lunedì 28 novembre 2016

Le rivelazioni dei dossier russi su Castro: “Vuole una guerra nucleare, Fidel è un pazzo”

La Stampa
lucia sgueglia

Cosa emerge dalle carte desecretate dal Politburo



«Un amico sincero della Russia», la sua Cuba «libera e indipendente» un «esempio di ispirazione per molti Paesi»: così Putin ha omaggiato il leader della rivoluzione cubana, da decenni alleato di Mosca. Una leggenda per generazioni di sovietici il comandante che portò la rivoluzione alle porte dell’America, dai versi di Evtushenko alla canzone «Cuba, amore mio!». Alimentato dal primo viaggio di Castro nell’Urss nel 1963 che durò un mese, circondato da folle. 

Ma Fidel non diventò subito il «migliore amico»: la storia dei rapporti, basata sulle garanzie delle esigenze di sicurezza di Cuba verso gli Usa, fu minata da screzi e diffidenze. Lo rivelano alcuni documenti desecretati del Politburo e scoperti dal quotidiano «Kommersant». Castro avrebbe cercato di spingere Mosca verso un conflitto militare con gli Usa, in barba alla deterrenza che garantiva l’equilibrio nella Guerra fredda.

Il 26 ottobre 1962, culmine della crisi dei missili, Kruscev al suo cerchio più stretto: «Una persona incredibile Castro, ieri ci ha inviato una proposta per iniziare una guerra nucleare. Non è messo bene. Che a novembre a Cuba ci sarà un’invasione... Cos’è? Pazzia o mancanza di cervello? Per noi questa operazione è terminata, ha raggiunto l’obiettivo prefissato, abbiamo strappato agli americani la promessa che non invaderanno e terranno a bada altri dall’invasione di Cuba». Nikita decise senza consultare Castro. 

Il supporto economico-militare sovietico garantiva la sopravvivenza all’isola della Libertà. In cambio dello zucchero cubano. Ma Castro era insoddisfatto: uno scandalo esplose dopo il viaggio a Cuba del giornalista Usa Herbert Matthews nel 1967, che scrisse le parole del líder: «I Paesi comunisti come la Russia stanno diventando sempre più capitalisti, sempre più basati su stimoli materiali». I dirigenti sovietici confusi lo condannarono come «propaganda imperialista ostile».

Più comunista dei sovietici, si sentiva Fidel nella via tutta per il socialismo, diversa dalla variante est-europea. Orgoglioso di una Cuba che non aveva mai conosciuto uno Stalin, ribatté nell’89 a Gorbaciov che voleva convertirlo alla perestrojka: «Se io sono Stalin, allora i miei nemici sono in ottima salute».

Mosca inizialmente lo sottovalutò. Cercarono di consigliarlo su quando e dove viaggiare per il mondo, quanto assentarsi da Cuba. Lo ritenevano ingenuo. Castro vuole recarsi a Mosca già nel 1960, il Cremlino gli chiede di rinviare. 1964, Ernesto Che Guevara: «Per noi non è un segreto che in Urss ci sono persone che non mostrano entusiasmo per la rivoluzione cubana, perché oltre al peso economico Cuba è un potenziale focolaio di guerra termonucleare globale». Breznev aspettò il ’74 prima di visitare Cuba. Col crollo dell’Urss Mosca smette di fornire aiuti e chiede la restituzione del vecchio debito di 20 miliardi di dollari.

È Putin a condonarlo al 90% nel 2014, volando da Fidel dopo l’annessione della Crimea. E ora vorrebbe riaprire la base militare russa di Lourdes, chiusa nel 2001.

La ricostruzione: come andò realmente alla Baia dei Porci

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Dall’addestramento della Cia dei guerriglieri anticastristi allo sbarco sull’isola, storia di un clamoroso fallimento cui seguì una repressione spietata e la crisi dei missili

Fidel Castro durante la controffensiva in una foto pubblicata sulla Granma, il giornale del partito comunista cubano  (Ap/Corrales)
Fidel Castro durante la controffensiva in una foto pubblicata sulla Granma, il giornale del partito comunista cubano (Ap/Corrales)

WASHINGTON - Un’afosa notte della Florida. Sul calendario la data del 26 agosto 1960. Alcuni ragazzi si avvicinano a una fattoria nella campagna di Homestead, vogliono fare uno scherzo a quelli che pensano essere degli immigrati. Sono accolti a fucilate. Perché gli ospiti dell’accampamento non sono braccianti, ma guerriglieri anticastristi. La notizia corre fino a un giornale di Miami. Può essere l’inizio di uno scoop clamoroso, invece resta nel cassetto. Il governo riesce a mettere il coperchio, i militanti sono trasferiti in gran fretta in Guatemala. Perché la loro missione deve continuare. Fino all’ultimo atto, consumato in modo drammatico nella Baia dei Porci, sulla costa meridionale di Cuba.

Gli americani non hanno mai accettato la vittoria di Fidel, pensano a una controrivoluzione. L’idea prende corpo, la Cia lavora al progetto mentre l’Fbi si mette di traverso, contraria a un atto illegale. Sul tavolo del presidente Eisenhower arrivano i primi piani, la questione cubana non è secondaria. Nella campagna elettorale John Kennedy non ha mai nascosto il suo approcci duro, rinfaccia al predecessore un atteggiamento arrendevole e quando entra alla Casa Bianca riprende in mano il dossier, anche se l’idea di un’invasione non lo scalda troppo. È d’accordo sul fare, ma non vuole restare intrappolato in un intervento diretto statunitense, dunque si affida alle «ombre».

L’intelligence mette insieme quasi duemila uomini, tutti esuli inquadrati sotto le insegne della «Brigata 2056». Li prepara militarmente, mette a disposizione dei vecchi bombardieri B26 e alcuni mercantili. Gli strateghi indicano le mosse: neutralizzazione della forza aerea cubana, sbarco e creazione di una testa di ponte, sabotaggi e insurrezione. La Cia fornisce denaro, mappe, assistenza mentre i velivoli spia U2 scattano foto degli obiettivi e delle rotte d’avvicinamento.

Una grande attività «coperta» che in realtà è stata captata dai servizi dell’Avana e dal Kgb. Vedono la tempesta arrivare, sono pronti a rispondere. Poco dopo l’1 del 15 aprile 1961 scatta l’assalto aereo, i B 26 attaccano le basi cubane ma non riescono a distruggere i velivoli del regime. Anzi, i caccia si levano in volo e fanno danni. Va male anche in mare. Due cargo si arenano, gli anticastristi che sono riusciti a mettere piede sulla sabbia (il 17) sono inchiodati dal fuoco governativo.

Solo un intervento massiccio americano può salvare l’invasione, ma Kennedy resiste alle pressioni e oppone un no. Per i ribelli è la fine: circa 1000 sono catturati, 107 uccisi. Sull’isola parte la repressione con migliaia di arresti, all’Avana stroncano ogni dissenso. E andrà avanti per molto tempo. Il rovescio è imbarazzante. Un fallimento totale, una crisi diplomatica e un regalo alla propaganda antiamericana. Il disastro, però, non chiude la partita. John Kennedy e il fratello Robert autorizzano nuove iniziative per sbarazzarsi dei «barbudos».

Nella zona sud di Miami, vicino all’università e dove oggi c’è lo zoo, cresce «Jmwave», sigla in codice per un avamposto Cia, dove gli agenti portano avanti l’Operazione mangusta. Il target è sempre Cuba. Raccontano che gli americani abbiano studiato 638 metodi per eliminare Fidel. Dall’avvelenamento dei sigari alle conchiglie bombe, dal ricorso a un cecchino alla trappola di un’amante.

Alcuni erano «complotti» seri, altri tentativi semicomici. C’è poco da ridere. Gli avversari di Castro seminano bombe, anche su un jet passeggeri. Sono degli irriducibili, non dimenticano. Un anno dopo il mondo è sull’orlo della guerra per la crisi dei missili russi sull’isola caraibica, il 22 novembre del 1963 Kennedy è ucciso a Dallas, un attentato che ancora oggi aspetta risposte, una trama che si è incrociata spesso con figure della Cuba-connection, tra killer, 007 e mafiosi. Una storia mai finita.

La Cina è prima al mondo per le richieste di nuovi brevetti

La Stampa
carlo lavalle

Nel 2015 un terzo delle richieste delle domande di protezione della proprietà intellettuale di tutto il mondo sono arrivate dalla Repubblica Popolare. Che non ha smesso di copiare, ma ha cominciato anche a inventare


Un rappresentante dell’istituto di Computing Technology dell’Accademia delle Scienze della Cina sul palco della terza Conferenza mondiale su Internet a Wuzhen

Cresce la domanda di nuovi brevetti a livello globale e la Cina si conferma il paese più all’avanguardia con il numero più alto di richieste. Sono oltre un milione, per esattezza 1.010.406, secondo i dati diffusi dall’ultimo rapporto dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (WIPO). Una cifra record quella raggiunta nel 2015 da Pechino che dimostra il suo dinamismo nel campo dell’innovazione, soprattutto in settori come telecomunicazioni, informatica e tecnologia medica.

«Questi numeri sono davvero straordinari per la Cina. È la prima volta che un ufficio brevetti riceve più di un milione di richieste» – ha dichiarato il direttore generale della WIPO , Francis Gurry, durante la conferenza stampa di presentazione del “World Intellectual Property Indicators – 2016”, tenuta a Ginevra. «In tutti i paesi, si riscontra un crescente interesse a proteggere la proprietà intellettuale – ha aggiunto nel suo intervento – che riflette la sua importanza in un’economia della conoscenza propria della globalizzazione».

Nel complesso, l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di protezione dei diritti di proprietà intellettuale, ha registrato 2,9 milioni domande di nuovi brevetti, con un incremento del 7,8 per cento rispetto al 2014.

La Cina, sotto l’impulso degli incentivi governativi, è nettamente in testa, seguita da Stati Uniti (526.296) e Giappone (454.285). Quinta in classifica è la Germania, primo paese europeo, con 174.109 richieste, mentre Italia, che figura all’11 posto, ne conta 29.288. Quanto ai settori innovativi a maggior tasso di sviluppo in evidenza ci sono tecnologia informatica (7,9 per cento del totale), macchine elettriche (7,3 per cento), e comunicazione digitale (4,9 per cento).

Anche nelle domande per nuovi marchi c’è stato un significativo balzo in avanti con la Cina ancora protagonista. WIPO registra quasi 6 milioni di richieste nel 2015, pari ad un aumento del 15,3 per cento rispetto al 2014, percentuale che costituisce il livello più alto di crescita dall’anno 2000. Pechino, di nuovo, batte tutti con 2,83 milioni domande di registrazione di nuovi marchi.

La fascinazione italiana per Fidel e quel grande equivoco romantico

La Stampa
mattia feltri

Da Gianni Minà a Raffaella Carrà al rapporto tra Pci e Cuba: in fondo conta più quello che rappresenta di quello che è stato



Il grande equivoco romantico è che Cuba fosse la trasposizione fisica e geografica di Macondo. E che Fidel fosse l’incarnazione storica di Aureliano Bendìa, che aveva promosse guerriglie e sommosse a decine, dove la vittoria bastava fosse ideale. E infatti il luogo e l’eroe di Cent’anni di solitudine avevano fatto del suo autore, il sommo Gabriel Garcia Marquez, l’amico e il garante della purezza di Cuba.

Ancora, infatti, fra i sostenitori del piccolo stato caraibico contro il Golia americano anche in Italia c’erano (o ci sono) molti campioni della cultura e dello spettacolo, prima ancora che dei partiti. Gianni Minà era il totem, diciamo così, attorno a cui ruotavano il filosofo Gianni Vattimo e il maestro Claudio Abbado, il riverito giornalista Alberto Ronchey e l’illuminato editore Giangiacomo Feltrinelli, la popstar Zucchero e la decana dell’entertainment a colori, R affaella Carrà. E poi ancora Gina Lollobrigida, che all’elogio del rivoluzionario faceva precedere quello delle mani, «così belle», e Carla Fracci, cosciente del regime dittatoriale cubano, e però niente poteva prevalere sulla «grande considerazione che il balletto gode nei paesi socialisti».

E dunque tutti castristi, per ragioni diverse, e con diverse intensità, talvolta rafforzate e altre indebolite dal tempo, dall’annacquarsi dell’utopia, e così anche il più giovane dei castristi, Gennaro Migliore, ora nel Pd, fu visto una sera a Milano ad ascoltare con attenzione Mario Vargas Llosa, Nobel per la letteratura e irriducibile nemico di Garcia Marquez.

È che il rapporto fra il Pci e Cuba non è mai stato semplicissimo: grande attenzione e simpatia all’inizio, poi una certa diffidenza proprio per la natura un po’ eccentrica del comunismo cubano: andarono sull’isola Enrico Berlinguer e Luigi Pintor, Pietro Ingrao e Rossana Rossanda, tornando sempre con più perplessità che entusiasmi. E lasciando progressivamente il castrismo e il guevarismo alle fascinazioni sessantottine, e poi ai partiti minori della seconda Repubblica, dove si ricorda un «lunga vita, caro comandante», spedito da Fausto Bertinotti a Castro per i suoi ottant’anni nel 2006.

In fondo conta più quello che rappresenta di quello che è stato, purtroppo, così anche oggi non soltanto l’eterno Marco Rizzo, rivalutatore di Stalin, ma pure il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, possono ricordarlo come un liberatore, piuttosto che come un tiranno.

La prima lettera di Fidel Castro a Roosevelt: aveva solo 12 anni

La Stampa



Il 6 novembre 1940 un bambino di 12 anni, cubano, scrive una lettera al presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt. Quel ragazzino si chiama Fidel Castro e chiede al leader americano 10 dollari perché non ha mai visto una banconota statunitense. Il piccolo Fidel invita Roosevelt a visitare Cuba, promettendogli di fargli vedere le più grandi miniere di ferro del pianeta per costruire le navi Usa.

«Roosevelt, mio grande amico, non so bene l’inglese ma ti scrivo lo stesso. Mi piace ascoltare la radio e sono felice perché ho sentito che sarai di nuovo presidente. Ho 12 anni, sono solo un ragazzo e penso molto, ma non faccio caso al fatto che io stia scrivendo al presidente degli Stati Uniti. Se vuoi, inviami una banconota da dieci dollari in risposta alla lettera: non ne ho mai vista una e mi piacerebbe averla. [...] Non conosco bene l’inglese, conosco molto bene lo spagnolo, ma credo che invece tu non lo sappia e che tu conosca molto meglio l’inglese perché sei americano, ma io non sono americano. Grazie mille, a presto. Il tuo amico Fidel Castro. Se vuoi ferro per costruire le tue navi, sarò lieto di mostrarti le più grandi miniere di ferro del Paese».




La gigantografia di Tenco a Ricaldone fa litigare il Comune e gli eredi del cantautore

La Stampa
brunello vescovi

Polemica per i nomi dei consiglieri sotto l’immagine appesa al muro esterno del museo e la famiglia contesta anche l’affissione non autorizzata


Il centro documentale con la gigantografia di Luigi Tenco

Sui muri del centro documentale (chiamato da tutti «il museo») di Ricaldone dedicato a Luigi Tenco (che qui, nel piccolo paese dell’Acquese ha vissuto la sua infanzia), l’unico in Italia, è comparsa qualche mese fa un’immagine del cantautore. Nulla di strano, all’apparenza. Eppure ha fatto scattare un braccio di ferro fra gli eredi di Luigi e il Comune. Il motivo? «Colpa dei nomi che erano indicati sotto la fotografia - dice sconsolato il sindaco Massimo Lovisolo -. Sono di consiglieri che hanno promosso l’iniziativa e hanno poi pensato, in quel modo, di ribadirlo. La famiglia Tenco se l’è presa. Lo ha giudicato irrispettoso».

Solo che la richiesta avanzata al Comune - quasi subito attraverso uno studio legale, più di recente con una lettera circolata anche su Facebook - non sembra limitata a far depennare quei nomi, cosa peraltro già avvenuta. Il riferimento fatto all’«uso non autorizzato dell’immagine» dai firmatari della lettera - Graziella, Patrizia e Giuseppe Tenco - lascia intendere che sia stato sbagliato collocarla senza permesso. E che una richiesta di autorizzazione, anche a posteriori, va presentata (sotto la lettera inviata al sindaco Lovisolo).

«Esiste un diritto d’immagine, ci sono criteri da rispettare - dice Giuseppe Tenco -. Non vogliamo che l’immagine di Luigi possa essere utilizzata da fazioni politiche». Non è dunque in discussione la qualità della fotografia, che ritrae probabilmente Tenco durante una passeggiata sull’isola Tiberina. È in discussione un principio. L’originale della foto figura nella collezione esposta nel piccolo museo fra i tanti dischi con le copertine originali, gli spartiti e gli oggetti personali. Museo di cui si è occupato, dagli inizi, l’associazione intitolata a Tenco, formata da volontari del paese. La stessa che, tuttora, ne assicura l’apertura, su prenotazione: «E la domenica mattina è sempre visitabile» dice il presidente, Giuseppe Alpa.

Alla direzione è stato successivamente designato, un po’ a sorpresa, Michele Piacentini, proprietario della società romana «Les Artistes», con sede a Roma. In paese dicono di non vederlo molto spesso: oltre all’ufficio stampa della famiglia gestisce la pagina Fb del museo, dove -è apparso un post molto severo nei confronti di chi «pretende diritti sulle proprietà altrui». Il sindaco smorza i toni, si dice convinto che la situazione si accomoderà: «Abbiamo risposto, ora togliere la foto non mi sembrerebbe il caso». Intanto nel 2017 si celebreranno i 50 anni dalla morte del cantautore.

Morte Fidel Castro, Saviano: "Non realizzò mai i suoi ideali"

repubblica.it

Roberto Saviano commenta sui social la morte del "lider maximo". "Morto Fidel Castro, dittatore. Incarcerò qualsiasi oppositore, perseguitò gli omosessuali, scacciò un presidente corrotto sostituendolo con un regime militare. Fu amato per i suoi ideali che mai realizzò, mai. Giustificò ogni violenza dicendo che la sanità gratuita e l'educazione a Cuba erano all'avanguardia, eppure, per realizzarsi, i cubani hanno sempre dovuto lasciare Cuba non potendo, molto spesso, far ritorno"

Morte Fidel Castro, Saviano: "Non realizzò mai i suoi ideali"

Dieci cose da fare per evitare che la tua casa intelligente obbedisca agli hacker

repubblica.it
a cura di ARTURO DI CORINTO

Il 21 ottobre 2016 un attacco DdoS ha preso di mira un DNS provider, Dyn, sconvolgendo il traffico Internet e rendendo inutilizzabili per ore i servizi di Amazon, Netflix, Twitter e New York Times. L’attacco è stato portato da una rete di computer zombie, una botnet, infettati dal virus Mirai. La botnet ha usato circa 100 mila webcam della cinese Ziangxaomai che ne ha fatto collassare i server. Lo stesso tipo di botnet, la Botnet #14, sta prendendo di mira un paese africano di nome Liberia. Portebbe succedere anche in Europa.

Dieci cose da fare per evitare che la tua casa intelligente obbedisca agli hacker

Nella guerra fredda cbernetica di questi mesi mesi i criminali infatti stanno testando la capacità di tenuta di Internet come infrastruttura. E lo stanno facendo reclutando quegli oggetti smart - che dann vita all’Internet delle cose - da aggiungere all’esercito di botnet: i computer dell’ufficio, le telecamere che controllano la babysitter e gli incroci stradali, i frigoriferi intelligenti, i videoregistratori e le stampanti che popolano le case e gli uffici. Spesso ci riescono per un errore banale: gli oggetti intelligenti connessi alla rete non sono protetti da password.

Per questo Ota, la Online Trust Alliance, composta da Twitter, Microsoft, Verizon e altri, suggerisce di controllare ogni smart device che abbiamo in casa e in ufficio per impedire che venga aggiunta alle botnet criminali.

Botnet, 10 cose da fare per mettere al sicuro casa, dati e ufficio

12345678910

L’incendio del 1997: “Fiamme e paura nella notte, brucia il Duomo di Torino”

La Stampa
vittorio sabadin

Si salvò la Sindone. La redazione si riempì come in pieno giorno



Nella redazione de «La Stampa» di via Marenco la notte tra l’11 e il 12 aprile del 1997 era cominciata come tante altre: alle 23 si era chiusa la prima edizione del giornale, e a fare «la lunga» fino all’1,30 era rimasto il solito sparuto drappello di redattori, guidati dal caporedattore Gianpaolo Boetti. Il rituale di quelle serate era sempre lo stesso: si andava a mangiare qualcosa alla mensa, si tornava alle scrivanie per controllare le prime copie appena arrivate dalla rotativa, si scorrevano le agenzie per vedere se c’era qualche notizia nuova da mettere in pagina nelle edizioni successive. 

Ma la notizia più importante di tutte quella sera non arrivò dalle agenzie. Verso mezzanotte i centralinisti, che avevano la loro postazione al quinto piano, avevano notato dei bagliori rossastri levarsi dal centro della città e avevano avvisato Boetti. Quasi nello stesso momento, i reporter di lunga in Cronaca avevano saputo che si vedevano fiamme uscire dalla cupola del Guarini nel Duomo e che altre fiamme si levavano dal contiguo Palazzo Reale. 

La redazione de «La Stampa» ha sempre avuto una meritevole caratteristica, quella di muoversi rapidamente nei momenti di emergenza: in pochi minuti, sei cronisti (Conti, Favro, Minucci, Poletto, Querio e Sartorelli) erano stati inviati sul posto, mentre Boetti chiamava a casa i giornalisti che in redazione avrebbero dovuto rifare il giornale.

Ne arrivarono molti di più, mettendosi a disposizione come sempre accade quando c’è un evento che finirà nei libri di storia. In pochi minuti organizzammo due squadre, una che si occupasse di risistemare nelle pagine interne tutti gli articoli che ora dovevano fare posto a quelli sull’incendio e un’altra che si occupasse delle nuove pagine. 

Per la lunga tradizione de «La Stampa» e per il suo stretto legame con la città, avevamo il dovere di essere i migliori, il giorno dopo in edicola. Ci voleva un articolo di fondo che riflettesse lo sgomento e l’incredulità per quell’improvvisa tragedia che colpiva uno dei simboli più cari alla città, l’edificio che custodiva la Sindone. Lo chiesi a Giovanni Trovati, storico cronista, poi capo della Redazione romana e impareggiabile vicedirettore per molti anni.

Anche lui venne subito in redazione: era uscito così in fretta che aveva solo indossato una giacca e un paio di pantaloni sopra il pigiama. Poi telefonò Flavio Corazza, l’attuale caporedattore centrale. Era in via Po, aveva visto le fiamme ed era andato subito al Duomo, incontrando l’arcivescovo Giovanni Saldarini sulla soglia. Scrisse un pezzo memorabile, descrivendo la disperazione dell’alto prelato per quello che stava vedendo. 

Poco prima delle 2, le pagine erano a posto, gli articoli impaginati, i titoli fatti. Solo in terza pagina c’era un grande buco bianco: mancava una foto che sintetizzasse quel dramma. I fotografi del giornale stavano arrivando, ma il tempo passava e dalla rotativa sollecitavano le pagine. Aspettammo qualche minuto, facendo la cosa giusta: Ugo Liprandi (che proprio il giorno prima aveva ricevuto la prima macchina digitale) ci portò un’immagine straordinaria, a colori, quella del pompiere Mario Trematore che, con il volto stravolto, porta in salvo sulle spalle la teca della Sindone appena strappata alle fiamme e al crollo della cappella.

Il giorno dopo, la foto ci fu richiesta dai giornali di mezzo mondo e Trematore divenne l’eroe di quella drammatica notte. 

Il trucco per liberare la memoria nell'iPhone

Enrica Iacono - Ven, 25/11/2016 - 13:38

Sembra un controsenso, eppure per avere più spazio nel telefono basta scaricare un'applicazione più pesante



I "malati di iPhone" saranno felici di sapere che, per recuperare spazio nella memoria degli iPhone basta oggi scaricare un'applicazione molto pesante invece di cancellare video, foto e applicazioni.
Si, è proprio così. Secondo quanto riporta l'Indipendent, infatti, quando l'iPhone inizia a segnalare il poco spazio presente sul telefono, bisogna andare nell'App Store e scaricare un'applicazione molto pesante. All'avvio del download lo smartphone inizierà a ripulirsi eliminando lo spazio non utilizzato che occupa la memoria.

L'incubo dei pochi giga a disposizione sembra dunque quasi finito e per controllare l'effettiva pulizia della memoria basta andare su "Generali", "Utilizzo" e "Gestisci spazio".

Navarro-Valls «A Cuba il Natale era a giugno. Il Papa lo convinse e Fidel Castro lo rispostò»

Corriere della sera

di Luigi Accattoli

Da Giovanni Paolo accettò in dono un piccolo crocifisso. È stato un dittatore ma, come disse il Pontefice del Che, voleva servire i poveri in buona fede

Giovanni Paolo II e Fidel Castro all’Avana nel 1998 (Ap)
Giovanni Paolo II e Fidel Castro all’Avana nel 1998 (Ap)

«Il momento più cordiale fu quello dell’incontro del Papa con la famiglia Castro, il 23 gennaio che era il secondo giorno della visita. “Mio fratello Raúl” diceva Fidel e poi “mia sorella Augustina che vorrebbe abbracciarla come si fa a Roma”. “Facciamolo” dice il Papa e l’abbraccia e lei scoppia in lacrime»: così Joaquín Navarro-Valls inizia il suo raccolto sulla visita di Giovanni Paolo II a Cuba nel gennaio del 1998, per la quale svolse un ruolo diplomatico oltre che di portavoce.

Dell’incontro a due Papa-Fidel lei seppe qualcosa?
«Giovanni Paolo II era molto riservato sui colloqui personali. Mi raccontò soltanto che alla fine del colloquio mise la mano in tasca, ne trasse un piccolo crocifisso e glielo diede come un dono personale. Mi disse che Fidel l’aveva accettato».

Quel Castro colloquiale che presenta la famiglia al Papa era una scoperta per il Vaticano?
«Era una scoperta. Da lontano c’era freddezza e difficoltà di intesa su tutto, da vicino ci fu subito calore ma il grosso delle difficoltà era destinato a restare. Avevo già avuto due colloqui con Fidel ed ero preparato a sentirlo dire al Papa, durante l’assalto dei fotografi, al Palacio de la Revolucion: “Ci dovrebbero pagare per questa posa e non ci pagano nulla” e il Santo Padre che gli rispondeva: “È un vero peccato”».

Quante volte ha incontrato il líder máximo?
«Tre volte: tre mesi prima della visita, alla vigilia della stessa e all’incirca otto mesi dopo. Quando andai a preparare la visita fui accolto con finezza e trattenuto a cena e a colloquio per oltre sei ore fino alle due di notte. “Io non fumo più — mi disse — ma permetta che le offra in dono questi sigari Avana”».

Com’era Castro a tavola? «Molto sobrio, erano soprattutto gli ottimi frutti di Cuba che mangiavamo, ma non mancò un finissimo vino spagnolo in omaggio alla mia nazionalità: un rosso Vega Sicilia. Mi colpì la sua grande curiosità: mi chiese se pensavo possibili forme di vita simili alla nostra al di fuori del sistema solare, per esempio. A Benedetto XVI durante il colloquio che ebbero in occasione della visita del marzo del 2012 chiese dei libri e il Papa gliene mandò cinque da Roma, tra i quali tre suoi: Introduzione al cristianesimo e i primi due volumi su Gesù».

Che questioni trattaste nell’incontro che ebbe carattere preparatorio della visita papale? «Si parlò di tutto. Come la gente poteva raggiungere i luoghi delle celebrazioni, la copertura televisiva degli eventi, il visto per preti e religiosi stranieri che erano in lista d’attesa per entrare a Cuba. “Quanti dovrebbero essere?” chiese di colpo. Io non ero preparato e dissi: “La metà della lista”. Rapidamente si ebbero quei visti che erano forse più di cinquanta».

Che altro ottenne il Papa? «Il rilascio di un certo numero di detenuti, il ristabilimento della festa del Natale, qualche migliore accoglienza di richieste per edifici e pubblicazioni ma non molto di più. Il Natale era stato spostato a giugno perché non intralciasse la zafra, cioè il taglio della canna da zucchero e fu riportato al 25 dicembre: è forse il risultato più significativo. In occasione dell’ultimo incontro mi espresse la sua ammirazione: “Voi che gli state vicino dovete avere cura di quest’uomo” mi disse».

Come lo vede, ora che è nella storia?
«Il giudizio politico è controverso. In uno dei colloqui mi aveva detto che la sua rivoluzione non aveva versato neanche una goccia di sangue di un prete: e se la paragoniamo, quella rivoluzione, a quella messicana o a quella spagnola, questo fatto gli va riconosciuto. Ma certo è stato un dittatore che ha usato anche la pena di morte per la sua rivoluzione. Non ha colto la novità portata da Gorbaciov e neanche l’opportunità che gli offriva la visita papale. Ma faccio mia, in conclusione, una frase che Giovanni Paolo II disse una volta su Che Guevara: “Io sono convinto che egli volesse servire i poveri in buona fede”».

La verità sull’olio di palma

Giuseppe De Lorenzo

olio

Da Kuala Lumpur. L’olio di palma va guardato dall’alto. Dal cielo di Kuala Lumpur. Solo sorvolando le centinaia di migliaia di ettari di terra dedicati alla sua coltivazione si capisce che la Malesia è il fortino della produzione mondiale di questo alimento così controverso. Il secondo produttore al mondo dopo la vicina Indonesia: distese immense, campi regolari e simmetrici, belli come sono belle le colline del centro Italia inondate di olivi e di viti. Solo immensamente più grandi e produttivi: dalla Malesia parte il 39% dell’olio verso le industrie mondiali che producono cibo, dentifrici, detergenti, cosmetici e prodotti farmaceutici. Ed è su questo fortino in Asia orientale che si combatte l’assedio più cruento di tutti: quello del boicottaggio.

Da qualche anno infatti l’olio di palma è finito sul banco degli imputati con l’accusa infamante di essere il più dannoso tra gli ingredienti alimentari che arrivano sulle nostre tavole. Un’insinuazione portata avanti dai produttori di oli concorrenti, Ong in cerca d’identità e partiti politici orfani di battaglie ideologiche da combattere. Accuse («è cancerogeno», «causa il disboscamento del pianeta») che però non corrispondono al vero.

Eppure in Europa si è ormai creato un mito negativo duro da abbattere. «Non capisco per quale motivo ce l’abbiate tanto con la palma», dice Yusof Basiron, Ceo del Malaysian Palm Oil Council. «Qui migliaia di persone vivono grazie a questo settore economico che con i vostri boicottaggi rischia di avere ripercussioni non indifferenti». Già, perché per i malesi l’olio di palma è soprattutto fonte di sostentamento: tra industria e indotto lavorano più di 860mila persone per un mercato che vale 8,1 miliardi di dollari e si è espanso, appunto, a macchia d’olio. Nel 1960 il governo avviò una massiccia opera di conversione agricola nazionale dal caucciù alla palma. «

Ora non possiamo più farne a meno», ammette candidamente Sabran, contadino di 67 anni, uno dei circa 300mila piccoli agricoltori che oggi possiedono il 40% dei terreni coltivati a olio di palma, con appezzamenti tra i 4 e i 40 ettari che producono circa 18 milioni di tonnellate di olio all’anno. Dal 1956 la Federal Land Development Authority (Felda), nata per aiutare lo sviluppo della aree rurali, organizzando i contadini in cooperative, ha trasformato le baracche nelle piantagioni in villaggi con case, negozi e luoghi d’aggregazione. Poi alcuni decenni fa gli agricoltori hanno comprato i terreni su cui lavoravano grazie a prestiti agevolati dallo Stato: un investimento che in 50 anni ha abbattuto il tasso di povertà dal 50% al 5%.

Nella sua casa col giardino nello Stato del Perak, Sabran sorride mentre spiega che grazie alle palme è riuscito a far studiare i suoi sette figli. «Prima eravamo poveri, ora non più. Ogni ettaro mi frutta circa 2.000 dollari all’anno». Una pianta vive 25-30 anni e produce in un anno circa 20 caschi da 30 kg l’uno. Quando poi diventa improduttiva viene abbattuta con una ruspa e sostituita da un innesto più giovane. A conti fatti le famiglie con meno di 5 ettari possono sperare in un reddito che oscilla tra i 4mila e i 12mila dollari, quando il salario medio annuale non supera i 2.400.

E si tratta di un mercato che rende bene anche ai lavoratori non qualificati. Perry Yadi, operaio 30enne indonesiano, prende un frutto arancione dal nocciolo bianco caduto in terra: «Quando si staccano vuol dire che è l’ora di raccogliere», spiega imbracciando un lungo bastone e tagliando con due colpi secchi il casco. Con 8 ore di lavoro al giorno per l’intera settimana, Yadi riesce a portare a casa fino a 2mila ringgit al mese. Circa mille in più dello stipendio minimo. Senza contare le ferie e la giornata di riposo garantite. «Boicottare l’olio di palma ci farà del male – conclude Sabran -. Ricordatevi che anche noi dobbiamo poter mettere il riso in tavola».

Nelle tavole della Malesia peraltro l’olio di palma non raffinato viene usato quotidianamente per condire l’insalata e cuocere dei dolciastri popcorn. Nessuno crede sia dannoso e nessuno si sognerebbe di farne a meno. Un principio che vale a Kuala Lumpur, città con l’aspirazione di somigliare a una capitale occidentale, così come a Sandakan, piccola e selvaggia cittadina sul Borneo dai vicoli stretti e le strade dissestate. Qui, e non è poco, si respira l’aria salubre della foresta pluviale. In quest’isola la Malesia conserva la maggior parte delle terre coperte da foresta, nonostante i detrattori denuncino l’impatto ambientale catastrofico della deforestazione. Ma non è così.

Oggi il 67,5% delle terre malesi è ancora coperto da foresta tropicale e solo il 16% da palma da olio. Alberi, scoiattoli, oranghi: tutto è ancora in vita. Anzi: negli ultimi 15 anni la superficie forestale è aumentata, invece di ridursi. All’agricoltura è destinato appena il 23,9% della superficie totale (in Italia il 46,3%) e il governo si è impegnato a preservarne almeno il 50% sotto foresta con 5 milioni di ettari di aree protette. Per fare un confronto, l’Italia ha solo il 31% di zone boschive, la Gran Bretagna appena il 12%. Perché criticare gli altri se poi l’Europa fa di peggio?

Non vale certo solo per le piante, ma anche per la biodiversità. Una delle pubblicità più aggressive prodotte contro l’olio di palma mostra un uomo che, mangiando uno snack, provoca la morte di un orango. La deforestazione e gli incendi del Sud Est asiatico hanno sì messo in pericolo l’habitat di questa specie, ma non per colpa dell’olio di palma. Dei 21 milioni di ettari disboscati negli ultimi 25 anni in Indonesia solo 3 milioni sono stati occupati dalle palme. Il resto è servito ad altri scopi. «Stiamo cercando di educare la popolazione al rispetto dell’orango – spiega il responsabile del parco naturale di Sepilok -. Tempo fa era considerato un animale di compagnia: veniva uccisa la madre per poter crescere il cucciolo in casa.

Molte famiglie contadine ne avevano uno. A preoccupare è la mentalità locale, non le palme». Per produrre olio con criteri di sostenibilità ambientale e rispetto degli oranghi, la Malesia ha fatto proprie due certificazioni: una internazionale, l’Rspo, che riguarda i grossi produttori (20% della produzione con 12,1 milioni di tonnellate), e una locale, l’Mspo, che interessa i piccoli agricoltori. «Dobbiamo proseguire sulla strada delle certificazioni», afferma deciso l’ex ministro per l’Industria delle Piantagioni Douglas Uggah Embas.

Il vero problema è che nei prossimi anni serviranno tra le 30 e le 70 milioni di tonnellate di oli vegetali in più per soddisfare i bisogni energetici della popolazione mondiale. Su cosa investire, dunque? L’unica via percorribile sembra quella dell’olio di palma certificato. La palma infatti richiede meno terreni rispetto agli altri oli vegetali (colza, soia, girasole e oliva) e ha una produttività da 5 a 10 volte superiore. Da solo copre il 30,7% del fabbisogno globale usando appena il 5% dei terreni coltivati per gli oli e lo 0,32% delle terre agricole mondiali.

Secondo la Fao, un ettaro di terra genera 4 tonnellate di palma, 0,75 di colza, 0,39 di soia e appena 0,32 di oliva. Fatte le dovute proporzioni, se decidessimo di non consumare più olio di palma sostituendolo con altri oli, il consumo di terre crescerebbe esponenzialmente. Aumentando pure la deforestazione: un completo autogol. «La strada che state imboccando non è positiva né per l’ambiente né per la salute», conclude Embas. Puntellando le porte di quel fortino che dovrà lottare ancora a lungo per liberare l’olio di palma (e la Malesia) dalle malelingue.

Andy Garcia, l’attore racconta: «Una vita da esiliato per colpa di Castro. E il regime c’è ancora»

Corriere della sera

di Giovanna Grassi

L’attore: «Castro era accecato dalle sue idee e nessun revisionismo storico mi farà cambiare idea. Mai per il mio Paese mi sono sentito un figliol prodigo»

L’attore Andy Garcia (Reuters)
L’attore Andy Garcia (Reuters)

LOS ANGELES - Andy García, nato all’Avana nel 1956, naturalizzato cittadino statunitense da molti anni, dice d’un fiato: «Cuba e la sua cultura sono nel mio Dna, sono l’essenza della mia identità, ma non ho mai risparmiato critiche a Castro. Ho sempre detto che Cuba è stata tradita, mistificata, usata da Fidel. Un dittatore. Non una icona rivoluzionaria». L’attore (che ha sfiorato l’Oscar con Il Padrino III) ha girato un film da regista, The Lost City, proprio sulla Cuba di Batista e della presa del potere di Castro.

Una saga ispirata anche alla storia della sua famiglia...
«Avevo 5 anni quando mio padre decise di emigrare a Miami, come centinaia di esuli cubani. Per anni mi ha spaventato e fatto soffrire vedere su tante magliette l’immagine di Castro “salvatore”, quando, invece, ha distrutto l’economia del mio Paese. Ho portato dentro di me per anni il dolore dell’esilio della mia famiglia per colpa di quello che, ripeto, ho sempre considerato un cattivo condottiero».

Che ricordi ha di suo padre e della fuga a Miami in cerca di una nuova vita?
«Mio padre era stato un grande avvocato e un libero giornalista e pensatore. In America cominciò a lavorare come cameriere. Gli sono grato per il suo coraggio e perché ha dato a tutti noi figli il più autentico valore della libertà e la conoscenza di tanti nostri compatrioti dissidenti gettati in fondo al mare, dopo essere stati uccisi e aver sofferto nelle prigioni. Castro era accecato dalle sue idee e nessun revisionismo storico mi farà cambiare idea».

Si è mai sentito un figliol prodigo?
«Posso solo dire che tutta la mia vita è stata segnata dalla nostalgia per Cuba. Mai per il mio Paese mi sono sentito un figliol prodigo. Non ho mai creduto in questa rivoluzione. Penso che per anni e anni la mia splendida Cuba sia diventata un Paese amletico e ferito per colpa di due regimi, quello di Batista e quello di Castro».

Quanto si considera americano e democratico e quanto cubano e conservatore?
«Non mi piacciono queste etichette, comunque l’anima più autentica di Cuba ha sempre cercato la libertà. Il presidente Obama ha giustamente più volte ricordato le parole del poeta cubano Josè Martí: “Libertà è la condizione base per ogni uomo che voglia sentirsi ed essere onesto”».

Lei ha denunciato anche in televisione quelli che ha definito «gli eccidi di Castro»....
«Hanno causato spaccature ideologiche in diverse generazioni. Il sogno della rivoluzione ha segnato, più nel male che nel bene, tante identità. Tanti giovani si sono uccisi per questo. Ho rifiutato molti commenti quando Obama con una cosiddetta “nuova era” decise di ripristinare le relazioni tra Cuba e Stati Uniti dopo colloqui con Raúl Castro e ho taciuto su alcuni appelli di papa Francesco».

Che cosa vuole dire oggi? «Quello che ho sempre ripetuto: tornerò a Cuba quando finirà il regime e il mio popolo non sarà più oppresso. L’America mi ha offerto la libertà, le sarò sempre grato».

In tanti la pensano diversamente, anche fra i «latinos» in Florida o in California… «Spero che si avvicini la libertà per il popolo cubano ma le diramazioni del potere di Castro sono infinite. Anche se siamo lontani dagli anni Sessanta che hanno ingiustamente idealizzato Fidel trasformandolo in una sorta di Robin Hood».

Retrogaming, scoppia la passione per i videogiochi del passato

La Stampa
flavio bianco

Gratis online è possibile giocare a migliaia di giochi che hanno fatto la storia dell’intrattenimento videoludico. Un settore su cui aziende come Nintendo stanno cominciando a investire sempre di più



Con l’uscita di Pokémon Go è tornata la Pokémon mania, ma la passione per i vecchi videogiochi esiste da tempo e ha un nome: retrogaming. Atari, Commodore, Super Nintendo, Sega Mega Drive sono solo alcuni dei computer e delle console usciti tra gli anni Settanta e Novanta. Oggi basta collegarsi a un qualsiasi sito di retrogaming, ed è possibile giocare ai videogiochi di quegli anni. Platform come Super Mario Bros o Sonic the Hedgehog richiedono quantità di memoria molto più basse rispetto agli standard attuali, e possono girare su qualsiasi computer. La difficoltà di quei titoli, poi, ne aumentava notevolmente la longevità. Le vite a disposizione erano poche, e superare un livello di gioco poteva richiedere settimane, se non mesi. Elementi che sono andati persi con le nuove generazioni di giochi e che vengono apprezzati da vecchi e nuovi giocatori.

MAME32 E VIZZED: DUE ESEMPI DI RETROGAMING
MAME32 è un emulatore per arcade, i cabinati dei bar e delle sale giochi. Il creatore del progetto MEME (acronimo di Multiple Arcade Machine Emulator) è lo sviluppatore di software italiano Nicola Salmoria, che dal 2012 realizza puzzle game per Apple. Lo scopo del MAME, oltre a dare la possibilità di giocare con titoli come Cadillacs and Dinosaurs, Metal Slug o Street Fighter II, è quello di preservare la storia dei videogame.

Vizzed è uno dei siti più popolari del settore. Fondata nel 2009 da David Auchampach, questa piattaforma consente di recuperare giochi come Pong del 1972, fino ad arrivare al più recente Metroid Fusion per Game Boy Advance. Non si tratta di un emulatore, ma di giochi che sono stati interamente trasposti sulla Vizzed Board. Giocare una partita costa dei vizz point, crediti che si ottengono registrandosi al sito, postando sul forum o recensendo i giochi. I problemi per Vizzed sono arrivati a marzo di quest’anno, quando i legali di Nintendo hanno intimato ad Auchampach di rimuovere oltre 2200 titoli, tra cui varie saghe di Super Mario, Castlevania, Zelda e Pokémon.

IL BUSINESS DELLA NOSTALGIA
In poco tempo il retrogaming si sta evolvendo in un’opportunità di mercato. In Giappone esiste Super Potato, una catena di negozi specializzata. Cartucce per Game Boy, pistole Zapper, gadget di Link e Super Mario: nel palazzo che sorge nel quartiere di Akihabara, a Tokyo, si può trovare tutto ciò che occorre a un retrogamer. E per approfondire ogni aspetto dei giochi vintage dal 2004, in Inghilterra, viene pubblicata a cadenza mensile la rivista Retro Gamer. In ogni numero analisi dettagliate sui titoli del passato e interviste ai programmatori degli anni Ottanta e Novanta.

Dallo schermo del pc a quello dello smartphone il passo è breve. Una delle prime aziende a investire sui retrogame è stata Square Enix, che ha riproposto per iOS e Android saghe storiche di giochi di ruolo come Dragon Quest e Final Fantasy , con versioni ottimizzate per i dispositivi mobili. 
E inoltre Nintendo ha appena lanciato il Nintendo Classic Mini NES, fedele riproduzione della console 8 bit, con trenta titoli inclusi; a metà dicembre uscirà l’app di Super Mario Run per iPhone e iPad. Ma anche Sega, vecchia rivale del colosso di Kyoto, per celebrare i 25 anni di Sonic ha messo in commercio Sega Mega Drive 25th Sonic Anniversary Edition, riedizione della storica console a 16 bit con 80 giochi preinstallati.

In futuro, c’è da scommettere, altre software house riproporranno titoli di qualche decennio fa, perché trasformare la nostalgia in business è facile e rende parecchio.

Facebook e Twitter sugli insulti in Rete: “Così bloccheremo i messaggi d’odio”

La Stampa
bruno ruffilli

Ecco il piano dei social: segnalazioni degli utenti, filtri, team dedicati. Basterà?


Il caso degli insulti in rete è stato sollevato dalla presidente della Camera Laura Boldrini che ha pubblicato i messaggi osceni ricevuti

Per buona parte della popolazione mondiale, Facebook coincide con internet: ci sono notizie vere e false, foto, video, chat, musica, affari, gattini. E insulti, violenze verbali e discriminazione. «Facebook - osserva però un portavoce - non tollera espressioni di odio, bullismo o altri tipi di molestie sulla piattaforma. Prendiamo molto sul serio la questione della sicurezza delle donne. Lavoriamo in stretta collaborazione con i partner e le istituzioni per creare uno spazio sicuro dove tutti possano comunicare».

Analoga la posizione di Twitter: «Le nostre regole proibiscono chiaramente tali forme di molestie. Questi comportamenti non sono accettabili e la società li condanna nella maniera più assoluta», spiega Sinead McSweeney, VP of Public Policy per Europa, Asia e Medio Oriente. «Recentemente abbiamo potenziato le funzionalità del prodotto in modo che tutti i titolari di account Twitter possano controllare meglio la loro esperienza individuale sulla piattaforma, aggiornando mute e blocco e introducendo opzioni di segnalazione di contenuti più efficaci».

Al di là delle dichiarazioni di intenti, però, esistono ancora delle differenze tra uno spazio libero dove ci si scambiano idee, si comunica e si lavora, e un’attività commerciale governata da regole e leggi proprie. Così il concetto di libertà e di censura diventa elastico, per adattarsi alle richieste di Paesi come Turchia. Pakistan, Russia. O della Cina, dove l’azienda di Zuckerberg è bannata dal 2009, ma potrebbe tornare a breve: secondo il New York Times a Menlo Park si studia uno strumento che permetterebbe alle autorità della Repubblica Popolare di decidere cosa può apparire nel newsfeed.

Più volte la presidente della Camera Laura Boldrini ha incontrato i rappresentanti di Twitter e di Facebook (nel marzo del 2015 e nell’ottobre di quest’anno; un altro meeting ci sarà la settimana prossima). «Ci hanno detto che il loro impegno è di facilitare la cancellazione del messaggio violento. Ma il messaggio violento - rileva Boldrini - anche se lo cancello, circola comunque. Non può essere questo il modo di affrontare un tema così profondo e grave». Per combattere le espressioni di odio, discriminazione razziale o sessuale, bullismo e altre forme di molestie, Facebook e Twitter si affidano infatti alle segnalazioni dei membri della comunità.

A elaborare le richieste ci sono poi vari team dedicati, che valutano se cancellare il contenuto considerato offensivo ed eventualmente sospendere l’account dell’autore. Il team italiano di Facebook si trova a Dublino, mentre a Berlino 200 persone supervisionano i post in lingua tedesca. E proprio in Germania il Ceo e altri top manager sono sotto inchiesta, accusati di incitamento all’odio razziale per non aver rimosso dei post segnalati come offensivi. «Facebook non è impossibilitata a soddisfare le richieste, semplicemente non vuole farlo», ha spiegato a La Stampa l’avvocato Chan-jo Jun, autore della denuncia che ha dato il via all’indagine. «Non c’è stata sufficiente pressione politica contro l’azienda».

Quella pressione che ha invece costretto Zuckerberg a rinunciare, per ora, alla condivisione di dati tra Whatsapp e Facebook, ottemperando a una richiesta dell’Unione europea. E ha mostrato che le leggi nazionali e comunitarie possono avere efficacia anche nel social network più grande del mondo: così, prima ancora che arrivino le regole invocate dalla Boldrini, chi è oggetto di post calunniosi, sessisti o razzisti su Facebook (e altrove nel web) può già denunciarne gli autori, anche in Italia.