lunedì 7 novembre 2016

Rischio bancarotta per gli immigrati: servono 4 miliardi

Alessandro Sallusti - Sab, 05/11/2016 - 15:55

Il governo ammette: con questo ritmo di sbarchi nel 2017 occorrerà una manovrina

 

Anche il ministro Padoan ora lo ammette. L'invasione di immigrati è diventato un problema rilevante anche dal punto di vista finanziario. A questi ritmi la sostenibilità economica non è più garantita e nel 2017 potrebbero servire quattro miliardi in più, una cifra, per intenderci, pari al gettito fiscale della famigerata Tasi.

Quei soldi, ovviamente, non ci sono e sarà quindi necessario recuperarli tagliando servizi ai cittadini o aumentando le tasse. Il mostro, insomma, ci sta divorando, lentamente ma inesorabilmente. Con un paradosso: noi ci impoveriamo, le mafie e le organizzazioni terroristiche che gestiscono il traffico si arricchiscono. I conti sono presto fatti. Per raggiungere le nostre coste ogni immigrato paga tra i cinquemila e i quindicimila euro. Nel 2017 potrebbero sbarcare in Italia altri duecentomila disperati. Incasso per i criminali (calcolando una media di diecimila euro a persona): due miliardi. Costo per noi: quattro miliardi.

Siamo diventati il bengodi dell'Isis & C., e questo probabilmente spiega perché ci abbiano, fino ad ora, risparmiato da attentati. E dove li trovano altri fessi come noi? È giusto commuoversi per ragazze sfregiate e bambini orfani, è doveroso assisterli. Ma non dimentichiamo mai che sono usati come scudi umani o, dipende dai casi, come cavalli di Troia dalla peggiore feccia contemporanea. E noi dovremo tagliare le pensioni ai nostri anziani, aumentare le tasse (o anche solo non diminuirle) per finanziare questa gente che semina morte con ferocia in altre parti del mondo? Usciamo dalla retorica dei casi umani, anche nel loro interesse.

Sono una piccola percentuale, assolutamente gestibile socialmente e compatibile con le nostre finanze se solo avessimo la possibilità di scegliere lontano dalle nostre coste. Non c'è soluzione: quella gente non deve partire sui barconi dei mafiosi, a costo di usare la forza. Perché se no, tra non molto come si deduce anche dalle parole di Padoan che non è un pericoloso estremista -, non saremo più noi a salvare loro ma saranno loro a trascinare a fondo noi. Il che non fa gioco a nessuno. I mostri sono insaziabili, assecondarli, come ancora in troppi vorrebbero, sarà la nostra rovina politica, sociale, economica.

Onorato di non aprire la porta di casa mia ai clandestini

Andrea Pasini

Sono fiero e onorato di non voler aprire la porta di casa mia per accogliere i clandestini. Me ne frego, anzi mi faccio una grassa risata quando sento persone incapaci politicamente come Alfano, senza dimenticare la stragrande maggioranza dei deputati del PD, che ci accusano dicendoci “vergognatevi voi non meritate di chiamarvi italiani” solo perché diciamo no a questa invasione studiata a tavolino. Io apro la porta di casa mia solo ai miei compatrioti bisognosi, non certo ai finti clandestini. Chiaro?. Il motto di questi incapaci è sempre lo stesso, armiamoci e partite, mai armiamoci e partiamo. Perché non aprono la porta di casa loro o perché non offrono le loro proprietà immobiliari per ospitare i clandestini?

Semplice perché i beni in loro possesso non si toccano. Usano il vecchio detto comunista quello che è mio è mio e quello che è tuo è mio. Possono andare a farsi fottere, usando un termine scurrile. Saremmo noi a doverci vergognare di essere italiani perché non ospitiamo gli immigrati nelle nostre abitazioni? Invece loro, che dovrebbero tutelare e rappresentare il popolo tricolore, non provano vergogna vedendo tutti i giorni milioni di cittadini patire la fame, non avere un lavoro, vedendo i giovani italiani costretti a scappare perché senza futuro in questo paese. Non provano vergogna per gli imprenditori strozzati dalle tasse e costretti a suicidarsi?

Questo Stato al posto di sostenere gli italiani in difficoltà li affida alle grinfie di Equitalia. Loro non si dispiacciano quando le scuole cadono a pezzi, quando le Forze dell’ordine percepiscono uno stipendio da fame e devono lavorare con mezzi obsoleti. Ma gioiscono quando i rom non pagano le tasse, usufruiscono di tutti i servizi senza pagare nulla. Non si vergognano quando ai clandestini viene garantito vitto ed alloggio, ma per i bisognosi italiani il nulla. La vergogna dovrebbero provarla loro non noi. La casta dei politicanti da strapazzo ha la faccia come il culo e il rimorso non sanno neppure dove abita.

“Di fronte a 12 donne, delle quali una incinta, organizzare blocchi stradali non fa onore al nostro paese. Poi certo tutto può essere gestito meglio, possiamo trovare tutte le scuse che vogliamo, ma quella non è Italia. Quel che è accaduto non è lo specchio dell’Italia”. Angelino Alfano, il numero uno al ministero dell’Interno, ha giudicato così la rivolta popolare a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi a Goro e Gorino. Visto così chi potrebbe dargli torto? Un folle. Ecco allora chiamatemi folle. Sì perché nel ferrarese, ancora una volta, abbiamo visto la macchina della sostituzione dei popoli, nonché il governo italiano, in azione. Hanno nascosto l’invasione degli immigrati dietro ad una donna incinta.

Qui troviamo la vera demagogia, il falso che diventa verità. Ad Alfano ricordo le sue parole e promesse inerenti al 3 per mille riguardo agli immigrati che la nostra nazione può ospitare. Verbo europeo, verbo che arriva dagli scranni, senza lode, di Roma, ma disatteso. Siamo 60milioni di italiani ed il 3 per mille di 60milioni è 180mila persone. Solo quest’anno hanno varcato i nostri sacri confini, o meglio quelli che dovrebbero essere, 153mila immigrati. Mezzo milioni negli ultimi tre anni. La presa in giro perfetta. Non ti preoccupare abbiamo tutto sotto controllo, mentre l’orchestra suona e la nave affonda.

Facciamo un giro per lo stivale calcolatrice alla mano. Musi, provincia di Udine, 8 profughi per appena 6 cittadini. Fernetti, provincia di Trieste, 70 immigrati per 70 abitanti. Lizzola, provincia di Bergamo, 100 clandestini a fronte di 100 cittadini. Capite il gioco? Capite la menzogna? Da una parte ci rassicurano, riempiono i telegiornali di parole vuote, dall’altra, seduti al freddo tavolo delle trattative con i prefetti sparsi per la nazione, decidono scientemente di invaderci. Ma a loro non basta serve farci sentire in colpa. Serve metterci alla berlina se non pieghiamo la testa. Mario Morcone, di cui ho già avuto modo di tessere le “lodi”, è a capo del Dipartimento Immigrazione del ministero dell’Interno ed ha avuto il coraggio di asserire:

“Credo che si debbano vergognare quelle persone che hanno impedito la sistemazione di donne e bambini. Gli italiani che rifiutano l’aiuto doveroso a donne e bambini sono ottusi, mi vergogno di averli come nostri connazionali. Se non vogliono vivere nello stesso posto dove diamo accoglienza ai profughi andassero a vivere in Ungheria. Noi staremmo meglio senza di loro”. Violini tzigani, per rimanere in tema di terra magiara, vomitevoli e smielati che ci inducono all’accoglienza a tutti i costi. Anche quando il costo è mettere in difficoltà i nostri concittadini ridotti alla fame.

L’elenco di chi ci vuole vedere annaspare, più di quanto facciamo ora, trova in Papa Francesco un alleato affidabile e convinto. Ci dicono che se non rispettiamo gli immigrati, Alfano docet, non siamo degni della cittadinanza italiana, mentre Bergoglio ammonisce la parte spirituale dell’essenza più intima dell’uomo: “Chi non accoglie non merita di essere considerato cristiano”. Il castello di carte creato dai parrucconi del politicamente corretto crolla. Le scritture sacre invitano i cristiani ad aiutare il prossimo, a soccorrerlo nel momento del bisogno, ma il prossimo deve essere quello vicino a noi.

Come possiamo accudire l’Africa intera quando non riusciamo a dare un posto di lavoro stabile ad un ragazzo di 25 anni italiano? Come possiamo accudire i figli dell’Asia se non abbiamo politiche demografiche efficaci per non far svanire noi stessi? Come possiamo tendere le mani a chi arriva da un altro continente mentre i nostri pensionati, quelli che prendono la pensione sociale, ricevono ogni mese somme che a fatica raggiungono i 500€? Semplicemente non possiamo. Non è cattiveria, mancanza di umanità, ma è amore per il proprio popolo che sta soffrendo. Soffre davanti alla disoccupazione, soffre davanti al caro prezzi e soffre davanti ai continui crolli che stanno straziando il centro Italia.

Abbiamo deciso di prostraci. Per esempio nel comune di Malo (Vicenza) gli abiti talari avevano deciso di non celebrare la messa del 4 novembre per rispetto degli islamici, ma l’intervento del sindaco ha riportato tutto alla normalità. La scomunica ci vorrebbe per certi parroci troppo ecumenici. Da ogni parte vediamo spuntare le richieste degli altri, gli islamici ci stanno con il fiato sul collo e non perdono occasione per dimostraci il loro odio puro e violento. Intanto i politici si occupano di chi arriva, allargano le braccia e sorridono a 32 denti, mentre l’Italia è martoriata.

La classe politica attuale non merita di rappresentarci, parliamo di vili scribacchini al soldo dell’Europa delle banche, la stessa che decide sulle dimensioni delle zucchine da portare nelle nostre tavole. La stessa che, oltre a pensare ad amenità su amenità, ci strangola con spread e tassi d’interesse, invitandoci a seguire il liquidatore Renzi alle urne votando sì per “rilanciare” la nazione. Costoro sono i traditori che hanno mollato le briglie della nazione lasciandola correre verso il dirupo, sono una manica di incapaci lontani anni luce da quello che avrebbe potuto fare per questo paese Silvio Berlusconi.

Subiamo le peggiori angherie, vessazioni fuori dal comune e per giunta veniamo accusati, ogni santo giorno, di essere intolleranti perché esprimiamo la nostra contrarietà a tutto lo schifo che ci circonda. L’UE e il governo italiano stanno alimentando una nuova guerra tra poveri, basta vedere cos’è successo alla Caserma Montello a Milano, regalando servizi e privilegi agli immigrati, mentre gli italiani sono alla canna del gas. Davanti a piaghe sociali del genere sapete cosa vi dico, chiamatemi razzista, lo sarò. Ma la vergogna che questi inetti devono provare è senza limiti.

 www.ilgiornale.it

Hai un hacker nello smartphone? Scoprilo così: ecco i 10 segnali

Il Mattino



Non c'è dubbio: è l'incubo più gettonato da tutti gli utenti di Smartphone e Tablet: attacchi hacker. Pensate che in base all'ultimo rapporto Nokia Threat Intelligence Report il numero di dispositivi mobili colpiti da malware è raddoppiato nei primi sei mesi del 2016 (rispetto all’ultimo semestre del 2015); oggi, lo 0,49% di smartphone e tablet è infetto. I tecnici esperti del settore hanno stilato una sorta di decalogo da tenere d'occhio. Ecco i segnali che dovrebbero farvi preoccupare.

1. Lo smartphone è più lento del solito. È il segnale più classico: i malware impegnano una percentuale considerevole delle prestazioni dello smartphone, causando il rallentamento. Attenzione, però, perché il rallentamento potrebbe anche essere causato dalla memoria eccessivamente piena o dall’utilizzo di applicazioni particolarmente pesanti.

2. La batteria si scarica rapidamente. Le stesse ragioni che causano la lentezza del vostro smartphone, comportano anche un maggior consumo di batteria.

3. Nuove applicazioni compaiono all’improvviso. Se trovate app sul display che non avete scaricato, controllate di che applicazioni si tratti facendo una ricerca su Google e sui siti specializzati.

4. Se provate ad accedere a un sito, ma invece finite su uno che non c’entra nulla, molto probabilmente siete stati infettati. Lo stesso, ovviamente, vale anche per i computer.

5. Le app smettono di funzionare. Se alcune applicazioni, che non vi hanno mai dato problemi, all’improvviso hanno difficoltà a funzionare (o smettono di funzionare del tutto), potrebbe essere un segnale che qualche malware sta interferendo.

6. Pop-up compaiono dal nulla e magari vi chiedono di scaricare qualcosa o di compiere qualche azione, potrebbe essere un chiaro segnale di infezione.

7. Il traffico dati aumenta all’improvviso. 

8. Ricevete strani sms. Se avete ricevuto uno strano sms, anche da un vostro contatto, e  avete cliccato il link in esso contenuto, potreste essere stati infettati.

9. La bolletta aumenta.

10. Problemi con le telefonate. Se vi capite spesso che le telefonate si interrompono o se sentite strani rumori durante una conversazione, potrebbe essere un segnale che qualcosa non va. Chiamate il vostro operatore per sapere se stanno registrando disfunzioni di qualche tipo; in caso contrario, potrebbe essere un segnale di infezione.

Non solo frigoriferi: siamo sommersi da 200 milioni di piccoli elettrodomestici rotti. E i negozi non li ritirano

repubblica.it
di CATERINA PASOLINI

Sono cellulari e rasoi, asciugacapelli, telecomandi, macchine fotografiche, telecamere o radioline: almeno 8 in ogni casa. I negozi, per legge, dovrebbero ritirarli gratuitamente per smaltirli. Ma un'indagine di Altroconsumo denuncia: la metà non lo fa

Non solo frigoriferi: siamo sommersi da 200 milioni di piccoli elettrodomestici rotti. E i negozi non li ritirano

Altro che frigoriferi abbandonati. Siamo sommersi da duecento milioni di piccoli elettrodomestici fuori uso che affollano le nostre case invece di essere regolarmente smaltiti. Dal telefonino al vecchio phone, da radiolina, telecomandi, frullatori e telecamere, al tostapane fulminato passando per la tastiera rotta del computer. Occupano cassetti, armadi, invadono gli spazi già limitati delle nostre abitazioni: sono infatti almeno otto in media per ogni famiglia. Dovrebbero e potrebbero essere smaltiti senza inquinare, cosa che accadrebbe se non si buttassero nella normale spazzatura venendo bruciati e producendo così fumi tossici.

COSA PREVEDE LA LEGGE. Una legge approvata a luglio prevede infatti che i piccoli apparecchi elettronici o elettrici, lunghi al massimo 25 centimetri, si possano consegnare nei negozi di elettrodomestici, senza obbligo di acquistare altri articoli in cambio, mentre per quelli più grandi vale la regola dell'uno contro uno, uno consegno e uno compro. La scoperta, fatta dall'associazione Altroconsumo che ha messo alla prova 55 punti vendita in tutt'Italia, è che solo la metà degli esercenti rispetta la norma. Solo il 51 per centro alla domanda se si poteva consegnare il telefonino rotto e vecchio, ha risposto correttamente: ovvero sì e gratuitamente. Quelli che non rispettano la legge si dividono equamente: tra chi al malcapitato ha risposto semplicemente no senza dare spiegazioni (25%) e chi invece ha accettato di ritirare il piccolo elettrodomestico ma solo a patto che ne venisse acquistato uno nuovo.

I PUNTI DI RACCOLTA. E se molti negozi devono ancora mettersi in regola, si moltiplicano i consorzi per la raccolta e riciclo dei piccoli elettrodomestici, chiamati Raee (rifiuti da apparecchi elettronici elettrici) dal loro acronimo. Sono ad esempio già 44 le ecoisole, cassonetti di dimensioni contenute posizionate dal consorzio ecoolight fuori dai centri commerciali in Emilia Romagna, Lombardia, Veneto- toscana, Lazio. Nelle strade e piazze milanesi si trovano invece i container itineranti di Ecolight ed Ecodom, progetti sostenuti dal comune e dalla municipalizzata Amsa, per evitare che i cittadini siano costretti a giri estenuanti per liberarsi dei piccoli elettrodomestici, finendo per cedere alla pigrizia e rischiando di provocare cosi nuovi inquinamenti.

LA MAPPA DELLE REGIONI: CHI BUTTA E DOVE Ma qual è la fotografia della situazione in Italia? A oggi mediamente ogni italiano si libera in maniera corretta di circa 4,1 chili di piccoli elettrodomestici, i più virtuosi sono in Valle d'Aosta con 8,2 kg, mentre Puglia, Sicilia e Campania stanno ancora sotto i 2,5 chili. In particolare la Campania è l'unica regione che nel 2015 ha visto diminuire la raccolta dei Raee mentre Calabria segna un più 60% e il Molise, più 31%. Nel complesso si parla del 36 % dei piccoli apparecchi raccolti rispetto a quelli immessi sul mercato. Ben al di sotto dell'obiettivo europeo fissato per quest'anno che parla di circa il 45% e del 65% entro il 2019. In totale si parla di circa 250 milioni di tonnellate di piccoli elettrodomestici gestiti dai sistemi collettivi l'anno scorso con un incremento dell''8%.

Lo zaino di sopravvivenza in caso di terremoto

Il Mattino



Uno zaino di sopravvivenza in caso di terremoto. A molti potrà sembrare un eccesso di zelo ma bisognerebbe essere pronti ad abbandonare la casa in pochissimo tempo e con attrezzature sufficienti a superare l’impatto delle prime 24 ore di un evento catastrofico. Le colonne mobili della Protezione Civile, per esempio, sfruttano concetti simili per poter arrivare in un luogo e ripristinare tutto ciò che è strettamente necessario affinché la vita continui con dignità. La Commissione Europea, prendendo spunto dalle indicazioni della FEMA (Agenzia federale americana della protezione civile) ha diffuso il grafico che pubblichiamo in collaborazione con la federazione internazionale della Croce Rossa.

All'interno ci sono una ventina di cose che devono essere sempre presenti in un sacco di questo tipo che dovrebbe essere sempre tenuto in un punto facilmente raggiungibile prima di lasciare casa.Tra le cose da non dimenticare: un cellulare già carico di riserva; batterie; pila; cibi a lunga conservazione; acqua; medicine; un coltello multiuso; soldi in contanti; kit di pronto soccorso; copie di documenti personali, copie delle chiavi di casa e della macchina; accendini, un fischietto e una piccola radio.

All’asta una poesia scritta a mano da Anna Frank per un amico

La Stampa

Sarà battuta ad Haarlem il prossimo 22 novembre con stima di 50mila euro



Una poesia scritta a mano da Anna Frank, la ragazzina ebrea simbolo dell’Olocausto grazie al suo diario, sarà messa all’asta dalla casa Bubb Kuyper di Haarlem, in Olanda, il prossimo 22 novembre. Si tratta di un breve componimento scritto poco prima che Anna si nascondesse con la sua famiglia in un sottotetto di Amsterdam per sfuggire alle persecuzioni naziste. 

L’autografo è stimato tra 30mila e 50mila euro. Il testo è stato scoperto all’interno di un album di ricordi scolastici di Jacqueline van Maarsenvan, soprannominata «Cricri», sorella maggiore di una delle migliori amiche di Anna. La poesia reca la data del 28 marzo 1942, poco prima che Anna Frank e la sua famiglia si nascondessero nell’alloggio segreto dove resteranno fino al 4 agosto 1944, quando furono scoperti dalla Gestapo e deportati nei lager nazisti.

Le prime quattro righe furono probabilmente ricopiate da Anna da una rivista del 1938. Si tratta del quarto testo manoscritto di Anna Frank che viene messo all’asta. Nel maggio scorso il libro di fiabe, con le firme autografe delle Anna e di Margot, è stato venduto a un’asta a New York per 62.500 dollari (circa 56mila euro). 

Mappe, tappeti e «sesso» dei fiumi Quando la geografia va alla guerra

Luigi Mascheroni - Dom, 06/11/2016 - 09:26

Il potere di atlanti, cartine e mappe, fra propaganda e politica. Dai toponimi della Grande guerra alla terra vista dall'Apollo 17



La cittadella fondata dalla Compagnia olandese delle Indie Occidentali sulla punta meridionale dell'isola di Manhattan - in un luogo strategico per l'America e poi per il mondo - portò il nome di Nuova Amsterdam, anzi Nieuw Amsterdam, fino al 1664. Appena conquistata, la prima cosa che fecero gli inglesi fu cambiarle nome. E divenne New York.

Il toponimo Vipiteno, invece, di per sé non esiste neppure. Dopo l'annessione dell'Alto Adige, l'asburgica Sterzing fu ribattezzata dagli italiani inventando un nome «romanizzato» che riprendeva il termine latino di un presunto accampamento romano, e neppure vicino al luogo della città: Vipitenum. Ancora qualche mese fa il Suedtiroler Freiheit - un movimento politico indipendentista della provincia autonoma di Bolzano - ha chiesto di abolirlo. Ed è passato un secolo...

E vi ricordate The Blue Marble? L'abbiamo vista tutti, mille volte: è la famosa fotografia della Terra scattata il 7 dicembre 1972 dall'equipaggio dell'Apollo 17, la prima a ritrarre il nostro pianeta completamente illuminato, in quanto al momento dello scatto il Sole era alle spalle degli astronauti, facendolo apparire una «biglia blu». Immediatamente divenne il simbolo, esibito in tante battaglie ecologiste, della fragilità e vulnerabilità del pianeta.

Tutte storie di rappresentazioni di luoghi - ma sono solo tre esempi fra migliaia - e insieme storie di conflitti. Allora la domanda è: ma La geografia serve a fare la guerra? Che è il tema su cui il centro Studi e ricerche della Fondazione Benetton ha lavorato negli ultimi tre anni e il titolo di una grande mostra che apre oggi negli spazi di palazzo Bomben, a Treviso. Un pool di studiosi guidato dal geografo Massimo Rossi, quattro grandi sale, un centinaio di pezzi tra mappe, atlanti e opere d'arte, dall'antichità a oggi, per raccontare la straordinaria, sottile e pericolosa forza persuasiva - oltre che comunicativa - delle carte geografiche. Che non servono solo a mettere ordine nel mondo altrimenti caotico in cui ci troviamo a vivere. Ma gli danno forma e senso. A seconda di chi quelle carte commissiona, chi le disegna, chi le veicola, chi ne fa una bandiera...

Includendo o escludendo porzioni di territorio, cambiando i toponimi, facendo slittare i confini, scegliendo scale e proiezioni, i geografi - da sempre - consegnano alla politica una certa idea di impero, di regno, di unità nazionale. L'arte del governo e la scienza della geografia sono strettamente collegate. E forse non è un caso che George Washington e Thomas Jefferson, prima di diventare presidenti degli Stati Uniti, fossero abili topografi. E neppure che Cesare Battisti, l'irredentista che si immolò per la causa trentina, fosse uno strepitoso geografo. Anche chi non conosce la Storia intuisce che i confini rettilinei del Nord America oppure quelli degli Stati africani, tirati col righello al congresso di Berlino del 1885 cancellando identità e tradizioni, sono figli di decisioni esclusivamente politiche, per nulla naturali.

La carte geografiche con un semplice segno - il confine naturale, spesso causa di futuri massacri - inducono fiumi e montagne a diventare strumento di separazione. Mappano - quando ancora si credeva che esistessero - le razze. Definiscono e raggruppano gruppi etnici. Trasformano «espressioni geografiche» in nazioni... In mostra c'è una straordinaria tavola, una Veduta d'Italia, orientata a sud, pubblicata nel 1853, che più di ogni trattato di Storia svela - attraverso un inusitato punto di vista - l'aspirazione della Penisola a esistere politicamente come nazione, indicando nei toponimi (Tunisi, Malta, Nizza, Bolzano, e persino quelli còrsi e

giuliano-dàlmati), malcelate pretese irredentiste e colonialiste. Oltre la politica, anche la geografia è narrazione. Insomma, non solo - togliendo il punto di domanda del titolo - La geografia serve a fare la guerra. Ma la prepara. Ecco gli atlanti in uso nelle scuole. Ecco le carte geografiche più popolari, come la Carta del Teatro della guerra Italo-Austriaca donata dal Fanfulla ai suoi abbonati nel 1915. Ecco quelle realizzate dal filogovernativo Istituto geografico De Agostini o dalla Reale Società Geografica... Tutto comunica un'idea dell'unità d'Italia ben prima che sia militarmente compiuta.

La geografia è l'anticipazione della politica con altri mezzi.
Pensiamo al Piave. O alla Piave? Per secoli è stato l'articolo determinativo femminile a identificare il corso del fiume. Poi, all'improvviso, dopo la rotta di Caporetto, tra il 1917 e il 1918, la Piave cambia sesso per offrire, anche dal punto di vista linguistico, maggiore resistenza virile all'invasione austriaca, e sembra che nell'operazione grammaticale non sia estraneo lo zampino di Gabriele d'Annunzio, il poeta-soldato.

Ma anche uomo decisamente esperto di comunicazione. A proposito: l'italiana Caporetto, che suona Karfreit in tedesco e Kobarid in sloveno, è solo uno dei 60mila toponimi che durante la Grande Guerra cambiano nome, per «grattare via la scabbia germanica» e per segnare (la geografia ha il potere di cambiare le cose con un segno, un colore, un simbolo) l'italianità di territori prima in mano al nemico. E quando i nomi non esistono, si inventano. L'esempio più clamoroso riguarda proprio le zone irredente. E il Südtirol diventa Alto Adige... Punti di vista.

In fondo, è solo perché siamo abituati a guardare il mondo da un certo punto di vista - la proiezione cartografica della terra di Mercatore con l'Europa al centro, ad esempio - che abbiamo cominciato a definire, da occidentali appartenenti al «primo», il Terzo Mondo. E solo perché vediamo il pianeta solo da un punto di vista - i classici mappamondi - che chiamiamo il nostro pianeta «Terra», pur essendo in stragrande maggioranza fatto di acqua. Basterebbe invece guardare i tappeti geografici afgani qui in mostra, dove i continenti affogano nell'immenso azzurro degli oceani...

All'incrocio tra la latitudine della creatività (il percorso dell'allestimento, firmato Fabrica, è perfetto) e la longitudine della scientificità (la cartoteca e l'ufficio «Studi e Ricerche» della Fondazione Benetton sono un'eccellenza), la mostra ricostruisce il potere «educativo», propagandistico, mediatico, militare e politico della geografia. E persino filosofico: ecco qua, in fondo alla terza sala, l'atlante rinascimentale di Abrahams Ortelius che adotta il punto di vista di Dio, con la terra guardata dall'alto e gli angeli agli angoli, speranza cartografica di una visione di pace in un'epoca - la mappa è realizzata nel 1570 - in cui infuriano le guerre di religione...

La geografia - una cosa per nulla naturale, perché fatta dagli uomini - non serve solo a tracciare l'itinerario del viaggio. Per quello basta Google Maps. La geografia, smascherando le complesse relazioni tra i luoghi e chi ci abita, è un grande viaggio. Il più affascinante.

Fucilazioni, tasse e superlavoro. La via sovietica all'innovazione

Matteo Sacchi - Sab, 05/11/2016 - 08:37

La Russia era un Paese a due velocità e troppo diviso Lenin e Stalin livellarono le differenze. Spietatamente



L'Urss è stata un gigantesco paradosso. Marx aveva sempre pensato che il comunismo avrebbe preso piede a partire da nazioni a capitalismo avanzato, come la Gran Bretagna, non certo da un Paese essenzialmente rurale.

Insomma, la svolta verso i soviet della Russia zarista resta un fenomeno di difficile spiegazione. Ecco perché per capire le rivoluzioni del 1917 (quella liberal-socialista e quella bolscevica) bisogna guardare agli anni precedenti. È quello che fa lo storico Andrea Graziosi nel saggio che da oggi è in allegato con il Giornale (al prezzo di 11,90 euro oltre al costo del quotidiano): L'Urss di Lenin e Stalin 1914-1939. Graziosi, uno dei massimi esperti italiani di vicende russe (è fellow all'Harvard Ukrainian Research Institute e del Davis Center for Russian Studies dell'Università di Harvard) esamina nel dettaglio la complessa stratificazione economica e sociale che ha favorito la presa del potere dei comunisti russi.

La Russia degli Zar era una gigantesca nazione a più velocità. Esisteva un mondo contadino la cui evoluzione era lentissima. Nelle comunità agricole caratterizzate da aziende-famiglia fortemente patriarcali (dvor) viveva il 90 per cento dei sudditi dello Zar. La proprietà della terra era molto spesso collettiva e basata su una rotazione degli appezzamenti. Gli zar l'avevano favorita per motivi fiscali: l'intera comunità rispondeva in solido della tassazione. Ovviamente il contraltare di questo collettivismo è che le innovazioni agricole erano quasi impossibili. E che le comunità inchiodavano i propri membri alla terra per non perdere fondamentali braccia e contribuenti fiscali.

Ovviamente le città, a partire da San Pietroburgo, andavano a tutt'altra velocità. Lì gli Zar avevano favorito l'innovazione sin dai tempi di Pietro il Grande e la nobiltà veniva spinta a partecipare attivamente all'amministrazione imperiale. Questo sistema a due velocità ovviamente non poteva funzionare, era come se la società dell'impero si stesse tendendo verso direzioni opposte, come un elastico. A questo va aggiunto che l'Impero era composto da un coacervo di popolazioni diverse. Non che gli zar fossero rimasti passivi di fronte a questa situazione.

Ma le riforme tentate a più riprese non ottennero gli effetti sperati. Anzi. Quelle terre strappate al sistema collettivo per introdurle in una più dinamica economia di mercato finirono nelle mani di un numero ristretto di proprietari. Spesso tutt'altro che innovatori. In queste condizioni la Guerra russo-giapponese del 1905 fu una mazzata. La prima guerra mondiale, un colpo insostenibile. In questo clima Lenin ebbe l'abilità politica di saldare le istanze di un gruppo di rivoluzionari di professione a quelle di una popolazione contadina che guardava all'indietro, a una medievale ed irrealistica idea di egualitarismo agrario.

Abbastanza per vincere la guerra civile contro i bianchi (nella pratica nel 1920, in maniera definitiva nel 1922), ma non abbastanza per gestire la crisi seguente. L'economia era crollata a picco. I problemi nazionali ancora tutti sul tappeto. Il divario tra città e campagna ancora lì, solo che ormai le città erano spopolate e devastate. La soluzione tentata da Lenin e compagni si articolò, per usare le parole di Graziosi, nella «combinazione tra entusiasmo-egualitarismo e coercizione-violenza, con il peso della seconda coppia in costante aumento». Il risultato? Un sistema tutto «tributi e fucilazioni».

Sopra questa truce violenza un proliferare di teorie, più o meno utopiche, su come regolare l'economia senza la moneta. Vennero sfornati, per esempio, milioni di questionari per valutare il lavoro e spediti nelle fabbriche. Non li compilava nessuno, nonostante le minacce di punizioni severissime. Gli operai non sapevano leggere. Alla fine il risultato fu che i funzionari locali si trasformarono in tanti piccoli tirannici autocrati. Nel periodo 1922-1925 la situazione migliorò lievemente, ma solo perché Lenin venne a compromessi con quel po' di mercato che si era spontaneamente creato. Piccola proprietà contadina libera, grande industria statale.

Ma la morte di Lenin (1924) e l'ascesa di Stalin cambiarono le cose. Stalin voleva far fare un balzo al Paese e una volta liquidata l'opposizione interna calò con la mano pesante. Si passò dall'assenteismo legalizzato nelle aziende di Stato ad un folle super lavoro: nel 1927-28 gli incidenti in fabbrica furono 220 ogni mille lavoratori. Se l'orario di lavoro giornaliero scendeva a sette ore per motivi di propaganda, la produzione doveva restare inalterata e doveva essere portata avanti per tre turni giornalieri. Ma fu solo l'inizio di una lunga barbarie travestita da virtù. Dal 1929 iniziarono le «purghe» e perdere un braccio in un tornio o morire di fame in un campo pieno di spighe divennero il minore dei mali.

Equitalia, pronti i moduli per la rottamazione delle cartelle

repubblica.it

C'è tempo fino al 23 gennaio 2017 per chiedere lo sconto sui debiti accumulati

Equitalia, pronti i moduli per la rottamazione delle cartelle

Tutto pronto per la rottamazione delle cartelle di Equitalia. E’ disponibile sul portale www.gruppoequitalia.it il modulo per aderire alla definizione agevolata prevista all’art. 6 del dl 193/2016. Il modulo (DA1) sarà, da lunedì 7 novembre, disponibile anche presso tutti gli sportelli del Gruppo ed i contribuenti avranno tempo fino al 23 gennaio 2017 per aderire alla definizione agevolata.

Ecco il modulo

Il documento dovrà essere consegnato presso gli sportelli Equitalia oppure inviato, insieme alla copia di un documento di identità, all’indirizzo di posta elettronica (email o pec) riportato sul modulo e anche sul portale della società. Come prevede il decreto, con la  definizione agevolata si può scegliere di pagare in un’unica soluzione o a rate (fino a un massimo di quattro), l’ultima delle quali dovrà essere saldata entro il 15 marzo 2018. Equitalia invierà, come previsto dal decreto (180 giorni dalla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale) entro il 24 aprile del 2017, una comunicazione ai contribuenti che hanno aderito alla definizione agevolata in cui sarà indicata la somma dovuta insieme ai relativi bollettini con le date di scadenza dei pagamenti.


Equitalia, il decalogo per aderire alla rottamazione delle cartelle

La Stampa

La definizione agevolata consente ai contribuenti di ottenere una riduzione delle somme da pagare a Equitalia.

1) Quali sono le somme  che rientrano nella definizione agevolata?
La definizione agevolata prevista nell’articolo 6 del decreto legge n. 193/2016, si applica alle somme riferite ai carichi affidati a Equitalia tra il 2000 e il 2015.

2) Per aderire alla definizione agevolata bisogna fare una richiesta o arriva una comunicazione direttamente da Equitalia?
Bisogna presentare una dichiarazione attraverso un modulo (Dichiarazione di adesione alla definizione agevolata) che è disponibile sul sito www.gruppoequitalia.it e presso tutti gli sportelli di Equitalia. Entro il 24 aprile 2017 (180 giorni dopo la pubblicazione del decreto legge n. 193/2016 in Gazzetta Ufficiale) Equitalia comunicherà l’ammontare complessivo delle somme dovute, la scadenza delle eventuali rate e invierà i relativi bollettini di pagamento.

3) Fino a quando si può presentare la dichiarazione di adesione alla definizione agevolata?
La dichiarazione deve essere presentata entro e non oltre il 23 gennaio 2017.

4) Dove si può presentare la dichiarazione di adesione alla definizione agevolata?
Il modulo può essere consegnato allo sportello oppure inviato agli indirizzi di posta elettronica (email o PEC) riportati nel modulo della dichiarazione e anche sul sito www.gruppoequitalia.it.

5) Cosa deve pagare chi aderisce alla definizione agevolata?
Chi aderisce pagherà l’importo residuo delle somme inizialmente richieste senza corrispondere le sanzioni e gli interessi di mora. Per le multe stradali, invece, non si pagheranno gli interessi di mora e le maggiorazioni previste dalla legge.

6) Si paga in una unica soluzione oppure si può pagare anche a rate?
Si può pagare in entrambe le modalità, sia a rate che in un’unica soluzione, rispettando le date di scadenza riportate sulla comunicazione inviata da Equitalia e sui bollettini di pagamento. È possibile dilazionare l’importo fino a un massimo di 4 rate: il decreto prevede che le prime tre rate dovranno essere versate entro il 15 dicembre 2017, la quarta entro il 15 marzo 2018.

7) Chi ha già un piano di rateizzazione, può comunque aderire alle agevolazioni previste dal decreto?
Sì, ma deve pagare integralmente le rate in scadenza fino al 31 dicembre 2016.

8) Cosa succede se non si paga una rata o si paga in ritardo?
Chi non paga le rate stabilite, ma anche chi paga in misura ridotta o in ritardo, perde i benefici previsti dal decreto. Gli eventuali versamenti effettuati saranno comunque acquisiti a titolo di acconto dell’importo complessivamente dovuto.

9) Chi ha un contenzioso con Equitalia può comunque richiedere la definizione agevolata?
Sì, il decreto stabilisce che per aderire si debba espressamente dichiarare di rinunciare a eventuali contenziosi relativi alle cartelle interessate dalla definizione agevolata.

10) Come e dove si può pagare?
Si può pagare con la domiciliazione bancaria, con i bollettini precompilati o direttamente agli sportelli di Equitalia.

Va in pensione il giostraio napoletano di New York

Il Mattino

Schiavone

I bambini non chiedono di andare alla giostra, chiedono di andare da Lucio, tale è il rapporto che questo uomo gentile, con il fischio stampato tra le labbra come se fosse una lingua inventata con la quale comunica, ha saputo instaurare con i più piccoli abitanti di uno dei quartieri più affollati della città, e con i loro genitori. Affabile e sorridente sotto il casco di capelli bianchi come una nuvola che gli sovrasta il capo, è stato nel corso di più generazioni l'arbitro dei giochi nel parco, ma anche il paladino severo contro ogni violazione che potesse danneggiare i suoi amatissimi cavalli, alcuni con vere code di crine, altri con finimenti di fine pelle animale. In cambio di un biglietto da due dollari al prezzo corrente, Lucio ha aperto ogni

settimana le porte del paradiso per i bambini di Park Slope, e ha insegnato loro a pronunciare il suo nome, nonostante la difficoltà che molti americani hanno di fronte al dittongo finale.Schiavone è arrivato a New York negli anni '80, seguendo le tracce di un innamoramento giovanile che lo aveva legato ad una donna americana. A Napoli aveva studiato arte e aveva iniziato a dipingere e a scolpire. La manualità gli è tornata utile al momento giusto, perché in quegli anni la giostra del principale parco di Brooklyn era in stato di restauro, e Lucio è stato impiegato dal capomastro Will Morton nel salvataggio del legname duramente danneggiato dal tempo e dall'uso.

La giostra, una delle 33 ancora in uso negli Stati Uniti che portano la firma di Carmel, era stata inizialmente installata nel parco giochi di Coney Island, e poi traferita nel parco in prossimità del giardino botanico di Brooklyn. Lucio si era distinto per il suo carattere bonario e per l'amore che dimostrava per i cavalli di legno, e alla fine del restauro gli fu chiesto di diventarne il custode. «Quale altro posto di lavoro avrei potuto trovare - ama ripetere a chi glielo domanda dove tutti i clienti sono felici tutto il tempo?».

Così una stagione dopo l'altra Lucio ha accompagnato i bambini, che poi dopo un lungo periodo di assenza tornano a trovarlo con altri mocciosi sulle spalle, e la giostra della vita riprende il suo corso. Ora che il guardiano supremo ha deciso di appendere le briglie all'età di 73 anni, molti andranno a salutarlo questa mattina per un ultimo giro. L'amministrazione del parco prevede un affollamento tale, che ha chiesto ai visitatori di confermare la loro presenza su Internet per assicurarsi il diritto a salire sulla pedana girevole. Schiavone saluta, e promette che non andrà troppo lontano. Dopo 26 anni di nuovi abusi cavalli e padiglione hanno bisogno di un nuovo restauro, e l'ente del parco gli ha già chiesto di dare una mano ad eseguirlo.

I misteri di don falsario, il prete che beffò i nazisti

La Stampa
simona marchetti

Nel Pavese si riscoprono le imprese di Pietro Barbieri


Un eroe da riscoprire Pietro Barbieri (1893-1963): (a sinistra) mentre inaugura un ospedale e sopra la sua casa a Valle Lomellina

Lo chiamavano don falsario: lavorava in Vaticano, indossava l’abito talare ma le sue contraffazioni di documenti, tra 1943 e 1944, hanno salvato la vita a decine di ebrei e antifascisti. Di monsignor Pietro Barbieri, morto nel 1963 a Roma e nato a Valle Lomellina nel 1893, esiste una vastissima aneddotica.
Racconti che lo trasformano in un personaggio da romanzo: fabbricatore di passaporti falsi, fondatore di ospedali e imprese, editore, cappellano di Montecitorio, commentatore del Vangelo radiofonico domenicale, consolatore di Sacco e Vanzetti prima dell’esecuzione. Eppure, nei due paesi lomellini in cui ha lasciato tracce importanti, la sua Valle e Pieve del Cairo, non ci sono così tanti documenti sul suo operato, specie negli anni della guerra. 

Per questo il presidente della biblioteca locale, Marco Feccia, ha lanciato un appello per ricostituire un archivio che ne studi la figura e ne valorizzi la memoria. Venerdì 11 novembre è previsto un incontro fra gli studiosi di storia locale e chi ha avuto la fortuna di conoscere don Barbieri. Sono rimasti tanti misteri: a partire dall’archivio, di cui si sono perse le tracce. Dopo l’8 settembre si ritrovò a riprodurre carte d’identità e passaporti, lasciapassare verso la salvezza dei conventi per chi era perseguitato dai nazifascisti. Chi veniva indirizzato in luoghi sicuri veniva registrato con nomi di santi o pseudonimi. In un caso lui stesso arrivò a ingoiare il materiale per evitare la fucilazione. Ma di tutto questo resta solo il ricordo tra le persone che l’hanno conosciuto, carte non ce ne sono più molte.

Eppure fu un protagonista: «Riferimenti alla sua figura sono presenti anche nel film “Roma Città aperta” - racconta don Cesare Silva, storico della Diocesi di Vigevano -: a lui si sono ispirati gli sceneggiatori per creare uno dei preti della trama. Nella sua casa romana, in via Cernaia, si tennero in segreto le prime riunioni del Comitato nazionale di liberazione. Conosceva Alcide De Gasperi e anche Giulio Andreotti, Luigi Einaudi, Umberto Terracini e Pietro Nenni, di cui celebrò il matrimonio della figlia». Lo stesso leader socialista - racconta don Silva - si rifugiò in un convento grazie a un documento falso che gli aveva preparato il sacerdote.

La sua azione è ricordata anche in una targa sulla facciata dell’abitazione di via Cernaia: «In questa casa visse e sofferse il sacerdote di Cristo, monsignor Pietro Barbieri. Nei tristi giorni della occupazione nazista fraternamente accolse senza distinzione di fede e di opinione quanti perseguitati cercavano asilo». L’abitazione aveva due ingressi: uno ufficiale e uno segreto, che consentiva l’accesso a tutte le persone che lui proteggeva, con il beneplacito del Vaticano. Dopo la guerra fondò la casa editrice «Idea», che pubblicava una rivista che ospitava gli scritti di Einaudi e del filosofo Jacques Maritain, mentre in Lomellina restano di lui «La Cittadella Sociale», un ospedale fondato a Pieve del Cairo e inaugurato dall’allora presidente della Repubblica Einaudi, una casa di riposo e una tipografia. L’ultima biografia scritta su di lui è del 1964, poi più nulla.

Perfino

La Stampa
jena@lastampa.it

Il miracolo di Radio Maria, ha fatto incazzare perfino la Madonna.

Foodora: «Quattro euro a consegna, contributi e assicurazione infortuni: vi spieghiamo perché paghiamo così»

Corriere della sera

di FABIO SAVELLI

«Il nostro modello di business si basa su centesimi di euro. Ogni consegna ci costa almeno 5 euro. 2.90 euro li paga il cliente, il resto lo mettiamo noi. In un anno abbiamo contrattualizzato 700 persone a co.co.co.»

 

Da sinistra Matteo Lentini e Gianluca Cocco, i due country manager di Foodora Italia

«Quattro euro lordi a consegna, quindi 3.60 netti in tasca al fattorino. I contributi alla gestione separata Inps a carico nostro, perché tutti hanno un regolare contratto di collaborazione coordinata e continuativa come prevede la legge per le prestazioni di questo tipo. La copertura Inail contro eventuali infortuni. E la copertura assicurativa in caso di danni contro terzi».

Questo è l’ultimo contratto applicato da Foodora Italia a tutti i nuovi collaboratori/rider che portano il cibo dei ristoranti di tendenza di Milano e Torino nelle nostre case al massimo entro 35/40 minuti. Matteo Lentini, 28 anni, ex capo delle Operation di una startup analoga in Russia, bocconiano e Gianluca Cocco, ingegnere laureatosi a Politecnico di Milano, un’esperienza nella consulenza in Roland Berger e altri tre anni in Amazon come “cucitore” dei rapporti con le case editrici, sono i due country manager di Foodora Italia.

Per la prima volta parlano con la stampa dopo la protesta dei rider a Torino, che ha complicato per qualche giorno le consegne a domicilio. «L’agitazione è nata — spiegano i due — perché i rider che collaborano con noi da più tempo e ai quali non viene applicato il nuovo regime hanno protestato per il cambiamento nella politica dei compensi: da 5.60 euro all’ora ai 4 euro lordi a consegna. Una scelta che consente di tenere in piedi il nostro business». Il modello di Foodora è molto semplice, ma per forza di cose deve essere iper-flessibile per poter sopravvivere.

La startup del cibo a domicilio ha contrattualizzato 700 fattorini (450 a Milano e 250 a Torino) a co.co.co. Si basa su una rete capillare di ristoranti di tendenza tra Milano e Torino. In tutte le zone centrali della città. Selezionate dai “commerciali” di Foodora (una ventina di persone tra Milano e Torino) che rispecchiano una serie di variabili: dal cibo etnico ai tempi di fattura delle pietanze che raramente possono superare la mezz’ora. Tutti i ristoratori firmano un contratto commerciale basato su una commissione fissa corrisposta a Foodora soltanto in caso di ordine da parte del cliente. Il costo di consegna per una parte è pagato dal cliente e la spesa è esplicitamente segnalata nello scontrino (2,90 euro), la parte restante è versata da Foodora.

Secondo Cocco e Lentini il costo-azienda di ogni fattorino per Foodora è di 5 euro a consegna. Il netto a pagare per il fattorino, il quale firmato un contratto di collaborazione ma può liberamente decidere quanto lavorare e come (tanto viene pagato a cottimo), più i contributi previdenziali, le trattenute Irpef e la copertura Inail contro gli infortuni. Non c’è un rapporto di esclusività, anzi il rider che impiega la sua bicicletta (pre-condizione del contratto) e la sua sim telefonica (ma raramente deve telefonare al cliente, perché la gestione del rapporto in caso di ritardi nella consegna è gestita dal call center interno a Foodora e basato a Milano) può anche lavorare per un altro operatore della logistica, come Dhl o Poste, ma non per un concorrente come Uber Eats, Just Eat o Deliveroo.

«Chi lavora di più guadagna di più», dicono all’unisono. È possibile - assicurano i due manager - anche fare cinque consegne all’ora nella fascia di punta, che è tradizionalmente la cena. Qualche volta capita che il cibo arriva in ritardo. In quel caso Foodora dà un buono spesa al cliente per una spesa futura e copre l’esborso del ristorante se la consegna non viene effettuata. Ecco perché i margini sono risicatissimi. Sono spesso centesimi di euro a consegna e non è possibile chiedere di più.

Una gatta da un anno trascorre il suo tempo sulla tomba della sua proprietaria morta

La Stampa
cristina insalaco



La sua proprietaria è morta, ma l’amore che la gatta continua a provare per lei no. Per questo da un anno una gatta trascorre le sue giornate sulla tomba di Ibu Kundari, la sua padrona. Va al cimitero tutti i giorni, raggiunge il posto nel quale è sepolta e resta lì, in silenzio. Fissa la lapide, ci gira intorno, poi si sdraia come per sentirla più vicina a sé. 



Trascorre tutte le notti da un anno su quella tomba azzurra, a Central Java, in Indonesia. «La vedo tutti i giorni al cimitero - racconta un ragazzo, Keli Keningau Prayitno - a volte sparisce per qualche ora e allora penso che se ne sia andata. E invece torna sempre». Se ne va per tornare nella casa in cui aveva vissuto con la sua proprietaria. 



Qui incontra i figli, i parenti. Mangia le sue crocchette e si lascia coccolare un po’ per poi tornare sempre dalla sua amata proprietaria. Qualche residente ha iniziato a portare cibo e acqua per la micia direttamente al cimitero. E lei apprezza, ma da quel punto non ha intenzione di andarsene. «Ci fa una grande tenerezza - racconta una residente -: vorremmo aiutarla ma non sappiamo come fare».



Keli ci ha provato, ma con scarsi risultati: «Volevo adottarla - racconta - portarla via con me per farle iniziare una seconda vita, ma non è stato possibile». Ha tentato di portarla a casa sua, ma la gatta tornava sempre al cimitero. «Ho capito che per ora è questo il posto in cui vuole stare. Vederla comportarsi così è per me la dimostrazione di quanto possa essere grande un amore. E’ commovente». 

La giustizia argentina: liberate lo scimpanzé Cecilia, è un “soggetto non umano” con dei diritti da rispettare

La Stampa
fulvio cerutti



La Corte di Argentina ha stabilito che lo scimpanzé Cecilia è un “soggetto non umano” con diritti fondamentali da tutelare. Una decisione fondamentale per la primate che sarà così liberata dal tanto contestato zoo di Mendoza e verrà trasferita in un santuario naturale in Brasile. 



La sentenza è arrivata sulla base di una ricca documentazione presentata dall’Associazione dei funzionari e degli avvocati per i diritti degli animali (Afada) e dal Progetto Grandi Scimmie. Secondo le due organizzazioni Cecilia vive in condizioni “deplorevoli”, confinata in una cella di cemento che non soddisfano le esigenze di un animale.



Il giudice Maria Alejandra Mauricio accettato l’habeas corpus, ossia la possibilità di verificare le condizioni personali di un prigioniero ed evitarne una detenzione senza concreti elementi di accusa. Un diritto normalmente riconosciuto agli esseri umani, ma che in questo caso è stato accettato per uno scimpanzé considerandolo come “soggetto non umano” ma con diritti da rispettare.



Il caso di Cecilia ricorda quello del 2014 che ha visto protagonista l’orango Sandra che era detenuta nello zoo di Buenos Aires. Anche in quel caso un giudice riconobbe lo stato di “soggetto non umano” per la primate, ma l’età dell’animale non permise il suo trasferimento.



Ora per Cecilia può iniziare una seconda vita. Lei, ora trentenne, ha trascorso la maggior parte della sua vita in una cella, gli ultimi anni anche in solitudine dopo la morte di Charly e Xuxa, due altri scimpanzé con cui viveva. Fatto, quest’ultimo, ha accentuato ancora più il rischio di depressione e isolamento. Ora potrà assaporare la libertà di un’oasi naturale (vedi foto sopra) ben diversa dalla sua cella sporca e stretta. «Pensiamo che il riconoscimento legale dei suoi diritti fondamentali - spiegano dall’Afada - sia un passo molto importante per contribuire alla liberazione di altri animali come Cecilia, la cui specie è la più simile a quella umana».

twitter @fulviocerutti