venerdì 11 novembre 2016

Referendum, fotomontaggio sul Fb di Chef Rubio offende Vendola. Che lo denuncia

repubblica.it

Il rugbista-cuoco della tv rilancia sul suo profilo una foto dell'ex governatore pugliese accompagnata da uno slogan preso a prestito dalla promessa-shock fatta da Madonna durante la campagna presidenziale Usa. Scatenando un botta risposta dai toni molto coloriti. Alla fine, il politico dà mandato ai suoi legali per far rimuovere il fotomontaggio. "Scadente e incomprensibile sarcasmo"

Referendum, fotomontaggio sul Fb di Chef Rubio offende Vendola. Che lo denuncia
Nichi Vendola nell'immagine pubblicata sul profilo facebook di Chef Rubio

Nichi Vendola contro Chef Rubio, al secolo Gabriele Rubini. L'ex governatore pugliese si è molto risentito per il modo in cui l'ex rugbista diventato chef e personaggio televisivo ha usato una foto del politico per ironizzare, presumibilmente, sul voto del referendum costituzionale del 4 dicembre. Partendo, però, dalla promessa fatta da Madonna durante la campagna presidenziale americana. Ovvero, offrire sesso orale a chiunque avesse votato per Hillary Clinton. Per questo, rende noto l'ufficio stampa di sinistra italiana, Vendola "ha dato mandato ai legali di Gay Lex per chiedere la rimozione di un disgustoso fotomontaggio che lo vede soggetto sulla pagina Facebook di Chef Rubio". "Oltre a trattarsi di scadente e incomprensibile sarcasmo - rincara la nota -, usa modi e linguaggi che offendono, ancora una volta, la dignità di Nichi Vendola". Il quale, conclude Sinistra Italiana, "valuterà ogni azione per tutelare il suo sacrosanto diritto a non essere oggetto di frasi così offensive".

Cosa ha combinato, dunque, Chef Rubio? In giornata, sul suo profilo Facebook compare una foto di Vendola in una buffa espressione contrita. Accompagnata dalla stessa promessa di Madonna. A quanto pare, non è opera di Chef Rubio, lui si limita a "rilanciare" il fotomontaggio nel suo spazio social. Dove il post riceve reazioni molto contrastanti. C'è chi, semplicemente, giudica brutta e poco divertente la trovata. Chi plaude perché, se si possono irridere uomini e donne, è giusto non escludere gli omosessuali. C'è chi attacca frontalmente Chef Rubio dandogli del fascista. E chi lo difende ribattendo che chi pensa questo vuol dire che non lo conosce affatto. Finché Chef Rubio non interviene per "chiarire", pubblicando una foto che lo ritrae mentre lecca un muro con espressione comica. "Questa  - spiega Chef Rubio - era stata pubblicata su Instagram e aveva fatto ridere perché era chiaramente un riferimento alla proposta da strappona di Madonna.

Questa foto presa da internet (quella di Vendola, ndr) invece vi scandalizza perché si parla di gay e non di etero. E' questo il punto! Chi è l'omofobo e il bigotto? Il sottoscritto o quei quattro zombi che si sono indignati? Io che parlo a tutti gli esseri umani senza distinzione di sesso e sessualità alcuna e che mi batto per tutte le minoranze e le classi deboli, o voi quattro frustrati/e ignoranti (e ci metto pure i blog e giornali che già stanno lanciando la notizia per urgente bisogno di titolo)? Come gli americani con Trump, così l'Italia con gli ignoranti". "Chi straparla e scrive alla cazzo - aggiunge poi -, non sa nulla riguardo il mio punto di vista sul si, no e sull'omosessualità... quindi fatevela pija' a bene e praticate un po' di sano autoerotismo prima di sfogarvi sul tastino in maniera compulsiva".

Referendum, fotomontaggio sul Fb di Chef Rubio offende Vendola. Che lo denuncia
Il secondo fotomontaggio: il volto di Chef Rubio si sovrappone a quello di Vendola

Insomma, questi i toni del dibattito, con un ulteriore scambio di battute pesanti e un nuovo fotomontaggio, questa volta opera di Chef Rubio o del suo staff, in cui il viso del cuoco-rugbista si sovrappone a quello di Vendola, con lo slogan modificato.  E' in questo rumore di fondo che Nichi Vendola si è ritrovato incorniciato. Dando via libera ai suoi legali.

Da Torino alla Sicilia, così pedaleremo lungo i vecchi binari

republica.it
di GERARDO ADINOLFI

Le ferrovie dismesse formano una rete di 1.500 chilometri. Rfi la offre alle Regioni: "Un'occasione per il turismo"

Da Torino alla Sicilia, così pedaleremo lungo i vecchi binari

In Piemonte c'è la Moretta-Saluzzo, nelle Marche la Fano-Urbino e nel Lazio la Capranica-Sutri-Civitavecchia. In tutta Italia sono circa 1.500 chilometri, dal Nord al Sud, isole comprese. Attraversano montagne e costeggiano il mare, borghi storici e vigneti del Chianti. Sono le linee ferroviarie abbandonate, tratte dismesse e cancellate dai percorsi di pendolari e viaggiatori e che ora Ferrovie mette in mostra per convincere Comuni e Regioni ad acquistarle e riportarle a nuova vita. Non più con treni e biglietti da obliterare, ma con piste ciclabili, sentieri per escursionisti, percorsi per cavalcate panoramiche.

Trasformare le rotaie dimenticate in greenway, insomma, autostrade per bici e binari verdi dedicati alla mobilità dolce. Così come sta già succedendo sull'ex ferrovia militare tra Treviglio e Ostiglia, in Lombardia, dove i binari stanno lasciando spazio ai sentieri, e come è già accaduto anni fa lungo i 24 chilometri tra San Lorenzo a mare e Ospedaletti, nel Parco costiero della Riviera dei fiori in Liguria. E così come potrebbe succedere, per Fs, anche su tutte le linee abbandonate del resto d'Italia, dalla Ortona-Vasto in Abruzzo alla Lesina-Apricena in Puglia fino alla Agrigento Basso-Licata in Sicilia.

"Solo in quest'isola esiste un terzo del patrimonio italiano di linee dismesse - scrive l'ad di Ferrovie Renato Mazzoncini nell'Atlante delle linee ferroviarie dismesse che il Gruppo Fs presenterà oggi alla fiera Ecomondo di Rimini - immaginiamo cosa potrebbe essere il turismo se queste linee fossero trasformate in piste ciclabili, le vecchie stazioni in ostelli e ristoranti o centri di vendita di prodotti tipici. Arte, archeologia, artigianato e turismo sarebbero messi a sistema creando occupazione e facendo emergere le eccellenze della Sicilia".

Per spingere gli enti locali ad interessarsi, quindi, Ferrovie ha portato avanti il censimento di tutte le linee senza tempo racchiuse nell'Atlante chiedendo alle istituzioni di farsi avanti per acquistarle. Le tratte, infatti, non possono essere cedute a titolo gratuito in quanto patrimonio iscritto a bilancio. "Ma la vendita a prezzi di mercato - spiega Roberto Rovelli - vicepresidente dell'associazione Italia Greenways - è stato per anni il primo grosso ostacolo da superare per realizzare i binari verdi. Le Regioni, oltre alla spesa per la costruzione, devono acquistare anche i terreni".

In Emilia Romagna, per esempio, Regione e enti locali hanno ottenuto un finanziamento di 5 milioni di euro per trasformare un tratto dei binari della Bologna-Verona in una pista ciclabile. Altre greenway, invece, esistono già in Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia. "In Italia ce ne sono 50 per 750 chilometri totali - spiega Rovelli - siamo indietro rispetto agli altri paesi europei". Quello che manca, per l'associazione, è un piano nazionale che raccolga tutti i progetti locali. "C'è bisogno di un'unica regia - dice Rovelli - che colleghi tutte le linee abbandonate e recuperate. C'è un disegno di legge che dovrebbe arrivare in aula e che prevede finanziamenti per 15-20 milioni di euro in tre anni".

Non tutte le ferrovie dismesse censite nell'Atlante si sono però rassegnate a non rivedere più il treno. Si parla di pista ciclabile, ad esempio, anche tra i progetti della Fano-Urbino, nelle Marche. Ma lì l'Associazione ferrovia Valle del Metauro si batte da anni per la riapertura della linea, non più utilizzata dal 1987 e dismessa dal 2011: "Questa tratta in abbandono collega la costa con una città patrimonio Unesco - dice Carlo Bellagamba, presidente Fvm - e rappresenta la débâcle dello Stato nei suoi rapporti coi cittadini".

Terremoto, i vescovi: la ricostruzione delle chiese è una priorità

La Stampa

Si è svolta a Roma la riunione dei presuli delle diocesi colpite dal sisma in Abruzzo, Marche, Lazio e Umbria. «Quegli edifici sono un patrimonio per l’identità e l’appartenenza della gente»


Una piccola chiesa rasa al suolo dal sisma che ha colpito il centro Italia

Le riunione si è svolta a Roma - presso la sede della Conferenza Episcopale Italiana - una riunione alla quale hanno preso parte i vescovi e i loro collaboratori delle diocesi colpite dal terremoto in Abruzzo, Marche, Lazio e Umbria; presieduta dal Segretario Generale, Monsignor Nunzio Galantino, ha visto la partecipazione dell’architetto Antonia Pasqua Recchia e del prefetto Fabio Carapezza Guttuso in rappresentanza del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

«All’indomani delle scosse del 30 ottobre - è detto in una nota - i Vescovi hanno dato voce alla drammatica situazione nella quale versa un territorio molto ampio e segnato da un disastro generalizzato. La perdita o comunque la compromissione del patrimonio culturale di interesse religioso ha portato a chiedere procedure celeri per la messa in sicurezza».

Soprattutto, «affrontando la questione con cuore di Pastori», i Vescovi hanno «rimarcato cosa significhi tale patrimonio per l’identità e l’appartenenza della gente: le chiese, in primis, sono luoghi di convocazione, riconoscimento e celebrazione; luoghi resi ancora più significativi dalla tragedia che ha privato migliaia di persone dell’abitazione. Di qui l’urgenza di procedere a restituirne al culto almeno una parte, secondo un elenco di priorità che i Vescovi hanno provveduto a stilare in base alle necessità e al bene delle comunità».

Tra le richieste avanzate dalle diocesi, quella di «essere riconosciuti come ente attuatore, di poter intervenire in prima persona nella messa in sicurezza come nella successiva opera di restauro e ricostruzione, e di poter contare su sgravi fiscali che consentano al privato di detrarre il contributo erogato a favore della manutenzione, della protezione e del restauro». La riunione odierna si colloca nel quadro di quella collaborazione tra la Chiesa e il ministero che continua ai diversi livelli, non solo centrale, ma anche regionale e diocesano, potendo valorizzare la qualità di relazione tra gli uffici diocesani e i funzionari della Soprintendenza.

Intanto domani il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Cei - accompagnato dall’Arcivescovo di Spoleto - sarà in visita a San Pellegrino di Norcia, dove incontrerà la gente terremotata e visiterà ciò che rimane della cattedrale di S. Benedetto. Dopo il pranzo con gli sfollati ad Ancarano di Norcia, visiterà San Salvatore in Campi e l’Abbazia di Sant’Eutizio, prima di incontrare i terremotati di Preci.

"Tutte tranne il disabile su Facebook". Scivolone dello staff, polemica social su Renzi

repubblica.it

"Tutte tranne il disabile su Facebook". Scivolone dello staff, polemica social su Renzi

L'indicazione è apparsa sul profilo del premier assieme a una serie di foto scattate questa mattina durante la sua visita ad Alessandria. Ritirata, ma non abbastanza velocemente da prevenire la reazione del web. Franco Bellacci si assume ogni responsabilità e spiega: "Sono stato io. Temevo le solite accuse di strumentalizzare la disabilità"

"Tutte tranne il disabile su Facebook". Questa indicazione, una nota di servizio impartita a chi gestisce operativamente il profilo Facebook di Matteo Renzi, riservata ma divenuta di pubblico dominio, ha gettato il premier in pasto a una veemente polemica via social.

A Renzi, si sa, piace mostrarsi mentre risponde personalmente in maniche di camicia alle sollecitazioni che gli arrivano dai social. Ma in questi giorni che lo vedono girare in lungo in largo la Penisola per dare impulso alla campagna referendaria, deve necessariamente delegare almeno parte della sua comunicazione. Per delegare, bisogna avere la massima fiducia nel proprio staff. Ma sbagliare è umano. E un errore ha scatenato il putiferio, rendendo visibile proprio una frase che di umano sembrava avere ben poco.

Quell'ordine, "Tutte tranne il disabile su Facebook", accompagnava una serie di fotografie scattate durante la visita di Renzi ad Alessandria, sul nuovo ponte di Meier e nella cittadella rifinanziata con il CIPE. Foto che qualcuno ha effettivamente pubblicato sul profilo Facebook di Renzi, dimenticandosi di rimuovere l'imbarazzante diktat. Sempre qualcuno ha poi cancellato tutto, velocemente ma non abbastanza per lo sguardo sempre vigile del web. Perché qualcun altro aveva già salvato il materiale e lo aveva ripubblicato, attirando su Renzi il dito accusatorio della comunità internet e le stilettate di blogger, opinion maker e "semplici" avversari.

Alla fine, qualcuno si è fatto avanti caricandosi addosso ogni responsabilità. Franco Bellacci dello staff di Renzi. "Sono stato io a fare indicazione di non mettere la foto scattata ad Alessandria con il disabile sulla pagina di Matteo Renzi - confessa su Facebook -. È una bella foto, ma temevo le solite accuse di strumentalizzare la disabilità. Tutte le volte che Matteo posta foto con disabile i commenti sono in maggioranza contrari accusandolo di strumentalizzare. Tutto qui".

Spiegazione plausibile? Chi aveva avuto modo di visionare la foto che Bellacci ha chiesto ai suoi di escludere l'aveva giudicata "bellissima".

"Tutte tranne il disabile su Facebook". Scivolone dello staff, polemica social su Renzi

Accappatoi, shampoo e pile: in hotel gli italiani si scoprono ladri

La Stampa

Uno studio rivela che l’80 per cento delle persone si porta a casa souvenir dagli alberghi



Bottigliette dello shampoo, saponi, cuffie per la doccia, non è una novità, i clienti degli hotel amano portarsi via come souvenir la maggior parte degli accessori messi a disposizione nei bagni delle camere. E non sorprende scoprire che spesso si sono presi anche asciugamani o posacenere. Ma, dall’ultima indagine del motore di ricerca di voli e hotel Jetcost (www.jetcost.it), è emerso che a volte si sono “rubati” anche molte altre cose.

E che si tratta di una abitudine di 4 italiani su 5: il 79% infatti ammette di prendere dei souvenir, dallo shampoo a specchi ed elettrodomestici. Sarebbero invece i danesi gli ospiti più onesti: l’88% ha detto di non aver mai rubato nulla. Dopo di loro, in quanto a correttezza, gli olandesi e i norvegesi: l’85% e l’84% di loro, rispettivamente, ha dichiarato di non aver mai preso oggetti. Tra quei viaggiatori che hanno invece riconosciuto di essersi portati via un ricordo durante il soggiorno, c’è il 62% dei francesi, il 69% dei britannici, il 76% dei portoghesi e l’81% degli spagnoli, maglia nera.

Per gli italiani tutto sembra a disposizione, anche ciò che non lo è. Ad esempio, anche se frutta e dolci vengono messi come omaggio in camera per i clienti, non è la stessa cosa per vassoi e cesti che li contengono, e che invece tendono a sparire. E altri furti sono ancora più ingiustificati; alcuni prelevano le batterie del telecomando, o il controller, anche se fuori dalla stanza non funziona, o le lampadine dei lampadari, o la Bibbia in diverse lingue che si trova nei cassetti di tavolini e comodini. Qualcuno si è portato via anche cuscini e coperte dall’armadio, i più esperti hanno preso quelli con piume di qualità migliore, lasciando i più scadenti.

La cosa più assurda è che si tratta comunque di oggetti di poco valore, talvolta pochi centesimi, in camere d’albergo che costano spesso più di 100 euro a notte.In alcuni hotel sono stati usati cacciaviti o altri strumenti per staccare immagini, maniglie delle porte, asciugacapelli, portasciugamani, specchi, elettrodomestici e stereo. Un luogo particolarmente “pericoloso” è il business center per gli uomini d’affari, da dove spariscono frequentemente stampanti, computer e risme di carta. E’ divertente notare che la maggior parte di questi ’cleptomani’ non ha mai ammesso di aver ’rubato’ qualcosa, ma ha detto di aver preso un ’ricordo’. Tutte piccole cose, naturalmente, anche se nel 2008 dalla catena di hotel Holiday Inn sono spariti più di mezzo milione di asciugamani.

Ogni albergo ha una spesa media annuale che supera i 200mila euro per gli accessori e i servizi offerti, che ricadono sul costo della camera. I migliori usano prodotti di marca, e anche se scompaiono, ne forniscono di nuovi ogni giorno. Altri hotel, invece, hanno i loro punti vendita con i prodotti di qualità nella hall, dove è possibile trovare oggetti e accessori con il loro marchio, dai mobili agli articoli per la tavola, dagli accappatoi ai cuscini. Ci sono poi clienti più furbi, che conoscono bene piccoli accorgimenti da prendere per non destare sospetti quando vogliono portarsi via qualcosa; per esempio, sfilare un asciugamano o un accappatoio o le bottigliette dei liquori dal carrello degli addetti alle pulizie quando sono nei corridoi per rifare le camere.

Oppure prendere piatti, posate e vassoi dagli avanzi del servizio in camera abbandonati fuori dalle stanze. Tra i pezzi più gettonati, saliere e portauovo. E non mancano i furti durante la prima colazione a buffet, o negli spuntini che spesso è possibile consumare fino a mezzogiorno. Anche se portarsi via del cibo sarebbe vietato, vengono prelevati vasetti di marmellata, formaggi, merendine e biscotti. Un’altra tentazione è il minibar; non è raro, infatti, che dopo aver consumato la bottiglia del gin o della vodka, i clienti la riempiano con acqua, avendo cura che il tappo sembri davvero chiuso. Capita anche con whisky o cognac, sostituendo l’alcool con tè o altro liquido di colore simile.

Gli hotel possono prendere qualche precauzione per limitare i piccoli furti, ma tutto ha un costo. Alcuni scelgono grucce particolari legate tra loro e fissate sulla barra interna degli armadi, difficili da staccare. Altri, inseriscono speciali microchip in biancheria e accappatoi che si attivano se vengono portati fuori dall’hotel; ed esistono minibar che addebitano direttamente sul conto della camera ogni bottiglia che viene prelevata. Ma in un hotel di Tokyo un cliente audace aveva scoperto che le bottiglie potevano essere prese dalla parte posteriore, senza che la loro “uscita” venisse registrata. Al momento di pagare il conto, però, con suo stupore, se le è trovate addebitate. Anche nel più tecnologico degli alberghi, infatti, il personale lo aveva scoperto limitandosi a contare le bottiglie mancanti.

Arriva in Italia il pulsante Amazon Dash per fare acquisti con un click nella dispensa

La Stampa
bruno ruffilli



Amazon ha preso il bottone “compra” da una pagina del suo sito e ne ha fatto un oggetto vero. Arriva in Italia oggi e si chiama Amazon Dash. È una specie di portachiavi in plastica con il marchio di un’azienda, un pulsante e un piccolissimo led che lampeggia quando lo si schiaccia. Alimentato da una batteria che garantisce almeno cinque anni di funzionamento, si connette al wi-fi di casa e si imposta una sola volta tramite app su smartphone o tablet.

In questo modo, Dash trasforma il pensiero dell’acquisto nell’acquisto: basta schiacciare il pulsante, ed è fatta. Anche per questo il retro è adesivo: si può fissare proprio dove è più facile accorgersi che manca un certo prodotto, ad esempio in bagno per il rasoio o in cucina per il detersivo per la lavastoviglie. All’inizio si potranno acquistare vari prodotti da 27 aziende (negli Usa sono già oltre 200). Arrivano a casa col servizio Prime, in un giorno, e col primo ordine si recupera il prezzo del Dash (4,99 euro). e naturalmente è possibile avere in casa più di un pulsante: negli Usa, secondo Amazon, i clienti Prime ne hanno in media 3 a testa.



Nel mondo della tecnologia, deve le vere innovazioni scarseggiano e il marketing usa spesso a sproposito la parola “rivoluzione”, Dash è un’idea nuova, semplice e geniale, nello stile delle migliori invenzioni di Jeff Bezos. Debuttò all’inizio di aprile dello scorso anno, e inizialmente in molti pensarono fosse uno scherzo; oggi per alcune aziende gli ordini via Dash sono quintuplicati o addirittura decuplicati rispetto allo scorso anno. Concettualmente, Dash è ancora di più: uno dei pochi esempi semplici e comprensibili di internet of things, un oggetto connesso che finalmente serve a qualcosa, e infatti ad Amazon parlano di Internet of useful things.



E inoltre, con il programma Dash Replenishment, i produttori possono abilitare i gli elettrodomestici dotati di connettività in modo che ordinino automaticamente gli articoli da Amazon, utilizzando un semplice set di librerie software. Ad esempio, una lavatrice può fare da sola la scorta di detersivo o una stampante può effettuare un nuovo ordine di inchiostro quando le cartucce stanno per esaurirsi. Tra i produttori di dispositivi che stanno lavorando sull’integrazione con Dash Replenishment ci sono Grundig, KYOCERA, Samsung e Whirlpool insieme a Beko, Bosch e Siemens per quanto riguarda gli elettrodomestici. Brita ha già in catalogo una caraffa intelligente che monitora lo stato di usura del filtro e ordina da sola quello nuovo quando ce n’è bisogno, senza dover far calcoli e segnare date sul calendario.

Tutti gli acquisti via Dash possono essere monitorati usando l’app di Amazon; si può comprare un solo prodotto per ogni Dash, e c’è anche un controllo automatico per impedire gli acquisti multipli, se in casa ci fossero bambini curiosi. Un solo consiglio: controllare i prezzi, di tanto in tanto, perché sul bottone non c’è uno schermo, e non è detto che nopn possano cambiare col tempo. 

Accanto

La Stampa
jena@lastampa.it

Su consiglio di Obama, Agnese d’ora in poi starà sempre accanto a Renzi. Povera Agnese.

Arriva la Vespa Elettrica

La Stampa
luigi grassia

Sarà in vendita dalla seconda metà del 2017


Arriva la Vespa Elettrica, ultimo veicolo della Piaggio. Viene presentata a Eicma, l’Esposizione internazionale del ciclo e motociclo, e sarà pronta per la commercializzazione nella seconda metà del 2017.

La Piaggio tiene a comunicare che la Vespa Elettrica sarà «una vera Vespa, portando la migliore tecnologia dell’elettrico su un veicolo che manterrà tutte le caratteristiche che ne hanno costruito il successo». In particolare, «lo stile, l’agilità, la facilità di utilizzo e il piacere di guida saranno le stesse della Vespa di sempre con l’aggiunta di tecnologiche e innovative soluzioni di connettività».

Corea del nord choc, i giovani invitano i più anziani a suicidarsi: le vostre medicine costano troppo

Il Messaggero
di Antonio Bonanata



Un peso, una zavorra, un fastidio: questo pare siano diventati gli anziani pensionati della provincia di Hamgyoung in Corea del Nord, il paese chiuso al mondo e governato con pugno di ferro dal “dittatore ragazzino” Kim Jong-un.

Stando a fonti giornalistiche locali (Radio Free Asia), risulta infatti che alcuni giovani – ma anche persone adulte – abbiano chiesto ai propri familiari più anziani, come nonni e zii, di alleggerirli dal peso di costi sempre più insostenibili nella maniera più diretta e semplice possibile: suicidandosi. Sì, la richiesta è stata proprio questa: mettete fine alla vostra vita, così non dovremo sostenere i costi delle carissime medicine di cui avete bisogno.

Il welfare in Corea del Nord è qualcosa di completamente sconosciuto: i pensionati non hanno diritto a sussidi statali e combattono ogni giorno con i prezzi delle medicine, un bene diventato ormai di lusso nel paese asiatico. Un’economia chiusa e autarchica come quella di Pyongyang, infatti, non può che fronteggiare in questo modo la scarsità di generi alimentari e beni di prima necessità. Ed ecco perché in alcune famiglie della provincia di Hamgyoung è parso logico e inevitabile ricorrere a un suggerimento così crudele e, al tempo stesso, senza alternative. Pare inoltre, secondo quanto riportato, che alcuni nipotini abbiano affisso sulle porte delle stanze da letto dei propri nonni un rotolo di carta intitolato “Spirito di auto-distruzione”.

Si fa fatica a credere a notizie come questa. Eppure il regime di Pyongyang ci aveva già abituati a scenari e situazioni così drammatiche. Fonti giornalistiche riferiscono di gruppi di anziani ammassati nei parchi o nelle stazioni ferroviarie, dove trascorrono il giorno in attesa di far ritorno a casa la sera: vengono ospitati dai figli poiché sono impossibilitati a vivere e a mantenersi da soli. «Stanno fuori tutto il giorno proprio per evitare discussioni con i familiari più stretti, che rinfaccerebbero loro il peso economico del mantenerli a proprie spese» spiega una fonte locale. Ormai non più in grado di svolgere un’occupazione, nella maggior parte dei casi veterani di guerra, i vecchi coreani si ritrovano a dover pesare sulle spalle delle famiglie. Chissà che qualcuno non segua l’amorevole consiglio di farsi da parte.

“In Italia la pensione non basta a Lisbona sono benestante”

La Stampa
niccolò zancan

Il racconto di uno dei 6 mila connazionali in Portogallo. Servizi efficienti, costo della vita inferiore e niente tasse


Valentino Cavallin, pensionato padovano da anni a Lisbona

Il nostro uomo a Lisbona si annuncia con un messaggio: «Ci vediamo davanti all’ingresso del mercato Do Ribeira, indosserò pantaloni azzurro chiaro e una polo melone». Piove, poi smette, poi tira vento. E sì, ci sono salite, ponti, discese, barche e ponti ancora, capelli sempre spettinati come canta Ivano Fossati. Ma in questa antica e bellissima capitale d’Europa sta succedendo qualcosa di nuovo, un’anomalia che può concorrere a spiegare l’aumento di un punto e mezzo di Pil previsto nel 2017. E la novità è proprio Valentino Cavallin da Rubano, Padova, il nostro uomo. Uno dei 60 mila europei venuti qui a prendere la «residenza non abituale» per potersi godere la pensione senza pagare neppure un euro di tasse.

«Volevo andarmene dall’Italia comunque», premette Cavallin con orgoglio e polo effettivamente melone. «Sono sempre stato un viaggiatore. Mi piace la natura. Cammino tanto. Volevo chiudere in bellezza. Ma questo della pensione intera è stato un grande regalo, non si può negare. Diciamo la verità: è un porto franco. Un modo per attrarre capitali. Perché bisogna moltiplicare la mia vita per tutti quelli che stanno arrivando: paghi l’affitto, vai al ristorante, ti muovi, vivi, spendi. È naturale».

Il mercato Do Ribeira è stato ristrutturato da poco. Da una parte si comprano pesci enormi dai colori sgargianti, dall’altra si mangiano tutti i cibi del mondo.

Siamo davanti al Tago, il grande fiume che costeggia Lisbona prima di tuffarsi nell’Atlantico. Il signor Cavallin ha preso casa sull’altra sponda. «Abitare in centro è proibitivo. Francesi, tedeschi e inglesi, soprattutto, stanno occupando interi quartieri. È la calata dei barbari. I prezzi lievitano di settimana in settimana. Ma non mi lamento, anzi. Alla fine ho trovato un alloggio ammobiliato di 70 metri quadrati a 525 euro al mese. Mi sono dovuto comprare soltanto la bilancia, i cuscini e una di quelle biciclette che si piegano, così posso portarla ovunque». Dopo dieci minuti di traghetto, ecco la strada di casa, naturalmente in leggera salita: «Ogni notte, prima di dormire, vado a camminare fino al molo».

Una vita di lavoro
Ma chi è il signor Cavallin? In che Italia ha vissuto prima di abbandonarla? «Ho lavorato nell’abbigliamento dal 1971. Operaio nel settore camiceria e capi spalla. Pisa, Asiago, Milano, Forlì. Avevo 22 anni quando ho cominciato. Mi sono messo per conto mio nel 1984. Ho avuto l’idea di dedicarmi all’abbigliamento per ciclisti. Eravamo io e mia moglie, casa e bottega. Siamo cresciuti lentamente. Ma nell’anno di grazia 2008 eravamo arrivati a 270 mila euro di utili con 18 dipendenti e 12 collaboratori esterni. Da allora, un lento e inesorabile declino». Si è arreso? «Al contrario, abbiamo provato a resistere. Tagli su tagli su tagli. Tiravamo la cinghia, ma non si poteva.

Per quella mostruosità che sono gli studi di settore eravamo sempre fuori parametro. Il capannone era della stessa metratura di prima anche se le macchine erano tutte ferme e non cucivamo neppure un fazzoletto da naso. E quelli ci chiedevano le tasse di prima. Non si rendono conto… Artigiani che arrivano alla disperazione. Noi abbiamo chiuso e cercato un’altra vita». E così, dopo 45 anni di contributi e battaglie, alti e bassi, il signor Cavallin guarda il Tago, il Cristo Rei sul promontorio e la sua nuova situazione economica: «In Italia prendevo 2250 euro al mese. Qui, senza ritenute, arrivo a 3187,44. Ecco il pagamento di novembre».

Ottomila richieste, 5653 già accettate
È la terza pensione portoghese del signor Cavallin. La sua è una delle 8000 richieste di residenza non abituale presentate solo negli ultimi sei mesi: 5653 già accettate. Non serve molto. Un contratto d‘affitto e almeno 183 giorni all’anno di vita effettiva in Portogallo. L’addetta commerciale dell’ambasciata italiana, Cinzia Buraglini: «Quello dei pensionati italiani è un fenomeno recente, nonostante l’accordo sulla pensione risalga a 8 anni fa. Riceviamo moltissimi contatti. Chiedono informazioni, sono tentati. Ma non sempre il trasferimento si concretizza, soprattutto per il costo alto degli affitti». Esiste solo un altro posto nell’area europea dove è possibile usufruire dello stesso trattamento pensionistico: la Bulgaria. Ma il Portogallo ha un altro fascino. Nel 2010 i residenti italiani erano 2533, oggi sono 6832.

“Nuova Vita”
L’agenzia «Nuova Vita» di Altavilla Vicentina tiene a Lisbona due collaboratori che sbrigano le pratiche e formano una specie di comitato di accoglienza. Uno si chiama Carlo Salpato: «Come prima fase, organizziamo viaggi di una settimana. Offriamo un alloggio, ascoltiamo dubbi, diamo consigli, mostriamo la realtà». Nelle ultime settimane si sono trasferiti due cugini di Rimini, subito andati a testare il celebre locale da ballo «Beleza» lungo il fiume, e una coppia di Schio che ha scelto una casa al mare. Mentre sta per trasferirsi il signor Alfredo Caruso da Roma, dopo 42 anni di lavoro, di cui 32 da dirigente: «Ho 67 anni, sono un trapiantato di reni. Per me sarà tutto nuovo. Ma mi sento pronto per questo salto nel buio».

Lezioni di portoghese e voli low cost
«Nessuna nostalgia!» dice Cavallin, magnificando il panorama anche in una giornata eccezionalmente grigia. «Ormai l’Italia non è alla frutta, ma al conto. Sto consigliando a mia figlia Valentina di raggiungermi qui». E poi ti racconta delle lezioni di portoghese, dei voli low-cost, del caldo secco, della spiaggia su cui puoi camminare per chilometri e chilometri. Ma quello che forse lo ha colpito di più è questa dolcezza un po’ malinconica che è dappertutto, come un Fado. «Io non sono mai stato un rosso, un comunista intendo. Ma qui non ci sono i nostri eccessi. I ricchissimi e quelli senza niente. E in questa zona di mezzo, viviamo anche noi, sentendoci al sicuro». Ogni giorno, in piazza Chiado, viene omaggiata dai turisti la statua del sommo poeta Fernando Pessoa. Aveva scritto: «Siediti al sole. Abdica. Sii re di te stesso». Migliaia di pensionati europei ci stanno provando proprio qui, esentasse.

Il prof del Ku Klux Klan: “Con Donald contro le lobby”

La Stampa
francesco semprini

David Duke contro Hillary: “Con lei ci sarebbe una guerra mondiale con la Russia”



«Hillary Clinton va incriminata per terrorismo, e il sistema corrotto che la sostiene deve essere scardinato da Donald Trump, o i valori più intimi dell’America andranno distrutti». A parlare è David Duke ex membro del Ku Klux Klan, professore e sostenitore della prima ora di Donald Trump.

L’Fbi non chiederà l’incriminazione della Clinton. Questo si traduce in una seria ipoteca sulla Casa Bianca?
«Posto che Trump può e deve vincere, la Clinton è corrotta e pericolosa. E non mi limito alle email, deve essere incriminata per avere attentato alla sicurezza dell’America e per terrorismo, ha sostenuto uno Stato radicale come l’Arabia saudita lo sponsor dello Stato islamico che terrorizza l’Europa, gli Usa e il mondo. E Israele è un loro complice».

Che altro?
«Hillary Clinton, assieme a Barack Obama e ancor prima George W. Bush, ha fatto politiche per conto di banche come Goldmand Sachs che hanno devastato gli Usa prima e l’Europa e il mondo dopo». 

Non mi dica adesso che pensa al grande complotto?
«Parliamo degli stessi che sono dietro le migrazioni forzate e fomentano i contrasti sociali. George Soros è il principale sostenitore di Hillary Clinton e di Black Lives Matter. È una bugia pensare che poliziotti bianchi sparano ad afroamericani solo perché sono neri. Ma io non condanno gli afro-americani, chiedono una vita dignitosa e giustizia sociale. Questa è una strategia volta alla divisione e al controllo. Un sistema che Trump vuole scardinare e per questo viene attaccato da tutte le parti».

Hillary è un nemico pubblico sembrerebbe?
«Se la Clinton dovesse diventare presidente ci sarebbe una nuova guerra mondiale contro la Russia che devasterebbe l’Europa e indebolirebbe gli Usa. Mosca non può essere una rivale Vladimir Putin in Siria è schierato dalla parte giusta, lo è nella guerra contro il terrorismo che minaccia ogni giorno la Francia, l’Italia la Spagna. E’ Clinton che sta dalla parte sbagliata, mettendosi contro Bashar al Assad e con i sauditi, è lei responsabile della morte di tante persone a Parigi, Bruxelles e Nizza. Se fosse stato per lei ora a Damsco sventolavano bandiere nere».

Considera i musulmani una minaccia?
«Questa è una provocazione. Io ho parlato di soggetti precisi. Ci sono realtà del mondo musulmano che godono della mia simpatia e sostegno, come ad esempio i palestinesi che lottano per difendere la loro identità, o l’Iran che è impegnato contro l’Isis. Hezbollah, ad esempio, non sono terroristi perché li combattono».

Però qui Trump non li vuole, o meglio non ne vuole altri...
«Per capire la storia occorre capire la demografia e le sue dinamiche come le migrazioni che hanno sempre segnato passaggi epocali, in bene e in male. La demografia è destino, se non ci fossero stati coraggiosi combattenti che a suo tempo fermavano le invasioni islamiche l’identità del popolo italiano e tutto il suo patrimonio sarebbero andati perduto. Ho il diritto come europeo-americano e cristiano di preservare la mia identità».

E per preservare certi valori occorre non accogliere nessuno?
«Sono stato invitato a pronunciare 14 discorsi diversi in Medio Oriente e ogni volta la platea si alzava in piedi ad applaudirmi. E’ una questione di diritti umani, c’è un rischio legato al mondo islamico ed è il terrorismo, le migrazioni portano il terrorismo lo abbiamo visto in Francia, Germania, Gran Bretagna e Belgio».

Col muro cole Messico come la mettiamo?
«Mi limito a dirle che ho esposto le mie tesi all’Università di Guadalajara, anche la questione del muro, e il pubblico mi ha applaudito. Serve a tutelarci come loro dovrebbero farlo ai confini meridionali».

Trump ha respinto gli endorsement di alcuni suoi ex colleghi del Kkk, lei come si considera?
«Sul mio passato mi faccia mettere in chiaro una cosa, si è trattato di decine di anni fa ero un ragazzo e feci una scelta ben chiara, ma la mia organizzazione era non violenta».

Mi vuole dire allora che il Kkk non ha mai fatto male a nessuno?
«La mia organizzazione non ha commesso violenze, non c’è nessuna incriminazione nei nostri confronti. Il Kkk non è tutto uguale, ci sono gruppi completamente diversi al suo interno con leadership e regole diverse. La nostra era un’organizzazione politica formata anche da donne e difendevamo i valori della cristianità».

Come si definisce quindi?
«Sono un conservatore che si batte per la difesa della propria nazione, ma sono soprattutto sono un attivista per i diritti umani. Qualsiasi cosa abbia fatto nella mia vita è basata sul principio secondo cui gli esseri umani devono essere liberi, ogni persona di ogni nazione ha il diritto di custodire principi, tradizioni, identità. Quei valori per la cui difesa si battono diversi partiti in europa, come la Lega in Italia. Valori che qui in America possono sopravvivere solo se Trump diventa presidente».

Oshkosh L-ATV, è questo il nuovo “Hummer” dell’esercito americano

La Stampa
omar abu eideh (nexta)

Le prime consegne del nuovo mezzo militare dovrebbero iniziare entro fine anno



Il “mostro” che vedete in foto si chiama Oshkosh L-ATV ed è il nuovo mezzo blindato leggero che presto sarà in dotazione a tutte le forze armate statunitensi: prende il posto del celebre “Humvee”, costruito sulla base del mastodontico Hummer H2 e protagonista sui campi di battaglia sin dalla Guerra del Golfo del 1991. 

Rispetto a quest’ultimo, il nuovo mezzo vanta una blindatura di base più sofisticata, che può essere arricchita con componentistica specifica in funzione dei vari utilizzi. Da notare ad esempio la protezione pressoché totale della torretta in cui è installato il mitragliatore. Non mancano specifici alloggiamenti per sistemi d’arma teleguidati ed un dispositivo antincendio automatico, mentre la spinta è affidata ad un motore V8 GM Duramax di 6.6 litri a gasolio, capace di una potenza massima di 300 CV.

Il mezzo della Oshkosh un conflitto importante l’ha già vinto: ha sbaragliato la concorrenza nella gara “JLTV” – acronimo di Joint Light Tactical Vehicle – indetta dal Pentagono nel lontano 2005 per la sostituzione di 55.000 Hummer militari, tutti in attesa di essere progressivamente dismessi. Il contratto prevede la fornitura di circa 17.000 mezzi, con le prime consegne entro la fine dell’anno. Fondata nel 1917, la Oshkosh Corporation ha sedi produttive in 8 Stati americani, in Canada, Australia, Cina, Messico, Belgio, Francia e Romania e impiega circa 13.000 persone nel mondo.