mercoledì 9 novembre 2016

********************************************



“Se vince Trump fuggiamo tutti”, assalto al sito dell’immigrazione del Canada

La Stampa



Trump è a un passo dalla Casa Bianca e iniziano le prime scosse di un terremoto senza precedenti. Non solo il peso messicano è crollato ai minimi storici e Wall Street è affondata. Migliaia di statunitensi, sui social network, hanno minacciato di lasciare il Paese per trasferirsi in Canada.

Mentre il vantaggio di Trump sulla Clinton si faceva più consistente, il sito dell’immigrazione del governo canadese è diventato irraggiungibile. Una coincidenza o un sovraccarico dovuto al traffico eccessivo? Tutto può essere, ma sui social network si è subito scatenata l’ironia. Soprattutto da parte dei canadesi. Alcuni rinfacciano ai vicini del sud di avere poca considerazione verso il Canada, salvo chiedere ora ospitalità.

Usa 2016, elettore di Hillary si presenta da Madonna a rivendicare il sesso orale

La Stampa
di Federica Macagnone



Se fosse stata in corsa per la Casa Bianca, si potrebbe parlare dell'ennesima promessa elettorale andata in fumo. Madonna, infatti, ha cambiato idea: dopo aver assicurato sesso orale a chiunque voti per Hillary Clinton durante un concerto, ha fatto un passo indietro.

Come raccontato dal Daily News, il più diffuso tabloid newyorchese, un fan dell'ex Material Girl si è presentato con tanto di foto della scheda elettorale all'ingresso della townhouse della cantante, nell'Upper East Side di Manhattan.

Quando ha spiegato a un responsabile della sicurezza che era venuto a ritirare il suo premio, la guardia si è messa a ridere, precisando: «Non ho informazioni a questo proposito, mi dispiace». Una delusione per tutti coloro che avevano preso sul serio la proposta indecente della cantante.

Minzione di gruppo

La Stampa
massimo gramellini

Con decorrenza da lunedì 14 novembre, nello stabilimento di Bari della Oerlikon Graziano «le pause fisiologiche individuali dei lavoratori addetti direttamente o indirettamente alla produzione diventano collettive». I dipendenti hanno ancora una settimana per concedere libero sfogo alle loro vesciche, poi anche l’antico vezzo di andare in bagno quando ti scappa verrà archiviato alla voce «diritti requisiti». La nuova frontiera della civiltà del lavoro è la pisciata di branco. Efficiente, economica, solidale. 

Persistono alcuni dubbi sulla sua applicazione pratica. I momenti di ricreazione giornaliera previsti dalla circolare sono due, di nove minuti ciascuno. Le «pause fisiologiche collettive» andranno dunque inserite in quelle strisce. Il problema è il numero di lavoratori coinvolti nella gigantesca attività di minzione: quattrocentoventi. Non sappiamo di quanti bagni e orinatoi sia dotato lo stabilimento, ma si profila il rischio di code da autogrill nei giorni dell’esodo ferragostano, oltremodo sgradevoli per gli ultracinquantenni che Fiorello chiama «Amici della prostata». I quali, allo squillo della campanella, sempre che riescano ad arrivarci indenni, dovranno scattare come centometristi verso la meta per bruciare la nutrita concorrenza.

Un problema facilmente risolvibile nel breve periodo, licenziandoli, e nel medio sostituendoli con dei robot progettati per farsela addosso senza smettere di lavorare. 

Immigrazione, la storia di Fabrizio: "Io e mio figlio siamo nati in Italia ma non siamo italiani"

Repubblica.it
di VLADIMIRO POLCHI

Tre generazioni senza cittadinanza. Nonna Zhara è fuggita dalla Somalia nel 1986 e ha partorito nel nostro Paese. Anche il nipotino Leonardo è venuto alla luce in un ospedale romano. Il papà: "È assurdo che siamo considerati stranieri, per via della legge del 1992"

Immigrazione, la storia di Fabrizio: "Io e mio figlio siamo nati in Italia ma non siamo italiani"
Fabrizio con sua madre Zhara e il figlio Leonardo: tre generazioni senza cittadinanza

Stranieri da tre generazioni: Zhara, Fabrizio e Leonardo. Nonna, figlio e nipote uniti dal medesimo destino: il rinnovo periodico del permesso di soggiorno. Eppure Zhara, la capofamiglia, è fuggita dalla Somalia nel lontano '86. Fabrizio, suo figlio, è nato in Italia nel '92. Leonardo, il nipotino, è venuto al mondo in un ospedale romano nel 2014. Peccato che nessuno dei tre abbia ancora la cittadinanza italiana. Sono i paradossi di una vecchia legge e della via crucis burocratica necessaria a ottenere il passaporto tricolore. Fabrizio non ci sta: "Dopo tanti anni, è assurdo vedere il piccolo Leo in braccio alla mamma fare la fila davanti alla questura per il permesso di soggiorno".

Un passo indietro. La legge del 1992 inchioda la cittadinanza allo ius sanguinis: chi nasce in Italia da genitori stranieri può acquistare il passaporto solo risiedendo ininterrottamente nel Paese fino alla maggiore età. Chi arriva in Italia già adulto deve risiedervi legalmente (cioè con permessi di soggiorno validi) almeno 10 anni e dimostrare un reddito minino. Il 13 ottobre 2015 la Camera ha approvato la riforma: i figli di immigrati nati e cresciuti qui potranno diventare italiani. Il testo si è però arenato al Senato. Per questo Fabrizio Ahmed Ghedi, il 13 ottobre scorso, era pronto a scendere in piazza per protestare assieme ai tanti 'italiani senza cittadinanza', "ma lavoravo e non sono potuto andarci". La sua storia parte da lontano, dal 1986.

"Mia madre, Zhara, è fuggita dalla Somalia trent'anni fa – racconta Fabrizio – la sua è una famiglia molto povera. Lascia dai nonni il primo figlio. Arriva in Italia che è maggiorenne, ma si finge più giovane per paura di venire espulsa. A Roma va a vivere e lavorare con la sorella che fa la domestica in una grande casa sulla Cassia. Dopo pochi anni, in Somalia muore suo marito e il patriarca della famiglia, cioè mio nonno, seguendo una vecchia tradizione la costringe a sposare un uomo molto più grande di lei, mio padre: un somalo che vive a Roma. Nel ’92 nasco io, ma poco dopo papà ci abbandona. Mia madre resta sola con due figli da crescere: nel frattempo infatti mio fratello ci ha raggiunto dalla Somalia".

Poco prima di Natale del 2000, Zhara prova a dare un altro futuro ai suoi figli. "Mi ha portato in Olanda e lì siamo rimasti tre anni. Speravamo di ottenere lo status di rifugiati. È stato un errore: così abbiamo interrotto il calcolo degli anni di residenza in Italia". Tornato dall’Olanda, Fabrizio viene affidato legalmente a una donna italiana, "che mi ha fatto da seconda madre, visto che Zhara aveva troppe difficoltà". La sfida presto diventano i documenti. "Mia madre ha problemi di alfabetizzazione e non ha mai presentato per tempo domanda per ottenere la cittadinanza. Io sono nato a Roma, ma a 18 anni non avevo la residenza ininterrotta in Italia. Oggi lavoro come cameriere in un hotel, sono precario e spesso ho difficoltà a rinnovare il permesso di soggiorno. All’anagrafe centrale mi hanno detto che non ho neppure i requisiti di reddito per ottenere la cittadinanza".

Cinque anni fa Fabrizio incontra Brenda, una ragazza originaria del El Salvador che lavora come onicotecnica ("fa le unghie"). Anche lei senza cittadinanza. Dopo un paio d’anni nasce Leonardo, loro figlio. "Viviamo a Montespaccato e Leo frequenta regolarmente l’asilo. Anche lui però è costretto alle file in questura per il rinnovo del permesso. Non chiedo la cittadinanza facile per tutti. Ma neppure questa assurdità per cui io e mio figlio abbiamo il passaporto di un Paese, la Somalia, dove non siamo mai stati e di cui non conosciamo neanche la lingua".

Fabrizio è un fiume in piena: "Io e mia madre siamo fuggiti in Olanda cercando di rifarci una vita come richiedenti asilo, ho buchi che hanno interrotto la continuità della residenza, mi impegno ma ho difficoltà a trovare un lavoro stabile, come tanti altri ragazzi della mia età, e spesso fatico col rinnovo del permesso di soggiorno, ma non ho mai commesso reati. E poi Leonardo che c’entra? Mio figlio è italiano, solo i documenti continuano a negarlo. È assurdo che dopo tanti anni il nipote di Zhara sia ancora straniero a casa propria".

Così ho dato il mio voto per il presidente degli Stati Uniti

La Stampa
francesco guerrera



Scegliere il nuovo presidente degli Stati Uniti è facilissimo. Basta fare un pallino nero vicino al nome del candidato preferito.Non ci vuole nemmeno una crocetta, solo un pallino piccolo, piccolo.Ho avuto l’onore e l’onere di partecipare alla selezione della persona più potente del pianeta un paio di settimane fa, per la prima volta da quando ho preso la cittadinanza americana.

Disegnare il pallino è durato un attimo, ma l’emozione è rimasta a lungo, e non solo perché queste presidenziali rappresentano una pietra miliare nella storia degli Usa, una scelta non solo tra due partiti e candidati ma tra due visioni completamente diverse della società, dell’economia, persino dei fatti.

Quando ho fatto «il segno sul mio segno», come cantava Giorgio Gaber nelle sue «Elezioni», ho pensato a chi era venuto prima di me. Milioni e milioni di immigrati - italiani ma anche irlandesi, polacchi, cinesi, messicani e, più di recente, vietnamiti, haitiani e del Medio Oriente.

E non fortunati come me, con un bel lavoro, la famiglia, gli amici, ma soli, affamati, in balia a discriminazioni di tutti i tipi. Spinti dalla persecuzione, dalla disperazione, ma anche dall’ambizione e dalla rabbia. Pronti ad assimilarsi nel «melting pot», il crogiolo multi-nazionale e multi-etnico degli Usa. E decisi a passare da «americani» ad Americani. Senza virgolette e con la A maiuscola.

Si parla molto d’immigrazione in questa campagna elettorale Usa, soprattutto per via dell’idea balzana di Trump di costruire un muro al confine con il Messico. E si parla molto d’immigrazione in Europa, perché il Mediterraneo è diventato la conca della miseria, il bacino della disperazione per tante, troppe, persone. Ma chi parla di combattere l’immigrazione con i muri dovrebbe essere stato con me quella fredda mattina newyorchese quando, insieme ad altre 300 persone, ho giurato di «difendere la Costituzione e le leggi degli Stati Uniti».

In quella stanza grigia, c’erano cittadini di 40 nazionalità diverse, in rappresentanza dei quattro continenti, quasi fossimo alle Olimpiadi dell’immigrazione. Avevamo poco in comune - qui un giornalista italiano, accanto a lui una studentessa del Bangladesh, laggiù dei muratori della Giamaica, lì in fondo un banchiere francese e così via. Ognuno era lì per motivi personali, con storie e background che distavano anni luce uno dall’altro.

L’unica cosa che ci accomunava era il nostro status di immigrati e, dopo il giuramento, la nuova identità. Americana, senza virgolette. La considero un’aggiunta alla mia identità italiana, non una sostituzione. Non a caso, il motto degli Usa è: E pluribus unum. Diciamolo chiaramente: la storia dell’immigrazione Usa non è né una favola né una commedia e non ha sempre un lieto fine. È storia di lotta, povertà, ingiustizia e razzismo, tutti problemi che non sono ancora risolti e che si troveranno sul tavolo dell’Ufficio Ovale della Casa Bianca.

Ma è anche la storia di un Paese che ha sempre avuto bisogno degli stranieri per crescere, svilupparsi e diventare l’ultima superpotenza del pianeta. Di un Paese che è troppo giovane per avere tante radici storiche come la Vecchia Europa ma che invece delle radici ha le storie umane di chi è passato per Ellis Island, il vecchio centro di smistamento-immigranti all’ombra della Statua della Libertà. E di chi ne ha seguito le orme.

Martedì gli Americani - noi Americani - voteremo per Hillary Clinton o Donald Trump per tanti, disparati, motivi. Per quello che mi riguarda, quando ho preso in mano la scheda, ho pensato a tre parole: «My fellow Americans». «Miei cari compatrioti» - fu la prima frase dell’ufficiale del ministro degli Interni dopo il nostro giuramento. La pronunciò con un bel sorriso e un fortissimo accento di Haiti. Anche lui, come noi, era un ex immigrante.

Francesco Guerrera è il condirettore e caporedattore finanziario di Politico Europe. fguerrera@politico.eu e su Twitter: @guerreraf72.

PercPerché gli smartwatch non decollanohé gli smartwatch non decollano

La Stampa
andrea signorelli

Le vendite continuano a scendere e nemmeno Apple sembra in grado di rendere vincente un prodotto ancora privo di mercato



Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 molti analisti e sviluppatori ritenevano che gli smartwatch potessero essere la “next big thing”: un dispositivo capace di rivoluzionare il mercato tecnologico e diventare il nuovo oggetto del desiderio dei consumatori. Il 2016, invece, potrebbe essere l’anno che ne sancisce il fallimento; l’ultimo report della società di analisi IDC riporta numeri molto chiari: le vendite complessive nel terzo trimestre di quest’anno si sono fermate a 2,7 milioni di unità, un calo netto rispetto ai 3,5 milioni del trimestre precedente, ma soprattutto un vero e proprio crollo rispetto allo stesso periodo del 2015, quando le vendite avevano raggiunto quota 6,1 milioni.

Complessivamente, in un anno la percentuale di smartwatch venduti è scesa del 51,6%.
Con l’eccezione di Samsung, che rimane stabile, e di Garmin, che ha sestuplicato le vendite diventando il secondo produttore mondiale, le difficoltà riguardano tutti i principali produttori di smartwatch: Pebble perde il 54%, Lenovo perde il 73% e anche Apple deve fare i conti con un calo del 71,6%, con 1,1 milioni di pezzi venduti contro 3,9 del terzo trimestre del 2015 (rimane però leader del mercato).

Resta da vedere se l’Apple Watch 2, lanciato a metà settembre e quindi quasi completamente escluso da questi dati, sarà in grado di risollevare le vendite. È possibile che molti utenti abbiano deciso di aspettare l’uscita del nuovo wearable di Cupertino prima di fare acquisti, ma è anche possibile che gli smartwatch abbiano già raggiunto il picco di vendite l’anno scorso, dimostrando di non aver fatto breccia nel mercato.

Quali sono le ragioni di questa difficoltà? «Gli appassionati speravano che questi orologi potessero diventare lo strumento di controllo delle loro vite», spiega l’esperto di dispositivi mobili Tim Green. «Qualcosa che potesse aprire le porte, effettuare pagamenti, tenere sotto controllo la “smart home” e monitorare la nostra salute. Ma l’infrastruttura dell’internet delle cose necessaria a tutto ciò non è ancora stata costruita».

Allo stesso modo, gli smartwatch sono privi delle due funzionalità che hanno reso possibile il successo degli smartphone: la comunicazione e l’intrattenimento. «Poter chattare, postare sul proprio blog o condividere sui social network, ascoltare musica e guardare video hanno reso i pc, gli smartphone e i tablet delle invenzioni iconiche», prosegue Tim Green. Nella maggior parte dei casi, l’utilità degli smartphone viene invece percepita come limitata alla visualizzazione di email e messaggi su WhatsApp. Il wearable è un “mediatore”, che riduce l’intrusività dello smartphone, ma poco di più.

Questo aspetto evidentemente non basta a convincere gli utenti ad acquistare smartwatch, che vengono visti come una non troppo utile via di mezzo tra uno smartphone e un fitness tracker. Quest’ultimi, tra l’altro, hanno il vantaggio di essere meno vistosi, molto più economici e soprattutto di avere una funzione chiara e semplice: monitorare lo stato di salute e l’attività fisica. Non è un caso che siano proprio i fitness tracker (per quanto non raggiungano cifre enormi) a trainare il mercato dei dispositivi indossabili.

Accanto

 La Stampa
jena@lastampa.it

Su consiglio di Obama, Agnese d’ora in poi starà sempre accanto a Renzi. Povera Agnese.

Cybersecurity, il Ministero della Difesa ha adottato Windows 10

La Stampa

Le parole d’ordine sono produttività e sicurezza. Nel 2015 le cyber aggressioni sono aumentate del 154%



Il ministero della Difesa punta sull’innovazione e annuncia un nuovo progetto tecnologico: dotare i propri dipendenti di Windows 10, con l’obiettivo di garantire al contempo produttività e sicurezza.
Il nuovo sistema operativo di Microsoft consentirà al personale di beneficiare di un’esperienza più intuitiva e di interagire in modo più efficace su qualsiasi dispositivo. Un rinnovamento strategico anche nel segno della cybersecurity, in un Paese in cui si assiste alla crescente proliferazione di minacce informatiche che vedono l’Italia contraddistinguersi per percentuali di infezioni superiori alla media mondiale, secondo le rilevazioni del Microsoft Security Intelligence Report 2015.

Windows 10 offre, infatti, al Ministero importanti garanzie in termini di protezione delle identità digitali, dei sistemi e dei dati.Un successo, quello di Windows 10 nei dipartimenti della difesa, che in Italia arriva dopo l’affermazione negli Stati Uniti, dove da quest’anno 4 milioni di postazioni sono state dotate del sistema di Microsoft per potenziare la sicurezza informatica.

In linea con la vocazione intrinseca del Ministero della Difesa che si focalizza sulla sicurezza nazionale, sono state proprio le importanti funzionalità in termini di cybersecurity integrate in Windows 10 a guidare la scelta del Ministero in un’epoca in cui sicurezza fisica e informatica sono strettamente correlate e nel corso dell’ultimo anno il Paese ha subito un incremento del 30% dei crimini informatici e del 135% del ransomware.

«La Cybersecurity rappresenta un imperativo per un ente preposto alla tutela e alla sicurezza del Paese come il Ministero della Difesa. Basti pensare che le cyber aggressioni alle infrastrutture critiche in Italia sono in crescita come emerge dall’ultimo rapporto Clusit che ne ha rivelato un incremento del 154% nel 2015 rispetto al 2014. Dotarsi di strumenti tecnologici avanzati in grado di offrire funzionalità di protezione delle identità digitali, dei sistemi e dei dati è strategico e siamo certi che Windows 10 possa rappresentare la risposta giusta alle esigenze del Ministero della Difesa», ha dichiarato Simonetta Moreschini, Direttore della Pubblica Amministrazione di Microsoft Italia.

Dr. Jekyll e Mr. Hyde, ecco chi potrebbe essere lo psicopatico che ispirò il romanzo

Il Mattino
di Alessio Barbati



Centotrenta anni dopo la sua pubblicazione non è ancora chiaro chi ispirò la penna di Robert Louis Stevenson nella scrittura de “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”. Secondo alcuni si tratterebbe di William Brodie, un ebanista di Edimburgo dedito al furto. Wikipedia lo descrive come “Un artigiano, politico e criminale scozzese, che ebbe una vita segreta come scassinatore, in parte per il piacere del brivido che ciò gli dava, in parte per finanziarsi al gioco d'azzardo”. Altri sono convinti che Stevenson non abbia guardato troppo lontano per prendere ispirazione, considerando gli allucinogeni che assumeva quotidianamente per curare le emorragie dovute alla tubercolosi.

LA NUOVA TEORIA C'è però una nuova teoria, sviluppata da un ricercatore dell'università di Edimburgo, in Scozia, secondo cui l'autore avrebbe preso a modello un tale Eugene Chantrelle, un francese con cui Stevenson era solito andare a bere. Lo studio è stato pubblicato dal Times di Londra che lo descrive semplicemente come uno “psicopatico”. Eugene Chantrelle era però molto più di un semplice psicopatico. Aveva la reputazione di essere un ottimo commensale e sapeva parecchio di letteratura, essendo particolarmente attratto dalle opere di Moliere. Ma il compagno di bevute di Stevenson aveva anche un lato oscuro di cui, fino ad oggi, non sapevamo nulla.

LA NOTA
Lo storico Jeremy Hodges ha trovato di recente alcune note scritte a mano, in cui lo scrittore parla della “dualità” del francese con cui aveva stretto amicizia: trovava in lui qualcosa di attraente, come se nascondesse un lato oscuro. Chantrelle era stato accusato dell'omicidio della moglie e aveva il singolare hobby di farcire i toast al formaggio con una dose letale di oppio. In una delle tante serate passate a discorrere di letteratura, Stevenson potrebbe aver preso ispirazione per il protagonista del suo romanzo più famoso e nella nota rinvenuta da Hodges viene descritto così: “Chantrelle portava in viso i segni più chiari della sua criminalità; o meglio, dovrei dire così se non avessi scoperto la sua parte omologa, un esempio di gentilezza e di buona condotta”. Secondo lo storico questa nota sarebbe il pezzo mancante di un puzzle rimasto irrisolto dal 1886.

"Pasolini venne ucciso per le sue scoperte"

Luisa De Montis - Lun, 07/11/2016 - 20:50

Tornano all'esame della Procura della Repubblica di Roma le circostanze dell'uccisione di Pier Paolo Pasolini per la quale fu condannato Pino Pelosi che all'epoca del fatto aveva 17 anni

Tornano all'esame della Procura della Repubblica di Roma le circostanze dell'uccisione di Pier Paolo Pasolini per la quale fu condannato Pino Pelosi che all'epoca del fatto aveva 17 anni.

A sollecitare nuovi accertamenti è stato l'avvocato Stefano Maccioni legale di Guido Mazzoni, cugino di Pasolini. L'avvocato Maccioni è intervenuto a "La Storia Oscura", trasmissione di Radio Cusano Campus, emittente dell'Università Niccolò Cusano. "Pasolini - afferma Maccioni - è stato ucciso per quello che aveva scoperto, per quello che diceva e scriveva sui principali giornali italiani.
Era arrivato a dei documenti evidentemente troppo importanti. E poi rimane il giallo del furto delle pellicole del film Salò e le 120 giornate di Sodomà: un film a cui Paolini teneva moltissimo. Non a caso dall'ultima inchiesta (quella di 5 anni dal 2010 al 2015 poi archiviata, ndr) emerge che molto probabilmente Pasolini fu attirato in una trappola proprio con la scusa di restituirgli quelle pellicole, perché sicuramente non si va all'idroscalo di Ostia per consumare un rapporto sessuale partendo dalla Stazione Termini. Pelosi fece da esca".

"Non dimentichiamo infatti - aggiunge il legale - che Pelosi conosceva Pasolini da tempo, non lo conobbe certo la sera dell'omicidio. Purtroppo però - prosegue l'avvocato Maccioni - tutti questi dettagli nel primo processo non vennero fuori, tutti si adagiarono su una verità precostituita facendo passare il delitto Pasolini come un delitto a sfondo sessuale. Quindi, risaliamo agli esecutori materiali dell'omicidio, poi arriveremo a scoprire anche il movente e il mandante o i mandanti del delitto Pasolini". Per il legale è "importante riaprire il caso grazie a una traccia verosimilmente ematica trovata sulla maglia intima di lana a maniche lunghe di Pino Pelosi. Quella traccia attesta in maniera inconfutabile che almeno una terza persona oltre a Pelosi e Pasolini era presente all'idroscalo di Ostia nella notte in cui il poeta fu ucciso.

Occorre indagare sulla malavita dell'epoca e su quelli che erano i componenti della neonascente Banda della Magliana cioè quelli che erano gli eredi della Banda dei Marsigliesi. Ricordiamo che l'autista dei Marsigliesi Antonio Pinna fu in qualche modo coinvolto nel delitto Pasolini prima di sparire misteriosamente pochi mesi dopo l'uccisione del poeta. D'altronde, le testimonianze dell'epoca e quelle successive, portano tutte allo stesso punto: quella notte all'idroscalo di Ostia quando Pasolini veniva ucciso c'erano più persone. E questo in qualche modo inizialmente lo dissero anche i giudici".

"Ma le dichiarazioni a distanza di 40 anni non sono sufficienti a sostenere l'accusa in giudizio. A oggi - ha concluso il legale della famiglia Pasolini- serve una prova inconfutabile e noi quella prova inconfutabile per fortuna ce la possiamo avere e sono quelle tracce biologiche che ritrovate dai Ris in seguito agli esami effettuati nel 2010; in particolare quella traccia ematica con la quale, grazie alle moderne tecnologie, è possibile arrivare a scoprire chi altro c'era quella notte all'idroscalo oltre a Pelosi e Pasolini".

Sequestrata la casa di Corona in centro a Milano: vale 2,5 milioni. Anche Nina Moric lo accusa

repubblica.it
di EMILIO RANDACIO

Il provvedimento rientra nell'inchiesta sulla bancarotta della società Corona's. L'ex moglie: "Ha acquistato diversi immobili intestati a prestanome". L'ira di don Mazzi: "Mi ha fregato, non mi cerchi più"

Sequestrata la casa di Corona in centro a Milano: vale 2,5 milioni. Anche Nina Moric lo accusa
Fabrizio Corona (ansa)

Sigilli alla casa di Fabrizio Corona in centro a Milano, l'immobile, del valore di 2 milione e mezzo, si trova in via De Cristoforis, zona corso Como, a Milano. Il provvedimento, disposto dalla sezione Misure di prevenzione del tribunale, è parallelo al filone principale di inchiesta di Boccassini e Storari che ha riportato in carcere per l'ennesima volta l'ex manager dei fotografi.

Dalle indagini, riferisce la Finanza che ha eseguito il provvedimento, è emerso che l'immobile era "nelle prime disponibilità" di Corona, che tuttavia lo aveva formalmente intestato a un prestanome. Il suo acquisto, secondo gli inquirenti milanesi, sarebbe stato effettuato "con risorse finanziarie prevalentemente provento delle azioni distrattive commesse in danno della società fallita". Si tratta della Corona's, ex società di Corona per cui l'ex fotografo era stato condannato in via definitiva con l'accusa di bancarotta fraudolenta.

In questa inchiesta tra gli accusatori di Corona c'è anche l'ex moglie Nina Moric, che in un verbale del 16 febbraio ha detto: "Fabrizio Corona ha acquistato diversi immobili, ma li ha sempre intestati a prestanome". Nel provvedimento firmato dai giudici delle misure di prevenzione si sottolinea anche come "a carico di Corona risultino una pluralità di condanne che hanno comportato un accumulo patrimoniale illecito, senza soluzione di continuità a partire dal 2005, significativa di un perdurante contesto di pericolosità sociale"."Corona caro, prima di tutto non venire da me perché sono troppo buono e mi hai fregato": è quanto ha scritto don Mazzi a Corona, come ha rivelato lo stesso fondatore della Fondazione Exodus intervistato nel corso di una trasmissione di RTL 102.5.

Corona aveva ottenuto l'affidamento in prova ai servizi sociali e aveva trascorso un periodo nella comunità di don Mazzi: "Più che pentito per averlo accolto, mi sono arrabbiato - ha spiegato il sacerdote - mi pare di essere stato imbrogliato. Forse peccando di superbia ero convinto che non avesse voglia di fregarmi e invece, forse, c'è stato un periodo in cui si è convinto di non fregarmi, ma dopo è venuto fuori ancora il Corona". "Io sono arrabbiato che sia in galera - ha proseguito.

La galera a Corona e a persone così non serve, bisogna che trovi un altro luogo e, soprattutto, un po' più di pazienza, è stato troppo poco con me". "Intanto ho detto che si cerchi un altro che don Mazzi ha da fare - ha concluso - Io sono apertissimo a dieci casi anche peggiori di lui, perché Corona è in effetti un caso mass-mediatico, ma non avete idea di che casi ho seguito e che sto seguendo e cosa ho nelle mie comunità, perché forse sono diventato l'unico prete che ancora prendi questi casi"

SEQUESTRATI 1,7 MILIONI IN CONTANTI: ERANO NEL CONTROSOFFITTO

YouTube cambia la sezione dei commenti per combattere i troll

La Stampa
andrea signorelli

Chi carica video avrà molti più poteri e strumenti a disposizione



YouTube ha aggiornato la sua sezione dei commenti, con l’obiettivo di dare maggiore controllo a chi crea i video. Uno dei principali problemi di tutte le piattaforme infatti, è la facilità con cui una discussione degenera in insulti e litigi rendendo l’ambiente invivibile (anche a causa dei troll, “professionisti” in questo campo). Lo sa bene Twitter, che ha visto parecchie personalità abbandonare la piattaforma a causa dell’eccessiva facilità con cui venivano ricoperti di improperi. Secondo Bloomberg, è anche per questa ragione che Disney e Salesforce si sono tirate indietro dall’acquisto di Twitter.

YouTube non deve andare in cerca di acquirenti, essendo di proprietà di Google, ma la piattaforma di video-streaming è afflitta dallo stesso problema di Twitter: la sezione dedicata ai commenti diventa spesso un luogo invivibile, in cui l’autore del video viene preso di mira da troll. I nuovi strumenti lanciati da YouTube, destinati proprio agli autori di video, hanno l’obiettivo di risolvere una questione che si fa più pressante nel momento in cui la piattaforma punta a trasformarsi in un vero e proprio social network.

Questi strumenti renderanno possibile effettuare un “pin” sul commento preferito per farlo salire in cima, in modo che tutti lo possano vedere immediatamente, e segnalare i commenti preferiti con un simbolo a forma di cuore. Per dare massima visibilità ai commenti dell’autore, il suo username avrà un colore diverso da quello di tutti gli altri.

Per quanto invece riguarda i commenti negativi, sarà possibile chiedere l’aiuto di alcuni moderatori, che daranno una mano a tenere sotto controllo i commenti. Si potranno inoltre nascondere parole o frasi specifiche e sarà possibile utilizzare l’algoritmo di YouTube per bloccare commenti potenzialmente inappropriati (per termini specifici in essi contenuti) e rileggerli in seguito per decidere se renderli pubblici o cancellarli.