenne — deve naturalmente seguire il testo ma non può limitarsi ad esso. È necessario rendere comprensibile colla sola azione senza dialogo aggiungere dei quadri». Nasce qui il rapporto conflittuale poi pacificato e infine gratificante di Verga con il cinema.

L’autore sottoscrive un contratto con la società parigina per 500 franchi da dividersi con la Darsenne, che si incarica della sceneggiatura. «Risposi che capisco bene le diverse esigenze dello svolgimento scenico per la cinematografia, ma appunto per questa diversità era meglio che io autore delle scene parlate non vedessi», scrive Verga all’amico Marco Praga il 27 dicembre, giustificando così la rinuncia a leggere lo scenario. Il film, che uscirà nel 1910 con la regia di Emile Chautard, Verga non gli farà una grande impressione («Una rappresentazione che io non arrivavo a capire…»).

In realtà già si conosceva un adattamento autografo della Cavalleria: era una bella copia pulita ma le 4 veline (310 per 210 millimetri) vergate con inchiostro nero che emergono adesso a Parigi ne sono il prezioso antefatto. Una minuta tormentatissima, colma di cassature e di correzioni interlineari, di minuscole aggiunte a margine (nella solita grafia pressoché indecifrabile ai più), contenente la prima elaborazione cinematografica della Cavalleria in 12 «quadri». Datazione incerta, forse non proprio a ridosso della richiesta della Darsenne, se si pensa che ai dubbi iniziali di Verga sulla «settima arte» subentra una nuova disponibilità, anzi un vero e proprio ripensamento delle strategie stilistiche, solo da quando, nel 1912, il suo amore della maturità Dina di Sordevolo fa balenare a Verga la prospettiva di grandi guadagni che potrebbero provenire dallo sfruttamento della sua opera in chiave cinematografica.

È anche per andare incontro alle necessità economiche della sua Dinuzza che Giovanni cede al richiamo di San Cinematografo. La lunga storia di questa relazione che va dal rifiuto netto all’avvicinamento e poi alla piena adesione è raccontata in un lungo saggio di Sarah Zappulla Muscarà del 1999. Il 25 aprile 1912, Verga scrive a Dina: «Farò il lavoro che vorreste affidato a mio nipote (...). Ma vi prego e vi scongiuro di non dir mai che io abbia messo le mani in questa manipolazione culinaria delle cose mie». Sarà dunque un lavoro dietro le quinte realizzato su vari testi, forse sperando anche di limitare i danni che altri minaccerebbero di procurare.

Ciò non toglie che anche il commediografo Nino Martoglio, Federico De Roberto e persino Domenico Oliva, già direttore del «Corriere», diranno la loro su Storia di una capinera, elaborata cinematograficamente nel 1913. Di lì a poco, nel 1916, usciranno ben due film in contemporanea tratti dalla Cavalleria: quella della Flegrea Film e quella della Tespi Film. La prima, su musiche di Mascagni, per la regia di Ubaldo Del Colle; la seconda diretta da Ugo Falena e approvata da Verga.
Il che finirà per acuire la polemica tra lo scrittore e il compositore. Pur di realizzare utili, Verga è sempre più disposto non solo ad abbandonare a uscire allo scoperto affinando l’esercizio della sceneggiatura, cioè della traduzione dalla letteratura al cinema, e provando a farne un’arte. Dove si colloca, in questo lungo percorso, l’inedito parigino? Ai verghisti (che sono tanti e qualificati) l’ardua sentenza.

Intanto varrebbe la pena gustarsi alcuni passi delle lettere. Il 6 maggio 1885, nel pieno delle prove milanesi della Cavalleria, riferendosi a Eleonora Duse, Verga scrive imperiosamente al fratello Pietro: «Quella è vecchia, gli attori fanno quello che voglio io...».

Chiamate promozionali sui cellulari: ​una legge per bloccare i call center

Marta Proietti - Dom, 27/11/2016 - 12:11

Ad oggi il Registro pubblico delle opposizioni per non essere contattati vale solo per le utenze domestiche



I call center, di qualsiasi azienda, sembrano avere uno speciale fiuto per telefonare nei momenti meno opportuni. E l'utente che riceve le chiamate molto spesso non ricorda neanche come il suo numero di telefono sia finito tra le persone da contattare.

Da qualche tempo, alle telefonate promozionali su rete fissa, si sono aggiunte quelle su telefono cellulare. Come scrive Il Messaggero, negli ultimi cinque anni sono state oltre 25mila le segnalazioni per chiamate ritenute illecite ricevute dal Garante della Privacy. Più di 3mila quelle ricevute nei primi sei mesi del 2016. E sono oltre un milione e mezzo le utenze iscritte al Registro pubblico delle opposizioni, dunque molte di più, calcolando le famiglie, le persone che hanno manifestato il diritto di opposizione alle chiamate di telemarking. Senza considerare poi le lamentele che corrono sul web.
Le misure al vaglio del Parlamento riguardano proprio i telefoni cellulari. Tra le pagine del ddl Concorrenza c'è uno strumento che permette al cittadino di difendersi dai call center indesiderati, consentendo l'estensione dell'iscrizione al Registro pubblico delle opposizioni a tutti i numeri riservati. Quindi anche ai telefonini.

Il presidente della Fondazione Bordoni, che gestisce il Registro, Alessandro Luciano, ha così commentato: "Il Parlamento ha accolto le numerose istanze dei cittadini pervenute ai nostri uffici e a quelli del Garante della Privacy, mettendo in discussione le proposte per consentire la possibilità di iscriversi al Registro anche ai numeri di cellulari, potenziando e rendendo più efficace il Registro pubblico delle opposizioni per contrastare l'utilizzo incontrollato del telemarking cui, tutti noi, assistiamo ogni giorno. Ciò consentirebbe la cancellazione, con l'unica iscrizione al Registro, di tutti i consensi forniti in precedenza, rendendo legittimi solo quelli dati successivamente, con una maggiore consapevolezza e responsabilità da parte del cittadino-consumatore".

La California abbandonerà gli Usa?

Andrea Indiano

La California come la Padania? Sembrerebbe di sì, a giudicare dal crescente sostegno dei cittadini dello stato di San Francisco per un’eventuale secessione dagli USA. L’elezione di Trump è stata accolta con stupore ovunque, ma l’apice dello shock si è raggiunto sicuramente a Los Angeles e dintorni.

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Da qualche decennio a questa parte, la California rappresenta la versione più liberale e socialmente all’avanguardia degli Stati Uniti, tanto che il suo soprannome “West Coast” viene spesso adattato in “Left Coast”, ovvero costa della sinistra, intesa come idea politica.

Proprio per questa storia recente, la presidenza di un personaggio come Donald Trump, repubblicano e conservatore, rappresenta un vero incubo da queste parti. Dopo il voto dell’8 novembre, la campagna per la separazione ufficiale da Washington ha trovato maggiore appoggio fra la gente comune e quella che qualche mese era cominciata come una sorta di boutade, è diventata ora un traguardo ambito da molti californiani.

“Questo è il momento di agire, perchè adesso l’attenzione è molto alta su questo problema – ha detto Marcus Evans, a capo della campagna Yes California che vuole l’indipendenza dello stato sull’Atlantico – cominceremo presto a raccogliere le firme per poter ottenere un referendum”. Per portare avanti l’idea, che è già stata ribattezzata Calexit, Evans e soci dovranno raccogliere almeno 500mila firme. Se ci riusciranno, potranno presentare un’istanza al governo che potrebbe avallare il referendum, non prima del 2019.

Il compito non è facile, dato che per ora Yes California può contare su solo 13mila iscritti. In caso di vittoria però, è già tutto pronto: il parlamento verrebbe mantenuto a Sacramento, che è già la capitale del paese, e la nuova nazione verrebbe divisa in sei stati, dal settentrionale Jefferson fino al South California con San Diego. A prescindere dalle questioni burocratiche, il campo in cui i californiani possono guardare gli altri americani dall’alto in basso è quello dell’economia.

L’industria del cinema di Hollywood e quella della tecnologica della Silicon Valley sono gli esempi più famosi, ma non va dimenticato che la California produce la maggior parte dell’agricoltura americana. Arance, olive, grano e altri prodotti fanno entrare nelle casse locali ben 40 miliardi di dollari all’anno che uniti agli altri guadagni arrivati da fabbriche, compagnie tech e turismo hanno fatto aumentare gli introiti del 3.29% rispetto all’anno passato, una crescita economica maggiore di quella della Germania e Giappone. Infine, la differenza maggiore con gli altri stati degli USA, è soprattutto ideologica.

La California è multietnica e progressista: la marijuana è già disponibile a livello medico e sarà presto acquistabile da chiunque, le unioni omosessuali sono legali da anni, il riscaldamento globale è combattuto in ogni modo e qui è nata la famosa questione dei bagni per transessuali, che ha fatto togliere le insegne per uomini e donne in molte toilette di Los Angeles. Tutti questi argomenti spaventano Trump e i suoi elettori, che vogliono un ritorno all’America degli anni ’70 e ’80 quando tutto funzionava bene e non c’erano problemi di sorta. La differenza rispetto all’idea di futuro che ha la California è ora più grande che mai e non è un caso se, ancora prima della Clinton, nella West Coast il candidato ideale era Bernie Sanders, che dopo la vittoria di Trump sta trovando un rinnovato interesse per le sue idee progressiste in vista di un’eventuale secessione.

Pick-up contro auto che si guidano da sole, bistecca contro cibo vegan: la lotta fra Washington e Los Angeles potrebbe essere più vera che mai e chissà che nel 2019 le stelle sulla bandiera americana non diventino 49.

Perché i musulmani non mangiano il maiale? L’avete chiesto a Google, vi rispondiamo noi

Corriere della sera

di Viviana Mazza

È una delle domande che più di frequente le persone fanno al motore di ricerca. Vi rispondiamo noi

Fedeli musulmani in preghiera alla Mecca (Reuters)

Nell’Islam la carne di maiale è haram, proibita: lo dice esplicitamente il Corano. Le restrizioni di base riguardanti l’alimentazione sono indicate nella sura 5, Al Ma’ida (la tavola imbandita): «Vi sono vietati gli animali morti, il sangue, la carne di porco e ciò su cui sia stato invocato altro nome che quello di Allah, l’animale soffocato, quello ucciso a bastonate, quello morto per una caduta, incornato o quello che sia stato sbranato da una belva feroce, a meno che non l’abbiate sgozzato [prima della morte ndr] e quello che sia stato immolato sulla pietra (sacrificato a idoli ndr)».

In un altro passaggio del Corano, il maiale è descritto come impuro, immondo, inadatto al consumo. Ma in caso di assoluta necessità, se non c’è alternativa e si rischia la morte oppure una grave malattia, lo stesso Corano autorizza i musulmani a consumare carni suine: «Dì: “In quello che mi è stato rivelato non trovo altre interdizioni a proposito del cibo, se non l’animale morto, il sangue effuso e la carne di porco — che è immonda — e ciò che, perversamente, è stato sacrificato ad altri che ad Allah. Quanto a chi vi fosse costretto, senza intenzione o ribellione, ebbene, il tuo Signore perdona ed è misericordioso”, si legge nella Sura 6, Al ‘Anam (Il bestiame).

Tuttora alcuni Paesi come l’Iran, l’Arabia Saudita e il Qatar vietano la produzione, le importazioni, la vendita di carne suina. Il maiale è considerato impuro non solo dai musulmani ma anche dagli ebrei e da alcune denominazioni cristiane.

Sulle Alpi Apuane, lassù dove combatterono i soldati brasiliani

La Stampa
ettore pettinaroli

Cosa ci fanno quelle scritte in portoghese su un cartello indicatore verde-oro, come la bandiera del Brasile? Sotto i nostri piedi, un migliaio di metri più in basso c’è la piana di Camaiore, in provincia di Lucca, Toscana, Italia. Non Rio de Janeiro. Eppure “Saudade”, una, due, tre volte. I segnavia del CAI accanto a quelli dalle tinte carioca. Il mistero si svela solo in vetta, dove una scritta racconta di un battaglione di soldati brasiliani schierati quassù durante la Seconda Guerra mondiale a difesa di Camaiore e della Versilia.



Il Monte Prana (1.220 m), è la più meridionale delle cime delle Alpi Apuane ed è anche una tra le più panoramiche, sospesa com’è tra il mar Tirreno, la Garfagnana e la Versilia. Si raggiunge in poco più di due ore da Casoli (403 m) — percorrendo il sentiero n. 2 e successivamente il n. 112 — ed è dunque una meta perfetta per una camminata autunnale non troppo impegnativa e di grande soddisfazione. Da lassù lo sguardo spazia anche su gran parte delle Apuane meridionali che si susseguono a perdita d’occhio tra valloni ammantati dal rosso delle foglie di faggi e castagni e cime a volte svettanti, più spesso dai morbidi profili che chiedono solo di essere raggiunte dagli appassionati trekker. Che, da queste parti sono numerosi e favoriti da una fitta rete di sentieri ben segnalati.



Come resistere, per esempio, al richiamo del Monte Forato (1209 m), così chiamato per il grande arco di roccia (il “foro”, appunto) appena sotto la vetta e visibile anche da lontano. Per arrivarci si cammina, anche in questo caso, per un paio d’ore risalendo il sentiero n.12 dal paese di Cardoso (278 m). Il selfie sotto l’Arco di calcare con sullo sfondo il Tirreno è obbligatorio, mentre è riservata solo a chi non soffre di vertigini la “passeggiata” sul tetto del foro. 



Classica meta delle camminate Apuane è il Rifugio Forte dei Marmi, che compare all’improvviso dal bosco ai piedi delle pareti strapiombanti del Monte Nona. In questo periodo dell’anno è aperto solo nei fine settimana ed è sempre molto frequentato, anche per la relativa comodità dell’accesso. Basta infatti meno di un’ora di marcia da Pomezzana lungo il sentiero n. 106 e poco di più se ci si incammina da Stazzema (sentiero n.5) per godersi un pranzo a base di sostanziose specialità lucchesi in un contesto naturale di grande suggestione. Senza dimenticare il fascino di borghi senza tempo come Pomezzana e Stazzema, con i loro stretti vicoli, le case in pietra, le fontane, le chiese monumentali. Magnifici e silenziosi, non sono mai stati abbandonati e trasmettono una sensazione di pace e benessere insospettabile a poche decine di minuti d’auto dalle frenetiche coste versiliesi.



Ed è un altro borgo incantato il punto di partenza per l’ascesa alla regina delle Apuane, la Pania della Croce (1.859 m). Pruno (447 m.) compare all’improvviso tra la vegetazione, in tutta la sua severa bellezza: una Pieve romanica del XIII secolo, un grappolo di case ben ristrutturate, un paio di ristoranti, un Ostello, un B&B. La salita è lunga, richiede buone gambe e capacità di interpretare l’evoluzione del meteo, qui particolarmente ballerino. Il sentiero n. 122 sale fino al Passo dell’Alpino e a Foce Mosceta (1.170 m), nei cui pressi si trova l’accogliente Rifugio Del Freo, anch’esso aperto solo nei weekend. Da qui si prende a destra il sentiero n. 126 che risale il pendio ormai completamente privo di alberi e raggiunge la cima (4 ore da Pruno). Soddisfazione. Clic a raffica. Spettacolo. Come sempre nelle Apuane. 

Re Artù in Toscana: ecco dove si trova la vera spada nella roccia

La Stampa
noemi penna



Si tratterebbe di un’arma del Dodicesimo secolo, appartenuta a un cavaliere della tavola rotonda nostrano. Un cavaliere dissoluto e libertino che dopo la visione di San Michele si converte e decide di cambiare la sua vita. Stiamo parlando di Chiusdino Galgano Guidotti, proclamato Santo nel 1185, la cui vocazione lo spinse a vivere da eremita, celebrando l’abbandono alle vecchie abitudini conficcando la propria spada nella roccia.



Uno sperone di roccia che oggi spunta da una teca al centro della cappella circolare, contornata da affreschi del Trecento che ritraggono la storia nei dettagli. Uno spettacolo a dir poco suggestivo, all'interno di una fortezza medievale che vale la pena visitare.



Nel corso degli anni sono stati fatti diversi esami metallografici che hanno confermato l’autenticità della spada. E c'è chi dice che sia stato proprio questo manufatto toscano ad ispirare le storie d'Oltremanica. Uno dei cavalieri di Re Artù si chiamava Galvano, un nome che ci ricorda tanto quello di San Galgano.

Rinvio a giudizio per cinque poliziotti: in servizio usavano attrezzature “truccate”

La Stampa
edoardo izzo

Un’azione che mirava a mettere in cattiva luce gli altri dirigenti della Polizia



Ricorrevano a caschi e giubbotti antiproiettile «truccati» per mettere in cattiva luce alti dirigenti della Polizia di Stato. Con questa accusa il gip del tribunale di Roma ha rinviato a giudizio un dirigente del sindacato Sap, e altri quattro agenti, sospettati di aver utilizzato equipaggiamenti ormai non utilizzati da anni, per sostenere la tesi che i caschi e i giubbotti antiproiettile in dotazione agli agenti sono pericolosi e non garantiscono la sicurezza.

A inchiodare i poliziotti è un video girato dai loro colleghi della Digos dove si vedrebbe un agente abbandonare il servizio per prendere due caschi e altri equipaggiamenti di lavoro (giubbotti antiproiettile e M12) non più in dotazione, prelevandoli da un armadio blindato di cui aveva le chiavi. Le accuse del procuratore aggiunto Paolo Ielo e del sostituto procuratore Stefano Rocco Fava sono interruzione di pubblico servizio, pubblicazione di notizie esagerate false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico, abbandono di posto di servizio.

«Il fatto risale al 24 novembre 2015, quando, durante un servizio giornalistico andato in onda a Ballarò, su Raitre, è stato intervistato un poliziotto in divisa, con il volto oscurato, che ha parlato della «pericolosità del materiale in dotazione al personale impegnato nelle attività di controllo del territorio». Lo stesso agente ha sottolineato che «i giubbetti antiproiettile risultano inadeguati a proteggere l’operatore di polizia in caso di conflitti a fuoco con l’utilizzo di armi con calibro superiore al 357 magnum, mostrando poi a giornalisti e operatori tv alcuni caschi u-bot in pessimo stato di conservazione e una pistola mitragliatrice, modello PM-12, con anno di fabbricazione 1978».

Il cane spaventato dagli umani trova un amico

La Stampa
giulia merlo



Doveva essere l’inizio del suo viaggio verso la libertà, invece il cane Henley era terrorizzato all’idea di salire sull’aereo, perché il pilota era un umano. Nessuno sa che cosa gli sia successo prima di venire salvato, in North Carolina. L’unica cosa chiara era la sua paura nei confronti degli uomini.



Il cane era quasi morto di fame, quando è stato portato nel rifugio, e aveva una corda conficcata nel collo, segno che la aveva strappata a morsi per liberarsi. Non solo, i veterinari avevano deciso di sopprimerlo. Pochi giorni prima dell’esecuzione dell’eutanasia, però, è intervenuta la Rescue Dog Rock NYC Henley è stato portato a New York, per venire portato in una famiglia affidataria. Quando il pilota Paul è arrivato per portarlo sull’aereo, però, il cane ha iniziato a scappare terrorizzato e lui ha dovuto allontanarsi per permettere ad una sua volontaria donna di metterlo in gabbia per trasportarlo.



Non è così infrequente che i cani non siano a loro agio con i maschi o con le femmine di umani, ma spesso la loro reazione è quella di abbaiare. Nel caso di Henley, invece, è stata quella di cieco terrore.
“E’ stato il trasporto più difficile della mia vita. Vedere un cane tremare di paura e non potersi avvicinare per tranquillizzarlo perchè il suo stato d’animo era colpa mia e di tutti gli uomini che lo hanno ferito è stato davvero duro”, ha raccontato Paul.



L’uomo ha portato nel cuore gli occhi di Henley e non lo ha dimenticato neppure mesi dopo quel viaggio. Per questo, pochi giorni fa ha deciso di fare visita al cane e alla sua nuova famiglia per verificare i suoi progressi. Con sua grandissima sorpresa, Henley non solo si ricordava di lui ma soprattutto gli ha dimostrato affetto. “E’ stato splendido, si è avvicinato e lo ho accarezzato. Vive in una bella casa con il giardino e viene riempito di amore, in attesa di trovare una famiglia che lo adotti per sempre. Vederlo finalmente felice è la ragione per cui faccio il mio lavoro”, ha raccontato Paul.