sabato 19 novembre 2016

Dilemmi

La Stampa
jena@lastampa.it

Meglio vivere un giorno da leoni o mille da Renzi?

Chi compra le password rubate? Facebook

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Capita spesso di sentire notizie di furti in massa di password da parte di criminali che poi saccheggiano gli account violati oppure li rivendono ad altri criminali per commettere furti d’identità o estorsioni. Capita meno spesso di venire a conoscenza di chi compra queste credenziali rubate. Ma ora sappiamo il nome di almeno una delle organizzazioni che lo fa: Facebook.

Lo ha detto Alex Stamos, boss della sicurezza di Facebook, al Web Summit tenutosi pochi giorni fa a Lisbona. Per controllare che gli utenti di Facebook non usino sul social network una password che usano anche altrove, Facebook compra le password violate di altri siti, messe in vendita dai criminali informatici, e le confronta con quelle dei propri utenti.

In realtà Facebook non custodisce le password dei propri utenti, ma ne ospita una versione elaborata tramite una funzione matematica (hashing) difficilmente reversibile: si può partire da una password per crearne una versione hash, ma non è possibile risalire a una password partendo dalla sua versione hash. Quando un utente si collega a Facebook, la sua password viene elaborata al volo per crearne una versione hash: se questa versione corrisponde a quella custodita da Facebook, la password viene accettata. È una tecnica diffusissima nel campo della sicurezza informatica.

Comprando gli archivi di password rubate, Facebook può insomma scoprire quali suoi utenti usano anche altrove la password usata per Facebook e li può avvisare. Secondo Stamos, questa tecnica ha permesso di allertare decine di milioni di utenti, raccomandando loro di non usare per Facebook una password già usata per altri siti. Ovviamente questo significa che Facebook paga i criminali e quindi incentiva il furto di password, ma questo non sembra turbare il sonno di Mark Zuckerberg.

Fonti: Sophos, Cnet.

Sottovetro

La Stampa
massimo gramellini

A Cagliari un giudice di buon senso ha assolto la maestra elementare Giuseppina Pianu dall’accusa di maltrattamento per avere osato sgridare uno scolaro davanti ai compagni. Secondo i genitori del bambino, e purtroppo anche secondo il pubblico ministero che aveva chiesto sei mesi di reclusione, la sfuriata magistrale avrebbe procurato dei disturbi ansiogeni nel piccolo allievo.

Ma non sarà che stiamo costruendo una società di dissociati? Scaraventiamo i ragazzi in un mondo del lavoro giudicante e iper-competitivo, dominato dal principio di X Factor: uno su mille ce la fa. Ma fino a un attimo prima li facciamo crescere sotto una campana di vetro e qualunque manifestazione di autorità estranea alla famiglia - dall’insegnante che mette una nota sul registro all’arbitro che nega un rigore nel torneo parrocchiale - viene considerata un sopruso intollerabile per il buon nome della casata e uno sbrego alla loro personalità di carta velina.

Nel migliore dei mondi possibili la maestra avrebbe magari fatto meglio a non rimproverare pubblicamente il bambino, ma ci sta che l’insegnante possa impartire lezioni di condotta all’allievo senza sentirsi per questo trasformato in un aguzzino. E ci starebbe che gli adulti si schierassero ogni tanto anche con chi si occupa dell’educazione dei loro figli e non sempre e sistematicamente contro. Tra qualche anno i genitori di quel bambino accuseranno di maltrattamento anche la prima ragazza che lo lascerà e l’oscuro tizio delle Risorse Umane che gli negherà un lavoro? 

Arrestati dopo folle inseguimento, il giudice li libera: l'ira dei militari

Claudio Cartaldo - Gio, 17/11/2016 - 11:33

Nemmeno un giorno di arresto. Dopo la folle fuga di tre ladri albanesi subito liberi. E in caserma scatta la rabbia dei carabinieri

La caccia all'uomo era durata per ore, con l'incubo dell'Audi Gialla che tornava nella mente dei poliziotti di Treviso e Pordenone.

Questa volta l'auto era sempre un'Audi A6, ma nera. Al suo interno tre banditi che l'avevano appena rubata e con la quale i tre albanesi avevano messo a segno diversi furti tra Friuli e Veneto. Lo spiegamento di forze era riuscito a mettere le manette ai polsi di Lorenc (39) ed Enis Shafloqi (22) ed Elton Alia (incensurato). Ma il giudice li ha liberati subito. Graziandoli con la sola "denuncia a piede libero".

La decisione della procura ha fatto scattare la comprensibile ira delle forze dell'ordine. Secondo il Gazzettino, infatti, i comandanti dei carabinieri avrebbero mostrato il loro disappunto riguardo la scelta del procuratore di Treviso di considerare "insufficienti" gli elementi raccolti dai militari durante la caccia all'Audi nera. In sostanza, sebbene l'auto l'avessero rubata il 10 ottobre a Pordenone, nonostante i carabinieri fossero certi che avevano messo a segno dei furti, nonostante i posti di blocco forzati e gli inseguimenti secondo il procuratore non c'erano "elementi sufficienti" per trattenere in carcere i tre albanesi. Tutti liberi, quindi. In barba al lavoro degli uomini in divisa.

I ladri si erano anche gettati in un fiume per sfuggire alla cattura. Quando sono stati portati in caserma si sono asciugati. E poi il giudice li ha liberati.

Scoperta una seconda piramide all’interno della struttura Maya di Chichen Itza

La Stampa
marina palumbo

Nascosta in profondità nella piramide di Kukulkan al di sopra di un bacino d’acqua sacro usato per i rituali. La prima piramide interna a quella visibile dall’esterno era stata scoperta nel 1930



Gli scienziati hanno scoperto una seconda piramide nascosta in profondità all’interno della piramide di Kukulkan, una delle rovine Maya di Chichen Itza in Messico. I ricercatori hanno annunciato il ritrovamento di una piramide alta 10 metri all’interno di due altre strutture che compongono la costruzione anche conosciuta come El Castillo. I primi scavi, risalenti al 1930, avevano già rivelato una struttura interna alla piramide che conteneva un trono di colore rosso e dalla forma di un giaguaro incastonato di giada.

Chichen Itza fu fondata intorno al VI° secolo, presumibilmente dalle genti Maya della penisola dello Yucatan. Ci sono prove di una invasione esterna intorno al X° secolo, probabilmente da parte di altre genti Maya influenzate dai Toltechi del Messico centrale. Gli invasori furono responsabili della costruzione di El Castillo, che si innalza per 24 metri al di sopra di un bacino d’acqua conosciuto come «cenote».


L’acqua sottostante la piramide

Il bacino d’acqua fu usato nei secoli passati per un culto sacro che secondo alcuni comprendeva sacrifici umani al dio della pioggia.


Il sacro cenote contenuto all’interno della roccia calcarea su cui poggia la piramide

Usando una tecnica non invasiva di rappresentazione tridimensionale per immagini i ricercatori sono stati in grado di guardare all’interno e scoprire una seconda substruttura sotto la prima. Sembrerebbe inoltre esserci una rampa - molto probabilmente una piccola scala - e con ogni probabilità anche un altare.


La nuova tomografia grazie alla quale i ricercatori hanno trovato la seconda piramide

«La nuova struttura che abbiamo trovato non è completamente al centro della piramide di Kukulkan. È in direzione invece di dove si trova il cenote» ha spiegato Rene Chavez Segura, dell’Università Autonoma Nazionale del Messico. «Questo ci fa ritenere che quando i Maya costruirono la struttura fossero a conoscenza del cenote». La struttura scoperta sembra risalire al periodo precedente l’invasione, dunque sarebbe più antica di diversi secoli rispetto a quella soprastante.

Secondo Denisse Argote, del National Institute of Anthropology and History, queste antiche rovine andranno studiate con grande attenzione nei prossimi anni perchè potrebbero rivelare molto riguardo ai primi Maya. «Queste rovine sono luoghi sacri, cosmici, dove coloro che governavano, i sacerdoti, erano in contatto con il mondo spirituale».

Trent’anni di misteri: la Svezia riapre il caso sull’omicidio Palme

La Stampa
monica perosino

Una nuova squadra per scoprire il killer del premier



Sono passati 30 anni, otto mesi e 21 giorni da quando il padre della Svezia e della socialdemocrazia scandinava venne ucciso a colpi di pistola nei pressi di una fermata della metropolitana di Stoccolma. Il premier Olof Palme era appena uscito dal cinema «Grand» con la moglie Lisbet quando, alle 23,21 del 28 febbraio 1986, qualcuno gli sparò due colpi alla schiena con una .357 magnum. Palme morì dissanguato sul marciapiede di Sveavagen 45.

Da allora l’omicidio dell’uomo che ha costruito il mito svedese del welfare e dell’uguaglianza rimane irrisolto, nonostante 10.000 interrogatori, 134 mitomani rei confessi, un colpevole - poi scagionato - e 250 metri di documenti e reperti del dossier Palme che riempiono un’intera stanza del Tribunale di Stoccolma. E ora la Svezia, che non ha mai superato lo choc dell’omicidio, ha deciso di riaprire l’inchiesta sull’assassinio del più carismatico dei suoi leader. Il procuratore capo di Stoccolma, Krister Petersson, sarà a capo della nuova indagine.

Il compito di Petersson si preannuncia molto più che difficile, ma di casi difficili ha già una certa esperienza: nel 2003 è stato lui ad indagare sull’assassinio della ministra degli Esteri svedese Anna Lindh, accoltellata in un centro commerciale nel 2003. Il 10 settembre di tredici anni fa, tre giorni prima del referedum sull’introduzione dell’euro in Svezia, fu accoltellata da Mijailo Mijailovic mentre faceva la spesa in un negozio di Stoccolma. Morì il giorno seguente all’ospedale di Solna. Mijailovic, condannato all’ergastolo, aveva detto che il movente era il supporto che Lindh diede alla campagna militare degli Usa contro la Serbia nel 1999.

Petersson era stato già protagonista del caso di John Ausonius, che negli Anni 90 sparò colpi di fucile contro 11 immigrati in 11 episodi distinti, utilizzando un mirino laser e guadagnando sì così il soprannome di «Laser man».

Il gruppo «O. P.»
L’uccisione del leader socialdemocratico ha continuato ha tenere la Svezia con il fiato sospeso per tre decenni, tra false piste, finte confessioni, una quantità esorbitante di saggi, romanzi, dibattiti televisivi sul più grande mistero della Svezia contemporanea. Ogni 28 febbraio la targa commemorativa nell’elegante Sveavagen si riempie di fiori, candele e messaggi. Da sempre le critiche sulle indagini di allora si concentrano contro la polizia - «impreparata e lenta», che la notte dell’omicidio non avrebbe neppure creato posti di blocco né blindato la scena del crimine. Due ministri, il capo della polizia e quello dell’Intelligence furono costretti a dimettersi.

Dal prossimo febbraio il mistero nazionale peserà sulle spalle del procuratore generale Petersson, che ha passato gli ultimi due giorni in una blindatissima riunione del «Gruppo Olof Palme» nel castello cinquecentesco di Lejondals, a Nord di Stoccolma. Una riunione tattica. «Sono onorato dell’incarico - ha detto Pettersson -. Ci metterò tutta l’esperienza e l’energia possibili». Di energia dovrà averne molta anche solo per studiare le centinaia di faldoni sul caso. Il procuratore, che per coincidenza condivide un nome quasi identico con l’uomo accusato dell’omicidio nel 1989 - Christer Pettersson, piccolo criminale e tossicodipendente poi prosciolto (e morto nel 2004):

«Tutto il gruppo investigativo è spinto dalle medesime aspirazioni e sostenuto da una forte determinazione. E chissà che non riusciremo a risolvere il caso...».

“Tu spazzatura che hai gettato il cane dal camion”, la lettera su Facebook diventa virale

La Stampa
noemi penna




Dion Cole era in ritardo per il lavoro quando ha visto un cane gettato fuori da un camion come spazzatura, rotolare per strada. L'uomo non riusciva a smettere di pensare a quanto accaduto: lo ha detto alla moglie Danielle e insieme sono andati a cercare l'animale, per vedere come stava e se era ancora vivo.

Il cagnolino era così terrorizzato che ci sono voluti un paio di giorni per convincerlo a lasciare il cespuglio sul ciglio della statale 48 del Michigan, dove si era rannicchiato, per andare via con loro. Forse sperava ancora che il suo padrone sarebbe andato a riprenderlo. E la coppia è rimasta talmente colpita dall'accauto che ha deciso di scrivere una lettera ««all'infame»» che lo ha abbandonato in quel modo, e di affidarla a Facebook. Il post, pubblicato il 18 settembre da Danielle Cole, è diventato subito virale e a oggi ha superato le 75 mila condivisioni.



«Per l'infame che ha gettato il suo cane nel bosco della contea di Allegan, sulla strada 48th, lascia che ti racconti cosa ha passato il tuo cane», scrive la donna su Facebook, riportando come il cucciolo «fedele e amorevole» abbia «rincorso il camion per quanto poteva, fino a quando le sue gambette non hanno ceduto ed è crollato sul lato della strada. Mio marito ha visto tutto».

«Come si può buttare un cane come un pezzo di spazzatura?», aggiungendo che «questo piccolo e bellissimo cucciolo è così dolce e amorevole. Credo che sia stato il destino che ha fatto essere mio marito in ritardo quel giorno, in modo da poter vedere quello che hai fatto. Gli spiace solo di non esser riuscito a prendere il numero della targa. Pagherai un giorno per quello che hai fatto».

C'è voluto tempo per conquistare la fiducia del cagnolino abbandonato, inclusa qualche ciotola di croccantini. Ma la coppia ce l'ha fatta e ora si sta prendendo cura di lui, insieme ai loro figli e agli altri cuccioli di casa. «Sta attraversando un momento davvero difficile, deve imparare a fidarsi di nuovo degli esseri umani», spiga Danielle, tuttavia, «ora è al sicuro, in attesa di una famiglia amorevole che possa prendersi cura di lui per tutta la vita».

Moro non voleva allearsi col Pci Un compromesso (non) storico

Corriere della sera

di PAOLO MIELI

Il libro riesamina i rapporti di Moro con la sinistra; smentisce l’interpretazione consueta del suo atteggiamento verso i comunisti nel periodo della solidarietà nazionale

A cent’anni dalla nascita è giunto il momento di smetterla di credere «alla favola che sia stato ucciso perché stava preparando il compromesso storico con i comunisti». È questo il punto di partenza di un importante libro di Massimo Mastrogregori, Moro (che sta per essere pubblicato per i tipi della Salerno), particolarmente attento ai rapporti tra lo statista democristiano e i partiti di sinistra.

Rapporti che promettevano di evolversi in qualcosa di più impegnativo allorché Moro, già leader della Federazione degli universitari cattolici, tra il 1944 e il 1945 guardò per così dire con interesse al mondo socialista e a quello comunista. Ne è testimonianza un suo articolo su «La Rassegna» del 6 luglio 1944, in cui disegna uno scenario («assai ardito», lo definisce Mastrogregori) di conciliazione del mondo occidentale con quello sovietico. Tesi non in sintonia con le idee che all’epoca circolavano in Vaticano: passeranno tre settimane e il 1° agosto Papa Pio XII si pronuncerà esplicitamente contro la collaborazione con comunisti e socialisti.

Ma l’uomo politico insisterà nelle sue relazioni con i partiti di Palmiro Togliatti e Pietro Nenni. La sua rivista, «Studium», ospiterà nel numero 7-8 del 1945 la pubblicità del periodico comunista «Società» (edito da Einaudi) e nel numero di dicembre comparirà un articolo che suggerirà ai cattolici di avvicinare e riconquistare i comunisti. Lui stesso, stando ad alcune testimonianze dell’epoca, li avvicinò. Nei diari di Antonio Segni alla data 19 marzo 1960 è annotato che l’uomo dell’Ufficio affari riservati, Federico Umberto D’Amato, gli avrebbe riferito di un colloquio con l’ex dirigente comunista Eugenio Reale secondo il quale Moro nel

1944 aveva presentato — al segretario del Pci pugliese Antonio Di Donato — una domanda di iscrizione al partito di Togliatti. Dopo che questa richiesta era stata respinta (per decisione, a suo dire, dello stesso Reale), Moro ne aveva presentata una seconda, al segretario locale del Psi Eugenio Laricchiuta. Anch’essa rigettata, ma di cui, in anni successivi, furono in grado di riferire circostanziatamente Giuseppe Saragat e Francesco De Martino. Qui Mastrogregori prende per buone le testimonianze (in particolare quella di Reale), ma ipotizza che il giovane politico pugliese fosse stato autorizzato dalla Chiesa a «svolgere una missione presso i partiti anticristiani».

In ogni caso Moro, entrato subito dopo nella Dc, continuò a manifestare attenzione nei confronti dei comunisti. Ai lavori della Costituente Alcide De Gasperi notò che quel politico alle prime armi aveva «sostenuto gli articoli sociali di sinistra» e lo definì (in privato) «un professore che ha combinato qualche guaio». Togliatti si accorse di «quel giovane di Bari»: secondo le testimonianze di Nilde Iotti e Luciano Barca, affidò al parlamentare comunista Renzo Laconi il compito di interloquire costantemente con lui. E decise di accordare alcune concessioni alla scuola cattolica (materia su cui Moro era relatore) anche a costo di scontentare un grande intellettuale, Concetto Marchesi, che proprio con Moro non aveva trovato l’accordo.

Dopodiché, negli anni della guerra fredda, Moro fu un anticomunista inflessibile. Ma, nel contempo, si segnalò per alcuni gesti di duttilità nei confronti dei partiti di sinistra. Nel voto decisivo che il 27 maggio del 1947 escluse comunisti e socialisti dal governo, Moro si astenne. Quando si discusse del Patto atlantico, da sottosegretario agli Esteri fece avere a Giuseppe Dossetti documenti riservati utili a rafforzarne le convinzioni antiamericane: di nuovo si ebbe qui la reazione indispettita di De Gasperi. Fu relatore su un progetto assai benevolo per il pagamento delle riparazioni di guerra all’Unione Sovietica. La sera del 22 dicembre 1950 disertò il voto su una mozione governativa a favore dell’intervento statunitense in Corea.

In privato però rimproverava al Pci di non essersi schierato dalla parte di Tito nella controversia con Stalin e nel 1953, alla morte del dittatore sovietico, criticava Nenni per qualche suo eccesso nelle espressioni di compianto. Il 19 ottobre del 1954 il democristiano Giuseppe Togni tuonò contro i comunisti «sudditi di un Paese straniero»: Moro, da capogruppo della Dc, prese le distanze. Nella seconda metà degli anni Cinquanta, soprattutto dopo le mancate conseguenze tratte in casa comunista dalle rivelazioni di Nikita Krusciov sui crimini di Stalin e la repressione sovietica in Ungheria, Moro fu sempre più netto nella sua ostilità al Pci.

Nel 1956 fu tra i principali promotori di Stay behind e nel luglio del 1960 difese fino all’ultimo il governo Tambroni sostenuto dai voti missini. Anche quando fu chiaro che sarebbe stato travolto dalle manifestazioni di piazza. Quando poi si trattò di edificare il centrosinistra, fu il regista di una costruzione assai complessa, riuscendo là dove non erano riusciti né Giovanni Gronchi, né Amintore Fanfani. Nenni all’inizio lo sottovalutò: quando Moro, nel 1959, fu eletto segretario della Dc, il leader socialista non ritenne neanche di prenderne nota nel suo diario. Poi però i due si intesero sempre di più e Nenni, divenuto suo vice alla guida del governo, ebbe modo di accorgersi di quanto invece Moro diffidasse di Ugo La Malfa.

Nell’estate del 1964 Moro non credette che fosse in atto un colpo di Stato da parte del generale Giovanni De Lorenzo. E non se ne convinse neanche nel 1967, quando, sulla scia delle rivelazioni dell’«Espresso», Nenni si persuase che nel luglio di tre anni prima l’Italia era stata sull’orlo di un golpe. Fu Moro a escogitare la formula grazie alla quale Giuseppe Saragat, alla fine del 1964, fu eletto presidente della Repubblica. Poi nel 1968 i socialisti unificati non otterranno l’atteso premio dalle urne, il suo governo entrerà in crisi e lui inizierà a cercare di coinvolgere i comunisti.

«Moro nella veste insolita di estremista», si allarma Nenni nei suoi diari. Niente di più lontano dal vero. Moro capisce che la Dc, per restare centrale nel sistema politico, deve dar vita ad equilibri «più avanzati», ma non riesce a convincere a fondo né la gran parte dei suoi compagni di partito, né l’alleato americano. E neanche i comunisti, il cui giudizio nei suoi confronti è altalenante. Ancora nel 1976, quando il Pci di Enrico Berlinguer entra nell’area di governo, le esitazioni sono molte. Così «l’idea di un Moro demiurgo della politica italiana, abile regista eliminato col sequestro e l’assassinio per deviare sviluppi politici ben definiti e avviati, ancorché molto diffusa», scrive Mastrogregori, «non è per niente realistica».

Di conseguenza anche le pagine dedicate al rapimento e all’uccisione dello statista (1978) sono assai meno dietrologiche di quanto è consueto trovare nelle ricostruzioni anche accurate sulla sua vita. Ma allora quali furono i veri rapporti di Moro con il Pci? Nel suo recente L’arte del non governo (Marsilio), Piero Craveri osserva che c’era una sintonia solo apparente tra la visione di Moro «di una democrazia che doveva essere operante» e la proposta di Berlinguer del compromesso storico.
Per Moro «l’unione delle forze politiche ai fini di una “solidarietà nazionale” era di natura transeunte e si fondava logicamente, come in tutte le democrazie liberali, sulla situazione di straordinaria emergenza che si era venuta creando, i cui caratteri erano politici ed economico-sociali». Per Berlinguer avrebbe dovuto avere invece carattere «permanente», andava considerata come «un approdo» la cui finalità era di «carattere istituzionale».

Anche Guido Formigoni, in Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma (il Mulino), insiste su questo punto: il processo che aveva in mente lo statista democristiano, «doveva consolidare il sistema democratico e accompagnare l’evoluzione ideologica e politica del maggior partito di opposizione, senza cedere per principio a logiche strettamente consociative, oppure allo schema berlingueriano del compromesso storico». Altro che abbraccio tra Dc e Pci.

Quella rappresentata dalla statua di Maglie di Aldo Moro con l’«Unità» sottobraccio è quantomeno una forzatura. La sinistra politica e culturale guardò sempre a lui con diffidenza. Natalia Ginzburg lo definì «dromedario grande e triste»; Giorgio Agosti lo descrisse come «viscidamente pretesco» e «infido»; Palmiro Togliatti irrise a quel «De Gasperi alessandrino»; per Pietro Ingrao fu nient’altro che un «gesuita»; per Davide Lajolo dava «il senso della pioggia uggiosa delle scure giornate invernali», era «un Mefistofele di sacrestia, dalle parole foderate di grigio e dalla smorfia dolciastra, che sta seduto al banco del governo con la stessa noia con cui sta genuflesso in chiesa, molle e resistente come la gomma»; Pier Paolo Pasolini scrisse che la sua era «la lingua della menzogna».

Del resto, in un volumetto del 1976 cioè l’epoca dell’unità nazionale — Moro (Feltrinelli), libro peraltro simpatizzante nei confronti dello statista democristiano — un importante giornalista comunista, che dell’«Unità» fu condirettore, Aniello Coppola, scriveva di lui in toni quasi sprezzanti: quell’uomo era «certamente uno dei principali responsabili» della «degenerazione degli apparati pubblici, del decadimento dello Stato, della riduzione della politica a gioco di formule e a mera diplomazia istituzionale». Era anzi «l’emblema di questo modo — sempre più contagioso — di fare politica».

Ma davvero lo statista democristiano fu l’emblema di questo modo di fare politica? Nel libro Intervista su Aldo Moro, a cura di Alfonso Alfonsi (Rubbettino), George L. Mosse ha osservato che «la carriera politica di Aldo Moro assume un significato di interesse generale perché è strettamente collegata a quella crisi del sistema di governo parlamentare manifestatasi in tutta la sua gravità nel corso del XX secolo». Emilio Gentile ha recentemente osservato come queste acute osservazioni di Mosse (del 1979) «si leggono oggi con maggiore inquietudine», se si stabilisce un confronto tra la crisi della democrazia parlamentare degli anni Settanta e quella attuale.

Mosse notò che a Moro non piaceva la televisione ed era incapace di usare i mezzi di comunicazione più moderni. Anche Mastrogregori mette in risalto come Moro non sapesse «parlare al popolo» né usare la televisione. Andò a Londra in treno — nella vettura presidenziale costruita nel 1940 per Mussolini, dotata di camera da letto, studio, saloncino, sala da pranzo — mettendoci due giorni per arrivare a Victoria Station: «Trasmetteva un’immagine di lentezza e di arretratezza». Il modo di comunicare più avveniristico per lui era scrivere editoriali molto molto complessi per «Il Giorno» (ne stava correggendo uno, in auto, anche la mattina in cui fu rapito).

Tutto ciò — sosteneva Mosse — nel momento in cui, per vincere la sfida dei movimenti antidemocratici, gli uomini politici avrebbero dovuto imparare a usare miti, simboli, riti collettivi, ogni strumento della moderna comunicazione di massa. Anche se in questo Mosse intravedeva alcuni pericoli: «Nel destino di Moro si prefigurava il paradosso della democrazia parlamentare… se si vuole essere uno statista bisogna essere in una certa misura un capo carismatico, bisogna fare appello, a seconda dei casi, al sentimento nazionale e ad altre passioni, per condurre la gente verso nuove mete». Nella consapevolezza che «se si fa tutto ciò, si corre il rischio di trasformare il sistema in una dittatura».

Moro in ogni caso si rifiutò di far propri questi nuovi modelli. Ai quali invece si adattò — in una certa misura — Berlinguer. E dagli «appunti» di un collaboratore di Moro, Andrea Negrotto di Cambiano, si è appreso che, anche per questo, il leader democristiano considerò quello comunista «non dotato, purtroppo, di quella vera grande visione politica» di cui era accreditato; al più «un grande tattico, capace di sfruttare con abilità le situazioni contingenti». È solo per motivi «di propaganda e apologetici», conclude Mastrogregori, che ci si è poi concentrati sulla figura di Moro come «tessitore di un accordo con il Pci». In realtà «egli fu, negli ultimi due anni della sua vita, più il negoziatore di una tregua armata — non solo metaforicamente — che non il creatore di nuovi equilibri sul punto di realizzarsi». Un giudizio in controtendenza.

13 novembre 2016 (modifica il 13 novembre 2016 | 21:44)