mercoledì 2 novembre 2016

Se per il funerale il Comune chiede la firma del defunto

Luisa De Montis - Lun, 31/10/2016 - 10:03

Su un modulo del servizio mortuario del Comune di Milano spunta la dicitura: "Nome e Cognome e firma del defunto"



"I necrofori... si recano in via... per il trasporto della salma sottoindicata".

Firmato: il defunto. Che così autorizza dall'Aldilà il trasporto della sua stessa bara durante il proprio funerale.

È la foto di un modulo del servizio mortuario del Comune di Milano che sta facendo ridere i social. Reale o no, è diventata un vero e proprio fenomeno del web. Condivisa a inizio settembre, l'immagine - con tanto di cerchio rosso sulla dicitura "Nome e Cognome e firma del defunto" (guarda) - è stata condivisa in meno di due mesi quasi 40mila volte solo su Facebook e altrettante su Twitter.

Microsoft Paint, con l’aggiornamento si potrà disegnare in 3D

La Stampa
andrea signorelli

Il programma base per disegnare su PC conquista la terza dimensione, si potrà dipingere anche immersi nella realtà virtuale



Tra le novità annunciate da Microsoft relative al prossimo grande aggiornamento di Windows 10, che sarà disponibile nella primavera 2017 (Creators Update), la principale riguarda la centralità del 3D, che diventerà parte integrante dello storico programma Paint.

A 31 anni di distanza dal lancio, quindi, uno degli strumenti più noti dell’universo Windows, sul quale praticamente tutti hanno fatto i primi tentativi di illustrazione su computer, si trasforma in Paint 3D. Nonostante la novità sia stata presentata da Microsoft in contemporanea con il nuovo Surface Studio, il pc pensato per creativi e professionisti, Paint mantiene la sua natura entry level per principianti alle prime armi, che adesso, però, possono cimentarsi anche con la grafica a tre dimensioni.

Una volta aggiunta la profondità all’immagine che si sta disegnando, sarà possibile ruotarla a 360° per visualizzare l’oggetto tridimensionale in tutte le sue angolature. Microsoft ha sottolineato come bastino pochi minuti per imparare a utilizzare questo strumento, che consente anche di scannerizzare e importare oggetti in tre dimensioni, semplicemente scattando una foto, e di aggiungere all’ambiente 3D inserti bidimensionali, per esempio una foto del nostro volto.

Sarà possibile importare in Paint 3D anche le creazioni fatte dai giocatori di Minecraft (ed eventualmente stamparle in tre dimensioni) e soprattutto, grazie alla compatibilità con i visori di Microsoft, disegnare direttamente all’interno di un ambiente tridimensionale. Remix3D sarà invece la piattaforma social su cui gli utenti potranno mostrare e condividere le loro creazioni. Paint 3D è già disponibile per il download, ma per il momento solo in modalità anteprima.

In mezzo milione senza il medico di base

repubblica.it
di ALICE GUSSONI

Italiani privi di domicilio o che vivono in case occupate, figli di immigrati irregolari chefrequentano le nostre scuole, lavoratori comunitari con permesso di soggiorno scaduto: circa 500mila persone non hanno una regolare iscrizione al Servizio sanitario nazionale. Tra queste una larga parte sono bambini a cui viene negato l'accesso alle cure riconosciuto dalla Costituzione e dalla convenzione Onu per i Diritti del Fanciullo. Una situazione che il decreto Lupi per contrastare le occupazioni abusive, mettendo la residenza al centro di tutte le procedure burocratiche, ha reso ancor più drammatica. E costosa per i conti pubblici

In mezzo milione senza il medico di base

Niente medico di famiglia, nessuna possibilità di farsi prescrivere un farmaco, incapaci di ottenere un semplice certificato che permetta a vostro figlio di tornare in classe dopo una banale influenza, costretti persino a rinviare la vaccinazione di un neonato. Un incubo vissuto in Italia da mezzo milione di persone, a prescindere dal reddito. Certo, un nesso con i soldi c'è e un benestante difficilmente si troverà in un guaio del genere, ma il vero discrimine non è la busta paga, bensì un buco nero della burocrazia in cui rischia di cadere, ad esempio, uno sfrattato. A decidere del nostro diritto ad essere seguiti da un dottore anche per l'ordinaria amministrazione è la residenza.

Senza residenza, niente dottore. Questo dice la legge: chi non ha una casa dove abitare e non può fornire neppure un indirizzo di comodo, pratica che molte amministrazioni comunali in passato hanno adottato per venire in contro alle categorie più disagiate, non può iscriversi ad una Asl e scegliere il medico di base a cui rivolgersi. Il decreto contro l’abusivismo abitativo che porta il nome dell'ex ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi fa infatti della possibilità di dimostrare un indirizzo di residenza il discrimine fra chi ha diritto a un medico e chi no, fra chi può farsi prescrivere un farmaco pagando solo il ticket e chi invece per farlo deve andare al pronto soccorso o pagare un medico privato.

Una sciagura, quindi, non solo per chi è colpito direttamente dalla mancanza di una casa, ma anche per l'intero Sistema sanitario nazionale visto che questo esercito di "senza medico di famiglia" si riversa per ogni evenienza sui già congestionati pronto soccorso. Parlare di esercito non è una forzatura. In Italia le persone che si trovano in questa condizione, in base ai dati elaborati dalle organizzazioni che si occupano o rappresentano le principali categorie coinvolte, come detto sono oltre mezzo milione: circa 60mila sono i senza fissa dimora e circa 100mila gli abitanti delle occupazioni abusive (una parte dei quali risulta però ancora registrata alla vecchia residenza) a cui bisogna aggiungere oltre 300mila comunitari (soprattutto rumeni) rimasti in Italia malgrado il permesso di lavoro scaduto.



Dietro alle grandi cifre asettiche ci sono però le persone in carne ed ossa, con le loro storie spesso drammatiche. Graziano, italiano di 55 anni, cardiopatico, ad esempio è finito in strada per colpa dei debiti e l'unico modo che ha per curarsi è andare al pronto soccorso. Angelo di anni invece ne ha appena 5. E' nato a Venezia, ma da genitori stranieri. Per questo non ha un pediatra della Asl e deve farsi visitare presso l'ambulatorio di Emergency di Porto Marghera perché sua madre non ha un contratto in regola, il lascia passare per ottenere la tessera sanitaria.

Paradossalmente però Angelo può frequentare le scuole secondo il principio della non esclusione. Istruito, certo, sperando che non si ammali. Oppure Florin, rumeno, 35 anni: da 15 vive e lavora in Italia senza contratto, soffre di diabete ma non ha nessuno che gli faccia le impegnative per l'insulina. O ancora Irina, moldava ventiduenne che ha partorito da poco ma vive in una casa occupata e quindi ha dovuto pagare fino all'ultimo centesimo per ogni analisi, per ogni ecografia, mentre per fare avere un pediatra che si occupi di suo figlio Alessio ha dovuto iscriverlo al suo vecchio indirizzo.

L'ultima spiaggia è il pronto soccorso. Uomini, donne, bambini, gestanti e malati cronici, italiani e stranieri: la legge infatti non ammette deroghe, o quasi. Per le cure urgenti rimane sempre il pronto soccorso: un take-away della salute a cui ci si rivolge nell'85% dei casi per ricevere cure "non essenziali". Ma per molti è l'ultima spiaggia. Il servizio sanitario nel tentativo di ridurre le spese ha eretto una giungla normativa e burocratica, esasperata dal federalismo sanitario, creando differenze abissali fra regione e regione.

Si è stimato che il costo di un intervento medio in pronto soccorso si aggira sui 250 euro, con punte di 400 euro e un minimo di 150 euro. Una cifra che fa paura se moltiplicata per i grandi numeri che oggi le grandi aziende ospedaliere registrano. Solo al pronto soccorso del San Camillo di Roma gli accessi medi giornalieri sono 279, di cui appena 4 in codice rosso e 41 in codice giallo. Tutti insieme generano una spesa di quasi 70mila euro al giorno, oltre 25 milioni l'anno.



Il costo di un medico di base per ogni paziente è invece di 44 euro l'anno. Pier Luigi Bartoletti, vicesegretario nazionale della Fimmg, la Federazione medici di famiglia, spiega: "Per noi la burocrazia sanitaria è come un rompicapo, ogni caso ha una sua contabilità: italiani, stranieri con codice Stp (Straniero temporaneamente presente, ndr), comunitari irregolari. I codici rilasciati per le prestazioni a chi non ha la tessera durano 6 o 12 mesi al massimo e quindi le liste vanno rinnovate in continuazione. La maggior parte degli stranieri poi non sa neanche come fare perché il sistema è molto complicato". Non tutte le regioni infatti hanno adottato la stessa procedura e nella maggior parte dei casi i neo comunitari, per via di accordi europei tra Stati membri, hanno accesso alla sanità pubblica solo a pagamento. L'alternativa è tornare al proprio paese, anche se per molti di loro, che vivono e lavorano qua da decenni, è quasi impossibile.

Le conseguenze del decreto Lupi. Paradossalmente va meglio per gli extra comunitari, a cui invece sono stati dedicati degli ambulatori nelle Asl, anche se non mancano i casi limite, come quello che racconta il dottor Bartoletti: "Ho avuto in cura un paziente bengalese a cui era stata diagnosticata una tubercolosi cerebrale, altamente infettiva. Per fare una risonanza alla testa tramite Asl gli erano stati chiesti 200 euro e quindi non aveva fatto più nessun controllo. Quando ho capito cosa era successo sono diventato verde: abbiamo proceduto d'urgenza tramite una mia personale richiesta presso un centro specialistico, ma è stato solo un puro caso che io abbia potuto leggere la sua cartella clinica". Bartoletti è convinto che seppure i problemi non siano mai mancati, il giro di vite sulla questione della residenza li ha sicuramente esasperati: "Spesso - dice - tutto dipende dall'impiegato della Asl: esiste quello più accomodante e quello più intransigente. La vera follia però è nel pensare di accogliere tutti senza garantire un reale percorso per la salute".

Una strada alternativa per avere un medico passa tramite i servizi sociali, ma spesso è lunga e tortuosa e non sempre arriva al traguardo. In particolare sono gli italiani a farne richiesta, ma anche per loro molto spesso sorgono difficoltà. In tanti, per esempio, temono che il ricorso agli assistenti sociali possa danneggiare i propri figli perché rischiano di essere allontanati dalle famiglie."Chi abita in una casa occupata non è un cattivo genitore", racconta Giulia, madre di due bambini di 9 e 11 anni che vivono con lei in via Prenestina, nel cosiddetto "4 stelle" di Roma, un ex hotel occupato."Spesso però ci fanno sentire come se avessimo commesso chissà quale crimine.

Quando perdi la residenza è come entrare in un girone infernale e gli assistenti sociali invece di aiutarti minacciano in continuazione di fare dei controlli per vedere se ci sono violenze o chissà cosa. Tutto questo perché hai chiesto di avere un pediatra o l'esenzione per reddito. L'alternativa è iscrivere i figli all'indirizzo dove si risiedeva prima, sperando di non essere ancora stati cancellati dall'elenco". Un trucco a cui si ricorre con la complicità degli impiegati o dei medici, perché a volte anche il muro burocratico cede davanti a questi casi disperati.

Diritti negati. Quali che siano cause o motivazioni, l'elemento comune a tutti è la negazione del diritto alla salute sancito dall'articolo 32 della Costituzione. A fare da tampone rimane il volontariato a cui lo Stato demanda con sempre maggiore frequenza un compito che in teoria dovrebbe assolvere da solo. Secondo i dati forniti dal Banco Farmaceutico, in Italia sono 1670 le associazioni, enti e ambulatori a esso affiliati che forniscono prestazioni mediche. Il loro lavoro è rivolto ad una platea di oltre 400mila persone. "Il ricorso al volontariato è come un dito che cerca di tappare una falla enorme che rischia di travolgere tutti", denuncia Lucia Ercoli di Medicina Solidale. "Noi a Roma avevamo un accordo con il policlinico di Tor Vergata. Due anni fa - ricorda la dottoressa - non è stato più rinnovato e ora non possiamo prescrivere medicinali né programmare parti cesarei o analisi di routine.

Le persone che arrivano qui hanno malanni apparentemente semplici da curare, come ipertensione o dermatiti, le malattie della povertà, che se trascurate portano però a patologie gravi". L'ambulatorio di Medicina Solidale si trova nel cuore di Tor Bella Monaca, a Roma. Un posto di frontiera dove la miseria non è l'unico problema: "Spesso i pazienti arrivano da noi in macchina - continua la dottoressa Ercoli - e hanno anche un lavoro, ma tutto questo non basta per integrarli nel sistema sanitario, devono avere i documenti a posto". Chi non lavora in regola non può avere un contratto di affitto registrato, così quando salta un anello tutta la catena si smonta fino al rischio di clandestinità per gli stranieri, che senza residenza non possono rinnovare il permesso di soggiorno.

Le tutele per gli stranieri secondo la legge Gli immigrati regolarmente residenti in Italia hanno diritto all'iscrizione al Sistema sanitario nazionale e contribuiscono, al pari degli italiani, al finanziamento del Ssn attraverso la fiscalità generale. Per gli immigrati extracomunitari non in regola con il permesso di soggiorno ai quali deve essere garantita l'assistenza essenziale, la spesa sostenuta per le prestazioni relative a malattia ed infortuni sono recuperate dai paesi di provenienza, rimanendo a carico delle Regioni e del Ssn le prestazioni relative all'area materno-infantile e alla prevenzione; per queste ultime le Regioni e le Province Autonome ricevono un parziale finanziamento annuale dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe).

Per gli immigrati provenienti dai paesi Ue e non residenti in Italia il recupero della spesa avviene attraverso la mobilità internazionale, rimanendo, per il momento, a carico delle Regioni e delle pubbliche amministrazioni le prestazioni essenziali erogate a favore degli "indigenti", parificati nel trattamento agli extracomunitari indigenti.

(da Accordo Stato – Regioni (Rep. Atti n. 255/CSR) “Indicazioni per la corretta applicazione della normativa per l'assistenza sanitaria alla popolazione straniera da parte delle Regioni e Province autonome”, G.U. n. 32 del 7 febbraio 2013 , suppl. ord. 9)

Troppi bambini lasciati senza pediatra
di ALICE GUSSONI


ROMA - I primi a fare le spese del cortocircuito tra burocrazia e diritto alla salute sono i bambini, a cominciare dai figli degli stranieri irregolari. Per loro a venir meno, nonostante le indicazioni del ministero della Salute, è anche la garanzia basilare dei vaccini. "Non sono poche le mamme che riferiscono di aver avuto dei problemi per vaccinare i loro bambini", racconta suor Anna Maria dell'Opera San Francesco di Milano "Noi cerchiamo di fornire indicazioni in proposito e ormai abbiamo delle Asl di fiducia, da poco diventate Asst, Aziende socio sanitarie territoriali, dove indirizziamo le persone, perché non tutti gli ambulatori garantiscono le stesse prestazioni".

A Milano, eletta capitale del volontariato con quasi 150mila operatori sul campo, malgrado la capacità di intervento che queste possono garantire a fronte di una situazione drammatica, c'è chi mette in discussione l'opportunità di fornire anche alle associazioni onlus il ricettario rosa con cui dispensare cure all'esercito dei senza dottore.

Costi pagati dalle associazioni. Posti come l'Opera San Francesco, ad esempio, sono diventati punti di riferimento per il Servizio sanitario nazionale (Ssn). "Qui viene chi non può accedere ai servizi della Asl - spiega ancora suor Anna Maria - Forniamo oltre 33mila prestazioni l'anno a migliaia di pazienti e fra questi i bambini sono quasi 400. Nella maggior parte dei casi arrivano per visite pediatriche di routine". Ovviamente a farsi carico dei costi di questo sistema sanitario parallelo sono le associazioni. Ma quello che apparentemente sembra un risparmio per la sanità pubblica, in realtà si rivela un sovrapprezzo.

Da uno studio eseguito per conto del "Centro nazionale per il controllo e la prevenzione delle malattie" e finanziato dal ministero dell'Economia, si scopre che il costo dei piccoli pazienti finisce infatti per ricadere sui bilanci degli ospedali pubblici dove, come si legge nel documento, "i dati relativi agli immigrati irregolari nella classe di età pediatrica (0-14 anni) presentano ricoveri con valore tariffario e peso medio superiore a quelli degli immigrati regolarmente residenti e suggeriscono la necessità di una presa in carico dei bambini da parte del pediatra di base onde evitare che arrivino in ospedale in condizioni di maggiore gravità con conseguenze e sulla salute e sui costi".

Una conclusione a cui si aggiungono le indicazioni dell'accordo Stato-Regioni del 20 dicembre 2012 per l'assistenza sanitaria alla popolazione straniera da parte delle Regioni e delle Province autonome. L'intesa prevede l'iscrizione al Ssn - e quindi il pediatra di libera scelta - anche per i bambini figli di "irregolari". Nella realtà l'obiettivo è rimasto disatteso ed è persino possibile stilare una classifica delle sanità regionali in base al loro grado di incapacità di garantire persino l'assistenza sanitaria di base ai figli dei comunitari indigenti senza permesso di soggiorno. Una situazione in conflitto non solo con gli auspici della Conferenza Stato Regioni, ma anche della convenzione Onu per i Diritti del Fanciullo che sancisce a livello internazionale la tutela della salute di tutti i minori.

Una causa contro la Regione Lombardia. Per porre fine a questa violazione, nel 2014, il Naga, associazione di volontariato storica nell'area milanese, ha fatto causa alla Regione Lombardia tramite il Tribunale amministrativo regionale, ottenendo la stesura di un piano di assistenza medica per i minori esclusi. Vittoria di Pirro però, perché la situazione anche all'indomani della sentenza non è cambiata un granché. Lo spiega Pierfrancesco Olivani, direttore sanitario del Naga: "Nonostante le indicazioni dell'Accordo stipulato nel 2012, in quasi tutte le regioni italiane l'accesso alle cure in mancanza dei requisiti previsti è garantito solo per i minori di 14 anni e spesso ai soli extracomunitari.

Gli impiegati delle Asl hanno indicazioni vaghe in proposito, quindi spesso si lascia alla libera iniziativa la soluzione del problema dei documenti, soprattutto per quanto riguarda italiani e comunitari non in regola. A volte si può avere fortuna, a volte invece si rischia di escludere anche chi avrebbe diritto a un minimo di copertura". I funzionari del Comune di Milano interpellati in proposito sottolineano però che "una legge nazionale non esiste, quindi in seguito alla sentenza del Tar abbiamo messo in atto una sperimentazione triennale, in scadenza alla fine del 2016. Il futuro? Al momento non abbiamo nessuna indicazione".

Nel Lazio la situazione non è molto diversa e il numero di bambini in cura in strutture come l'Istituto nazionale migrazione e povertà fa paura: quasi 2.300, di cui il 45% sotto i 12 anni, la metà dei quali figli di stranieri senza documenti in regola. "Qui possono ottenere visite gratuite e senza impegnative, ma restano comunque esclusi dalla sanità pubblica", commenta il dottor Antonio Fortino, direttore sanitario dell'Inmp. "Il sistema - sottolinea - non è più permeabile come prima, anche per la rinnovata attenzione alla questione della residenza, e oggi possono passare anni prima di riuscire a integrarli".

Discontinuità nelle cure. L'accordo Stato-Regioni rimane per ora il punto di riferimento legislativo, ma il suo recepimento stenta a diventare operativo. La realtà sul territorio nazionale fotografata dalla Simm, la Società italiana di medicina delle migrazioni, mostra una disomogeneità totale. Secondo il presidente Salvatore Geraci l'aumento del flusso migratorio e la crescente crisi economica del sistema sanitario hanno creato il caos. "Noi accogliamo oltre tremila pazienti qui alla Caritas di Roma e di questi il 7% sono bambini in età scolare", dice Geraci, che ricopre anche il ruolo di direttore sanitario al centro di via Giolitti. "Tutti - aggiunge - hanno diritto ad essere seguiti anche se non possono avere un pediatra di libera scelta. Questa mancanza crea discontinuità nelle cure e a lungo possono insorgere patologie altrimenti facilmente risolvibili".

La soluzione che è stata adottata in molti casi è l'accesso spot a una lista di pediatri, ma la trafila burocratica scoraggia la maggior parte dei genitori. "Il regolamento vuole che si faccia richiesta di un codice presso la Asl - continua Geraci - e che con questo si chieda di accedere a una lista di pediatri. Bisogna quindi prenotare un appuntamento e infine si fa la visita. In molti casi però si tratta di genitori che lavorano, magari in nero, a cui serve banalmente un certificato di rientro a scuola per il figlio o un semplice antibiotico. Tutta questa trafila complica situazioni semplici.

Inoltre, dopo la chiusura delle iscrizioni in via Modesta Valenti, l'indirizzo fittizio creato appositamente dal Campidoglio per venire incontro a questo tipo di difficoltà, le residenze virtuali vengono assegnate presso le associazioni di volontariato, che per lo più si trovano nel I Municipio. Questo ha creato un ulteriore aggravio per le Asl del territorio, creando liste di attesa abnormi".

Esselunga, la Cassazione ripre il processo a Caprotti: "Ok a ricorso della coop contro Falce e carrello"

repubblica.it

Saranno gli eredi a rispondere dell'accusa di slealtà denigratoria per i contenuti del libro del 2007

Esselunga, la Cassazione ripre il processo a Caprotti: "Ok a ricorso della coop contro Falce e carrello"

Non si chiude nanche dopo la morte del patron, la guerra tra Esselunga e le Coop, scaturita dai contenuti del libro del 2007 di Bernardo Caprotti "Falce e carrello", per il quale la Cassazione ha deciso di riaprire il processo per risarcimento danni da "concorrenza sleale per denigrazione". Sotto accusa accusa l'imprenditore scomparso lo scorso 30 settembre, la sua società, e le vicende narrate nel libro autobiografico 'Falce e carrello' pubblicato nel 2007 nel quale venivano duramente criticato il sistema antagonista dei supermercati delle cooperative 'rosse'. La sentenza è stata depositata oggi e si riferisce all'udienza svoltasi lo scorso giugno.

Ad avviso della Cassazione - che ha accolto il ricorso di Mario Zucchelli, presidente della Coop Estense, e della stessa cooperativa - i giudici milanesi di primo e secondo grado hanno sbagliato a considerare quel libro, distribuito e pubblicizzato da 'Esselunga', non come una inchiesta giornalistica che deve essere scrupolosa, ma come un'opera letteraria priva di "intento informativo" e sorretta solo dall'esigenza "narrativa" di esporre la personale riflessione di Caprotti sul sistema delle coop e che, pertanto, era scriminata dal diritto di critica essendo anche un tema molto dibattuto da politica ed economia.

Scrive la Cassazione che "l'errore" di aver così qualificato il libro di Caprotti" ha indotto" i giudici milanesi "a prescindere da una verifica puntuale" del rispetto "della forma civile dell'esposizione" e della verità delle vicende narrate. Secondo i supremi giudici, sarebbe stato necessario "valutare il requisito della continenza in modo rigoroso" di fronte a espressioni che indicavano Zucchelli come "un oste imbottito di denaro", una persona che si muove "in uno stagno torbido, fetente" e "tiene Modena al guinzaglio come un cagnolino" e la coop come fornita di una capacità "illimitata di mentire e di ribaltare la realtà", come per la vicenda dello "scippo" di un terreno acquistato a basso prezzo da una anziana sopravvissuta ad Auschwitz.

Per la Cassazione, occorreva scandagliare la verità di queste affermazioni e non liquidarle come "verosimili" perché non si possono giustificare scritti che narrano singoli fatti veri ma tacciono "dolosamente o colposamente" su altrettante circostanze "tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il significato". Ad avviso dei supremi giudici, 'Falce e carrello' può essere stato uno strumento per mettere in "cattiva luce" presso i consumatori la la 'Coop Estense', e non era da escludere "la sussistenza della denigrazione commerciale" solo perché - come hanno ritenuto i giudici di merito - "bersaglio delle denunce contenute nel libro non erano i prodotti commercializzati" dalla coop ma "la complessiva attività e l'organizzazione della 'Coop Estense'".

Secondo la Suprema Corte (sentenza 22042), c'è concorrenza sleale da denigrazione non solo quando si diffondono tra il pubblico notizie 'scorrette' sui prodotti che vende l'impresa antagonista, ma anche quando si cerca di screditare in generale l'attività di una impresa, la sua organizzazione o "il modo di agire dell'imprenditore nell'ambito professionale" con notizie "la cui conoscenza" risulti comunque idonea "a ripercuotersi negativamente sulla considerazione di cui l'impresa gode presso i consumatori". Ora la causa per risarcimento danni si riapre davanti alla Corte di Appello di Milano e il problema riguarderà gli eredi di Caprotti. Altri due ricorsi delle coop - 'Coop Italia' e 'Coop Adriatica' - contro l'autore di 'Falce e carrello' sono invece stati respinti dalla Cassazione che li ha giudicati carenti anche per motivi 'tecnici' legati alla loro stesura.

“Ecco la mappa dei computer violati dalla Nsa” Riappaiono i misteriosi hacker Shadow Brokers

La Stampa
carola frediani

Avevano pubblicato le armi digitali Usa, ora mappano i server compromessi dalla Agenzia di sicurezza nazionale. Colpiti in totale 52 Paesi, inclusa l’Italia



Gli Shadow Brokers sono riemersi dall’ombra. Il gruppo di misteriosi hacker che lo scorso agosto avevano rilasciato online alcune “armi digitali” della Agenzia di sicurezza nazionale americana (Nsa), promettendone altre in cambio di una bizzarra asta pubblica (che però poi non si è di fatto concretizzata), sono riapparsi questa notte pubblicando nuovi dati.

Si tratterebbe di una lista di server sparsi per il mondo che sarebbero stati compromessi dalla stessa Nsa per essere poi usati per vari scopi, presumibilmente per lanciare attacchi altrove. In questo momento è difficile verificare l’autenticità delle informazioni rilasciate ma va comunque detto che il messaggio coi dati è stato firmato con la stessa chiave crittografica usata in precedenza dagli Shadow Brokers: questo significa che si tratta quanto meno dello stesso gruppo. 

«Molte missioni nella tua rete arrivano da questi indirizzi IP», hanno scritto gli Shadow Brokers in un confuso messaggio introduttivo dove sembrano imitare rozzamente russi che parlano inglese, tirano in ballo le elezioni in America, alludono al fatto che i recenti attacchi contro gli Stati Uniti potrebbero arrivare dall’Iran. Insomma sollevano un gran polverone. I dati rilasciati però hanno invece destato subito interesse negli addetti ai lavori.

Secondo l’esperto di sicurezza informatica britannico Mustafa Al-Bassam, si tratterebbe di server che sono stati violati e poi controllati da Equation Group, una sorta di unità di hacking della Nsa, tra il 2000 e il 2010. E su cui girerebbero sistemi operativi come Solaris, Linux o FreeBSD
Ma a colpire è la vastità di Paesi interessati: 52 (nello specifico: 306 nomi di dominio e 352 indirizzi IP). E con molta Asia dentro. Quelli con più server compromessi sono: Cina, Giappone, Corea del Sud, Germania, Spagna, Taiwan, India, Russia, Messico e Italia.



I 10 Paesi più colpiti - Elaborazione dati del ricercatore italiano @quequero

In particolare in Italia spiccano l’Università dell’Aquila (sipralab.univaq.it; matematica.univaq.it; ns.univaq.it); l’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria (ns.ing.unirc.it); e altre macchine sempre in Abruzzo (Chieti). In generale nella lista ci sono molte università, centri di ricerca, media, fornitori di connettività internet. Spiccano ad esempio media statali come in Belgio, o centri di ricerca specializzati in informatica e matematica come il Keldysh Institute of Applied Mathematics di Mosca. 


Tutti i Paesi con server compromessi - Elaborazione di @quequero

«Non sappiamo se questi server fossero usati per lanciare cyber attacchi ma potrebbe essere un modo in cui venivano usati», commenta a La Stampa Matthew Hickey, ricercatore piuttosto noto online come Hacker Fantastic e cofondatore di Hacker House. «Le università sono spesso colpite dagli hacker perché hanno grandi reti e tendenzialmente più aperte per fornire accesso a studenti e staff. Il software identificato nel leak indica che SunOS/Solaris sia il principale target colpito, e che gli attaccanti abbiano sfruttato vulnerabilità presenti da Solaris 6 alla Solaris 9. Chi gestisce questi server dovrebbe fare una analisi tenendo presente che probabilmente la violazione è avvenuta tra il 2000 e il 2010».

Vari esperti ribadiscono comunque l’impossibilità di stabilire la credibilità dei dati pubblicati. Come riferito a La Stampa da un ricercatore internazionale che preferisce non essere nominato, era più facile verificare l’autenticità dei precedenti leak degli Shadow Brokers perché si trattava di effettive vulnerabilità 0day (vuol dire che fino allora erano note solo all’attaccante). Mentre questa pubblicazione è fatta solo di file di testo. 

«Sarebbe possibile verificare l’autenticità se si trovasse traccia di compromissione su quelle macchine», commenta a La Stampa Mustafa Al-Bassam. «Certo è interessante vedere come la Nsa abbia hackerato anche organizzazioni innocenti, a caso, per nascondere meglio le proprie tracce. Le implicazioni della pubblicazione di questa lista è che ora le organizzazioni che sono state violate possono scoprire il rootkit (un software che serve a mantenere nel tempo e di nascosto l’accesso a una macchina compromessa, ndr) piantato dalla Nsa nei loro server, se ancora c’è».

Ad agosto gli Shadow Bokers erano apparsi dal nulla e avevano rilasciato vari strumenti di attacco della Nsa, la cui provenienza è ancora incerta. C’è una indagine aperta e addirittura un insider sospettato e arrestato a fine agosto, un contractor della stessa Nsa, Harold T.Martin III, che avrebbe sottratto una ingente quantità di materiale classificato. Tuttavia mentre Martin era in detenzione, gli Shadow Brokers hanno continuato a inviare messaggi (firmati dalla loro chiave crittografica). E ora sono riapparsi con la diffusione di questi nuovi dati, infittendo il mistero sulla loro identità.

Arriva “Raptor”, il programma per combattere gli attacchi informatici

La Stampa

Cyber Intuition, startup italiana, l’ha già lanciato sul mercato



La startup italiana Cyber Intuition ha lanciato sul mercato “Raptor”, un programma capace di neutralizzare l’attacco informatico noto come “ransomware”, “il virus del riscatto”: questo malware blocca il sistema operativo crittografando i dati e chiedendone la restituzione dietro il pagamento di una somma in bitcoin.

Secondo i dati raccolti da Trend Micro, il fenomeno ha inferto danni per circa 209 milioni di dollari a livello internazionale, senza contare il fatto che le 79 famiglie di “ransomware” scoperte rendono questa minaccia tra le più temibili per gli utenti. L’attacco frutta ai cyber criminali 34 milioni di dollari all’anno. 

Le ultime rilevazioni ufficiali sottolineano come l’Italia sia stata particolarmente bersagliata: nei primi sei mesi del 2016, infatti, sono state registrati più di tre milioni e mezzo di attacchi. “Raptor”, affiancandosi ai tradizionali anti-virus, garantisce una protezione multilivello, dalle mail alle reti ai server.

Tesori abbandonati: la straordinaria storia dell’ex Cimitero degli Inglesi a Napoli

La Stampa
antonio emanuele piedimonte


L’angelo sfregiato della tomba della famiglia Freitag

Un tempo tra quelle eleganti tombe marmoree nel cuore di Napoli passeggiava una donna che abitava poco lontano e di questioni legate all’aldilà aveva una certa esperienza. Si chiamava Eusapia Palladino ed era stata la medium più famosa d’Europa, ma ormai aveva smesso di far ballare i tavoli durante le sedute spiritiche e di incuriosire e sconvolgere la comunità scientifica del tempo. L’anziana “Signora dei morti” si aggirava con passo malfermo tra i vialetti di quello che tutti indicavano come il Cimitero degli Inglesi, il sepolcreto acattolico di piazza Santa Maria della Fede.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento conteneva ancora un gran numero di monumenti e lapidi, si estendeva in uno spazio molto più vasto di quello oggi visibile e, secondo le cronache del tempo, nelle ore notturne creava pure qualche turbamento nei rari passanti e nei pochi abitanti del circondario. Oggi, guardando quello che è rimasto del cimitero, i grandi palazzi che lo assediano e tutto quello che è successo, appare difficile anche solo immaginare l’atmosfera di quelle passeggiate della povera Eusapia che, ormai abbandonata da tutti, trascorreva gli ultimi anni in povertà, malconcia e con la sola compagnia degli quegli spiriti evocati per tutta la vita per il suo pubblico.

A quasi secolo di distanza, infatti, molta della bellezza del grande sepolcreto è andata perduta, sono sopravvissuti solo nove monumenti sepolcrali ottocenteschi, tutti più o meno vandalizzati, come del resto un po’ tutta l’area che Sir Henry Lushington nel 1826 aveva acquistato per accogliervi le spoglie degli stranieri e dei residenti a Napoli di fede protestante. 


Vandalismi su una delle tombe ottocentesche del giardino comunale

TRA PROSTITUTE E LUPANARI
L’unico spazio che era stato concesso al nobiluomo britannico era a ridosso della chiesa e del convento di Santa Maria della Fede (XVII secolo), lì dove già dal 1752 la regina Maria Amalia di Sassonia aveva fatto nascere un ospizio «per donne vaganti» in seguito trasformato in ricovero per prostitute e donne affette dalla sifilide o da altre malattie a trasmissione sessuale. Una scelta non casuale: sin dal XVI secolo il Borgo Sant’Antonio Abate, tra piazza Carlo III e la zona oggi a ridosso della Ferrovia, era il luogo della città deputato ai commerci carnali (lo scrittore seicentesco carlo

Celano, nella sua guida alla città di Napoli, lo definì “un laido lupanare”), e per un lungo periodo fu persino recintato con un muro. Qui venne a prostituirsi e trovò la morte Bernardina Pisa, moglie del leggendario Masaniello. Non fu dunque un gesto elegante concedere proprio quell’area ai non cattolici per seppellire i propri defunti, ma la morte, come è noto, livella anche le spiacevolezze, e gli stranieri accettarono di buon grado anche quell’infelice sistemazione. 


La tomba della grande scienziata britannica Mary Somerville

ULTIMA DIMORA DI SCIENZIATI E INTELLETTUALI
Dal 1828 gli oltre diecimila metri quadrati del giardino funerario accoglieranno le spoglie di numerosi uomini illustri, tra cui il botanico tedesco Friedrich Dehnhart, che fu anche direttore del “Real Orto Botanico” di Napoli; l’archeologo e intellettuale William Gell (autore della prima guida in inglese su Pompei); il grande pittore di origine olandese Anton Pitloo (maestro di Giacinto Gigante e docente all’Accademia di Belle Arti); il console Oscar Meuricoffre (suo il bellissimo sarcofago

realizzato dallo scultore Francesco Jerace) che divenne il banchiere più ricco di Napoli battendo la concorrenza di Rotschild. E ancora: l’industriale svizzero Davide Vonwiller, i cui funerali furono seguiti da migliaia di persone; la famiglia Bateman-Dashwood (ricordata da uno spettacolare obelisco egiziano); la famiglia Freitag (il cui monumento rinascimentale, caratterizzato da un grande angelo, appare orribilmente sfregiato); la famiglia di Guglielmina Solombrino Arnold (un altro notevole sepolcro anch’esso devastato dai vandali). 

L’unico accesso al giardino pubblico noto come ex Cimitero degli Inglesi è su vico Biagio Miraglia (una traversa del Corso Garibaldi) perché quello principale è chiuso da oltre dieci anni. Lo spazio è aperto tutti i giorni, ma talvolta la carenza di personale limita la fruizione alle ore mattutine

Napoli, Canottieri: ecco i segreti della strage del 1989

Il Mattino
Leandro Del Gaudio

Magari le sue parole non riapriranno il caso, ma potranno almeno chiarire come andarono i fatti, la notte tra il sei e il sette dicembre del 1989. Fu una strage, quattro persone trucidate negli spogliatoi del circolo Canottieri di Napoli, lì al Molosiglio, una carneficina rimasta per molti versi senza colpevoli. Oggi, su quella vicenda, potrebbero pesare le parole di Marco Mariano, il boss pentito dei Quartieri Spagnoli, l'uomo che sta svelando i canali del riciclaggio del denaro sporco tra Montecalvario e Chiaia. Mariano ha parlato anche della strage del circolo Canottieri, qualcosa di più di un cold case, una sorta di spartiacque nella storia criminale cittadina. Risolta la guerra con Cutolo (a colpi di morti ammazzati), la città cadde in un nuovo baratro per la conquista dei canali dello spaccio di droga.

In media, oltre 200 omicidi l'anno, agguati e vendette all'ordine del giorno. Oggi, su quel periodo nero, proprio a cominciare dalla strage del circolo Canottieri, potrebbe arrivare la ricostruzione del boss pentito. È stato sentito dal pm anticamorra Michele Del Prete, magistrato in forza al pool anticamorra del procuratore aggiunto Filippo Beatrice, ed è logico pensare che abbia fornito elementi inediti. Potrebbe essere ascoltato ancora in altre occasioni, magari per fornire approfondimenti decisivi per chiudere il caso almeno da un punto di vista della ricostruzione storica. Diversa invece la questione tecnica. Sotto il profilo processuale, l'inchiesta potrebbe non decollare, di fronte alla norma che impedisce di processare due volte per lo stesso fatto la stessa persona.

Marco Mariano - è cronaca di quegli anni - venne processato assieme ad altri soggetti ritenuti legati alla camorra dei Quartieri Spagnoli, ma alla fine arrivò l'assoluzione. Unico condannato, il pentito Pasquale Frajese, morto suicida a Firenze più di dieci anni fa. Da allora restano gli interrogativi sulla morte di Giovanni Di Costanzo (all'epoca boss di Pozzuoli), di Pasquale Arienzo, Pietro Avallone e Francesco Zenca. In un primo momento, l'inchiesta puntò su Gennaro Longobardi (altro boss di Pozzuoli), accusato da una rivelazione fatta dal Di Costanzo a un carabiniere («se mi uccidono, è stato per ordine di Longobardi», avrebbe detto), ma pochi mesi dopo la svolta sarebbe arrivata con il pentimento di Frajese. La strage - secondo la sua ricostruzione - sarebbe stata un piacere dei Mariano al boss di Fuorigrotta Malventi.

Vennero così arrestati e rinviati a giudizio Ciro e Marco Mariano, ma anche Giuseppe Amendola, Tommaso Esposito, Salvatore Cirelli, Salvatore Terracciano e lo stesso Frajese. Poi vennero tutti assolti, tranne lo stesso pentito reo confesso, in uno scenario che ora potrebbe far registrare delle novità proprio grazie alla collaborazione con la giustizia dello stesso Marco Mariano. Potrebbero esserci accuse a soggetti mai finiti sotto il cono d'ombra delle indagini, quanto basta a riaprire un caso giudiziario sul quale pesano le assoluzioni definitive ma anche le tante zone d'ombra lasciate sul campo. Ma non ci sono solo fatti del passato remoto nelle accuse del collaboratore di giustizia di Marco Mariano.

Come è noto, il pentito ha depositato un memoriale in cui ha fatto riferimento ai canali del riciclaggio. Ha indicato nomi di ristoratori che avrebbero gestito (e messo a frutto) il patrimonio dei cosiddetti «picuozzi», in uno scenario che ora attende la verifica in aula. Domani mattina, nel chiuso del bunker di Poggioreale, tocca al gip Miranda firmare il verdetto per una quarantina di posizioni, che hanno scelto di essere giudicati con la formula del rito abbreviato. Un capitolo che si chiude, mentre si attendono verifiche e accertamenti su quanto Marco Mariano ha dichiarato in questi mesi.

Tombe degli uomini illustri è un disastro al Quadrato

Il Mattino



Se la cavano in pochi. Giusto Benedetto Croce e Salvatore Di Giacomo. Nel Quadrato degli Uomini Illustri del cimitero di Poggioreale, la livella di Totò è stata crudele, o meglio lo è stata la mano degli uomini che hanno dato sfogo allo spietato vandalismo senza lasciare che i vivi seppelliscano i morti e che dei morti si conservi nella pietra la memoria foscoliana dei sepolcri. È un tormento ciclico che ogni anno, puntualmente in prossimità del 2 novembre, ricorre come un rosario fatto solo di mea culpa. E sì, vedere tombe, cappelle, marmi, busti, steli e sarcofagi nel Quadrato, ma pure attorno, lungo le silenziose stradine costellate di nicchie che portano al cuore del camposanto monumentale, cibarsi di questo spettacolo evoca gli spettri gotici nella nostra mente esausta e l’incubo si trasforma di avvilimento.

Tutto passa nel mondo della verità, ma niente cambia nel palcoscenico della vanità terrena, soprattutto se tutte le denunce restano inevase. Da anni, da decenni. Tanto che importa, abbiamo di fronte un tempo infinito. Eppure nemmeno i sogni di eternità durano a Napoli. Altrove i cimiteri monumentali sono addirittura mete turistiche. Si va al Pére Lachaise di Parigi per poggiare un fiore sulla tomba di Marcel Proust, di Edit Piaf o di Amedeo Modigliani; si prende il battello, approdando all’isolotto di San Michele a Venezia, per innaffiare le piante cresciute davanti alle lapidi di Joseph Brodskij o Ezra Pound; ci si inoltra nella periferia di Praga, al cimitero ebraico, per collocare un sasso sul sepolcro di Franz Kafka; si sfida la pioggerella perenne di Londra per rintracciare tra i viali di Highgate il monumento funebre di Karl Marx. Tutto questo a Napoli non è nemmeno immaginabile.

Giù le mani da Magdi Cristiano Allam

Andrea Pasini



Chi sono davvero i razzisti? In questi giorni Magdi Cristiano Allam, intellettuale e giornalista tra i più liberi in Italia, nonché caro amico di chi scrive, è stato nominato cittadino onorario dal comune di Cascina, centro abitato di 45mila persone in provincia di Pisa. A volerlo insignire di tale carica sono stati l’assessore alla cultura, Luca Nannipieri, ed il sindaco, Susanna Ceccardi. Quello di cui stiamo parlando è il primo comune toscano ad essere governato dalla Lega Nord. “Fino a qui tutto bene; il problema non è la caduta, è l’atterraggio”, così recitava il monologo più famoso della pellicola L’odio (La Haine) film diretto e scritto, nel 1995, da Mathieu Kassovitz.

L’atterraggio è rappresentato dai sedicenti appartenenti allo schieramento locale del Pd, la Cascina Democratica, che vuole ergersi ad unico detentore del potere di gestione del pensiero in città. Dai loro canali social alzano il pugno sinistro al cielo: “Restiamo convinti che l’assegnazione della cittadinanza ad Allam sia un gesto sbagliato e ci pare opportuno far conoscere la nostra opinione ai cittadini”, poi continuano “si prefigura il ritorno alla difesa del feudo, in maniera sempre più bellicosa”. Vogliono avere la prima e l’ultima parola, vogliono ergersi a liberatori delle coscienze quando sono i primi a promuovere leggi e discorsi liberticidi.

La loro intenzione è quella di tappare la bocca a chi dice no, a chi si solleva contro una società corrotta e che frana insieme ai suoi valori. Anche il Psi, ma sono ancora vivi?, non ha perso tempo e ha cercato pubblicità attraverso la figura, stoica in questo caso, di Magdi. “Il Psi di Cascina non può né approvare né sottacere ad un’operazione di arruolamento forzato di Oriana Fallaci. E’ oggettivamente fuorviante associarla a culture e ad opinioni politiche, mai condivise e da cui è stata lontana tutta la vita, come si sta tentando di fare con l’iniziativa promossa presso il teatro Politeama”. Stiamo parlando di Cassandre, riferendoci a Magdi e alla Fallaci, capaci di vedere il futuro, analizzarlo, studiarlo e predirlo.

Personalità che non hanno paura a caricare la loro anima, tra cultura e volontà di non cedere, per colpire il male di questi tempi. La disoccupazione ci sta mettendo in ginocchio, l’immigrazione ci sta rubando la nostra identità sacra e la politica sta spegnendo ogni sogno rivolto verso l’avvenire ed il problema è un’onorificenza? VERGOGNATEVI. I democratici, e chi altrimenti?, hanno definito il saggista “un personaggio che soffia sul fuoco del fondamentalismo”, ma non è finita qui perché viene descritto, dagli adepti renziani, come un uomo “che divide e nasconde dietro l’espressione scontro di civiltà l’idea di nuova guerra santa”. Ho dovuto rileggere certe dichiarazioni, almeno due volte, per sincerarmi che fossero vere.

Come può un uomo che per 56 anni è stato musulmano, che ha raggiunto l’Italia partendo dall’Egitto, dove è nato, con un visto per lo studio in tasca essere un seminatore d’odio. Un intellettuale che ha abbracciato il Cristianesimo e che combatte ogni giorno il fondamentalismo islamico capace, solamente, di inorridire l’intero globo. Persona dotta, istruita e volenterosa la cui unica colpa è quella di dire la verità, nient’altro che la verità. “Dare del seminatore di intolleranza a me è estremamente grave. Sottintende il fatto che ho un pregiudizio nei confronti degli immigrati o dei musulmani che corrisponde ad un reato perché parliamo di razzismo.

Ricordo loro che io sono stato un immigrato vero in Italia. Mi rappresentano come un terrorista ma io sono una vittima del terrorismo e di quelli che seminano intolleranza: da 14 anni vivo sotto scorta”, questo ha dichiarato, lo scrittore, sulle colonne de Il Giornale. Eppure i veterocomunisti pisani, tanto ligi a parlare di morale, però incapaci nella loro dottrina politica di averne una, dovrebbero sapere che il comune di Cascina, nel 1998, ha consegnato la cittadinanza a Silvia Baraldini. Quest’ultima ha scontato 23 anni di galera, per associazione eversiva, tra gli Stati Uniti d’America e l’Italia. Vicina al movimento Black Panther Party è finita in manette per concorso in evasione, associazione sovversiva (nel curriculum figurano anche due tentate rapine) ed ingiuria al tribunale.

Resto disgustato da questo tipo di proteste e dichiarazioni puramente ideologiche, capaci di mostrare solo l’ignoranza di chi critica per partito preso senza analizzare i contenuti. In questo caso parliamo di una persona che conosce, a memoria, il Corano e che da quando si è convertito è stato dichiarato un uomo morto dall’Islam, proprio per via della sua conversione. Ma a quanto pare i difensori di questa religione, che promuove l’odio, bramano per diventare i primi complici del fondamentalismo religioso se le nostre città si trasformeranno nella Parigi della sera del 13 novembre. Del resto ognuno si sceglie i propri modelli di civiltà, il mio l’ho scelto ed è un esempio di disciplina e di lotta per ognuno di noi: MAGDI CRISTIANO ALLAM.

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Il leggendario Corsaro Nero era un cavaliere di Ventimiglia

La Stampa
giulio gavino

Una nuova ipotesi sull’identità dell’eroe di Salgari


Il Forte dell’Annunziata di Ventimiglia che assomiglia alle difese di Maracaibo assaltata dal Corsaro Nero nel romanzo di Emilio Salgari

Chi era nella realtà il Corsaro Nero, Emilio di Roccanera, uno dei personaggi più amati creati dalla fantasia Emilio Salgari? A declinare in modo inoppugnabile le sue origini è lo stesso autore: «signore di Ventimiglia» si legge nelle prime pagine del romanzo che apre il ciclo «I corsari delle Antille». Ma «signore di Ventimiglia» chi? Studiosi e appassionati hanno identificato la famiglia dei conti Lascaris, strettamente legata ai Savoia, come quella che diede i natali all’eroe salgariano.

L’ipotesi più diffusa a Ventimiglia è che si tratti di Enrico Lascaris, che guidò un battaglione nella guerra delle Fiandre al seguito di Tomaso Francesco di Savoia. Ma ora è emerso un illustre rivale, un parente appartenente ad un altro ramo dei Lascaris, sempre di Ventimiglia, ma che con le Antille e i luoghi del Corsaro Nero ebbe davvero qualcosa in comune. Si tratta di Giovanni Paolo Lascaris, maestro dell’Ordine dei Cavalieri di Malta.

Se è credibile che Salgari possa essersi imbattuto nei Conti di Ventimiglia scartabellando tra i libri della biblioteca che frequentava per creare con la fantasia i paesaggi e le suggestioni dei suoi romanzi esotici, perché avrebbe dovuto preferire un soldato, poco avvezzo al mare e alle avventure, ad un cavaliere che invece acquistò davvero isole nei Caraibi (era il 1600) e in giovane età fu anche comandante di un vascello?

Un profilo interessante, quello di Giovanni Paolo, delineato di recente da uno studioso locale, Davide Barella, che ha scoperto anche qualcosa di più: l’Ordine di Malta ha infatti dedicato una serie di francobolli ai suoi gran maestri e quello di Lascaris riporta il suo simbolo, uno scudo con alternati la croce e l’aquila bicipite (stemma che accompagna la famiglia ventimigliese dalla sua nascita, intorno al 1200, con il matrimonio di Guglielmo Pietro I con Eudossia, figlia dell’imperatore bizantino Teodoro II di Nicea). E guardacaso in una delle pagine del «Il figlio del Corsaro Rosso», Emilio Salgari fa riferimento ad un galeone che sulle vele spiegate ha proprio un’aquila bicipite e una croce.

Qualcosa di molto concreto che ha riacceso il dibattito intorno alla reale identità del Corsaro Nero. 
Che Salgari volesse dare un chiaro imprinting marinaresco e ligure, al suo personaggio, è ribadito proprio dal romanzo pubblicato nel 1898, dove la parola Ventimiglia viene scritta per ben quattordici volte. Poi c’è anche la curiosa analogia tra il Forte dell’Annunziata, arroccato a difesa di Ventimiglia Alta, caratterizzato da un crinale scosceso a renderlo inespugnabile, con un altro forte salgariano, quello di Maracaibo, la città governata dal duca van Guld, spietato assassino dei fratelli di Emilio di Roccanera. A non deporre a favore dell’attuale «detentore», Enrico Lascaris, è anche la circostanza che il Corsaro Nero sia un acerrimo rivale degli spagnoli visto che nelle ultime pagine del romanzo l’assalto a Gibiltar ne vede sterminati a decine. Nelle realtà, invece, Enrico guidò truppe spagnole nelle Fiandre.

La querelle tra gli storici e gli appassionati sembra destinata a proseguire, alla ricerca di chi fu davvero il Conte di Ventimiglia che ispirò Salgari e che al cinema prese il volto di Kabir Bedi (1976, regia di Sergio Sollima). Che fosse un Lascaris è ormai certo, tra Enrico e Giovanni Paolo la sfida è aperta. «Quando s’incrocia il ferro si ha il diritto di conoscere il nome dell’avversario» - dice il Corsaro Nero in uno dei suoi tanti duelli. Quel nome, il nome vero, rimane ancora conteso e mantiene vivo l’affetto e intatto il fascino di un personaggio che ha visto generazioni di italiani viaggiare sull’Oceano al suo fianco in cerca di mille avventure. 

Allouin è una porcheria americana!

Nino Spirlì




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Tre giorni nella Capitale d’Italia, dove ho vissuto per trenta lunghissimi, meravigliosi anni, mi son bastati per vederne e sentirne le ferite e le piaghe. Le vie del Centro, che quando arrivai la prima volta, nel 1968, mi divertivo a fare mie scendendo a giocare in strada, ora sono ostaggio di bande di zingare ladre e manipoli di clandestini che pisciano en plein air e disturbano chiunque con un elemosinare continuo. Le chiese, i palazzi, i monumenti sono tappezzati di venditori di cianfrusaglie di fabbricazione cinese o indonesiana, che non c’entrano nulla con quel nostro artigianato d’un tempo, e che, oggi, ci sembra antiquariato d’alto livello più che residuo da robivecchi.

L’aria non è più accarezzata dal dolce profumo di maritozzi appena sfornati o dal succulento richiamo dell’abbacchietto a scottadito, ma è stuprata dal vomitevole olezzo di quella porcheria beduina, il chebab, che si impone h24, arrogante e maleducato, sconcertando lo stomaco di ogni passante. Le antiche botteghe hanno quasi completamente chiuso i battenti; al posto loro, volgarissimi negoziacci d’abbigliamento che vendono boiate che solo stupidi yankies possono indossare come fossero creazioni delle magiche Sorelle Fontana.

Quel rispettosissimo “Ricordo di Roma”, dipinto a mano su tazze di terracotta e piatti di porcellana col faccione di Papa Giovanni XXIII, è diventato, ormai, “I love Rome” stampato in fucsia o rosa frocio su magliette (ops, si dice Tshirt) di cotonaccio pechinese, e che non significa un cazzo! Un amore finto, ripetibile per ogni luogo della  Terra, ma senza alcun sentimento!

Ma, se la Capitale è malata e spersonalizzata, non è che il resto della Penisola stia meglio. Dalle Alpi a Lampedusa, l’Italia è tutta un’invasione! Tutta una demolizione dell’Identità nazionale. Tenteranno, vedrete, ancora una volta, di non farci fare il Presepe a Natale, il Precetto a Pasqua, la Festa del Santo Patrono, lezione con Crocifisso sulla parete alle spalle della cattedra, e chi sa cos’altro… Tenteranno di convincerci che la fiorentina faccia malissimo e che il latte sia veleno.

Che una pelliccia sia cafona e simbolo di violenza e che la piuma d’oca la indossino solo i figli di puttana. Tenteranno di omologarci verso la sciatteria e la mediocrità. Tenteranno di convincerci che i nostri Santi Morti siano diventati zombie e che ci odino fino a venirci a massacrare senza pietà… Magari durante la festa più stronza fra quelle nate nella terra senza storia. Lamerica del finto sogno, fatto di sanità solo per ricchi e ghetti per poveracci senza futuro.

Leggi qui su www.ilgiornaleoff.ilgiornale.it per il resto dello sfogo!

Fra me e me, che sogno ancora in italiano, prego in latino, passo il tempo a tradurre dal greco…

Vulcani, terremoti e tsunami: perché il Marsili fa paura

Il Mattino
Francesco Lo Dico



Il sisma che ha colpito le Marche non è stato l'unico che non ha mietuto vittime. Un altro terremoto, silenzioso ma di magnitudo 5.7, si è verificato in mare venerdì notte alle 22.02, 83 chilometri a Nordest di Ustica, a una profondità di 474 chilometri. Esattamente a metà strada tra la costa campana e quella siciliana. Beninteso: l'onda sismica non si è abbattuta sul litorale e non ha prodotto danni a cose e persone. E sono rare le circostanze in cui uno tsunami possa verificarsi. Ma data l'intensità del fenomeno, che a Messina è stato avvertito dai residenti, è lecito porsi qualche domanda nel tentativo di comprendere se abbiamo corso, o corriamo ad oggi qualche rischio.

Che cosa sarebbe potuto accadere, sebbene in via ipotetica venerdì notte, lo spiega Luigi Cavaleri, dell'Ismar Cnr, massimo esperto italiano di sismi sottomarini. «Un rapido calcolo spiega lo studioso - mostra che, qualora si fosse generata un'onda di tsunami, questa avrebbe raggiunto le coste più distanti del Tirreno in meno di un'ora. «Infatti argomenta Cavaleri - una profondità media di 3mila metri corrisponderebbe ad una velocità di propagazione dello tsunami di circa 170 metri al secondo, ovverosia più di seicento chilometri all'ora».

In sintesi, se il terremoto di venerdì notte avesse innescato un'onda anomala, avrebbe prodotto uno scenario crudo ma scientificamente prevedibile nella sua progressione. «L'isola di Ustica e la costa nord della Sicilia calcola lo scienziato del Cnr sarebbero state investite rispettivamente in 2-3 e meno di dieci minuti». È una considerazione che fa riflettere. Specie per la tempistica che associa nel volgere di 48 ore, due episodi sismici consistenti. Mercoledì si sono prodotte due scosse di magnitudo 5.4 e 5.9. Venerdì notte un sisma di potenza comparabile con ipocentro al largo di Ustica.

Il sospetto di una possibile connessione sorge immediato. Ma il direttore dell'Igag Cnr, Paolo Messina, lo esclude con parole categoriche. «Il terremoto al largo di Ustica è stato innescato da un fenomeno geologico differente da quello responsabile del sisma nelle Marche». «Il sisma sottomarino - spiega il geologo - è stato prodotto dalla subduzione», ossia dallo scorrimento di una placca sotto un'altra. I rischi di uno tsunami nel Mediterraneo, sono concreti, o soltanto ipotetici? La risposta è nel sito della Protezione civile, alla voce Attività sui rischi: «Tutte le coste del Mediterraneo - vi si legge - sono a rischio maremoto a causa dell'elevata sismicità e della presenza di numerosi vulcani attivi, emersi e sommersi».

«Negli ultimi mille anni - spiega la nota - lungo le coste italiane, sono state documentate varie decine di maremoti, solo alcuni dei quali distruttivi. Le aree costiere più colpite sono quelle della Sicilia orientale, della Calabria, della Puglia e dell'arcipelago delle Eolie». Si stima che gli tsunami mediterranei, sebbene meno frequenti, costituiscono il 10 per cento dei maremoti nel mondo a oggi conosciuti. In media, si calcola che dal Mare Nostrum si abbatta sulle nostre coste un maremoto ogni cento anni, a causa dello scivolamento della placca africana sotto la placca euroasiatica.

Le possibili conseguenze per la terraferma, sono state simulate in uno studio del ricercatore dell'Alma Mater di Bologna, Achilleas Samaras, pubblicato su Ocean Science. In caso di un terremoto di magnitudo 7 fuori dalle coste della Sicilia, secondo la simulazione realizzata al computer, le aree costiere sarebbero allagate fino a 5 metri sopra il livello medio del mare. «Il terremoto di magnitudo 7.2 che distrusse la città di Messina nel 1908 - spiega il direttore dell'Igag Cnr Paolo Messina - uccise circa centomila persone.

Ma in migliaia morirono perché quanti videro distrutta la loro casa cercarono riparo sulla costa, dove vennero poi travolti dallo tsunami scatenato dal sisma». Naturalmente, a scanso di inutili allarmismi, va precisato che non tutti quelli che sono tecnicamente dei maremoti, sono tsunami distruttivi. «Che si possa creare un'onda anomala di capace di minacciare le coste, è un evento raro ma non improbabile», spiega Dimitri Dello Buono, scienziato salernitano direttore del laboratorio geoSDI del Cnr.

Ma i rischi di un maremoto, sono legati anche a possibili frane sottomarine, e ai cospicui fenomeni vulcanici che interessano i fondali del Mediterraneo. Interessante, e molto dibattuto, il caso del vulcano Marsili, inabissato ma ancora attivo, che si trova a 150 chilometri dalle coste della Campania. Un colosso lungo 70 chilometri e largo 30, alto 3mila metri, che vede la sua vetta dislocata a 450 metri dalla superficie del mare. I rilevi della nave Urania, hanno stimato che contenga al suo interno una colonna di magma incandescente di quattro chilometri per due. Un eventuale cedimento franoso - ha spiegato il sismologo Enzo Boschi, «potrebbe muoverebbe milioni di metri cubi di materiale, che sarebbe capace di generare un'onda di grande potenza».

Anche in questo caso, non è il caso di cedere a sensazionalismi. La parola d'ordine, tra gli studiosi è soltanto una: monitoraggio.

"Sono il principe dell'Isola dei famosi ma le figuracce le fecero i Savoia"

Eleonora Barbieri - Lun, 31/10/2016 - 08:41

Fulco Ruffo di Calabria: "Ero amico di Edoardo Agnelli. Anche da piccolo aveva la faccia triste"



Come la chiamano? Principe? «Fulco». Fulco Ruffo di Calabria, primogenito maschio del principe Fabrizio (morto nel 2005), è il principe: la sua famiglia, i Ruffo di Calabria, è una delle casate più antiche d'Europa. Suo nonno, di cui porta il nome, è stato un eroe della prima guerra mondiale: volava nella mitica Squadriglia Baracca, medaglia d'oro al valore militare ancora in vita, senatore del Regno. Sua zia Paola (sorella del padre) ha sposato Alberto del Belgio ed è diventata regina.

Dopo avere conosciuto quasi tutta l'upper class e l'aristocrazia del vecchio continente, Fulco Ruffo ha deciso di raccontare la sua vita in una autobiografia, Ricordo quasi tutto, pubblicata da Mondadori e scritta con la sua fidanzata, la giornalista Concita Borrelli (la quale spiega: «Non ne potevo più di ascoltare tutta la vita di Fulco, così gli ho detto: scriviamola...»). Pantaloni e camicia di jeans, Fulco Ruffo è seduto nel salotto del loro appartamento romano, poco distante da Villa Borghese, fra i suoi quadri e con accanto il cane Ras, che poi è il re della casa; infatti a dominare l'ingresso è un suo ritratto, «dipinto su una tela del Seicento e con una cornice del Settecento». Sullo sfondo, il castello Ruffo di Scilla.

Principe, ha avuto una vita particolare.
«Terribilmente particolare».

Cominciamo dall'inizio. È nato nel 1954 a Buenos Aires, come mai proprio là?
«Mio nonno, il padre di mia madre Elisabetta Vaciago, aveva un'attività tessile. Appena sposato, mio padre aveva lavorato per lui in Argentina. Poi ci siamo trasferiti a Torino, sempre per il suo lavoro».

La sua infanzia negli anni Cinquanta e Sessanta è a Torino. È questa città che sembra al centro della vita dell'epoca, non Roma...
«Eh, sì. A Roma sperperavano tutto quello che era rimasto in alcune famiglie. Invece mio padre capì che doveva rimboccarsi le maniche per concretizzare la sua vita. E Torino allora era la vera capitale d'Italia: la televisione, le industrie manifatturiere e automobilistiche, l'alimentare».

Conoscevate gli Agnelli?
«I rapporti fra mio padre e l'Avvocato risalgono agli anni Quaranta, quando entrambi fecero una parte del servizio militare in Cavalleria a Pinerolo. Poi, con la guerra, ognuno seguì la sua direzione».

Era compagno di scuola dei figli dell'Avvocato?
«Sì. Noi vivevamo in corso Galileo Ferraris. Edoardo e Margherita vivevano in corso Matteotti, l'arteria principale di Torino, a quattrocento metri dalla nostra scuola, la Giosuè Carducci. A metà strada c'era la mitica Scuola di applicazione dell'Esercito italiano. Questo per dire che per tutti noi c'era la vicinanza, anche fisica, a una certa mentalità».

Quale mentalità?
«Il rigore, l'obbligo, la non ostentazione. Ricordo certe feste a casa loro, molto divertenti, ma sobrie: perché Torino è una città sobria, concreta».

Che cosa c'era a quelle feste?
«Ero impressionato dall'altezza dei camerieri: erano tutti uguali. Figuriamoci le meringhe del Montblanc... E poi dal trenino elettrico di Edoardo, quando lo vidi rimasi stravolto. Occupava una stanza enorme, col fumo che usciva e i personaggi che sembravano veri, il capostazione che alzava il berretto. Non osai nemmeno toccarlo».

È vero, come scrive nel libro, che già alle elementari uno dei vostri compagni fra i meno fortunati era molto più allegro di lui?
«Sì. Ho un raro filmino in cui ci siamo noi che usciamo da scuola, io con la mia faccia solita e Edoardo da solo, che guarda se arriva il suo autista. È molto triste».

Parliamo di sua nonna, Luisa Gazzelli dei conti di Rossana, che sposò suo nonno Fulco.
«Mia nonna è stata la persona più importante della mia famiglia. Gli altri sono tutti astanti. Una personalità grandiosa. Nata piemontese, ricchissima, fra i suoi antenati c'era il marchese di Lafayette. Era molto sobria, tutte le sue case erano di un parco... E manteneva una curiosità enorme verso la vita: non i salotti, ma la strada, anche se aveva incontrato Mussolini e D'Annunzio, che era stato anche suo testimone di nozze».

Una principessa che non amava i salotti?
«Era completamente diversa dalle principesse romane. Anche quando abitava qui a Roma ne vedeva pochissime, tre o quattro amiche al massimo. Non lo faceva per snobismo, era il suo carattere».

C'è una differenza fra nobiltà piemontese e nobiltà romana?
«In realtà la differenza è fra nobiltà e aristocrazia, per quanto possa valere. Cioè zero, secondo me».

Sarebbe?
«La nobiltà è una cosa fatua, non basata su dati certi. L'aristocrazia è quella che fonda le radici in una storia veramente accaduta, intorno al 1000-1100. La nobiltà invece è targata 1920-30-40. È una questione di auto e di targhe, diciamo».

E di quasi mille anni in mezzo?
«Non l'ho detto io. L'aspetto pratico, sociale ed etico invece è diverso: l'aristocrazia nordica ha sempre lavorato, prodotto; il Sud è un po' più discreto, in questa materia, anche per via del bel clima».

Ma lei frequenta i salotti?
«Li conosco, ovviamente, ci vado ogni tanto, ma non li frequento. Comunque la vera mondanità non è a Roma, è fuori: a Londra, a New York. Qui c'è solo la polvere di stelle, qualora fossero stelle».

In che senso la mondanità è altrove?
«Nei salotti di Roma non c'è più il potere. Ormai, con Renzi, l'era degli attovagliamenti è finita. E in ogni caso la mondanità è altro, è quella dei Solvay, degli Agnelli, quella che ho visto a Long Island, a New York, in Belgio... La mondanità inizia da Milano in su».

Lei porta il nome di suo nonno Fulco. Che cosa dicevano in famiglia di lui?
«Era un mito. Ti rivolgeva solo lui la parola, non potevi neanche fargli domande. Capisce, aveva fatto cose troppo grandi, su quegli aerei che oggi ci sembrano giocattoli. Aveva l'avventura e il rischio nel sangue: a vent'anni partì da Napoli per andare in Somalia a fare affari per conto di una società italo-belga. Era un militare, un eroe di guerra, medaglia d'oro e d'argento... Morì nel '46 al Forte».

Quanto sono antichi i Ruffo di Calabria?
«La favola dice esistesse una gens rufa nell'antica Roma, ma credo sia quasi impossibile da dimostrare».

E la realtà che cosa dice?
«Pietro Ruffo è il primo conte di Catanzaro, intorno al 1100. Da lì nasce l'insediamento in Calabria, ma il potere arriva con Federico II, che ci dà, e qui pecco di orgoglio, l'appellativo dei Calabria: siamo l'unica famiglia, a parte i reali, ad avere l'appellativo di una regione. Ma questa è presunzione».

I suoi titoli?
«Il più antico è conte di Sinopoli, poi c'è duca di Guardia Lombardi, che è in Irpinia; ma il più bello, per me, è principe di Scilla. Quando mio padre è morto ho fatto un bagno da solo in quelle acque meravigliose».

Coi suoi genitori che rapporto aveva?
«C'era una vita quotidiana molto regolare, ma non molto affettuosa. C'era un certo distacco fra bambini e genitori, un certo tipo di educazione».

Che tipo di educazione?
«Un'educazione importante perché ti forma, come gli acciai nel forno rovente. A volte ricevere scosse aiuta il carattere. Cosa non successa con Edoardo Agnelli: abbiamo ricevuto la stessa educazione, ma lui non ha resistito alle sollecitazioni. Io sì, soffrendo, ma non piegandomi mai».

Che altro voleva raccontare della storia della sua famiglia?
«Alcuni episodi più nascosti, per esempio di mio zio morto a diciotto anni, ucciso dai tedeschi. Non solo di re e regine, belle belle ma un po' discolette».

Discolette?
«Non lo dico io, negli anni Settanta...».

Parliamo di sua zia Paola, regina del Belgio?
«Zia Paola, sì, del resto così bella ce n'è solo una. Con quei denti leggermente accavallati... Pazzesca».

E perché discoletta?
«Fu fotografata in spiaggia con un conte capellone, oltretutto con lo stesso nome del marito. Era un po' vivace».

Sua zia è nata a Forte dei Marmi?
«Sì. E lì è morto suo padre, mio nonno Fulco. L'anno scorso sono andato dal sindaco del Forte, che fra l'altro è un ufficiale degli alpini, per proporgli di fare qualcosa: una lapide, una via o una scuola intitolate al nonno e una targa per una regina nata al Forte. Tutto a costo zero, fra l'altro».

Che cosa ha risposto?
«Non mi ha fatto neanche accomodare, e poi ha detto che mio nonno non era morto al Forte bensì a Poveromo, cioè a cinquecento metri. Mi sono così arrabbiato, ma che cosa gli costa?».

Che lavoro fa un principe?
«Dopo il militare ho lavorato a Bruxelles per la Ceat e poi per la Fiat, vendevo auto al corpo diplomatico. Sono stato in Rhodesia, oggi Zimbabwe, nel periodo dell'apartheid e in Sudafrica. Segnalavo le partite di materie prime, come ferro e cromo, a mio papà, che aveva delle agenzie. Poi, tornato a Torino, ho avuto una piccola querelle con mio fratello Augusto, e così mi sono trovato altro».

Ma deve lavorare per vivere?
«I miei fratelli sono molto ricchi, io no. Ho delle piccole riserve. Comunque ho sempre avuto denaro sufficiente per condurre una vita piacevole».

E che cosa fa oggi?
«Da anni mi occupo di arte. Il mio grande amore è la pittura. Ora sto organizzando una mostra sui cani in posa: si terrà a Venaria Reale, ci saranno 120 dipinti da tutto il mondo ed esposizioni di razze canine».

Perché qualche anno fa è andato all'Isola dei famosi?
«Per soldi: era un lavoro...».

E suo padre?
«Non era d'accordo. Invece mia mamma, con una delle sue profezie mi disse: So che viene Al Bano, vedrai che diventerete amici».

È vero?
«Sì. Siamo amicissimi. Il principe e il contadino. Ci sentiamo spesso. Anche se è all'estero, in Turchia o in Azerbaigian, al massimo dopo dieci minuti mi richiama. Io ho sempre avuto un dialogo con la terra».

Si sente un uomo rurale?
«Ah sì, molto. Per la mentalità. Mi alzo alle cinque e mezzo del mattino. E poi c'è un approccio fisico alle cose, semplice. Dicono sia un po' da fascista, alla Mussolini...».

Lo è?
«Oggi si tendono a fare tutte queste élite del cavolo, lui stava in mezzo alla gente. Poi ha sbagliato tantissimo dal '38 in avanti: ha fatto l'esatto contrario del precedente. E ha pagato per questo. Comunque io sono rurale perché amo l'onestà intellettuale: sono allergico alla rive gauche italiana».

L'aristocrazia ha ancora un ruolo?
«Se sono persone che lavorano, che hanno un ruolo attivo nella società: è così che un cognome che è stato importante continua a esserlo. Ma bisogna essere puliti».

E la monarchia?
«I Savoia hanno dato un esempio pessimo: divento repubblicano quando sento quel nome, e anche repubblichino... Hanno offerto una rappresentazione grottesca, si sono rimangiati la parola data. Hanno fatto pasticci già dal '43».

Ha vissuto in molte città. C'è un posto che considera casa?
«Forte dei Marmi. Anche per questo sono così arrabbiato col sindaco».

E Roma?
«Alla fine è un vestitino che mi sta bene. Milano è fantastica, senti subito l'attività, ma devi essere ricco per vivere bene».

A Roma no?
«No, non serve».