mercoledì 26 ottobre 2016

Taverna carrabile

La Stampa
massimo gramellini

La cittadina senatrice Paola Taverna ha accompagnato il figlio in Campidoglio per un laboratorio scolastico, riuscendo miracolosamente a parcheggiare l’auto sulla cima dell’incantevole colle in virtù di un atto psicomagico altrimenti noto come «esibizione del tesserino parlamentare». L’ostentazione del privilegio di Casta da parte di una delle sue più implacabili fustigatrici ha irritato i genitori degli altri ragazzini, che hanno goduto di un privilegio altrettanto apprezzabile ma curiosamente poco apprezzato, quello di potersi inerpicare sui centoventiquattro gradini che portano al Campidoglio, così ammirandone da vicino le bellezze, dopo avere incastrato la macchina nel primo buco disponibile, posizionato a non meno di tre chilometri dal traguardo.

Il pregiudizio di queste persone nei confronti della cittadina senatrice lascia esterrefatti. Ma qualcuno arriva davvero a immaginare che l’anima popolare dei Cinquestelle, la cui campagna contro i vaccini rivelò solo in parte la sua vasta preparazione scientifica e culturale, possa avere agito come una marchesa del Grillo qualsiasi: «Io so io e c’ho il pass, e voi attaccatevi alle strisce blu»? La verità è che, dopo avere rivelato prima delle elezioni per il sindaco di Roma che era in atto un complotto per fare vincere il suo movimento - e adesso sappiamo quanto avesse ragione -, la cittadina Taverna è impegnata con tutte le forze a dimostrare come in realtà il complotto sia cominciato molto prima: almeno dal giorno della sua nomina a senatrice. 

Pubblicità progresso

La Stampa
jena@lastampa.it

Chi respira avvelena anche te, digli di smettere.

È giusto pagare bene i parlamentari

La Stampa
francesco bei

È passato poco più di un secolo da quando in Italia si è affermato il principio che un parlamentare deve essere pagato per quello che fa. Un’idea rivoluzionaria ai tempi in cui venne concepita, anni in cui - la coincidenza non è casuale - si allargava il suffragio a tutti i cittadini maschi indipendentemente dal loro censo. Normale e anche giusto dunque che, a un secolo di distanza dalla sua introduzione e a cinquant’anni dalla legge che ne disciplina le modalità operative, la Camera rimetta mano e modernizzi il sistema di pagamento delle indennità ai suoi appartenenti. È quello che impegnerà l’aula di Montecitorio in questa settimana. 

Ma se ce ne stiamo occupando è anche perché la questione dei costi della politica e dell’indennità parlamentare è diventato oggetto di scontro contundente tra Movimento cinque stelle e Pd. Anzi, di tutta la riforma costituzionale su cui saremo chiamati a votare il 4 dicembre, nonostante tonnellate di articoli e migliaia di ore di confronti tv, alla fine l’unica cosa che scalda il confronto è proprio quella dei costi della politica. L’ha capito benissimo Matteo Renzi. E l’ha compreso ancor meglio Beppe Grillo, al punto da annunciare la sua calata a Roma oggi quando inizierà la discussione delle proposte di modifica della diaria. Intendiamoci, nulla di male a voler razionalizzare. La proposta dei cinque stelle, al pari delle altre quattro di altri partiti, non è da demonizzare.

Come forse non tutti sanno, la retribuzione dei deputati è legata a quella di presidente di sezione della Corte di Cassazione. E il tratto comune dei progetti su cui discuterà la Camera è proprio quello di sganciare la paga dei parlamentari da quella degli alti magistrati e legarla ad altri riferimenti: i deputati europei, i sindaci delle grandi città oppure la retribuzione dei professori universitari. Benissimo, si accomodino. Come pure nessuno avrebbe da obiettare ad altre novità di buon senso, come l’introduzione di una carta di credito «aziendale» su cui obbligatoriamente far transitare tutti i pagamenti del deputato, in modo da poterli controllare con precisione; oppure l’intervento di un agente esterno come la Corte dei conti per vigilare contro possibili malversazioni. 

Tuttavia è bene chiarirsi. Se non vogliamo tornare ai tempi del deputato-contadino Pietro Abbo, che ai primi del ’900, non avendo appunto la diaria, era costretto a dormire sul treno Roma-Firenze perché non poteva permettersi di dormire nella Capitale, dobbiamo accettare l’idea che il parlamentare venga pagato per il suo lavoro. E va pagato anche bene, perché è un lavoro difficile, delicato, non alla portata di tutti, una vera missione se inteso correttamente. Non è un dopo-lavoro, è - o dovrebbe tornare a essere - una riserva per persone appassionate che non stanno lì dentro, come confessò pochi anni fa un celebre sottoprodotto della cattiva politica, solo per farsi «li c...i suoi». 

Quindi alla domanda se devono essere pagati di meno o persino di più, la risposta non può che essere un’altra domanda: dipende, per fare cosa? I grillini arrivarono in massa in Parlamento nel 2013 con l’intento di aprirlo come una scatoletta di tonno. In breve si accorsero di una verità lampante a chi frequenta da qualche anno quei corridoi: il tonno non c’era più, altri gatti se l’erano mangiato da tempo. Il Parlamento sembra diventato un attrezzo inutile per i tempi veloci che viviamo. Il potere vero risiede altrove, nei centri finanziari mondiali, nelle multinazionali, a Pechino magari o a Mosca, quel poco che resta di sovranità nazionale se la tiene stretta l’esecutivo.

Ma anche chi siede a palazzo Chigi capisce subito che la stanza dei bottoni non esiste. Dunque proprio chi dice di avere a cuore la sovranità popolare, che non ha altri luoghi di espressione se non il Parlamento, dovrebbe tutelare per primo la dignità della funzione di rappresentanza e avere interesse a non esporla ulteriormente al pubblico ludibrio. Giusto essere sobri, giusta la rendicontazione. Ma se vogliamo i migliori in Parlamento è indispensabile pagarli bene. Nessuno si farebbe operare al cuore da un chirurgo low-cost: se vogliamo evitare infarti alla Repubblica, dovremmo evitare anche il deputato con lo sconto.

La prima foto della Terra scattata dallo spazio compie settant’anni

La Stampa
sara iacomussi

Era il 24 ottobre 1946: il vettore V2, atterrato nel deserto del New Mexico dopo aver raggiunto i 104 km d’altezza, conteneva una macchina fotografica



Sono in bianco e nero, sgranate e serve un po’ di fantasia per comprendere di cosa si tratta. Eppure hanno fatto la storia: sono le prime fotografie della Terra scattate dallo spazio, esattamente settant’anni fa, a oltre 104 chilometri d’altezza. Forse sono meno spettacolari di ExoMars o dell’uomo sulla Luna. Sicuramente, però, sono le antenate di tutte le missioni spaziali dagli anni Cinquanta in poi. 

La storia
È il 24 ottobre 1946. La seconda guerra mondiale è finita da poco, a Norimberga i nazisti vengono processati e i giornali di tutto il mondo iniziano a parlare di un nuovo conflitto «freddo» tra Stati Uniti e Russia. La corsa allo spazio è lontana, lo Sputnik sarebbe partito una decina di anni dopo e gli Usa stanno semplicemente testando dei missili che derivano dall’ingegneria tedesca.

Il soldato americano Fred Rulli ha 19 anni e fa parte della spedizione incaricata di recuperare il vettore V2, che i suoi progettisti nazisti avevano chiamato A4, appena schiantatosi sulla Terra dopo un volo a oltre 100 chilometri d’altezza. Col senno di poi, avremmo tutti voluto essere nei panni di Fred. Perché nel deserto del New Messico si è fatta la storia. Il V2 non è un missile qualunque: al suo interno c’è una macchina fotografica capace di scattare immagini ogni 1,5 secondi.

Precedenti e successori storici
Le prime immagini spaziali risalgono all’11 novembre 1935, quando il pallone aerostatico Explorer II fu lanciato dagli Stati Uniti raggiungendo la quota record di 22 mila metri d’altezza. Le fotografie del 1946 sono, però, scattate da un punto cinque volte più alto, garantendo una visuale più ampia della superficie terrestre. Bisogna aspettare il 14 agosto 1959 per le prime foto da un satellite orbitale, l’Explorer 6. Poco dopo, il 6 ottobre è la volta delle immagini dalla Luna, realizzate dai sovietici. La più famosa di tutte è, però, la Blue Marble, scattata il 7 dicembre 1972 dall’Apollo 17.

Ferrara, dopo le proteste i profughi destinati a Goro dirottati in altre strutture

repubblica.it
i BRUNELLA TORRESIN

Il prefetto della città estense aveva requisito l'ostello di Gorino per ospitare undici donne e otto bambini, ma gli abitanti avevano bloccato le strade per impedire l'accesso del bus. Trovata nella notte una diversa soluzione

Ferrara, dopo le proteste i profughi destinati a Goro dirottati in altre strutture (foto)
La foto della barricata è stata pubblicata dal sito giornalistico  Estense.com

FERRARA - La Lega Nord di Ferrara l'aveva annunciato fin dal mese di agosto: contro i profughi, alzeremo le barricate. Ed è accaduto ieri sera. Una protesta clamorosa contro la decisione, annunciata da tempo ma notificata nel pomeriggio, di ospitare gente scappata dalle guerre e dalla carestia da parte di diversi cittadini di Gorino e della vicina Goro, che hanno eretto dei blocchi stradali per bloccare il convoglio, scortato dalle forze dell’ordine. La protesta in qualche modo ha sortito il suo effetto, dopo la mediazione raggiunta con prefettura, carabinieri e polizia.

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Con l'intervento del sindaco di Ferrara e di altri comuni della provincia i profughi sono stati dirottati, temporaneamente, ad altre strutture della provincia ferrarese, senza soluzioni di forza, come si era ventilato in un primo tempo. I manifestanti avevano posizionato bancali di legno in tre punti d’accesso al paesino del Delta del Po per contrastare la decisione di requisire parzialmente l’ostello bar Amore-Natura. «Tenuto conto della saturazione delle strutture già funzionanti», aveva spiegato la Prefettura in una nota nell’annunciare la misura - è stata decisa la requisizione per ospitare intanto 11 donne, cui si dovranno aggiungere a breve altre sette persone, per un totale di 18 di un «gruppo di migranti assegnato alla provincia di Ferrara».

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Immediata la sollevazione di alcuni decine di residenti dei due paesi affacciati sull’Adriatico, con i quali è stata avviata la mediazione, anche per evitare che la tensione aumentasse, che ha portato al dirottamento del gruppo di donne destinate all’ostello. Il prefetto Tortora aveva spiegato che la requisizione «ha carattere eccezionale straordinario» e aveva rivolto un appello «ad amministrazioni pubbliche, associazioni di volontariato e strutture ecclesiastiche affinché offrano ogni collaborazione», anche per «ulteriori esigenze», verosimili «anche a breve». Collaborazione arrivata in tempo brevissimo. Il titolare dell’ostello, Filippo Rubini, ha detto alla Nuova Ferrara che una settimana fa, contattata, la struttura si era detta non disponibile ad accogliere i profughi ma che poi la situazione si era concretizzata con l’annuncio dell’arrivo a poche ore dal trasferimento.

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Goro è un comune di meno di 4000 abitanti, che ha dato i natali alla cantante Milva.  Vive di pesca, ed è tra i maggiori esportatori di vongole in Europa. E' amministrato da una lista civica, e il sindaco, dal 2011, è Diego Viviani. La decisione di requisire parzialmente l'ostello bar Amore-Natura, "tenuto conto della saturazione delle strutture già funzionanti", ha spiegato la Prefettura con una nota ufficiale, è per ospitare 11 donne, "gruppo di migranti assegnato alla provincia di Ferrara". Il prefetto ha precisato che la requisizione "ha carattere eccezionale straordinario", rivolgendo un appello "ad amministrazioni pubbliche, associazioni di volontariato e strutture ecclesiastiche affinché offrano ogni collaborazione", anche per "ulteriori esigenze", verosimili "anche a breve".

Londra, il primo giudice virtuale: a stabilire la sentenza è un software

repubblica.it
di JAIME D'ALESSANDRO

La University College London ha fatto analizzare agli algoritmi oltre 500 casi sottoposti alla Corte europea dei diritti umani. Nel 79% delle volte è stata emessa una sentenza simile a quelle dei giudici in carne e ossa

Londra, il primo giudice virtuale: a stabilire la sentenza è un software

LE INTELLIGENZE artificiali e l'analisi del linguaggio. Tecnologia essenziale che si usa nei sevizi per le traduzioni istantanee o per consentire a un'assistente di digitale di comprendere quel che le stiamo chiedendo. Ma quella medesima tecnologia può essere usata per analizzare una cartella medica, come già succede in Germania, o i documenti di una causa legale come invece sta accadendo in Inghilterra.

Anzi, un gruppo di ricercatori della University College London, ha trasformato una intelligenza artificiale in un giudice mettendola davanti una serie di casi reali che la Corte europea dei diritti umani ha affrontato negli ultimi tempi. Stando al Guardian, gli algoritmi avrebbero analizzato tutta la documentazione di 584 casi di tortura, discriminazione, violazione della privacy. Nel 79% delle volte, il giudice digitale ha messo una sentenza coincidente a quella della corte.

Nikolaos Aletras, a capo del gruppo di ricerca, ha fatto sapere che non vede come le intelligenze artificiali possano sostituire i giudici in carne ed ossa oggi come domani. La sperimentazione fatta dalla University College London potrebbe invece portare ad una serie di strumenti di analisi delle carte capaci di processare una grande quantità di dati in poco tempo fornendo delle analisi ragionate.

Una cassetta postale d'oro è la nuova attrazione turistica di Taipei

La Stampa
noemi penna



Una cassetta "d'oro", di fronte all'ufficio postale di Jinguashi, a New Taipei City, è diventata un'attrazione turistica. Un vanto per il quartiere e un gettonatissimo punto fotografico anche per i turisti stranieri che viaggiano attorno alla zona costiera nord-orientale dell'isola di Taiwan.
L'ufficio postale si trova all'interno del Museo dell'oro di New Taipei City, che espone i cimeli del prospero passato minerario taiwanese. La buca delle lettere ha la forma di un carro da miniera e, sul coperchio, un lingotto d'oro in stile Paperon del Paperoni: non è realmente placcato in oro, ma fa comunque la sua figura.



Lin Chun-ya, dirigente del museo, ha dichiarato che «i turisti stranieri, molti dei quali provengono dall'Europa, fanno la fila per farsi fotografie davanti alla casella d'oro». Ad amarla particolarmente sono i viaggiatori della Corea del Sud, che raggiungono l'ufficio postale anche solo per un selfie, sia dal centro di Jinguashi che dalla vicina città di Jiufen. A sostituirsi alle guide turistiche sono anche i tassisti, che ora consigliano ai viaggiatori una tappa al Museo dell'oro, o almeno al suo esterno. 



«Non è una sorpresa che questa cassetta postale sia stata inserita nella lista dei luoghi da visitare turisti», ha aggiunto Lin. Il Museo dell'oro ha aperto nel 2004 e in questi anni ha lanciato due serie di collezioni speciali con annullo postale dedicato alla catena montuosa della zona, nonché uno in foglia d'oro. E l'iniziativa ha scatenato un'ondata di passione filatelica a Taiwan. In questo periodo, per celebrare il 120° anniversario della fondazione del Chunghwa Post, la società postale locale, l'ufficio di Jinguashi ha realizzato delle speciali cartoline gratuite, che stanno andando a ruba.

La protesta dei musulmani al Colosseo e i campanelli d’allarme sull’integrazione

La Stampa

Caro Direttore, 

è legittima la manifestazione dei musulmani a Roma per ottenere luoghi di preghiera: molte volte infatti le amministrazioni sono burocraticamente pesanti nel cancellare posti considerati non adatti o pericolosi, mentre la possibilità di concedere locali di culto, nel doveroso rispetto delle regole, deve essere accettata, anzi aiutata. Poi si apre la discussione su preghiere e sermoni in lingua italiana, e imam indicati e conosciuti alle Autorità (così come il parroco). 

Mi ha colpito negativamente la differenza di partecipazione al Colosseo - numerosa - rispetto allo scarso intervento dei musulmani alle manifestazioni contro il terrorismo: alimenta una certa diffidenza verso le comunità dell’Islam in Italia, certamente divise tra loro, ma che avrebbero dovuto dare dimostrazione di solidarietà e soprattutto di rigetto della violenza. Lottare per i diritti è sacrosanto, così come accettare le nostre regole di vita civile.
Luciano Cantaluppi

Caro Cantaluppi, la protesta al Colosseo ha colpito anche me, soprattutto per una questione di metodo: i musulmani residenti a Roma per rivendicare il diritto a luoghi di culto scendono in piazza in maniera spontanea e non si affidano a una propria rappresentanza. Ciò significa che al loro interno manca ancora una forma basilare di struttura capace di esprimere dei portavoce. 

Quale che sia il motivo - rivalità interne, carenza di coesione, ruolo dei Paesi di origine - la conseguenza è l’assenza di interlocutori per il governo, nazionale e locale, assieme al pericolo che da questi eventi spontanei si generino leader occasionali, portatori di interessi di parte. Alla sua giusta preoccupazione per la carenza di proteste massicce contro il terrorismo jihadista da parte dei musulmani residenti in Italia, ne aggiungo dunque un’altra: si tratta di comunità prive ancora di leader capaci di coagulare consensi vasti. Sono tutti campanelli d’allarme sul processo di integrazione in Italia dei nuovi venuti.

I proprietari si trasferiscono e abbandonano il cane fra le cose lasciate nell’immondizia

La Stampa
cristina insalaco
 
Quando i proprietari del cane Boo si sono trasferiti, hanno gettato un materasso e alcuni mobili inutili vicino a un cassonetto accanto a casa loro. In quello stesso punto hanno lasciato anche lui. «Scaricato» sul marciapiede pochi minuti prima di lasciare la loro vecchia abitazione.



Ma la foto in cui il cane stava aspettando vicino a un mucchio di vecchi mobili dopo essere stato abbandonato, in breve tempo ha fatto il giro dei social network. E siccome nessuno dei canili della zona voleva venire a prendere il cane, i vicini di casa hanno chiamato Devin Olivier, il fondatore del Detroit Youth and Dog Rescue: «Sono state numerosissime le chiamate dei vicini, che hanno chiesto aiuto ad associazioni e enti di tutela degli animali - spiega -. Così abbiamo deciso di andare lì ad aiutarlo».



Mike Diesel, che lavora per la Detroit Youth and Dog Rescue ha raggiunto Boo sul ciglio della strada, ma non è stato facile conquistarsi la sua fiducia: «Sono rimasto lì per undici ore con un hamburger in mano, e con molta pazienza sono riuscito a guadagnarmi la sua fiducia. Abbiamo creato un legame, e il cane si è lasciato prendere in braccio e portare da un veterinario».



Il veterinario gli ha diagnosticato la filaria, e Boo ha iniziato subito un trattamento: «Appena sarà guarito, lo porteremo in una casa temporanea fino a quando non troverà una famiglia definitiva». Molte persone hanno già contattato Olivier per adottare Boo, ma per il momento non ha ancora trovato una famiglia che si prenda cura di lui. «In ogni caso, sarà questione di giorni».

- VIDEO: L’INCONTRO FRA BOO E IL SUO SALVATORE (clicca qui)

Così dopo secoli di sfruttamento l’Europa chiude le porte all’Africa

La Stampa
antonio maria costa

Le potenze coloniali hanno depredato l’intero continente. Ora si è aggiunta la Cina Ecco perché milioni di persone rischiano la vita per attraversare il Mediterraneo


Una vista aerea del campo «Giungla» di Calais

Da tempo l’Italia sollecita solidarietà in Europa per condividere l’onere dell’immigrazione. La richiesta, senza successo, è motivata da comunanza d’interessi di fronte a violenza e povertà in Africa. In effetti, l’esodo attraverso il Mediterraneo non è solo il risultato di miserie attuali. È conseguenza del più grande crimine nella storia dell’umanità: un delitto perpetrato a Londra, Parigi e Bruxelles – e che ora continua con il concorso di Pechino. Un crimine che ha causato, dice l’ex-capo Onu Kofi Annan, oltre 250 milioni di morti (neri): per farsi un’idea, il doppio dei morti (bianchi) nelle due guerre mondiali. Storia e giustizia motivano la richiesta italiana, non solo solidarietà.

Una parola sintetizza la tragedia africana: sfruttamento. La razzia incessante delle risorse -- umane, minerarie, agricole -- inizia nel XV secolo, quando i portoghesi mappano coste e sviluppano affari. Poi Spagna, Inghilterra e Francia trafficano spezie e, in maniera crescente, esseri umani. Per tre secoli gli europei non penetrano all’interno del continente: contano sugli arabi che assalgono i villaggi e organizzano interminabili carovane di prigionieri fino al mare – trasportati a oriente verso il Golfo e l’Asia, e a occidente verso le Americhe. 

SCHIAVI TRE SU QUATTRO
Nel ‘600 tre africani su quattro sono intrappolati in una qualche forma di servitù. Inglesi e francesi si distinguono per un lucroso commercio triangolare: trasportano cargo umano nelle Americhe, dove usano le acque fredde del Nord per disinfettare navi purulente di sangue e infestazioni. Poi caricano zucchero, cotone e caffè che trasportano in Europa (a Liverpool e Nantes). Quindi riempiono le stive di manufatti, alcool, armi e polvere da sparo che barattano in Africa con altre vittime. La razzia accelera quando, come risultato della guerra di successione spagnola (i trattati di Utrecht del 1713), Londra ottiene il quasi monopolio del traffico di schiavi attraverso l’Atlantico. Il picco è raggiunto alla fine del ‘700 per un totale di 100 milioni di vittime (stima incerta, ma realistica).

All’inizio del ‘800 due mutamenti storici convergono. Dopo decenni di lotta, il movimento anti-schiavista prevale: nel 1807 il Regno Unito decreta la fine del traffico internazionale di esseri umani; l’anno successivo aderiscono gli Usa. (Non e’ la fine della schiavitù, ma la fine del trasporto nell’Atlantico). Al contempo, e per recuperare reddito, inizia l’esplorazione del cuore dell’Africa: David Livingstone, H.M. Stanley e più avanti Richard Burton, mappano i fiumi del Congo, scoprono i grandi laghi e trovano le sorgenti del Nilo. Lo spirito d’avventura anima gli esploratori. La ricchezza delle risorse africane motiva i loro governi, afflitti da problemi economici: una lunga depressione in Francia e Germania (1873-96), un continuo disavanzo commerciale in Inghilterra. L’Africa è ritenuta la soluzione della crisi, grazie alle sue grandiose risorse: rame, diamanti, oro, stagno nel sottosuolo; cotone, gomma, tè e cocco in superficie.

L’OCCUPAZIONE
Entrano anche in gioco interessi individuali – anzi, personali. L’inglese Cecil Rhodes chiama Rhodesia (oggi Zimbabwe) il Paese del quale s’impossessa. Il re del Belgio Leopoldo II dichiara il Congo proprietà personale e passa dal furto delle risorse umane all’esproprio di quelle naturali. «Quando, dopo 200 anni, traffici umani, mutilazioni e mattanze terminano, inizia la razzia di avorio e caucciù», scrive Stephen Hoschchild, biografo di Leopoldo. In una storia di avidità e terrore, l’African Company (di proprietà del re) causa 10 milioni di morti ed espropria risorse per decine di miliardi attuali. Venti-trentamila elefanti sono abbattuti annualmente. E il Belgio emerge come il Paese più ricco in Europa.

Inevitabilmente la corsa a derubare l’Africa diventa ragione di scontro tra le potenze coloniali. Intimorito, il Kaiser Guglielmo II convoca la conferenza di Berlino (1884), durante la quale le potenze europee si spartiscono il continente: un accordo che dura fino al 1914. La demarcazione dei confini coloniali decisa a Berlino violenta le realtà africane: racchiude etnie, religioni e lingue in confini artificiali, al solo fine di perpetuare il saccheggio delle risorse. In breve, i confini tracciati dagli europei allora pongono le basi per la violenza e la povertà di ora. 

LA II GUERRA MONDIALE
Dopo la seconda guerra mondiale l’Africa diventa indipendente, con risultati non meno devastanti. In vari Paesi il potere passa nelle mani della maggiore etnia, che raramente coincide con la maggioranza della gente: chi è fuori dal clan è oppresso, spesso fisicamente. Imitando gli oppressori coloniali, i nuovi despoti gestiscono le risorse come proprietà personale. Rubano quanto possibile. Il resto finisce nelle tasche di amministratori corrotti, finanzia milizie a sostegno del potere e, soprattutto, compra la correità degli investitori esteri – inglesi, francesi e belgi. Nel primo mezzo secolo d’indipendenza africana gli interessi economico-finanziari europei (a volte americani) mantengono al potere dittatori sanguinari in nazioni artificiali. Rivolte e fame hanno un costo umanitario drammatico.

Una seconda liberazione si delinea dopo il 1990. Grandi despoti scompaiono, e con essi gli immensi patrimoni da loro saccheggiati. Il comunista Mengistu fugge dall’Etiopia, Mobutu muore in Congo, il nigeriano Abacha spira nelle braccia di una prostituta: questi due ultimi accusati di aver rubato almeno 5 miliardi di dollari a testa. Soldi impossibili da recuperare: all’Onu ho identificato parte dei fondi di Abacha in banche anglo-svizzere, che gli avvocati dei figli del dittatore hanno subito congelato. Inevitabilmente le risorse rubate ai cittadini africani finiscono con l’arricchire le banche di New York, Londra e Lussemburgo.

LA SITUAZIONE OGGI
Oggigiorno, a distanza di un quarto di secolo, furti e violenza continuano, dal Sudan di Al-Bashir (2 milioni tra morti e rifugiati), al Congo di Kabila (6 milioni di morti); da Zimbabwe di Mugabe, al Sud Africa di Zuma. In Guinea equatoriale il presidente Obiang, al potere da 35 anni, nomina vice-presidente il figlio Mangue – un vizioso che colleziona auto di lusso, tra esse una Bugatti da 350 mila dollari che raggiunge i 300km/h in 12 sec. Il settimanale inglese The Economist elenca 7 Paesi africani su 48 come liberi e democratici: tra essi Botswana, Namibia, Senegal, Gambia e Benin. Altrove gli autocrati perpetuano il potere modificando la costituzione (in 18 Paesi), oppure ignorandola (Congo). Il vincitore «piglia tutto», dice Paul Collier di Oxford: ruba per ripartire le spoglie con quanti l’aiutano a preservare il potere. Nulla sfugge al suo controllo: parlamento, banca centrale, commissione elettorale e media. 

A tutt’oggi, i Paesi europei che erigono muri e fili spinati contro gli immigrati africani continuano a depredare le materie prime dell’Africa. Non solo oro e petrolio, disponibili altrove. Sono soprattutto i minerali rari che interessano: uranio, coltano, niobium, tantalum e casserite, necessari nell’elettronica dei cellulari e in missilistica. Allo sfruttamento ora partecipa attivamente anche la Cina, prediletta dai despoti africani perché non condiziona prestiti e investimenti a clausole per proteggere democrazia e ambiente. Insomma, una catena d’interessi stranieri mantiene il continente nella disperazione: parlamenti e amministrazioni sono corrotti; strade, energia elettrica e ferrovie inesistenti. 

FUGA VERSO L’OCCIDENTE
A questo punto la gente africana ha una misera scelta: morire di violenza e povertà in patria, oppure rischiare la vita nel Mediterraneo, in un esodo dalle dimensioni bibliche – decine di migliaia di persone negli ultimi mesi, decine di milioni negli anni a venire. Papa Francesco parla di carità. Il governo italiano di solidarietà. Certamente. Soprattutto il mondo riconosca che Londra, Parigi e Bruxelles hanno causato il dramma africano, derubando dignità e risorse a gente già povera. È tempo di risarcimento – com’è avvenuto dopo la prima guerra mondiale, dopo l’olocausto, e a seguito di disastri naturali. Risarcimento in termini di assistenza allo sviluppo (per fermare la migrazione) e in termini d’integrazione (per assistere gli immigrati). L’Italia, con le sue minime colpe coloniali, ha poco da risarcire e tanto da insegnare ai Paesi che ora erigono barriere contro le vittime della violenza europea.

La barriera del bancomat

La Stampa
alberto rizzuti

Un giovane costretto a fare intervenire il padre perché il ticket della Asl non si può pagare in contanti. Ma chi non ha una carta come fa?

Un giovane deve beneficiare di una prestazione per cui è previsto il pagamento di un ticket di 25 euro. Prima di varcare la soglia dello studio, è invitato a recarsi al punto rosso per corrispondere l’importo dovuto. A quel punto, telefona a papà. Perché? Perché entrambe le macchine dell’Asl accettano solo pagamento tramite bancomat, e lui il bancomat non ce l’ha. E se non paga, niente prestazione per cui è in attesa da mesi. Allora papà, che per fortuna un conto in banca e dunque un bancomat ce li ha ancora, balza in macchina e dopo 20 minuti corrisponde il ticket, gesto che spiana al giovane la via del successo.

Domanda: quanti sono i cittadini che il bancomat non ce l’hanno? Minorenni, pensionati, gente che il conto in banca non sa cos’è perché raggranella a stento di che vivere e farsi curare? Certo, con una semplice codetta in una filiale di una banca il giovane avrebbe potuto pagare in contanti, riportare la ricevuta in Asl e riprenotare per l’inizio della primavera prossima la prestazione. Meno male che papà, oltre a possedere il conto in banca, il bancomat, l’auto, la benzina e il tempo libero, è stato così previdente da dotare suo figlio di un cellulare, se no il giovane sarebbe dovuto andare anche in cerca di una cabina telefonica. 

La classifica delle presenze dei parlamentari

La Stampa



C’è chi, come il Movimento 5 stelle, vuole dimezzare lo stipendio dei parlamentari e chi, come il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, risponde proponendo di pagare senatori e deputati in base alle presenze (in percentuale). In attesa dell’arrivo nell’Aula di Montecitorio del disegno di legge grillino, che però potrebbe presto tornare in commissione, si analizzano gli “statini” dei parlamentari.

Le presenze, le assenze (intese però come «non partecipazione al voto»), gli indici di produttività. Openparlamento.it pubblica l’elenco completo, aggiornato quotidianamente, delle attività di ogni parlamentare.

Ecco la testa e la coda di questa “classifica”
Cinzia Maria Fontana, Giuseppe Guerini e Tino Iannuzzi sono i tre deputati - tutti del Partito democratico - più presenti a Montecitorio dall’inizio della legislatura. La prima ha partecipato al 99,99% delle 19.515 votazioni che si sono tenute nell’Aula della Camera dal 15 marzo del 2013, il giorno della prima seduta, il secondo al 99,98% e il terzo al 99,91%. Sono in tutto nove i deputati che hanno superato la soglia del 99%. Oltre ai tre citati, nella lista figurano i nomi di Marco Carra, Piergiorgio Carescia, Tiziano Arlotti, Mara Carocci (anche loro del Pd), Gianni Melilla (di Sinistra italiana) e Rocco Palese (iscritto al Gruppo Misto).

Antonio Angelucci (Forza Italia) è invece il deputato con meno votazioni nel suo carnet. Secondo i dati di Openparlamento.it ha partecipato a 86 votazioni su 19.515: lo 0,44% del totale. Ed è anche l’unico, fatta eccezione per la presidente Laura Boldrini (che non partecipa alle votazioni) e ad alcuni deputati componenti del Governo, a non aver raggiunto la soglia dell’1% delle votazioni. Angelucci è seguito nella classifica dei più assenti dai compagni di partito Marco Martinelli (il suo indice di presenza è 8,65%), Francantonio Genovese (9,89%)e Rocco Crimi (13,2%), dal deputato di Ap Filippo Piccone (16,18%).

Nella Top 5 dei senatori più presenti alle votazioni nell’Aula di Palazzo Madama ci sono invece Carlo Pegorer (che ha votato 15.144 volte su 15.161, 99,89%), Federico Fornaro, Giuseppe Luigi Cucca, Daniele Gaetano Borioli e Gianluca Rossi, tutti del Partito democratico. I più assenti? Per Openparlamento sono Niccolò Ghedini (di Forza Italia, con 128 voti su 15.161 pari allo 0,84% del totale), Denis Verdini (Ala - 10,69%), Giulio Tremonti (Gal - 18,26%), Altero Matteoli (FI - 23,22%) e Maurizio Sacconi (Ap), che ha partecipato al 29,37% delle votazioni.

Lo strano parco macchine dell’Isis

ilgiornale.it

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«Raid e bombe americane su Mosul». Così il titolo di un articolo di Alberto Stabile sulla Stampa del 24 ottobre fotografa l’avanza della coalizione anti-Isis a Mosul. Nell’articolo, Stabile dettaglia che a entrare in azione sono stati gli F 16 dell’U.s. Air force, dei quali vengono decantati il volo planare e la pioggia di bombe che fanno ricadere sugli oscuri nemici. Nello stesso articolo si ripete la nota quanto tragica situazione dei civili, che l’Isis tiene in ostaggio. Mentre in altro articolo, stavolta di Paolo Mieli sul Corriere della Sera dello stesso giorno, si riferisce dei festeggiamenti della popolazione civile perché finalmente, dopo due anni, qualcuno attacca i terroristi che li opprimevano.

Le stesse cose avvengono in Aleppo: i siriani festeggiano quando dei quartieri sono strappati al Terrore, e salutano con sollievo l’offensiva del governo contro le zone ancora occupate. Non solo, anche in Aleppo Est i civili sono ostaggio delle milizie jihadiste guidate da al Nusra (al Qaeda) che controllano questa parte della città, tanto che i corridoi umanitari lasciati aperti da Damasco per consentir loro di fuggire non hanno avuto alcun esito: nessuno li ha utilizzati. Eppure i bombardamenti russi e siriani, a differenza dei primi, son cattivi.

Questa la narrazione ufficiale, alquanto bizzarra. Non siamo fan delle bombe, né delle guerre. Come sappiamo bene che questa guerra potrebbe finire senza altro spargimento di sangue: basterebbe lasciare gli jihadisti senza soldi, ché senza pecunia non si comprano armi e munizioni, né si pagano i tanti costosi mercenari assoldati dalle Agenzie del Terrore in tutto il mondo.Tagliati i fondi, anche le varie Agenzie del Terrore sarebbero costrette a chiudere i battenti, a Mosul come ad Aleppo come nel resto del mondo.

Ma evidentemente è rimasto lettera morta il suggerimento di John Potesta all’allora Segretario di Stato (e sembra futuro presidente Usa) Hillary Clinton di far «pressioni sui governi di Qatar e Arabia Saudita, che stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’ISIL [Isis ndr.] e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione» (mail rivelata da wikileaks; sul punto vedi nota precedente).

Significativo anche l’accenno agli altri «gruppi radicali sunniti» della mail, che indica come gli stessi ambiti che sostengono l’Isis supportano, ovviamente allo stesso scopo, anche i miliziani di Aleppo Est, beneamini dell’Occidente. Tale sostegno si realizza in tanti modi: a parte le armi e le munizioni, ci sono gli aiuti di natura umanitaria e sanitaria (i gruppi terroristi godono di servizi sanitari di altissimo livello, assicurati loro da diverse ong internazionali che operano sul loro territorio in cambio del placet all’assistenza dei civili). E altro.

Su un piccolo aspetto di tale ausilio ha fatto chiarezza la Toyota. Interpellata da russi e siriani sui veicoli forniti all’Isis, la casa automobilistica giapponese ha svolto una indagine interna i cui risultati sono poi stati comunicati agli interessati: in effetti «migliaia di veicoli Toyota» sono finiti nelle mani dell’Isis. Giunti loro tramite queste vie: 22.500 veicoli sono stati acquistati da una società dell’Arabia Saudita; 32.000 sono stati acquistati dal Qatar; 4.500 sono pervenuti all’Isis tramite l’esercito della Giordania, al quale ha fatto da garante una banca dello stesso Paese.

Si tratta delle automobili immortalate nelle foto che pubblichiamo in questa pagina: veicoli nuovi fiammanti, scenografici con la loro bandiera nera che garrisce al vento quanto invisibili a droni e aerei della coalizione anti-Isis, nonostante il deserto iracheno offra invero poche opportunità mimetiche. Val la pena accennare a questo proposito anche alle parole dell’ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite Mark Wallace il quale ha definito la Toyota Hilux e la Toyota Land Cruiser un marchio di identificazione dell’Isis.

Non si tratta di criminalizzare la Toyota, che alla fine comunque ha risposto a una richiesta specifica sul tema, ma di notare come tale richiesta non sia mai stata avanzata prima dai volenterosi e coalizzati anti-Isis, nonostante fosse facile, come visto, porre domande e ottenere risposte.

Tale acquisto di automobili nuove peraltro è transitato tramite vie ufficiali. Si tratta di operazioni commerciali su larga scala: servono navi, banche, reti logistiche. Eppure l’intelligence occidentale non ha visto niente di niente… Il parco macchine del Califfato è ovviamente solo una piccola parte dei tanti “aiutini” che giungono all’Agenzia del Terrore da ogni dove. Ma ha un suo significato e aiuta a intuire altro e ben più importante (qui i riferimenti, in arabo, sulla vicenda).

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Curiosità in volo: perché il caffè ha un gusto strano

La Stampa

I motivi per cui non bisogna bere il caffè in aereo

Caraffa del caffè in aereo

In tanti non riescono proprio a rinunciare al caffè. Neanche in volo. Ma in molti si lamentano che in aereo la bevanda più consumata al mondo dopo l’acqua abbia uno strano sapore. E in tanti, quindi, si chiedono perché sia tanto cattivo. Che quasi non si riesce a finirne la tazza. Il problema è l’acqua. Sembra, infatti, che i serbatoi siano riempiti con acqua potabile che è anche quella usata per lavare le mani in bagno. Ma non è il fatto che sia potabile o meno. Quanto che i suddetti serbatoi vengono puliti forse ogni sei mesi.

CAFFE’ A BORDO: PERCHE’ E’ MEGLIO EVITARLO
E che per pulirli vengano utilizzati prodotti chimici che evitano ai batteri di svilupparsi ma che sono i principali responsabili del cattivo sapore della bevanda. L’acqua, a 35 mila piedi di altezza, bolle ad una temperatura molto più bassa che scombina il processo di estrazione. Cosi facendo alcuni dei componenti del caffè, quelli solidi, si dissolvono. I più schizzinosi non dovrebbero conoscere una confessione degli assistenti di volo. E cioè che i contenitori in cui è versato il caffè, quelle caraffe dei carrelli, sono pulite molto di rado. Ecco, quindi, che si alza la probabilità di ingerire, insieme al liquido scuro, altre sostanze non troppo ben identificate. La ragione è che i dipendenti aeroportuali sono pagati troppo poco per assumersi l’onere di pulire per bene le caraffe.

A questo si aggiunge un particolare non trascurabile. Ad alta quota i gusti cambiano. Le papille gustative sono indebolite e percepiscono il sapore in modo diverso. Questo a causa della pressione in cabina, dell’aria secca e dell’altitudine che alterano di circa il 30% la percezione dell’acido, dell’amaro e del piccante. Non è questione della qualità del caffè, quindi, ma delle trasformazioni in volo. Tra le compagnie aeree che cercano una soluzione al riguardo la British Airways ha stretto una collaborazione con il tè Twinnings. Lo scopo è quello di creare una speciale miscela corposa per i voli che non sia troppo alterata nel gusto. Occhio, dunque, a quello che si beve. Meglio optare per un succo di frutta che proviene direttamente da una bottiglia aperta al momento.

“Tu fai più schifo di me”. E la Camera diventa un mercato

La Stampa
mattia feltri

Brunetta: gli stipendi siano uguali al reddito precedente


Oggi è previsto l’arrivo show di Beppe Grillo. La proposta M5S di dimezzare le indennità nasce dai giorni di polemica intorno all’uso disinvolto dei rimborsi da parte di Di Maio

«Tu fai più schifo di me»: ecco l’arma segreta. Non si direbbe un’arma vincente, specie in una pluridecennale fase di discredito della politica. Eppure continua ad andare forte. Ci sono deputati, qui alla Camera, che sembrano le scimmie di 2001 Odissea nello Spazio, brandiscono ossa, se le danno vicendevolmente in testa e poi si battono il petto. L’onorevole Alan Ferrari, del Pd, ha trovato arguto e contundente spulciare nelle rendicontazioni dei cinque stelle, ossia 12 mila euro di taxi qua e quasi 17 mila di trasporti extra di là, a dimostrare l’immoraità dei moralizzatori.

Poi toccherà rispondere alla domandina del grillino Alessandro Di Battista che impegna dieci secondi - mentre gli altri avevano da dipanare architetture logiche per minuti e minuti, e qui tocca segnalare Dore Misuraca del Nuovo centrodestra che, in un discorso della alte proprietà sedative, è riuscito a riproporre la citazione più citata di tutti i tempi, di Pietro Nenni («Nella gara fra i puri trovi sempre uno più puro che ti epura»), e a iscrivere Umberto Terracini al Pd, «se qualcuno non lo ricordasse». Ed è vero, non lo ricordava nessuno, visto che il costituente Terracini è morto nel 1983.

La domandina di Di Battista era la seguente: «Siete d’accordo a dimezzarvi gli stipendi, quindi guadagnare 3 mila euro netti, più spendere tutto quel che dovete spendere per l’attività politica, e restituendo ai cittadini italiani tutto quello che non spendete per la vostra attività politica?». (Subito dopo lo ha ripetuto Luigi Di Maio che evidentemente non si era accordato con Dibba e ha rimediato la figura del bagonghi). Del resto, se il livello del dibattito è questo, tante parole non servono.

Né pare un suggerimento alla riflessione, per tornare al piddino Alan Ferrari, quello a proposito degli emolumenti riservati al sindaco di Roma, la cinque stelle Virginia Raggi, e cioè se i 10 mila euro lordi d’indennità siano «meritati». Nel calcio si dice buttarla in tribuna, a Roma buttarla in caciara, e dunque per una volpe come Renato Brunetta è stato un gioco venirne fuori da gigante, con un discorso quasi sussurrato, saggio, ironico, come non se ne sentivano da un po’.

«È noto come in tutti gli ordinamenti ispirati alla concezione democratica dello Stato sia garantito ai parlamentari, rappresentanti del popolo sovrano, un trattamento economico adeguato ad assicurarne l’indipendenza», ha detto Brunetta, trascurando volutamente che si pensava la questione chiusa da un centinaio d’anni almeno, e prima che arrivassero i nuovi interpreti della virtù.

L’indennità, ha proseguito Brunetta, ha permesso «il superamento del Parlamento degli aristocratici, dei possidenti, dei notabili, e l’ingresso dei ceti popolari». Per cui la faccenda è: un parlamentare non deve arricchirsi, d’accordo, ma deve impoverirsi? Meglio pensare a una legge, ha detto Brunetta, meno marmorea, che sollevi meno sospetti: «Proponiamo di calcolare l’indennità da corrispondere ai deputati e ai senatori sulla base del reddito percepito prima dell’elezione».

L’onorevole che faceva l’operaio continuerà a guadagnare da operaio, chi faceva il professore universitario continuerà a guadagnare da professore universitario, e se arrivano miliardari come l’ottimo Alberto Bombassei, titolare della Freni Brembo, si studierà un tetto. Una proposta forse seria, di sicuro studiatamente comica, e col finale a sorpresa: e chi era disoccupato (molti dei cinque stelle)? «Reddito di cittadinanza», ha detto Brunetta, ed è pure «un’utile sperimentazione di uno strumento che tanto sta a cuore ai nostri amici del Movimento».

E la storia potrebbe chiudersi qui, non fosse che ricomincerà oggi, con tifoserie grilline all’esterno e il gran capo Beppe Grillo in tribuna. È il gioco piccino, e da entrambe le parti, attorno al referendum: chi sostiene che le riforme fanno risparmiare, chi sostiene che bastano due tagli per risparmiare di più. Peccato che ieri in aula ci fossero solo settanta o ottanta parlamentari: il modo migliore per far risplendere la paccottiglia.