venerdì 4 novembre 2016

Cosa si festeggia in Italia il 4 novembre

La Stampa

Oggi è la giornata dell’unità nazionale e delle forze armate. Da quando si celebra e perché?



Oggi, 4 novembre, l’Italia celebra la giornata dell’unità nazionale e delle forze armate. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e le più alte cariche dello Stato hanno partecipato al picchetto d’onore schierato a piazza Venezia: il capo dello Stato è stato accompagnato dal ministro della Difesa Roberta Pinotti, dal premier Matteo Renzi, dal presidente del Senato Pietro Grasso, dalla presidente della Camera Laura Boldrini. C’era anche il sindaco di Roma Virginia Raggi. Sull’Altare della Patria è stata deposta una corona d’alloro mentre suonava l’inno di Mameli.

Perché si celebra il 4 novembre?
La giornata è stata istituita nel 1918 per commemorare la fine della Prima guerra mondiale per l’Italia. Il 4 novembre è la data dell’entrata in vigore dell’armistizio di Villa Giusti. 

Cos’è l’armistizio di Villa Giusti?
È l’accordo firmato a Padova il 3 novembre 1918 dall’Impero austro-ungarico e dall’Italia, alleata con la Triplice Intesa (il Regno Unito, la Francia e la Russia). 

Cosa prevedeva l’intesa?
Le condizioni dell’armistizio prevedevano che all’Italia venissero consegnati tutti i territori austriaci previsti dal patto di Londra, ma la trattativa era subordinata a quella che si teneva a Versailles. L’unico punto in discussione era pertanto la data di cessazione delle ostilità. 

Con quali altre feste non va confusa?
Con altre due giornate: l’anniversario dell’Unità d’Italia che cade il 17 marzo, data che richiama la proclamazione del Regno d’Italia (1861); e, in secondo luogo, la Festa della Repubblica italiana che si festeggia il 2 giugno, data del referendum istituzionale del 1946. 

Il 4 novembre è un giorno festivo per chi lavora?
No, ma fino al 1976 lo è stato. Dal 1977, a causa della riforma del calendario delle festività nazionali introdotta con legge n. 54 del 5 marzo 1977. Anche per questo la sua importanza è andata in declino negli Anni Ottanta e Novanta. Ma a partire dagli Anni Duemila, grazie anche all’impulso del presidente Carlo Azeglio Ciampi, è tornata ad essere celebrata con orgoglio dalle istituzioni e, in parte, dai cittadini. 

"Profughi a mia insaputa", il sindaco leghista non ci sta: e nel Bergamasco accende i tabelloni Gli avvisi luminosi per dissociarsi dalla deci

repubblica.it
di LUCIA LANDONI

Gli avvisi luminosi per dissociarsi dalla decisione di accogliere 60 richiedenti asilo in una struttura. Ora Giorgio Valoti vorrebbe cacciarli per ospitare i terremotati a Cene

"Profughi a mia insaputa", il sindaco leghista non ci sta: e nel Bergamasco accende i tabelloni

Voleva che ai cittadini fosse ben chiara la sua totale estraneità all'arrivo di 59 profughi sul territorio comunale e ha deciso di diffondere una comunicazione ufficiale attraverso i tabelloni luminosi adibiti agli avvisi dell'amministrazione: Giorgio Valoti, sindaco leghista di Cene (in provincia di Bergamo) non ha preso bene la decisione della Prefettura di sistemare alcune decine di migranti nell'ex colonia del Monte Bue, di proprietà della Curia bergamasca.

Il primo cittadino ha anche postato sul suo profilo Facebook la foto del tabellone in cui comunica alla cittadinanza di aver subito la decisione "senza essere informato preventivamente" e negli ultimi giorni ha affidato più volte al social network il suo pensiero in materia, innanzi tutto invitando tutti gli abitanti di Cene a un consiglio comunale per fare "il punto della situazione sull'emergenza che il nostro paese sta vivendo/subendo in prima persona", poi pubblicando la lettera inviata al prefetto e infine lanciando un'idea alternativa.

"La proposta che porterò avanti, sia con il vescovo sia con il prefetto, è quella di usare la casa vacanze della curia, appena assegnata a 60 cittadini stranieri, come accoglienza per le persone terremotate che hanno perso la loro casa" ha scritto Valoti poche ore dopo la nuova scossa di terremoto che ha messo in ginocchio il centro Italia.

Insomma, è meglio ospitare gli italiani rimasti senza un tetto rispetto ai profughi secondo il sindaco, che comunque nella lettera al prefetto di Bergamo Tiziana Giovanna Costantino aveva scritto di ritenersi "sollevato da ogni responsabilità per quanto attiene l'incolumità e la sicurezza delle persone ospitate presso la struttura".

Direttore di banca suicida 10 anni fa Il Fisco gli chiede i redditi del 2002

Il Mattino
di Olivia Bonetti



DOMEGGE DI CADORE - L'ha fatta finita 10 anni fa: è sfuggito così al procedimento penale che era in corso, ma non alle tasse. Sì perché l'Agenzia delle Entrate non si è data per vinta: non ci sta a perdere nell'accertamento sull'Irpef del 2002, neanche se il contribuente è morto. Una storia terribile che prende origine da una tragedia. È quella di Fabio De Martin, il direttore di banca di Domegge, morto suicida nella sua casa di San Vito di Cadore, a 34 anni, nel gennaio 2006. In preda a una tremenda depressione portò con sé anche il padre Erminio, 77 anni, che uccise, prima di togliersi la vita, con una fucilata.

Il ciclone che lo ha trascinato nel baratro era scoppiato nel 2004 quando Fabio De Martin, allora direttore della filiale di Domegge della Banca dell'Alto Adige venne rimosso. Secondo l'indagine che era in corso il direttore avrebbe svolto, all'insaputa dell'Istituto di appartenenza, attività di investimento di rilevanti somme di clienti. Ebbene ora l'Agenzia delle Entrate vuole le tasse (l'Irpef in particolare) sulle commissioni. Insomma, una storia che ha dell'incredibile. Il procedimento penale che si era instaurato dopo la denuncia dell'istituto di credito, per truffa e violazione del testo unico della legge sulla banca e sull'intermediazione finanziaria, si è chiuso con la morte del reo.

Non si è mai dimostrato in un'aula di giustizia che il direttore avesse effettivamente fatto quegli investimenti. È arrivato a termine invece l'accertamento della Guardia di Finanza che aveva ricostruito che nel 2002 sarebbero stati 3 milioni 297mila 396 gli euro investiti dal direttore. Così in sede di accertamento era stato rideterminato il reddito, presumendo l'avvenuta percezione da parte del direttore di compensi a titolo di commissioni in misura pari all'1,5% del capitale investito. Insomma 494mila euro circa, sui quali l'Agenzia delle Entrate vuole le tasse dagli eredi.

Non si è fermata neanche dopo l'annullamento dell'avviso di accertamento sentenziato dalla Commissione Tributaria regionale di Venezia (in secondo grado in riforma della sentenza della Commissione tributaria di Belluno). L'Agenzia delle Entrate è arrivata fino alla Cassazione ottenendo, con sentenza di qualche settimana fa, l'accoglimento del ricorso. Ora il caso torna alla Tributaria Regionale di Venezia-Mestre in diversa composizione che deciderà, ancora una volta, su quelle tasse non versate
.
Intanto l'eredità di De Martin, a 10 anni dalla morte, resta ancora giacente.

Fabriano, non è a casa per la visita fiscale Ma l'abitazione è inagibile e lei è sfollata

Il Mattino

Gli sfollati a Fabriano

FABRIANO - Sfollata e in malattia, il medico dell'Inps non la trova in casa. Il terremoto rende tutti più fragili ma a volte la macchina della pubblica amministrazione ci mette lo zampino. Accade, ad esempio, a Fabriano a una donna che ha dormito in macchina con casa inagibile. Era in malattia ed è rimasta nei dintorni. Poi, prima di pranzo, ha raggiunto l’abitazione per prendere al volo alcuni effetti personali e ha trovato, nella cassetta della posta, il foglio del medico dell’Inps che era passato per il classico controllo che si fa quando un dipendente è in malattia.

Non avendo trovato nessuno in casa ha lasciato il foglio che testimonia l’assenza della donna. «Non ero li perché ho casa inagibile – ha detto Alessia – e non avevo avuto modo di avvertire l’Inps che dormivo nel parcheggio. La macchina burocratica va avanti come se non fosse accaduto nulla». Poi l’appello al sindaco Giancarlo Sagramola. «Non sarà il caso di prendere le parti dei suoi concittadini e chiedere chiarimenti in merito? Poi si chiedono perché i contribuenti sentono lo Stato nemico?».

Mercoledì 2 Novembre 2016, 11:34 -
Ultimo aggiornamento: 02-11-2016 18:02

«Senza lavoratori extra Ue gli armatori non sono competitivi»

Corriere della sera

di FABIO SAVELLI

L’esecutivo ha emanato un decreto in cui obbliga ad assumere personale comunitario. Ma Confindustria non ci sta. Il presidente di Confitarma Emanuele Grimaldi: «Cosi si perde competitività». Un marinaio extra-comunitario costa un quarto di quello italiano


Un decreto legislativo appena emanato dal governo sta facendo inalberare Confindustria, soprattutto Confitarma, l’associazione di rappresentanza degli armatori. Il testo prevede che nelle tratte di continuità dei traghetti, per le quali è prevista almeno una sosta in un porto italiano le compagnie devono dotarsi di personale comunitario, quindi anche italiano, se vogliono usufruire dei benefici fiscali e contributivi previsti dalla legge 30/98.

Si tratta di una sorta di corsia preferenziale per i lavoratori di casa nostra in un settore in cui negli ultimi anni è esplosa la manodopera extra-Ue. Il personale non comunitario è sottoposto alla disciplina di un contratto collettivo diverso rispetto a quello dei trasporti che invece legifera le assunzioni di personale italiano a bordo delle navi. È chiamato «no domus» e consente alle compagnie di assumere ad un costo del lavoro più basso rischiando di estromettere i lavoratori comunitari dall’intera filiera. Il governo è corso ai ripari imponendo un giro di vite. Ma Confindustria non ci sta.

Il presidente di Confitarma, Emanuele Grimaldi, lamenta una «perdita di competitività della bandiera italiana e l’inevitabile trasferimento della flotta traghetti sotto altra bandiera».Il principale concorrente, Vincenzo Onorato di Moby (che ha acquisito Tirrenia), è di altro avviso. Sostiene la necessità di tutelare i posti di lavoro qui in Italia. Ma anche il fronte sindacale è diviso. I sindacati Cgil, Cisl e Uil contro Federmar, che non è stata chiamata in audizione in commissione Trasporti alla Camera dei Deputati. Nel contratto «No domus» è prevista una quota a carico dell’armatore. Che finirebbe nelle casse dei confederali. Cortocircuito.

Perché gli americani votano in anticipo, e dove si può cambiare idea

La Stampa
nadia ferrigo

Nelle elezioni del 2012 quasi un terzo dei voti sono stati espressi in anticipo: la legislazione elettorale cambia parecchio di Stato in Stato, e lo staff di Trump ha dato un’informazione sbagliata



A sei giorni dal voto che deciderà il nuovo presidente degli Stati Uniti, moltissimi americani hanno già fatto la loro scelta. Non solo: in alcuni casi possono ancora cambiare idea. Elezione dopo elezione, sempre più persone - poco meno del 30% nel 2008, e poco più nel 2012 - hanno deciso di avvalersi della legge che in più della metà degli Stati americani permette di votare in anticipo, anche in assenza di un giusto motivo per non potere essere alle urne l’8 novembre.

Dan Scavino, social media manager della campagna elettorale di Trump, ieri ha invitato tutti gli «early voter» di Pennsylvania, Michigan, Minnesota e Winsconsin schierati con i democratici a cambiare idea, dopo le nuove rivelazioni dell’Fbi. Secondo Scavino cambiare idea sarebbe possibile fino a oggi, 3 novembre. Il tutto, grazie a una semplice telefonata. Ma è proprio così? Intanto Google Trends ha registrato un picco di ricerche sul tema. Semplice curiosità, o in tanti sono pronti a cambiare idea? Secondo i sostenitori di Trumo, Hillary Clinton potrebbe essere nei guai: chi l’ha già votata, starebbe pensando a come rimediare. 

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Come funziona l’«early voting», il voto anticipato?
In 37 Stati e nel District of Columbia è previsto il cosiddetto «early voting». Secondo il «New York Times», hanno già fatto questa scelta 22 milioni di elettori.

Il voto anticipato è diverso dall’«absent vote» . Il primo è una opzione che alcuni Stati danno agli elettori, il secondo invece c’è ovunque e richiede all’elettore di dare un motivo specifico sul perché non potrà votare di persona. Si tratta quindi di una votazione via mail, con regole che possono cambiare da Stato a Stato. In linea generale, riguarda i militari e i loro familiari e i cittadini americani che vivono all’estero. Per l’«early vote», tempi e i modi variano parecchio da Stato a Stato, da 45 giorni prima al venerdì precedente le elezioni.

In Georgia per esempio «early» e «advance» hanno due significati diversi. Nel primo caso, si vota una settimana prima, in diverse località nelle contee urbane e suburbane. Il secondo invece significa votare con largo anticipo, fino a 45 giorni prima del giorno delle elezioni, e si può fare solo negli uffici elettorali. Non si vota invece il giorno prima delle elezioni.

In Montana i giorni di anticipo sono 30,

in North Dakota sono 15.

In Texas 17 

in New Mexico 28.

In Colorado, Oregon e nel distretto di Washington per esempio si vota esclusivamente via mail, prima del giorno delle elezioni.

Negli Stati Uniti poi si può votare anche nelle librerie o nei grandi magazzini: anche questo caso le leggi cambiano parecchio. 

Ma perchè si vota in anticipo? E in quali Paesi?
L’obiettivo è aumentare il più possibile la partecipazione al voto. Si può votare in anticipo in Australia, Canada, Finlandia, in Germania con qualche limitazione. In Irlanda per esempio è molto diffusa l’usanza di votare qualche giorno prima delle elezioni: il cattivo tempo potrebbe essere un ostacolo soprattutto per chi arriva dalle zone più isolate. Dal 2008 in Nuova Zelanda le urne aprono 17 giorni prima il giorno delle elezioni, già negli uffici elettorali. In Svezia per agevolare il più possibile il voto non c’è nemmeno bisogno di una registrazione alle liste, ma basta l’indirizzo di casa. E il giorno delle elezioni vengono allestiti dei seggi elettorali anche negli ospedali. 

Tra i suoi sostenitori, c’è Barack Obama
Tra i sostenitori del voto anticipato c’è niente meno che Barack Obama. Come si può vedere in un video realizzato dallo staff di Hillary Clinton, che gioca sul fatto che il presidente è sempre in anticipo, Obama ha votato lo scorso 17 ottobre. Nell’ultimo report concluso nel 2014, la «Commissione presidenziale sulle elezioni amministrative» ha sottolineato quanto sia necessario incentivare anche il «no-excuse voting», cioè il voto prima delle elezioni, e senza un valido motivo per l’assenza. Questa scelta è cresciuta in fretta negli anni, seguendo quella che la Commissione ha definito «una tranquilla rivoluzione».

Nelle elezioni del 2012, quasi un terzo dei voti sono stati espressi in anticipo, più del doppio che nel 2000. Tra i punti chiave, la Commissione rileva che il voto anticipato è un vantaggio per gli elettori, e il periodo a disposizione prima dell’Election Day dovrebbe essere ampliato, sempre nell’ottica di far partecipare alle elezioni più persone possibili, e rendere più semplici le operazioni di voto. 

Il diritto a una baracca

La Stampa
roberto malini

Chiunque di noi potrebbe improvvisamente trovarsi senza lavoro e senza casa, costretto a trovare rifugio in una roulotte. Cosa faremmo se ci sgomberassero?



A chiunque di noi potrebbe capitare di trovarci senza lavoro, senza un tetto sulla testa. È la condizione in cui si trovano, in Italia, migliaia di famiglie che non hanno alcuna proprietà, alcun reddito sicuro. Una miriade di associazioni - molte delle quali parassite - lucrano su quest’umanità disperata, esclusa e perseguitata dalle istituzioni. Sono le voci che chiedono il «superamento» degli insediamenti di emergenza per gestire progetti quasi sempre inutili e inefficaci, se non per le loro tasche. 

Ma riflettiamo! E se toccasse a noi? Ai nostri cari? Da parte mia, se rimanessi senza lavoro e senza casa, preferirei ricominciare costruendo una baracchina su un pezzo di terra libera piuttosto che mettermi nelle mani di un’associazione o supplicare le istituzioni di «aiutarmi». Senza inginocchiarmi davanti a nessuno, beneficerei di eventuali contributi previsti dalla legge. Poi, penserei da solo a migliorare la mia vita, prima con un’attività temporanea, poi con un nuovo lavoro e, quando possibile, una casa. 

I diritti umani ci consentono di non farci uccidere da un momento difficile. Il diritto alla sopravvivenza sulla terra libera, però, ci è negato. Quale che sia la nostra etnia o il gruppo sociale da cui proveniamo, se costruiamo una baracca su un lembo di terra, in capo a pochi giorni arrivano le forze dell’ordine e ci cacciano, dopo averci denunciato per occupazione abusiva di suolo pubblico. Quindi la nostra abitazione provvisoria viene distrutta dalle ruspe. Ecco: ci trasformano in un istante da brave persone in difficoltà in criminali.

Ma se mi cacciano dalla baracchina, allora devo spostarmi; i miei figli non possono restare nella scuola vicina, mi diventa impossibile cercare un lavoro e non ho una residenza dove essere rintracciato. Mi annientano, con la mia famiglia e la mia comunità. Senza bisogno di campi di concentramento. Con il gas dell’intolleranza.

Sgarbi, la sentenza definitiva sul terremoto: la frase da brividi su Dio

Libero

Sgarbi, la sentenza definitiva sul terremoto: la frase da brividi su Dio

Dio non ci ama. O, per lo meno, ultimamente non dimostra grande simpatia per il genere umano. Vittorio Sgarbi vede nei terremoti degli ultimi giorni un intervento dell' Altissimo. Anzi, come spiega a Radio Cusano Campus, un disinteresse divino: «Se uno non crede se ne fa una ragione. Ma se uno crede, si chiede che ca**o di patrono abbia, se non è capace neanche di tenere in piedi la propria chiesa. Vuol dire», tuona il critico d' arte, «che Dio si fa i ca**i suoi».

Lo Stato pensi a ricostruire i paesi distrutti «invece di fare nuvole del ca**o». Interpellato da Libero, Sgarbi articola più ampiamente la sua teoria: «Non so se c' è ira divina verso di noi o verso il Papa»: questa, ricorda, è la teoria del «vice ministro israeliano Kara», che ha parlato del terremoto come «una punizione» del Sommo.

Come stanno le cose?
«Io dico che le chiese servono a proteggere gli uomini, non devono essere gli uomini a proteggere le chiese. Faccio una considerazione generale sul fatto che il terremoto è un' espressione purissima di Dio, della natura e della condizione di sudditanza dell' uomo».

L' Eterno non ci ama?
«Dio non ce l' ha con nessuno, ma non mostra particolare misericordia per gli uomini».

Lei ha visitato le zone terremotate. Che idea s' è fatto?
«Si tratta di un terremoto insidioso che da più di tre mesi avanza e ha dato il colpo di coda (e speriamo che sia di coda) negli ultimi giorni distruggendo paesi e paesi. Ad agosto furono solo Accumoli, Arquata e Amatrice. Ora le aree interessate si estendono a Norcia, a Preci, Camerino, San Severino, Tolentino. Il sisma ha investito parte delle Marche con diversi effetti, ma con una determinazione mai vista. E questa pervicacia fa appunto pensare che, siccome buona parte dei monumenti lesionati sono chiese, Dio abbia avuto poca attenzione per il suo patrimonio ecclesiastico».

Ha idea di quanti soldi ci vorranno per la ricostruzione?
«Ci vorranno 4 miliardi di euro. Se ci fossimo fermati al sisma di agosto, un miliardo forse poteva bastare. Ma adesso, con l' estensione a tutti gli altri paesi, mi pare abbastanza chiaro che serviranno molti più soldi».

È solo il terremoto ad aver fatto danni o c' è la mano dell' uomo che non ha degnamente conservato i luoghi?
«Se anche ci fosse stata manutenzione, il terremoto è stato così potente che si sarebbe fatto beffe di sicurezze e prevenzioni».

A suo giudizio quali sono i danni più gravi al patrimonio artistico e monumentale?
«Direi sicuramente la Chiesa di San Salvatore a Campi, in prossimità di Norcia, che è quasi del tutto rasa al suolo e l' Abbazia di Sant' Eutizio, vicino a Preci».

Per ricostruire tutto ci vorranno anni.
«Il governo ha preso un impegno e occorrerà che rimetta in piedi tutto. I soldi che lo Stato darà serviranno per restituire l' idea di nazione. Una nazione che ha patito una ferita, ma la ripara».

Salvatore Dama

Facci: "Basta lagne per le chiese crollate...". La frase sul Papa e quella montagna di soldi

Libero

Facci: "Basta lagne per le chiese crollate...". La frase sul Papa e quella montagna di soldi

Conoscevo gli italiani casa e chiesa, non chiesa e casa. Ma non serve essere anticlericali per chiedersi se non stiamo esagerando (forse) con i pianti e i preventivi per danni alle chiese, per le crepe nei campanili, per i crolli delle basiliche già simboli della cristianità eccetera: anche all' italiano più artisticamente sensibile, uno che magari sia impiegato ai Beni Culturali, vorrei chiedere se avrebbe più urgenza di restaurare la Basilica di Norcia - dove non abita nessuno - o il tetto di casa sua, così da smettere di vivere in una tenda con moglie e figli.

È chiaro che a fare il giro del mondo sono le immagini devastate di un patrimonio che riporta alle nostre radici e alla nostra identità e alla nostra storia, è chiaro che i turisti vengono a visitare gli antichi borghi e non una schiera di casette di legno costruite in Alto Adige: non fatemi dire queste cose ovvie. Ma al centesimo articolo di giornale che invoca anzitutto i fondi per ripristinare i simboli del monachesimo benedettino, beh, mi chiedo se uno sfollato abbia pagato le tasse tutta la vita perché un tetto sulla testa ce l' abbia prima lui o prima Santa Maria Argentea.

Ci sono più di 40mila sfollati da assistere tra Marche, Lazio, Abruzzo e Umbria, di cui solo 3mila nella Norcia della famosa basilica: prima loro, grazie. Prima i simboli del presente, poi quelli del passato. Quanto al Vaticano, ora sa che farsene dell' 8 per mille.

Filippo Facci: perché non si dovrebbe dare un euro in beneficenza ai terremotati

Libero

Mandare al diavolo questo clima solidaristico e dichiarare solennemente che non metterò un euro per il terremoto, sostenere che nessuno in effetti dovrebbe metterlo perché lo Stato ha tutti i fondi e le risorse per affrontare queste cose, non cedere al ricatto emotivo di un Paese culturalmente imperniato sull’emergenza anziché sull’organizzazione, votato al volontariato anziché al dovere professionale e civico, fondato sulla beneficenza, sul numerino da chiamare, l’sms da mandare, su giornali e telegiornali e cantanti e personalità che mostrano immagini della catastrofe con sovraimpressi gli estremi per restare arruolati al circo della fratellanza improvvisata: sì, la tentazione c’è, la voglia di chiamarsi fuori è forte.

Il Papa e l’equivoco da chiarire

Corriere della sera
di Aldo Cazzullo



E’ la prima volta che il Papa parla di «prudenza» nell’accogliere i rifugiati, e ancor più i migranti. Non è una correzione di rotta, ma una specificazione importante. La paura forse non è la più nobile delle attitudini; ma non è una colpa. Non va alimentata e usata. Ma non va neppure negata e rimossa. Francesco fa bene ad ammonirci a non chiudere il nostro cuore, come ha ripetuto ieri.

Ma in passato è accaduto che le sue parole si prestassero a essere confuse con un incoraggiamento a partire verso l’Italia. Un conto è accogliere e integrare; un altro è incoraggiare un flusso imponente, che alimenta anche traffici criminali. Per questo l’intervento a bordo del volo papale di ritorno dalla Svezia serve a dissipare un possibile equivoco. Anche perché, accanto ai sentimenti dei nuovi arrivati, Bergoglio mostra di tener conto anche di quelli degli italiani.

Rifugiati e migranti — bene ha fatto il Papa a distinguere — non arrivano in un Paese prospero, coeso, sereno. Si affacciano in un’Italia che vive un vero e proprio dopoguerra. La crisi ha lacerato in modo devastante il tessuto industriale e sociale, soprattutto al Nord, soprattutto in provincia. Il terremoto infinito e diffuso del Centro Italia assorbe risorse ed energie della Protezione civile. In queste circostanze, è quasi miracolosa la generosità con cui il Paese — a cominciare dall’avamposto di Lampedusa — ha salvato e accolto centinaia di migliaia di stranieri, nel disinteresse pressoché totale dell’Europa.

L’accordo sulla ripartizione delle quote dei migranti è stato vergognosamente disatteso: un atteggiamento ben più grave delle rivolte sporadiche come quella — fuori luogo — di Gorino. Sui media tende a prevalere una visione irenica e spensierata dell’immigrazione, tipica di un’élite per cui gli stranieri sono colf a basso costo e chef di ristoranti etnici. Il primo Papa sudamericano ha un’altra storia, un’altra autorevolezza. A maggior ragione le parole che abbiamo ascoltato ieri sono preziose.

Bulgaria, 13 milioni di euro falsi trovati in fondo a un lago

La Stampa

La somma in banconote da 500 euro. Sei arresti: “E’ il più grande sequestro della storia dell’euro”

Oltre tredici milioni di euro in banconote false in fondo a un lago. È un ritrovamento straordinario quello della polizia bulgara. Gran parte del denaro falso, in banconote da 500 euro. A trovare il tesoro contraffatto sono stati i sommozzatori sul fondo di un lago artificiale nel sud del Paese, nascosto a ridosso di una diga. La polizia è riuscita a scoprire il denaro contraffatto dopo le ammissioni fatte da uno dei falsificatori tratto in arresto.

Secondo il procuratore Sotir Tsatsarov si tratta di una «delle maggior quantità di banconote contraffatte della storia dell’euro». In sei sono finiti in manette, tra i quali il capo della tipografia dove venivano stampate le banconote. Un precedente simile era avvenuto in Portogallo, quando furono trovati biglietti da 200 euro per un valore totale di 380.000 euro. 

Proprio per evitare episodi di contraffazione che la Banca Centrale Europea ha smesso di stampare le banconote da 500 euro. 

Alibaba e quel “maiale volante” che offende i musulmani

La Stampa
cecilia attanasio ghezzi

Il colosso dell’ecommerce cinese ha cambiato nome alla sua app per i viaggi, da “Alitrip” a “FeiZhu”, che significa appunto “maiale volante”: sui social media si è scatenato l’inferno



Alibaba ha cambiato nome alla sua app per i viaggi da Alitrip a FeiZhu, «maiale volante». Adil Memettur, un imprenditore uiguro, la minoranza turcofona e musulmana che vive nella regione occidentale dello Xinjiang, si è lamentato perché il colosso dell’ecommerce cinese non ha avuto rispetto per la popolazione musulmana . Memettur, che è diventato famoso per aver commercializzato online un dolce tipico dello Xinjiang e ha oltre 210mila follower su Weibo, il twitter cinese, ha scritto: «Ora che Alitrip ha cambiato nome in FeiZhu posso solo disinstallare l’applicazione. E forse lo faranno anche altri amici musulmani perché la parola maiale è un tabù per i musulmani di tutto il mondo. Alibaba è una multinazionale, non dovrebbe forse prestare attenzione ai tabù dell’islam?». L’effetto è stato contrario a quello sperato. 

Su i social media cinesi si è scatenato l’inferno e Memettur ha dovuto cancellare il suo post. Il maiale è un animale fortunato per la cultura cinese ed è alla base della sua cultura millenaria. Nello zodiaco locale è un segno legato alla fertilità e alla crescita economica. «Ognuno ha il duo modo di vivere», ha argomentato l’utente Fireflyinred. «Noi non ti costringiamo a vivere secondo le nostre leggi e tu devi fare altrettanto».

E ancora tale Huang: «La religione può servire ad auto regolamentarsi, ma è inappropriato usare le proprie convinzioni per limitare gli altri». Una donna della minoranza musulmana etnicamente cinese degli hui ha commentato al quotidiano Global Times: «Non mangiamo il maiale ma non abbiamo nessun problema con la parola in sé. Ci sono anche diversi musulmani che hanno questo cognome (a onor del vero si chiamano sì zhu, ma il carattere usato non ha il significato di maiale)».

La polemica mostra come le divergenze con la minoranza musulmana si stiano ampliando invece che assottigliarsi. La Repubblica popolare è la patria di 21 milioni di musulmani per la maggior parte appartenenti a due gruppi etnici: gli hui, fisicamente molto simili alla popolazione han, e gli uiguri, fisicamente vicini a altre popolazioni centroasiatiche. Insieme rappresentano appena l’1,6 per cento della popolazione. Ma se i primi sono piuttosto integrati, i secondi denunciano che le politiche di Pechino sono volte a cancellare le loro radici culturali. In Xinjiang la forbice economica tra le due etnie si è allargata enormemente e negli anni la resistenza culturale si è trasformata in guerriglia. Dagli scontri tra han e uiguri del luglio del 2009 (197 morti e oltre 1.600 feriti) a oggi, si contano oltre mille vittime.

Gli uiguri reagiscono ai divieti e alle restrizioni con coltelli e bombe artigianali, mentre Pechino reprime con pugno di ferro e condanne esemplari. Secondo il governo sarebbero almeno cento i cittadini cinesi arruolati nelle fila dello Stato islamico pronti a tornare in Cina jihadisti.

Prima condanna in Giappone per un incidente causato dall’uso di Pokémon Go

La Stampa

Lo scorso agosto un uomo di 39 aveva investito e ucciso una donna e ferito un’altra mentre era guida di un autocarro: stava giocando con il suo smartphone



Il responsabile del primo caso di morte in Giappone dalla data del lancio del gioco Pokémon Go è stato condannato a 14 mesi di prigione. Lo scorso 23 agosto, impegnato al gioco mentre era alla guida del suo autocarro, l’agricoltore 39enne Keiji Goo aveva investito e ucciso una donna di 72 anni e ferito gravemente un’altra mentre attraversavano la strada nella città di Tokushima. L’accusa aveva chiesto una condanna a 20 mesi in prigione.

L’avvocato difensore ha detto che l’imputato non ha intenzione di presentare ricorso. Nel pronunciare la sentenza il giudice ha sottolineato la “grave negligenza” del guidatore che a causa della distrazione non è riuscito a prevenire la disgrazia. Dal 22 luglio in Giappone, la data del lancio del popolare gioco della Nintendo che tramite l’uso dello smartphone utilizza la tecnologia Gps, si sono verificati altri due incidenti mortali. Uno ha riguardato una giovane donna vietnamita e l’ultimo - appena la scorsa settimana - un bambino di 9 anni, entrambi nella prefettura di Aichi. 

Social network, testate e agenzie giornalistiche tutti insieme contro le bufale sul web

La Stampa
carlo lavalle

Anche Facebook e Twitter si sono uniti First Draft, il progetto promosso da Google per contrastare la diffusione di notizie false su Internet



Anche Facebook e Twitter si sono uniti a First Draft, il progetto promosso da Google per contrastare la diffusione di bufale e notizie false su Internet. Si allarga, così, la platea di partner di questo network, nato nel giugno 2015 per migliorare la qualità dell’informazione online. Al circuito, oltre alle principali piattaforme social, hanno aderito molte testate e agenzie giornalistiche di primaria importanza come New York Times, Washington Post, CNN, al Jazeera, Agence France-Presse, Euronews e The Telegraph.

L’ETÀ D’ORO DELLA FALSA INFORMAZIONE
L’iniziativa realizzata su impulso di Big G punta a fornire risorse, strumenti di verifica, analisi e comprensione, specialmente a professionisti ed esperti del settore che si muovono in un ambiente sempre più permeato da cattiva informazione. I casi di notizie false, non attendibili o inventate di sana pianta, messe in circolo nel web, si moltiplicano e anche in Italia abbondano. Come quelli più recenti emersi in occasione del terremoto dell’agosto 2016. Siamo nell’età d’oro della falsa informazione, che porta guadagni a vantaggio di chi la produce. A causa, naturalmente, degli introiti pubblicitari che si intasca il sito cliccato da un utente quando attratto dal clamore provocato ad arte dalla finta informazione.

DITO PUNTATO SUI SOCIAL NETWORK
Sotto accusa sono soprattutto i social network che, non di rado, diventano veicoli di rapida diffusione di fake (falsi), trasformando bufale in fenomeni virali. Facebook è stato più volte criticato per non essere in grado di affrontare il problema e di impedirne lo sviluppo. Il social network ha adottato nel corso del tempo soluzioni come l’introduzione della possibilità da parte dell’utenza di segnalare un post come falso e la modifica del sistema che controlla il News Feed per ridimensionare e penalizzare le notizie inattendibili, anche sui trending topics, inserite all’interno della piattaforma. I risultati, però, non sono stati particolarmente brillanti per gli stessi limiti degli strumenti di filtro utlizzati da Facebook. Google ha cercato di dare il proprio contributo con un team che si è assunto il compito di migliorare l’efficacia dell’algoritmo del motore di ricerca contro i contenuti e le fonti inaffidabili e menzognere.

RISPOSTE PIÙ EFFICACI E COLLABORATIVE
First Draft è un ulteriore sforzo per rendere più incisiva la lotta alla disinformazione via web. Facendo affidamento su una piattaforma collaborativa e sul coinvolgimento di vari attori, incluse istituzioni accademiche e associazioni per i diritti umani come Amnesty International. Troppa informazione spazzatura online - a cui, in ogni caso, non è immune il mondo mediatico offline - può minare la credibilità del sistema informativo nel suo complesso e la capacità dell’opinione pubblica di distinguere il vero dal falso. «Viviamo in un’epoca nella quale per redazioni e social network fiducia e verità sono sempre più temi all’ordine del giorno» – secondo Jenni Sargent, managing director di First Draft.

Per assicurare che siano entrambe garantite, o ristabilite, la risposta della coalizione è quella di un impegno collettivo basato su conoscenza, formazione e programmi condivisi via Internet a disposizione anche dei semplici utenti.