domenica 30 ottobre 2016

In manette il capo di Rojadirecta: “Illegale trasmettere le partite in streaming”

La Stampa
francesco olivo

Igor Seoane era stato denunciato dalle pay-tv. Il sito dal 2005 pubblica i link per vedere il calcio gratis



Il nome forse dirà poco, ma Igor Seoane è il padrone del sito Rojadirecta, la più nota delle piattaforme che consente di vedere le partite di calcio (e non solo) in streaming. Seoane è finito oggi in manette a La Coruña, Spagna. I motivi ancora non sono chiari, il capo del sito era indagato da alcuni mesi dopo la denunce di una serie di catene televisive a pagamento (Canal+ fra tutte) per la violazione del diritto d’autore.

“E’ illegale trasmettere le partite in streaming sul web”, è l’accusa. Stamattina era andato in tribunale della città galiziana per rendere alcune dichiarazioni, ma al termine dell’incontro con i magistrati è stato arrestato. Fonti giudiziarie spiegano che la detenzione non sarebbe legata all’indagine sulle partite piratate, ma ancora non c’è chiarezza. 

Rojadirecta, aperta nel 2005, è stata al centro in tutto il mondo di inchieste giudiziarie, Italia compresa. Il sito è stato oscurato a più riprese ed è riapparso con domini differenti. La società che controlla il sito esiste dal 2011 e fattura, secondo stime piuttosto generiche, una cifra intorno ai 2 milioni di euro l’anno. 

Da dove arrivano questi soldi? Si chiedono i magistrati: grazie alla pubblicità delle agenzie di scommesse online, rispondono i gestori della pagina web. “Fungiamo soltanto da intermediari – si è giustificato Seoane davanti ai magistrati – sono gli utenti a segnalare i link per vedere le partite. Noi non abbiamo alcun rapporto commerciale con nessuno, ci limitiamo a gestire la parte tecnica del sito”. Le manette potrebbero indicare che i giudici non ne sono convinti. 

Arrestata la “ragazza afghana” del National Geographic: “Documenti falsi”

La Stampa

Il volto ritratto da Steve McCurry nel 1984 in un campo profughi



Il suo volto, fotografato da Steve McCurry, ha commosso il mondo, oggi è finita in manette perché, secondo la polizia pakistana, avrebbe falsificato i suoi documenti. La polizia ha arrestato a Peshawar (Pakistan nord-occidentale) Sharbat Bibi, la famosa rifugiata con gli occhi verdi immortalata in un celebre copertina del National Geographic come «La ragazza afghana» e diventata una delle foto più famose al mondo. Lo riferisce la tv DawnNews.

Alcuni agenti della Agenzia federale di indagini (Fia) si sono recati a casa della donna e le hanno contestato il reato di falsificazione del Documento nazionale di identità computerizzato (Cnic) pachistano. Alla fine di febbraio 2015 i documenti di identità concessi a Sharbat Bibi e a due suoi presunti figli erano stati annullati perché ritenuti falsi.



Nel 1984 il fotografo Steve McCurry scattò la celebre immagine di Sharbat, allora 12enne, in un campo profughi di Peshawar dove era appena arrivata. La ragazza divenne famosa come la «Monna Lisa della guerra afghana». Diciassette anni dopo, nel 2002, il reporter ritornò in Pakistan per cercare la giovane, rimasta anonima. La ritrovò sposata e con tre figli nel campo profughi di Nasir Bagh. Nel nuovo scatto, pubblicato sul National Geographic, comparve con gli stessi occhi verdi magnetici che la resero famosa in tutto il mondo.

Se il Papa gesuita rivaluta Martin Lutero

Il Mattino
di Massimo Introvigne

Papa Francesco arriverà lunedì in Svezia dove - oltre a incontrare le comunità cattoliche - parteciperà all’avvio delle celebrazioni dei luterani svedesi per i 500 anni dalla Riforma di Martin Lutero, le cui origini risalgono al 1517.

In preparazione del viaggio, la rivista dei Gesuiti italiani «Civiltà Cattolica» ha diffuso una lunga intervista concessa dal Papa a padre Ulf Jonsson, direttore della rivista dei Gesuiti svedesi «Signum». In questa intervista, Francesco ricorda la sua amicizia personale con esponenti del mondo luterano in Argentina e afferma che, cinquecento anni dopo, i cattolici possono imparare da Lutero qualcosa che riguarda due temi, la riforma e la Sacra Scrittura. «All’inizio – afferma il Papa – quello di Lutero era un gesto di riforma in un momento difficile per la Chiesa.

Lutero voleva porre un rimedio a una situazione complessa». Poi, anche a causa della situazione politica, qualcosa è andato storto: «questo gesto – anche a causa di situazioni politiche, pensiamo anche al “cuius regio eius religio” (cioè al principio per cui in ogni nazione si doveva seguire la religione del principe) – è diventato uno “stato” di separazione, e non un “processo” di riforma di tutta la Chiesa, che invece è fondamentale, perché la Chiesa è “semper reformanda” (sempre bisognosa di riforme)”.

Quanto alla Sacra Scrittura, secondo il Papa «Lutero ha fatto un grande passo per mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo. Riforma e Scrittura sono le due cose fondamentali che possiamo approfondire guardando alla tradizione luterana». Naturalmente, l’intervista – come già era avvenuto con l’annuncio del viaggio – ha suscitato le reazioni di quel vero e proprio «partito» che ormai riunisce coloro che a diverso titolo fra i cattolici si oppongono a Papa Francesco. Qualcuno, maliziosamente, ha ripubblicato una conferenza sull’opposizione dei Gesuiti al protestantesimo che l’allora Padre Bergoglio tenne nel 1985, con giudizi piuttosto duri sui protestanti che sembrano contraddire le attuali aperture.

Si potrebbe facilmente rispondere che dal 1985 al 2016 sono passati trentun anni e nella Chiesa molte cose sono cambiate. Personalmente, vado controcorrente e non vedo contraddizioni fra la conferenza del 1985 e l’intervista di ieri. Del resto, lo stesso Pontefice ha voluto che quella conferenza fosse ripubblicata, integralmente e senza modifiche, in un libro che raccoglie suoi scritti sui Gesuiti uscito nel 2014. Leggendo quanto l’attuale Pontefice scrisse trentun anni fa, si trova una valutazione molto diversa di Lutero e dell’altro padre della Riforma protestante, il francese Giovanni Calvino. «I gesuiti – scriveva allora Padre Bergoglio – erano più impensieriti da Calvino che da Lutero (…).

Avevano colto con sagacia che lì si annidava il vero pericolo per la Chiesa». Infatti, Calvino «ha plasmato un’organizzazione» separata da Roma che «Lutero non si era proposto». Lutero era sì definito da Bergoglio in quella conferenza «eretico», ma con la precisazione che «l’eresia – per usare la definizione di Chesterton – è un’idea buona che è impazzita. Quando la Chiesa non può guarirne la pazzia, allora l’eresia si trasforma in uno scisma». Di Lutero Papa Francesco, in chiave ecumenica, vuole dunque recuperare «l’idea buona». Lo aveva già fatto Benedetto XVI, incontrando nel 2011 i luterani a Erfurt, in Germania, il luogo dove Lutero aveva studiato teologia.

“La Rai battuta da Sky per la diretta sul terremoto”

La Stampa
domenico di sanzo

Interrogazione parlamentare di Michele Anzaldi, membro Pd in commissione di Vigilanza



Dov’è la Rai? Il deputato del Pd Michele Anzaldi, segretario della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, attacca di nuovo il servizio pubblico dal suo profilo twitter: «Terremoto: che succede in RAI? Su Sky da oltre 40 minuti immagini in diretta da località colpite ed in RAI solo cartine fisse dei luoghi!». E l’inviata di Rai News24 Angela Caponnetto conferma le difficoltà in diretta: «Stiamo lavorando da ore senza tregua e senza soddisfazioni: sistema elefantiaco». 

La lentezza dell’apparato-Rai sarebbe dovuta al mancato utilizzo di un semplice zainetto, in dotazione ai colleghi di Sky. Scrive la Caponnetto: «Sky ha un cameraman con uno zainetto senza giornalista. Noi un esercito senza telecamere». Intanto, in quei 40 minuti i telespettatori della all-news del servizio pubblico osservavano le cartine del Centro Italia. La discussione sotto il post di Anzaldi prosegue, con David che di mestiere fa l’operatore: «La Rai può, ma ancora per poco, seguire solo il codazzo politico programmato, ovviamente in appalto, Io faccio l’operatore ma la Rai ha paura che faccia causa da giornalista quindi di cosa si parla». 

Mentre Radio Torino si chiede: «Quello zainetto costa 3mila euro: Dall’Orto non li ha?». Il giornalista del Tg1 Luigi Monfredi è più aziendalista: «Quanti lamenti per la programmazione Rai, tutti ad applaudire Sky e nessuno a muovere il ditino sul Canale 48», che poi sarebbe il canale di Rai News 24. Ma nel mirino del pubblico su twitter non c’è solo il canale all news, ma anche le tre reti generaliste accusate di «Di non fare nessuno speciale sul Terremoto», e c’è chi rincara la dose: «Persino la D’Amico ne parla su SkySport. Il canone vi deve andare di traverso, mappine». 

Ad annunciare un’interrogazione parlamentare urgente sul caso è lo stesso Michele Anzaldi. E non è la prima volta che l’informazione pubblica viene criticata per i ritardi nella copertura di fatti di cronaca. Sempre Anzaldi, nel luglio scorso, aveva attaccato duramente i tg della Rai all’indomani del tragico scontro tra i due treni in Puglia, tra Andria e Corato, che è costato la vita a 23 persone. Il deputato del Pd aveva parlato di due ore di ritardo nel mandare in onda le immagini da parte della Rai, a fronte della velocità di Sky, twittando Vergogna Rai. 

«Su Twitter - spiega - la giornalista di Rainews Angela Caponnetto ha lanciato accuse molto gravi e circostanziate sulle falle organizzative della Rai nella copertura in tempo reale del terremoto, parlando tra l’altro di un “esercito senza telecamere”». «Ancora una volta la Rai è arrivata dopo Sky nella trasmissione in diretta delle immagini dai luoghi del sisma, sebbene i suoi giornalisti siano arrivati prima. È necessario che l’azienda chiarisca al più presto perché il servizio pubblico, con 13mila dipendenti e quasi due miliardi di euro di canone, non riesca a garantire un servizio di eccellenza nell’informazione in tempo reale».

«Secondo quanto riportato sulla stampa lo stesso direttore di Rainews, Antonio Di Bella, avrebbe chiesto spiegazioni ai vertici dell’azienda. L’ottimo lavoro dei giornalisti della all news del servizio pubblico sarebbe stato vanificato da disorganizzazione e mancato coordinamento. Il problema si ripete puntualmente ad ogni emergenza: pur essendo l’unica emittente ad avere redazioni in tutte le regioni d’Italia, con il numero più alto di tutti di giornalisti, la Rai non riesce mai ad essere prima nella trasmissione di immagini in diretta dai luoghi delle calamità. La Rai disporrebbe anche di apparecchiature per trasmissioni in tempo reale, i cosiddetti zainetti, ma non verrebbero usati.

È opportuno che l’azienda dia dei chiarimenti ai telespettatori, che pur pagando il canone sono costretti a cambiare canale e seguire le emittenti commerciali». «Il problema - prosegue Anzaldi - è che non si può andare in guerra senza armi. Non si può fare una corretta informazione senza strumenti di trasmissione efficaci e subito funzionanti. La Rai, in generale, si è smarrita. Tutte le reti avrebbero potuto ospitare delle edizioni flash dei telegiornali, anche collegandosi con RaiNews 24, per poi riprendere la normale programmazione. Invece niente. Sempre le reti - RaiUno, RaiDue e RaiTre - avrebbero potuto mandare delle scritte in sovraimpressione con aggiornamenti continui sul sisma. Questa sarebbe stata una nuova televisione. E invece niente».

Caso Moro, l'ex br Franceschini: "Moretti una spia? Riduttivo, si sentiva Lenin"

repubblica.it

Il fondatore br alla Commissione Moro: "Hyperion 'parlamento' degli 007 internazionali". "Dalla Chiesa fu fermato a un passo dalla sconfitta dei brigatisti". "All'Asinara temevamo di essere uccisi". Fioroni: "Strano il salto di capacità militare e culturale dopo il suo arresto"

Caso Moro, l'ex br Franceschini: "Moretti una spia? Riduttivo, si sentiva Lenin"
La strage di via Fani

"Spia? Una definizione troppo riduttiva per Mario Moretti. Io sono convinto che abbia giocato le sue carte in un certo modo, c'è un livello psicologico da tenere presente, lui crede di essere Lenin, lui era per alcuni compromessi su cui io non ero d'accordo".

In tre ore di audizione, Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse che fece poi autocritica, autore, tra l'altro, del libro 'Mara, Renato e io' di Franco Giustolisi e Pier Vittorio Buffa (in carcere all'Asinara durante il caso Moro), parla così dell'ex tecnico della Sit-Siemens a capo delle Br che hanno gestito il sequestro dello statista democristiano.

La sua audizione lascia agli atti della 'Commissione parlamentare d'inchiesta Moro' presieduta da Giuseppe Fioroni nuovi dubbi su Hyperion, la scuola di lingue francese fondata da Simioni, Berio e Mulinaris, dopo la rottura con le Br, nella prima metà degli anni '70.


Franceschini avverte: "I dietrologismi non mi interessano, io faccio una critica politica a Moretti, deve ancora giustificare il fatto che ha distrutto un'ipotesi politica, in base a una linea politica sballata". "Senza copertura dei servizi esteri si regge la storia dei 55 giorni?", gli chiedono i parlamentari della Commissione. "Sono pensieri che ho, ma è importante la riflessione politica della nostra esperienza", risponde.

L'ipotesi che ci fossero altri personaggi, rispetto a quelli conosciuti e processati, a gestire l'operazione militare di via Fani e, soprattutto, l'interrogatorio di Aldo Moro, durante i 55 giorni resta forte. Franceschini, in particolare, ricorda come seppe dal generale Inzerilli, uomo di Gladio, del "ruolo chiave che svolgeva Hyperion, (scuola fondata da brigatisti fuoriusciti a Parigi, nel '77, ndr) una specie di parlamento degli 007, che poneva ai palestinesi le regole dei servizi internazionali, dai francesi ai tedeschi".

Poi un riferimento al Mossad: "Gli israeliani ci cercarono chiedendoci cosa ci servisse, 'a noi interessa che voi ci siate, non vogliamo indicare obiettivi, ci dissero. Ma noi rifiutammo". "I servizi potrebbero aver condizionato il 'superclan' - sottolinea il fondatore delle Br - . Noi nel '76 siamo finiti, a seguito delle operazioni del generale Dalla Chiesa. Ma va rilevato come proprio a Dalla Chiesa" a un passo dalla sconfitta definitiva del brigatismo "gli tolgono il gruppo speciale. Nel giugno del '76 viene sciolto quel gruppo che teneva insieme magistratura, intelligence e carabinieri e dava fastidio a tanta gente".

"Dal '76 al '78-79 non avviene un arresto. Poi Dalla Chiesa viene richiamato in servizio da Rognoni, da ottobre del '78 e in due mesi riarresta un sacco di gente. Il generale non 'chiuse gli infiltrati nel periodo in cui era stato estromesso, evidentemente", dice ancora Franceschini.

Parlando del fondatore di Hyperion, Corrado Simioni, Franceschini dice che "era personaggio interessante intellettualmente, uno degli esponenti di punta del Psi a Milano, espulso per indegnità morale, amico di Craxi. Per anni a Monaco di Baviera a lavorare a radio libertà, con noi parlava in latino". "Nel '68 aveva fondato comitati di base del giornalismo, girava il movimento proponendo di fare un quotidiano del movimento - ricorda Franceschini - facendo capire che i soldi li aveva. Loro erano borghesi, rampolli della borghesia di destra e sinistra, noi venivamo dalle fabbriche, invece".

Franceschini ricorda ancora come "alcuni di loro giravano con tesserini delle questure locali e se venivano fermati non avevano problemi". Il fondatore delle Br dice poi che loro sapevano "degli strani rapporti di Corrado, lui diceva per esempio che aveva soldi in banca nella Grecia dei colonnelli, 'per fare la rivoluzione dovete fare compromessi', ci diceva".

"Nel novembre del '70 ci fu la rottura con noi - aggiunge Franceschini - lui e altri scomparvero" creando una rete, la Dip, diffusione italiana periodici, che si occupava di giornali della polizia. "Dopo la rottura con lui andarono Ivan Maletti, Prospero Gallinari e tanti altri". Franceschini ricorda che dopo la morte di Feltrinelli "rimaniamo come gattini ciechi, perché lui gestiva i rapporti con l'esterno. Ci saltarono le relazioni, mentre i rapporti ora li coltivavano Simioni e gli altri di Hyperion". E si torna a Moretti, che inizialmente andò con Simioni: "Lui e Corrado avevano rapporto anche conflittuale, ma Simioni lo stimava capace, penso fosse un suo uomo".

Altro episodio oscuro l'arresto di Curcio e Franceschini l'8 settembre del '74. "Il giovedì arrivò una telefonata che avvertiva dell'imminente arresto di Curcio, organizzato per domenica. Levati avverte Moretti, che da giovedì a domenica, non avverte della soffiata, bastava piazzarsi lì vicino e fermare la nostra macchina - sottolinea Franceschini - E lui non l'ha fatto". Franceschini poi parla di Valerio Morucci e di Giovanni Senzani. Per il primo, che disse che sapeva come Franceschini lo volesse morto dice: "A Nuoro abbiamo fatto insieme la rivolta in carcere, se volevamo ucciderlo era l'occasione e non l'abbiamo fatto.

Sa che le ha fatto sporche e teme sempre vendette, rispetto alla verità le sue affermazioni sono sempre molto 'complesse'". Loro cattura, con Faranda nel '79, una autoconsegna? "Morucci fuggì con 80 milioni delle br romane, lui temeva per la sua vita, nessuno di noi ha mai rubato". "Altro personaggio interessante è Senzani - dice parlando del criminologo forlivese - che per me era un perfetto sconosciuto, viene 'immesso nelle Br, sono personaggi che fanno riferimento a certe reti".

Sulla vicenda della trattativa per la liberazione di Moro, Franceschini spiega come "noi eravamo per la trattativa, Renato (Curcio, ndr) per tenersi fuori, ma sapevamo che se ammazzavano Moro avrebbero ucciso anche noi in carcere, per questo ruotavamo in cella con Curcio, poiché per noi era il primo che avrebbe fatto quella fine". Franceschini ricorda come fu lo stesso Ugo la Malfa a dichiarare che 'se Moro moriva, sarebbe giusto fare come i tedeschi Stammheim (con alcuni dei capi della Raf, trovati 'sucidati in carcere, il giorno dopo l'assassinio del presidente degli industriali tedeschi Hanns-Martin Schleyer, ndr).

"Noi volevamo la chiusura dell'Asinara, come punto di partenza per trattare la liberazione. Volevamo lo stesso schema del sequestro Sossi, che per noi era stata una vittoria politica", spiega Franceschini a San Macuto. Sulla dinamica di Via Fani restano i dubbi: "Per fare operazione Sossi, che era senza scorta e viaggiava da solo, impiegammo 18 compagni. A via Fani erano in nove, come dice Morucci, di cui 4 sparatori, affrontarono una scorta che non credo fosse incapace di difendere Moro. Allora ci si domanda come hanno fatto? I compagni mi dissero 'l'abbiamo fatta noi, addestrandoci nel cortile di casa, diceva Gallinari".

Il commento di Fioroni. "Sottolineo il richiamo di Franceschini a non semplificare la complessità del fenomeno eversivo di cui fu fondatore - ha commentato il presidente della Commissione, Fioroni - ma ad osservarlo all’interno del contesto geo-politico che ne ha influenzato le scelte. Inoltre, trovo utili le riflessioni sull’utilizzo degli infiltrati e sul ruolo del gruppo Hyperion, come l’analisi sulla rapida trasformazione del gruppo brigatista che, nel volgere di pochi anni, dal '74, anno dell’arresto di Franceschini, al ’78, acquisisce una sorprendente capacità militare ed anche culturale, se si pensa agli interrogatori cui fu sottoposto Aldo Moro. Franceschini ci fa capire esplicitamente che le persone che aveva conosciuto durante la sua militanza, in sostanza, non avevano quei livelli di operatività”.

I dubbi di Grassi. "Di estremo interesse - sottolinea Gero Grassi, componente della Commissione - il racconto della nascita del gruppo brigatista e il passaggio oscuro alla gestione morettiana. Resta una domanda che certamente non può essere rivolta a lui: perchè gli toccò scontare 18 anni di galera, 21 a Renato Curcio? Erano accusati di banda armata, non avevano reati di sangue. I brigatisti condannati come responsabili dell'uccisione di Aldo Moro e della strage di via Fani se la sono cavata con molto meno".

Il parere dello storico. "Non mi sembra che Franceschini faccia rivelazioni inedite - è il parere dello storico Federico Imperato, autore di due libri su Aldo Moro, ricercatore in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali - Di Hyperion, Franceschini aveva già parlato in una audizione in Commissione stragi, nel 1999. Hyperion era ufficialmente una scuola di lingue a Parigi, in realtà un centro di collegamento tra gruppi del terrorismo internazionale, ritenuta in contatto anche con i servizi segreti. Hyperion fu fondata nel 1970 da tre esponenti della sinistra extraparlamentare italiana: Corrado Simioni, Vanni Mulinaris e Duccio Berio.

I tre ebbero un ruolo agli albori della storia delle Br. Parteciparono, infatti, nel 1969, ad un convegno del Collettivo Politico Metropolitano, che decise il passaggio alla lotta armata e la nascita ufficiale delle Brigate Rosse. Secondo Franceschini, Simioni, Mulinaris e Berio, staccatisi dalle Br, fondarono prima il Superclan, di cui avrebbero fatto parte Mario Moretti e Prospero Gallinari, e poi, nel 1970, in Francia, l'Hyperion. Secondo Franceschini, ancora, il padre di Berio era un famoso medico milanese, legato ai servizi israeliani.

"Il nome di Simioni fatto da Craxi". "Corrado Simioni - spiega Imperato - è un personaggio interessante. Il suo nome viene fatto per la prima volta da Craxi a Montecitorio, forse nel 1980: "Non cercate i terroristi sulla luna, guardatevi intorno, magari tra i vostri compagni di scuola". E ancora: "Quando si parla del "Grande Vecchio" bisognerebbe riandare indietro con la memoria, pensare a quei personaggi che avevano cominciato a far politica con noi e che poi improvvisamente sono scomparsi". Simioni, infatti, aveva militato, negli anni Cinquanta e Sessanta, nel Psi, faceva parte della corrente autonomista, ed era in stretti rapporti di collaborazione con Craxi e Silvano Larini. Poi viene espulso dal Psi, nel 1965; si trasferisce a Monaco di Baviera, dove collabora con Radio Free Europe.

Quindi il ritorno in Italia e l'impegno nella sinistra extraparlamentare di cui ho già detto. In quegli ambienti, tuttavia, inizia presto a farsi la fama di doppiogiochista. Secondo Lotta Continua è un confidente della polizia, mentre in una scheda ritrovata nell'archivio segreto di Avanguardia operaia si legge: 'Entra tra i primi in clandestinità anche se all'epoca non ha alcun mandato di cattura a suo carico (...) era un pezzo grosso a livello di Curcio. Espulso come poliziotto, probabilmente è del Sid. Secondo Dalla Chiesa 'È un'intelligenza a monte delle Brigate Rosse'".

"Senzani gestì la regia del sequestro". "Anche Giovanni Senzani è un personaggio interessante - continua Imperato - . Criminologo, docente dell'Università di Firenze. Secondo Giovanni Pellegrino sarebbe stato lui, da Firenze, a gestire la regia politica dei 55 giorni del rapimento Moro. Pellegrino cita anche documenti che confermerebbero i legami tra Senzani e apparati di sicurezza italiani e stranieri. In particolare, un documento, anonimo, quindi inutilizzabile nel corso delle indagini, consegnato dal generale Lee Winter al giornalista Ennio Remondino, secondo cui 'la stazione di Roma (della Cia, ndr) ha dato assicurazione al Sops (Special Operation Planning Staff) che il nuovo collegamento con Parigi, Giovanni Senzani, è sotto contratto'.

Probabilmente a lui si riferisce Morucci, in Commissione Stragi, quando accenna agli irregolari: 'Bisogna chiedersi se c'era un anfitrione o no, chi era il padrone di casa, chi era l'irregolare, chi batteva a macchina i comunicati del comitato esecutivo, che poi erano distribuiti in tutta Italia, sul caso Moro. Certo, ritengo che siano cose che non cambino radicalmente la questione, ma penso che andrebbero dette".

Gerusalemme, scoperta dopo secoli la lastra tombale dove venne deposto il corpo di Gesù

Il Messaggero
di Rachele Grandinetti

I lavori di restauro all'Edicola del Sepolcro sono stati filmati dal National Geographic

Per la prima volta dopo secoli, un’équipe di archeologi espone la lastra tombale sulla quale, secondo la tradizione cristiana, venne deposto il corpo di Gesù dopo la morte sulla croce. Il lavoro è stato eseguito da un team dell’Università Tecnica Nazionale di Atene impegnato nella restaurazione dell'“Edicola” (dal latino “aediculum”, piccolo edificio) del sepolcro e cioè quella struttura sorta intorno alla tomba. Dopo essere stata praticamente distrutta a causa di un incendio, venne ricostruita tra il 1808 e il 1810.

Oggi, il progetto di restauro ha disposto lo spostamento della lastra di marmo. L’operazione è stata ripresa in esclusiva dal National Geographic: «Il marmo che ricopre la tomba - ha detto da Gerusalemme Fredrik Hiebert, archeologo della National Geographic Society - è stato tirato indietro e siamo rimasti sorpresi dalla quantità di materiale di riempimento che si trovava sotto. Sarà una lunga analisi scientifica, ma saremo finalmente in grado di vedere l'originale superficie rocciosa sulla quale, secondo la tradizione, è stato deposto il corpo di Gesù Cristo».

Gli esperti ritengono che la superficie sia stata ricoperta da uno strato di marmo intorno alla metà del Cinquecento, se non addirittura prima. La Basilica del Sacro Sepolcro (chiamata anche Chiesa della Resurrezione), situata nella parte antica di Gerusalemme, è uno scrigno di storia e fede cristiana: al suo interno, infatti, si trovano sia il sepolcro scavato nella roccia dove si pensa che Gesù sia stato sepolto dopo la morte, sia quella che è ritenuta essere la collina del Golgota dove, secondo le scritture, avvenne la crocifissione. 

Albettone, sindaco choc: «Sì, siamo razzisti e qui negri e rom rischiano la pelle»

Il Messaggero



«Immigrati? Se ce li mandano muriamo le case e le riempiamo di letame; siamo orgogliosamente razzisti». Lo ha detto Joe Formaggio, sindaco di Albettone (Vicenza) a La Zanzara su Radio 24. «Non vogliamo negri e zingari, da noi rischiano la pelle - ha aggiunto Formaggio esponente di Fratelli d'Italia non nuovo a frasi choc anche sugli omosessuali - Esportiamo cervelli e importiamo negri» che «sono meno intelligenti di noi, sono inferiori».

E contro l'Islam e una eventuale moschea si dice pronto ad aprire un «grande allevamento di maiali se aprono qua una moschea». «Se un prefetto manda i profughi qui ad Albettone le barricate di Gorino passeranno in secondo piano - ha sottolineato - Qui non vogliamo extracomunitari, negri e zingari. Hanno un quoziente intellettivo più basso: lo dimostra la storia. Abbiamo un poligono di tiro, il più alto numero di porto d'armi di tutta la regione Veneto. E non vogliamo nessuno che venga a rompere. Da noi rischiano la pelle».

Da Paracelso a Barnard la medicina in francobolli

La Stampa
marcello giordani

Un dottore nel Novarese colleziona pezzi dedicati alle grandi scoperte e ai casi clinici



La storia della medicina? Si impara più facilmente, e divertendosi, coi francobolli. L’idea non poteva che essere di un medico, Ezio Mercalli, di Borgomanero. Oggi il dottor Mercalli ha 83 anni, per sessant’anni si è mosso fra ambulatorio, visite e ricette, e ci tiene a rimarcare che «questa professione non si abbandona mai. E ne sono così convinto che ancora oggi pago la quota di iscrizione all’Ordine e, se vuole, potrei farle una visita e consigliarle il farmaco più adatto per quella bronchite trascurata che si porta dietro».

La passione
Fin da ragazzo Mercalli ha collezionato francobolli e cartoline legati a Esculapio e alle vicende dei camici bianchi: oggi ne ha più di dieci mila, ed è conosciuto in tutta Italia perché espone alle mostre di filatelia i suoi pezzi più pregiati. «Ho cominciato a collezionare un po’ per caso: ho sempre avuto due grandi passioni, la medicina e l’arte. Da ragazzino, a Borgomanero, passava ogni due settimane un curioso personaggio che, nel periodo del dopoguerra, raccoglieva qualsiasi tipo di francobollo. Una busta di francobolli ce li pagava una, due lire. Io andavo a cercarli da parenti, amici, conoscenti: coi primi quattrini che ho guadagnato ho comprato un libretto su Van Gogh. E intanto mi è venuta la passione per i francobolli».

Poi Mercalli si è laureato in Medicina e per qualche anno ha provato a coniugare la professione e la passione per l’arte: «Con un amico carissimo, l’avvocato Zonca, avevo aperto a Borgomanero una galleria d’arte, la prima in città. Un periodo splendido, dove ho conosciuto tanti artisti diventati amici. Ma la galleria e i quadri assorbivano sempre più tempo e avrei dovuto smettere di fare il medico: così, a malincuore, ho lasciato Macchiaioli e Divisionisti e mi sono dedicato completamente alle influenze, alle gastroenteriti e ai francobolli che le raccontano».

Oltre ai francobolli, le collezioni di maximafilia, le cartoline «maximum» con tanto di annullo postale. Il dottor Mercalli non si limita a sistemare con ordine i suoi tesori per le rassegne: accanto scrive un dettaglio curioso, una vicenda storica che aiutano a capire chi mai fosse Imhotep, visir egizio alla corte del faraone Zoser e grande medico: «Il papiro Edwin Smith descrive 48 casi clinici affrontati con successo da questo medico, fra cui 27 traumi alla testa e un tumore».

I reperti
Mercalli ha recuperato antichi francobolli dedicati a Girolamo Fracastoro, «che ha scoperto nel Seicento che le infezioni erano dovute a germi, l’antesignano della patologia moderna», lettere come quella del 7 dicembre 1804 inviata dalla Commissione Vaccinaria Reale al «cittadino Valperga di Caluso»; nelle collezioni di Mercalli sfilano premi Nobel contemporanei ed erboristi del Settecento, astrologi-mediconi rinascimentali, crocerossine americane; con un solo sguardo si può passare da Paracelso al dottor Barnard, dai primi vaccini alle ultime tecniche col laser.

«A Borgomanero, la presidente dell’associazione filatelica, la professoressa Lidia Pastore, ha avuto l’idea di andare nelle scuole a raccontare la geografia attraverso i francobolli, e i ragazzi si sono entusiasmati. Credo si potrebbe fare anche con la storia della Medicina. Il problema è che con le mail i ragazzi non sanno neppure più cosa siano i francobolli, e un pezzo della nostra cultura si sta perdendo. A proposito, prima di andare via, dica trentatré, così vediamo come sta la bronchite».