martedì 15 novembre 2016

L'annessione di Napoli all'Italia? Ancora divide

Eugenio Di Rienzo - Sab, 12/11/2016 - 08:38

Il tema suscita prese di posizioni nette. Tra pure celebrazioni e revisionismo



Qualche anno fa, Paolo Mieli mi pose un interrogativo imbarazzante e di non piccola portata. Mi chiedeva perché la storiografia italiana che era riuscita finalmente a fare i conti con questioni tanto laceranti per la coscienza civile del nostro Paese (il fascismo, il conflitto civile del 1943-1945, il lungo e difficile dopoguerra, i terribili «anni di piombo») tardasse ancora a farli con l'allargamento del processo unitario al Mezzogiorno e con l'opposizione (armata e intellettuale) che una parte considerevole delle popolazioni meridionali aveva opposto tra 1860 e 1870 al quel processo.

Rispondere a quel quesito, adducendo a scusante la vischiosità dei paradigmi storiografici mi sembra insufficiente, pensando a come, proprio durante le recenti celebrazioni cento cinquantenarie dell'unità d'Italia, la pur doverosa replica alle tesi revisioniste della cosiddetta tendenza neo-borbonica sia stata, in molti casi, quella di celebrare quell'evento senza analizzarlo nel profondo.

È vano soliloquio, infatti, parlare di «lager dei Savoia», di «genocidio del Sud». Ma non dimentichiamo la prigionia dura e infamante alla quale furono sottoposti soldati e ufficiali che avevano lealmente seguito Francesco II di Borbone nell'ultima resistenza e gli spietati metodi di contro-guerriglia, ispirati a quelli sperimentati dall'esercito francese in Algeria, utilizzati dai governi di Torino e di Firenze per spegnere l'insorgenza antiunitaria.

Altrettanto stolto è, però, cullarsi nella mitologia risorgimentista del 1860, come «anno dei miracoli», dimenticando colpevolmente o tacendo colpevolmente che per una parte degli Italiani quell'anno fu piuttosto l'«anno orribile» della sconfitta per mano straniera, della perdita della sovranità economica e politica, del peggioramento delle loro condizioni di vita, dell'inizio del linciaggio morale cui li espose un sentimento anti-meridionale di chiaro stampo razzista.

Storiografie di altri popoli hanno affondato il bisturi con rigore scientifico sì ma anche con spietatezza nel loro passato, in quel passato che costituì appunto il prologo drammatico al loro farsi Nazione. Nessuno storico inglese, ormai, si sente legittimato a passare sotto silenzio gli orrori delle guerre anglo-scozzesi del XIV secolo, prolungatisi nelle rivolte giacobite del 1715, del 1719 e del 1746, che portarono, tra lacrime, sangue e fango e una spietata campagna di repressione contro le popolazioni civili, alla nascita e poi al consolidamento del Regno Unito.

Nessun analista del passato statunitense nega il carattere di conflitto intestino della guerra d'indipendenza americana che fu, certo, guerra di liberazione contro la tirannia della madrepatria ma anche scontro fraterno tra americani decisi a rimanere fedeli sudditi della corona britannica e connazionali risoluti a separare i loro destini da quelli della loro terra d'origine. Persino pochi storici russi sono disposti oggi a criminalizzare l'azione dei molti che, restati fedeli alla dinastia dei Romanov, si opposero nella sanguinosa guerra civile, protrattasi dal 1917 al 1922, all'avvento del regime bolscevico.

Anche da noi, in questi ultimi tempi, la situazione sta, però, fortunatamente mutando. Grazie all'attività di alcuni studiosi l'esistenza e la non trascurabile consistenza di un sentimento nazionale napoletano, diffuso, ancora dopo il 1860, non solo tra le masse contadine e il «proletariato straccione» delle città ma anche tra il ceto civile, la classe colta, l'esercito e la burocrazia di quello che era stato il Regno delle Due Sicilie, è divenuto «problema storiografico», in tutta l'ampiezza e dignità di questo termine.

Ed è ad approfondire questo problema, e in particolare a mostrare come, tra 1861 e 1870, la «questione napoletana» sia stata argomento che travalicò i confini del Regno d'Italia, fino a imporsi all'attenzione dei Governi, dei Parlamenti, dell'opinione pubblica dei maggiori Stati Europei, che questo mio lavoro è dedicato. Del resto, anche Croce in un articolo del 1924 riconobbe l'esistenza di un patriottismo napoletano, ben radicato tra «i soldati ligi alla loro bandiera, i politici che volevano serbare all'Italia meridionale l'indipendenza, i cortigiani affezionati alle persone dei sovrani», definendolo un impulso del tutto naturale poiché «il Regno di Napoli non si dissolveva per un moto interno, ma veniva abbattuto da un urto esterno (sia pure dall'urto di una forza italiana), che incontrò consenzienti nel paese, ma anche non pochi dissenzienti e repugnanti».

"Se vince Trump, andiamo via dagli Usa": ora queste star lo faranno davvero?

Anna Rossi - Ven, 11/11/2016 - 15:26

Da Robert De Niro a Miley Cyrus. Ecco i dieci volti noti del mondo dello spettacolo che hanno confessato voler abbandonare gli Usa dopo la vittoria di Trump



Donald Trump è il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d'America, ma tra i tanti volti noti del mondo dello spettacolo che lo sostengono, c'è anche chi non condivide le sue idee e minaccia di emigrare in un altro Paese: ecco dieci personaggi che hanno dichiarato di voler lasciare gli Usa dopo il suo insediamento alla Casa Bianca.

Miley Cyrus, sul suo account Instagram, ha scritto: "Andasse a quel paese Trump. Me ne vado dagli Usa... e non sono parole campate in aria!". Il suo pensiero trova conforto nelle parole di
Robert De Niro che da mesi attacca duramente Donald Trump. "Non posso prenderlo a pugni. È il presidente — ha spiegato l'attore -. Sono un cittadino italiano, probabilmente mi trasferirò lì".
Anche
Mia Farrow si è scagliata a più riprese contro Trump e a poche ore dal trionfo del tycoon ha confessato: "Ho già pronto un passaporto irlandese". Nella lista c'è pure
Samuel L Jackson, l’indimenticabile protagonista di Pulp Fiction, che durante un'intervista ha attaccato duramente Donald: "Se questa spazzatura diventa presidente, muovo il mio culo nero in Sudafrica".
Ma la lista è ancra lunga e dopo la cantante Barbra Streisand, le attrici Neve Campbell e Amber Rose, lo scrittore Stephen King e Ne-Yo, c'è il premio Oscar  
Jennifer Lawrence che ha rivelato: "Trump è peggio di Snow, il personaggio contro cui combatto in Hunger Games. Me ne vado".

Accolgono immigrati in casa: "Tutto devastato, aiutateci"

Luca Romano - Ven, 11/11/2016 - 15:26

Quando l'accoglienza si trasforma in un boomerang. Casa devastata e gli immigrati che non lasciano più l'immobile



Una storia che fa riflettere: quando l'accoglienza si trasforma in un boomerang. A raccontarla è Adriana Armanda Spediacci che ha affittato 3 appartamenti e un ufficio ad un'associazione nei pressi di Filanda di Aulla, in provincia di Massa, che si dedica all'accoglienza degli immigrati. La figlia, Ketty Giampietri racconta l'accaduto a "la Nazione": "Nel novembre dello scorso anno – spiega – abbiamo contattato un’agenzia per affittare tre appartamenti e un ufficio, alla Filanda. Ci avevano consigliato di rivolgerci ad una società della zona che avrebbe ospitato nigeriani in fuga dal loro Paese in quanto perseguitati. Hanno mostrato anche alcune fotografie". E così la Spediacci decide di affittare i suoi immobili a un prezzo di favore: 1500 euro per tre appartamenti e un ufficio.

"Ci avevano assicurato un massimo di 10 persone in tre appartamenti invece – racconta la donna – hanno tirato su un muro, sistemato letti anche nel sottotetto, tanto che abbiamo sollecitato due sopralluoghi, per verificare eventuali abusi edilizi, che infatti sono stati riscontarti. I contatori erano quattro e sono stati unificati: nei nostri appartamenti vivono 21 persone, ma non era questo l’accordo". E qui arriva l'incubo: "Non fanno la raccolta differenziata e ammassano la spazzatura, la buttano anche dal balcone – denuncia la donna – uscivano di casa seminudi e non c’era il minimo controllo, così come non c’è neppure adesso.

L’associazione cui ci siamo rivolti a nostro avviso non sta adempiendo ai compiti previsti nella convezione. Sono stata nell’appartamento e ho visto un impianto elettrico non a norma e letti dappertutto". "Non sappiamo più come fare – commenta Adriana – è nostra intenzione portare avanti la procedura di sfratto, ma non è giusto subire tutto questo. Io ho fatto tutto questo in buonafede, sono stata raggirata".

Italiani dimenticati…

Michel Dessi



“Si sono dimenticati di noi. Ci hanno abbandonato!” Ci dice Elisa, mentre si riscalda davanti al fuoco scoppiettante, acceso difronte ad uno dei tanti alloggi occupati per necessità da alcune famiglie senza tetto.  Con le lacrime agli occhi e lo sguardo triste perso nel nulla, parla del futuro che dovrà assicurare ai suoi figli: “Cosa posso offrirgli? Non ho neanche un posto dove farli dormire. Siamo in mezzo ad una strada. Nessuno ci aiuta!”

Rosarno

E’ per queste ragioni che Elisa, insieme ad altre 12 famiglie di Rosarno, sono stati costretti ad occupare abusivamente gli alloggi destinati agli immigrati. Si tratta di  alcune unità abitative confortevoli e mai collaudate perché l’azienda che si è aggiudicata l’appalto milionario per la realizzazione di un centro di formazione al lavoro per migranti è stata bloccata da un’interdittiva antimafia. La loro storia l’avevamo già raccontata qualche tempo fa. Ma ora, le cose al “Villaggio Italia”, (così è stato ribattezzato l’ex “BetonMedma” in mano alla ‘ndrangheta) sono cambiate. In peggio.

Ad un mese dall’occupazione il sindaco della città della Piana ha emesso un’ordinanza di sgombero. Le famiglie dovranno lasciare gli alloggi senza se e senza ma. Ma loro non si arrendono e ci dicono: “ Noi da qua non ce ne andiamo. Abbiamo le catene pronte per legarci ai pilastri. Ci devono cacciare con la forza! Siamo stanchi dei soliti soprusi. Il sindaco non ci ha mai aiutato, e pensare che il suo motto in campagna elettorale è stato: “Prima i Rosarnesi”. Che fine ha fatto quella promessa? Noi forse non siamo cittadini di Rosarno? Ce ne andiamo da qui solo se il comune ci garantisce un posto dove andare.”

L’edilizia popolare a Rosarno è bloccata da circa trent’anni e gli abitanti in attesa sono tanti. Il lavoro manca e la povertà aumenta. “Io sono in lista per una casa da 16 anni. Non ho mai avuto risposte e, per questo, ho dovuto prendere in affitto una casa. Ora la proprietaria  mi ha detto che devo liberare l’appartamento. Purtroppo non riesco a pagare l’affitto e anche lei ha le sue ragioni. Per questo ho occupato.” – continua Elisa – “Io e mio marito siamo senza lavoro. Come facciamo a portare il pane a casa? E’ dura. Molto dura. Per fortuna qualcuno ci aiuta. Ma sono pochi.”

“Noi chiediamo solo di poter vivere qui. Legalmente.” Ci dice il giovane Domenico. Una richiesta che, molto probabilmente, da come si sono messe le cose, non sarà mai accolta. Almeno fin quando lo Stato penserà solo a costruire nuove tendopoli.

Magdi Allam si racconta «Io, Oriana e caso Islam»

Mimmo Di Marzio - Ven, 11/11/2016 - 16:40

L'opinionista ospite di Sylos Labini lunedì sera. La fatwa di Hamas e l'amicizia con la Fallaci



«Manzoni Cultura», il format di attualità ideato e condotto da Edoardo Sylos Labini, riaccende i riflettori su uno dei personaggi più scomodi del panorama mediatico di questi anni, Magdi Cristiano Allam.

Lunedì sera, il giornalista-opinionista egiziano sarà infatti sul palco della storica sala milanese per riaprire ferite mai rimarginate del conflitto Oriente-Occidente, sulla scia della presentazione del suo ultimo libro autobiografico «Io e Oriana». Grande attesa per la serata (ore 20), dopo il tutto esaurito della scorsa primavera che aveva visto lo stesso Allam raccontare il vero volto del Corano, rieditato a cura de Il Giornale con sue note a margine. «Questa volta - anticipa Sylos Labini.

Il personaggio interpreterà appieno il format di un cartellone che ha soprattutto lo scopo di mettere a nudo l'uomo con il suo vissuto, i successi e le sfide». Che nel caso di Magdi Cristiano Allamn si è tinto di toni drammatici, soprattutto all'indomani della fatwa fondamentalista che ha colpito il giornalista nel 2007 dopo la pubblicazione del suo libro «Viva Israele». Al Manzoni, Allam racconterà i momenti difficili causati alla sua famiglia dalla condanna islamica da parte di Hamas durante la sua conversione al Cristianesimo, ma non solo. Andrà a ritroso raccontando episodi inediti della sua vita in Egitto, l'impossibilità di perpetuare una fede dai contenuti non più condivisibili, la vita sotto scorta in Italia a causa delle minacce.

Sarà un faccia a faccia entusiasmante, quello di lunedì, salutato dal direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, già presente alla serata dedicata all'altro volto del Corano. Allam racconterà nuovi particolari inediti del suo rapporto con la giornalista Oriana Fallaci, «la testimonianza della mia eredità spirituale per sua volontà - dice Allam - che io mi sento convintamente dentro nonostante la tensione dialettica che c'è stata nel nostro rapporto e dopo aver preso atto che sull'islam aveva ragione lei».

Durante l'intervista, Allam svelerà pure il volto nascosto del «suo» Egitto, anche in merito al drammatico e non ancora risolto caso Regeni. Un commento inevitabile, per l'osservatore internazionale, andrà all'America che all'indomani della vittoria di Trump si prepara a nuove sfide anche in rapporto al Medioriente.

Sparata di Grillo: "Musei vaticani? Chiederemo l'affitto al Papa"

Redazione - Sab, 12/11/2016 - 08:27



Roma - L'ultimo show di Grillo l'anti europeista va in onda sulla «Rai europea».

Il leader dell'M5S si è garantito un titolo sui giornali di oggi con un'intervista a Euronews, sparando ad alzo zero su un obiettivo sicuro, il Vaticano. «I Musei Vaticani credo siano, sono del Comune e il Comune non percepisce nulla.-ha attaccato il comico- Parleremo con Bergoglio... credo non lo sappia ancora». La proposta-provocazione insomma, sarebbe chiedere l'affitto dei musei più ricchi del Belpaese alla Santa Sede.

Una frase infilata in un discorso sulla corruzione a Roma, paragonata a «una millefoglie: corruzione, panna, corruzione, panna, corruzione, panna... Ci sono 200mila faldoni nelle cantine, 66 km di carte, -ha spiegato alla Tv durante il suo soggiorno a Bruxelle- come tutto il Raccordo Anulare, 30 anni di condoni mai riscossi. Con tutto il patrimonio del Comune che nessuno sa quante case siano, 100mila, 200mila, e nessuno sa quante siano. E si prendono affitti da 10 euro».

Ma il succo dell'intervista non è tutto qui. Grillo ha anche ribadito in modo ufficiale che «il direttorio non c'è più». «C'è il programma e se non c'è nel programma decide la rete», ha aggiunto. Chi comanda nel Movimento? «Il Movimento. Io faccio da pianificatore familiare». «È unesempio di democrazia unico al mondo.-ha insistito- Il movimento è nato per estinguersi. Quando i cittadini avranno gli strumenti per costruirsi la loro democrazia, il movimento non ha più ragione di essere perché i cittadini sarannoautosufficienti».

Sarà, ma intanto il movimento governa a Roma ed è alle prese con enormi difficoltà anche di immagine. E Grillo dà una mano. Pazienza se, come fa notare Michele Anzaldi del Pd, «come tutti sanno, i Musei Vaticani non sono proprietà del Comune di Roma e non sono neanche su suolo italiano, ma fanno parte dellaCittà del Vaticano».

Anche il Pci insorse Ma contro gli ungheresi

Giampietro Berti - Dom, 23/10/2016 - 09:30

Napolitano, Ingrao e gli intellettuali? Schierati con i sovietici. Disumano il cinismo di Togliatti



Sessant'anni fa, dal 23 ottobre al 10 novembre del 1956, vi fu in Ungheria un'insurrezione popolare contro il regime comunista repressa con l'uccisione di migliaia di insorti, mentre altre migliaia furono feriti, condannati e incarcerati.

La rivolta, che seguiva altri tentativi di liberarsi dal pugno di ferro stalinista esteso a tutta l'Europa Orientale, repressi anch'essi nel sangue (Berlino Est, giugno 1953, e Poznan, giugno 1956), avvenne a sei mesi di distanza dalla denuncia di Chrucëv dei crimini di Stalin. Come è noto, il Pci avallò pienamente l'azione repressiva dei 150mila soldati e 2500 carri armati sovietici che falcidiarono ogni anelito di indipendenza e di libertà. A questo proposito è istruttivo ripercorre alcuni momenti di questo sostegno, sottolineando le spiegazioni che lo giustificarono.

Sia per i dirigenti del partito, sia per gli intellettuali, il ritornello era sempre lo stesso: il fine giustifica i mezzi, ovvero la salvaguardia del socialismo supera ogni altra considerazione e assolve chi, in suo nome, compie ogni misfatto e ogni nefandezza. I contenuti di questo giustificazionismo «machiavellico», debitore di un'idea teleologica della storia che vede un solo percorso obbligato, il comunismo, possono essere riassunti in questo modo. Dal 1917 l'Unione Sovietica è accerchiata dai Paesi capitalistici e la dittatura, con la conseguente pratica del terrore omicida, non può essere giudicata prescindendo da questo contesto.

Comunque, grazie alla sua esistenza, molti popoli del Terzo mondo, sottoposti all'imperialismo dell'Occidente, hanno potuto giungere all'indipendenza nazionale. L'avvento della rivoluzione d'ottobre e la costruzione del primo Paese socialista del mondo hanno costituito un'oggettiva barriera contro lo strapotere del capitalismo internazionale. Dal punto di vista ideologico, si deve dire pertanto che è stato grazie al marxismo, se il comunismo è passato dal sogno alla realtà e a questa realtà è doveroso inchinarsi.

Anche i non comunisti devono riconoscere l'importanza epocale del suo avvento. In conclusione, l'esistenza storica dell'Unione Sovietica deriva, indubitabilmente, dalla giustezza della concezione marxista, con la logica conseguenza che marxismo, comunismo e stalinismo vanno visti come entità intercambiabili, essendo la stessa cosa. Stalin rimanda a Lenin e Lenin rimanda a Marx, per cui, per converso, il marxismo giustifica il leninismo, il leninismo giustifica lo stalinismo. Tutti i veri comunisti non possono che essere stalinisti.

Per questo, una volta scoppiata l'insurrezione, Palmiro Togliatti sollecitò il Pcus a intervenire militarmente e alla Conferenza mondiale dei partiti comunisti, tenutasi a Mosca nel novembre dell'anno successivo, votò a favore della condanna a morte dell'ex presidente del consiglio ungherese Imre Nagy, definendo perfino «lotta eroica»... la repressione. In quell'occasione, stando alla testimonianza di János Kádár, il «Migliore» si cimentò in una prova di autentico cinismo, avendo chiesto allo stesso Kádár di rinviare l'esecuzione a dopo le elezioni politiche italiane del 25 maggio 1958. La richiesta fu accolta e Nagy venne impiccato un mese dopo, il 16 giugno. Pietro Ingrao scrisse: «Bisogna scegliere: o per la difesa della rivoluzione socialista o per la controrivoluzione bianca, per la vecchia Ungheria fascista e reazionaria».

Giorgio Napolitano argomentò che «l'azione sovietica, oltre che a impedire che l'Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ha contribuito in maniera decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell'Urss, ma a salvare la pace nel mondo». Luigi Longo ricordò che i carri armati erano stati mandati allo scopo di garantire e consolidare «le conquiste dei lavoratori». Umberto Terracini dichiarò: «Le truppe sovietiche sono intervenute a scudo dei combattenti per la costruzione del socialismo. Questo fatto non può che trovare unanime appoggio e solidarietà in tutti i veri democratici italiani». Alla Camera dei deputati Giancarlo Pajetta lanciò il grido: «Viva l'Armata Rossa!».

Gli intellettuali comunisti e filocomunisti non furono da meno. Usarono la tecnica, tipicamente totalitaria, di non entrare nel merito delle accuse, ma di demonizzare come borghesi, fascisti, reazionari e oscurantisti tutti coloro che sostenevano la rivolta. Concetto Marchesi negò ogni valore agli insorti perché «un popolo non rivendica la sua libertà tra gli applausi della borghesia capitalistica e le celebrazioni delle messe propiziatorie». Lucio Lombardo Radice definì i rivoltosi degli «assassini». Augusto Monti rimproverò «quei socialisti e perfino quei comunisti che uniscono le loro voci al coro dei muggiti borghesi». Lo stesso Monti dichiarò che l'Ungheria «s'apprestava a essere la più vasta incubatrice d'un più vasto neofascismo non più italiano ma europeo».

Carlo Salinari bollò i rivoltosi come personaggi «coscientemente controrivoluzionari»: sì, certo, il socialismo non si poteva imporre «a colpi di cannone», ma questi servivano a difendere «le sue conquiste fondamentali». Antonio Banfi accusò Imre Nagy di essere rimasto inerme di fronte «alle violenze terroristiche scatenate dai rappresentanti del vecchio nazismo alimentato dalla tradizione feudale e clericale». Luigi Pintor biasimò il socialdemocratico Paolo Rossi per aver manifestato il proprio cordoglio per l'impiccagione di Nagy, senza «dire una parola sui torturatori algerini»; rimproverò i democristiani di essersi «sbracciati per l'esecuzione dei capi rivoltosi in Ungheria», mentre tacevano «dei crocefissi che abbelliscono le galere spagnole», creando così «un fronte politico con i fascisti repubblichini».

L'Unità assimilò Saragat ai «cani arrabbiati» americani che «sognavano la bomba atomica sul Cremlino». Infine, vi fu anche chi affermò il falso. Tra i molti, ricordiamone alcuni. Ranuccio Bianchi Bandinelli sostenne che non esistevano prove documentarie, se non qualche «fotomontaggio», dei «massacri sovietici», mentre «i massacri anticomunisti sono stati documentati ampiamente». Velio Spano parlò di «teste di comunisti mozzate ed esposte come trofei sulle picche». Giuseppe Boffa richiamò l'attenzione sulle migliaia di quadri del Partito comunista ungherese «assassinati, squartati, impiccati, decapitati, bruciati vivi dalle squadre di rivoltosi più ferocemente oltranzisti e fascisti».

L'Unità denunciò che in Ungheria «aerei provenienti dall'Occidente portanti armi per i rivoltosi sarebbero già atterrati in diverse località». Sarebbero stati questi esponenti - e altri simili - l'originale espressione della «via italiana» (democratica), non soggetta a Mosca, del socialismo (!).

Un bug di Spotify mette in pericolo il vostro hard disk

La Stampa
andrea signorelli

Il software può scrivere oltre 100 gigabyte di dati sul disco, in arrivo un aggiornamento per risolvere il problema



Mentre state ascoltando musica con Spotify, la piattaforma di streaming con oltre 40 milioni di utenti, il programma scrive dati sul vostro disco rigido, in maniera assolutamente incontrollata, arrivando a caricare oltre 100 GB. Si tratta di un problema grave, perché i continui cicli di scrittura e lettura di questi dati affaticano il disco SSD, accorciandone notevolmente la longevità.

L’aspetto più sorprendente, secondo quanto riporta Ars Technica, è che il problema si protrae da almeno cinque mesi, da quando i primi utenti Windows, Mac e Linux hanno iniziato a segnalare il bug sul forum dell’assistenza di Spotify, senza che la società facesse nulla per risolverlo. In alcuni casi, si è arrivato anche a minacce di azioni legali, per via dei danni materiali (e quindi economici) che il comportamento del software causa ai computer.

In meno di un’ora di utilizzo, il programma scrive fino a 10 GB di dati; chi usa regolarmente Spotify durante la giornata ha trovato un sovraccarico di dati fino a 100 GB, ma in alcuni casi si è arrivato anche a 700. Il bug sarebbe causato da uno o più file del database del programma legati alla stringa mercury.db (le prime segnalazioni di questo problema risalgono addirittura al 2013).

Alcuni utenti stanno hanno proposto metodi manuali per eliminare il bug, ma ovviamente è Spotify a dover risolvere il problema. La società ha annunciato il rilascio della versione 1.0.42, che però ancora non risulta disponibile a molti utenti.

Oggi

La Stampa
jena@lastampa.it

Se l’undici settembre del 2001 eravamo tutti americani, oggi cosa siamo?

Il caporalato dei corrieri espresso

Corriere della sera
di Barbara D'Amico

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I fattorini che smistano e consegnano i prodotti appena ordinati online sono i nuovi schiavi del caporalato logistico. Lo dicono le proteste che da mesi agitano i centri italiani di smistamento dei prodotti e le inchieste che, soprattutto a partire dalla morte dell’addetto Gls a Piacenza – investito da un mezzo della società lo scorso 15 settembre – fanno luce su un comparto dove le condizioni di lavoro sono diventate disumane.

Nonostante la morte dell’operaio, la cui ricostruzione è al centro di uno scontro tra lavoratori, azienda e magistrati, le trattative per rinnovare il contratto collettivo nazionale del comparto e introdurre conseguenze più severe per chi sfrutta gli addetti sono ancora in stallo. Per questo alcune sigle sindacali rappresentative del settore, in particolare Filt Cgil, Fit Cisl e Uil Trasporti stanno pensando a uno sciopero nazionale.

I dati di settore La logistica impegna direttamente circa 250 mila addetti in Italia (dati desunti dagli studi dell‘Osservatorio Contract Logistics del Politecnico di Milano). Ma il numero è fuorviante perché logistica non vuol dire solo smistamento e stoccaggio delle merci, bensì anche consegna e trasporti. Se si considerano quindi tutti i settori nel loro complesso, compresi i trasporti via mare, gli addetti salgono a 1,4 milioni.

Tra questi ci sono gli uomini e le donne in divisa a cui apriamo la porta quando finalmente ci arriva a casa il pacco ordinato tre giorni prima su un qualunque sito di e-commerce, e gli uomini e le donne che lavorano nei capannoni dove vengono stoccati e smistati gli ordini, e i camionisti e guidatori che materialmente trasportano le merci dai grandi magazzini di periferia in tutta Italia. Questi snodi sono cruciali per le vendite online e sono i luoghi da cui soprattutto i big dell’e-commerce pretendono un’efficienza quasi militare.

Il caporalato non avviene solo nei campi Secondo studi di settore l’aumento delle vendite online richiede un aumento, almeno in Italia, della manodopera necessaria a garantire l’efficienza delle consegne. Specie se il consumatore si abitua a ordinare qualcosa su Internet e vederselo recapitare entro un’ora ovunque si trovi. L’efficienza per ora non può essere garantita dalla sola tecnologia, ma l’impiego di manodopera umana inizia ad avere un costo sociale troppo pesante: gli operai ricevono spesso paghe da fame, sono sottoposti a turni massacranti, e non vedono rispettate tutele fondamentali (malattia e ferie). Si può parlare di caporalato nel settore della logistica?

«Assolutamente sì – risponde Emanuele Barosselli, sindacalista della sigla Filt Cgil per la Lombardia – Ma con alcuni distinguo: dove c’è una presenza sindacale si tenta di superare queste condizioni, ma questo è un settore talmente vasto che tutte le organizzazioni sindacali e para sindacali messe insieme coprono forse il 20% di tutto il comparto».

Difficile far emergere il lavoro nero Tenere traccia del numero di lavoratori realmente impiegati e delle loro condizioni è impossibile a causa della scatola delle esternalizzazioni: un grande negozio online si affida a una società logistica per le consegne la quale, a sua volta, subappalta ad altre aziende lo smistamento o la consegna. Queste aziende a loro volta subappaltano a cooperative di lavoratori, in un ginepraio di deleghe che annacqua il compenso finale e rende complicatissimo risalire al vero datore di lavoro: colui che in teoria deve essere costretto ad applicare le norme di un contratto collettivo nazionale.

All’indomani della morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf, l’operaio della Gls, Maurizio Diamante (Fit Cisl) dichiarava che «l’episodio di oggi non deve trarre in inganno, ha messo di fronte due categorie di lavoratori, facchini e camionisti, che inseriti nella stessa catena lavorativa, per ragioni diverse sono vittime dell’erosione dei diritti e delle tutele del lavoro da infinite catene di appalti e sub appalti i primi, dalla concorrenza sleale dei vettori dell’est Europa i secondi». Ma a distanza di due mesi non si è mosso nulla. «Preoccupa il fatto che la morte dell’operaio egiziano della Gls non abbia smosso di un millimetro le posizioni da parte datoriale nel settore nel suo complesso», denuncia Barosselli. «Il fatto ha sicuramente unito gli addetti dei diversi settori ma non ho visto reazioni pronte da parte imprenditoriale».


Non solo sfruttamento, le aziende virtuose della logistica

Corriere della sera
di Barbara D'Amico

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Gli scioperi e le tensioni tra addetti alla logistica e datori di lavoro si registrano soprattutto in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, regioni dove sono concentrati importanti poli operativi.

A prescindere dalla localizzazione, gli addetti sono d’accordo su una cosa: per ottenere condizioni dignitose serve l’appoggio delle istituzioni pubbliche locali. Le trattative presso il Ministero dei Trasporti, dello Sviluppo Economico o del Lavoro infatti sono percepite come importanti ma non efficaci nel breve termine. Almeno non quanto un accordo di tutela ottenuto grazie all’intercessione di un sindaco o di una intera giunta regionale che possono monitorare meglio di un ispettore di Roma quello che accade in una piccola frazione o provincia.
«L’allarme sul settore c’è da anni, su determinate dinamiche era chiaro che rischiava di scapparci il morto – denuncia Giulia Guida (segreteria nazionale Filt Cgil) – Per fortuna adesso si sta sviluppando una sensibilità istituzionale a livello regionale e provinciale che riguarda la spinta a sottoscrivere protocolli con regole per gli operatori su come muoversi in un territorio rispettando e tutelando gli addetti del comparto».
Assumere direttamente i facchini bloccando l’outsourcing Se le istituzioni si dimostrano attente non altrettanto può dirsi per la parte datoriale, specie per quanto riguarda le aziende medio-piccole del settore. Big come DHL, FEDEX-TNT o di recente la stessa UPS, hanno assunto direttamente i facchini delle cooperative a cui prima appaltavano i servizi di stoccaggio, magazzino e consegna merci. Molti criticano il fatto che queste compagnie possano permettersi di rispettare la normativa sul lavoro e sui contributi perché, appunto, sono grandi multinazionali. Ma credere che un modello di business rispettoso del lavoro e capace di creare vantaggio competitivo sia appannaggio solo delle aziende globali, è falso.

L’esempio della Cecchi Logistics A Firenze, ad esempio, opera da 30 anni una azienda a conduzione familiare che nonostante la crisi ha deciso di assumere i dipendenti delle cooperative garantendo lo stesso un servizio di alta qualità e a prezzi competitivi per i committenti. La società è ora importante a livello nazionale, ma non è nata come multinazionale. «Abbiamo adottato una politica in controtendenza, dando valore alle risorse umane – spiega Maurizio Paggetti, amministratore delegato della Cecchi Logisitica – Abbiamo più di 100 persone dipendenti e abbiamo riassunto direttamente tutti gli autisti per un totale di circa 160 addetti sotto la nostra direzione. Il tunnel dello sfruttamento non ha nessun tipo di futuro: il caporalato in tanti magazzini e città esiste, è vero e concreto. Ora le leggi sono più restrittive e anche la committenza paga gli errori di chi appalta senza curarsi di rispettare le regole, ma occorre fare di più».

Quindi è possibile restare competitivi nel settore garantendo rispetto dei contratti collettivi nazionali e stipendi pieni? «Assolutamente sì – continua l’amministratore toscano – E’ possibile ma occorre rendere molto efficienti i magazzini ed essere capaci di vendere al committente/cliente quello che abbiamo e cioè la qualità del lavoro svolto in modo tutelato». Il segreto dunque starebbe nel non far pagare ai lavoratori l’incapacità di riuscire a contrattare con il committente il giusto prezzo per la gestione di un capannone o la presa in consegna e il trasporto degli ordini. Come spiega Paggetti, «la trattativa sul servizio di qualità è fondamentale e può tradursi in quel centesimo in più – perché di questo si parla – che mette al riparo la committenza da conseguenze spiacevoli ma garantisce a noi la serenità del lavoro. Ricordo che la committenza risponde sempre in solido in caso di problemi quindi meglio investire anziché acquistare servizi a ribasso».

Un contratto blindato (a tutela dei lavoratori) Per tutelarsi contro l’effetto sub-appalto incontrollato, l’azienda inoltre obbliga il committente a rispettare, in caso di appalto, il contratto nazionale previsto per i lavoratori del settore: il che si traduce nell’impossibilità di togliere la commessa o abbassare i compensi. Insomma, o si lavora in modo serio o non si accetta di scendere a patti. Le grandi aziende lo stanno capendo: il risparmio e l’e-commerce possono porre delle sfide ma non devono in nessun modo piegare la dignità di un lavoratore.

Col velo in municipio, dovrà pagare 30mila euro

La Stampa

L’episodio nel Pordenonese. Una donna di origini albanesi si è rifiutata di togliersi il niqab



Quattro mesi di arresto, poi convertiti in 30 mila euro di multa: è quanto disposto nel decreto penale di condanna, firmato oggi dal Gip di Pordenone Alberto Rossi, nei riguardi di una donna di origini albanesi, di 40 anni. Venti giorni fa, durante una seduta del Consiglio comunale dei ragazzi di San Vito al Tagliamento (Pordenone), la donna aveva rifiutato di farsi riconoscere, avendo il volto interamente coperto dal «niqab», il velo islamico che lascia intravvedere solo gli occhi di chi lo indossa. 

Nonostante le richieste del sindaco Antonio Di Bisceglie (Pd) di togliere il velo integrale, la donna - che vive a San Vito al Tagliamento dal 2000 e da qualche anno ha acquisito la cittadinanza italiana - era rimasta sulle proprie posizioni, fino a quando è stata fatta allontanare dall’aula consiliare da personale della polizia locale, che aveva anche proceduto all’identificazione in una saletta attigua.
Il Gip Rossi, su richiesta del sostituto procuratore Federico Facchin, ha ritenuto che contro la donna si possa configurare la violazione della legge 152 del 1975, che disciplina il comportamento delle persone nei luoghi pubblici e l’obbligo di riconoscimento del volto, che per ragioni di sicurezza non può essere nascosto o travisato. 

Mc Donald’s lancia il suo «pane e Nutella»: l’annuncio virale su Facebook

La Stampa

«È arrivata una soffice dolcezza a cui non saprete resistere — scrive Mc Donald’s —. Provate subito ‘Sweety con Nutella’: morbido pane con un cuore di cremosa golosità». Il colosso dei fast food ha annunciato l’arrivo del suo nuovo prodotto, al momento disponibile solo in Italia. Una trovata (da 256 calorie a porzione, si legge sul sito dell’azienda) che, a leggere il post sulla pagina Facebook dell’azienda, sarà destinata ad avere (almeno all’inizio) parecchio successo.

Sul social network, infatti, nel giro di poche ore sono già stati più di 50 mila i commenti e più di 53 mila le condivisioni. «Inutile cercare di fare la dieta se poi sulla home ti avvisano di queste novità!», scrive un utente, a cui seguono tantissimi altri post entusiasti: «Sono a dieta... ma sono in periodo di massa, quindi sabato 3 Sweety già prenotati». Oppure, con dedica: «Ti aspetto con uno Sweety e un mazzo di rose». Ma c’è anche chi, rivolgendosi a un amico, scrive: «Guarda che cosa ti ha inventato il mc?!? Potresti morire solo a vederlo». E, infine, chi semplicemente ammette: «Le gioie continuano ad arrivare».

CalExit, un imprenditore della Silicon Valley vuole la secessione della California

La Stampa
salvatore tancovi

Shervin Pishevar, investitore di oltre 60 società hi tech, si è opposto all’elezione di Trump e minaccia l’indipendenza della California. Un’idea difficile ma forse non impossibile



Dopo l’elezione del neo presidente Donald Trump è esplosa la protesta per le strade americane. 6mila persone hanno bloccato il traffico ad Oakland, in California, manifestando con violenza contro la polizia in tenuta antisommossa, bruciando cassonetti e danneggiando vetrine dei negozi. Ma in California è in atto una protesta ben più organizzata, quella di Shervin Pishevar, imprenditore della Silicon Valley che vuole la secessione dello stato e propone anche un nuovo nome: “New California”.

L’imprenditore di origini iraniane è tra i primi investitori di Hyperloop, Uber, Airbnb e più di altre 60 compagnie che lavorano nel tech, un’attività così prolifica da fruttargli il titolo di “super angel investor”, che nel gergo di Palo Alto significherebbe re degli investitori di startup. Pishevar aveva pubblicato un tweet sull’esito delle elezioni poco prima dello spoglio: “Se dovesse vincere Trump annuncerò una campagna per l’indipendenza della California”. E così è stato.

Si sono susseguite un’innumerevole serie di risposte da parte di volontari che hanno offerto sostegno sia nella divulgazione, ma anche e soprattutto dal punto di vista legale. Sono nati così la petizione Yes California e l’hashtag su twitter #CalExit, da California più exit, riprendendo la formula che ha portato la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea. Calexit è trending topic già da diverse ore, e anche se sembra più una provocazione che un’idea attuabile, la suggestione spaventa gli americani. 

La California, come ricorda Pishevar, è la sesta economia del mondo (più forte di Francia, India e Italia) e produce la metà della frutta e verdura americana. Inoltre c’è la Silicon Valley, il vero motore dell’innovazione americana. Insomma, per gli States sarebbe una perdita incolmabile, ma è davvero possibile che questa secessione accada? Innanzitutto va detto che la campagna punta alla primavera del 2019, inoltre la condizione legale per cui ciò accada prevede che due terzi tra Senato e Camera dei Rappresentanti proponga un nuovo emendamento e che questo venga accettato da 38 stati su 50.

Difficile che ciò possa verificarsi, eppure la protesta continua a montare. 

L’ignoranza al potere

La Stampa
massimo gramellini

L’ignoranza è una brutta bestia, diceva mio nonno tranviere, che si spezzava la schiena con gli straordinari per consentire al figlio di prendere il diploma e al nipote, un giorno, di imbroccare qualche congiuntivo sulle pagine di un giornale. Oggi mio nonno, come tanti elettori di Trump, non si vergognerebbe affatto di avere studiato poco. Anzi, trasformerebbe il suo complesso di inferiorità in una forma di orgoglio, non considerando più la cultura uno strumento di crescita economica e sociale, ma il segnale distintivo di una camarilla arrogante di privilegiati. E userebbe l’unica arma a sua disposizione, il voto, per fargliela pagare, «a quei signori». Già, ma per fargli pagare cosa? Semplice: di avere raggiunto un traguardo che alla sua famiglia è precluso. 

L’ignorante detesta chi ha studiato perché detesta una società che non consente più a suo figlio di farlo, obbligandolo a contrarre debiti spaventosi per strappare un «foglio di carta» che nella maggiore parte dei casi non garantisce il miglioramento delle sue condizioni, ma si traduce in una mortificazione ulteriore di stipendi bassi e lavori precari. Ogni conservatore diventa rivoluzionario solo quando non ha più nulla da perdere. Allora viene invaso dal rancore e va in cerca di un capro espiatorio e di un vendicatore. Quasi sempre sbagliando mira. Perché è stata la finanza, non la politica e tantomeno la cultura, a costruire questo mondo di sperequazioni odiose. E non sarà un dilettante allo sbaraglio a trovare la formula magica per restituire agli esclusi il progresso perduto.

Carri

La Stampa
jena@lastampa.it

A sinistra si è subito aperta la corsa per salire sul carro di Trump, la ministra Pinotti è già a bordo.