lunedì 21 novembre 2016

Amazon fa causa a chi vende merce contraffatta sul suo portale

La Stampa
carlo lavalle



Giro di vite di Amazon contro la contraffazione. Per la prima volta, fa causa a chi vende prodotti falsificati sulla sua piattaforma. Il gigante dell’ecommerce ha avviato un’azione legale con due distinti procedimenti nello stesso tribunale dello Stato di Washington. In un caso, sono stati citati in giudizio i responsabili della vendita di una versione fasulla di Forearm Forklift, cinghia per il sollevamento di oggetti pesanti. Nell’altro, insieme all’azienda che produce gli originali, Fitness Anywhere, è stata intentata causa contro i presunti colpevoli della messa in commercio di falsi TRX Suspension Trainer, attrezzatura per il fitness.

La decisione di Amazon fa seguito ad un crescendo di lamentele avanzate da marchi piccoli e grandi sull’incremento incontrollato della contraffazione. Nel mese di luglio, ad esempio, il produttore di scarpe tedesco Birkenstock GmbH ha annunciato la sospensione delle vendite sul sito di Jeff Bezos a causa dei danni provocati da imitazioni e falsi all’azienda. Anche Apple, dal canto suo, ha denunciato la diffusione sulla piattaforma di accessori fasulli come caricabatterie e cavi.

Un’inchiesta della testata CNBC ha messo in luce, nei mesi scorsi, la gravità del fenomeno, dovuto soprattutto alla crescita dei venditori di terze parti su cui Amazon ha basato lo sviluppo del suo business.

Questa strategia commerciale, che ha portato ad un aumento di introiti e vendite, ha, tuttavia, dovuto scontare il prezzo della moltiplicazione della contraffazione. Data la situazione, Amazon è stata, dunque, costretta a correre i ripari, intensificando i controlli e migliorando la tecnologia di contrasto. Per evitare - come si legge nel documento a sostegno della causa legale presentata a Washington - che l’aggravarsi del problema possa minare la fiducia di clienti, venditori e produttori nella piattaforma e causare un danno irreparabile alla reputazione dell’azienda di Jeff Bezos.

De Luca: “Bindi infame, da ucciderla”

La Stampa

Il governatore della Campania: “Io dichiarato impresentabile? Fu un atto di delinquenza politica”. Scoppia la polemica. Il Pd: “Parole inaccettabili, si scusi”


LAPRESSE

«Quello che fece la Bindi è stata una cosa infame, da ucciderla. Ci abbiamo rimesso l’1,5%, il 2% di voti. Atti di delinquenza politica. E non c’entra niente la moralità, era tutto un attacco al governo Renzi». Così il governatore della Campania Vincenzo De Luca in un’intervista a Matrix, riferendosi alla presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, che lo aveva inserito nella lista dei «candidati impresentabili» poco prima delle elezioni regionali del 2015.

Il 29 settembre De Luca è stato assolto «perché il fatto non sussiste» dalle accuse legate alla vicenda del Sea Park, il parco marino mai realizzato a Salerno, processo per il quale l’Antimafia inserì il suo nome tra gli impresentabili. «Esprimo piena soddisfazione e rispetto per la magistratura. Oggi ci presentiamo a testa alta», scrisse dopo l’assoluzione su Twitter il presidente della Regione Campania.
Le frasi choc di De Luca infiammano il Pd. «Sono parole inaccettabili, piena solidarietà a Rosy Bindi, De Luca si scusi al più presto », dicono i vicesegretario del partito democratico Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani. «Nessuna polemica politica, per quanto aspra, o nessuna decisione, per quanto controversa, giustificano espressioni come quelle di De Luca riportate dai mezzi di informazione».

La vicenda degli «impresentabili» segnò un altissimo momento di tensione nel Pd. De Luca definì «infame ed eversiva» l’iniziativa della collega di partito, arrivando addirittura a presentare una denuncia-querela contro di lei, poi archiviata dal gip di Roma. Secondo l’ex sindaco di Salerno, Bindi aveva «danneggiato in maniera pesante e consapevole il Pd a 24 ore da un voto importante. Nei Paesi civili che si rispettano impresentabili sono coloro che hanno una condanna definitiva, e non quelli che stanno sullo stomaco a qualcuno».

Accuse «inaccettabili» secondo la presidente dell’Antimafia, che riscosse ampia solidarietà tra i colleghi di partito e chiese l’intervento degli organi interni di garanzia del Pd: «Le accuse che ci sono state rivolte non sono un fatto personale ma toccano il cuore delle istituzioni». De Luca ha parlato anche del leader del Movimento 5 stelle: «Da Grillo mi aspetto tutto. Anche che salgo sul carro di Trump. Ho un rapporto di odio e amore con lui: condivido il suo attacco a un sistema mediatico informativo fatto di imbecillità e falsità e, in qualche caso, di un uso violento della disinformazione. Sicuramente da lui non mi aspetto la coerenza - ha proseguito - se hai la villa a Genova, la villa a Marina di Bibbona, ti fai le ferie sulla Costa

Smeralda, vai a Malindi con la panza al sole e poi torni e fai il monaco trappista...non ci devi rompere le scatole. Aveva proposto di non dare più di 3.000 euro a ogni parlamentare e poi apprendo che Luigino Di Maio si mette in tasca 13.000 euro al mese netti e certifica spese elettorali in due anni per 110.000 euro per iniziative sul territorio...ma cosa ha fatto? Niente...Le cene, i pranzi, i manifesti...quello che fanno tutti quanti». «Voglio fare una battaglia di verità nei confronti dei grillini - ha aggiunto De Luca - perché ritengo che ci sia una contraddizione di fondo che deve esplodere. Nell’elettorato grillino c’è un elettorato progressista che vota per il disgusto nei confronti del Pd.

Queste forze, molte giovanili, voglio recuperarle perché sono forze sane. Contemporaneamente, i 5 Stelle esprimono componenti di estrema destra...a Roma la città è nella mani dell’estrema destra». 


Regionali, tra i 16 «impresentabili» c’è De Luca. Renzi a Bindi: “Usi l’Antimafia per regolare conti”
La Stampa


ANSA

«Candidabile ed eleggibile» per Matteo Renzi ma «impresentabile» per l’Antimafia di Rosy Bindi. C’è anche Vincenzo De Luca, aspirante Governatore Pd in Campania, nella lista dei candidati che per la loro storia giudiziaria non ottengono dall’Antimafia la patente di legalità. Dodici di centrodestra, quattro di centrosinistra: sono i politici che entrano per reati “spia” di mafia negli elenchi resi noti a poche ore dal silenzio elettorale. Il nome di De Luca innesca uno scontro durissimo tra Renzi e Bindi. La maggioranza Dem attacca la presidente della commissione, accusata di voler danneggiare il governo, mentre la minoranza si schiera a falange a difesa della sua esponente.

LO SCONTRO NEL PD
La lista è uno schiaffo sonoro a Renzi, che ancora al mattino, ignaro di tutto, dichiarava solenne: «Scommetto che nessun impresentabile, nessuno, verrà eletto». Nel Pd puntualmente va in scena l’ennesimo scontro interno. Nel mirino c’è Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia. Ernesto Carbone per primo la accusa di aver fatto tutto da sola, «violando la Costituzione e piegando la commissione antimafia a vendette interne di corrente partitica». A sera il premier si amareggia:
«Mi fa molto male che si utilizzi la vicenda dell’antimafia per una discussione tutta interna, per regolare dei conti interno al Partito democratico: l’antimafia è un valore per tutti, non può essere usata in modo strumentale». Ribatte la Bindi: «Giudicheranno gli italiani chi davvero usa le istituzioni per fini politici, ma certamente non sono io».

L’IRA DEL SINDACO
La rabbia di De Luca non tarda ad esplodere e il sindaco di Salerno annuncia una querela per la Bindi, «l’unica vera impresentabile», e la sfida per «sbugiardarla» in un pubblico dibattito. De Luca si avvinghia con ancora più forza a Matteo Renzi (chiamato in causa già ieri con un «per il premier la Severino è un problema superabile») e oggi afferma: «Mi pare evidente che questa campagna di aggressione, eccessiva anche per Totò Riina, ha un solo obiettivo: mettere in difficoltà il Governo nazionale e Renzi. L’aggressione vera è al segretario del partito». Nel Pd è un fuoco di fila.
C’è chi parla di «liste di proscrizione» (Cantini), chi di «processi in piazza» (Orfini), chi di «operazione vile» (Pizzolante). A falange macedone in difesa della Bindi si schierano invece Bersani, Fassina, Fava, Cuperlo, Civati che definiscono «ignobile» ed «indecente» l’assalto al Presidente dell’Antimafia. Fare la lista era «un dovere», ribatte lei.

LE OPPOSIZIONI
Prima che parli Renzi, la stigmatizzazione del Pd assume il crisma di una nota ufficiale dei due vicepresidenti Serracchiani-Guerini: «La presidente della commissione, che per tanti anni ha richiamato tutti al valore della Costituzione, poteva evitare di metterne a repentaglio uno dei principi fondamentali» per «una personale lotta politica». Sulla Liguria e la Campania si gioca la vera partita delle regionali. Perciò il candidato del centrodestra Stefano Caldoro (che per il leader Ncd Angelino Alfano «si trova davanti ad un rigore a porta vuota») ha gioco facile nel dire «De Luca non è impresentabile, ma ineleggibile». Dalle opposizioni si mette a vantaggio l’eclatante occasione, denunciando lo «spettacolo indecente» del Pd. Fino alla richiesta definitiva del leghista Roberto Calderoli: «Renzi si dimetta o ritiri De Luca».

COSA SI CONTESTA A DE LUCA
È una vicenda che risale al 1998 quella per la quale De Luca è finito nella lista. All’epoca era sindaco di Salerno per la seconda volta e la Procura della città campana avviò le indagini sulla concessione della cassa integrazione per circa 250 operai dell’ex Ideal Standard e sulla richiesta di oneri di urbanizzazione ad alcuni imprenditori interessati alla realizzazione di una struttura. Una vicenda che è costata all’ex sindaco di Salerno le accuse di concussione, truffa e associazione per delinquere. Quando l’inchiesta venne alla luce De Luca non era più alla guida del Comune di Salerno perché nel frattempo era stato eletto alla Camera dei Deputati.

La truffa, secondo la tesi accusatoria, si configurava perché la cassa integrazione era stata concessa in assenza dei presupposti di legge. Un’inchiesta partita con 67 indagati, fra tecnici ed imprenditori; 48 i rinviati a giudizio, nel 2008, compreso lo stesso De Luca. Il processo è ora alle battute finali: la prossima udienza è stata fissata per il prossimo 23 giugno. Nel frattempo, come ha fatto sapere oggi la stessa Commissione Antimafia, De Luca «ha rinunciato alla prescrizione relativamente ai delitti per i quali era maturato il relativo decorso».

Abbiamo riportato a casa l'alpino disperso in Russia

Fausto Biloslavo - Gio, 17/11/2016 - 08:27

Il direttore de "il Giornale", Alessandro Sallusti, consegna alla famiglia di Vaniglio Michelloni la piastrina ritrovata. La figlia: "È come l'abbraccio di papà"



San Giovanni al Natisone (Udine) - Le immagini in bianco e nero sbiadite dal tempo con gli alpini al fronte, vicino alle tende, ancora sorridenti. Un fazzoletto con inciso «ricordo d'Albania» ed un piccolo ferro di cavallo portafortuna, che Vaniglio Michelloni aveva spedito a casa per la nascita della figlia Laura.

E la foto dell'alpino, poco più che ventenne, orgoglioso del cappello con la penna nera della Julia. Ricordi, che sono tornati a vivere, per un giorno speciale. Dell'alpino friulano, classe 1914, disperso nell'inferno della ritirata di Russia, non è mai tornato indietro nulla, neppure le ossa. Dopo 73 anni la sua piastrina di riconoscimento è riapparsa in vendita in rete per miseri 99 dollari, come se fosse un souvenir qualsiasi. Il Giornale non solo ha scritto la storia, denunciando il triste mercimonio, ma acquistato il cimelio e ritrovato i familiari. Ieri Il direttore, Alessandro Sallusti, ha consegnato la piastrina ai figli, Laura e Gianni Michelloni, orfani di guerra.

Una cerimonia sobria, ma toccante nella splendida cornice di Villa de Brandis, a San Giovanni il Natisone, dove l'alpino disperso non è mai più tornato a casa (guarda il video). «Un dono poter ricevere dopo oltre 70 anni la piastrina. Anche se solo un pezzo di latta è come se oggi fosse di nuovo presente fra noi - spiega Dante Soravito De Franceschi, presidente dell'Associazione nazionale alpini di Udine - Con questo cimelio, il suo nome, la sua memoria non sono più dispersi fra i turbini di neve» della terribile campagna di Russia.

Il vicesindaco Anna Bogaro con la fascia tricolore, la sala gremita, le bandiere degli alpini ed i labari con la sfilza di medaglie per una volta tanto ci fanno dimenticare le magagne del nostro Paese. Tutti uniti e commossi nel ricordo di uno dei nostri 85mila caduti o dispersi nella ritirata di Russia. Renato Peressan, 96 anni, siede in prima fila con il cappello d'alpino. «La ritirata dal Don era un inferno. - ricorda il reduce - Ci siamo finti morti nella neve per scampare ai carri sovietici. Michelloni è sparito in mezzo alle granate, che scoppiavano da tutte le parti».

La nipote Susanna Mian racconta delle lettere del nonno dal fronte «con tutto l'amore del padre, che non ha conosciuto i suoi figli». E aggiunge: «Mi commuovo perché ora il loro papà è tornato a casa». Il tenente colonnello Federico Ceccaroli comanda il gruppo Conegliano, l'unità dell'alpino disperso. L'ufficiale parla del sacrificio degli alpini, allora, come oggi impegnati sui fronti più duri delle missioni all'estero.

La piastrina in vendita su ebay l'ha scoperta, Guido Aviani Fulvio, direttore del Museo della Campagna di Russia presso il sacrario di Cargnacco. In un appassionato intervento spiega che «Vaniglio probabilmente è stato catturato nel gennaio 1943, morto di stenti o ucciso dalle guardie durante le spietate marce della morte».

Il direttore del Giornale è emozionato mentre consegna la piastrina agli orfani di guerra, Laura e Gianni. «Per me è straordinario, che una comunità si stringa attorno ad un concittadino che da oltre 70 anni non c'è più - sottolinea Sallusti - La memoria, senza la quale non si può guardare avanti, da un senso al dolore patito. Questa piastrina torna a dare un senso alla memoria».

La figlia Laura ricorda: «La mamma mi ha portato in stazione a Gorizia a salutarlo mentre partiva per la Russia. Mi raccontava che chiamavo papà tutte le penne nere e se non si fermavano scoppiavo a piangere». Il fratello Gianni ha il cappello di alpino dello zio perché «quello di papà non è mai tornato. Lo porto per lui».

Laura Michelloni durante la cerimonia ha gli occhi lucidi: «Quando ho stretto nelle mani la piastrina è come se mio padre fosse finalmente tornato ad abbracciarmi». (Guarda le foto).


La memoria di un alpino in vendita a 99 dollari online

Fausto Biloslavo - Mer, 05/10/2016 - 08:37

Su eBay asta per la piastrina di Vaniglio Michelloni, disperso in Russia nel 1943. La famiglia è sotto choc



L' alpino Vaniglio Michelloni, classe 1914, friulano, è ufficialmente disperso nell'inferno della campagna di Russia dal gennaio 1943. Dalla steppa non sono tornate neppure le ossa, ma da qualche giorno la sua piastrina di riconoscimento, perfettamente tirata a lucido, è in vendita in rete per miseri 99 dollari.

La figlia, Laura Michelloni, orfana di guerra con il fratello Gianni, raggiunta al telefono dal Giornale è emozionata: «Mi tremano le gambe. Mia madre mi portò da piccola in braccio a salutare papà, che partiva con la tradotta da Gorizia per la Russia. Non l'ho mai conosciuto. Vorrei tanto avere indietro almeno la piastrina».

Un piccolo pezzo di storia d'Italia, umana, familiare è finita su eBay, monetizzata come se fosse un ciondolo qualsiasi e non un frammento di memoria della tragica epopea dei nostri soldati nella campagna di Russia. Il Giornale ha deciso di acquistare la piastrina scomparsa e di consegnarla ai familiari.

«Non è la prima volta. Ne ho trovate almeno 20 di piastrine in vendita online degli italiani caduti o dispersi. In Russia non si fanno scrupoli. È un triste mercimonio», dichiara al Giornale, Guido Aviani Fulvio, che ha scoperto il nuovo caso. Direttore del Museo della Campagna di Russia presso il sacrario di Cargnacco, in provincia di Udine, si occupa da una vita della tragedia del Don durante la seconda guerra mondiale.

Sulla piastrina, color bronzo, è inciso Michelloni, con due «l» e Vanilio senza «g» nato ad Aiello riportato erroneamente in provincia di Treviso. In realtà il paese dell'artigliere del 3° reggimento alpini delle divisione Julia è in provincia di Udine. Nella lista ufficiale di Onor caduti sul sito del ministero della Difesa è ufficialmente disperso Vaniglio Micheloni nato nel 1914 nella provincia udinese, anche se a San Giovanni al Natisone a pochi chilometri da Aiello.

I familiari confermano che l'alpino disperso era nato a San Giovanni e viveva ad Aiello. «Non si tratta di un falso. In quegli anni era comune che gli addetti all'incisione sulle piastrine sbagliassero qualche lettera o la provincia. È di uno dei tanti caduti o dispersi del gruppo artiglieria Conegliano, che venne decimato e gran parte dei superstiti fatti prigionieri nel gennaio 1943», spiega Aviani Fulvio.

«Avevo un anno quando è partito e non ho ricordo di mio padre - racconta la figlia Laura che vive in provincia di Udine -. Un cappellano reduce dalla Russia aveva raccontato che era prigioniero sui monti Urali, ma nonostante le ricerche di mio fratello non abbiamo mai trovato nulla. Ho sempre sperato che fosse sopravvissuto in Russia accolto da una famiglia e che forse non volesse tornare perché era mutilato. Non avrei mai pensato, che la sua piastrina potesse ricomparire dopo oltre 70 anni».

Su eBay il titolo dell'asta della memoria indica che la piastrina sarebbe stata trovata «in un bunker sul Don», anche se Michelloni è stato fatto probabilmente prigioniero. Nel gelido inverno di guerra gli alpini della Julia con il battaglione Aquila e la 13esima batteria Conegliano riuscirono a tamponare l'avanzata sovietica nella zona di Kalitva. Gli obici spararono ad alzo zero contro i carri armati di Stalin e la battaglia si infiammò sulle alture 204 e 176.

Il 16 gennaio 1943 la ritirata del gruppo Conegliano venne stroncata dall'avanzata sovietica. Quasi tutti i superstiti furono catturati a Novo Georgevskj. I pochi che scamparono ruppero l'accerchiamento il 26 gennaio seguendo la Tridentina nell'epica battaglia di Nikolajevka. In questo inferno è sparito per sempre, a 29 anni, Vaniglio Michelloni. La sua piastrina è ricomparsa il 28 settembre su eBay, miseramente in vendita. La ritirata del Don è costata 85mila morti e dispersi.
In gennaio è apparsa in vendita su internet la piastrina di un altro disperso, Giuseppe Perotti, di Barge, in provincia di Cuneo, classe 1921.

L'alpino Roberto Venturini l'ha comprata e consegnata al comune di nascita per restituirla ai familiari. Oltre alla nuova piastrina di Michelloni si trova in rete un cucchiaio della spedizione in Russia dell'Armir, altri cimeli e le stellette dei nostri militari scomparsi, in vendita a 3 dollari.

Armi, tattica e difesa personale «Pronti a morire per il Papa»

Corriere della sera

di Anna Campaniello

In Canton Ticino tra le reclute del centro di addestramento della Guardia Svizzera Pontificia: rigorosamente maschi e cittadini svizzeri, come prevede il ferreo regolamento per l’accesso al Corpo. «Ma le vocazioni sono in diminuzione»

Esercitazione di tiro per le future Guardie Svizzere nel centro di formazione della polizia svizzera a Isone (foto Cusa)

Sparano, studiano le tecniche di sicurezza personale e di comportamento tattico. Nel cuore del Canton Ticino, nella piazza d’armi di Isone, il centro di formazione della polizia svizzera, quindici reclute sono alla terza settimana del corso per entrare a far parte della Guardia Svizzera Pontificia. Il 6 maggio prossimo giureranno di essere pronti a morire per difendere il Papa e per prepararsi, per la prima volta nella storia secolare del Corpo, seguono un addestramento rivoluzionario, che prevede un percorso con gli istruttori delle forze dell’ordine.

Rigorosamente maschi e cittadini svizzeri, come prevede il ferreo regolamento per l’accesso al Corpo, le reclute hanno dai 20 ai 28 anni e provengono tutti dalla Svizzera interna, ad eccezione di un ticinese. Il loro percorso verso l’uniforme a strisce con i colori giallo, blu e rosso è iniziato in Vaticano. Il 31 ottobre, le reclute si sono spostate in Ticino dove rimarranno fino al 27 novembre. «La collaborazione con la polizia cantonale è una novità molto importante per il Corpo — sottolinea il comandante della Guardia Svizzera Pontificia, Cristoph Graf —. Le nostre reclute hanno l’opportunità di avere una formazione di base professionale della quale avevamo bisogno».

Il corso pilota in programma in queste settimane prevede un totale di 176 ore di addestramento, dedicate in particolare al tiro con la pistola, sicurezza personale (difesa a mani nude, utilizzo dello spray e delle manette) e comportamento tattico, controllo delle persone e perquisizione di uomini e ambienti. «Per il Canton Ticino è un’opportunità storica — sottolinea Matteo Cocchi, comandante della polizia cantonale —. La collaborazione tra i corpi è un risultato che porteremo avanti». Che si tratti di uso della pistola come di difesa a mani nude, gli istruttori (l’appuntato Federica Rossini per il tiro, il collega Corrado Giovinazzo per la sicurezza personale) insistono su un concetto in particolare: «Imparare ad agire in modo proporzionale alla minaccia».

Il numero delle reclute, negli ultimi anni è in calo e da una media di circa 30 è sceso a 23 e ora a 15. «Lo scorso anno numerose guardie hanno chiesto di prolungare l’attività oltre i due anni minimi previsti per il Giubileo — dice il comandante Graf —. Chi poi sceglie di continuare a indossare la divisa ha la possibilità di fare carriera nel Corpo, diventare sottoufficiale e ufficiale». Le guardie che proteggono il Papa e la residenza pontificia devono conoscere l’italiano. «La formazione prevede anche questo», conferma il comandante.

Tra le nuove reclute, solo l’unico ticinese, il 21enne Dario Fornasari, parla la nostra lingua. «Gli altri provengono dalla Svizzera tedesca e francese — dice il giovane —. Io comunque parlo anche francese e non ci sono dunque problemi per la formazione». Perché diventare una guardia del Papa? «È il mio sogno fin da quando ero piccolo — dice Fornasari —. È un’esperienza che può dare davvero tanto a livello di formazione ma anche umano e spirituale. L’idea è di restare in servizio per due anni e poi di entrare in polizia».

In un Corpo nato per difendere il Papa non può mancare la figura del cappellano. «È inevitabile che le guardie si addestrino a usare le armi, l’obiettivo però è difendere, non uccidere — dice don Thomas Widmer —. Il percorso di formazione è necessariamente anche spirituale, parliamo di giovani uomini che giureranno di essere pronti a dare la vita per il Papa».

Alcuni smartphone Android low cost inviano dati personali in Cina

La Stampa
enrico forzinetti

Un’azienda americana ha scoperto che su un numero ancora sconosciuto di dispositivi è presente un software cinese in grado di trasferire su server del paese asiatico informazioni dei clienti senza il loro permesso



Un numero ancora imprecisato di smartphone low cost con sistema operativo Android invia costantemente dati a server cinesi. A riferirlo è il New York Times in un articolo in cui descrive come ogni 72 ore vengano trasferite nel paese asiatico informazioni sui contenuti dei messaggi, i contatti, le chiamate effettuate, le applicazioni usate e la geolocalizzazione senza il permesso degli utenti.
A scoprirlo è stata Kryptowire, un’azienda che lavora nel campo della sicurezza degli smartphone. Secondo quest’ultima sui dispositivi interessati sarebbe installato un software, conosciuto come firmware, realizzato dalla ditta cinese Shanghai Adups Technology Company e in grado di raccogliere tutti questi dati.

L’azienda ha però risposto dicendo che il software è presente su oltre 700 milioni di dispositivi tra cui smartphone, tablet e auto intelligenti ed è in particolar modo utilizzato da un’azienda cinese, finora non identificata, per offrire il proprio supporto ai clienti. Adups ha però voluto sottolineare di non essere legata al governo cinese, allontanando così possibili sospetti di complicità con un programma di sorveglianza di massa.

Certamente si sa che Adups fornisce il proprio software a Huawei e ZTE, sostenendo che questo sia indirizzato al solo mercato cinese. In realtà l’azienda produttrice di smartphone Blue Products ha già detto che sono almeno 120 mila i suoi dispositivi negli Stati Uniti interessati da questo trasferimento di informazioni in Cina. La Blue Products ha però assicurato che il problema è stato risolto con un aggiornamento del software.

No Tav, Corte d’Appello conferma 38 condanne ma nessuna attenuante “sociale”

La Stampa
massimiliano peggio

Il procuratore: “La costruzione accusatoria ha tenuto, e soprattutto non è stata accolta l'attenuante per aver agito per motivi di particolari valori morali e sociali”



La corte d'Appello di Torino ha confermato 38 condanne su 47 imputati, ritoccato alcune pene e concesso attenuanti generiche. Così hanno deciso i giuridici di secondo grado riesaminando gli scontri con le forze dell'ordine del 3 giugno e il 27 luglio 2011, quando le ruspe «sfrattarono la libera repubblica della Maddalena» per prendere possesso dei terrena da destinare ad area di cantiere. «Nel complesso la costruzione accusatoria ha tenuto, e soprattutto non è stata accolta l'attenuante per aver agito per motivi di particolari valori morali e sociali, elemento di discrimine tra chi ha agito con violenza e chi si è limitato a protestare democraticamente contro l'opera».

Così ha detto il Procuratore Generale Francesco Saluzzo lasciando l'aula, dopo la lettura della sentenza, tra i cori dei No Tav presenti in aula. «Parzialmente soddisfatti per la sentenza, leggeremo le motivazioni. Ci soddisfa perché è incanalata in un percorso corretto rispetto alla sproporzione della sentenza di primo grado. Positivo che i giudici abbiano accolto le nostre richieste sul riconoscimento delle attenuanti generiche» ha detto Claudio Novaro, uno degli avvocati del legal team.

Ampia la discussione finale del procuratore Saluzzo, in fase di repliche, sulle motivazioni ideologiche del movimento, con cui ha invitato i giudici a non giustificare comportamenti del genere: «Violenti, antidemocratici e antilibertari» col rischio di «avvicinarsi pericolosamente ai livelli delle Farc».Il magistrato, dopo avere affermato che «la lotta del movimento contro il Tav può avere valenza sociale ma deve svolgersi nel perimetro della legge», ha parlato dell'esistenza di «frange e gruppuscoli che hanno fatto della violenza un sistema che gira per l'Italia e l'Europa ma non ha nulla a che vedere con le legittime manifestazioni di protesta».

I call center vi tormentano al telefono? Ecco come fare per liberarsene.

Il Mattino
di Alessandra Chello



Dite la verità. Anche a voi è capitato di essere letteralmente tormentati da chiamate indesiderate in ogni momento della giornata? Benvenuti nel club: siete tra le vittime (tante) di precise linee guida di marketing messe a punto da staff di esperti aziendali per vendere prodotti e aumentare i contatti. C'è di tutto: dalle promesse di risparmio sulle bollette, all'abbonamento supervantaggioso per i servizi tv. Ma questa sorta di sfrenato telemarketing troppe volte non rispetta le nuove tutele sui diritti dei consumatori nelle vendite a distanza che sono in vigore dall’anno scorso.

E allora diventa un'angoscia. Ma non disperate. Esiste un modo per mettere a tacere telefonate commerciali non gradite. Basta chiedere l’iscrizione al registro delle opposizioni che dovrebbe consentire di essere esclusi dalle chiamate dei call center. Pensate: basta aver acconsentito anche una sola volta a ricevere questi "squilli" per entrare in un circolo vizioso. A volte sono mute, non ricevono una risposta e non si viene messi in contatto con alcun interlocutore. Vengono fatti da sistemi automatizzati, per eliminare i tempi morti dei call center, ma spesso viene generato un numero di telefonate superiore agli operatori disponibili.

Il fenomeno si chiama "teleselling" ed è un introito importante per alcune aziende. Ne sono avvantaggiate anche quelle che decidono di comprare i recapiti. Con appena 5 centesimi a recapito telefonico, le imprese possono comprare tariffari completi con dati e numero di telefono, per contattare i loro possibili clienti, per vendere qualcosa. I nominativi poi finiscono in una catena complessa di società che se li scambiano, aumentando a poco a poco la disposizione dei dettagli, che riguardano anche le professioni e le preferenze. Si tratta di identikit spesso illegali composti da elenchi di numeri che comprendono i telefoni pubblici, quelli presenti illegalmente su internet e quelli che si rilasciano quando si compila qualche modulo per partecipare a determinati concorsi anche online.

Il Registro Pubblico delle Opposizioni è un gratuito ed è patrocinato dal Tesoro che permette di rendere pubblica la propria volontà di non essere contattati a scopi promozionali dai call center. Iscriversi è semplice e gratis: basta collegarsi al sito del Registro Pubblico e cliccare sulla voce link riportata sotto ‘Iscrizione’. Qui si potrà trovare il modulo da compilare in tutte le sue parti con il relativi dati personali per inviare la richiesta di inserimento nel Registro Pubblico delle Opposizioni.

Più o meno ci vorranno 15-20 giorni per essere accettati, passati i quali gli operatori di telemarketing non potranno più contattare il numero iscritto al Registro, a meno che l’utente stesso non abbia esplicitamente acconsentito a qualche tipo di chiamata. Per i meno tecnologici, l’iscrizione al Registro è possibile anche utilizzando il numero verde 800 265 265 oppure inviando una lettera raccomandata all’indirizzo postale: “Gestore del Registro pubblico delle opposizioni – Abbonati” Ufficio Roma Nomentano Casella Postale 7211 – 00162 Roma (Rm), allegando un documento di identità; o ancora inviando un fax al numero 06 54224822, allegando un documento di identità.

E si continua a ricevere lo stesso le chiamate? Chiedete all’operatore da quale lista è stato preso il numero di telefono, per poi inviare il modulo di richiesta di cancellazione al titolare della lista con obbligo di cancellare il numero entro 15 giorni. Se il problema persiste è infine possibile inviare esplicitamente una richiesta al Garante della Privacy utilizzando un modulo che comprende anche i dati di chi ha telefonato.

A proposito. Se le seccature arrivano sui cellulari, per Android c'è la soluzione interna al sistema operativo e quella esterna (l'app). Il metodo più semplice per bloccare le chiamate da un numero indesiderato (e il discorso vale non solo per quelli di telemarketing) è andare nel registro delle chiamate, cliccare sul numero specifico e andare nelle impostazioni relative al numero: qui si trova l’opzione ‘Aggiungi a elenco rifiutati‘ per fare in modo che l’utente non possa più contattarci.

Se questo metodo vi sembra troppo rudimentale, su Google Play, lo store di applicazioni per Android, potete trovare molte soluzioni pratiche e gratuite, il che non guasta mai. Tra le tante app utili per bloccare le chiamate indesiderate c'è Lista Nera (Blacklist), che permette di creare una lista nera attraverso filtri molto potenti, che consentono di stare alla larga da chiamate indesiderate ed sms non voluti.

Tra le tante opzioni disponibili, troviamo il Blocco chiamate messaggi / testo per un elenco di numeri, il Blocco chiamate / messaggi di testo per i numeri sconosciuti, numeri privati ​​(senza numeri, senza caller id), i numeri non nei contatti e il Blocco delle chiamate con risposta automatica sms. Una volta scaricata l’applicazione bisognerà quindi scegliere se aggiungere alla blacklist un numero fra quelli contattati di recente, un contatto della rubrica o un numero personalizzato e salvare le impostazioni per bloccare il numero selezionato.

Infine, per il sistema operativo iOS, purtroppo, non c'è una libertà di scelta pari a quella di Android, questo perché gli iPhone sono bloccati ed è difficile installare applicazioni non desiderate dalla Apple. Tra queste ci sono anche quelle che risolvono il problema delle telefonate indesiderate e pubblicitarie, disponibili quindi soltanto per melafonini liberati grazie al jailbreak. Si tratta di un’operazione che sblocca l’iPhone ma al tempo stesso sconsigliata per gli utenti poco esperti. Per tutti gli altri, la soluzione contro le telefonate moleste si chiama SMSNinja, applicazione gratuita (tweak) disponibile su Cydia.

Insomma, non vi avvilite: qualcosa per liberarsi dalle chiamate commerciali moleste, esiste. Cercate la più adatta al vostro caso. 

Da “bugiardi” fino a “ladri”. La grande abbuffata di insulti

La Stampa
mattia feltri

Così una polarizzazione totale e rissosa ha investito la classe politica



Il 6 marzo del 1898 il deputato della sinistra storica, Felice Cavallotti, morì trafitto in duello dalla sciabola del conte Ferruccio Macola, direttore di destra della Gazzetta di Venezia. La disputa da dirimere era nata dall’accusa di «mentitore» rivolta da Cavallotti a Macola, e meno male che il duello non usa più, sennò i nostri sarebbero tempi di quotidiano spargimento di sangue. Soltanto mercoledì, Matteo Renzi si è preso del «bugiardo» da Maurizio Gasparri e del «bugiardo patologico» da Matteo Salvini, mentre Alessia Morani del Pd lo ha dato a Beppe Grillo, un bugiardo che con le sue bugie «porta click e pubblicità nelle sue tasche di miliardario».

E così, non sappiamo se rispondendo a Marani, o più in generale, Grillo ha detto che quelli del Pd «sono ridicoli» in preda a «deliri» e dediti a «cyber-onanismo». Allora Emanuele Fiano, sempre del Pd, ha osservato che i cinque stelle dovrebbero occuparsi delle loro firme false in Sicilia, dove si muovono per «omertà» dentro «zone oscure e coni d’ombra». E dunque Luigi Di Maio ha sostenuto che il punto è un altro: Renzi ha paura a guardare in faccia «le vittime delle sue leggi». Tutto era cominciato per un tweet di un account “Beatrice Di Maio” (e successiva inchiesta di Jacopo Iacoboni sulla Stampa) in cui il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, era qualificato «mafioso». Ecco, qui non basterebbero i conventi dei cappuccini dietro cui incrociare le spade.

Per tornare a Gasparri, Renzi è bugiardo perché i suoi conti pubblici «sono falsi», e infatti la manovra ha aggiunto Giorgia Meloni, leader di F.lli d’Italia, è piena di «marchette», di «sotterfugi e di inganni» tutti escogitati da questo «politicante della Prima repubblica» che è il premier. Sulla finanziaria avevano parecchie cose da aggiungere quella della Lega, l’incaricato era Guido Guidesi (capogruppo salviniano in commissione Bilancio): innanzitutto che è usata dal governo «come un bancomat», e stiamo parlando di «un governo vergognoso», che «sta facendo di tutto per mettersi in tasca qualche soldo in più», un «governo irresponsabile che vive di marchette quotidiane».

Un concetto poi meglio precisato da Erasmo Palazzotto di Sinistra italiana: il presidente del Consiglio ha «rubato i soldi alla Sicilia». Ma fosse soltanto questione di denaro. Qui ci sono le riforme, anzi le «schiforme» (Francesco Storace), la «schiforma istituzionale» e la «schiforma elettorale» (Brunetta). E sono riforme «dettate da Berlino, Francoforte e dalla signora Merkel per abbindolare gli italiani», e intanto Renzi «prende in giro gli italiani» (Salvini). Un «tentativo aggressivo e doloroso», ha chiosato il forzista Paolo Francesco Sisto. Del resto Renzi davanti all’Europa «abbaia» ma a Bruxelles «sono pronti a fargliela pagare» (ancora Brunetta).

Non è finita. Fin qui, secondo lo scambio di apprezzamenti, ci sono casi di associazione mafiosa, falso in atto pubblico, alto tradimento, furto aggravato, truffa, corruzione, più qualche altro reato minore, ma non sappiamo a quale fattispecie appartenga quello denunciato da Roberto Calderoli, secondo cui la legge sulle unioni civili è stata votata «per comprarsi il voto Lgtb». Ecco, tutto questo è successo soltanto nella giornata di mercoledì, chiusa con i sinceri auguri rivolti dal governatore della Campania, Vincenzo De Luca, a Rosy Bindi.

A proposito. Dodici anni dopo il duello in cui era morto Cavallotti, Macola si è suicidato con un colpo di pistola. Si dice che si fosse mai liberato dal rimorso. 

AirSelfie, il drone per autoscatti che sta nel palmo di una mano

La Stampa
dario marchetti

Dall'intuizione di un giovane imprenditore italiano arriva un gadget che mescola la novità dei droni con la passione per i selfie. I primi esemplari arriveranno a marzo 2017, attraverso Kickstarter



I droni sono uno dei gadget più in voga degli ultimi tempi. Peccato che spesso siano prodotti dal prezzo elevato e non proprio facili da utilizzare, soprattutto per qualcuno alle prime armi. Forse anche per questo a Edoardo Stroppiana, giovane imprenditore italiano, è venuta in mente l'idea di AirSelfie, il primo microdrone (o per meglio dire"flying camera") per autoscatti e riprese video che sta, letteralmente, nel palmo di una mano.

Costituito da un corpo in alluminio e quattro motori di tipo brushless, in soli 52 grammi di peso AirSelfie integra anche una foto/videocamera da 5 megapixel, sensore wi-fi, uno slot per microSD e una batteria da 260mAh che garantisce fino a tre minuti di volo continuo. Il drone è in grado di comunicare direttamente con lo smartphone, e attraverso l'app AirSelfie può essere controllato in tre modalità diverse: "selfie mode", la più semplice e immediata, "motion control mode", dove lo smartphone diventa una sorta di joystick virtuale in grado di controllare il gadget e "flying mode", con il display che diventa una vera plancia di comando per effettuare spostamenti precisi al millimetro.



Per utilizzare AirSelfie basta estrarlo dalla speciale cover per smartphone, che funge anche da batteria in grado di ricaricare completamente il gadget in 30 minuti, tenerlo sul palmo della mano e inviare il comando di decollo attraverso l'app: AirSeflie si alzerà in volo di fronte a noi, pronto per iniziare a scattare. Le immagini raccolte saranno immediatamente trasferite sul telefono attraverso il wi-fi, pronti per essere condivise su social network e app di messaggistica.

Il progetto di AirSelfie è praticamente completo, ma per lanciare il prodotto l'azienda ha dato il via a una campagna di crowdfunding su Kickstarter: i primi esemplari saranno disponibili in numero limitato al prezzo di 179 euro, con spedizioni in arrivo a marzo dell'anno prossimo. Terminata la campagna, AirSelfie sarà venduto a un prezzo di circa 299 euro.

1945 la strage dei prigionieri tedeschi …

Emilio Tomasini

La vecchia contadina di Castelfranco Emilia, provincia di Modena, indicava convinta un posto lontano dalla casa colonica dove ci trovavamo, un posto vicino ad un fossato e sotto un filare di vite. Là la vecchia contadina diceva che era morto un carrista tedesco durante gli ultimi combattimenti dopo lo sfondamento della linea gotica nell’aprile 1945. Una informazione scarna e apparentemente priva di senso, che a me, allora bambino, lasciava aperti altri interrogativi: se c’era un carrista morto dove era il carro armato; se c’era un carrista dove erano gli altri carristi; chi aveva ucciso un carrista ma non gli altri; e via andare.

Con il passare del tempo, parlando con i contadini vicini, la vicenda si colorò di altri dettagli: il carrista prima di essere ucciso da un partigiano era passato nell’aia della vecchia contadina e aveva chiesto aiuto, era ferito, sporco di nafta e di fumo, era terrorizzato. Qualcun altro mi disse che piangeva e mostrava la foto della famiglia. Con il passare del tempo altri indizi emersero: il carrista fu colpito da un gruppo di partigiani che lo lasciò moribondo sotto il filare e peggio un altro contadino venne a schernirlo morente, al contadino avevano ucciso il figlio i tedeschi e si vendicò calciandogli il volto e sputandogli addosso. Infine, solo pochi anni fa appresi che il corpo del tedesco fu recuperato senza scarpe.

E’ da questa vicenda che mi vide coinvolto bambino che nacque la passione per i vinti, per gli sconfitti, di tutti i tipi e senza particolari fini politici o ideologici. In particolare mi venne la curiosità della banalità del male e della banalità del bene, di come insospettabili contadini dell’Emilia Romagna potessero essersi trasformati in belve contro un ragazzo tedesco senza nome che in quel momento era semplicemente il nemico, il male, il diavolo e non perché avesse fatto qualcosa ma per la uniforme che portava.

Da quell’esperienza apparentemente insignificante è nata questa ricerca durata 20 anni sulla strage di prigionieri tedeschi avvenuta a Sassuolo, provincia di Modena, nell’aprile 1945. Giorgio Pisanò, fratello del più noto Paolo, combattente della RSI, onorevole dell’MSI e storico della guerra civile, ha realizzato un servizio su questo episodio che recentemente è stato postato su youtube e la cui url io qui riproduco per i lettori più giovani e per i più vecchi: la sensazione è che per la qualità dell’audio, del colore, per un mio aspetto aihimé giovanile ormai anche io faccio parte dei tempi che furono.

Il poliziotto-Fregoli che risolveva troppi casi

La Stampa
mirella serri

Quando le sue indagini si fecero scottanti, Giuseppe Dosi fu spedito in manicomio dai fascisti. Salvò dal fuoco l’archivio romano della Gestapo che ora va, in parte, online


Il palazzo di via Tasso a Roma il 4 giugno 1944: i tedeschi sono fuggiti dando fuoco agli archivi, Foto di Dosi

Il sole è appena sorto in via Tasso quando il 4 giugno 1944 dal tetro stabile che tutti i romani ben conoscono come luogo di orrori e di torture per antifascisti ed ebrei si sprigiona un denso fumo: un funzionario di polizia, Giuseppe Dosi, che si fa notare per il fisico robusto e prestante, incurante del pericolo irrompe nell’edificio e recupera i documenti.

Le truppe a stelle strisce del generale Mark Wayne Clark stanno entrando trionfalmente nella capitale e gli uomini delle SS e la Gestapo agli ordini del comandante Herbert Kappler sono fuggiti. Hanno provato a trasformare in cenere le carte che Dosi, facendosi largo tra la folla in procinto di dare l’assalto al carcere, riesce a sottrarre alla distruzione. Sono rapporti bruciacchiati sull’occupazione nazista della capitale, nomi di collaborazionisti, verbali d’interrogatori e tante schede segnaletiche di noti oppositori come don Pietro Pappagallo, don Giuseppe Morosini, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat e Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo.

Tutta una serie di faldoni preziosi che, dopo essere stati custoditi per anni in casa del funzionario di polizia, sono stati donati al Museo storico della Liberazione di Roma, con sede proprio in via Tasso. A partire da mercoledì prossimo i documenti, molti dei quali fino a oggi inediti, potranno essere consultati sulla piattaforma web DIGILiberazione (a cui ha dato vita Alessia Glielmi, responsabile degli archivi del Museo). Adesso anche Raistoria dedica la sua attenzione a Dosi, poliziotto scomodo e quasi sconosciuto, e ne ricostruisce l’incredibile avventura giudiziaria nel bel documentario che andrà in onda martedì 29 novembre alle 22 e 10 (a cura di Massimiliano Griner, regia di Claudia Mencarelli).

Dosi, che cumulerà 43 anni di servizio e oltre 30 mila pratiche evase e che nel dopoguerra sarà tra i padri fondatori dell’Interpol, l’organizzazione internazionale della polizia criminale, fu chiuso in manicomio per aver pestato i piedi a gerarchi e superiori in epoca fascista. Non evitò questa sorte anche se era stato il risolutore dei più grandi casi giudiziari del tempo. Il suo primo, clamoroso successo il poliziotto lo conseguì quando riuscì a chiarire un’inspiegabile «incidente» che provocò seri guai fisici a Gabriele D’Annunzio. Il Vate nel 1922 era piombato giù dal balcone della sua dimora di Gardone Riviera. Circolava insistente la voce che il mandante di quello scivolone che aveva provvisoriamente tolto dalla scena politica l’unico personaggio in grado di insidiare la leadership del fascismo fosse stato proprio Mussolini.

Ma uno strano pittore claudicante, esule cecoslovacco, dal nome impronunciabile, Karèl Kratòkwill, riuscirà a farsi ospitare nella magione di D’Annunzio e a individuare l’autore di quel gesto sconsiderato. Dosi - era lui, il misterioso ceco, sotto mentite spoglie - chiarirà che all’origine della disgrazia era stata non la passione politica ma quella d’amore: la pianista Luisa Bàccara, amante del Vate, lo aveva defenestrato per gelosia nei confronti della sorella. Per evitare complicazioni fastidiose si deciderà di mettere tutto a tacere.

Il funzionario di polizia aveva esordito come attore al teatro Argentina di Roma ed era un geniale e un po’ folle esperto di travestimenti: ne praticava circa 17 e lo troviamo nel pieno esercizio delle sue funzioni nei panni di un libanese, di un emiro, di un bolscevico, di una dama dell’alta società e tanti altri. Un altro dei celebri intrighi su cui riuscì a far chiarezza fu lo stupro e l’assassinio, avvenuto nella capitale tra 1924 e il 1928, di quattro bambine. La polizia, desiderosa di individuare subito una vittima sacrificale, mise in ceppi il fotografo Gino Girolimoni, amante delle macchine di lusso e delle belle donne. Dosi era stato spedito a Capri dai suoi superiori per indagare su cenacoli e incontri omosessuali non graditi al regime.

Venne a conoscenza dell’arresto del reverendo anglicano settantunenne Ralph Lyonel Brydges per le molestie nei confronti di una piccola isolana. Tramite minuziose indagini, raccolse le prove che il vero responsabile dei delitti era il pedofilo padre Brydges. Con il suo desiderio di far luce sulla verità si scontrò con gli alti papaveri in camicia nera, per nulla desiderosi di processare il reverendo. Quest’ultimo, dopo essere stato arrestato fu lasciato libero di espatriare. Dosi insomma era un cavallo di razza che non si poteva imbrigliare: per la sua ostinazione nelle indagini fu ritenuto un elemento estremamente pericoloso. Fu rinchiuso prima a Regina Coeli e poi in manicomio criminale a Santa Maria della Pietà.

Verrà rilasciato dopo 17 mesi trascorsi a pane e acqua tra le docce gelate e la camicia di forza. Le carte salvate a via Tasso serviranno così anche alla sua riabilitazione: le cederà in parte al controspionaggio americano per essere riammesso nei ranghi della polizia dove porterà a termine altre investigazioni molto importanti, come la tratta delle bianche assai consistente nel dopoguerra. Ma quei documenti dagli orli ingialliti cambiarono anche il corso della storia: si riveleranno le pietre miliari che inchioderanno Kappler e anche Eichmann nei processi del dopoguerra e saranno fondamentali per la condanna dei criminali nazisti.

La Boschi ricatta: se non mi voti ti tolgo 80 euro

Alessandro Sallusti - Ven, 18/11/2016 - 15:49

Il ministro: "Il contributo resta solo se vince il Sì". Agcom contro Fazio partigiano in tv



«Se vince il no, addio agli 80 euro», ha detto a Porta a porta la ministra Elena Boschi, madrina della riforma del Senato oggetto dell'imminente referendum.

Dopo le lusinghe e le promesse, siamo al ricatto: se non mi voti me la pagherai, in contanti. Adesso abbiamo la prova di a che cosa servissero gli 80 euro concessi da Renzi alla vigilia delle elezioni europee: a comprare voti. Altro che ripresa e rilancio di consumi: io ti compro, e se cambi idea ti vendo. Ottanta euro è il nostro prezzo secondo il duo Renzi-Boschi. Ottanta euro è il prezzo della Costituzione.

E no, cara Boschi. Il nostro prezzo è più alto, molto più alto, talmente alto che lei, il suo premier e il suo governo non potete pagarlo. Nelle vostre casse, piene di soldi nostri, non ci sono abbastanza euro. Comprare la buonafede dei cittadini per poi lasciarli in mutande è un vizio diffuso da quelle parti, come dimostra la vicenda di Banca Etruria, cassaforte di famiglia.

Ma questa volta si è andati oltre. La Costituzione non ha clienti e la democrazia appartiene a tutti gli italiani. Perché terrorizzare vecchiette e sprovveduti con la minaccia degli ottanta euro? Roba da chiamare i carabinieri, come quando malintenzionati ti citofonano con la scusa del contatore del gas. Barano sul voto all'estero, sulla par condicio televisiva, e ora pure sugli ottanta euro, che ovviamente non possono essere sospesi in caso di vittoria del no.

Il governo ha davvero paura, Matteo Renzi vede avvicinarsi il precipizio e perde la testa: non vota il bilancio europeo (che ovviamente passa lo stesso), manda in giro la Boschi a ricattare gli italiani e rispolvera lo spauracchio del caos: se perdo vado a casa e dopo di me sarà il diluvio universale. Lo stesso che diceva Cameron sulla Brexit, la Clinton su Trump. Non è successo nulla del genere e non succederà certo il 5 dicembre in Italia. Se cadrà qualche goccia di pioggia non c'è problema. Tutti abbiamo un ombrello in casa.

E dopo, finalmente, tornerà il sole invece di questo continuo cielo plumbeo e minaccioso. Teniamo duro, mancano solo due settimane.

Giù le mani dal presepe!

Gianpaolo Iacobini




presepe-naif

Ci risiamo. Il Natale non s’è ancora affacciato neppure sul calendario che già è partita la crociata per tenerlo lontano dalle case. Nel mirino, il simbolo per eccellenza della Natività: il presepe. In Emilia Romagna l’Unione degli atei, agnostici e razionalisti ha preso carta e penna e scritto ai prèsidi per invitarli a superare certe abitudini, quali quella «del presepe cattolico a scuola». Non perché sia offensivo, riconoscono, ma per non mortificare «la scuola di Stato, tempio della cultura e delle culture, educatrice al rispetto e all’inclusività, nella sua funzione di fucina della società futura».

Tutt’al più, suggeriscono magnanimi atei e affini, «si valorizzino le differenze». Come? Semplice: «Alternando il presepe ad una rappresentazione di mitologia greco-romana o della rivoluzione francese», o magari usandolo «per raffigurare la sofferenza terrena del terremoto, ma senza riferimenti religiosi». E se proprio non si potesse fare a meno di richiamare lo spirito natalizio, che si usi «non il presepe, ma un albero», pagàno e dunque religiosamente neutro.

Premesso che riesce difficile immaginare come un pacifico esercito di pastorelli di cartapesta con le sue pecore di cartone al seguito possa costituire un freno alle magnifiche sorti e progressive della scuola di Stato, di suo immaginariamente ridotta alla più diroccata delle capanne da mancanza di fondi e riforme parziali e contrastanti, resta da ricordare un elemento non considerato e però essenziale. Eppure sfuggito al senno degli agnostici di fede atea. Al pari dei miti greco-romani, della rivoluzione francese, del terremoto o di tutto quello che si vuole, il presepe è anche una rievocazione storica ed artistica. È la riproposizione del più grande avvenimento di sempre: la nascita a Betlemme, durante l’impero di Augusto, di un uomo chiamato Gesù.

Che si creda o no in Dio, esiliare il presepe dalle scuole non significa soltanto sfregiare la tradizione di un popolo o della parte largamente maggioritaria di esso che si professa cristiana, ma vuol dire negare quegli stessi principi di laicità ai quali ci si richiama per motivare la deportazione nei gulag di ignare ed innocenti statuine: non c’è logica nel chiedere asilo per fatti storici e naturali e, al tempo stesso, invocarne l’ostracismo per altri. O meglio, una logica c’è: relativizzare tutto e privare di identità l’Italia e gli italiani. Toccherà morire gramsciani ed ammettere amaramente, come osservava proprio Gramsci nei suoi Quaderni, che «una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente». Appunto.

I test per la sonda Schiaparelli "affidati a una ditta romena"

Lucio Di Marzo - Sab, 19/11/2016 - 08:39



Arriva dall'Asi, l'agenzia spaziale italiana, un'accusa pesante rivolta ai colleghi dell'Esa, l'agenzia europea e che fa il punto su quanto accaduto alla sonda Schiaparelli, dal punto di vista degli italiani.
In un articolo pubblicato sulla rivista specializzata AirPress Enrico Flamini, capo del team scientifico dell'Asi, ricostruisce tutte le fasi della missione ExoMars e parla di responsabilità che al momento non erano emerse. Secondo Flamini all'Esa "hanno affidati i controllo a una ditta romena", una ditta che non era preparata a sufficienza per il lavoro che gli veniva richiesto e questo avrebbe portato allo schianto dello scorso 19 ottobre.

A quanto dice il planetologo tutto è andato bene fino al distacco del lander, entrato nell'atmosfera di Marte a 21 mila chilometri all'ora. Una velocità che si è poi ridotta a 1650 chilometri all'ora, grazie all'atmosfera, per poi arrivare alla terza fase, quella dell'apertura del paracadute e dell'accensione dei retrorazzi. Qui qualcosa va storto. Una serie di forti oscillazioni mandano in confusione i giroscopi, che iniziano a segnare un'altezza di -10 metri, mentre l'altimetro è fisso a 2000 metri di quota. Il computer di bordo da retta al primo dato, e i retrorazzi vengono spenti dopo 3 secondi. Poi lo schianto.

Dura la critica dell'Asi: il disastro si poteva evitare. Ma serviva un test aggiuntivo, che gli italiani hanno chiesto più volte. Bisognava lanciare un prototipo da un pallone stratosferico sulla Terra. Ma il tentativo non è mai stato fatto.

Foto choc anti-fumo sul pacchetto di sigarette: “E’ un’immagine rubata di mio padre”

La Stampa
massimo massenzio

Da Orbassano annuncia una battaglia legale per l’utilizzo della foto: «Chi ha dato il permesso alla pubblicazione?»


Raffaele Leone con il pacchetto di sigarette sul quale compare l’immagine che lui sostiene essere del padre poi morto

«Rivedere la foto di mio papà sui pacchetti di sigarette è stato sconvolgente. Praticamente come affrontare un altro funerale». Raffaele Leone, 48 anni, di Orbassano, è convinto che una delle immagini choc utilizzate dall’Unione Europea per la campagna antifumo ritragga il padre «intubato» sul letto di un ospedale.

Agostino Leone è morto a 73 anni, il 17 ottobre 2014, un anno e mezzo dopo un grave ictus che lo aveva costretto a un lungo ricovero: prima in Sardegna, a Cagliari, poi a Orbassano, infine a Torino. Nessuno però aveva avvertito i famigliari dell’esistenza di quegli scatti, né che sarebbero comparsi su confezioni di sigarette di mezza Europa.

NESSUNA COMUNICAZIONE
«Non so a quale periodo risalga quell’immagine, né quando è stata scattata», spiega Raffaele, che si è rivolto a un legale per avere chiarimenti dall’Unione Europea e da un nota multinazionale del tabacco. Dice: «Da quanto ho capito l’Unione Europea sostiene di avere la liberatoria per tutte le 42 fotografie utilizzate per quella campagna anti-fumo, ma di certo non può essere stato mio padre a firmarla, visto che dopo l’ictus non è più riuscito a utilizzare completamente la mano destra. Non ho idea se ci fosse qualche clausola scritta in caratteri minuscoli nei fogli di ricovero, ma, anche se fosse, credo in ogni caso sarebbe stato doveroso che fosse lui a dare un consenso esplicito».

Dopo un periodo di riabilitazione, Agostino Leone, originario della Basilicata ma residente da una vita a Beinasco, si era ripreso: «Lui era un fumatore di sigari ma non li respirava nemmeno. E comunque era tornato a camminare, seppure con qualche difficoltà. Poi sono sorte complicazioni, indipendenti dall’ictus».

UN ALTRO CASO
La scoperta di quelle foto è avvenuta qualche mese fa, ma Raffaele Leone ha deciso di rendere pubblica la vicenda solo adesso: «Mi ero già rivolto a un avvocato per ottenere spiegazioni, ma pochi giorni fa, su un sito internet, ho letto la storia di un cittadino spagnolo che avrebbe avviato una causa contro la Ue sostenendo che quella stessa immagine sarebbe stata scattata a lui, dopo un intervento alla schiena». Anche in questo caso si tratterebbe di una fotografia non autorizzata, ma Raffaele non ha dubbi: «La persona ritratta sul lettino, nella campagna sul pacchetto di sigarette, è mio padre. Non posso sbagliarmi. Voglio capire perché non siamo stati informati. E pretendo risposte esaurienti».