domenica 27 novembre 2016

Il mito di Castro e la negazione della realtà

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

Gli intellettuali di sinistra hanno chiuso gli occhi per credere all’utopia comunista e non vederne le ombre


Nei cuori dei suoi adoratori d’Occidente, Fidel Castro non era un essere umano in carne e ossa, ma un mito, un idolo, una figura onirica. Era l’Utopia dei Caraibi. Rousseau al potere. La poesia del socialismo tropicale. La fantasia dell’«uomo nuovo» che si incarna tra le acque coralline e la sabbia candida.

Era la nuova frontiera di un sogno rivoluzionario che fosse attraente e allegro, non il grigiore lugubre della caserma sovietica uscita dal mito o l’ascetismo conventuale del pauperismo maoista. Diceva Alberto Ronchey che Castro «non scrive, tiene lunghi discorsi nei quali discioglie pensieri e problemi. Non s’affida quasi mai al mezzo gutenberghiano, lascia fluide le parole con i loro suoni». La parola scritta congela i pensieri, li fa misurare con la durezza della realtà. Il romanticismo dei castristi ignora la realtà.

Si lascia abbracciare dal fluido ipnotico delle parole. Se si misurasse con la realtà sarebbe costretto a scoprire che il socialismo dei Tropici è una prigione a cielo aperto, e l’esotismo è un velo per nascondere atrocità da dittatura. Gli scrittori e gli intellettuali che si sono fatti catturare dalla fantasia castrista hanno messo da parte la realtà per idolatrare il loro mito. I dissidenti in galera sono stati ignorati. Gli esuli che pure erano stati al fianco di Fidel Castro nell’epopea della Sierra Maestra messi in un angolo.

Carlos Franqui, un grande rivoluzionario che ha avuto il torto di dissentire dalla stretta repressiva del regime, è stato costretto ad espatriare e nei circoli progressisti del mondo il suo nome è sparito (solo i socialisti di Bettino Craxi e i Radicali in Italia si sono accorti di lui). Gabriel Garcia Marquez, Susan Sontag, Jean-Paul Sartre e altri meno celebri venivano omaggiati nelle manifestazioni dell’Avana, ma non spesero una parola di solidarietà per gli scrittori perseguitati. Ha scritto Hans Magnus Enzensberger, che pure ha fatto parte della folta schiera dei «pellegrini politici» che avevano preso Cuba come meta privilegiata di turismo rivoluzionario:

«All’Avana incontrai alcuni comunisti negli hotel per stranieri che non avevano la più pallida idea che nei quartieri operai la popolazione doveva fare la fila di due ore per un pezzo di pizza, nel frattempo i turisti, nelle loro stanze d’hotel, discutevano di Lukács». Quando un prigioniero politico, Orlando Zapata Tamayo, si è lasciato morire in carcere dopo 85 giorni di sciopero della fame per protestare contro le condizioni inumane in cui il regime di Castro ha costretto i dissidenti, non un parola di pietà si è alzata dai sostenitori dell’esotismo socialista a Cuba.

Nel 2005, al termine di uno dei processi farsa con cui la dittatura amava procedere alle sue «epurazioni», le squadracce del regime trascorsero una notte a malmenare i dissidenti che protestavano, Gianni Vattimo ebbe l’ardire di scrivere che «il popolo, indignato con atti di tradimento così sfacciato, è intervenuto con la sua espressione di fervore patriottico»: nessuno si indignò in Italia per queste enormità, molto cool. Attorno alla figura di Castro si creò tra gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori, una corrente miracolistica che stingeva molto spesso nella collaudata retorica del culto della personalità.

Per Sartre Castro e Che Guevara, proiettati verso il paradiso del socialismo da realizzare, erano sempre svegli e vigili: «Il dormire è per questi uomini una routine dalla quale si erano più o meno liberati». E qualcosa di questa insonnia rivoluzionaria doveva essere vera se perfino Paolo Spriano, durante un suo viaggio a Cuba in cui pure non lesinò larvate espressioni critiche per una rivoluzione in cui l’Internazionale stava per «trasformarsi in un ritmo ballabile», aveva scritto: «

Qui non dorme nessuno, si direbbe». Nell’epopea castrista sono da ricordare i film di propaganda di Michael Moore, le interminabili interviste devote di Oliver Stone e di Gianni Minà in cui Castro poteva sfogarsi nei suoi comizi fluviali, Norman Mailer che vedeva in Castro la «dimostrazione che esistono degli eroi nel mondo», «il fluire della vita nelle vene», «come se il fantasma di Cortés fosse apparso nel nostro secolo cavalcando il cavallo bianco di Zapata».

E la realtà? Non doveva esistere. Se veniva incarcerato come controrivoluzionario il poeta Heberto Padilla, che per essere liberato avrebbe dovuto sottoscrivere una «confessione» in cui ammetteva di aver avuto contatti con K.S.Karol un comunista onesto e coraggioso che denunciava apertamente la repressione del regime, lo scrittore García Márquez non rinunciava alle sue cerimonie con Castro. O se incarceravano per 19 anni Armando Valladares, o il regista Amaro Gomez, condannato a 8 anni di carcere per essersi procurato clandestinamente una copia dell’Arcipelago Gulag di Solženicyn.

E non esistevano nemmeno nel mito i «maricones», gli omosessuali «immorali» rinchiusi nei campi di lavoro forzato ribattezzato dalla fantasia guevarista Umap, Unità Militari di Aiuto alla Produzione. Il mito castrista non permetteva simili, fastidiose incursioni della realtà. Hasta siempre.

Come indaga (con poche risorse) l’Italia contro il cybercrime, tra cifratura, Tor e trojan

La Stampa
carola frediani

Un attivista ha ottenuto i documenti con cui 12 Stati europei spiegano come fanno cyber indagini, che problemi hanno e cosa vorrebbero. Tra tentazioni di backdoor e nuove leggi.



Forze dell’ordine e inquirenti italiani si imbattono spesso in computer, smartphone e dispositivi cifrati, nel corso delle loro indagini. E sul fronte delle attività online ritengono che il problema principale sia la «mancanza di tracciabilità per le connessioni Tor» - il più diffuso software per la privacy e l’anonimato - così come per le «transazioni in Bitcoin», la nota moneta elettronica.
L’intercettazione di comunicazioni cifrate - scrivono ancora le autorità italiane - viene fatta principalmente attraverso l’uso di trojan, cioè di software (detti anche captatori informatici) che

infettano un dispositivo e acquisiscono i dati alla fonte, prima che questi siano «blindati» e inviati. E tuttavia, una delle maggiori difficoltà consiste nell’installazione da remoto del trojan sul dispositivo dei sospettati, specie nel caso in cui si tratti di un «noto brand» (non viene citata esplicitamente, ma il riferimento è probabilmente alla Apple e al suo iPhone, su cui torniamo dopo). Non solo: chi ha scritto il documento ritiene che le leggi potrebbero essere più efficaci se gli indagati avessero l’obbligo di fornire alle autorità la password o la chiave per decifrare (Un obbligo che oggi non esiste, ovviamente, perché la legge italiana - come quella di molti altri Stati - prevede il diritto di non autoincriminarsi).




LE RISPOSTE DEGLI STATI AL CONSIGLIO UE
Quelle appena riportate sono alcune delle osservazioni contenute in un documento inviato dall’Italia al Consiglio dell’Unione europea, dove si incontrano i ministri nazionali per coordinare le politiche. Il Consiglio infatti aveva mandato agli Stati membri un questionario interamente dedicato al tema della «cifratura dei dati» nelle indagini criminali. Tema che era già emerso a un incontro informale dei ministri della Giustizia lo scorso luglio a Bratislava, e a cui la presidenza slovacca del Consiglio dell’Unione europea ha dato seguito inviando una serie di domande ai vari Paesi per raccogliere le rispettive posizioni. Materiale che dovrebbe essere la base di partenza per un nuovo incontro proprio a dicembre.

Finora sono divenute accessibili (in alcuni casi in modo parziale) solo le risposte di 12 Paesi - tra cui l’Italia - grazie a una richiesta di accesso fatta dall’attivista danese Rejo Zanger per conto della Ong sui diritti digitali Bits of Freedom. Mentre le risposte degli altri Paesi non sono state ancora rese pubbliche.

DIVERSE POSIZIONI SU BACKDOOR E NUOVE LEGGI
Cosa emerge da questa prima parziale fotografia? Che la crittografia è considerata una sfida per gli inquirenti e le forze dell’ordine dei Paesi membri. Anche se ben cinque Stati dichiarano di incontrarla raramente nelle loro indagini. In ogni caso quasi tutti concordano sulla necessità di scambiarsi e sviluppare conoscenze e strumenti al riguardo. Ma per il resto le posizioni sono differenti. La Polonia ad esempio è la più esplicita nel richiedere delle backdoor, delle «porte di servizio», cioè degli accessi privilegiati a dispositivi e software per le forze dell’ordine a discapito della crittografia forte.

Di fronte alla domanda su quali misure dovrebbero essere adottate a livello europeo, i polacchi parlano infatti della «necessità di incoraggiare i produttori hardware/software a inserire delle backdoor per le forze dell’ordine o a indebolire la crittografia». Di parere invece nettamente opposto è la Germania. «Una legge che proibisca o indebolisca la cifratura delle telecomunicazioni e dei servizi digitali è da escludersi, al fine di proteggere la privacy e i segreti industriali». Che tradotto vuol dire: la crittografia forte protegge non solo i criminali, ma anche i cittadini comuni e gli affari.

Ungheria, Lettonia, Croazia e Danimarca, pur senza parlare né di backdoor né di indebolimento della crittografia, auspicano nondimeno nuove leggi a livello europeo. Non è chiaro cosa dovrebbero regolare però. In alcuni casi sembrano riferirsi alla possibilità di accedere più facilmente ai dati ospitati nel cloud in un altro Paese dai vari operatori di servizi online. O avere una cornice di azione comune per indagini informatiche, scrive l’Italia. Ad ogni modo la Svezia non le vuole, la Finlandia nemmeno (di sicuro non ora, è il messaggio), la Repubblica ceca non si capisce (la parte al riguardo è stata cancellata) e la Gran Bretagna – che

ha appena passato una legge molto controversa, l’Investigatory Power Act, che amplia la sorveglianza delle attività online dei britannici - dà una risposta democristiana. Anche se a leggere fra le righe si intravede la tentazione di metterci le mani in qualche modo sulla crittografia. La risposta inglese auspica infatti «un approccio collaborativo con partner internazionali e l’industria in modo che la cifratura continui a tenere al sicuro i dati delle persone senza permettere a seri criminali di operare oltre il raggio d’azione delle forze dell’ordine».

ITALIA, CIFRATURA E TROIAN
Tornando alla posizione italiana, le risposte dichiarano che nelle indagini la cifratura viene incontrata spesso. «Molti servizi online (90%) sono ora disponibili su protocollo Https», è scritto. «I dispositivi hanno app native cifrate. Per quanto riguarda la cifratura online, l’ostacolo principale è la mancanza di tracciabilità delle connessioni Tor e delle transazioni Bitcoin». Invece, «per quanto riguarda la cifratura offline, il problema è soprattutto con una maggiore azienda produttrice di dispositivi». Il riferimento è probabilmente agli iPhone di Apple, come mostrato dallo scontro tra la casa di Cupertino e l’Fbi, anche se i federali hanno poi trovato modo di accedere allo smartphone oggetto del contenzioso con l’aiuto di una azienda terza.

Altri passaggi delle risposte italiane: «L’intercettazione di dati cifrati è permessa attraverso la tecnica dell’inoculazione di un trojan, per cui occorre l’autorizzazione di un magistrato» (sul tema captatori ne avevamo scritto in passato). A questo proposito viene anche accennata, tra le maggiori preoccupazioni, la «difficoltà nell’installare da remoto sul dispositivo del sospettato il trojan per le intercettazioni, specialmente in riferimento a una delle maggiori marche». Anche qui il riferimento sembra essere all’iPhone.

L’installazione da remoto di trojan sull’ultimo modello/sistema operativo del telefono di Apple è considerata più difficile dai ricercatori del settore, come dimostrato anche dai prezzi di mercato più alti per sue vulnerabilità specifiche (vedi la storia dell’attivista Ahmed Mansoor di cui avevamo parlato già negli scorsi mesi). La società Zerodium, ad esempio, offre fino a un milione e mezzo di dollari a chi riesca ad eseguire il jailbreak remoto dell’iPhone, cioè a disabilitare da lontano i sistemi di protezione del telefono per installare un malware.

Il documento italiano dichiara anche che le «legislazioni nazionali potrebbero essere più efficaci se ci fosse l’obbligo per i sospettati o accusati di fornire alle forze dell’ordine le password o le chiavi per decifrare», pur riconoscendo alcune righe sopra che questo non è possibile nel nostro Paese. E nemmeno in molti altri Stati europei, come per altro evidenziato dai vari documenti nazionali, che prevedono il diritto di non autoincriminarsi.

IL PARERE DEGLI ESPERTI
«Confermo il fatto che durante le indagini a supporto dell’Autorità Giudiziaria ci imbattiamo sempre più spesso in problematiche legate alla cifratura», commenta a La Stampa Paolo Dal Checco, esperto di informatica forense dello studio DiFoB. «Raramente sui computer, ogni tanto sui dischi esterni, quotidianamente invece sui cellulari. Non parliamo soltanto della casa produttrice di Cupertino. Ora anche Android, con la sua ultima versione, cifra i dati dell’utente senza che questi se ne accorga, rendendo così più difficile il lavoro degli investigatori.

Windows Phone lascia ancora la scelta all’utilizzatore, ma permette di criptare l’intero contenuto dello smartphone in modo sicuro». D’altra parte, prosegue Dal Checco, «guarderei con una certa diffidenza proposte di backdoor o indebolimento di algoritmi o protocolli crittografici, perché questo aprirebbe la strada a pericolose evoluzioni che porterebbero più svantaggi che vantaggi».
Di parere simile anche un altro noto esperto di informatica forense, Mattia Epifani. «Sicuramente la cifratura si estenderà sempre di più e questo da un punto di vista strettamente investigativo sarà un problema», commenta a La Stampa.

«Ma nello stesso tempo proprio la cifratura rende la nostra vita digitale, e i nostri dati, più sicuri. Per quanto riguarda i captatori (i trojan), è vero che su iPhone è allo stato attuale complicato perché fondamentalmente non ne esistono in grado di funzionare su tutti i dispositivi, soprattutto quelli più recenti. Ma esisteranno sempre gli zero day, vulnerabilità con cui si possono violare: quindi il problema è più di risorse a disposizione degli investigatori e degli Stati, risorse che alcuni hanno e altri no. Comunque, anche gli altri sistemi operativi (Android in primis) stanno aumentando il loro livello i sicurezza e quindi anche qui diventerà sempre più complicata l’inoculazione del trojan».

MANCANZA DI RISORSE
In generale, le risposte dei dodici Stati «mostrano che la questione principale è la mancanza di accesso a soluzioni tecnologiche», commenta a La Stampa Rejo Zanger, l’attivista che ha fatto la richiesta dei documenti. «Certo, a volte la polizia incontra una cifratura che proprio non riesce a rompere. Ma il problema vero è che, anche quando la tecnologia per farlo esiste, spesso alcune forze dell’ordine non vi hanno accesso». Insomma, il punto è «la mancanza di risorse finanziarie e umane».

La disponibilità di una cifratura forte è essenziale per proteggere le infrastrutture e comunicazioni digitali, prosegue Zanger. E quindi la questione di come fare le indagini non va affrontata indebolendo la crittografia, minando così la sicurezza di tutti, ma semmai con maggiori investimenti nel settore. «L’idea di avere backdoor native è una follia», commenta ancora Epifani. «Nessuno comprerebbe più un prodotto che le ha e comincerebbe a crearsi un mercato alternativo con lo slogan: Prodotto X privo di backdoor. Invece, una normativa/accordo a livello internazionale che permetta alle forze di polizia di accedere in modo più semplice e veloce ai dati conservati dagli operatori sarebbe molto utile».

Quanto costano e come rendono le grandi fiction Rai e Sky: dai “Medici” a “The young pope”

La Stampa
paolo festuccia

La riscossa della fiction: alle donne «Che Dio ci aiuti», agli uomini «Don Matteo»



Sono tante e sempre di più. Attraversano generi e pubblici diversi. Costano molto ma rendono tanto. La fiction italiana è tornata di gran moda. Dall’autunno 2015 alla primavera del 2016 sono state trasmesse in prime time ben 22 serie televisive con un ascolto medio di circa 4 milioni e mezzo di share. Fuori dal computo, ovviamente, il successo dei «Medici» targato dal Lux Vide e «The Young Pope» di Sky. Ma al di là di queste ultime due produzioni internazionali il racconto italiano - come pure ha sottolineato recentemente il più importante giornale economico francese Les Echos - sta vivendo una grandissima stagione: in Italia ma soprattutto anche all’estero. Del resto basta citare i grandi successi di Gomorra e The Young Pope per scommettere che anche la saga dei «Medici» della Lux venduta già in mezzo mondo farà altrettanto.



Ma perché la fiction è tornata così al centro dei palinsesti televisivi?

Innanzitutto - come sostengono autorevoli studi - il vantaggio di investire in fiction è giustificato da un lato dalle aspettative di audience della prima visione e dall’altro dall’elevata replicabilità e sfruttamento del prodotto. Se a questo si aggiunge che il valore medio stimato di costo è di circa 620 mila euro l’ora, allora,si comprendo anche meglio l’attenzione che i grandi network televisivi riversano sul seriale. Un seriale di qualità - come alcuni prodotti della Rai e di Mediaset - ma anche un seriale molto internazionale come ha dimostrato di saper fare Sky a cominciare da «Romanzo Criminale», passando per «Gomorra» fino ad arrivare all’ultimo lavoro di Sorrentino sul Papa. Ma c’è anche un altro tema che ha portato alla riscoperta della fiction: l’assenza dei grandi format di intrattenimento. I tempi del boom di reality come «Il Grande fratello» sono lontani e così i grandi broadcaster internazionali non trovando sul mercato format innovativi e vincenti scommettono sempre di più sulla serialità che ha il vantaggio di essere commercializzabile ed esportabile.



I maggiori successi nella Tv generalista

In cima alla piramide c’è Don Matteo (13 serate con oltre 7 milioni e mezzo di spettatori, 29,4 % di share) prodotto dalla Lux del compianto Ettore Bernabei così come «Non dirlo al mio capo» che con oltre 6milioni di share medio si piazza al secondo posto; al terzo «Il commissario Montalbano» prodotto dalla Palomar con il 22,5% di share. Fuori dal pacchetto (perché è stata trasmessa lo scorso ottobre) c’è la fiction dei «Medici» con oltre il 27% di share. Un successo di poco inferiore alla partita Italia-Spagna (31% di share) valevole per la qualificazione ai mondiali di calcio.



Chi guarda le fiction

Al di là dei numeri quello che maggiormente colpisce del racconto italiano è la capacità di attraversare pubblici e generi diversi e fasce di età disomogenee. Un prodotto, insomma, che unisce e che è trasversale su tutte le piattaforme televisive italiane: dalla generalista alla pay passando per il web. E così, se le donne che guardano «Che Dio ci aiuti» (sempre Lux Vide 32,8% di share) il 25,1% degli uomini segue Don Matteo mentre il 42,1% dei giovani di età compresa tra i 12 anni e i 17 guarda «Braccialetti rossi» che è anche la serie con l’età media più bassa, 49 anni. Anche sul fronte Mediaset gusti e generi si intrecciano : gli uomini preferiscono «Squadra antimafia», le donne «L’onore e il rispetto».



Quanto costano e come rendono

Dati alla mano le fiction Rai che ha ottenuto un maggior numero di spettatori (Amr) rispetto ai costi sostenuti per serata è «Che Dio ci aiuti 3», seguita dal «Paradiso delle signore», «Don Matteo», «Un passo dal cielo», «Braccialetti rossi» e il «Giovane Montalbano». Queste produzioni messe insieme valgono circa 63milioni di euro per 55 puntate da 100minuti. Il costo di ognuna oscilla dai 450mila euro l’ora ai 675mila euro di Montalbano. Un dato che rapportano in minuti varia dai 9mila euro a puntata sino ai 13mial 500 euro.



Minor costo per punto di share

Anche in questo caso la fiction (ultimi dati disponibili) con minor costo per punto di share è «Che Dio ci aiuti 3» (39,9mila euro). Poi «Il paradiso delle signore» (42.234 euro), «Don Matteo 10» (42.574 euro); «Un passo dal cielo» (46.422 euro); «Braccialetti rossi» (50484 euro). Per chiudere con i dati: «Che Dio ci aiuti 3» è anche la fiction con il minor costo per spettatore (0,16 euro). Sul fronte Mediaset la seria di maggior successo di Canale 5 è stata «L’onore e il rispetto» seguite da «Squadra antimafia». Quest’ultima è stata anche la produzione di Canale 5 con l’età media più bassa, 46b anni, mentre quella con l’età media più alta è stata «Non è stato mio figlio».



Il modello Sky

Non c’è dubbio che il grande salto della fiction italiana arriva con Sky che inizialmente ha educato il suo pubblico al linguaggio delle serie internazionali portando in Italia successi come «Lost», «Desperate Housewives», «The Walking Dead», e poi ha cominciato a produrre localmente storie in linea con quel linguaggio capaci di essere «esportate» e «vendute» all’estero. L’esempio più eclatante di questa nuova visione è proprio «The young pope», con un budget di produzione che supera i 40milioni di euro di cui oltre 30 di arrivano dalla partecipazione di partner internazionali. Una vera novità se si tiene conto che prima di oggi la maggior parte degli sceneggiati italiani raccontavano solo storie italiane per la tv italiana.

Ora con Sky, nei fatti, il racconto italiano diventa un vero modello di esportazione. Un modello capace di attrarre investimenti e risorse grazie anche alle opportunità offerte dalla nuova legge cinema appena varata del governo che estende il tax credit anche alle serie tv, sostenendo storie universali come «The young pope» che convincono anche il pubblico italiano, la serie infatti si è chiusa con una media di 1milione e mezzo di spettatori a puntata, ovvero quattro volte di più della mitica «house of cards» di Kevin Spacey.

*Tutti i dati e le analisi sono di Barometro