venerdì 28 ottobre 2016

Dopo Goro, anche a Bitonto scoppia una rivolta anti-migranti

Luca Romano - Ven, 28/10/2016 - 11:14

A San Giuliano di Puglia proteste per l'arrivo degli immigrati nelle casette in legno costruite dopo il terremoto del 2002: "Così non va bene"



La protesta contro i profughi divampa da Nord a Sud, infiammando lo Stivale.

Dopo Gorino, la frazione nel paese ferrarese di Goro dove gli abitanti hanno respinto i richiedenti asilo con barricate per le strade, anche in Puglia scoppia un nuovo caso di rivolta contro i migranti in arrivo nei centri medi e piccoli. Questa volta è Palombaio, frazione di Bitonto, a finire nell'occhio del ciclone. In questo paese di tremila anime in provincia di Bari sarebbero dovuti arrivare ventisette migranti: ma come spiega il Fatto Quotidiano, la coop responsabile dell'accoglienza ha rinunciato ad ospitare i migranti dopo le proteste di sindaco e cittadini.

"Non vogliamo essere chiamati razzisti, non è questo il punto – spiega una signora del luogo– è una questione di sicurezza, lei le ha mai viste le istituzioni qui? Siamo pochi noi, loro diventeranno tanti – racconta una donna -, non c’è una guardia medica, non c’è una farmacia, qui a Palombaio non c’è nulla per noi, figuriamoci per loro”.

Anche il sindaco di Bitonto Michele Abbaticchio ha bloccato il progetto di accoglienza in una villetta a due piani per presunte irregolarità procedurali - che però vengono smentite dalla coop interessata. Che dal canto suo spiega di "non sentirsela di continuare in questo clima", preferendo trovare una sistemazione alternativa in un altro paese. Nella vicina San Giuliano di Puglia ha fatto scalpore anche il trasferimento di cinquecento migranti nelle casette in legno costruite dopo il terremoto del 2002. I moduli costruiti quattordici anni fa dalla Protezione Civile sono attualmente abbandonati, ma la ditta che ha vinto il bando per ospitare i migranti dovrebbe rimetterle a nuovo.


Il sindaco di Vigevano: "Protestate contro l'arrivo degli immigrati"

Ivan Francese - Ven, 28/10/2016 - 09:40

Il primo cittadino di Vigevano si scaglia contro la prefettura e invoca proteste clamorose: "Manifestate il dissenso all'arrivo dei migranti"



Dopo Goro, Vigevano. Potrebbe essere la città viscontea in provincia di Pavia il prossimo epicentro della protesta contro i trasferimenti di richiedenti asilo da parte delle prefetture.

Questa volta a guidare la rivolta sarebbe addirittura l'amministrazione municipale, furibonda per l'arrivo, martedì scorso, di sedici africani fra i diciotto e i vent'anni, sistemati in una palazzina privata. A scatenare le ire della giunta guidata dal sindaco Andrea Sala, però, sarebbe la mancata comunicazione da parte delle autorità competenti.

Il sindaco ha così convocato una seduta consigliare d'urgenza per protestare contro il silenzio della prefettura. Secondo l'edizione milanese del Corriere della Sera, però, il Comune sarebbe stato informato ma avrebbe espresso la propria contrarietà.

Questo non ha però impedito al sindaco di lanciare un appello a tutta la popolazione di Vigevano a "manifestare il proprio dissenso all'arrivo dei migranti". Dissenso che per ora si è limitato a qualche protesta su Facebook e a un (poco frequentato) presidio organizzato sotto un gazebo piazzato davanti al centro d'accoglienza. Ma per il futuro non si escludono manifestazioni anche clamorose.


Da Goro riparta la voglia di essere italiani, contro le élite che violentano i popoli 

Emanuele Ricucci


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I fatti di Goro sono sintomo di un’Italia morente ma non ancora putrescente. Da non sottovalutare. Da non ridurre a capriccio di qualche italiano viziato che gioca a fare i moti del ’48, la ribellione, come il totalitarismo del bel pensiero vorrebbe far credere. Quella stessa che Renzi disconosce: “L’Italia che conosco li accoglie”. Presidente, sarebbe un onore non conoscerla, non averla mai conosciuta; lei e la sua banda governativa. Ci creda.

I fatti di Goro non rappresentano un vizietto da borghesucci europei tanto ricchi quanto stupidi. Non sono l’alba dei morti viventi. Diventano una necessità, una reazione di popolo. Popolo, quell’ex amante delle sinistre governative nostrane che non vogliono più vedere, con cui hanno chiuso i rapporti. Goro è Italia, consapevolmente Italia, non casualmente. Goro è fronte e frontiera non contro l’immigrato bensì avversa a chi ha legittimato questo disastro politico, civile, umanitario. È barricata contro la politica dell’estrema accoglienza e della sostituzione – della “grande sostituzione accennando a Renaud Camus -, della mescolanza a scopo di marketing.

È logica e naturale reazione. Reazione che, però, non innesca un cambiamento. Mostra i denti degli italiani stanchi ma si ferma lì. Una reazione inattesa da un popolo che si pensava assopito e rincoglionito dalla avances delle élite, tornate viscidamente alla carica peggio che nell’Europa della Belle Epoque. Avances che trasformano i più basilari principi d’amor patrio in disgrazia universale, i confini in limiti fisici, l’identità in limite mentale. Italiano è fuori moda,

coinquilino – di un mondo senza barriere -, no borders come gli piace definirlo, è l’avanguardia della civiltà. Élite che “perdono il contatto con i popoli”, per dirla con Alessandro Meluzzi, che “stanno violentando la volontà dei popoli”. Elite che confondo volutamente, diritti, doveri e ideologia. I doveri dello Stato, i diritti degli italiani e l’ideologia alla base dell’egemonia culturale dominante che regola i rapporti e condanna streghe a seconda di come il premier e la sua banda del progresso si alza la mattina, a seconda, ad esempio, della chiamata di Bruxelles. Élite che aberrano il razzismo e secondo il principio descritto poche parole fa, lo mischiano con una missione di Stato, lo praticano nella forma più subdola e meschina.

Per il prefetto Morcone “a Goro devono vergognarsi”, per Alfano “quella non è Italia”, per il sindaco di Firenze Nardella andrebbero sanzionati i Comuni che si rifiutano di accogliere. Eccola, la nuova aristocrazia imperialista, la nuova “classe”, dotata di un titolo comprato su ebay, mai passato per le matite della gente. Élite che genera questi figli; figli di quei padri che rovesciarono sui binari il latte per confortare la breve esistenza dei piccoli di quegli italianissimi profughi che fuggivano dai proiettili, dagli stupri e dalle torture di Tito, che scappavano dalla morte nelle foibe.

Le barricate di Goro dovrebbero avere un significato mitopoietico, in questa Italia piatta, plastica, prevedibile e arrendevole. Qui dovrebbe nascere l’archetipo. Ben più di una riduzione a fatto di cronaca. Il villaggio si difende. Il villaggio non si fa schiacciare dalla morsa dell’informazione di massa, né dalle minacce dell’oligarchia. Le barricate di Goro dovrebbero generare comunità di rinforzo, dovrebbero risollevare l’orgoglio. Le barricate di Goro andavano sostenute.

Non commentate. Errore di questa misera epoca che tutti commettiamo, io in primis scrivendo queste righe. Andavano sostenute fuori dalla virtualità, di persona, per tornare a nutrire la società di simboli, dovevano divenire emblema di un’Italia che non si arrende, non stupida come i feudatari del progresso vorrebbero far credere, capace di sputare bava e rabbia, di spaccarsi i denti digrignandoli, di mettere un legno sopra l’altro non contro i migranti ma contro chi disprezza l’Italia e gli italiani.

Anche in Francia “lo sgombero della Giungla di Calais ha generato tante piccole Goro”, come scrive Giovanni Masini sul Giornale: “sotto le insegne del “Liberté, Egalité, Fraternité”, migliaia di francesi sono scesi in piazza per protestare contro l’arrivo dei migranti nei loro Comuni. A Saint-Brevin-Les-Pins, alle foci della Loira, seicento persone hanno già sottoscritto una petizione per impedire l’arrivo di cinquanta migranti inviati dal governo di Parigi. Al villaggio borgognone di Chardonnay, da cui prende il nome il celebre vitigno e dove abitano appena duecento persone, sono stati assegnati cinquanta richiedenti asilo: in questo caso i cittadini hanno appreso dal trasferimento dai giornali. 

Proteste assai più violente si sono registrate a Loubeyrat, in Alvernia, dove un centro per rifugiati è stato dato alle fiamme nella notte di domenica. Ad Arès, nella Gironda, e aForges-Les-Bains, nei pressi di Parigi, le strutture di accoglienza sono state prese di mira dai vandali. Non più tardi di settimane fa una struttura destinata ad ospitare dei profughi è stata presa a fucilate durante la notte a Saint-Hilaire-du-Rosier, nel dipartimento dell’Isère. A Pierrefeu, nelle Alpi Marittime, e ad Allex, nella Valle del Rodano, i cittadini sono scesi in piazza per scongiurare l’arrivo dei migranti della Giungla

Allora, da questa esemplificativa suggestione, volutamente scelta e posta, nasce una domanda che incarna una speranza: si può pensare che l’Europa potrà ripartire dalle necessità che accomunano i popoli delle sue terre anziché dai grandi principi che, evidentemente, non li legano più, ormai ridotti a carne da macello elettorale? Necessità di democrazia e libertà, di alzare la testa? Potrà ripartire, l’Europa, non da una moneta, non da un inno o da una bandiera, non da una legge sulla pesca ma da piccole, inestirpabili cellule d’identità territoriale?

“L’Italia che conosco li accoglie”. Presidente Renzi, sarebbe un onore non conoscerla, non averla mai conosciuta. Se amare questa terra benedetta è fuori legge, sono fiero di essere un bandito.


Montegrotto, sindaco minaccia di denunciare mamme anti-profughi
Giovanni Masini - Ven, 28/10/2016 - 12:10

Il primo cittadino di Montegrotto Terme si scaglia contro un gruppo di donne che protestano per l'arrivo di 15 migranti



Il caso di Goro fa discutere. In tanti piccoli borghi d'Italia la popolazione si divide sull'accoglienza ai profughi, fra chi è disposto ad aprire le porte e chi non vuole i migranti nel proprio Comune. L'ultimo caso arriva da Montegrotto Terme, nella provincia di Padova. Nella cittadina euganea un gruppo di donne ha iniziato a protestare contro il (presunto) arrivo di un centinaio di profughi in città. Chiacchiere scambiate all'uscita da scuola dei figli, timori per eventuali malattie, voci incontrollate.

Voci che hanno scatenato l'ira del sindaco Riccardo Mortandello, 35 anni, "socialista libertario" secondo la definizione che si è dato da solo, in carica da giugno. Al primo cittadino proprio non è andata giù quell'alzata di scudi contro i quindici (queste sono le cifre ufficiali, ndr) profughi in arrivo.
Tanto da andare allo scontro con le madri più "arrabbiate", minacciando azioni legali contro chi spargesse la voce su presunte epidemie portate dai profughi. "Io ho preferito aderire al programma Sprar accogliendo quindici migranti - spiega il primo cittadino al Giornale.it - Piuttosto che adottare una linea dura e poi ritrovarmi con i richiedenti asilo inviati dalla prefettura che arrivano di notte all'insaputa mia e dei cittadini."

Ma per chi "semina odio" c'è tolleranza zero: una mamma che si era rivolta al sindaco per mail paventando epidemie di tubercolosi e malattie sessuali è stata diffidata ufficiosamente, ma il primo cittadino chiarisce che "il procurato allarme resta pure sempre un reato e io come pubblico ufficiale ho il dovere di avvertire queste persone che se dovessero insistere potrebbe scattare la denuncia".
A Montegrotto i profughi arriveranno. Questa è una certezza.

Bloccare un sito è facile, ora basta affittare un hacker pagando a ore

La Stampa
carola frediani

Come funziona il mercato delle “botnet”. Che sfrutta sempre di più non solo i nostri pc, ma router e videocamere. I prezzi? 400 dollari per oscurare qualcuno per un giorno intero



«Sto cercando un servizio a pagamento per attaccare e mandare offline un sito per più tempo possibile almeno tre volte a settimana». Così scrive un utente su un longevo e popolare forum di hacking, Hackforums, molto frequentato negli ultimi anni da ragazzini e da chi cerchi scorciatoie per «fare danni» online. Ma, evidentemente, anche da chi voglia regolare dei conti. Per vendetta personale, tornaconto, concorrenza sleale. Le inserzioni di chi è disposto a comprare attacchi informatici su misura non mancano. Né manca l’offerta di servizi. «Che sito vuoi attaccare?», risponde un altro utente al primo. Il tizio cita un sito di giochi online. «Ok, contattami su Skype», è la replica dell’altro.

Botnet in affitto
Il mercato degli attacchi informatici su commissione esiste da tempo, ma una serie di fattori lo stanno rendendo più preoccupante. Non ultimo l’episodio di qualche giorno fa che ha reso irraggiungibili per ore, per molti utenti, una serie di siti di primo piano, da Twitter a Spotify fino a vari media americani. Una azione potente in cui il fornitore di servizi internet di quei siti, Dyn, è stato ingolfato dalle richieste di accesso di una miriade di dispositivi sparsi per il mondo. Sono botnet, reti di computer – e non solo, come vedremo – infettati e controllati da remoto. Con queste reti di zombie – così si chiama un dispositivo una volta che viene accalappiato in una botnet – si possono fare tante attività, e raramente a fin di bene.

Una di queste è coordinare attacchi contro siti e servizi in modo tale da sovraccaricarli e mandarli offline. Per questo negli ultimi anni si è sempre più sviluppato un florido mercato di botnet a noleggio. O se volete di DDoS in affitto, dove DDoS (Distributed Denial of Service) indica proprio quel tipo di attacco che, tempestando di richieste (pacchetti) un sito, lo manda in tilt rendendolo irraggiungibile. Un annuncio che abbiamo trovato su AlphaBay, un noto mercato nero, pubblicizza un servizio di DDoS in affitto che dispone di 25mila sistemi compromessi distribuiti su un centinaio di Paesi, di cui in media 16mila online nello stesso momento.

Comprare un attacco che mandi offline un sito per 24 ore, dice l’inserzione, può costare fino a 400 euro. Ma anche di meno, a seconda del target e di quanto abbia le spalle larghe, di quanto cioè sia protetto con sistemi appositi. Lo stesso servizio offre una consulenza per determinare, in base all’obiettivo e alla durata dell’attacco, la potenza di fuoco necessaria. E la relativa tariffa. Ovviamente non tutti questi servizi sono in grado di mettere in difficoltà siti di spessore – per non parlare delle più note piattaforme online.



La voce del venditore
«I miei prezzi variano da pochi dollari fino a 500 all’ora», mi dice un venditore di DDoS che ho raggiunto in una chat cifrata online dopo aver trovato numerose sue inserzioni e post al riguardo, sparsi su diversi siti. Accetta di chattare con me a patto di non scrivere il suo nome utente. «Posso attaccare siti di gaming, casinò online, ma anche aziende di media entità. In alcuni casi anche chi utilizza servizi di protezione da questi attacchi». La sua botnet è composta da computer Windows infettati attraverso delle vulnerabilità. La controlla da una rete IRC, un sistema di comunicazione usato per le chat.

Non vuole dirmi quanto è grande né quanto guadagna complessivamente in media. «Il business delle botnet va a gonfie vele e il settore dove ci sono più soldi è quello indirizzato al settore finanziario. Botnet usate per rubare dati e credenziali bancarie (o di servizi di pagamento online o di cambio valuta, ndr), che sfruttano software malevoli come Panda, Zeus, Atmos finalizzati proprio a questo. La mia botnet la uso solo per rivendere DDoS: è un’attività che esiste da tempo, quello degli attacchi in affitto, ma sta progressivamente crescendo».

Sempre su Hackforums invece si trova la pubblicità di un negozio online, con grafica scintillante, che vende direttamente bot, cioè computer infettati, come fossero patate, un tanto al chilo. 0,04 dollari a bot. 0,08 se si vuole anche aggiornamento delle funzionalità. Se ne possono comprare in blocco fino a 6mila. Da dove arrivano questi bot? Sono stati infettati attraverso vulnerabilità, risponde il venditore nel forum a chi glielo domanda. Su un mercato nero, Tochka, un tizio vende invece mille router zombie, specialmente adatti per attacchi DDoS di un certo tipo. Prezzo: 1 bitcoin, cioè circa 650 dollari. «L’idea è che tu o qualcun altro farà poi l’attacco basandosi su questa lista», specifica l’inserzione.

In pratica è un mercato che offre una serie di servizi a livelli diversi. «Puoi comprarti gli strumenti, il software per costruirti una botnet tu stesso. Oppure, puoi comprare una botnet chiavi in mani, con tanto di mantenimento del software. O infine, puoi comprare direttamente solo degli attacchi pagati a ore, il vero e proprio DDoS in affitto», commenta Antonio Forzieri, esperto di sicurezza di Symantec.



Come armare l’internet delle cose
Come rilevato dai ricercatori di RSA e di F-Secure, all’inizio di ottobre, ancora sul già citato AlphaBay, era pubblicizzata una botnet molto ampia di apparecchi connessi a internet: 7500 dollari per avere a disposizione ben 100mila dispositivi. Dispositivi connessi, non pc. Ed è proprio questa una delle novità del settore. La diffusione di botnet che sempre di più sfruttano la cosiddetta internet delle cose, delizia del marketing dell’innovazione e croce degli esperti di sicurezza informatica: router, videoregistratori, videocamere sopratutto, ma in prospettiva anche frighi, tv, tostapane intelligenti. Ovvero connessi in Rete. Come la botnet Mirai, ormai divenuta famosa.

È composta da circa 120mila dispositivi di questo genere, soprattutto videocamere e videoregistratori, in parte prodotti da una stessa azienda cinese Xiongmai. Dispositivi che hanno una serie di password predeterminate che non verranno mai cambiate: per cui il software della botnet non deve far altro che provarle, accedere ai dispositivi, e prenderne il controllo. Questa botnet Mirai è stata usata a metà settembre per bombardare il sito di un giornalista, Brian Krebs, noto per esporre proprio questo tipo di attività cybercriminali. Quindi è il suo codice è stato pubblicato su un forum a fine settembre dall’utente Anna_senpai.

Probabilmente chi lo aveva ha ritenuto di avere troppa attenzione addosso e di confondere le acque. Il risultato? “Dal rilascio del suo codice, si sono diffuse diverse botnet simili. Insomma, ora ci sono più Mirai, non più solo una. Un paio di queste che stiamo monitorando vendono attacchi. E una parte è stata coinvolta nell’attacco che ha travolto Twitter, Spotify, PayPal, giorni fa”, commenta a La Stampa il ricercatore di sicurezza @2sec4u (vuole che si usi il suo nome Twitter) che ha investigato Mirai con l’azienda di sicurezza Malwaretech. «Mi aspetto di vedere ancora nuove botnet spuntare da qui a breve». E ulteriori attacchi.



Smart tv e frighi intelligenti come munizioni
La botnet Mirai è dunque una rete di apparecchi connessi a internet - registratori digitali, smart tv, videocamere - che è stata usata in vari attacchi potenti, incluso quello che ha travolto Twitter, Spotify e altri siti giorni fa. La sua particolarità è che non usa computer ma apparecchi connessi alla Rete, l’internet delle cose. In pratica – ha commentato qualcuno forzando un po’ la mano – è come se si armassero il tostapane e il frigo, quanto meno quelli che saranno connessi nella cosiddetta casa intelligente, perché pensati per fornirci ulteriori servizi. Già oggi molte persone controllano la propria casa da remoto con una videocamera. Ebbene, tutti questi dispositivi sono una spina nel fianco della sicurezza.

«Il loro utilizzo per fare attacchi non è nuovo, ma poiché ora stanno diventando più pervasivi, il fenomeno sta crescendo. Anche perché rispetto a un laptop sono più vulnerabili, più difficilmente aggiornabili, più obsoleti, e spesso utilizzano password di default», commenta ancora Forzieri di Symantec. «Quanta gente aggiorna il software del router di casa?». Inoltre questi dispositivi tendono a essere quasi sempre connessi, rispetto a un pc. Chiunque oggi può costruirsi la sua rete di apparecchi connessi per lanciare attacchi.

«Oggi ci sono già più botnet Mirai, e alcune di queste si stanno attaccando anche fra di loro. Molti ragazzini si sono buttati sul codice», commenta @2sec4u. Qualche settimana fa in Israele fa sono stati arrestati due ventenni che gestivano un altro servizio di attacchi informatici in affitto, di nome vDOS. In due anni avrebbero guadagnato 600mila dollari, aiutando i loro “clienti” a colpire dei siti con attacchi DDoS. L’identità dei due giovani è emersa dopo che il loro servizio è stato a sua volta hackerato, con diffusione della lista clienti e dei target.

Da tempo altri gruppi, come i Lizard Squad, affittavano servizi per mandare offline dei siti. Nel 2015 sei ragazzi sono stati anche arrestati in UK per aver usato il sistema gestito dai Lizard al fine di buttare giù siti di grosse aziende. Ma molte botnet sono tradizionalmente impiegate anche per infettare i pc degli utenti e poi rubare le loro credenziali bancarie e finanziarie.

Prove di attacco e censura
A metà settembre, dopo aver esposto proprio le attività dei due giovani israeliani dietro a vDOS, il sito di Brian Krebs è stato bombardato da una pioggia di attacchi che lo hanno mandato al tappeto, censurandolo per giorni. Nei pacchetti di dati che lo hanno travolto c’erano scritti pure degli insulti. L’attacco - che ha usato anche Mirai - è stato tale che alla fine Krebs si è dovuto rivolgere a un progetto specifico di Google, Project Shields, pensato apposta per giornalisti e media, che usa i mezzi e i server dell’azienda della Silicon Valley per attenuare questo tipo attacchi.

Diversamente dalle grandi aziende, singoli giornalisti e piccole testate non hanno le risorse per pagare costosi servizi di mitigazione degli attacchi e difendersi quindi da aggressioni digitali sempre più pesanti. Per questo lo stesso Krebs e altri hanno iniziato a parlare di «democratizzazione della censura», cioè della facilità con cui possono essere usati questi mezzi per censurare voci scomode. Tuttavia, alcuni degli attacchi di questi ultimi mesi – denunciano vari esperti, tra cui il crittografo Bruce Schneier - potrebbero essere collegati a Stati che starebbero facendo dei test in vista di scontri digitali. C’è chi ha parlato di Cina. Che, sul fronte censura, usa varie tecniche. Come quando aveva “cannoneggiato” il sito Github perché ospitava i contenuti di GreatFire, gruppo di dissidenti cinesi anticensura.

Per gli indiani d'America il diritto di voto resta una lotta

repubblica.it
di JULIE CONNAN

La tribù Paiute ha appena ottenuto un'importante vittoria giudiziaria: l'apertura di due seggi nelle due maggiori riserve del Nevada

Per gli indiani d'America il diritto di voto resta una lotta

NIXON (Nevada) - Un foglietto bianco a malapena visibile che gira su se stesso attaccato a una tavola di legno piantata davanti al "Nixon store", l'unico negozio di questo villaggio che sorge sulle rive del Pyramid Lake. Sopra si legge: "Ogni voto dei nativi d'America è importante. Voto anticipato per il presidente americano". Se per molti abitanti del "Silver State" è normale poter votare in anticipo, tale possibilità ha trovato un'eco tutta particolare a Nixon, nella riserva Paiute di Pyramid Lake. "Solo sabato sono già venute a votare 53 persone.", esclama contento Vinton Hawley, il presidente di questa tribù che vive a nord di Reno.

Dal mese di agosto i Paiute di Pyramid Lake e Walker River - le due tribù più grandi tra le 27 del Nevada - hanno condotto un'aspra battaglia con lo stato per ottenere il diritto di potersi iscrivere nelle liste elettorali e di votare sia in anticipo che nell'election day all'interno della riserva stessa. Diritti che possono sembrare ovvi, ma il cui mancato rispetto rappresentava una palese violazione del Voting Rights Act del 1965 che vieta le discriminazioni razziali nel voto. Prima che finalmente la giustizia desse loro ragione il 7 ottobre, per votare questi elettori dovevano percorrere 300 km tra andata e ritorno e, oltre al costo del carburante, non indifferente per popolazioni povere come queste, alcuni di loro si sentivano anche a disagio a recarsi in quartieri non abitati da nativi americani.

"La giustizia doveva per forza riconoscerci questi diritti, tanto più che il Nevada è uno swing state (uno stato in bilico, in cui non è sicuro chi vincerà). –, ci spiega Vinton Hawley. – È importante che le tribù si sentano più coinvolte politicamente. Adesso le cose cominciano a cambiare e per esempio ci sono già molte più persone che votano per la prima volta, come i disabili o i meno abbienti."

I 750 abitanti di Nixon, così come quelli del resto della riserva (1500 anime), vivono sotto la soglia di povertà, con un tasso di disoccupazione del 35%. Se si confrontano questi dati con quelli dei 5,2 milioni di nativi americani, si scopre che sono ben al di sopra della media nazionale e lo stesso vale anche per la percentuale di suicidi e di alcolisti. "Il contatto con i non nativi americani, l’assimilazione forzata e il trauma storico hanno lasciato profonde tracce.", constata il capotribù.

Anche se la riserva usufruisce di programmi sociali e per l'impiego approntati dal governo tribale, i suoi abitanti si sentono abbandonati a se stessi. "Qui da noi i candidati non hanno fatto campagna elettorale. Vanno a Las Vegas, o ancora in California, dove la gente ha soldi.", lamenta Hawley. Anche se non dice per chi voterà, il "chairman" della tribù riconosce che i nativi americani, tradizionalmente, danno il loro sostegno ai democratici. "Negli ultimi otto anni Barack Obama ha fatto molto per i natives, ma mi sarebbe piaciuto poter chiedere ai due candidati che cosa pensano di fare loro per noi".

Museo della Zecca, tornano alla luce 20 mila opere dai sotterranei

Corriere della sera
di Virginia Piccolillo

Pezzo forte della mostra le cere di Benedetto Pistrucci. Un incisore romano, autore, del modello della sterlina d’oro con S.Giorgio e il drago, ancora oggi in uso presso la Zecca reale britannica . Tra le opere in mostra anche le macchine industriali d’antiquariato

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Uno «scrigno delle meraviglie» che era nascosto in polverosi sotterranei è tornato alla luce. Oltre 20.000 opere tra monete, medaglie, punzoni, modelli in cera e macchine industriali d’epoca che raccontano duecento anni della nostra storia, sono da ora in mostra al nuovo museo dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Ad inaugurarlo, con una visita privata, il capo dello Stato, Sergio Mattarella, con il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan e il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini.

La collezione
Pezzo forte della mostra le cere di Benedetto Pistrucci. Un incisore romano, autore, del modello della sterlina d’oro con S.Giorgio e il drago, ancora oggi in uso presso la Zecca reale britannica . Tra le opere in mostra anche le macchine industriali d’antiquariato. Incluso il bilanciere pontificio di Clemente XII. «Questo spazio, un anno fa, era parte di un’eredità polverosa con casse piene di materiale prezioso e macchinari industriali d’epoca accatastati – ha sottolineato l’Amministratore delegato dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Paolo Aielli -

Un patrimonio abbandonato per un malinteso senso del risparmio, per una mancanza di sensibilità nella cura della memoria o, peggio, per una semplice disattenzione. Oggi il Museo della Zecca di Roma è uno spazio reale e aperto al pubblico. Grazie al percorso espositivo realizzato dalla professoressa Silvana Balbi de Caro e dall’architetto Giovanni Bulian sarà possibile apprezzare un pezzo della storia artistica del nostro paese che finora sembrava comprensibile solo agli esperti di settore e ai collezionisti».

Webcam richiamate dopo l'attacco hacker a Twitter e Reddit

repubblica.it

L'azienda cinese ritirerà 4 milioni di telecamere servite come ''trampolino'' per bloccare il traffico dei big della Silicon Valley non accessibili online per diverse ore

Webcam richiamate dopo l'attacco hacker a Twitter e Reddit

MILIONI di prodotti venduti dagli Usa sono stati richiamati dal mercato dopo essere stati ''preda'' di uno degli attacchi hacker più imponenti degli ultimi anni. La cinese Hangzhou Xiongmai Technology ha dovuto predisporre il richiamo per le proprie webcam utilizzate per attaccare Spotify, Twitter, Reddit e altre piattaforme online vittima del cyberattacco che ha paralizzato per ore alcuni tra i siti più navigati del web - tra i quali anche New York Times, Cnn, Netflix, Airbnb -  con sedi nella East Cost americana.

In una dichiarazione, il produttore ha affermato che gli hacker sono stati in grado di prendere il controllo delle webcam a causa del grado di scarsa sicurezza della password, mai modificata dali utenti rispetto a quella di default, tuttavia ha respinto le accuse secondo cui la maggior parte dei propri dispositivi sarebbero stati responsabili del denial-of-service che ha colpito l'internet delle cose. La colpa, insomma, è dei consumatori e non della tecnologia in sé.

Xiongmai ha fatto sapere che ritirerà dal mercato i prodotti venduti prima di aprile 2015, anello debole della produzione dal punto di vista della sicurezza a causa del firmware non aggiornato. Nella comunicazione l'azienda si assume la ''responsabilità sociale'', minacciando però azioni legali nei confronti di accuse ritenute infondate.

Secondo i ricercatori della società di cybersecurity Flashpoint, la maggior parte di sovraccarico di traffico è passata proprio attraverso le telecamere connesse alla Rete e altri dispositivi con componenti targate Xiongmai il cui tallone d'Achille, come specificato dalla stessa madre, è proprio la sicurezza. E ora l'azienda che produce anche webcam per auto, registratori di cassa e chip per computer ritirerà oltre 4 milioni di prodotti. ''Le questioni di sicurezza - si legge nel comunicato diffuso da Reuters - sono un problema fondamentale per tutta l'umanità. Xiongmai, come già fatto da altre società, non ha paura di sperimentare nuove tecnologie per garantire la sicurezza dei nostri utenti''.

Esselunga, la storica segretaria eredita 75 milioni di euro da Caprotti

La Stampa
luca fornovo

I cinque nipoti hanno ricevuto il restante 50% della liquidità del fondatore della catena di supermercati, corrispondente a circa 15 milioni di euro a testa.



Ultime novità sul fronte dell’eredità di Bernardo Caprotti, fondatore e patron di Esselunga. Come anticipato da La Stampa, la storica segretaria Germana Chiodi, entrata a lavorare per il colosso dei supermercati appena maggiorenne nel 1968, avrebbe ricevuto circa 75 milioni di euro. Alla dipendente è andato il 50% della liquidità del «Dottore», scomparso lo scorso 30 settembre all’età di 90 anni, mentre i cinque nipoti hanno ricevuto il restante 50% del patrimonio liquido di Caprotti, che corrisponde a circa 15 milioni di euro a testa.

Germana Chiodi, nell’ultima fase in cui Caprotti non era più in azienda, aveva la responsabilità della segreteria di direzione di Esselunga e assisteva anche Giuliana, moglie (in secondo nozze) di Bernardo Caprotti e la loro figlia Marina. Secondo quanto emerso dal testamento pubblicato di recente da La Stampa, ai figli di primo letto è andato circa il 30% della Supermarkets Italia, la holding che controlla Esselunga, mentre alla moglie di secondo nozze e ala figlia Marina è andato il controllo della holding con il 70% delle quote.

Tremila euro di multa al sindaco perché ha potato le piante del suo comune

La Stampa

Sanzionato perché non formato per quel tipo di mansione. L’Anci scrive al ministro Costa


Massimo Caravaggio, sindaco di Gombito. Foto da www.ilnuovotorrazzo.it

Multato per aver potato delle piante, lavorando gratuitamente per quello stesso comune che è stato chiamato dagli elettori ad amministrare. «Pensavo che fare un’opera di volontariato per il mio paese fosse un gesto di generosità civica», dice con l’amaro in bocca Massimo Caravaggio, primo cittadino di Gombito, comune di 630 anime in provincia di Cremona. E invece è arrivata la burocrazia e una multa da tremila euro.

Il motivo? Il sindaco, che si è improvvisato giardiniere per il bene della collettività, non era formato per svolgere quella mansione. Tanto è bastato all’ispettorato del lavoro per sanzionare Caravaggio e l’assessore Primaldo Sali, a seguito di una segnalazione della minoranza, inviata anche all’Azienda provinciale per i servizi sanitari e al Parco Adda Sud, l’ente che gestisce l’area naturale in cui si trova il Comune di Gombito. Un episodio che è arrivato fino all’Associazione nazionale comuni italiani, che ha scritto una lettera al ministro per gli Affari regionali, Enrico Costa, per esprimere preoccupazione per l’accaduto.

«Un sindaco - scrive l’Anci - soprattutto se di un piccolo Comune, è prima di tutto un volontario civico. Una persona che vive ogni giorno (gratuitamente o quasi) al servizio della propria comunità e ne assume le relative responsabilità con il solo scopo di renderla migliore, più vivibile, più accessibile e più efficiente. Un sindaco, di norma, non si tira indietro se bisogna salvaguardare la propria comunità e lo fa anche andando oltre e, rimboccandosi le maniche, compie azioni che non gli competono direttamente per il ruolo rivestito ma che riguardano il Comune, quale presidio pubblico fondamentale.

Questo avviene anche perché le risorse finanziarie sono notoriamente limitate e insufficienti, il personale è esiguo e i lavori da fare a dir poco molteplici». «Chiediamo - conclude l’Anci - un gesto responsabile di attenzione, di solidarietà, di intervento risolutivo verso il sindaco del Comune di Gombito e verso tutti quei sindaci che, come lui, non rinunciano a vivere quotidianamente la propria funzione quale Servizio alla Comunità che li ha eletti».

L’Anci ha inviato la stessa lettera al presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, al direttore dell’Inail di Cremona e al prefetto Paola Picciafuochi.

“Shakespeare non ha scritto tutto da solo”

La Stampa



William Shakespeare è stato il più grande drammaturgo di sempre, ma potrebbe non aver scritto tutto da solo. L’Università di Oxford ha rilanciato il lavoro (iniziato nel 2009) di un team di 18 ricercatori internazionali secondo cui il Bardo sarebbe stato aiutato nella stesura di almeno 17 delle sue opere. Un numero decisamente superiore a quelli denunciati in passato (si era arrivati massimo a una stima di otto co-scritture). L’ipotetico “ghost writer” sarebbe Christopher Marlowe, dal 1700 accreditato come il principale rivale di William Shakespeare: il primo avrebbe aiutato il secondo, per esempio, nella scrittura della trilogia su Enrico VI.

La scoperta grazie ai big data
Il team di ricerca ha condotto precise comparazioni tra i lavori di William Shakespeare e quelli degli artisti a lui contemporanei, Marlowe compreso. «Abbiamo contato con quanta frequenza venissero usate determinate parole, determinate frasi», ha spiegato alla Deutsche Presse Agentur uno dei ricercatori, Gabriel Egan (Montford University). Il professore ha aggiunto come non sia chiaro il modo in cui Marlowe e Shakespeare abbiano collaborato: «Non è da escludersi che il secondo editasse i lavori del primo».

«È interessante vedere l’interazione tra due diverse genialità - aggiunge Gary Taylor, general editor dell’Università della Florida -. Questa è la ragione per cui la trilogia di Enrico VI ha colpito la gente in maniera diversa rispetto alle opere effettivamente scritte dal solo Shakespeare. Adesso possiamo capirne le differenze: Marlowe era molto interessato alla politica, alla violenza e al conflitto religioso, ha scritto di questi temi in uno stile sempre diverso».

Shakespeare ne esce ridimensionato? Non secondo Taylor, che conclude sottolineando come «queste scoperte non rendono le sue opere meno nobili, al contrario, le fanno diventare più interessanti».

La notte dei frigoriferi

La Stampa
massimo gramellini

Si aggirano col favore delle tenebre. Scivolano furtivi, reggendo sulle spalle frigoriferi e materassi, anche qualche divano andato a male. Sono i poteri forzuti e vogliono spegnere le menti più illuminate dei Cinquestelle. Il drammatico allarme è stato lanciato proprio da una di loro, la sindaca Raggi: le strade di Roma si stanno misteriosamente riempiendo di frigoriferi vecchi. Chi c’è dietro e magari dentro? Qualcuno ha azzardato: dipenderà dal fatto che il servizio di ritiro a domicilio è sospeso da mesi. Sciocchezze. Quei rifiuti ingombranti da rottamare sono una metafora. Come una firma d’autore. È lui, il toscanaccio del Sì, che sta organizzando questa migrazione di elettrodomestici clandestini, questa lunga notte dei frigoriferi, per attribuirne la colpa alla Evita Piagnon de noantri.

Poi ci sono i materassi. L’assessora all’ambiente Muraro ci è rimasta secca, l’altra sera: stava passando per una piazza che i suoi netturbini avevano appena ripulito come la hall di un collegio svizzero, quand’ecco spuntarne uno accanto ai cassonetti. E chi lavorava in una celebre fabbrica di materassi, se non il capo della P2 in persona, Licio Gelli? La loro proliferazione per le strade di Roma fa dunque parte del famigerato piano di rinascita democratica con le molle. Eppure i cattivi non prevarranno. Dopo gli anni grigi del loden di Monti e dei monologhi-tisana della Boschi, i Cinquestelle hanno riempito la casella Cazzeggio lasciata libera da Berlusconi. Non ce li lasceremo portare via senza lottare: a colpi di materasso, se necessario.

A Venezia arriva per i turisti anche il divieto di portare le bici a mano

La Stampa

Una sanzione di 50 euro per quelli che saranno sorpresi a girare per la città lagunare con accanto la bici



Pedalare in bici tra le calli o, ancor peggio, in Piazza san Marco, a Venezia, non solo è vietato, ma anche scomodo visto il numero di ponti, ma ora per i turisti “ciclisti” arriva anche il divieto di girare portando la bici a mano. La decisione è della giunta comunale che ha approvato una proposta del sindaco Luigi Brugnaro che chiede una variazione del regolamento di polizia municipale.

La modifica, che sarà portata all’attenzione del consiglio comunale per l’approvazione, prevede una sanzione di 50 euro per i turisti che saranno sorpresi a girare per la città lagunare con accanto la bici. Deroga per i residenti che potranno portare il mezzo da Piazzale Roma o la stazione fino a casa o ai vaporetti per le isole seguendo però il percorso più breve. 

Tangentopoli investe l’Italia Gli Stati Uniti temono un golpe

Corriere della sera
di FRANCESCO BATTISTINI

Report e cablo inviati dall’ambasciata al Dipartimento di Stato raccontano i timori di Washington e le fonti utilizzate per aggiornarsi. Nei dispacci anche le simpatie per i pm

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L’Italia rischia un golpe? È la sera del 12 marzo 1993, ore 18.49. L’aria di Roma è ancora fresca, la bufera giudiziaria infuria. Dall’ambasciata americana, l’incaricato d’affari Daniel Serwer invia al Dipartimento di Stato l’ennesimo rapporto sulla «rivoluzione» (la chiama così) di Tangentopoli. Tempi duri: da Washington premono per capire che cosa diavolo stia succedendo in Italia. Nelle ultime settimane si sono dimessi i segretari Bettino Craxi e Giorgio La Malfa, il presidente Scalfaro s’è rifiutato di firmare l’ennesimo decreto salvaladri, i manager Fiat sono finiti in manette, il finanziere Pacini Battaglia s’è costituito per svelare i fondi neri Eni… Un intero mondo sta crollando, scrive Serwer, e non manca «any worry about a possible coup»: qualche preoccupazione per un possibile colpo di Stato. Ma di chi? Il diplomatico fa un giro d’opinioni e riferisce le parole di vari leader italiani.

C’è il segretario pds Achille Occhetto che esclude un simile rischio: «L’Italia non ha una tradizione di golpe». E Piero Fassino che rassicura di persona l’ufficio politico dell’ambasciata Usa: «Le forze armate italiane sono di leva e riluttanti a farsi coinvolgere nella politica interna». Gli americani però non si fidano, perché «il leader leghista Umberto Bossi in private conversazioni ha espresso ripetutamente preoccupazione per tentativi di golpe o per l’uso di forze paramilitari che ostacolino il cambiamento». Anche in ambienti del Pds, osserva il rapporto, si dubita che «i servizi d’intelligence o i carabinieri rimangano spettatori neutrali», tanto che Massimo D’Alema è stato esplicito nell’insinuare «che i servizi segreti siano coinvolti nelle rivelazioni sui collegamenti fra il Pds e un conto svizzero utilizzato per le tangenti».

Insomma, c’è da temere? La rivoluzione italiana è in corso e «i venti sono potenti», dice l’ambasciatore, ma oltreoceano stiano tranquilli: «Roma oggi non è la Parigi del 1789, la Pietroburgo del 1917 e nemmeno la Boston del 1775, il cambiamento non si raggiungerà con armi e ghigliottina». E questo — il diplomatico spiega con un filo d’ironia le immagini tv dei giuramenti di Pontida — «nonostante alcune persone si siano travestite da guerrieri medievali e abbiano contestato le tasse inique».

Sono 42 pagine «confidential». Sette cablo, inviati fra il 15 settembre 1992 e il 27 luglio 1993. Report inediti e declassificati di cui il «Corriere della Sera» è entrato in possesso. Raccontano come l’ambasciatore americano Peter Secchia e il reggente Serwer valutassero Mani pulite e la fine della Prima Repubblica. Con chi parlavano, di chi si fidavano, che cosa prevedevano. Con qualche sorprendente giudizio: sull’operato del Quirinale, per esempio, definito «insolito» quando Scalfaro suggerisce al premier Giuliano Amato di stare alla larga dalle direzioni d’un Psi ormai morente (un’evidente reazione alle parole di Craxi, scrivono da via Veneto, dopo che il segretario socialista ha chiesto una commissione parlamentare d’inchiesta sul finanziamento di tutti i partiti...).

Gli americani hanno le idee chiare: la strategia di Bettino è «disperata», anche se «le possibilità che finisca in prigione sono remote». I report dell’ambasciata non nascondono per il leader socialista un’antipatia che dura fin dai tempi del blitz di Sigonella ed è evidente che Washington, adesso, preferisca puntare sul Pds di Occhetto, considerato nei cablo «personalmente ostile» a Craxi e un interlocutore privilegiato degli americani: a Bettino, pur riconoscendo d’aver tenuto il Pci fuori dal governo fin dagli anni Settanta, si rimprovera proprio d’avere poi evitato di proposito l’unità delle sinistre, pur di non perdere il suo ruolo d’«indispensabile alleato della Dc».

«Queste carte invertono la vulgata di un’America che temeva gli eredi del Pci — commenta Andrea Spiri, storico e ricercatore che ha spulciato gli archivi di Washington —. Tangentopoli aveva cambiato tutto rispetto al 1989, solo quattro anni prima, quando la storica visita del comunista Occhetto negli Usa era stata accolta ancora con grande diffidenza». A un quarto di secolo da Mani pulite, ci si chiede sempre quale fu il ruolo degli americani. Il socialista Formica lo dà per certo. L’ambasciatore Reginald Bartholomew, succeduto a Secchia in via Veneto, disse una volta che il suo predecessore era molto vicino al Pool.

E anche il console a Milano, Peter Semler, ammise una stretta confidenza con Di Pietro. Dai nuovi report declassificati, affiora di sicuro una chiara simpatia: «Le intenzioni dei magistrati sono nobili — si legge —, seguono solo la via giudiziaria, i martelletti delle loro decisioni sono risultati efficaci come pistole (…). Hanno intrapreso un processo di cambiamento che non possono controllare o guidare completamente (…), ma come giudici la loro responsabilità è d’assicurarsi che giustizia sia fatta, non d’indicare linee politiche per stabilire quando se ne ha abbastanza. Quello è un lavoro che spetta ad altri».

A chi? L’Amico Americano qui ha meno certezze. Ed entrando nelle questioni interne del Psi, il più in crisi del Pentapartito, descrivendo nei dettagli gli ultimi congressi «senza garofani e in sale modeste», punta senza troppa convinzione su Claudio Martelli bell’e «pronto a mollare Craxi», sponsorizzando un suo viaggio negli Usa. L’ambasciata è un’antenna e capta dove può: fonti dirette e privilegiate, convocate spesso a collaborare nella raccolta d’informazioni e citate nei report, sono i socialisti Gino Giugni («ci dice che Craxi è pronto a tutto per salvarsi»), Valdo Spini e Luca Josi, assieme a un non meglio specificato «portavoce del Pds».

Interessa la politica italiana, certo, ma soprattutto sapere se la portaerei Italia rischi la deriva. Il timore di via Veneto è che «i continui scossoni possano avere un impatto negativo» sulle relazioni bilaterali con gli Usa: «Abbiamo avuto la dimostrazione nella saga di Ustica che politici fra loro rivali, come i ministri Martelli e Andò, possono lustrarsi a nostre spese», mentre «in questa fase di cambiamento dovremo stare molto attenti a evitare d’essere trascinati nei maneggi politici italiani».

Intromettersi è sempre rischioso, come hanno insegnato gli endorsement di Obama e del suo ambasciatore sul referendum: già 25 anni fa, s’apprende, a Washington erano convinti che «senza una riforma elettorale che dia all’Italia governi più forti (…), si fa difficile la leggendaria arte italiana d’arrangiarsi». Gli americani spulciavano le proposte in cantiere, nei cablo s’accenna anche a Mattarella, ma alla fine si trovavano a citare il Gattopardo: per tutto il dopoguerra, scrivevano, «l’Italia ha dato un nuovo senso all’adagio “tutto cambia perché tutto resti uguale”…». E se questo «cambiamento politico senza precedenti» sarà pacifico e l’Italia resterà comunque ancorata all’Occidente, sempre meglio stare attenti: nessuna rivoluzione ha un esito prevedibile.

La chiusa è truce: «Il vecchio sistema politico muore, il sangue versato continuerà a scorrere ancora per un po’ e altre teste rotoleranno. Ci vorrà una buona dose di competenza e di fortuna, per venirne fuori».

Mutazioni

La Stampa
jena@lastampa.it

“Avanti popolo, alla riscossa, degli immigrati vogliam le ossa…”

Napoli, spunta «Fuma Campania» il pacchetto beffa del contrabbando

Il Mattino
di Giuseppe Crimaldi



Sono già in «commercio», nel senso che trovano posto nei banchetti clandestini messi in bella vista su strada. Al Borgo Sant’Antonio Abate come a Forcella, ma anche in molti altri posti della provincia. L’ultima trovata del contrabbando si chiama «Campania», e non è uno scherzo: perché si tratta del nome dato al pacchetto di sigarette da venti che viene venduto a tre euro illegalmente. «Campania» dice già tutto. E invece non basta: perché sul pacchetto confezionato chissà dove e da chi, compare addirittura lo stemma della Regione Campania.

Fascia rossa obliqua su campo bianco. Ecco servita l’ultima truffa dei contrabbandieri. A fare l’incredibile scoperta sono stati alcuni tabaccai, nei giorni scorsi in città. I quali si sono giustamente subito rivolti al presidente della loro Federazione provinciale, Francesco Marigliano.

Si tratta ovviamente di «bionde», cioè di sigarette fasulle, anzi doppiamente fasulle; non solo perché vendute illecitamente, ma anche in quanto frutto frutto dell’ennesima contraffazione. Particolare non secondario: da quando sono state immesse nel circuito nessun organo di polizia - nemmeno la Guardia di Finanza - è ancora riuscito a sequestrarne una partita: segno evidente del fatto che si tratta di una novità, che manco a dirlo potrebbe vedere coinvolta anche la camorra. Spudoratamente false, quelle sigarette sembrano quasi una presa in giro, un tranello teso agli acquirenti creduloni, ai tabagisti incalliti che pur di risparmiare qualche euro si affidano al mercato illegale del tabacco.

Sul logo frontale compare una scritta accattivante: «From Italy Worldwide»; se invece si gira lateralmente il pacchetto, ecco altre indicazioni che sanno di beffa: «I minori non devono fumare», poi «Prodotto in Italia da Campania Srl», e infine «Prodotto non testato su animali» (come se le sigarette si testassero sulle povere bestie...). Fin qui la scoperta. Dopodiché iniziano le domande. La prima, che è anche la più importante: chi c’è dietro questa trovata? Poi: che cosa possono contenere quelle sigarette mai omologate né riconosciute dal Monopolio dello Stato? Ed ancora: a chi è venuta la stravagante idea di associare nientemeno che il logo dell’istituzione regionale ad una truffa così spudorata? La verità è che, girando per i crocevia del contrabbando cittadino, le «Campania» ci sono e si vendono pure.

Google: pubblicità sempre più su misura, grazie ai nostri dati personali

repubblica.it
di ROSITA RIJTANO

Le impostazioni sulla privacy introdotte a giugno permettono a Big G di combinare le informazioni relative alla nostra identità alle attività che svolgiamo su altri siti e app. Ma è possibile disabilitare l’opzione

Google: pubblicità sempre più su misura, grazie ai nostri dati personali

Un cambiamento delle impostazioni sulla privacy passato quasi in sordina. Eppure dalle sonore implicazioni. Da qualche tempo Google ha letteralmente tracciato una linea rossa sulla vecchia policy che proteggeva la riservatezza dei propri utenti dagli inserzionisti, sostituendola con una nuova che permette di combinare i nostri dati personali alle attività che svolgiamo su altri siti e applicazioni "in modo da migliorare i servizi di Google e le sponsorizzazioni offerte da Big G".

In pratica, si tratta della fusione tra due database. Quello relativo alle informazioni che riconducono direttamente alla nostra identità, di cui Google è in possesso grazie a Gmail e altri servizi di Mountain View. E l'altro riguardante i dati di navigazione collezionati da DoubleClick: impresa di pubblicità online acquisita dall'azienda nell'aprile del 2007, per 3.1 miliardi di dollari. I suoi sistemi di tracciamento, presenti nel 50 per cento dei maggiori siti web secondo una ricerca condotta dall'Università di Princeton, permettono all'azienda di pedinarci nelle nostre peregrinazioni digitali. E così di bersagliarci con campagne pubblicitarie su misura: per esempio, chi visita siti di sport, avrà più chance di vedere la pubblicità di biglietti per una partita al posto della réclame di un parrucchiere.

Per quasi dieci anni Google ha mantenuto le due banche dati separate, ciò significa che - almeno in teoria - non conosceva l'identità di chi tracciava, ma lo identificava solo come quell'anonimo determinato "utente/consumatore". Invece, grazie alla policy introdotta il 28 giugno 2016,  la cronologia della nostra navigazione può essere ora collegata ai nostri dati personali. Un'associazione cui ci sottoponiamo in automatico, stando a quanto abbiamo verificato su tre diversi account Google, dal momento in cui abbiamo accettato in blocco le nuove impostazioni sulla riservatezza che la compagnia ci ha notificato la scorsa estate. E che si accorda a una tendenza già in atto, unificare tutte le informazioni disponibili su di noi per creare dei profili unici dei consumatori e non perderli mai di vista, tanto online quanto offline.

I primi a notare i risvolti della novità sono stati i reporter di ProPublica, redazione giornalistica no-profit, vincitrice di diversi premi Pulitzer. "Il risultato pratico di questo cambiamento è che gli ads di DoubleClick che seguono le persone sul web saranno personalizzati in base alle parole chiave che usano nella loro Gmail", annota Julia Angwin. "Ciò significa anche che Big G adesso può, se ne ha voglia, costruire il profilo nominale completo di un utente, basandosi su tutto quello che scrive nelle email, tutti i siti web che ha visitato e le ricerche online che ha fatto".

"Abbiamo fornito notifiche ben visibili agli utenti su questo cambiamento, con un linguaggio semplice e uno strumento altrettanto semplice - My Account - che lascia agli utenti il controllo dei dati o la possibilità di cancellarli", ci hanno fatto sapere da Google quando abbiamo chiesto un chiarimento in merito alla vicenda. Perché è vero, dopo lo scandalo datagate la società di Mountain View è diventata più trasparente rispetto all'utilizzo che fa dei nostri dati e un modo per proteggersi c'è: è quello di andare nella pagina dedicata alla Gestione attività e deselezionare l'opzione "Includi la cronologia di navigazione di Chrome e le attività su siti e app che utilizzano servizi Google". Ma bisogna fare sempre più attenzione.

La solitudine dell'indigeno italiano

repubblica.it
di EZIO MAURO

La solitudine dell'indigeno italiano

"QUI non c'è niente. Niente per noi, che ci siamo nati: figurarsi per gli altri". Potrebbe finire sui manuali di storia dei nostri anni complicati questa frase di una cittadina italiana, probabilmente moglie e madre, abitante della frazione di Gorino sul delta del Po, che ha partecipato al blocco stradale del suo paese per impedire l'arrivo di dodici donne immigrate coi loro figli nell'ostello requisito dal prefetto.

Le straniere sono state dirottate in tre altri centri del Ferrarese, Gorino continuerà a non ospitare nemmeno un immigrato, la protesta ha vinto. Smontate le barricate e il gazebo notturno i bambini possono tornare a scuola, i pescatori riprenderanno il mare. Tutto come prima? Non proprio. Quella frase dimostra che dall'egoismo del niente può nascere una vera e propria guerra per il nulla in cui viviamo. Che ci angoscia, ma che non vogliamo dividere con nessuno.

Sono parole sincere, fotografie brutali delle mille periferie italiane quelle pronunciate al posto di blocco di Gorino. L'ospedale più vicino è a 60 chilometri, il medico viene in paese un'ora al giorno e se ne va, gli uomini sono fuori in barca dal mattino presto fino al tardo pomeriggio perché vivono di pesca, quell'ostello prima requisito poi restituito funziona anche da bar, è l'unico centro di ritrovo del paese, ha qualche camera per i pochi turisti che in stagione vogliono fermarsi per un giro sul delta.
È una vita minima, s'immagina di sacrificio, attorno alla casa, la famiglia e la pesca.

Dovrebbe farci riflettere il fatto che l'unica volta in cui il paese si sente comunità, agisce insieme, trova un'espressione collettiva, è davanti alla notizia che arriveranno dodici richiedenti asilo. Gorino non ha stranieri, tutti sono del posto. Ma ugualmente reagisce ribellandosi al sindaco di Goro, al prefetto, al colonnello dei carabinieri che promettono di far fermare le migranti una sola notte in paese. "Cosa vengono a fare qui? Abbiamo già i nostri guai, non ne vogliamo altri".

Non ci voleva molto a prevedere quel che sta succedendo. La superficie sottile della civiltà italiana - la solidarietà cristiana, la fraternità socialista, il buon senso compassionevole liberale - si sta sciogliendo nei punti più deboli della nostra geografia sociale, i piccoli centri della lunga periferia italiana, i paesi di montagna e di campagna, le isole ghettizzate all'interno delle grandi città. Persone in buona parte anziane, estranee al circuito del consumo multiculturale, frastornate dalla globalizzazione, con gli immigrati si trovano nei giardini spelacchiati sotto casa un mondo che non hanno mai visitato e mai conosciuto, senza che le comunità siano state preparate a gestire il fenomeno, inquadrandolo nelle sue dimensioni, nelle prospettive, nel rapporto tra i costi e i benefici.

Si sentono esposti, si scoprono vulnerabili, diventano gelosi del poco che hanno, egoisti di tutto: o appunto di niente, perché l'egoismo sociale funziona anche come forma identitaria di riconoscimento sociale e di auto-rassicurazione. Va così in scena una vera e propria lotta di classe in formato inedito, che mette di fronte la modernità esausta e logorata della democrazia occidentale con la primordialità dei mondi disperati che prendono il mare per cercare sopravvivenza, e nient'altro. Gli ultimi si trovano davanti i penultimi, che non vogliono concedere agli stranieri un millimetro di spazio sulla terra che considerano loro.

Se non fossero scesi fino appunto al penultimo gradino della scala sociale (quello di un ex ceto medio che viveva del proprio lavoro, e che con la crisi si sente precipitare nella mancanza di impiego e di futuro) non si sentirebbero sfidati direttamente dai richiedenti asilo che bussano alla nostra porta: non si sentirebbero "concorrenti", invidiosi di quell'elemosina sociale che l'Europa elargisce con un'accoglienza riluttante, mandando i carabinieri a requisire sei stanze di un ostello vuoto in una stagione turisticamente morta. È l'ultima espressione del welfare state: nato come forma di solidarietà, come strumento di emancipazione e di integrazione - dunque di cittadinanza - , diventa simbolo di divisione e di identità, come un privilegio da consumare soltanto noi, al riparo dagli occhi stranieri e alieni.

Per capire bisogna avere il coraggio e la pazienza di guardare dentro l'impoverimento morale prodotto in ognuno di noi dalla crisi, che agisce sul sentimento di sé e degli altri. È un percorso scavato dalla paura e dall'insicurezza, due giganteschi motori politici di cui raccoglieremo i risultati avvelenati tra qualche anno. La crisi più lunga del dopoguerra, la mancanza di lavoro, l'erosione dei risparmi, la disoccupazione giovanile, il terrorismo jihadista nei nostri Paesi sono fenomeni che tutti insieme trasmettono la sensazione di un mondo fuori controllo, senza più governance, con la mondializzazione che diventa una minaccia, la politica e le istituzioni fuori gioco. L'insicurezza sociale determinava ancora domande politiche, l'attesa di una soluzione di governo.

Quando l'insicurezza da sociale diventa fisica, cerca invece soluzioni pre-politiche o post-statuali, che rispondano a paure più che a bisogni, a una necessità di protezione più che di emancipazione, come se in gioco ci fosse non più la sicurezza del cittadino, ma l'incolumità dell'individuo. Questa miscela fatta di spaesamento e solitudine, panico del presente e angoscia del futuro, si scarica facilmente e immediatamente sull'immigrato. Soprattutto nelle piccole comunità, e nel caso di anziani soli davanti allo spettacolo della paura moltiplicato dalle televisioni, c'è il timore di perdere il filo di esperienze biografiche condivise, che è quel che forma identità e comunità. C'è il timore, cioè, di finire "globalizzati" a casa propria, spostati senza muoversi, mentre il mondo fa un giro completo intorno a noi che non sappiamo più padroneggiarlo, con le nostre mappe diventate inutili.

"Noi non siamo razzisti", ripetevano davanti ad ogni microfono gli abitanti di Gorino sulle barricate. Ed erano sinceri. Ma siamo arrivati al punto che la coscienza di sé diventa esclusiva, la paura spiega l'egoismo, il destino degli altri non ci interpella: purché non qui da noi, finiscano dove vogliono, finiscano come possono, finiscano comunque. È la presa d'atto di una sotto-classe umana che non ha diritti e non può pretenderne, perché non assimilabile e dunque superflua, quindi inutile. Quanto alla sua pretesa di sopravvivere, alla sua ricerca disperata di libertà a costo della vita, è un problema che non ci riguarda: non noi, non ora, soprattutto non qui.

In questo modo mutiliamo la nostra umanità e rinunciamo ad ogni politica nei confronti dei migranti. La sostituiamo con il bando. Ci basta bandirli per non vederli, respingerli per allontanarli, non farli avvicinare per proteggerci. Non capiamo che solo una Europa che abbia un ministro degli Interni dell'Unione e una politica estera unitaria può affrontare il fenomeno. Dovremmo pretenderla, imporla, costruirla, invece di mettere in campo misure burocratiche e fisiche di selezione, le liste delle lingue e dei dialetti, la richiesta di esaminare i denti dei ragazzi richiedenti asilo per capire se sono bambini, minori o adulti, i rilevatori di battito cardiaco e di CO 2 al porto di Calais quando arrivano i camion, per scoprire se ci sono esseri umani nascosti.

Se la politica non contrasta il passo alla paura, rispondendo ai sindaci toscani che denunciano una sperequazione nelle quote di accoglienza, ascoltando il sindaco di Milano che chiede di uscire dall'emergenza perché ormai il fenomeno ha bisogno di misure strutturali, faremo crescere mille casi Gorino, tentativi disperati e inutili di privatizzazione della sicurezza nella dispersione di ogni sentimento di fiducia nello Stato, nel suo senso di giustizia, nella sua capacità di garantire insieme protezione e democrazia. Proprio nel momento in cui credono di poter far da soli, non lasciamo soli i cittadini di Gorino: lo sono già, in compagnia soltanto delle loro paure. Ma sul delta del Po, ieri è nata l'ultima nostra raffigurazione contemporanea, spogliata del cosmopolitismo, dell'identità europea, del multiculturalismo, del sentimento di cittadinanza del mondo. È l'indigeno italiano, ciò che certamente noi siamo ma che non ci eravamo mai accontentati di essere.

Lo schiaffo di Vauro a Goro: "Chiudete, c'è puzza di m..."

Luca Romano - Mer, 26/10/2016 - 08:24

Dopo le barricate a Gorno e Gorino nel Ferrarese contro gli immigrati, Vauro ha voluto commentare a modo suo la vicenda



Una vignetta che fa discutere. Dopo le barricate a Goro e Gorino nel Ferrarese contro gli immigrati, Vauro ha voluto commentare a modo suo la vicenda.

E lo ha fatto con una vignetta che di certo non avrà fatto piacere a chi è sceso in strada per dire no all'arrivo dei migranti. Nell'immagine appare un uomo che cerca la strada per Gorino. Sopra una didascalia introduce la "vignetta": "Migranti, Gorino chiusa". In basso l'indicazione stradale per Gorino. E il passante che esclama tra la puzza: "Chiudetela meglio che arriva ancora puzza di merda". Una frase forte che di fatto punta il dito contro chi è sceso in strada per opporsi al prefetto che ha requisito un ostello per far spazio ad alcuni immigrati.

E sui social non tutti hanno accettato la vignetta di Vauro. Maurizio Gasparri su Twitter commenta: "Ecco la sinistra violenta e razzista di @VauroSenesi , che vergogna W #Goro". E ancora: "Non so ancora se Vauro sia più cretino o ignorante: Comunque #pericoloso". Infine c'è chi fa una domanda precisa a Vauro: "Ma quanti extracomunitari ci sono a casa sua o li' vicino?".