domenica 13 novembre 2016

Salvini

La Stampa
jena

Trump trump alalà.

Tra i minatori del Kentucky: “Saremo anche ignoranti ma abbiamo fatto la storia”

La Stampa
gianni riotta

Nella contea del carbone che ha spinto il magnate alla Casa Bianca dove il dibattito sul clima conta meno dei posti di lavoro persi



«Fare il minatore, nel Kentucky orientale, non è un lavoro, è un modo di vivere. È la tua esistenza, la tua cultura. Una fratellanza umana, che sfama e manda i figli al college, grazie a chi invece scende sottoterra senza poter studiare. La miniera è lavoro onesto, duro, manuale, ingrato, crudele, spoglio e pericolosissimo. I minatori hanno costruito l’America. Sono gente fiera, non ignoranti subumani. Sono fieri, l’avete capito?».

Rifletto su questa commossa difesa dei minatori del Kentucky, dai viali assolati della cittadina di Frankfort. Nel 1780 gli indiani uccisero sulla riva del fiume Kentucky un pioniere di nome Frank, e i compagni gli dedicarono il villaggio. Gli eredi del povero Frank hanno ora portato alla vittoria Donald Trump, umiliando la Clinton, i minatori odiano gli accordi di Parigi firmati da Obama, perché chiudono la loro storia pur di ridurre l’anidride carbonica. Quando Trump promette, «Straccio il patto contro i gas serra!» applaudono, battendo i piedi con gli scarponi Timberland gialli. Sono ormai rimasti in pochi in vallata, 6900, meno che nel 1898, gli ultimi licenziamenti di febbraio, 1500 senza lavoro.

Gli altri a vivere arrangiandosi, poco nobile per chi «ha costruito l’America ed è fiero», «Negli anni Venti ogni anno la popolazione raddoppiava». Gli ambulatori a Frankfort curano «black lungs», polmoni neri, le malattie professionali dei minatori, ma la disoccupazione è la malattia peggiore. Chi è «fiero» di avere «costruito il Paese» soffre poi di alcolismo, eroina, solitudine, depressione, divorzi, suicidi. La vita media degli operai non cresce, torna ai tempi del pioniere Frank.

Sul viale centrale di Frankfort, Broadway, si apre la libreria «Poor Richard», che da 40 anni è amministrata da Lizz Taylor, «visita la soffitta, ci sono migliaia di libri antichi», e quando salgo le scale cigolanti entro davvero nella Caverna di Ali Babà, con i volumi che Signori e Signore leggevano quando i minatori scavavano. Su una copia del Faust degli Harvard Classics, la collana che «ogni uomo colto deve leggere per 15 minuti al giorno», un nome scritto col pennino, «Margaret Swift» e la data «1911». «Il carbone permetteva agli aristocratici di studiare Goethe e ai poveri di non morire di fame come sui monti Appalachi era la regola. Io ho votato Hillary, ma capisco chi vota Trump. Sanders era troppo di sinistra, Hillary troppo moderata. In mezzo s’è infilato Trump» conclude saggia Lizz.

Attraversato un vicolo, vedete la vetrina brillante di Kentucky Knows. La porta la apre il proprietario, Tony Davis, orgoglioso di esporre su un manichino la divisa da marine, «Ho servito nel corpo per 4 anni, qui molte famiglie sono militari, alcune hanno combattuto con Washington». Tony compra centinaia di botti usate del bourbon, il whiskey locale che ha reso lo Stato, con il derby dei cavalli e il cocktail alla menta «Mint Julep», famoso. Poi le smonta, doga per doga, e ne ricava mobili d’arte fantastici, legno ricco, grasso, stagionato.

Tony, e il suo amico John, invitato a bere un caffè al bourbon, sono cauti, «il popolo ha parlato, siamo ex militari, il presidente è Capo delle Forze Armate», poi si sciolgono, «non era una scelta felice ok? Ma Hillary ci veniva addosso, qui la gente ha paura. Sa cosa fanno per eliminare la povertà dalle vallate più misere? Danno sussidi alle famiglie, perché traslochino dove possono sperare in un lavoro. Vai a vedere i traslochi, si spezza il cuore, qui tengono in soffitta le medaglie del trisnonno alla Guerra Civile, le pallottole Miniè, che si trovano nei boschi», rozze munizioni che aprivano ferite curabili solo con amputazioni e sega da falegname.

«Siamo americani, dobbiamo unirci» dice Tony. Ieri era Veteran’s Day, il giorno dei veterani militari e nel patriottico Sud garriva ovunque Old Glory, la bandiera a stelle e strisce. Nel cimitero di Versailles, una dolce collina alla Spoon River, una bandierina su ogni lapide di ex soldato. E davanti al ristorante Cattleman, specialità costolette di porco fritte con le cipolle, passeggia John Howard, il cappello con le decorazioni e la scritta «Reduce di Corea e Vietnam» calcato in testa.

Nel 1957 il presidente, ed ex generale, Eisenhower teneva, prudente, in Vietnam solo 693 militari americani, sceltissimi uomini di intelligence e controguerriglia. Howard era uno di loro, già reduce del gelo coreano, poi Francia, Italia, Germania: «La scelta politica era mediocre, il Paese è spaccato. Tu da dove vieni?» intima con tono da ufficiale. New York Sir. «Ah un maledetto yankee, un nordista eh, li detestiamo qui quelli come voi» e ride con occhi felici. Poi si fa serissimo «Nulla per noi ex militari è doloroso come l’America che si odia, tra fratelli. Dobbiamo andare avanti. Trump è presidente? Spero faccia del bene all’esercito».

Nelle grandi città, militanti di sinistra, che spesso non hanno neppure votato Clinton, marciano in strada, pochi ma con al seguito telecamere e web. Trump, abile, ne approfitta e denuncia gli intolleranti. Qui, nel Trumpland profondo, non trovate invece neppure una voce rauca. Ogni elettore democratico, Lizz, o la sua commessa Kathy, soavi capelli grigi, «lo so, a Hollywood mi darebbero la parte della bibliotecaria in un giallo!», difende i minatori che votano repubblicano. Fascisti! gridano a Broadway, New York. Brava gente che vuol vivere, spiegano a Broadway, Frankfort.

Rimugino le parole così forti, «Fieri, hanno costruito l’America i minatori», ascolto vicende come quella di Gary Hall, caposquadra per 33 anni sottoterra, ultimo lavoro a Pike County, disoccupato dal marzo 2015, «niente mutua e purtroppo noi ci ammaliamo spesso. Dopo una vita in miniera mi ci vedi a fare la guida turistica?».

Con i prati di bluegrass, i vigneti, i cavalli a guardare dagli steccati, Eastern Kentucky è meraviglioso, ma pochi turisti sono attratti dalle distillerie pregiate del Bourbon, «abbiamo inquinato, scappano» lamenta Lizz Taylor. Per questo qui il livore dei cortei non arriva. Le parole di nostalgia per i minatori che votano Trump, orfani del loro piccolo mondo antico, sono di Ivy Brashear, gay, femminista, blogger Huffington Post, militante di Hillary, «ma con la famiglia qui da 10 generazioni». «Io temo la presidenza Trump come donna, come queer, come progressista - spiega Ivy -
Ma non odio né incolpo i minatori e chi lo ha votato qui, perché non siamo né diversi, né nemici, siamo la stessa cosa, gente del Kentucky. Lo so, la pensiamo in modo opposto, ma non siamo quella robaccia cui questa elezioni ci vogliono ridurre. Siamo cresciuti insieme nelle valli, famiglie numerose e unite, la luce fino a tardi in estate, i cani che si chiamano di collina in collina e Nonna che prepara cena per un esercito. Non abbiamo vicini di casa, abbiamo amici e dobbiamo trovare subito insieme un porticato con le dondolo e ragionare, uniti contro i Politici che non ci capiscono, divorando pomodori in insalata».

Lascio Frankfort con nello zainetto il caffè aromatizzato al bourbon regalo di Tony, un libro di poesie del ’32 della Lizz e la certezza che se Hillary avesse avuto Ivy Breashar come consulente, anziché i parrucconi dell’immagine laccata, ‘ste elezioni non le perdeva.

Facebook riotta.it

Francesco visita sette ex preti sposati e le loro famiglie

La Stampa
domenico agasso jr

Il Papa nella periferia romana per l’ultimo «Venerdì della Misericordia»: un segno di vicinanza a chi ha compiuto una scelta spesso non condivisa da confratelli e familiari. La testimonianza di un ex parroco: «Ho assaporato il gusto del Vangelo»


Francesco incontra alcuni ex preti e le loro famiglie

Se il Papa va a confortare ex sacerdoti che hanno messo su famiglia. Accade oggi pomeriggio, 11 novembre 2016, quando Francesco, alle 15,30, lascia Casa Santa Marta per recarsi a Ponte di Nona, quartiere all’estrema periferia di Roma est. 

In un appartamento, il Pontefice incontra sette famiglie, tutte formate da giovani che hanno lasciato, nel corso di questi ultimi anni, il sacerdozio. Papa Bergoglio, fa sapere la Sala stampa vaticana, ha inteso offrire un segno di vicinanza e di affetto a questi ragazzi che hanno compiuto una scelta spesso non condivisa dai loro confratelli sacerdoti e familiari.

Dopo diversi anni dedicati al ministero sacerdotale svolto nelle parrocchie - riferisce sempre la Sala stampa - è accaduto che la solitudine, l’incomprensione, la stanchezza per il grande impegno di responsabilità pastorale hanno messo in crisi la scelta iniziale del sacerdozio. Sono quindi subentrati mesi e anni di incertezza e dubbi che hanno portato spesso a ritenere di avere compiuto, con il sacerdozio, la scelta sbagliata. Da qui, la decisione di lasciare il presbiterato e formare una famiglia.

Papa Francesco, dunque, è andato a trovare questi giovani: quattro della diocesi di Roma, dove sono stati parroci in diverse parrocchie della città; uno di Madrid e un altro dell’America Latina, che risiedono a Roma, mentre l’ultimo è della Sicilia. L’incontro rappresenta l’ultimo appuntamento nell’ambito dei «Venerdì della Misericordia» che il Papa ha voluto ogni mese durante tutto l’Anno giubilare.

L’ingresso del Papa nell’appartamento è segnato da grande entusiasmo, raccontano dalla Sala stampa della Santa Sede: «I bambini si sono raccolti intorno al Pontefice per abbracciarlo, mentre i genitori non hanno trattenuto la commozione». La visita «del Santo Padre è stata fortemente apprezzata da tutti i presenti che hanno sentito non il giudizio del Papa sulla loro scelta, ma la sua vicinanza e l’affetto della sua presenza». Il tempo passa veloce; il Pontefice «ha ascoltato le loro storie e ha seguito con attenzione le considerazioni che venivano fatte circa gli sviluppi dei procedimenti giuridici dei singoli casi.

La sua parola paterna ha rassicurato tutti sulla sua amicizia e sulla certezza del suo interessamento personale». In questo modo, «ancora una volta, Francesco ha inteso dare un segno di misericordia a chi vive una situazione di disagio spirituale e materiale, evidenziando l’esigenza che nessuno si senta privato dell’amore e della solidarietà dei pastori».

La visita del Pontefice si è conclusa alle 17,20 circa. 

Significativa l’intervista rilasciata al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, da Andrea Vallini, uno degli ex parroci incontrati oggi da Francesco. «La notizia mi ha colto di sorpresa, l’ho saputo pochi giorni fa. E la sorpresa sta nel fatto che il Papa si è preoccupato di noi». «Papa Francesco – ha aggiunto Andrea - non è un semplice vescovo. La prima sensazione è stata di qualcosa di puramente evangelico. In genere dovrebbero essere i peccatori ad andare incontro al Signore invece oggi è stato il contrario. Ho assaporato un gusto di Vangelo molto bello e puro. Il Papa ha una capacità di rapportarsi veramente coinvolgente».

«In alcuni casi ci sarebbe stato bisogno di risanare le ferite – ha proseguito Andrea - ma tutte le situazioni oggi presenti erano già abbastanza risanate. Questa visita non so se apre prospettive nuove. Ho capito che il Papa era particolarmente stupito che alcuni di noi, soprattutto italiani, sentissimo una certa esclusione. Nella sua esperienza, ci ha raccontato, che lui non ha mai escluso situazioni particolari. Ci ha detto che il suo presidente della Caritas a Buenos Aires era un ex sacerdote che ha fatto un ottimo lavoro».

«Spero che sull’esempio del Papa – ha sottolineato Andrea -, pur avendo storie diverse, possiamo continuare ad essere una risorsa per la Chiesa. Tutti noi vorremmo continuare ad essere utili alla Comunità cristiana, sarebbe bello che si superassero degli steccati. D’ altra parte oltre ad avere il carattere sacerdotale, che non si cancella, siamo battezzati. Sarebbe bello continuare a fare del bene, come mi sono sforzato di fare in un’altra veste»

«E’ un ‘venerdì della Misericordia’ – ha concluso - che non scorderò mai. Sotto casa mia, essendosi sparsa la voce dell’arrivo del Papa, si era radunata una folla (circa 50 persone) e qualcuno mi ha detto: ‘Lei ha fatto proprio una bella cosa, è proprio bravo’. Ma io gli ho subito risposto: ‘Proprio perché non sono bravo il Papa oggi è venuto qui, altrimenti non sarebbe arrivato’. Una visita che mi ha riempito di gioia che spero mi aiuterà ad essere migliore».

Nei Venerdì della Misericordia precedenti il Pontefice ha visitato: una casa di riposo per anziani e malati in stato vegetativo (15 gennaio); una comunità per tossicodipendenti a Castelgandolfo (26 febbraio); Centro di Accoglienza per Profughi (Cara) di Castelnuovo di Porto (24 marzo, Giovedì santo, con Lavanda dei piedi); insieme al patriarca Bartolomeo e all’arcivescovo ortodosso di Atene Ieronimus, i profughi e migranti nell’Isola di Lesbo (Grecia, 16 aprile); comunità del «Chicco» per persone con grave disabilità mentale (Ciampino, 13 maggio); comunità «Monte Tabor» che ospita sacerdoti sofferenti per diverse forme di disagio e comunità dei sacerdoti anziani della diocesi di Roma («Casa San Gaetano»; 17 giugno); preghiera silenziosa ad Auschwitz-Birkenau (Polonia) e bambini malati all’ospedale pediatrico

di Cracovia, la Via Crucis della Giornata mondiale della Gioventù con i giovani iracheni e coloro che vivono particolari situazioni di disagio (29 luglio); gruppo di donne ex prostitute (Roma, Pietralata) - progetto di recupero della Comunità Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi (12 agosto); a Roma due strutture ospedaliere per sottolineare l’importanza della vita dal suo inizio alla sua fine naturale: pronto soccorso e il reparto di neonatologia dell’Ospedale San Giovanni di Roma e l’hospice «Villa Speranza» (pazienti in fase terminale), struttura della Fondazione del Gemelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (16 settembre); «Villaggio Sos bambini», in zona Boccea, una casa famiglia che accoglie bimbi su segnalazione dei servizi sociali e del tribunale, in condizioni di disagio personale, familiare e sociale (14 ottobre).

“Così viviamo la nostra seconda vita da ex preti”
La Stampa
mauro pianta

In Italia i sacerdoti che hanno rinunciato all’abito talare sono tra i 5 e i 7mila. Viaggio tra i «dimissionari» che rientrano in società, spesso con una compagna. Nuova vita, nuova identità. Le difficoltà di dover ricominciare da zero. Soli e spesso senza un lavoro



Marcello Mastroianni e Sophia Loren nel film «La moglie del prete»

C’è chi si è “convertito” in assistente sociale, qualcuno lavora in fabbrica, altri si sono reinventati imprenditori o rappresentanti. I più fortunati insegnano, in tanti sono alla ricerca disperata di un lavoro, ma quasi nessuno dice di aver perso la fede. 

Benvenuti nel (complicato) mondo degli ex preti, quelli che hanno abbandonato la tonaca per rientrare nella società, spesso in compagnia di una moglie. Una società che li vede alle prese con una nuova vita e una nuova identità, impegnati con la necessità di dover ricominciare senza mai aver compilato un curriculum o cercato casa, orfani dell’abbraccio della Chiesa e della prospettiva di una pensione elargita dalla Cei.

Talvolta prigionieri di una perenne “terra di mezzo” non solo sociologica, ma anche psicologica perché chi abbandona l’abito talare non può più esercitare, ma per la fede cattolica il sacramento del sacerdozio rimane impresso in modo «indelebile». In qualche modo, dunque, si è preti per sempre. Quanto al matrimonio, chi – tra di loro - lo ha celebrato con rito civile si è posto al di fuori della Chiesa. Chi, dopo un processo diocesano, ha atteso la dispensa papale ha potuto invece pronunciare il sì davanti a un ex collega. 

Ma quanti sono gli “spretati”? Difficile dirlo. Secondo le stime di alcune associazioni negli ultimi cinquant’anni in Italia si sono dimessi tra i 5 e i 7mila sacerdoti. I dati più aggiornati dell’Ufficio centrale di Statistica della Chiesa cattolica riferiscono di 64 defezioni (il termine include anche coloro che hanno lascito per motivi diversi dal matrimonio) tra i preti italiani nel corso del 2013 (43 quelle dei diocesani, le rimanenti riguardano consacrati appartenenti a ordini religiosi). «Ma in media – spiegano i funzionari dell’ufficio – ogni anno il 10% dei dimissionari ci ripensa». Occorre tener presente che nel nostro Paese ci sono quasi 50mila preti (per l’esattezza: 47560 di cui 31956 diocesani e 15604 religiosi).

La questione dell’esercito degli ex è comunque nell’agenda di Papa Francesco. Lo ha assicurato lui stesso incontrando il clero romano, nel febbraio scorso. «Speriamo, ma non ci contiamo più di tanto», butta lì Giovanni Monteasi, 76 anni, “spretato” dal 1983, un figlio e una vita lavorativa spesa nella formazione professionale. Lui è il presidente di Vocatio, un’associazione di preti sposati. «Non siamo contro il celibato, ma per la libertà di scelta: i preti dovrebbero avere la possibilità di scegliere se sposarsi o no». 

Sulla stessa linea Lorenzo Maestri, 83 anni, direttore della rivista Sulla Strada: «Sono contento di aver rinunciato a questa chiesa medievale, anche se ho pagato un prezzo altissimo: sono stato parroco per 20 anni, quando ho annunciato la mia decisione mi sono ritrovato tutti contro, dal sacrestano al vescovo. Ho fatto il muratore, il rappresentante di commercio e poi l’insegnante. Senza contare la diffidenza della gente, anche se negli ultimi anni il clima è cambiato…». 

Ci sono i conti con la coscienza e quelli con la fine del mese. Giuseppe I., 51 anni, siciliano, si è dimesso a gennaio del 2014 e si è sposato civilmente a Roma con la sua compagna che oggi fa la maestra. Solo pochi anni fa lei era una suora. «Eravamo amici. Fui proprio io - racconta lui - ad accompagnarla in un percorso spirituale che la portò ad entrare in una congregazione e poi missionaria in Africa». Un breve periodo e lei lascia la missione, anche lui vacilla. «Ci siamo innamorati. È stato come avvertire un passaggio di Dio nelle nostre vite, quasi che lui volesse creare qualcosa di nuovo e diverso dalle nostre povere esistenze».

Inutile parlare con il vescovo, con lo psicologo, inutile l’anno di discernimento in monastero: il sentimento non svanisce. «Adesso sto cercando lavoro, frequento un corso di inglese, mi piacerebbe impegnarmi nel sociale, a contatto con i giovani. Ho mandato decine di curricula, ma non mi ha risposto nessuno. Ho bisogno di lavorare, è una questione di dignità. Viviamo in affitto a Roma, con il solo stipendio di A. (non pronuncia mai la parola moglie, ndr), i miei confratelli sono quasi tutti spariti…». Un figlio? «Se arriva siamo aperti alla vita, ci fidiamo della Provvidenza».

L’amarezza di chi sente abbandonato ha segnato anche l’esperienza di Ernesto Miragoli, 61 anni, di Como, oggi titolare di un’impresa edilizia con quattro dipendenti. «Ero una “promessa” del clero comasco, - ricorda - appassionato di storia dell’arte, collaboravo con i giornali e le tv locali. Mi innamorai, potevo servire la Chiesa da sposato ma me lo hanno impedito. Avevo lavorato per la mia Chiesa fino all’età di 32 anni, eppure da quel giorno del 1986 ero diventato invisibile, una specie di “lebbroso”.

Mi aiutò un laico, il direttore di un giornale locale che mi affidò una pagina di cronaca per 800mila lire al mese. Un sostegno che mi permise di galleggiare, fino a quando – dopo aver letto un’inserzione – mi trasformai in un imprenditore edile. Oggi abbiamo tre figli, ho ottenuto la dispensa, andiamo regolarmente a messa e qualche volta, quando sento certe corbellerie dall’altare, mi viene voglia di salire e farla io, la predica…». 

Il “segreto” per non restare prigioniero di una vita e di una mentalità da ex sacerdote? Cambiare aria, accumulare esperienze e solo allora tornare nel proprio paese. È la strada seguita da Giuseppe Zanon, 78 anni, da Gottolengo (Brescia): «I miei genitori erano malati e mi misero in collegio. A 13 anni è arrivato un frate e mi ha detto: “Vieni in seminario, potrai studiare e giocare”. Fu una specie di sequestro di persona. A 33 anni abbandonai i voti. Cristo non ti sbatte la porta in faccia perché ti sei innamorato, questo lo fanno gli uomini.

Per me è stato decisivo vivere a Milano, aiutato da mio fratello e da un religioso. Lì ho studiato e mi sono laureato. Ho vissuto vent’anni da single, poi nel 1991 ho conosciuto Daniela e ci siamo sposati. Solo allora sono tornato a Gottolengo per insegnare lettere alla scuola media. Oggi sono in pensione e do una mano in parrocchia. Offendermi se mi danno del prete? Macché. Quando il parroco è malato, gli amici al bar mi prendono in giro: “Vai tu a dir messa”. Ma io sono felice di essere un prete, anche se non “esercito” più…».