mercoledì 16 novembre 2016

Bolzano, mozione per cancellare i nomi italiani: "Sono fascisti"

Raffaello Binelli - Ven, 11/11/2016 - 16:10



Le recriminazioni linguistiche in Alto Adige tornano a far discutere.

C'è chi chiede di cancellare i nomi italiani perché "fascisti". La proposta ovviamente scatena nuove polemiche e divisioni nella Regione autonoma. Ma di cosa si tratta? Come scrive Il Tempo dopo l’appello dell’Accademia della Crusca, firmato da quarantotto docenti universitari "per salvare i nomi italiani della toponomastica bilingue", in una seduta infuocata il consiglio provinciale di Bolzano ha preso di mira la Crusca stessa.

Tutto è nato da una mozione sui nomi di luogo in lingua italiana presentata e approvata dal partito "Südtiroler Freiheit" e appoggiata da Svp. In base a questa mozione la richiesta della Crusca viene considerata "politica", quindi non culturale: "Il Consiglio provinciale - si legge nel testo - disapprova qualsiasi iniziativa che strumentalizzi la scienza, e specialmente la linguistica, a fini politici e respinge con determinazione l’appello dell’Accademia della Crusca". Il Consiglio poi ha precisato che disapprova "i tentativi di reinterpretare la politica della macro e microtoponomastica fascista come patrimonio culturale".

Ma questo cosa significa? Che le denominazioni inserite durante il Ventennio possono essere cancellate? Altro che patrimonio culturale: i nomi di fiumi, montagne, laghi e paesi, più o meno grandi, si possono benissimo cambiare. Alessandro Urzì, consigliere regionale e provinciale di Bolzano de "L'Alto Adige nel cuore", da tempo denuncia il tentativo di pulizia linguistica in atto contro il bilinguismo inserito e tutelato nello Statuto autonomo: "L’accelerazione e la sfida lanciata al governo da parte del presidente della Provincia Arno Kompatscher e dei secessionisti è un segnale che potrebbe forse rendere chiaro l’obiettivo della Svp che non si accontenta di soluzioni equilibrate ma che chiede di passare la spugna sulla intera identità e sul diritto all’uso della lingua italiana in Alto Adige".

E oltre ai nomi a rischio ci sarebbero anche le statue: "In Consiglio provinciale è stato presentato un ordine del giorno che sarà discusso a brevissimo con cui si chiede che le statue del Leone di San Marco e della Lupa capitolina posti sulle due colonne e ora rimosse per essere ristrutturate non siano più ricollocate al loro posto perché "fasciste".

La guerra per cancellare ogni traccia d''Italia dall'Alto Adige va avanti senza soste. Anche a costo di cancellare cento anni di storia. E il tentativo di accordo - denunciato da il Tempo - tra il governo e la Südtiroler Volkspartei per cancellare i nomi italiani di montagne e città, con cui il governo voleva assicursi il "sì" al referendum costituzionale, dimostra che ormai non si guarda più in faccia a niente.

Democrazia in America

La Stampa
maurizio molinari

Caro Direttore, 

pur non essendo soddisfatto del voto americano provo una grande ammirazione per la più vecchia democrazia del mondo. Infatti, quando l’anima più profonda della società americana perde il feeling con chi governa non si fa scrupoli a mischiare le carte e iniziare tutto da capo. Stessa cosa avviene per tutti i posti di potere dove, al cambio della dirigenza, corrisponde un cambio di buona parte degli addetti. Questo ricambio non permette a nessuno di crearsi quelle reti di amicizie e collusioni pluriennali che hanno in parte rovinato il nostro Paese. Cordialmente,
Claudio Maretto



Caro Maretto, quanto avvenuto in America dall’indomani del voto-terremoto a favore di Donald J. Trump descrive alcune caratteristiche di fondo della sua democrazia. Anzitutto, il rapporto di rispetto fra chi vince e chi perde: Hillary Clinton ha concesso la sconfitta prima del termine della conta dei voti e ha poi chiesto a tutti gli americani di «accogliere a mente aperta» Trump che, a sua volta, si è detto «presidente di tutti i cittadini e non solo di chi mi ha votato». 

In secondo luogo, il rispetto istituzionale perché il presidente uscente Barack Obama ha ricevuto subito Trump nello Studio Ovale dando il via alla transizione, esprimendo fiducia nel successore e chiedendo ai protagonisti delle proteste di piazza di «ricordarsi di essere anzitutto patrioti americani e solo dopo democratici o repubblicani». 

Infine, l’alternanza di potere, perché gli americani hanno scelto Trump dopo 8 anni di Obama proprio come avevano scelto nel 2008 Obama dopo 8 anni di Bush. Sono questi tre elementi a far comprendere quanto il rispetto delle regole e anche la capacità dei cittadini di cambiare opinione - oscillando in maniera non ideologica - le consente di restare in gran parte quella vibrante «Democrazia in America» descritta da Alexis de Tocqueville ben 181 anni fa. A prescindere dal nome di chi siede nello Studio Ovale.

Nassiriya, 13 anni dopo. Il ricordo di Pozzuoli

Il Mattino
di Elisabetta Froncillo

Nel ricordo del sottotenente dei carabinieri Alfonso Trincone, caduto a Nassiriya il 12 novembre 2003. Il saluto di suo padre Giuseppe sul luogo del ricordo, accompagnato dalla vedova del militare, Annamaria Zollo, dalle sue sorelle e dal sindaco di Pozzu

Pozzuoli non dimentica Alfonso Trincone, sottotenente dei carabinieri tragicamente strappato alla vita nell'attentato di Nassiriya, il 12 novembre del 2003. Sono trascorsi tredici anni. Ma la città che ha dato i natali al maresciallo in forza al Noe, in missione di pace, non fa tramontare il ricordo di quello che è diventato un eroe.

E lo è diventato sopratutto per i più piccoli, quei bambini presenti alla deposizione della corona di alloro sul belvedere di San Gennaro, dove si trova una scultura marmorea dedicata a Trincone dai suoi amici di gioventù, quelli del movimento francescano. Quei bambini che frequentano la scuola elementare dedicato al militare e che hanno ripercorso le sue missioni in Iraq, in Kosovo e in Bosnia, improntante su un modello di democrazia e pace. Presenti alla cerimonia le autorità civili e militari.

Il sindaco di Pozzuoli, Vincenzo Figliolia ha deposto la corona insieme al comandante dell'Accademia Aeronautica, Nicola Lanza De Cristoforis e al comandante della legione dei carabinieri, Mario Cinque. Commuovente il gesto del padre del maresciallo, l'anziano signor Giuseppe, in un estremo saluto che ogni anno si rinnova. Toccante il canto dei ragazzini presenti, abbracciati simbolicamente dalla vedova di Trincone, Annamaria Zollo, accompagnata dai suoi tre figli, Vincenza, Martina e Lorenzo, ormai adulti.

Al termine della Messa, seguita nel vicino convento cappuccino, è stata proprio la signora Zollo a voler ringraziare un'intera città che non dimentica mai Alfonso come suo figlio. «Abbattete i muri di rabbia, intolleranza e rancore. – ha esortato la vedova. Non è facile, ma è l'unica strada per costruire una società migliore, perché è l'amore che trionfa sull'odio e non vanifica i sacrifici pagati con la vita».

Domenica 13 Novembre 2016, 09:47 - Ultimo aggiornamento: 12 Novembre, 19:42

Instagram integrerà presto lo streaming di video in diretta

Adriano Palazzolo - Sab, 12/11/2016 - 16:09

Il ceo del social network non ha specificato su come il social network integrerà la nuova funzione, né ha indicato una data orientativa



Instagram integrerà presto lo streaming di video in diretta, come già succede su Facebook.
A confermarlo è il ceo del social network per immagini, Kevin Systrom, in un'intervista rilasciata al Financial Times. "I video in diretta ci interessano molto", ha detto al quotidiano finanziario, "pensiamo che possano dare un valore aggiunto a quello che già stiamo facendo".

I video sono arrivati sul social network nella primavera di quest'anno e le dirette sono la ovvia conseguenza di una funzionalità che già su Facebook stanno riscuotendo molto successo.Il ceo di Instagram non ha specificato su come il social network integrerà la nuova funzione, né ha indicato una data orientativa su quando le dirette video verranno rese disponibili per tutti gli utenti.
Le ultime indiscrezioni rivelano che Instagram sta già testando lo streaming live con alcuni dei suoi utenti, mostrano le dirette dai contatti, in un modo simile a quello che viene usato per un'altra funzione introdotta da poco, Stories.

Magdi Allam, condannato a morte dall’islam, si racconta

Nino Spirlì



E ci mancherebbe pure che me lo perdo…

123

Prenoto il viaggio, faccio la valigia e, così, anche io potrò assistere al lunedì di Manzoni Cultura con ospite Magdi Allam. Leggo con passione i suoi libri e i suoi editoriali. Apprezzo il suo coraggio. E la sua scelta, grazie alla quale siamo Fratelli in Cristo. Del resto, dobbiamo a lui la verità svelata sulla favoletta dell’islam moderato. Quello che non esiste.

Quell’islam di cui vorrebbero convincerci i nostri mercenari della politica e del business. E’ Magdi Allam che continua l’azione vivificante e rivelatrice di Oriana Fallaci sulla peggiore azione sociopolitica occidentale degli ultimi cinquant’anni: l’invasione islamica mascherata. Ed è proprio per tutto questo che lunedì 14 novembre, alle ore 20.00,  sarò in prima fila al Teatro Manzoni di Milano. E sarà, ne sono convinto, una seratona.

552996_585286561496127_1704503151_n
(Edoardo Sylos Labini)

Lo scrittore sarà intervistato da Edoardo Sylos Labini, il quale, da tre anni arricchisce il cartellone del Teatro con gli  appuntamenti di “Manzoni Cultura“, una rassegna di interviste che ha visto già ospiti grandi personaggi della Cultura, dell’Arte, della Comunicazione, dello Spettacolo. Carla Fracci, la “piuma leggiadra” della Danza. Giancarlo Giannini, il talento ben speso del nostro Cinema. Philippe Daverio, il conforto sobrio ed educato del Sapere artistico al servizio della Gente. Ma l’elenco è ricco e lungo…

Da questa stagione, il format, già collaudato, si avvarrà della partnership con IlGiornaleOff.it, che, grazie al neodirettore Giovanni Terzi, scaverà nel caveau dei segreti degli ospiti con immagini inedite e musiche scelte ad hoc. Già, perché le interviste saranno accompagnate anche dalle musiche mixate dalla dj Alice Viglioglia.

Dal sito del Teatro Manzoni: “Allam è nato al Cairo nel 1952 ed è cittadino italiano dal 1986. Da musulmano per 56 anni ha creduto in un “Islam moderato”, fino a quando non è stato condannato a morte sia dai terroristi islamici sia dai sedicenti “musulmani moderati”. Nel 2008 ha ricevuto il battesimo da Papa Benedetto XVI. È stato il primo giornalista a subire un procedimento disciplinare per “islamofobia” da parte dell’Ordine Nazione dei Giornalisti e a vincerlo, facendo trionfare il principio che è lecito criticare l’Islam. Tiene conferenze, ha scritto 14 libri su Islam e immigrazione, è editorialista de Il Giornale. Nel suo nuovo libro “Io e Oriana”, a dieci anni dalla morte di Oriana Fallaci, Allam racconta il rapporto intenso e dialettico che li ha uniti nella condanna del terrorismo islamico e della pavidità dell’Occidente”

Mi piacerebbe incontrare i miei lettori più affezionati proprio in questa occasione. Del resto, è proprio su questi argomenti che ci confrontiamo costantemente su questo Blog… Che dite, lunedì 14 tutti al Manzoni di Milano?
;)
Fra me e Voi…

Ferrara, la Leopolda come un bordello: nuova polemica Anpi-Pd

repubblica.it

Un post su Facebook del presidente provinciale ferrarese poi rimosso ("Non sono stato io") scatena la reazione

Ferrara, la Leopolda come un bordello: nuova polemica Anpi-Pd

Il nome per cominciare, ovvero "casa del piacere leopolda". Poi Matteo Renzi e Maria Elena Boschi in un fotomontaggio che li ritrae nudi. E infine il tariffario: 100 mila euro per un imbroglio alla buona, 199 mila per un imbroglio doppio, 300 mila per una mazzetta alla mezza, 599 mila per mazzetta intera. E ovviamente "agevolazioni per il giovanotto di primo pelo".

Questa la 'vignetta' stile tariffario di una casa chiusa che gira da qualche giorno sui social. Se non fosse che oggi è comparsa sulla bacheca di Marco Ascanelli, presidente provinciale dell'Anpi di Ferrara. Subito il post è stato preso di mira da commenti indignati: "sinceramente- scrive un utente- dal presidente provinciale Anpi mi aspetterei qualcosa di meno squallido". Tanto che lui stesso dopo un po' dice di non aver messo personalmente quella vignetta e rimuove tutto. Ma gli screenshot ormai erano già partiti.

"Non sono io ad aver fatto quel post- dice Ascanelli, raggiunto al telefono dalla Dire-. E' già da due, tre ore che non sono su Facebook. Probabile che qualcuno abbia messo delle cose di nascosto. Tant'è che l'ho vista solo perchè mi sono arrivati dei commenti e ho scritto subito che l'avrei rimossa". Ma dire che è stato qualcun altro è la giustificazione che di solito si usa quando si pubblica una cosa e poi, per un ripensamento, si rimuove un post... "Io non racconto storie- ribatte Ascanelli- è un'immagine che gira su facebook da tre, quattro giorni. Non è una novità".

La notizia, però, era già arrivata al Segretario regionale del Pd, Paolo Calvano: "Quando mi hanno segnalato questo post del presidente Anpi di Ferrara l'ho trovato vergognoso. Sul referendum costituzionale

Pd e Anpi hanno posizioni opposte ma da parte mia c'è sempre stato lo sforzo di tenere i toni bassi. Perchè - prosegue Calvano, sono convinto che dopo il referendum ci ritroveremo dalla stessa parte, per i tanti valori che condividiamo. Questa immagine non ha nulla a che fare con questi valori, è solo volgare e offensiva. Sono iscritto all'anpi di ferrara e credo che simili toni non rappresentino e non aiutino la nostra associazione".

Lego toglie la pubblicità dal Daily Mail: razzista, xenofobo e intollerante

repubblica.it
di ANDREA TARQUINI

l gigante danese dei mattoncini ha chiuso i rapporti con il quotidiano britannico dopo un post su Facebook di un affezionato cliente condiviso 22mila volte: "Quel giornale crea diffidenza verso gli stranieri, dà la colpa di ogni problema ai migranti e accusa di omosessualità un alto magistrato britannico”

Lego toglie la pubblicità dal Daily Mail: razzista, xenofobo e intollerante

COPENHAGEN - Nella Scandinavia felix anche le maggiori aziende globali hanno principi etici costitutivi precisi: no al razzismo, alla xenofobia e all'intolleranza, per esempio. E in base a questi principi si è mossa Lego, il gigante danese dei mattoncini e delle costruzioni dei bambini, numero uno mondiale nel comparto giocattoli. Senza pensare a rischi di perdite, ha troncato il suo contratto col quotidiano britannico Daily Mail. Accusandolo di essere un veicolo di messaggi di odio e di svergognato incoraggiamento alla discriminazione, per cui non vi pubblicherà più la sua pubblicità.
Tanto peggio per eventuali perdite mentre Natale si avvicina, i principi secondo il modello nordico pur capitalista-competitivo globale come pochi altri al mondo contano più del profitto.

Lego (acronimo che in danese significa leg god, gioca bene) ha preso questa decisione dopo che il post su Facebook di un suo affezionato cliente, Bob Jones, è stato condiviso ben 22mila volte sul social media di Mark Zuckerberg. "Lego per me è sempre stato un'idea di giocattolo ispirato a una società inclusiva, non ha niente a che vedere con un media che crea diffidenza verso gli stranieri, dà la colpa di ogni problema ai migranti e giunge persino ad accusare di omosessualità un alto magistrato britannico".

In Scandinavia, si sa, i problemi dei diritti umani, della giustizia, delle pari opportunità e della lotta a ogni messaggio d'odio vengono presi sul serio. Allora Lego dapprima ha fatto suo il messaggio di Bob Jones postandolo sul sito della ong antidiscriminazione 'Stop funding hate". Poi ha annunciato la cessazione immediata di ogni contratto pubblicitario col quotidiano conservatore britannico, precisando: "Non prevediamo alcuna attività promozionale con quel giornale". Addio dunque anche agli inserti speciali allegati al Mail con set di mattoncini.

I tabloid conservatori come il Daily Mail, scrivono The Independent e il Guardian online, sono finiti nel mirino degli attivisti per i titoli fuorvianti sui bimbi figli di migranti e la copertura della sentenza dell'alta Corte britannica sul dovere di consultare il Parlamento prima di avviare dopo il referendum sulla Brexit la procedura d'uscita dall'Unione europea.

La settimana scorsa, era diventata virale la e-mail del padre d'un bimbo fan del Lego, e non era sfuggita al colosso danese. "Mio figlio ha 6 anni, ha ereditato da me la passione dei mattoncini danesi, e tutti i pezzi della mia collezione, sono preoccupato perché da qualche tempo date mattoncini omaggio a chi compra il Daily Mail che poi diffonde messaggi razzisti". Rosey Ellum, cofondatrice di Stop funding hate, ha elogiato l'azienda danese: "E' eccellente, hanno ascoltato i loro clienti e i genitori dei bimbi, genitori preoccupati per i messaggi intolleranti diffusi dal quotidiano che si rafforzava regalando mattoncini Lego".

Come quando in Svezia la potente ministra degli esteri socialdemocratica Margot Wallstroem bloccò un contratto miliardario per forniture militari all'Arabia saudita, "perché pongo il mio veto ad armare con armi made in Sweden un paese autoritario che discrimina le donne e le frusta a sangue se solo vogliono la patente", la cara vecchia Scandinavia si mostra sensibile al primato dell'etica, pur vantando sistemi economici tra i più competitivi ed esportatori d'eccellenze nell'intero mondo globale. Peggio per il Daily Mail che non lo ha capito.

Migranti in via XX settembre a Genova. La Prefettura cita i condomini che negarono l'acqua

repubblica.it
di ERICA MANNA

Per l'Avvocatura la delibera con cui veniva negato l'allaccio alla rete idrica è da considerarsi nulla


Migranti in via XX settembre a Genova. La Prefettura cita i condomini che negarono l'acqua


LA GUERRA dell’acqua va avanti sulla carta, nel condominio senza pace di via Venti Settembre. È qui, al civico 11, che dalla metà di agosto hanno trovato casa sei famiglie di migranti con bambini, tra le dure proteste dei residenti. Ma l’ultima trincea per “arginare” l’arrivo di altri profughi ha la forma di un tubo in polietilene, del diametro di 25 millimetri: è tutto qui, che si gioca il braccio di ferro tra i condomini e la Prefettura, che ha in gestione l’appartamento di proprietà del Demanio.

Il tubo, infatti, serve per l’allaccio all’acqua condominiale della casa dove vivono i migranti: perché quella usata finora è a caduta, dalla cisterna, e non è sufficiente per alimentare le cinque docce e i sei bagni. A pronunciare un secco no all’allacciamento, fu il 4 ottobre l’assemblea condominiale: una presa di posizione forte, che suscitò l’indignazione di molti cittadini che si diedero appuntamento sotto lo stabile per un flash mob, con simboliche bottiglie d’acqua per i migranti.

Ebbene, la Prefettura ora ha impugnato quella decisione dell’assemblea condominiale, con un ricorso cautelare urgente da parte dell’Avvocatura dello Stato. Nel lungo e articolato documento in possesso di Repubblica, l’Avvocatura dello Stato precisa che “l’approvvigionamento idrico diretto ed esclusivo per l’appartamento in questione, che in tal modo potrà rendersi indipendente dall’impianto condominiale, comporterà anche una riduzione dei costi condominiali riferiti all’utenza idrica”.

E fa leva sul fatto che l’intervento, “per la sua particolare modestia” e per la collocazione sul retro dell’edificio, non reca alcun danno all’estetica: tanto più che la Soprintendenza lo aveva autorizzato. Insomma: secondo l’Avvocatura, la delibera dell’assemblea è da considerare nulla. La risposta del Tribunale di Genova è stata: convochiamo le parti. L’udienza è fissata il 23 novembre. “Il giudice non ha quindi ritenuto che la questione fosse urgente – riflette l’amministratore del condominio Franco Gromi – in ogni caso, siamo preoccupati: come mai tutta questa fretta della Prefettura? Vogliono aumentare il numero dei profughi accolti?”.

Dopo due mesi di silenzio, seguiti alle accanite proteste dei condomini alla notizia dei migranti ospitati nella via dello shopping, con raccolte firme e un banchetto della Lega al mercato Orientale, lo scontento adesso si rinfocola. “Una persona che abita nella scala del centro migranti mi ha confidato che recentemente c’è stato un via vai notturno di poliziotti – scrive Giulio Sanson, il titolare del b&b Domus Patrizia nel palazzo dove sono accolti i profughi – vorremmo essere rassicurati dalla cooperativa Agorà che nessuno degli ospiti è coinvolto in fatti di spaccio”.

“Un appartamento al piano di sotto rispetto a quello dei migranti adesso è sfitto – sospira ancora Gromi – gli inquilini hanno dato la disdetta perché disturbati dal troppo andirivieni. Cosa succederà adesso?”. Il vento della protesta e della paura soffia anche a Ne, nell’entroterra ligure. È qui, che la scorsa settimana sono arrivati i primi 27 migranti, accolti in un agriturismo gestito dalla cooperativa
La Strada Giusta. Neanche il tempo di entrare, che il coordinamento giovanile della Lega Nord Liguria organizza una manifestazione, tirando in ballo niente meno che Oriana Fallaci.

“Siamo ufficialmente in piena sostituzione etnica – scrive il coordinatore Fabio Bozzo - l’obbiettivo di tale politica è quello di distruggere il mercato del lavoro, licenziare i nostri giovani e sostituirli con i nuovi schiavi della globalizzazione finanziaria”.

I tabaccai: “Denunciamo i sindaci che vietano il gioco d’azzardo”

La Stampa
giuseppe salvaggiulo

Esposti alla Corte dei Conti: “2,5 miliardi di danni, devono risarcire lo Stato”. Primo caso a Bergamo



Con un’iniziativa senza precedenti, i tabaccai dichiarano guerra ai sindaci che limitano il gioco d’azzardo, denunciandoli alla Corte dei Conti per danno erariale. Secondo i tabaccai, le ordinanze restrittive causano un danno alle casse pubbliche, privandole delle tasse che derivano dal gioco legale. Pertanto i sindaci devono risponderne con il patrimonio personale. Secondo le loro stime, il danno in tutta Italia ammonta a 2,5 miliardi di euro l’anno.

Il primo esposto-denuncia viene depositato in queste ore alla Procura presso la Corte dei Conti della Lombardia contro il sindaco di Bergamo Giorgio Gori (Pd), che il 13 giugno ha emanato un’ordinanza «per contrastare fenomeni patologici connessi al gioco compulsivo». Riguarda new slot, sale giochi tradizionali, videolottery, sale scommesse sportive, lotterie istantanee e a estrazione, sia telematiche che cartacee.

Prescrive una distanza minima di 500 metri dai «luoghi sensibili» (chiese, scuole, ospedali) e obbliga le sale a chiudere dalle 7,30 alle 9,30, dalle 12 alle 14 e dalle 19 alle 21. L’ordinanza di Gori è simile a molte emanate dai Comuni negli ultimi quattro anni, ma è la prima a colpire anche scommesse sportive e «gratta e vinci», facendo di Bergamo l’unica città italiana in cui il gioco d’azzardo è completamente vietato in alcune ore. In estate i tabaccai l’hanno impugnata al Tar. L’udienza è stata fissata a febbraio dell’anno prossimo.

Sono ormai decine i contenziosi aperti in tutta Italia. I tabaccai, che sono concessionari dello Stato per il gioco legale e autorizzati delle questure, reclamano la violazione della libertà di iniziativa economica in un settore legale («l’alternativa è farlo gestire dalla malavita, come fino a 15 anni fa»). Inoltre accusano i Comuni di appropriarsi di una competenza legislativa riservata allo Stato. I sindaci rivendicano l’esercizio di poteri legittimi di regolamentazione per tutelare l’ordine pubblico e la salute pubblica in una materia delicata.

La giurisprudenza dei tribunali amministrativi non è univoca. Il governo Monti nel 2012 aveva previsto un decreto entro 120 giorni per stabilire norme generali. Sono passati quattro anni e si naviga ancora nell’incertezza del diritto. Dunque i tabaccai rilanciano, chiamando in causa direttamente i sindaci per «depauperamento finanziario dello Stato».

La denuncia contro il sindaco di Bergamo non resterà isolata. Altre ne partiranno presto in Toscana, Piemonte e Veneto. Se la sindaca di Roma Virginia Raggi terrà fede all’annuncio di limitare numero e orari delle sale gioco e di vietarle nel centro storico, anche lei sarà oggetto di un’iniziativa analoga. Così a tappeto, in tutta Italia. Su 53 mila tabaccai, il sindacato conta 48 mila associati dei quali 35 mila sono concessionari di gioco d’azzardo.

L’esposto pilota quantifica il danno provocato dall’ordinanza. Nel 2015 a Bergamo sono state effettuate giocate per 284,7 milioni di euro, garantendo un gettito per l’erario di 25,5 milioni. Dopo l’ordinaza di Gori, le giocate del «10eLotto» sono calate del 24,5 per cento, quelle del Lotto del 22,5 e quelle del Gratta e Vinci del 14,8. Dunque, secondo i tabaccai, «a Bergamo appare ragionevole stimare un danno complessivo di 7,6 milioni l’anno». La proiezione del danno stimato su base nazionale è 2,5 miliardi l’anno.

«Anche noi riteniamo che la tutela della salute sia un dovere primario, ma la situazione è diventata insostenibile - dice Giorgio Pastorino, presidente nazionale del Sindacato Totoricevitori Sportivi - Federazione tabaccai -. I sindaci sono intervenuti malamente e devono essere chiamati a rispondere dei danni provocati». 

Tra annunci e divieti il business del’azzardo vola. Ogni giocatore perde in media 570 euro l’anno

La Stampa
 gabriele martini

Comuni e Regioni allontanano le slot da scuole e ospedali e introducono limiti orari. Ma le ordinanze riguardano solo le nuove concessioni. E l’erario incassa oltre 8 miliardi





Regolamenti regionali e ordinanze comunali. Divieti orari e distanze minime dai luoghi sensibili. Ricorsi ai tribunali e sentenze divergenti. La lotta alla ludopatia è una selva inestricabile. Con lo Stato in versione biscazziere che (a parole) dichiara guerra all’azzardo, ma intanto incassa. E pure parecchio: oltre 8 miliardi di euro all’anno tra licenze e tasse.

Città che vai, legge che trovi: in Italia non esiste una normativa nazionale che regoli l’offerta di azzardo. La riforma Balduzzi del 2012 prevedeva distanze minime dei punti gioco da scuole, ospedali e chiese. Ma i decreti attuativi non sono mai arrivati. Il governo ha lasciato decadere anche la legge delega del 2014, che lo incaricava di riordinare il settore. E così - senza un quadro legislativo coerente - sindaci e governatori procedono in ordine sparso nel tentativo di arginare le conseguenze sociali del casinò diffuso. 

I numeri
Già, perché ormai in Italia si punta dappertutto: non solo nelle sale da gioco, ma pure in tabaccheria, al bar, al centro commerciale. Finanche sul proprio telefonino. E così la torta dell’azzardo è lievitata negli anni fino a toccare la mastodontica cifra di 88,2 miliardi di euro nel 2015. Slot e videolottery insieme sfiorano i 50 miliardi. Al netto delle puntate restituite sotto forma di vincite, i soldi inghiottiti dal gorgo dell’azzardo sono 17,1 miliardi. Essendo circa 30 milioni gli italiani che hanno giocato almeno una volta nell’ultimo anno, significa che ogni giocatore ha perso in media 570 euro.

Finiscono soprattutto nelle macchinette «mangiasoldi»: ce n’è una ogni 143 abitanti. Mentre sono 83mila gli esercizi commerciali generalisti (dai bar alle tabaccherie) che hanno slot nei loro locali. 
«Il rischio per la collettività è enorme», conferma Enzo Bianco, sindaco di Catania e delegato dell’Anci in materia di azzardo. «Noi amministratori non abbiamo una responsabilità primaria su questo tema. Ma basta soffermarsi a guardare le file di ragazzini di 14 anni che passano interi pomeriggi attaccati alle slot per capire che intervenire è doveroso». Ma anche rischioso: ci sono sindaci che si sono visti recapitare richieste di risarcimento danni per mancati guadagni a causa delle loro delibere. 

Orari e distanze
Secondo la stima dell’Anci, finora sono circa 500 i Comuni che hanno tentato di mettere paletti al gioco d’azzardo. L’ultimo a correre ai ripari è stato quello di Venezia. Giovedì il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità un regolamento che vieta l’apertura di nuove sale gioco nel raggio di 500 metri da scuole, parchi e strutture frequentate da giovani. Due giorni prima era stata la sindaca grillina di Roma, Virginia Raggi, a dichiarare guerra alle slot annunciando una delibera che dovrebbe rendere il centro storico off limits, introdurre distanze minime dai luoghi sensibili e proibire l’utilizzo di macchinette dalle ore 14 alle 18 e dalle 22 alle 10. In Lombardia i Comuni si muovono sotto il cappello legislativo del regolamento regionale sull’azzardo, che ha fatto da apripista in Italia.

In Piemonte 18 sindaci hanno creato una cintura anti-slot di 200 chilometri con un’ordinanza restrittiva congiunta. Il 10 ottobre si è aggiunta Torino. Ma qui sorgono due problemi. Il primo è che, a volte, i regolamenti vengono bocciati dai tribunali. Il secondo è che le normative quasi mai intervengono sull’esistente. Le ordinanze, con poche eccezioni, valgono infatti solo per le nuove concessioni. E così il bar con le macchinette mangiasoldi di fianco alla scuola continua a farla franca. Un esempio aiuta a capire. «Nelle ultime settimane - racconta Simone Feder, coordinatore nazionale del movimento “No Slot” - abbiamo geolocalizzato le macchinette di 24 Comuni del Pavese. Il risultato è sconfortante: l’82% degli esercizi non rispetta la distanza minima di 500 metri dai luoghi sensibili prevista dalla Regione».

Nelle prossime settimane si attende la firma dell’accordo tra governo ed enti locali per una legge nazionale sull’azzardo. Il braccio di ferro va avanti da maggio. Di certo la promessa fatta due mesi fa da Renzi («via le slot da tabaccherie e bar») per ora è rimasta tale. 

Base segreta nazista rinvenuta nell’Artico russo

Corriere della sera

1

Di basi segrete naziste nell’Artico si parla (e favoleggia) da oltre 70 anni. Si conoscono da fonti militari tedesche, ma finora quella sull’isola Terra di Alessandra non era mai stata identificata. Nello scorso agosto una missione russa, grazie anche al riscaldamento globale - particolarmente intenso alle alte latitudini - che ha sciolto i ghiacci estivi, è riuscita a identificarla nella Terra di Francesco Giuseppe, un remotissimo arcipelago nell’Estremo nord russo a oltre 80 gradi Nord.

La Terra di Francesco Giuseppe, così chiamata dagli esploratori austriaci che la scoprirono nel 1873, è composta da quasi 200 isole per una superficie totale di oltre 16 mila chilometri quadrati (pari a una regione italiana grande come il Lazio), a soli mille chilometri in linea d’aria dal Polo Nord. La base faceva parte dell’operazione Schatzgräber (Cacciatore di tesori), una serie di avamposti realizzati dai nazisti nell’Artico nel 1942-1944 per le previsioni meteo La base, aperta nel settembre 1943, è stata rinvenuta nell’isola Terra di Alessandra, la più occidentale dell’arcipelago. Sono stati trovati circa 500 reperti di vario tipo.

Per decenni si è favoleggiato su queste basi dislocate nell’Artico come luoghi per test e deposito delle armi segrete del Führer. La vita nell’avamposto sulla Terra di Alessandra era durissima. Temperature rigide, poco da mangiare (una parte del cibo era finito in fondo al mare), isolamento totale. I militari tedeschi per sopravvivere iniziarono a cacciare gli orsi polari. Solo che la carne degli orsi bianchi, come sanno bene gli eschimesi che non la mangiano, è sempre contaminata da parassiti. I soldati iniziarono ad ammalarsi gravemente.

Nel giugno 1944 dovettero chiedere soccorso alla base aerea tedesca di Banak, in Norvegia, per far arrivare un medico e portare indietro gli ammalati, secondo quando afferma lo storico militare tedesco Franz Selinger. Arrivò un aereo da trasporto, un grande FW-200 Condor, che danneggiò una ruota nell’atterraggio.Dalla Norvegia mandarono un secondo aereo che paracadutò la ruota di ricambio.

I ricercatori russi hanno rinvenuto molto materiale: libri, documenti, testi di meteorologia, manuali della Marina militare tedesca, munizioni, cartucce, tavole astronomiche, quaderni di registrazioni di dati meteo, riviste e anche una copia del libro «Tom Sawyer» di Mark Twain.Rinvenute anche scatole di sardine del Portogallo con etichetta in inglese destinate al mercato americano.

Le temperature gelide hanno conservato molti reperti.Negli anni Ottanta una squadra di esperti sminatori tedeschi (forse della ex Ddr?) visitò le isole per rimuovere i campi minati.Ma solo nella scorsa estate è stata fatta una completa ricognizione e uno studio accurato della base mappandola con precisione.

La base venne abbandonata definitivamente nel luglio 1944.Tutti gli oggetti rinvenuti saranno esposti in un museo ad Archangelsk, sulla terraferma nella Russia europea.Nel periodo in cui è rimasta in attività, la base tedesca compilò circa 700 bollettini meteo.

Foto Video

Facebook ha annunciato per errore la morte dei suoi utenti

La Stampa
sara iacomussi

Tra gli altri, anche il fondatore del social network Mark Zuckerberg



Immaginatevi di accedere sul vostro profilo Facebook e di leggere, proprio sopra il vostro nome, che siete morti e che il social network spera che le persone che vi hanno amato possano trovare conforto nelle condivisioni per celebrare la vostra vita. Terribile, vero? È successo a un numero di utenti ancora da precisare.

Si tratta di un bug, ma ha spaventato un gran numero di iscritti coinvolti: Facebook ha annunciato venerdì 11 novembre la loro morte attraverso la funzione che trasforma il profilo in una pagina commemorativa. Tra questi, ironia della sorte, anche il fondatore Mark Zuckerberg. «Si tratta di un terribile errore che abbiamo immediatamente risolto», ha commentato un portavoce della società. Al momento non è chiaro cosa abbia attivato il bug né quanti siano gli iscritti coinvolti. 

Gli utenti di Facebook hanno la possibilità di indicare nelle impostazioni del profilo se desiderano che l’account venga reso commemorativo o venga eliminato in modo permanente dal social. L’errore ha ovviamente fatto il giro del mondo web, anche con un po’ di ironia. Tra chi si è chiesto se fosse realmente morto, in quanto non sopravvissuto a una settimana pesante, e chi si è chiesto, dopo l’elezione di Donald Trump, se «non siamo tutti un po’ morti», il «vincitore morale» di sdrammatizzazione è il tweet alla Woody Allen di Ryan Calo, docente alla Washington School of Law.

Fermo, la vera storia dell'ultrà ​già condannato dalla sinistra

Giuseppe De Lorenzo - Ven, 11/11/2016 - 18:31

L'incrocio delle testimonianze, l'esame del dna, le contraddizioni della vedova: tutto quello che sappiamo sul caso di Fermo



Mancano pochi minuti alle 15.00 quando Amedeo Mancini pronuncia la frase che lo condanna (mediaticamente) ad essere il colpevole (razzista) della morte di Emmanuel Chidi Nnamdi. L'insulto alla vedova Chinyery (“scimmia”) fece indignare Maria Elena Boschi e Laura Boldrini.

Mattarella parlò di “gravissimo episodio di intolleranza razziale”. Angelino Alfano addirittura rivendicò a sé la decisione della procura di accusare l'ultrà della Fermana di omicidio preterintenzionale. Eppure incrociando le testimonianze, i verbali, le prime analisi scientifiche sembra emergere una storia diversa. Eccola.

“Andate via, scimmie”

La vicenda ha molti punti ancora da chiarire. Di certo c'è che Emmanuel è morto. Il problema è capire come. Tutto inizia intorno alle 15.00, quando Mancini e l'amico (A.F.) sono alla fermata dell'autobus che dovrebbe portarli al mare. Un pomeriggio come un altro, finché Amedeo non vede Emmanuel e Chinyery camminare in via XX Settembre insieme ad un'altra persona. "Non ti sembra una scimmia?", dice Mancini ad una colf polacca che riferirà alla polizia di aver sentito la donna rispondere all'insulto con un sonoro “vaffanculo” e mostrare il dito medio. Botta e risposta. Come ne accadono molti al mondo. Poi Mancini, vedendoli “armeggiare su una macchina”, rincara la dose: “Andate via scimmie”.

Chi ha scatenato la rissa?

Amedeo oggi si morde la lingua. "Non lo ripeterei", si batte il petto costretto ai domiciliari. Ma non poteva immaginare che i tre migranti, dopo essersi allontanati, sarebbero tornati sui loro passi per scatenare un'aggressione. Secondo i testimoni, Emmanuel e Chinyery impedirono all'ultrà di salire sul bus. Sono le 15.04. “La donna ha cominciato a gridare verso di noi”, ricorda A.F. L'autista e la bigliettaia confermeranno di aver visto i due nigeriani più vicini alla portiera dell'autobus, come se stessero impedendo a Mancini di salire.

“Mi vuoi ammazzare?”

Non appena il bus riparte, scatta la colluttazione la cui paternità è attribuita da più di un testimone alla vedova. Una volontaria del centro di accoglienza, P.L., dichiarerà di aver sentito Mancini gridare “Mi vuoi picchiare?”. Infatti Emmanuel lo colpisce con calci e pungi. A dimostrare che Amedeo non avrebbe voluto aggredire i nigeriani ci sono le dichiarazioni di A.F. e di un'altra testimone (T.M.) secondo cui l'ultrà arretra di oltre 20 metri. Tanti, ma non sufficienti. Il nigeriano allora sradica un palo della segnaletica stradale e lo scaglia contro Mancini.

L'incrocio dei verbali di tre testimoni e l'autopsia smentiranno la vedova che invece accusa Amedeo di aver colpito Emmanuel col palo. "Hanno picchiato l'uomo bianco per 4 o 5 minuti", conferma P.B., arrivata sul posto con l'auto. Mancini allora cade in terra. Chinyery è fuori di sé e secondo due teste “salta addosso” all'ultrà riverso a terra. Lo graffia, forse addirittura lo morde. L'ispezione medico legale confermerà sul corpo di Amedeo la presenza di graffi ed ematomi. Una scena talmente violenta che alle 15.07 P.B. chiama i carabinieri urlando “lo ammazzano, lo ammazzano”

La morte di Emmanuel

Il momento chiave è quello successivo alla caduta dell'ultrà. M.T. mette a verbale che a questo punto “il ragazzo di colore fa per allontanarsi”, poi viene “raggiunto da Amedeo Mancini e tra i due inizia una scazzottata" a seguito della quale "l’uomo di colore cade a terra”. Secondo la procura, Amedeo rincorrendo Emmanuel si sarebbe trasformato da aggredito ad aggressore. In realtà, la stessa testimone dirà successivamente di non poter "precisare se uno dei contendenti volesse allontanarsi dall'altro". Ma su questo punto si giocherà l'intero processo ed è ancora da chiarire.

Quando Mancini torna in piedi, i due ricominciano a menar le mani. L'amico dell'ultrà cerca di fermarli, ma Chinyary "lo prende a scarpate". La volontaria tenta di interrompere l'irruenza di Emmanuel urlando “stop, enought” e in quell'istante vede Chinyery colpire sulla testa Amedeo con una scarpa.

"Legittima difesa"

Secondo la difesa “il cazzotto dell'ultrà è da iscriversi in un tentativo di legittima difesa visto che si sentiva braccato davanti da Emmanuel e aggredito da dietro da Chinyery”. Deve liberarsi. E così colpisce l'uomo. “Non mi hanno lasciato via d'uscita”, dirà Mancini in una lettera spedita dal carcere. Per il pm invece non era necessario, quindi si tratta di omicidio preterintenzionale.

Nessuno peraltro ha visto distintamente il pugno. L'autopsia, resa pubblica ieri, dimostra che è stato un colpo "di energia moderata" e non ha provocato la morte, causata invece dalla caduta sul marciapiede. Due vigili arrivano quando il nigeriano è ancora in piedi e non mostra segni di malessere evidente. Poi crolla in terra e muore. L'unico punto certo di una storia che avrà bisogno di diversi gradi di giudizio prima di vedere la parola fine. Quella che Boldrini e tutta la sinistra avevano già scritto pochi minuti dopo la morte di Emmanuel.

La biografia "definitiva" del dittatore che fa a pezzi il mito del comunismo

Alessandro Gnocchi - Mar, 12/04/2016 - 08:32

Lo storico russo Oleg V. Chlevnjuk, basandosi su nuovi documenti, racconta l'ascesa del tiranno e la discesa nell'incubo dell'Unione Sovietica, sconvolta dalle "purghe" e dalla povertà



Il comunismo non è una nobile idea realizzata male. È sempre stata una tragica pazzia. L'economia pianificata non conduce a una società di eguali ma alla miseria generale, fatta eccezione per le élite di burocrati e funzionari di partito. La violenza non è una degenerazione del sistema ma il suo metodo essenziale.

Dal Libro nero del comunismo agli studi di Robert Conquest, Victor Zaslavsky e molti altri, più o meno conosciuti, più o meno di successo, non mancano i saggi che smontano il mito del socialismo. A questi si aggiunge ora Stalin. Biografia di un dittatore (Mondadori, pagg. 480, euro 28) di Oleg V. Chlevnjuk, la biografia considerata «definitiva» del dittatore sovietico. In realtà lo storico russo mette in fila una sterminata mole di documenti, in gran parte inediti o poco conosciuti, che è la pietra tombale sulle riletture nostalgiche e sui derivati contemporanei del comunismo. La vita di Stalin diventa l'occasione per raccontare l'ascesa dell'intero movimento bolscevico.

L'autore non perde mai di vista Ioseb Dzugasvili (questo il vero nome del dittatore) ma ne inserisce la vita all'interno di un quadro molto vasto. Stalin nasce a Gori, in Georgia, il 6 dicembre 1878, un anno prima rispetto a quanto indicato dalle biografie ufficiali. Secondo le leggende (autorizzate) era, di volta in volta, figlio di un ricco mercante, di un potente industriale, di un principe e perfino dell'imperatore Alessandro III. Più prosaicamente, Stalin era figlio di una donna giunta in città dopo l'abolizione della servitù della gleba e di un calzolaio incline ad alzare il gomito. Secondo le leggende (autorizzate) ebbe un'infanzia difficile, segnata dai maltrattamenti. Invece fu relativamente serena, nonostante l'abbandono del padre rovinato dall'alcolismo.

Il seminarista Stalin, studente modello traviato dalle letture «proibite», si avvicina presto al socialismo rivoluzionario. Secondo le leggende (autorizzate) Stalin viene espulso da scuola. Più probabilmente, la abbandona in accordo con l'istituzione, in effetti scontenta dell'insubordinazione del ragazzo. Cresciuto all'ombra di Lenin, che non lo avrebbe voluto come erede, Stalin si dimostra un abile organizzatore del partito ma rimedia magre figure nel corso della guerra civile. La sua abilità è manipolare e chiudere all'angolo gli avversari politici, in particolare l'opposizione interna. Conservatore alla bisogna, estremista di natura, il compagno è dotato dell'innata capacità di tessere e disfare alleanze all'interno del gruppo dirigente.

Presto assume una posizione di rilievo. Stalin bada al sodo: capisce che il potere di fare le nomine all'interno della burocrazia e il controllo della polizia segreta sono il suo lasciapassare per la dittatura. Presto aggiunge un terzo tassello: il terrore. La vittoria, per essere completa, implica la cancellazione del rivale sconfitto. Si spiegano così le terribili «purghe» alle quali, specie negli anni Trenta, sottopone anche i suoi collaboratori più stretti. I «prescelti» di Stalin convivevano con la paura di cadere in disgrazia senza preavviso, per motivi futili. Il dittatore poteva scegliere di umiliare chi aveva alzato la cresta senza neppure accorgersene. Tipico il caso di Molotov, al quale, nel corso di una riunione, fu imposto di divorziare dalla moglie perché ebrea e dunque «cosmopolita».

Molotov fu costretto a votare contro se stesso. Tra il 1929 e il 1953, Stalin diventa progressivamente il padrone assoluto dell'Unione Sovietica. Chlevnjuk ricostruisce nel dettaglio le macchinazioni di Stalin nel Politburo, il suo opportunismo nell'allearsi con Hitler, i colossali errori come capo militare, la continua invenzione di nemici interni per giustificare la repressione di ogni potenziale oppositore, la creazione di un clima di guerra costante al fine di giustificare drastiche misure economiche, le pesanti responsabilità nelle carestie che hanno falcidiato a più riprese le infinite campagne sovietiche. Lo fa con numeri e carte alla mano (al piede di queste pagine pubblichiamo una parte minima ma significativa di questi dati).

Una cosa è chiara: ogni crimine fu commesso in piena consapevolezza. Stalin non era affatto un folle, come talvolta è stato presentato, e neppure disinformato sulle conseguenze dei suoi ordini. Era un bolscevico di impeccabile coerenza. Era convinto che il socialismo fosse il futuro dell'umanità perché avrebbe portato la prosperità universale. Gli orpelli del capitalismo, come la moneta, presto si sarebbe rivelati inutili. Bisognava però marciare compatti, eliminando, in ogni senso, ogni residuo del passato. Per questo, Stalin fissò obiettivi economici assurdi e controproducenti. Nessuno guardava agli indicatori fondamentali. Anzi: furono soppressi.

La collettivizzazione forzata dell'agricoltura portò al crollo della produzione (oltre a costare la vita a milioni di contadini). L'efficienza dell'industria di Stato fu inferiore alle pretese e alle invenzioni della propaganda. Le opere pubbliche si rivelarono un pozzo senza fondo tra debiti e ritardi. L'Urss resisteva grazie a quel poco che i braccianti producevano per se stessi, ottenendo comunque eccedenze da vendersi sul mercato, e al lavoro forzato dei prigionieri nei campi di concentramento (l'Arcipelago GULag di Solzenicyn). L'abbondanza di risorse naturali dava una grossa mano. Gli eredi del dittatore conoscevano la realtà ma non osarono mai opporsi. Di fatto, dopo la morte di Stalin, introdussero timide liberalizzazioni, che consentirono all'Urss di tirare avanti fino agli anni Ottanta.

C'è spazio anche per qualche incursione nello Stalin privato. Collezionista di dischi, ne aveva 2700 nella sua dacia vicina a Mosca. La sua voracità come lettore («almeno 4-500 pagine al giorno», diceva) non sembra confermata dalle dimensioni della sua biblioteca modesta e centrata soprattutto su Lenin e sulla dottrina marxista. Ma c'è da aggiungere che Stalin annotava per ore le tonnellate di rapporti che accumulava sulla scrivania anche nei periodi di vacanza. La famiglia non era una priorità. Riuscì a «purgare» anche quella, facendo sparire i parenti più insistenti.

Tra i figli, l'unico a godere di qualche protezione fu Vasilij ma il comportamento disonorevole nel corso della Seconda guerra mondiale convinse Stalin ad abbandonarlo a un destino di alcolista. Sempre soggetto ad attacchi d'ira imprevedibili, Stalin aveva servitori e vassalli ma non amici. Il 1° marzo 1953 ebbe un grave malore. Per ore nessuno osò intervenire nonostante il dittatore, contrariamente alle sue abitudini, non uscisse dalla stanza da letto. Quattro giorni dopo, Stalin morì. Ma la tragedia non era ancora finita. Anche l'uscita di scena, con i pubblici funerali, fu segnata dal sangue: nella ressa morirono 109 persone.

Quando Stalin scatenò l'inferno assieme a Hitler

Matteo Sacchi - Sab, 12/11/2016 - 08:43



Il momento più buio della non luminosa storia dell'Unione Sovietica è facilmente identificabile nella dittatura staliniana.

Con l'arrivo al vertice del potere di Iosif Vissarionovi Dugavili la dittatura del proletariato si trasformò con rapidità stupefacente in un sistema autocratico capace di condensare il peggio del potere zarista e del bolscevismo. Quest'esito, non guardandolo con il senno del poi, poteva apparire ai contemporanei quasi stupefacente. Soprattutto contando che a lungo Stalin detenne solo la carica di Segretario generale del Partito comunista che non era considerata determinante.

Per capire come sia nata una delle feroci dittature della Storia, portata avanti a colpi di purghe, epurazioni, deportazioni di massa e guerre, risulta utile L'Urss dalla Rovina alla Rinascita di Andrea Graziosi, in edicola da oggi con Il Giornale (a 11,90 euro più il prezzo del quotidiano) all'interno della collana Storia del comunismo.

Il saggio fornisce un quadro precisissimo delle dinamiche dello stalinismo tra il 1939 e la morte del dittatore. Nel '39 Stalin raggiunse vette di cinismo politico impreviste anche dai suoi più acerrimi nemici, come Lev Trockij. La sua idea del comunismo in un solo Paese sfociò in quell'anno in una serie di azioni militari che ricalcavano le rotte dell'espansione zarista. Nell'agosto del 1939 le truppe russe attaccarono al confine della Mongolia le truppe giapponesi.

Quel confine era già caldo da un po', ma Stalin si sentiva ormai industrialmente pronto alla guerra. I giapponesi vennero rapidamente messi a mal partito (e infatti si guardarono bene dall'aggredire i sovietici anche scoppiata la Guerra mondiale). Subito dopo Stalin aprì alla Germania con il patto Ribbentrop-Molotov. Molti comunisti rabbrividirono di fronte a quell'alleanza. Stalin la giustificò con il fatto che Hitler stava «scuotendo il sistema capitalistico». In realtà il piano staliniano era semplicemente quello di inglobare nella sfera sovietica i vicini più fragili, dalla Finlandia (che non glielo rese facile) sino alla Polonia.

I risultati furono paradossali. Comunisti francesi che collaboravano con Petain, attivo scambio di informazioni tra la Gestapo e la polizia segreta russa (bersaglio comune gli ebrei). Nel frattempo all'interno del Paese, che stava iniziando una corsa agli armamenti la condizione operaia peggiorò drasticamente. Chi faceva ritardi al lavoro superiori ai 20 minuti poteva essere punito con sei mesi di lavoro coatto. Lasciare il lavoro senza permesso portava direttamente in galera (2-4 mesi di prigione). Nel solo secondo semestre del 1940 vennero condannati più di due milioni di operai. Poi il piano staliniano che non teneva conto dei progetti hitleriani (per altro chiaramente scritti nel Mein Kampf), si infranse nell'operazione Barbarossa.

Ci pensarono milioni di russi immolandosi a salvare il regime e a trasformare Stalin nel Padre della Patria. Colui che Grazioli definisce «un vecchio di cui è impossibile disfarsi». E che Krusciov, non proprio uno schiavo del capitale, definì: «Un pazzo sul trono».