giovedì 17 novembre 2016

L’Impegnato

La Stampa
massimo gramellini

Ce ne faremo serenamente una ragione, ma Bob Dylan non andrà a ritirare il Nobel per la letteratura, sabato 10 dicembre a Stoccolma, «per altri impegni». Era il minimo che ci si potesse attendere da un cantautore così impegnato. Non è dato sapere di quali impegni si tratti - il dentista, forse - mentre si sa per certo che erano stati assunti in precedenza. E qui Dylan, da vero impegnato, conferma di non possedere il senso dell’umorismo e la perfidia di Oscar Wilde, che rifiutò un invito «causa impegni presi successivamente». Qualcuno obietterà che Dylan avrebbe fatto meglio a ricusare subito il Nobel, anziché degnarsi di accettarlo dopo sfibranti titubanze e poi disertare la premiazione. Anche per le rockstar malmostose dovrebbe valere un codice minimo di buona educazione. Tanto più che gli unici premiati ad avere disertato finora la cerimonia lo avevano fatto perché in carcere o gravemente malati.

Ribaltando il punto di vista, questo rifiuto ricade sulla scarsa preveggenza e l’enorme arroganza della giuria. Non si può assegnare il premio più istituzionale del mondo a un atipico come Dylan e poi stupirsi che lui lo accolga con lo stesso entusiasmo che si riserva a una purga. Sarebbe stato più saggio sondarne la disponibilità prima di darglielo. Per fare questo, però, i parrucconi scandinavi avrebbero dovuto ammettere che il Nobel non è un onore irrinunciabile, ma un’onorificenza come altre. Per prudenza, la prossima volta, consiglierei di rivolgersi a un cantante meno impegnato. Magari a Pupo.

Nobel

La Stampa
jena@lastampa.it

Dylan su Renzi: “Quante promesse può fare un uomo prima che tu possa chiamarlo premier?”.

Giuliani, il portiere di Maradona cancellato dal calcio

Corriere della sera

di Paolo Tomaselli

Morì di Aids 20 anni fa, lo sport lo ha rimosso dalla memoria ancora prima della sua morte, etichettandolo come la sua unica vittima del virus killer. Il ricordo dei compagni

Festa europea. 17 maggio 1989, il Napoli vince la Coppa Uefa contro lo Stoccarda. Giuliani mette i suoi guantoni sulla Coppa
Festa europea. 17 maggio 1989, il Napoli vince la Coppa Uefa contro lo Stoccarda. Giuliani mette i suoi guantoni sulla Coppa

È stato il «portiere di Maradona». E per questo ancora qualcuno lo ricorda, nelle immagini di un calcio che sembra uscito da un’altra era. E in fondo è un paradosso perché non ci potevano essere due figure più distanti: Diego era l’idolo trascinatore a cui si perdonava tutto e Giuliano Giuliani era il solitario della compagnia, non solo per il ruolo che aveva in campo. Sulla Coppa Uefa del Napoli (17 maggio 1989) e sullo scudetto del 1990 ci sono anche i suoi guantoni. Ma pochi anni dopo — oggi sono 20 da quel 14 novembre 1996 — «Giulio» è morto al reparto malattie infettive dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna.

A 38 anni se l’è portato via una complicazione polmonare, dopo che aveva accompagnato a scuola la figlia Gessica. Giuliani aveva l’Aids, il contagio forse era arrivato nei baccanali del matrimonio di Maradona in Argentina, e il suo fisico era già minato dal 1994, quando si era ritirato sui colli bolognesi. Un paio di anni prima, ai tempi dell’Udinese, la sua ultima squadra, era stato accusato e arrestato per detenzione e spaccio di droga, venendo scagionato subito.

Non era un santo, insomma. E il calcio italiano, che di santi notoriamente è sovrappopolato, lo ha rimosso ancora prima della sua morte, etichettandolo come la sua unica vittima per il virus killer. E dimenticandolo nell’ultimo scaffale della memoria. «Ma era un buonissimo portiere — ricorda Osvaldo Bagnoli che lo ha allenato al Verona per tre anni —.

Si isolava parecchio: io parlavo poco, lui ancora meno, eppure c’era intesa tra di noi. La sua morte fu un grande dolore». Sia a Verona che a Napoli, Giuliani aveva rimpiazzato Garella, in una sorta di rincorsa che nella seconda metà degli anni 80 lo aveva consacrato come uno dei migliori, subito dopo la coppia Zenga-Tacconi. Aveva fatto la riserva dello juventino all’Olimpiade di Seul 1988, prima di finire alla corte di Maradona.

«A Napoli arrivammo assieme, ma ci eravamo conosciuti anni prima durante il militare — racconta Giancarlo Corradini, ex difensore —. E già da ragazzo mi aveva colpito la sua maturità, le sue idee sempre avanti: voleva creare un raggio laser per misurare la distanza della barriera, aveva un negozio di abbigliamento, disegnava le maglie con cui giocava e le commercializzava. Sul campo era tra i 4-5 migliori: non era uno showman che si atteggiava, ma era un portiere essenziale. Ha lasciato un bel ricordo tra i suoi compagni. Il calcio lo ha dimenticato perché in quegli anni si scappava da quella malattia. E così si è scappati anche da Giulio».

Giuliani era stato cresciuto dagli zii ad Arezzo e aveva iniziato per emulare Albertosi. Diplomato geometra, era esploso nel Como, frequentava la Milano da bere ed era sposato con Raffaella, modella e conduttrice tv: «Aveva sofferto, ma amava la vita — dice Moreno Roggi, il suo procuratore —. Era un ragazzo serio, corretto. E un portiere di grande livello. Era una persona perbene».

Google aggiorna Play Music: l'intelligenza artificiale diventa un dj su misura

La Stampa
dario marchetti

Casa o ufficio, alba o tramonto, sole o pioggia: l'app di streaming musicale di Google si rinnova e sfrutta il machine learning per analizzare e anticipare i gusti degli utenti



Il mercato della musica in streaming è più agguerrito che mai. E per spingere gli utenti a scegliere un servizio piuttosto che un altro servono idee originali. Per questo Google ha appena rinnovato, sia nelle funzioni che nell'interfaccia, la sua app Play Music. Dietro le quinte della nuova grafica si cela infatti un complesso sistema di machine learning, in grado di seguire l'utente in ogni momento della giornata, imparando i suoi gusti ma anche indovinando i momenti giusti per proporre la playlist perfetta.

Fornite le dovute autorizzazioni di privacy, Play Music riconosce il luogo dove ci si trova, distinguendo tra casa, lavoro e palestra, per poi consigliare i brani più adatti alla situazione. Ma l'app tiene anche conto del tempo, differenziando le proposte tra alba e tramonto, così come del meteo, sottoponendo all'attenzione dell'utente una struggente ballata come accompagnamento a un temporale che infuria fuori dalla finestra o un pezzo pop per una passeggiata in pieno sole.

Non solo: il nuovo Play Music si pone l'obiettivo di non lasciarci mai a corto di musica, anche quando non si ha una connessione a disposizione o magari ci si trova all'estero. Ogni volta che lo smartphone sarà in ricarica e connesso al wi-fi infatti, il sistema scaricherà in automatico una playlist basata sugli ascolti recenti e sui generi preferiti, pronta per essere ascoltata in qualsiasi situazione e a qualsiasi latitudine.

La nuova vita della cagnolina che era così spaventata da nascondere il muso

La Stampa
giulia merlo



Quando la gabbia è arrivata da Israele, i volontari si aspettavano di trovare dentro il solito dramma di animali denutriti e a un passo dalla morte. In quelle settimane, infatti, nel Dog Tales Rescue and Sanctuary in Ontario erano arrivate moltissime gabbie, parte di un’operazione di recupero.



Ciò che si sono visti davanti, però, li ha lasciati sconvolti. “Ricordo che quando è stata tirata fuori dalla gabbia c’è stato un sussulto di orrore da parte di tutto il team”, ha detto Clare, “Di tutti i cani che abbiamo recuperato, lei era quella nelle condizioni peggiori”.



La cangolina non riusciva a chiudere la bocca a causa di una infezione terribile. I veterinari hanno ipotizzato che il cane avesse masticato le barriere metalliche della gabbia, in un momento di follia. La sua pelliccia, poi, era definitivamente compromessa. “Non ho mai visto un cane con il pelo più rovinato, immagino che le facesse anche molto male”.



In Israele, la sua condizione aveva reso la cagnolina Doba praticamente intoccabile. “Era così terrorizzata che i volontari non riuscivano a tenerla”. Nel rifugio, però, qualcosa per lei è cambiato: “Ha capito che era in un posto migliore e che era salva. Ha permesso allo staff di portarla a fare due passi e, anche se era molto timida, ha iniziato a mostrarsi più fiduciosa”.



Dopo poco ha anche iniziato ad apprezzare il contatto umano. “E’ stato incredibile come si è trasformata in un altro cane. Adesso saluta gli ospiti scodinzolando”. “Quando gioca con gli altri cani, è sempre la prima a correre incontro ai nuovi arrivati. Doba è la dimostrazione che l’ambiente circostante ha un impatto enorme sulla personalità dei cani”. Ora l’ultima cosa che le manca è di trovare una nuova famiglia.

Trump è un marchio registrato in Cina, ma non appartiene a Donald

La Stampa
bruno ruffilli

Respinto il ricorso del neo presidente che dovrà anche pagare le spese legali



Trump è un marchio registrato in Cina, ma non appartiene al neoeletto presidente americano. Dopo una battaglia legale durata anni, infatti, ieri l’ufficio marchi e brevetti dell’ente per l’industria e il commercio cinese ha rigettato la richiesta di registrazione del marchio Trump perché ricorda troppo da vicino quello di un’azienda edile di Liaoning, nel nord della Repubblica Popolare.

Il marchio, secondo quanto riporta il South China Morning Post, è stato registrato nel 2006, due settimane prima che il tycoon americano provasse a fare lo stesso col suo nome. La registrazione fa esplicito riferimento a costruzioni edili nel settore residenziale e alberghiero, proprio quelli in cui il miliardario americano opera da anni. Trump ha naturalmente respinto la decisione ed è ricorso più volte in giudizio, l’ultima volta nel 2015, due giorni dopo l’avvio ufficiale della campagna elettorale.

L’Alta Corte di Pechino ha però respinto il ricorso e lo ha condannato al pagamento delle spese legali.
I piani di espansione di Trump nella Repubblica Popolare, però, dovranno scontrarsi con i rapporti non sempre facili con il Governo cinese: il presidente Xi Jinping lo ha telefonato dopo le elezioni ricordandogli che “la cooperazione è l’unica strada possibile”, al di là dei richiami populistici a tasse e dazi di cui ha molto discusso in campagna elettorale. 

Un accordo pare effettivamente possibile, nell’interesse comune dei due Paesi, ma intanto Trump ha pensato bene di tutelare i suoi affari e nel marzo di due anni fa ha avviato la procedura per registrare il marchio TRUMP in lettere maiuscole, che è stata accettata in via provvisoria (allo stesso modo, un anno fa, a un’azienda cinese che produce borse di pelle è stata concessa senza troppe difficoltà la licenza per il marchio IPHONE). 

L’ufficio per la proprietà intellettuale cinese ha dichiarato validi anche “Trump Tower” per gli alberghi e la ristorazione, “Trump Estates” per la gestione delle proprietà immobiliari, “Trump Home” per i mobili. Il miliardario americano dovrà tuttavia trovare un altro nome se vorrà darsi al settore igienico-sanitario: il marchio “Trump Toilets” è già stato registrato da una ditta di Shenzhen che produce lavandini e gabinetti di lusso. 

Non solo Playpen: l’Fbi gestirebbe altri 23 siti pedopornografici nel Dark Web

La Stampa
marco tonelli

Secondo un articolo pubblicato su Ars Technica, lo rivelerebbe un documento del giudice federale del Maryland. “Sono quasi la metà di quelli attualmente presenti” ha affermato la ricercatrice in tema di sicurezza informatica Sara Jamie Lewis



L’Fbi gestirebbe 23 siti pedopornografici nella rete anonima Tor. Il tutto per identificare gli utenti e catalogare i loro dati. Insomma, come hanno fatto lo scorso anno con Playpen, anche nel 2016, i federali continuerebbero a sporcarsi le mani nel Dark Web. Secondo un articolo pubblicato su Ars Technica, lo affermerebbe un documento del giudice federale del Maryland (risalente al 31 ottobre scorso) ottenuto dall’organizzazione per i diritti civili American Civil Liberties Union. E allo stesso tempo «si tratta di un’ipotesi abbastanza ragionevole pensare che siano quasi la metà delle piattaforme di questo tipo presenti nei server», ha spiegato alla testata online la ricercatrice in tema di sicurezza informatica Sara Jamie Lewis.

Da agosto ad aprile 2016, la Lewis ha identificato almeno 29 siti contenenti materiale pedopornografico. «Sono solo una parte di quelle presenti e credo che sulla base di quanto reso pubblico, alcuni di loro siano gestiti dai federali», ha dichiarato la donna. E come nel caso Playpen, per stanare gli utenti avrebbero utilizzato un sistema basato su una serie di malware inseriti nei codici dei diversi siti, capaci (ogni volta che si effettua l’accesso) di entrare nei pc dei visitatori per poi identificarli. Grazie al cosiddetto Network Investigative Technique gli investigatori potrebbero così superare l’anonimità del Dark Web. 

In poche parole, secondo quanto recita il documento (che autorizza i federali ad usare i malware), «i siti web 1-23 operano in una struttura governativa e attraverso di loro verranno collezionati i dati associati alle azioni dei loro utenti». Per l’avvocato specializzato nel settore dei cybercrimini Fred Jennings, «questo paragrafo non rappresenta una testimonianza diretta, ma non ci sono altri modi di leggerlo se non come l’ammissione del fatto che questi siti sono gestiti nelle strutture governative con la conoscenza dei federali e con notevoli benefici dal punto di vista delle informazioni ottenute».

Interpellato da Ars Technica, il portavoce dell’Fbi Christopher Allen ha però smentito quanto affermato, sia dalla ricercatrice che dall’avvocato: «Che io sappia, con l’indagine su Playpen è stata l’unica volta che ci siamo comportati in questo modo», ha dichiarato l’uomo in una mail inviata all’autore dell’articolo.

Trump e i lecchini

Nino Spirlì



Eccoli arrivare, con la lingua lurida di hotdog al tartufo bianco digerito e pronto ad essere espulso nei sacri cessi d’alabastro e oro puro del piano patronale della Trump Tower.

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Gli leccano le terga solo ora che il popolo americano lo ha incoronato imperatore degli States…
Dopo la schiacciante vittoria sulla moglie del goloso Bill, signore della guerra nella ex Yugoslavia e avido di baci aspiranti al collo dell’aquila presidenziale, i laidi detrattori di Donald J. Trump, governanti e non, strisciano ai suoi piedi come processionarie. Chi al telefono, chi col messaggio chilometrico, chi implorando un appuntamento, chi scrivendo panegirici che fanno a cazzotti coi “pezzi” scritti fino a una settimana fa anche sui giornalini delle parrocchie.

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Tutti pronti a consegnarsi al signore della Terra, biondo come il ciuffo di una pannocchia di mais, strafigo per il potere che rappresenta, ammogliato con una gnocca supersonica, che ha sostituito la precedente quando questa cominciava a decadere. Altrettanto gnocca. Con una figliolanza che bella è dire poco. Con un team di collaboratori ed un gruppo di amici giusti al posto giusto.

Hanno voglia a sfilare, più o meno incazzati, qualche centinaio di disperati caricati a molla dopo aver incassato qualche spicciolo da questo o quel padrone delle ombre… Hai voglia a sentir ragliare ancora certa stampaccia europea, miope più di una talpa epilettica e falsa come una banconota da un euro. Questo ha vinto e tiene ben stretta la “valigetta della pace”, mentre i vergognosi ex oppositori si prostrano come schiavi al passaggio del faraone.

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Fino allo scontato risultato democraticamente ottenuto dal gigantesco magnate, figlio di madre scozzese, giornali e tv ci hanno frantumato i maroni con la vittoria certa (?) di Lady Isis. Ci hanno ubriacato di finte e catastrofiche previsioni infernali nel caso malaugurato Trump avesse vinto le presidenziali. Ora cercano di riparare cominciando a tesserne le lodi.

Vergogna!
Abbiano, almeno, la decenza di tacere o tenere la posizione. E, invece, no. Pensando che abbiamo già cancellato dalla memoria tutte le porcherie che hanno sparso su Trump, cercano di riparare, tentando lo slalom fra i velatissimi mea culpa. I peggiori? Tutti i prezzemolini televisivi. Quelli che avrebbero valore pari allo zero assoluto, se qualche conduttore/trice non li ospitasse per farli cianciare su ogni, per la goduria delle casalinghe e delle badanti in servizio assistenza.

Sì, Vergogna!

Eravamo in molti a credere in Trump. Ora il mondo lo sa, che avevamo ragione. Non abbiamo bisogno dei convertiti dell’ultima ora.

#frameeme

Caro Robert De Niro , vieni a stare in Italia senza Trump….

Antonio Angelini



Alla fine ha vinto Trump. Il Berlusca americano. Forse l’ unico che poteva avere speranza di vincere contro i media, i testimonial, il mainstream mondiale , le lobbies bancarie e i finanziamenti sauditi.Sarà un buon Presidente? Me lo auguro. Dalla sua parte aveva solo Putin e Clint Eastwood . Due facce da duri. E non solo facce.

Trump spero farà terminare le sanzioni contro la Russia, e magari farà naufragare i trattati sul libero commercio USA –Canada vs Europa. Lo speriamo tutti.Ma la cosa più divertente di questa elezione è stato leggere i tweet o ascoltare in tv i vari Riotta, Rondolino , Severgnini e compagnia bella. Tutto l’ autoreferenziato Gotha del giornalismo italiano. Erano sicuri della vittoria della Clinton come del “ Remain “ in UK . E invece…….  Non c’ è due senza tre e vuoi vedere niente niente che il 4 Dicembre…..

Per non parlare dei commenti di Junker e Napolitano per il quale le urne portano conseguenze negative.  Eh si  !!  soprattutto per voi  ultimamente. Vi piacerebbe abolirle eh? Parliamo un  po’ di testimonial. Robert De Niro, attore amatissimo specie in  Italia che si permette di dare del porco, del cane e non so che altro al Presidente degli USA. Addirittura dice in un video che vorrebbe prenderlo a pugni in faccia. Capisco che è difficile da accettare Robert, ma quello oggi è l’ uomo più potente al mondo. E’ stato ELETTO. Se non ti va bene caro Robert puoi emigrare e magari venire a stare in Italia.

Qui di Presidenti eletti manco l’ ombra.  Si fanno le elezioni ogni tanto ma poi un inciucietto e via…  si mette uno voluto dalla UE e da Napolitano.  E’ già il terzo Capo del Governo non eletto. Ultimo eletto fu proprio il Trump italiano , tale Silvio Berlusconi, defenestrato a colpi di spread e rubacuori. Poi dopo di lui una sola tornata elettorale che nei sondaggi avrebbe dovuto essere completamente Piddina (Bersani) e si risolse con un sostanziale pareggio a tre tra Berlusca – Grillo e PD .

Su questi testimonial ho capito tre cose: 1-non capiscono nulla.  2-non contano nulla perché essendo tutti miliardari vivono scollegati dalla realtà.  3-portano anche sfiga o sono comunque controproducenti.Gli sconfitti di queste elezioni sono tanti . 1 ) la Boschi e Renzi . Pensate che geni ad andare lì da Obama prima e dalla Clinton poi con la spilletta. Oggi Trump sa bene chi ha di fronte. Ma era tanto difficile restare vegamente neutrali? Per l’ Italia mica per voi stessi.

Dimenticavo che voi non governate per gli italiani.  2) i sondaggisti che hanno fatto l’ ennesima figura da principianti. Ancora non avete capito che l’ elettore di Berlusconi come quello di Trump e magari pure quello di Grillo non riponde in modo veritiero al sondaggio ma poi nel segreto dell’ urna vi frega? E la colpa di questo è del Mainstream mediatico. 3) I politically correct. Ho sentito persino Paolo Mieli dire che questa elezione di Trump , fa terminare il politically correct ufficiale. Uno che dà della criminale da arrestare alla avversaria, parla apertamente di “ parolacce “ (sino a ieri) come DAZI E MURI , sdogana molte parole che erano diventate pronunciabili in camera ma non in tv o nel salotto buono.

A mio avviso questo sdoganamento del politically uncorrect è già la prima cosa buona fatta da Donald Trump. Riuscirà Donald Trump a portare a termine almeno una parte di quanto promesso? Meno interferenze internazionali, pace con Putin, dazi con la Cina , limitare potere delle banche , diminuire la disoccupazione e limitare la immigrazione incontrollata? Cambiare la influenza sulla UE aiutando al Brexit? Non lo so, ma una cosa è chiara : Se avesse vinto la Clinton tutto questo non sarebbe stato neppure nella agenda.

Guardatevi questo video. https://www.youtube.com/watch?v=TOTwE5olMmwe appuntamento al Goofy5 dal titolo ” C’ è vita fuori dall’ EURO?” . Speriamo tutti che con Trump sia più facile

Lo chef svela le fregature: cinque piatti da non mangiare mai al ristorante

Libero

Cinque cose da non chiedere mai quando si mangia al ristorante. Parola di chef. Anthony 

Lo chef svela le fregature: cinque piatti da non mangiare mai al ristorante

Bourdain, cuoco americano celebre anche per essere stato giudice in tv a Top Chef, ha confidato al Daily Mail cinque dritte per non rovinare un pranzo o una cena fuori.

1. Pesce al lunedì - La maggioranza dei ristoranti ordina il pesce di giovedì, quindi mangiarlo a inizio settimana non è propriamente garanzia di freschezza nel piatto.
2. Uova Benedict - Questo è un piatto tipico dei ristoranti con cucina internazionale, presente con sempre maggior frequenza anche in Italia. Fondamentale la salsa olandese a base di burro e uova. Due alimenti rapidamente deperibili se non mantenuti alla corretta temperatura e per un tempo eccessivo. Se non vi fidate ciecamente dell'oste, forse è meglio evitare.
3. Fuori menù - Può essere un modo per dimostrare a camerieri e commensali che ve ne intendete. Di sicuro, però, chiedere modifiche ai piatti in menù o, peggio, pretenderne di nuovi realizzati al momento irriterà notevolmente lo staff, dallo chef alla brigata fino, appunto, al cameriere. E una cucina nervosa, suggerisce Bourdain, non è mai una buona cucina. 
4. Carne ben cotta - Molte cucine tengono da parte tagli di carne più dura per i clienti che preferiscono la carne ben cotta a quella al sangue. Un trucchetto per risparmiare tempo cuocendo più rapidamente la carne contando sulla sua durezza.
5. L'hamburger - Chi vi propone hamburger della prelibata carne Wagyu probabilmente vi sta fregando oppure è molto, molto generoso. Questo tipo di carne è tra i più cari del mondo e i ristoratori che la servono tendono a ridurre le porzioni, per ovvi motivi. Anche per questo offrirla come hamburger risulta un controsenso (oltre che uno scempio).

Tra gli ex operai di Detroit che hanno tradito i Democratici

La Stampa
gianni riotta

L’ex cuore industriale d’America si è affidato al tycoon repubblicano che prometteva di ridare lavoro e futuro alle tute blu ormai disoccupate


Nel 2013 la città di Detroit ha dichiarato fallimento. Molti quartieri sono rimasti deserti: in tre anni ha perso decine di migliaia di abitanti

I coloni francesi scacciarono gli indiani Irochesi da antiche valli, fiumi e laghi, avidi di pellicce e territorio, imponendo la pronuncia allo stato del Michigan, «sh» dolce. La metropoli di Detroit la battezzarono dal fiume Detroit, «le détroit du lac Érié» lo stretto sul lago Erie, e se l’inflessione parigina del XVII secolo fosse arrivata fino a noi, Eminem e gli altri rapper bianchi e neri, lamenterebbero rauchi il declino urbano di «Detruà». Troppo chic per gli emigranti polacchi, italiani, ungheresi, belgi, greci, ebrei, fino agli Yugos e Albos, rivali jugoslavi e albanesi arrivati per ultimi, in cerca di un posto di lavoro alle catena di montaggio dell’auto.

Eminem canta dunque di «Detroit contro tutti… Negli ultimi tempi sembra che sia io contro tutto il mondo… ma anche se cerco di scappare dalla povertà della strada voglio restare qui… portatemi via con gli amici, alla concessionaria Mercedes». Eminem lavava i piatti da Gilbert’s Lodge, vedeva nel viale 8 Mile Road il confine tra borghesia e «white trash», la spazzatura bianca, cui apparteneva, le famiglie travolte dalla crisi della grande industria. Questa è Macomb County, e qui Hillary ha perso le elezioni contro Donald Trump. Non cercate lontano, cercate qui, Michigan, pronunciato in americano dai tanti, come Eminem, che alla prima superiore, bocciati tre volte, lasciano la scuola per sempre.

A Macomb County, l’8 novembre 1960, il cattolico John Kennedy ebbe la migliore percentuale in tutta l’America contro il repubblicano Nixon, 63% a 37. Qui Obama vinse contro McCain e Romney e qui, la campagna di Hillary era certa di vincere, nessuno spot in tv, nessun comizio. Invece il 6 novembre, nello stupore dei suoi consiglieri che giudicavano il Michigan una causa persa, Donald Trump appare a sorpresa al Teatro Freedom Hall di Sterling Heights. A rivederlo da fuori adesso, vuoto, con il prato stento, qualche cartaccia in volo, un cestino colmo di spazzatura, sembra il monumento alla delusione democratica.

Joey, uno dei guardiani, è anziano, vota democratico, «Stavo nel sindacato con mio padre, United Auto Worker. Facemmo lo sciopero per il “30 and out”, 30 anni alla catena di montaggio e in pensione, vincemmo e che bei soldi ragazzi, mutua, scuola, assunzione per i figli. Venivano da tutto il mondo, noi neri dal Sud. Al comizio di Trump vendevamo chili, la birra era vietata, ma girava lo stesso. Ha gridato che non era finita, che le vinceva lui le elezioni. Non ci credevo, ma ha avuto ragione. In sala ho visto tanti miei vecchi compagni, e i loro figli disoccupati».


LAPRESSE
(Molti quartieri della città sono ancora disabitati. È pieno di cartelli vendesi e la delinquenza è cresciuta in modo esponenziale)

Quel che Joey osserva, esterrefatto, al comizio di Sterling Heights, allarmava già da tempo Debbie Dingell, deputata del XII distretto dove lavora la Ford-Mazda ma la GM ha chiuso una fabbrica e la città di Allen Park è in bancarotta. La Dingell si attacca al telefono, prova con Hillary, chiama anche Bill Clinton. Ha 28 anni meno del marito, John Dingell, che eletto nel XII distretto nel 1955 è recordman della Camera. Lui ricorda la Detroit che dai 426.000 abitanti del 1900 esplode a 2.200.000 in trenta anni.

Lei è cresciuta nella Detroit che da 1.800.000 cittadini del 1950 crolla a 713.000 del 2010. Il Michigan ha perso tra il 2002 e il 2009 631.000 posti di lavoro, poco meno dell’intera Detroit. La Dingell prega la campagna di Washington di mandare Hillary, Bill, Obama, la Michelle, «Siamo alle corde, gli operai non ci votano dicevo. Non mi rispondevano. Alla fine han mandato Bill, siamo andati in giro a fare compere per incontrare gli elettori, troppo poco e troppo tardi!».

Tanti tra quei 631.000 licenziati corrono da Trump, che accusa Hillary di essere il passato, e promette il ritorno dei tempi del «30 and out», salario, mutua, pensione. 56 anni dopo il record di Kennedy, Trump espugna Macomb County, 54% a 42 contro la Clinton. 48.348 voti che gli consegnano l’intero Michigan, per sole 13.107 schede di scarto.

Non c’è stato nessun boom di Trump alle urne martedì scorso, Hillary è la seconda candidata più votata della storia, e solo 33.000 voti, in roulette fra Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, hanno dato la Casa Bianca all’ex re dei casino di Atlantic City. Hillary ha perso dove Eminem lavava i piatti perché ha cercato la «valanga», vincere ovunque, anziché consolidare con prudenza i 263 punti elettorali che a lungo ha avuto in tasca.

Ora tutti andiamo in pellegrinaggio dall’esperto professor Timothy Bledsoe, dell’Università Wayne State: «Ho il sospetto che il caso Macomb sia vero in tutto il Midwest. È la rivolta della classe operaia bianca, base della coalizione democratica da generazioni… al comizio di Sterling Heights Trump ha spiegato che la Gran Bretagna torna ricca con Brexit e l’America con lui, che le tute blu sono vittime della globalizzazione e lui rovescerà il sistema per loro».

Eppure, nella rotta democratica, proprio in Michigan, a Detroit, il professor Bledsoe vede la base della riscossa democratica 2020: primi nel voto popolare, con 48 stati a 2 nel voto under 25, i democratici «devono guardare a contee come Oakland e Wayne, dove han vinto col 51% e il 66%. Macomb e le tute blu sono il passato, all’ultima carica pur vincente. A Oakland e Wayne c’è il futuro dell’America, donne, laureati, tecnici, cultura cosmopolita». Se Bledsoe ha ragione, la campagna elettorale 2020 comincia dunque a 12 Mile Road di Royal Oak, dove ammirate la massiccia torre e la basilica cattolica di Little Flower.

Qui, negli Anni Trenta, dalla sua radio, il popolarissimo reverendo Coughlin avvelenava gli animi con una propaganda che anticipava i temi peggiori di Trump, «Non barattiamo la nostra libertà nazionale per accordi con gli stranieri che ci imbrogliano. Chiudiamoci al mondo e pensiamo alla ricchezza americana!». Padre Coughlin finì antisemita e filofascista, l’America di Roosevelt prevalse. Oggi sulla basilica del Little Flower sventolano i manifesti col sorriso di papa Francesco, a Royal Oak e alla vicina Ferndale vivono gay, single, tecnici esperti che lavorano alla fabbrica di carri armati M1, al sofisticato Tech Center della GM, disegnato dal maestro dell’architettura Eero Saarinen.

La rabbia di padre Coughlin fu spenta dalle masse ottimiste del New Deal di Roosevelt e l’America si salvò da Depressione e dittature che travolsero l’Europa. Due Americhe, i delusi di Macomb e gli ottimisti digitali di Oakland, si affronteranno da qui al 2020. Ma primi diminuiscono ogni giorno, gli altri si moltiplicano, a patto naturalmente che i democratici trovino un candidato capace di unirli. E qui, vale la rima di Eminem, sono davvero per ora «soli contro tutti».

Facebook riotta.it

Anziani alla guida, mortalità in aumento. Colpa anche di visite superficiali per rinnovo patente

La Stampa
andrea barsanti (nexta)

Le patologie che possono influire sull’abilità al volante sono molte, dice lo specialista Massimo Veneziano



Non invecchiamo tutti nello stesso modo: lo svedese Lennart Ribring, classe 1919, per il suo 97esimo compleanno si è regalato una Ford Mustang 5.0 V8

Gli anziani sono sempre di più, e sono la categoria più a rischio della strada: in quello che Aci e Istat hanno definito “l’annus horribilis” degli incidenti stradali, con un aumento dell’1,1% delle morti su strada, ciò che balza all’occhio è soprattutto la crescita della mortalità tra la popolazione over 65.
In particolare, il tasso di mortalità nella fascia d’età tra gli 80 e gli 85 anni ha subìto una vera e propria impennata, il 10% in più rispetto al 2014 stando ai dati sui trasporti dell’Unione europea, che evidenziano anche come la popolazione anziana sia 5 volte più sensibile alla mortalità in caso di incidenti rispetto alla media. E le cause sono molteplici, come ha spiegato a LaStampa.it il neuropsicologo Massimo Veneziano, direttore del Centro disturbi cognitivi e dementi dell’ospedale Galliera di Genova, che venerdì 10 novembre ha partecipato a un convegno sul tema “Anziani alla guida”.

Gli esami sono spesso superficiali.
“Una delle ragioni principali dell’incremento di incidenti mortali è che non c’è una valutazione approfondita e attenta”, spiega Veneziano. “Alcune funzioni declinano con l’avanzare dell’età, come per esempio l’udito, la vista, ma ci sono anche il rallentamento delle funzioni cognitive e problemi motori, tutti elementi che creano difficoltà durante la guida. Ci sono poi le patologie correlate, come le malattie neurologiche e cardiache, che si riscontrano soprattutto nelle persone anziane. Non a caso, gli incidenti aumentano tra i 70 ai 90 anni: la curva di crescita è evidente”. Le visite per il rinnovo della patente sono fissate ogni 5 anni per chi ha tra i 51 e i 70 anni, ogni 3 anni se si è tra i 71 e gli 80, e ogni 2 per gli over 80. Questo solleva un problema: come rispondere alle sempre più numerose richieste di visite per il rinnovo?

Visite specialistiche solo in strutture pubbliche.
A oggi, in Italia, sono pochissime le amministrazioni regionali che hanno avviato un percorso che preveda la valutazione attenta e scrupolosa delle funzioni cognitive legate alla guida per queste fasce d’età, aggiunge Veneziano: “E’ indispensabile trovare un modo agile e semplice che non gravi sul sistema sanitario per fornire questo servizio. La normativa prevede che la commissione medico-legale, in caso di dubbi diagnostici, rinvii agli specialisti per un approfondimento neuropsicologico, ma il referto è valido solo se fornito da una struttura pubblica, ed è molto difficile trovare lo spazio: le liste d’attesa sono lunghe. La conseguenza diretta è che la persona anziana continua a guidare in attesa di ottenere la visita, o, in alcuni casi, è costretto a rinunciare all’auto anche per mesi”.

Da qui la decisione di presentare un progetto, già al vaglio della Regione Liguria, per fornire un pool formato da specialisti e valutato da una commissione di tecnici composta dalle istituzioni, che operi sul territorio regionale (anche privatamente, ma in convenzione, visto che le spese della visita sono a carico di chi chiede il rinnovo) per smaltire le code: in questo modo, i referti firmati dagli specialisti riconosciuti dalla commissione avrebbero la stessa valenza di quelli emessi da strutture pubbliche, e l’iter di accorcerebbe.

Che cosa fare se non ci sente più in grado di guidare?
“L’invecchiamento è un processo fisico e cognitivo che varia a seconda della singola persona: ci sono 80enni assolutamente vigili, e 50enni che rappresentano un vero e proprio rischio. Per questo è importante una valutazione accurata”, ha spiegato Veneziano. “Come esperti siamo assolutamente favorevoli a garantire il diritto alla guida, che è un’espressione di autonomia, ma non in presenza di rischi per la società”. Cosa fare, dunque, se ci si rende conto di non essere più in grado di guidare, o si riscontrano questi problemi in familiari o amici in età avanzata?

“Il nostro consiglio è non trascurare mai il problema: le conseguenze possono essere molto più gravi della perdita della patente. A chi non è stata rinnovata consigliamo di organizzarsi rivolgendosi alla propria rete. Soprattutto, di iniziare un percorso di consapevolezza dell’invecchiamento. Che è difficile, ma se fatto con coscienza porta frutti. Proprio per questo motivo con un gruppo di colleghi abbiamo previsto, per le persone a cui non viene rinnovata la patente, la possibilità di avere un sostegno psicologico. Comprendiamo il ’lutto’ che deve elaborare la persona che deve rinunciare alla guida, ma dobbiamo essere attenti e seri, fornire gli strumenti per aiutare la persona in difficoltà nel rispetto della comunità”.

Se il Giappone di Abe nasconde impiccagioni e decapitazioni

Elena Barlozzari - Dom, 13/11/2016 - 18:31

Il pluriomicida 45enne Kenichi Tajiri è stato impiccato all'alba dell'11 novembre. Con la sua morte salgono a 17 le esecuzioni nel Giappone del premier Shinzo Abe

Nella prigione giapponese di Fukuoka, all’alba dell’11 novembre, è stato impiccato il pluriomicida 45enne Kenichi Tajiri. Si tratta della terza esecuzione del 2016 e della 17esima dall’arrivo – nel 2012 – del premier Shinzo Abe. La condanna a morte di Kenichi Tajiri – come si legge sul sito di Amnesty International – è arrivata nel 2012 per due omicidi commessi nel 2004 e nel 2011. Prima di lui, a Pasqua 2016, sono stati giustiziati Junko Yoshida, 56 anni, sempre nella prigione di Fukuoka e Yasutoshi Kamata, 75 anni, nella prigione di Osaka.

La pena di morte in Giappone

Nel paese del Sol Levante la pena di morte viene applicata solo nei casi di omicidio plurimo oppure di omicidio con circostanze aggravanti e, solitamente, avviene mediante impiccagione. Unica eccezione alla regola si verifica nel caso di disastri provocati dagli impiegati del trasporto statale. In questa ipotesi il codice penale nipponico prevede addirittura la decapitazione sul posto.

Le condanne eseguite in Giappone, a differenza di altri paesi in cui è ancora in vigore la legge marziale, non hanno quasi mai eco mediatica in Occidente. La politica adottata dal governo di Tokyo si basa, infatti, sul principio della massima riservatezza. Per farsi un’idea della segretezza che avvolge il destino dei condannati, ad esempio, basta pensare che persino questi ultimi vengono avvisati dell’appuntamento con il boia con poche ore di anticipo, mentre per avvocati e famiglie la comunicazione viene trasmessa a cose fatte. Secondo le stime, attualmente, sarebbero più di un centinaio le persone in attesa di esser giustiziate.

L’opinione dei giapponesi

Secondo i sondaggi l’80 per cento della popolazione nipponica sarebbe favorevole alla pena di morte. A pesare su questa proiezione ci sarebbe lo choc non ancora superato dell’attentato al gas sarin nella metropolitana di Tokyo del 1995. L’atto terroristico, messo a segno dal movimento religioso di ispirazione buddhista ed induista Aum Shinrikyo, causò 13 morti e 6.300 feriti. Il robusto consenso dei giapponesi alla pratica della pena di morte offre al governo dell’Arcipelago uno schermo dietro cui proteggersi dalle sempre più incisive campagne abolizioniste messe in atto dalle organizzazioni per i diritti umani.

Contatori elettrici, i vecchi vanno cambiati: «Si pagano in bolletta»

Il Mattino



La grande operazione di cambio dei contatori elettrici, con l'arrivo di quelli 'intelligenti' di seconda generazione nelle case di oltre 30 milioni di famiglie e imprese italiane, può finalmente partire.
Ci vorrà ancora un po' di tempo per la messa a punto dei piani da parte delle varie aziende coinvolte (Enel e municipalizzate), ma con nuova la delibera l'Autorità per l'Energia ha fissato i costi, che non dovrebbero portare ad aggravi in bolletta, e dettato i tempi, completando il quadro normativo di riferimento dopo il primo provvedimento sulle caratteristiche tecniche dei nuovi smart meter di seconda generazione varato qualche mese fa.

I nuovi contatori, come quelli vecchi che ancora abbiamo tutti nelle nostre case (cambiati tra il 2001 e il 2011), dureranno 15 anni e verranno pagati dagli utenti in bolletta, ma l'Autorità ha assicurato 'tariffe di misura invariate': questo vuol dire che non ci saranno aggravi ulteriori, nel senso che si continuerà a pagare quello che si sta pagando finora, anche se si potrà contare su molti servizi in più.

Gli smart meter di seconda generazione, infatti, si configurano come dei piccoli computer in grado di svolgere molte innovative funzioni: quello presentato di recente dall'Enel assicura tra l'altro il cambio di fornitura più veloce, il superamento delle fasce orarie predefinite, la disponibilità di dati sul comportamento energetico per un maggiore risparmio.

La rilevazione dei dati del cliente ogni 15 minuti, ad esempio, permetterà di avere un quadro sempre più aggiornato dei prelievi di energia giornalieri e dei comportamenti di consumo dei clienti, sempre più consapevoli e attenti a una maggiore efficienza energetica. Non ci sono obblighi di legge da rispettare in merito alla tempistica per il cambio, anche se è possibile ipotizzare il via già nel 2017: la palla, infatti, passa alle aziende, che dovranno predisporre i piani di sostituzione e sottoporli all'esame dell'Autorità.

Le norme prevedono che ogni società distributrice comunichi nel dettaglio come intende procedere, anche attraverso, per esempio, la pubblicazione del piano sul proprio sito o anche l'organizzazione di una "sessione pubblica di presentazione" per dare risposte a quesiti e osservazioni. Le operazioni di sostituzione, insomma, dovranno essere note ai concorrenti elettrici, ma anche a quelli non elettrici. Il riferimento è ovviamente alla vicenda fibra: Enel Open Fiber ha già cominciato a posare l'infrastruttura indipendentemente dal cambio dei contatori, ma è noto che l'arrivo degli smart meter potrebbe essere un'arma in più per portare la nuova rete a famiglie e imprese, a patto che tutti gli operatori godano delle stesse condizioni.

La più ampia pubblicità dell'operazione contatori, quindi, nelle intenzioni dell'Autorità dovrebbe assicurare proprio questo. E comunque, è stato ribadito, vengono confermati i "già vigenti obblighi di separata rendicontazione di costi e ricavi relativi alle attività diverse dal servizio oggetto di riconoscimento tariffario e le norme di monitoraggio che consentano di trasferire ai clienti del settore elettrico eventuali benefici derivanti dalle sinergie con queste attività".

Dall'Iran agli Usa: tutti firmano per il caffè sospeso

Il Mattino
di Emanuela Sorrentino



Il caffè sospeso parla italiano ma anche francese e inglese. E così se è una abitudine tutta napoletana (ma conosciuta ed esportata anche fuori dai confini cittadini) quella di lasciare un caffè pagato al bar per chi non se lo può permettere,  è senza dubbio una curiosità partenopea quella del bar Diaz in via dei Tribunali. All'esterno del locale, proprio accanto alla locandina che indica la possibilità di lasciare o usufruire del caffè sospeso, ecco che c'è l'elenco dei "benefattori" che decidono di lasciare uno o più caffè pagati e di indicare il loro nome, la città o lo stato di provenienza. Capita quindi di leggere di 10 caffè offerti dagli amici del mondo, oppure quelli lasciati in sospeso da Parinaz dall'Iran, da Onofrio da New York, Xariel da Parigi e poi da tantissimi amici di ogni parte d'Italia. 

"Non siamo gay, ci sposiamo per convenienza". L'unione civile di Gianni e Piero fa discutere

repubblica.it

Sono amici, "come fratelli", dicono, e hanno calcolato che con la Cirinnà potranno godere di una serie di vantaggi pratici. Per Aurelio Mancuso, è legale, ma è una truffa. Mentre la senatrice pd osserva: "I matrimoni di comodo ci sono sempre stati"

"Non siamo gay, ci sposiamo per convenienza". L'unione civile di Gianni e Piero fa discutere

Una scelta fuori dal coro ma dentro ai limiti di legge, e che forse farà discutere: è quella di Gianni e Piero, conviventi da anni ma "solo amici", che hanno deciso di unirsi civilmente sabato prossimo a Schio, nel vicentino. "Non siamo gay" hanno precisato, spiegando che la loro è una scelta di pura convenienza.

Gianni, vicentino di 56 anni, è un musicista; Piero è di origini romane e ha 70 anni. Convivono già da parecchi anni ma il sesso non c'entra: "non siamo una coppia, ci prendiamo cura l'uno dell'altro, siamo come fratelli" hanno spiegato in un'intervista al Giornale di Vicenza. Allora perché unirsi civilmente? I due prossimi "sposi" sono convinti che l'unione civile consentirà loro di accedere a diritti che sarebbero loro negati altrimenti e di risolvere problemi pratici. Vivono in un Comune vicino a Schio, hanno scelto quest'ultimo perché qui hanno potuto sbrigare le pratiche necessarie velocemente, nonostante il sindaco sia contrario alle unioni omosessuali. La cerimonia infatti sarà celebrata da un assessore donna.

"Ci sono situazioni - spiegano i due amici - in cui non avere un legame riconosciuto crea difficoltà, come le degenze in ospedale, ma anche per piccole cose, il pagamento delle bollette, del canone Rai: prima che venisse messo in bolletta lo addebitavano a entrambi".

Una scelta di pura convenienza, dunque, che però non scandalizza la "madre" della legge che ha per la prima volta in Italia introdotto le unioni tra persone dello stesso sesso, la senatrice del Pd Monica Cirinnà. "Anche una donna si può sposare con un uomo che non ama, per convenienza. I matrimoni di comodo si sono sempre fatti. Se stavolta a unirsi sono due uomini che non sono uniti affettivamente ma lo fanno per convenienza, penso che comunque la legge consenta la libertà ai cittadini di farlo", commenta.

Più critico Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia e leader storico della comunità omosessuale italiana: "che due persone eterosessuali dello stesso sesso vogliano fare una unione civile e accedere così anche alla reversibilità delle pensioni, all'eredità e così via, lo trovo legittimo e legale ma dal punto di vista morale è una truffa. Non è che si possa utilizzare la norma come si vuole. Liberi di farlo, ma dal punto di vista morale credo siano dei furbacchioni che usano le norme a loro uso e consumo. Io, che ho fatto una lunga battaglia per il riconoscimento delle coppie omosessuali, non dirò mai loro: bravi, bravi".

Mancuso avverte: "forse non si rendono conto che la legge sulle unioni civili prevede diritti ma anche doveri" e conclude "attenzione a non svilire un istituto come qualcosa che passa come privilegio, la legge non è un eldorado per chi vuol fare il furbo".

«La Bella e la Bestia», il primo cartoon nominato agli Oscar compie 25 anni (e torna al cinema)

Corriere della sera

di Annalisa Grandi
Il 13 novembre 1991 usciva nelle sale italiane quello che sarebbe diventato uno di film d’animazione Disney più amato di sempre. Primo a ricevere una nomination come miglior pellicola agli Oscar, ecco alcune curiosità

L’uscita in Italia 25 anni fa

Un quarto di secolo. Tanto è passato dall’uscita in Italia di uno dei cartoni animati Disney più amati di sempre. Nonché la prima pellicola di animazione a ricevere una nomination agli Oscar come miglior film. «La Bella e la Bestia» compie 25 anni: era infatti il 13 novembre 1991 quando faceva il suo esordio nei cinema italiani


Il film

E per festeggiare i 25 anni, è in arrivo una nuova versione cinematografica della favola: il film, diretto da Bill Condon, con Emma Watson nei panni di Belle, uscirà nelle sale il 16 marzo 2017. Ma siete sicuri di sapere proprio tutto su questo grande classico del cinema di animazione? Ecco alcune curiosità sul cartoon Disney


Gli Oscar

La Bella e la Bestia è stato il primo film d’animazione nella storia a ricevere una nomination agli Oscar come miglior film. Non vinse quel premio, ma conquistò altre due statuette, quella per la miglior colonna sonora e per la miglior canzone, per «Beauty and the Beast» cantata da Céline Dion e Peabo Bryson


I tentativi falliti

Walt Disney cerò di sviluppare il film due volte: prima nel 1930 e poi nel 1950. Rinunciò perché gli sceneggiatori erano convinti che la storia fosse troppo impegnativa per adattarsi a un film d’animazione


La Bestia

La Bestia è disegnata incrociando diversi animali: un gorilla dalle folte sopracciglia ma con occhi umani, il corpo di un orso, le gambe di un lupo, la testa di bufalo e la criniera di leone


Jackie Chan

Nella versione cinese del film la voce della Bestia è di Jackie Chan


Belle

Belle è la più «anziana» fra le principessa Disney: l’unica ventenne. Le altre protagoniste femminili dei grandi classici di animazione sono adolescenti


Il principe

Il nome del principe è Adam, ma non viene mai menzionato direttamente nel cartoon


I messaggi nascosti

Guardando con attenzione i cartelli in cui si imbatte Maurice, il padre di Belle, incrocia quando si perde nel bosco, si possono leggere Anaheim e Burbank, tutti nomi che nel mondo Disney hanno un significato. La Walt Disney Company ha sede nella vicina Burbank. L’Anaheim Resort è un quartiere commerciale che comprende Disneyland e la Disney California Adventure.


La morte di Gaston

Nella versione originale Gaston moriva sbranato dai lupi, dopo essere sopravvissuto alla caduta dal castello della Bestia (fratturandosi solo una gamba). Nella versione finale invece, in realtà non si dice mai chiaramente che muore, lo si intuisce dai teschi nelle sue pupille


Il ballo

La scena finale del ballo tra Belle e il principe è realizzata riutilizzando l’animazione della scena del ballo della Bella Addormentata nel bosco