sabato 12 novembre 2016

Vasco Rossi rompe con Live Nation per le truffe sui biglietti dei concerti

La Stampa

Il cantante lascia la più grande azienda mondiale di eventi live dopo il servizio delle Iene sui presunti traffici illegali con Viagogo. E intanto la concorrente Barley Arts minaccia un’azione giudiziaria per concorrenza sleale e danno d’immagine a tutta la categoria



Giamaica management, la società che si occupa dei contratti di Vasco Rossi, comunica di avere attualmente sospeso ogni rapporto commerciale con Live Nation. Lo si legge in un post firmato dalla stessa società e pubblicato sulla pagina Facebook di Vasco Rossi. La decisione è nata dopo il servizio messo in onda dal programma di Italia 1 Le Iene, dove sarebbe stato evidenziato un rapporto commerciale tra la filiale italiana di Live Nation, una delle più grandi aziende mondiali che organizzano concerti dal vivo, e la piattaforma di secondary ticketing Viagogo.

Secondo Le Iene, il sito avrebbe ricevuto un certo numero di biglietti direttamente da Live Nation per rivenderli sul mercato secondario: questa pratica non sarebbe consentita dagli accordi stipulati da Live Nation, che ha firmato un contratto di esclusiva con il sito di prevendita Ticketone. Sugli episodi di biglietti messi in vendita e subito esauriti, per poi tornare sul mercato a prezzi maggiorati, l’Antitrust ha da qualche settimana avviato un’indagine.

«Dopo aver appreso dal servizio televisivo de Le Iene di un possibile coinvolgimento di Live Nation nella rivendita «secondaria» di biglietti per i concerti in Italia - si legge nella pagina ufficiale dell’artista - Giamaica management comunica di avere attualmente sospeso ogni rapporto commerciale con Live Nation e si riserva di agire per vie legali essendo totalmente estranea a quanto emerso dal servizio giornalistico. Giamaica ritiene che l’attività di secondary ticketing, altamente speculativa, è da tempo riconosciuta come dannosa non solo per il pubblico ma anche per gli artisti che a loro insaputa e loro malgrado si ritrovano per errore coinvolti». 

La mossa di Vasco rischia di causare una reazione a catena nel mondo della musica dal vivo in Italia. Il primo intervento è quello di Claudio Trotta, direttore di Barley Arts, altra grande società di musica dal vivo, che ha portato in Italia artisti come Chemical Brothers, Bruce Springsteen e i Cure. Tra gli italiani, ha in catalogo Niccolò Fabi, Paola Turci e Giò Sada. Trotta comunica in una lettera aperta di star valutando la possibilità di un’azione giudiziaria “per gravi danni di immagine e di credibilità a tutta la categoria” nei confronti di Live Nation e addirittura di allargarla agli altri iscritti ad Assomusica, l’azione italiana dei promoter di musica dal vivo. 

«Sto verificando con i miei legali - prosegue Trotta - i termini di una causa per Concorrenza Sleale da parte di Live Nation nei confronti di quei produttori e promoter che non adeguandosi alle pratiche emerse dalle dichiarazioni dispongono ovviamente di risorse inferiori». 

Dall’hamburger senza salse messicane alla profezia di Nostradamus: l’effetto Trump e le sue stranezze

La Stampa
simone vazzana

Complottisti, celebrità, fast food, Charlie Hebdo: le reazioni del mondo dopo la vittoria del nuovo inquilino della Casa Bianca



Gli Stati Uniti hanno appena scelto il loro 45° presidente e, dopo poche ore, l’effetto Trump ha già sconquassato il mondo a suon di stranezze. In Russia, Burger King ha cavalcato l’onda repubblicana annunciando che presto inserirà nel suo menù il Trump Burger. Somiglia all’ “Angriest Whopper”, il doppio hamburger servito con salsa piccante, anelli di cipolla e peperoncini jalapeño, ma non potrà essere servito con «salse e piatti di origine messicana». 

La profezia di Nostradamus
Non solo Simpson: immancabile anche la previsione di Nostradamus. Secondo i sostenitori dell’astrologo, l’elezione di Trump sarebbe stata anticipata nella Prima Centuria (Quartina 40): «The false trumpet concealing madness will cause Byzantium to change its law». Letteralmente: «La falsa tromba, celando la pazzia, cambierà le leggi di Bisanzio». Trump sarebbe ovviamente «the false trumpet», Bisanzio indicherebbe la Grecia (territorio chiave nella rotta dei migranti). Nella Quartina 57, «la tromba provocherà grave discordia, un accordo si spezzerà» e, con riferimento al «volto ricoperto di latte e miele giace a terra», molti hanno pensato a Israele (secondo la Bibbia e la Torah ebraica, il «Paese dove scorrono il latte e il miele»).

L’interpretazione della Quartina 50 (Terza Centuria) è tutta sul riferimento al fatto che «la Repubblica della grande città», intesa come gli Stati Uniti d’America, sarà portata «by trumpet» a impegnarsi in costose operazioni militari. E se ne pentirà («the city will repent»). Infine, Decima Centuria (Quartina 76): «Il senato ordinerà il trionfo di chi ha vinto». E «at the sound of the trumpet» saranno allontanati nemici e oppositori.

«Coincidenze? Non credo...»
I complottisti si focalizzano sui numeri accostando l’11/9, il giorno degli attentati all’America, al 9/11, data d’inizio dell’era Trump. C’è poi chi ricorda come il 9 novembre 1989 sia l’anniversario della caduta del Muro di Berlino. Per uno abbattuto, uno pronto a essere alzato al confine tra Stati Uniti e Messico.

Caccia alla cittadinanza canadese, il sito dell’immigrazione va in tilt
Il sito dell’immigrazione del Canada, il vicino di casa bistrattato per anni dagli americani, è stato preso d’assalto, andando in crash. Il premier canadese, Justin Trudeau, è al lavoro su una legge per semplificare l’accesso alla cittadinanza. Nella notte, il boom di ricerche su come trasferirsi dagli Stati Uniti.

La disperazione del mondo della musica e di Hollywood
E contro Trump si sono scagliate anche personalità dello spettacolo. Come Mick Jagger, voce dei Rolling Stones, che si è arrabbiato con il neo presidente per aver usato una sua canzone, You Can’t Always Get What You Want (“Non sempre puoi ottenere quello che vuoi”), nel discorso post elezione. A maggio, Trump aveva già usato un altro brano, Start Me Up, senza il benestare della band inglese. «Forse - scrive polemicamente Jagger - mi chiederanno di cantarla al discorso inaugurale».

Anche Moby non si dà pace per la vittoria di Trump e in una lettera aperta, ripresa da Billboard, si rivolge agli Stati Uniti con un eloquente «America, cosa ***** c’è che non va in te?». Su Twitter, Katy Perry cambia l’immagine profilo con un total black, in segno di lutto: «Non state fermi. Non piangete. Muovetevi. Non permetteremo che ci portino all’odio». La più matura Cher, poco prima dell’ufficialità, twitta «Se Trump vincerà, continuerà a essere come è adesso: un meschino vendicativo, un vigliacco. Proprio come nella Germania degli anni ’30, la rabbia ha consumato il nostro Paese». Dove la parola “Trump” è rimpiazzata dall’emoticon di un water

Hollywood è sotto shock. È stata una «nottata imbarazzante» twitta Chris Evans, la star di Capitan America. «America hai fallito. Sono distrutta» aggiunge Ariel Winter, attrice di Modern Family. Seth MacFarlane, creatore dei Griffin: «Davvero non posso immaginare come quella creatura sconnessa e incoerente, vista nei dibattiti, possa guidare la nazione dalla Stanza Ovale». E poi Cheyenne Jackson, personaggio della serie American Horror Story: Già, le serie tv. Inevitabile dare un’occhiata all’account di House of Cards, dedicata alla politica statunitense. Ricorre a una gif animata: Dice la sua anche Black Mirror, serie tv britannica i cui temi girano attorno all’abuso dei social network:

La vignetta di Charlie Hebdo
Non poteva mancare la vignetta di Charlie Hebdo: «Obama torna ad essere un cittadino come gli altri», il titolo sulle elezioni americane. E per mostrare la ritrovata «normalità» del presidente uscente il settimanale satirico francese ha puntato su una copertina gialla che lo ritrae terrorizzato mentre fugge a gambe levate da due poliziotti bianchi che gli sparano addosso.



Gli italiani e WhatsApp
La reazione scherzosa degli italiani sta tutta in un messaggio che sta girando da qualche ora su WhatsApp. Con buona pace dei Modà e di Stefano Pioli, nuovo allenatore dell’Inter.

Il muro di Trump in Messico rischia di far scomparire animali in via di estinzione

La Stampa
noemi penna

«Costruiremo un grande muro lungo il confine meridionale e il Messico lo pagherà, credetemi, al 100%», annunciava il candidato alla Casa Bianca il primo settembre a Phoenix, in Arizona. E ora che Trump è diventato presidente degli Stati Uniti d'America, se quel «muro impenetrabile, alto, imponente e bello» divenisse realtà, è evidente che non si tratterebbe di un problema solo umano.

Cosa significherebbe la costruzione di un muro per gli animali selvatici che vivono vicino alla frontiera? Secondo quanto riportato dal Worldwatch Institute, nella regione al confine fra Stati Uniti e Messico risiede il più alto tasso di specie in pericolo d'America. Il 31 per cento delle specie elencate come «minacciate» dal Dipartimento degli Interni americano si trovano in quella regione. Specie oggi sono già minacce da un «confine politico» che complica notevolmente gli sforzi di conservazione. Situazione che verrebbe inevitabilmente aggravata dalla costruzione di un «confine fisico».


AFP

Quella regione di confine è un delicato ecosistema che sopravvive grazie alle regolari migrazioni e accoppiamenti di animali che si spostano tra il nord e il sud del continente americano. E a essere in pericolo sarebbero sono mammiferi, uccelli e piante, come l'iconico Roadrunner (Beep Beep di Wile E. Coyote) o il cactus Saguaro, simbolo del cinema del Sud-ovest americano.

Ci sono poi i puma, le pecore Bighorn del deserto, i giaguari, gli orsi neri e gli ocelot, tutti a rischio d'estinzione.Gli animali sono suscettibili a confini artificiali di ogni forma e dimensione, alle autostrade e a ogni tutto di infrastruttura creata dall'uomo. E ci sono innumerevoli esempi storici, come in Antelope Valley in California, dove decine di migliaia di antilopi morirono nel 1880, perché non erano in grado di attraversare binari appena posati.

«Un muro di confine non solo blocca il movimento della fauna selvatica, ma distrugge gli habitat, li frammenta e interrompe la connettività», ha dichiarato Sergio Avila-Villegas dell'Arizona Sonora Desert Museum di Tucson alla Bbc. Limitare il numero dei «candidati» per l'accoppiamento può diminuire la diversità genetica, rendendo gli animali più suscettibili alle malattie. Poi le barriere umane possono anche interrompere l'impollinazione e deviare i corsi d'acqua, distruggendo interi habitat.

La scorsa estate il Southwest Consortium for Environmental Research and Policy, ovvero una coalizione di biologi e altri esperti, si è riunito per discutere i possibili modi di rispondere a questa «crisi di confine», ben consapevoli che il principio più importante della conservazione della biodiversità risiede nella necessità di lasciare intatti il maggior numero di ecosistemi. Già esiste una barriera tra Stati Uniti e Messico: è «permeabile», ma è bastata per mettere gli animali in difficoltà, tra cui il coguaro e la lince. Inevitabile la conseguenza se si trasformasse in una barriera alta più di dieci metri, lunga oltre 3.100 chilometri.

Timori in Messico, la vittoria di Trump affonda anche il peso

repubblica.it
OMERO CIAI

Notte di panico per la moneta messicana che crolla del 13% sul dollaro per il risultato elettorale. Il tycoon Usa ha fatto degli attacchi agli immigrati "latinos" un leit motiv della sua campagna. In America vivono 35 milioni di persone di origine messicana. 5 milioni sono illegali. Rabbia e preoccupazione al di sotto del Rio Grande

Timori in Messico, la vittoria di Trump affonda anche il peso
(reuters)

Tutto è iniziato con i risultati della Florida, dopo le due della notte elettorale, quando è diventato chiaro che uno degli Stati decisivi, contro le previsioni, girava a favore di Trump. A quel punto, il valore del peso messicano, che alla vigilia si era mantenuto stabile grazie ai sondaggi favorevoli a una vittoria di Hillary, ha cominciato a crollare. In poche ore, mentre il peggior incubo per il Messico si avverava, Il peso ha perso il 13 per cento contro il dollaro Usa. Ma gli esperti prevedono una caduta ulteriore della valuta messicana.Tutta la campagan elettorale del tycoon è stata una cavalcata anti messicana. Trump ha piu' volte detto che avrebbe costruito un muro lungo il confine Usa-Messico per fermare i migranti messicani. Ma non solo.

Il candidato repubblicano si è più volte lasciato andare definendo i messicani "stupratori" e "criminali", e annunciando più volte che, oltre a costruire il "Muro", perseguirà tutti i messicani che vivono, e lavorano, senza documenti di residenza negli Stati Uniti. Nel settembre scorso, durante una visita a Città del Messico, dove incontrò il presidente Peña Nieto, Trump disse: "Amo i messicani, ma il Messico non è un nostro amico". E aggiunse: "Quando il Messico invia la sua gente negli Stati Uniti, non ci manda i migliori. Arrivano persone con un sacco di problemi, che portano droga, che sono criminali e violentatori". Fra il Messico e gli Stati Uniti ci sono 3.100 chilometri di frontiera e in America vivono più di trentacinque milioni di persone di origine messicana, dei quali circa 5 milioni illegali.

L'argomento xenofobo secondo il quale i messicani rubano il lavoro agli americani e attraversano la frontiera per delinquere è stato un leit motiv di tutta la campagna elettorale di Trump. Ha perfino sostenuto che avrebbe costretto il Messico a pagare gli 8miliardi di dollari che costerebbere secondo lui la costruzione del Muro. Alla vigilia del voto, un grande attore messicano come Gael Garcia Bernal, protagonista nel 2004 dei "Diari della motocicletta", il film su Che Guevara, ha sostenuto che sarebbe "terribile per il Messico una vittoria di Trump". "Ma anche se vincesse Hillary - disse Bernal - il danno è fatto.

Ci sono migliaia di bambini messicani, tra gli otto i dodici anni, che stanno crescendo negli Stati Uniti è ascoltano un candidato alla presidenza sostenere che i loro padri e i loro nonni sono tutti criminali, violentatori e narcotrafficanti. Un punto vista sui messicani che ormai è difeso apertamente negli Usa". Le difficoltà del peso messicano sono legate soprattutto al volume delle rimesse che gli immigrati negli Stati Uniti inviano ai loro parenti in Messico. Si tratta di 20 miliardi di dollari circa ogni anno che sono anche tra le principali fonti d'ingresso dell'economia messicana. Un flusso che, se dovesse ridursi, creerebbe problemi non indifferenti.

Il drone precipita: GoPro avvia il richiamo del Karma

La Stampa
andrea nepori

Il dispositivo può perdere potenza durante il volo e cadere di colpo. L’azienda ha subito avviato un programma di rimborso per tutti i possessori. Ancora ignote le cause del problema



GoPro ha ufficializzato con un comunicato stampa il richiamo di tutti i 2500 droni Karma venduti dal 23 ottobre ad oggi. La decisione è arrivata, senza troppe esitazioni, dopo alcuni incidenti che hanno visto il drone precipitare al suolo, senza motivo apparente, durante il normale utilizzo. L’azienda ci tiene a specificare che nessuno si è fatto male, né si sono registrati danni a cose, esclusi ovviamente i droni coinvolti. 

I possessori del GoPro Karma possono rimandare indietro il quadricottero e ottenere un rimborso immediato. L’azienda ha approntato un sito ad hoc da cui avviare la pratica. Al momento non è prevista la possibilità di una sostituzione, perché l’azienda non è ancora in grado di stabilire che cosa abbia causato le perdite di potenza dei droni coinvolti negli incidenti. 

«Stiamo lavorando a stretto contatto con la U.S. Consumer Product Safety Commission e con la Federal Aviation Administration», ha detto il CEO di GoPro, Nicholas Woodman. «Siamo molto dispiaciuti di aver causato questo inconveniente ai nostri clienti e stiamo prendendo ogni misura necessaria per facilitare le operazioni di rimborso». 

Il richiamo del Karma è un altro duro colpo per GoPro. L’azienda e gli investitori speravano che il prodotto potesse contribuire a rimpolpare i conti dell’azienda dopo il recente annuncio di una trimestrale così deludente da provocare la sospensione del titolo in borsa per eccesso di ribasso. Non è un caso che la notizia del richiamo sia arrivata alle 18.30 dell’Election Day, quando i seggi americani si avviavano alla chiusura e tutta l’attenzione dei media americani (e dei mercati) era focalizzata sui primi scrutini.

La situazione potrebbe favorire la cinese DJI, che a ottobre ha presentato e lanciato il Mavic Pro, un drone pieghevole e portatile che fa concorrenza diretta al Karma di GoPro. Anche per DJI, però, il lancio del nuovo dispositivo non è andato liscio come sperato e l’azienda potrebbe non essere posizionata al meglio per sfruttare la debacle di GoPro. La domanda del pubblico per il Mavic Pro ha abbondantemente superato la disponibilità produttiva, con conseguenti ritardi e problemi di comunicazione con i clienti arrabbiati che hanno già ordinato il Mavic Pro e non sanno ancora quando lo riceveranno.

Il Rimpianto

La Stampa
massimo gramellini

Il destino del prossimo ex presidente Barack Obama ricorda quello di certi grandi amori. Venire prima desiderati e poi rimpianti, senza mai essere realmente vissuti. Quando apparve sulla scena era nero, simpatico, atletico e affabulatore. Uno schermo perfettamente levigato in cui tutti potevano proiettare le proprie speranze. Con la follia tipica degli innamoramenti, gli hanno persino dato un Nobel per la Pace sulla fiducia. Doveva cambiare il mondo, invece il mondo ha continuato a cambiare per conto suo, come se lui non esistesse. Lo stile affascinante di Obama - degli Obama, perché la moglie ne è stata parte integrante - ha riempito il nostro immaginario di bolle di sapone, ma non ha ridotto le tensioni razziali, né rallentato la decadenza del ceto medio, l’aggressività strategica della Russia e quella economica della Cina. 

Non si può neanche dire che Obama non sia stato un bravo politico. Grande forse no, ma sicuramente tenace, diplomatico, visionario. Un politico abilissimo. È che nell’era delle multinazionali e della finanza, neppure il politico più potente del mondo ha in mano il potere. Il fallimento delle speranze suscitate da Obama non è stato il fallimento di un uomo ma della politica, delle sue residue capacità di redistribuire il reddito e governare il cambiamento. Strano davvero il destino del prossimo ex Presidente degli Stati Uniti. Lascia un Occidente più debole e povero di quello che ha ereditato, ma anche la ragionevole certezza che il suo successore riuscirà a farlo rimpiangere. 

Trump, un uragano di rabbia e scontento

La Stampa
maurizio molinari

Il popolo della rivolta conquista l’America ed elegge Donald J. Trump alla Casa Bianca, scuotendo il mondo. In appena 11 mesi il ceto medio bianco flagellato da crisi economica e diseguaglianze sociali ha trovato nel tycoon di New York il paladino che prima si è impossessato del partito repubblicano e ora ha sconfitto i democratici di Hillary Clinton, umiliato l’establishment di Washington, smentito ogni previsione e sorpreso il Pianeta. 

È un uragano di scontento che viene dalla pancia della nazione-continente ed ha le sue roccaforti negli Stati del MidWest che Barack Obama aveva conquistato ma ora cambiano colore. Perché milioni di famiglie impoverite, senza speranza di prosperità e felicità, hanno deciso di espellere da Washington le dinastie che l’hanno governata negli ultimi 30 anni: i Bush e i Clinton.
La vittoria di Trump conferma la vitalità della democrazia americana, capace di trasformarsi in continuazione, ma proietta dentro e fuori i confini degli Stati Uniti un diluvio di incertezze legate all’imprevedibilità del vincitore.

Toccherà a Trump spiegare cosa vuole fare. Nel frattempo il resto del mondo deve digerire quanto è avvenuto nella notte appena trascorsa: il popolo della rivolta bussa alle nostre porte.

Gemona del Friuli: la ricostruzione di un gioiello

La Stampa
giulia mattioli

La cittadina devastata dal terremoto del ’76 è tornata a sfoggiare tutti i suoi tesori d’arte e storia grazie alla ‘ricostruzione riuscita’

Paese Friuli Venezia Giulia

La cittadina, alle prime luci dell'alba appare incastonata tra le Prealpi del Friuli, incorniciata dalla natura lussureggiante, dominata dall'antico castello con i suoi giardini e protetta dal maestoso Duomo”.

E’ così che il portale dedicato al turismo nel Friuli Venzia Giulia introduce Gemona, una delle più belle località storiche della regione. Il suo centro storico medievale custodisce tesori d’arte, architettura, tradizione: a vederla oggi chi mai direbbe che fu proprio quello, nel 1976, il paese più colpito dal famigerato terremoto del Friuli? A poche settimane dal tremendo sisma che ha devastato il centro Italia, l’attenzione viene spesso rivolta ai territori friulani. Di questo episodio della storia Italiana si rievoca infatti la ‘ricostruzione riuscita’, unico modello italiano di una rinascita efficace, eccellente, rapida e completa.

Il ‘modello Friuli’ di ricostruzione post terremoto ha come fiore all’occhiello proprio Gemona, paese che, assieme ad Artegna e Venzone, si trovò nell’epicentro del sisma durante tutte le sue scosse. La cittadina è oggi l’esempio eccellente della rinascita: il suo duomo, il suoi vicoli storici, i palazzi, sono stati ricostruiti mantenendo l’aspetto originario. Tra essi spicca il Duomo di Santa Maria Assunta, eretto tra la fine del 1200 e gli inizi del 1300, che con la sua architettura gotico-romanica si innalza maestoso nel centro cittadino. Al suo interno statue del ‘300 e splendidi affreschi, all’esterno una meravigliosa facciata e un suggestivo portale, oltre che il campanile ad esso affiancato, completamente distrutto dal sisma e ricostruito.

La canonica ospita il Museo della Pieve e tesoro del Duomo e l’archivio storico che custodisce registri battesimali trecenteschi, i più antichi conosciuti. Gemona racchiude inoltre la suggestiva Via Bini, lungo la quale sorgono palazzi rinascimentali restaurati (dei quali sono stati restaurati, quando possibile, anche gli splendidi affreschi), tra cui Palazzo Boton e Palazzi Elti, oggi sede del museo civico. Vale la visita anche il Santuario di Sant’Antonio, il più antico luogo di culto dedicato al santo, all’interno del quale sono custoditi i ruderi di una chiesetta del ‘200. Ma Gemona non è solo storia, è anche natura e tradizione: la cittadina fa parte dell'Ecomuseo delle Acque del Gemonese, volto a conservare e valorizzare i siti naturali del territorio.

Ogni anno ad agosto si svolge una manifestazione che rievoca l’epoca medievale in ogni angolo del centro storico. E vanta diversi fiori all’occhiello dal punto di vista enogastronomico, tra cui il pan di sorc, presidio Slow Food. Insomma le ragioni per visitare Gemona ci sono e abbondano, nella speranza che questo gioiellino friulano diventi un modello non solo a parole, ma che sia di esempio nei fatti.

I 44 presidenti americani, dal 1789 al 2016

Corriere della sera

di Antonella Gesualdo e Marco Gillo
Dal grande George Washington, il primo – e unico a prestare giuramento a New York -, che rinunciando a correre per il terzo mandato stabilì il precedente per cui la presidenza non è una carica a vita, al più amato di tutti, Franklin Delano Roosevelt, che di mandati ne collezionò quattro (il termine di due fu stabilito dal secondo emendamento, ratificato nel 1951) a Grover Cleveland, l’unico eletto due volte non consecutive e quindi contato due volte (22esimo e 24esimo), passando per i meno conosciuti (come James Knox Polk, o James A. Garfield, che restò alla Casa Bianca appena 4 mesi prima di essere assassinato), tutte le bio, testo e video, dei 44 presidenti degli Stati Uniti.

Una miniera di informazioni ricercabili per partito o per data da spulciare in attesa di inserire il profilo numero 45: quello del prossimo, o della prossima inquilina della Casa Bianca (che come leggerete sarebbe la prima first lady che diventa presidente ma non la prima parente di un altro presidente)

George Washington
John Adams
Thomas Jefferson
James Madison
James Monroe
John Quincy Adams
Andrew Jackson
Martin Van Buren
William Henry Harrison
John Tyler
James Knox Polk
Zachary Taylor
Millard Fillmore
Franklin Pierce
James Buchanan
Abraham Lincoln
Andrew Johnson
Ulysses Simpson Grant
Rutherford Birchard Hayes
James Abram Garfield
Chester Alan Arthur
Stephen Grover Cleveland
Benjamin Harrison
Stephen Grover Cleveland
William McKinley
Theodore Roosevelt
William Howard Taft
Thomas Woodrow Wilson
Warren Gamaliel Harding
John Calvin Coolidge
Herbert Clark Hoover
Franklin Delano Roosevelt
Harry S. Truman
Dwight David Eisenhower
John Fitzgerald Kennedy
Lyndon Baines Johnson
Richard Milhous Nixon
Gerald Ford
Jimmy Carter
Ronald Wilson Reagan
George H. W. Bush
Bill Clinton
George W. Bush
Barack Obama
10 ottobre 2016 (modifica il 6 novembre 2016 | 09:54)