lunedì 24 ottobre 2016

Tonno di frodo e coloranti: tutti i rischi del sushi low cost

La Stampa
gabriele martini

Boom di ristoranti nelle città italiane, quasi sempre gestiti da cinesi. Tra pesci non tracciati e additivi chimici, come difendersi dalle truffe



Dall’involtino primavera alla tempura il passo è breve. A volte troppo. Dietro il boom del sushi in Italia c’è la riconversione dei ristoranti cinesi. Nulla di male, se non fosse che dai controlli dei Nas e dalle denunce degli operatori emergono spiacevoli sorprese: materia prima di scarsa qualità, pesce di dubbia provenienza e intossicazioni.

Oggi un ristorante su dieci ha in menù piatti di sushi. Eppure, seconde le stime della Federazione italiana pubblici esercizi, di questi solo il 7% è a gestione giapponese. La stragrande maggioranza è in mano a cinesi. A Milano, capitale italiana del pesce crudo in salsa orientale, Tripadvisor recensisce oltre 500 locali di questo tipo. Ma le imprese individuali di ristorazione appartenenti a cittadini nipponici sono nove (quelle cinesi 473). A Roma 14 e a Torino 5.

Come una pizza
Bar, take away, ristoranti: nella galassia del sushi all’italiana c’è di tutto. Ma i locali di alta cucina sono pochi. La maggioranza si affida alla formula «all you can eat», con 10 euro a pranzo e 20 a cena mangi pesce crudo senza limiti. La domanda viene spontanea: come può costare così poco? «È semplice: non può», risponde Bernard Journo, co-proprietario di Gourmet Line Nipponia, azienda che commercia specialità gastronomiche destinate alla ristorazione giapponese in Europa. «Il problema - spiega - è la scarsa qualità della materia prima. Inoltre, per servire pesce crudo, vanno seguite procedure di conservazione e preparazione meticolose che richiedono specifiche professionalità. Ecco perché un pasto a base di sushi non può costare come una pizza».

Spesso il pesce che finisce nei menù di sushi non passa dai circuiti tradizionali. «I ristoratori orientali raramente comprano da noi», conferma Renato Malandra, medico veterinario dell’Ats che da trent’anni controlla il pesce del mercato ittico di Milano, il più grande d’Italia. «È vero, alcuni hanno i loro fornitori. Il problema è che per l’approvvigionamento del prodotto ittico non seguono sempre il criterio della qualità, ma guardano quasi esclusivamente al fattore costo», conferma Giulio Tepedino, esperto di Eurofishmarket, azienda di consulenza nel settore ittico.

«A volte capita, frequentando mercati all’ingrosso, di vedere operatori di ristoranti sushi acquistare i prodotti a fine giornata in modo da accaparrarsi il prezzo migliore». La situazione si complica quando viene meno la tracciabilità. «Nei ristoranti etnici la filiera dei prodotti non sempre è chiara», avverte Rolando Manfredini, responsabile sicurezza alimentare di Coldiretti, secondo cui «sofisticazioni e contraffazioni del pesce sono all’ordine del giorno».

I gamberi vietnamiti
Cosa mangiano quando ordiamo sushi low cost? Il salmone è di allevamento, viene da Norvegia, Russia e Canada. È un pesce grasso, ma non presenta particolari problematiche. I gamberi sono importati da Thailandia, Vietnam, Bangladesh e Cina. Arrivano già abbattuti e precotti. Più raro il pesce bianco: si tratta di orate e spigole allevate in Grecia. I guai cominciano alla voce tonno. Quasi mai è pinna blu, la pregiata varietà mediterranea. Spesso viene servito il pinna gialla, diffuso negli oceani Atlantico, Pacifico e Indiano. A volte, però, i ristoratori sushi si riforniscono di pesce tramite canali meno controllati. Ed è proprio in questa zona grigia che prolifera il mercato del tonno clandestino. Si tratta di pesce non tracciato, che viene catturato sforando le quote pesca consentita nei nostri mari.

A volte viene congelato in ritardo, non rispetta le norme di conservazione e viaggia su furgoni non idonei al trasporto di alimenti. «Il mercato del tonno in nero esiste eccome», conferma Aldo Cursano, pioniere del sushi in Italia e vicepresidente Fipe. «Ci sono pescatori che piazzano la loro merce tramite canali illegali. Il consumatore non è garantito perché senza tracciabilità non c’è responsabilità». Con rischi per la salute dei consumatori. Il nemico numero uno è il temutissimo anisakis, un parassita intestinale che infesta le viscere dei pesci e può causare gravi danni allo stomaco umano. Poi c’è la sindrome sgombroide. «Si tratta di una patologia allergica causata dall’ingestione di pesce alterato», spiega Malandra. Ma è difficile quantificare il fenomeno: il «mal di sushi» scompare in poche ore ed è verosimile credere che molti non si rivolgano ai pronto soccorso.

Il pesce truccato
Altro fronte è l’uso di additivi chimici (più o meno legali) per mascherare il grado di deterioramento del pesce. Il Cafodos è un conservante bandito in Italia, che restituisce caratteristiche esteriori di freschezza, mentre all’interno l’alimento invecchia. Poi c’è l’acqua ossigenata, impiegata per rendere più bianche e brillanti le carni. Il monossido di carbonio è usato invece per «ringiovanire» il tonno rosso. Infine c’è l’acido borico, utilizzato sui pescherecci per mantenere il colore originario dei gamberoni.

Dal gennaio 2015 ad oggi i carabinieri del Nas hanno effettuato 2058 controlli in ristoranti etnici. In 1205 esercizi commerciali sono emerse irregolarità. Nel 70% dei casi sono state riscontrate carenze igienico-strutturali, nel 46% cattivo stato di conservazione degli alimenti, nel 19% frode in commercio, nel 7% etichettatura non conforme o mancata tracciabilità. «Ma non c’è alcuna emergenza sushi», rassicura Salvatore Pignatelli, comandante del Nas di Milano. «L’aumento delle denunce è fisiologico perché legato dall’aumento dell’offerta».

«Ciò che manca nei menù dei ristoranti sushi è il prodotto nostrano di qualità», spiega Tonino Giardini, responsabile del settore ittico di Coldiretti. Intanto anche in Italia sono sbarcate le catene internazionali come Nobu e Zuma, che contribuiscono a innalzare gli standard del sushi. Coldiretti lancia una proposta: «La sfida per i prossimi anni è quella del pesce crudo a chilometro zero, con prodotti pescati nel Mediterraneo. La cena costerà qualche euro in più, ma i consumatori premieranno chi saprà offrire la qualità».

In Italia un software su due è pirata

Corriere della sera
di Alessio Lana

Siamo al terzultimo posto in Europa. Peggio di noi solo Grecia e Cipro

Miglioriamo ma non abbastanza. Dal 2007 al 2015, in Italia la pirateria è diminuita ma il fenomeno continua ad avere una diffusione capillare. Questa la posizione di Bsa Italia, comitato locale dell'associazione internazionale per la tutela della proprietà intellettuale nel software. Se nel 2007 la percentuale di software illecito nel nostro Paese era del 49 per cento, quattro anni più tardi scendeva a 47 punti percentuali e due anni dopo a 45. C'è stato quindi un discreto miglioramento ma non è abbastanza. Peggio di noi a livello di software piratato fanno solo Cipro e la Grecia, tutti gli altri paesi europei vanno molto meglio di noi.

Paolo Valcher
Paolo Valcher
  Attenti alle aziende
Sembra curioso ma i maggiori pirati non sono i singoli utenti ma le aziende «che in maniera scientifica non comprano software o lo piratano, sfruttano licenze per scuola e università che non gli competono oppure sfruttano una singola licenza per più computer», racconta il presidente di BSA Italia, Paolo Valcher. Scopriamo così che tra aziende e singoli utenti quasi non c'è differenza. L'attenzione all'antipirateria è bassissima. Basti pensare che nel settembre scorso un'operazione della Guardia di finanza ha dimostrato che su 116 aziende di medie dimensioni ben 71 sono risultate fuori legge. I prodotti irregolari erano oltre 1.200 e non c'era differenza a livello geografico.

Per gli imprenditori quindi c'è stata un'ammenda pari al doppio del prezzo della licenza più il procedimento penale. «Il punto però è che spesso da noi non c'è percezione della gravità della pirateria» e molti imprenditori neanche si spaventano di fronte a dei controlli software, «li prendono sotto gamba», nota ancora Valcher. Secondo una ricerca di Bsa dello scorso anno, solo il 14 per cento degli italiani vedeva la pirateria come un reato da perseguire, la maggior parte degli intervistati semplicemente non lo riteneva non reato mentre il 22 per cento ignorava che piratare software fosse contro la legge.
Sensibilizzare
Ed è qui che entra in azione Bsa. Nata nel 1988, ha sede a Washington, e riunisce le principali aziende software e hardware del mondo. Da Oracle a IBM passando per Autodesk, Adobe e Microsoft, è difficile non trovarne una che conosciamo già. In ogni Paese poi ci sono dei comitati locali che hanno lo scopo di sensibilizzare imprese e privati verso l'antipirateria e diffondere le legislazioni in materia. C'è poi il rapporto con le istituzioni, in cui Bsa rappresenta le imprese che ne fanno parte. «Va detto che la pirateria non colpisce solo le grandi software house straniere», nota Valcher, «anche i partner locali di quelle imprese risentono del fenomeno, pensiamo a chi vende software ma anche a chi sviluppa personalizzando le diverse soluzioni straniere e chi lo customizza per le imprese». Insomma, un vero flagello per tutti.

22 ottobre 2016 (modifica il 22 ottobre 2016 | 10:16)

L’uomo che ha creato le catene da neve che si mettono da sole

La Stampa
gaetano lo presti

Un valdostano fotografo di F1 e MotoGP


Giorgio Neyroz col RimChain brevettato nel 2013

Nella vita del valdostano Giorgio Augusto Neyroz le ruote hanno avuto grande importanza. Almeno dal 1998, quando, grazie ai buoni uffici di Cesare Fiorio, mitico direttore sportivo della Ferrari, cominciò a fotografare le gare di Formula Uno. «Aveva una casa a Cervinia, la località di cui sono originario, così mi fece ospitare dal Team Ferrari - racconta Neyroz -. Per due anni ho fotografato la Formula Uno, mettendo a frutto una passione che mi aveva già permesso di pubblicare foto di bob e skateboard su riviste specializzate».

Dalle quattro, Giorgio passò presto alle due ruote, fotografando per tre anni, nei deserti egiziani, il Rally dei Faraoni. Finché nel 2002 è passato alla MotoGp. «Nel 2003 ho fatto tutta la stagione. Avevo iniziato come freelance, ma, visti i risultati, alla sesta gara l’organizzazione mi ha chiesto se volevo lavorare per loro. Così da 14 anni sono fotografo ufficiale del MotoGp per la Dorna, la società spagnola organizzatrice».

Oltre ad essere state pubblicate sulle maggiori testate giornalistiche nazionali e internazionali, le sue foto della MotoGp sono state oggetto di tre mostre fotografiche in Valle, l’ultima delle quali, nel 2015, nella Saletta d’arte del Comune di Aosta per l’Unione Stampa Sportiva Italiana. «La foto a cui sono legato è quella che documenta la caduta di Valentino Rossi al Sachsenring, in Germania, nel 2007. E’ caduto proprio davanti a me, per cui l’ho portato al box col mio scooter di servizio».

L’idea
Quando torna in Valle (dove ha uno studio al Villair di Quart) le ruote con cui Giorgio ha a che fare girano, inevitabilmente, molto più lentamente. Fino a bloccarsi, come succede d’inverno, quando nevica. Specie se si devono raggiungere località di montagna come Cervinia, dove la sua famiglia dal 1948 gestisce lo storico Hotel Edelweiss. «Da giovane ero io che montavo le catene alle ruote dei clienti dell’albergo, per cui da allora penso ad una soluzione. Così è nato il cerchio-catena o RimChain che ho brevettato nel 2013. Un sistema veloce, semplice ed economico a prova di imbranato».

Il prototipo, che si può vedere in un video dimostrativo su YouTube, è basato su delle catene da neve (sette per una ruota d’auto, più per camion e bus) che, normalmente nascoste nel cerchione, all’occorrenza (in caso di neve, ma, anche di ghiaccio), grazie a delle molle, si possono tirare fuori e agganciare dalla parte opposta (eventualmente incrociandole). «Si possono montare sulle ruote di trazione, ed è previsto che sui cerchi in lega siano utilizzate fuse nel cerchione - precisa Neyroz –.
Il bello è che così le catene sono disponibili sempre, estate e inverno. Nel brevetto presentato sono d’acciaio, ma il peso potrà scendere se si utilizzeranno quelle plastiche che sono più dure dell’acciaio. Adesso bisognerà trovare dei produttori di cerchi o ruote automobilistiche che possano produrre e commercializzare il brevetto».

Il Sudafrica fuori dallo Statuto di Roma

La Stampa
lorenzo simoncelli

 Il paese ha comunicato alle Nazioni Unite la sua decisione di revocare l’adesione al trattato che prevede l’accettazione della Corte penale internazionale de L’Aja come organismo giurisdizionale in caso di violazioni della Convenzione di Ginevra


Il Palazzo della Pace dell’Aja dove ha sede

Il Sudafrica ha comunicato alle Nazioni Unite la sua decisione di revocare lo Statuto di Roma, il trattato che prevede l’accettazione da parte dei 123 Paesi membri della Corte penale internazionale de L’Aja come organismo giurisdizionale in caso di violazioni della Convenzione di Ginevra, ossia crimini di guerra o genocidio. Le prime schermaglie con il tribunale internazionale risalgono al giugno del 2015 quando durante un vertice straordinario dell’Unione Africana a Johannesburg il presidente del Sudan, Omar al-Bashir, ricercato dalla Corte de L’Aja per crimini contro l’umanita’ in Darfur non era stato arrestato al suo arrivo in Sudafrica. Un vulnus mai rimarginato dato che il tribunale internazionale aveva accusato il governo di Pretoria di proteggere al-Bashir solo per rispettare la proverbiale fratellanza africana che vige tra i capi di Stato del Continente.

Non sembra essere un caso che la decisione sia arrivata un mese prima del processo in cui i giudici sudafricani dovranno decidere sull’operato di Pretoria riguardo la questione al-Bashir. Arrivare alla sentenza fuori dallo Statuto darebbe più forza al governo sudafricano. Prima della revoca ufficiale dal trattato c’e’ una finestra di un anno, ma se dovesse essere confermata potrebbe scatenare un effetto domino in tutto il Continente africano che darebbe adito anche a Paesi decisamente meno democratici di revocare il trattato e procedere con una giustizia fai da te.

Il Kenya negli anni scorsi era stato ai ferri corti con l’Aja per le accuse al suo vicepresidente di aver orchestrato le violente rivolte post elezioni. Una settimana fa era stato il Burundi, da due anni in piena guerra civile, a far recapitare la stessa decisione a New York. Ma la decisione del Sudafrica data la sua statura, membro dei Brics e del G 20, a livello locale ed internazionale ha tutt’altro significato.

Dal 2002, anno di fondazione, la Corte de L’Aja ha sempre avuto vita difficile con gli Stati africani che hanno accusato il tribunale di avere il dente avvelenato nei processi che vedevano protagonisti cittadini del Continente nero. Non e’ ancora chiaro se la decisione di revoca da parte del Ministro degli Esteri sudafricani possa avvenire senza il voto del Parlamento e proprio su questo fronte si stanno attivando numerose associazioni civiche pronte a contestare la decisione di Pretoria.

Ma il ministro della giustizia sudafricana, a cui e’ toccata la patata bollente di spiegare la decisione, ha gia’ affermato che, come ne 2002 la scelta di adottare lo Statuto fu presa dall’esecutivo, cosi’ avverrà anche per l’uscita. Ai giornalisti che hanno chiesto il perchè dell’imminente presa di posizione contro l’Aja ha risposto: “non poter invitare sul nostro territorio anche ipotetici ribelli o accusati di gravi crimini limita le nostre attivita’ diplomatiche come Paese attivo nella mediazione e nei tavoli di pace”.

Una giustificazione che ha lasciato decisamente di stucco molti analisti che hanno ricordato come il Sudafrica sia in realta’ gia impegnato come pacificatore in Sud Sudan e in Lesotho, senza contare poi il fatto che dal 1994 ad oggi la politica estera di Pretoria e’ stata sempre piu’ imperniata alle attivita’ economiche che strettamente politiche.

Sul sito di Dylan compare la scritta “Vincitore del Nobel per la Letteratura”. Ma resta solo poche ore

La Stampa



Bob Dylan gioca al gatto col topo per il Nobel e si infittisce il giallo sulla reazione di Mr Tambourine Man alla decisione dell’Accademia di Stoccolma di insignirlo del massimo riconoscimento per la letteratura. La menzione del premio, comparsa per alcune ore sul sito ufficiale del cantante, è stata rimossa dopo essere finita sui giornali di mezzo mondo.

Restano, a far capire che il 75enne poeta in musica di No Direction Home è a conoscenza della decisione dei giurati, le menzioni indirette del premio ripostate su Twitter e Facebook: tra queste i complimenti a Dylan del presiedente Barack Obama. Ma dal sito ufficiale BobDylan.com la semplice menzione del premio, apparsa sulla pagina che promuove il nuovo libro The Lyrics: 1961-2012 in uscita il primo novembre, è stata rimossa alimentando gli interrogativi nati all’indomani dell’annuncio dell’Accademia di Stoccolma che non è ancora riuscita a parlare con il cantautore in perenne tournee: domani a Thackerville in Oklahoma, dopodomani a Tulsa, poi Shreveport e Baton Rouge in Louisana, e così via, un giorno si e uno no, fino a Fort Lauderdale il 23 novembre.

Evidentemente orgoglioso della sua monumentale legacy - gli ultimi anni hanno visto la pubblicazione autorizzata di una mole di materiali di archivio sotto il titolo di Bootleg Series - Dylan resta dunque quello che è sempre stato, estremamente recluso, enigmatico e restio a farsi incasellare in qualcosa di cui non si sente a suo agio. Nel 1965, all’apice della fama che lo aveva trasformato da cantante a portavoce di una intera generazione, rispose a un giornalista a San Francisco che gli aveva chiesto se si pensasse più cantante o poeta: «Penso a me come un uomo che canta e balla». E poi c’è il giallo dell’incidente di moto del 1966: si disse che sei era rotto varie vertebre, ma non fu mai ricoverato in ospedale. «La verità è che volevo uscire dalla corsa dei topi», ammise lui stesso nella autobiografia Chronicles.

Se l’ultimo giallo sia il frutto di una svista degli amministratori del sito o di decisioni consapevoli, sembra improbabile che il manager del cantante Jeff Rosen ne sia stato completamente all’oscuro. È dunque ancora mistero se il 10 novembre Dylan deciderà di andare a ritirare il Nobel o se resterà a casa come vorrebbero molti fan secondo cui c’è un’evidente contraddizione: il premio è concesso da una fondazione costruita sulla fortuna di Alfred Nobel, un industriale degli armamenti, e Dylan, il poeta di Masters of War, è identificato come un leader dei movimenti per la pace.

Viaggio nella medicina dei campi di sterminio

La Stampa
ariela piattelli

Dall’8 al 10 novembre 50 medici dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e dell’Ospedale Israelitico di Roma parteciperanno al primo tour della memoria dedicato al tema


Lo staff medico del prof. Clauberg (a sinistra) nella sala operatoria all’interno del blocco 10 di Auschwitz I
(Main Commission for the Investigation of Nazi War Crimes, Varsavia)


Cosa avviene quando la scienza, la cura, si trasforma in odio? Nella macchina della morte dei campi di sterminio nazisti erano i medici a decidere i destini dei deportati, sin dal loro arrivo all’inferno. Con uno sguardo, o un gesto, sulla rampa di Auschwitz - Birkenau, un medico decideva se mandare uomini, donne e bambini nelle baracche o direttamente nelle camere a gas. Dalle selezioni alle terribili sperimentazione e barbarie, la scienza, la medicina ha avuto un ruolo fondamentale. Dall’8 al 10 novembre 50 medici dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e dell’Ospedale Israelitico di Roma parteciperanno al primo viaggio della memoria dedicato al ruolo della medicina nei campi di sterminio.

«I medici scelgono questa loro professione, che è una missione per guarire ed essere dalla parte della vita - ha detto il Presidente dell’Ospedale Bambino Gesu’ Mariella Enoc -. Quelli che hanno lavorato nei campi di sterminio hanno scelto di stare nella parte della morte. È un tema fortissimo, in un’epoca in cui si fanno le guerre in nome delle religioni è sempre più importante sapere da che parte stare». L’uso della medicina come strumento di razzismo e sterminio fu diffuso anche in Italia, molti “dottori” collaborarono per giustificare, su base genetica, le leggi razziali. «Per il nazismo l’ebraismo è una malattia – spiega il curatore scientifico della Fondazione Museo della Shoah Marcello Pezzetti - L’unicità della Shoah sta anche in questo. I nazisti parlavano di un corpo sano attaccato da una malattia, ovvero dal “bacillo ebraico”.


Auschwitz I, settembre 1944: festeggiamenti per il nuovo ospedale delle SS. Da sinistra: Richard Baer, Carl Clauberg (medico) e Karl Höcker
(United States Holocaust Memorial Museum, Washington DC)

L’antisemitismo fondato sulla genetica, non è solo affare della Germania ma di tutta Europa. In Germania si trasformò in una dittatura “biopolitica” in cui la medicina divenne un mezzo di distruzione: ad esempio, come “l’eutanasia” o la sterilizzazione di massa coercitiva sulla quale non ci fu una riflessione sui principi ma solo sulla metodologia da applicare, come fosse solo un problema di metodo».

Oggi esistono ancora medicinali che portano il nome dei medici nazisti che li inventarono facendo atroci esperimenti anche sui bambini nell’ospedale di Auschwitz. «Oltre che ad immergerci in modo pervasivo nella storia della Shoah, ci troveremo a porci davanti a domande per nulla scontate sull’etica del nostro mestiere e ruolo – spiega Francesco Gesualdo, giovane pediatra che parteciperà al viaggio - Secondo me oggi non c’è un rischio che si arrivi a tali barbarie, però il nostro è un mestiere dove c’è il rischio di autoassoluzione. E a volte ci poniamo con un atteggiamento di superiorità rispetto ai nostri pazienti. Confrontarsi con un’esperienza così estrema e terribile in cui i valori fondamentali sono stati totalmente negati, ti spinge, da medico, a riflettere nuovamente su quei valori, tra cui l’accoglienza che alla base del nostro mestiere».

Linus Torvalds: "Happy birthday, Linux"

repubblica.it
FRANCESCA DE BENEDETTI

Parla l'uomo che nell'agosto di venticinque anni fa cominciò dal cuore del sistema operativo: sviluppò la prima versione del kernel Linux, ciò che in un computer decide quale programma fa cosa, quando, con quali risorse
Linus Torvalds: "Happy birthday, Linux"
IL SEGRETO PER CAMBIARE IL MONDO? "Non avere nessuna pretesa di farlo". Linus Torvalds confessa: detesta gli idealisti, disprezza i rivoluzionari, trasforma i nemici in alleati, perché ciò che conta è essere pragmatici. La sua filosofia è: "comincia da una piccola cosa". Lui nell'agosto di venticinque anni fa cominciò dal cuore del sistema operativo: sviluppò la prima versione del kernel Linux, ciò che in un computer decide quale programma fa cosa, quando, con quali risorse. Quel "cuore" oggi è una parte integrante delle nostre vite, dal pc allo smartphone all'internet delle cose.

A renderlo speciale è il suo essere open source: scegliendo di sviluppare il sistema in modo aperto, rivelando i codici e puntando sul contributo collettivo, il giovane informatico finlandese sfidò il software proprietario di colossi come Microsoft. Oggi sono proprio loro ad essersi convertiti a Linux e all'open source, neppure Microsoft ne fa a meno. In un quarto di secolo, Torvalds si è trasformato da geek solitario a dominatore della tecnologia. Il "cuore" però non è cambiato, dice lui, e migliorare il kernel rimane la sua passione-ossessione.

Venticinque anni fa, Linus e Linux facevano il loro debutto in società. Lei era ancora uno studente quando scrisse quel famoso messaggio: "Ciao a tutti, sto lavorando a un sistema operativo libero". Cosa provò a obiettivo raggiunto?
"Mai raggiunto l'obiettivo, con Linux, anzi. Quel progetto ha fatto saltare ogni mio schema. Sin da bambino ero un tipo solitario e per me i computer erano "giocattoli" fantastici: da solo, davanti allo schermo, mi dedicavo a un progetto finché potevo dire "Ok, funziona". Nel '91 la svolta: a ventitré anni, per Linux ho tradito la mia vocazione alla solitudine. Ho reso pubblico il progetto e la gente ha cominciato a commentare: "Sì, funziona, ma servirebbe anche x o y". L'obiettivo si spostava sempre in avanti. Con Linux non ho mai pensato: "Il gioco è fatto". Anche oggi la motivazione resta intatta: il gusto per la miglioria tecnica, l'interesse per il kernel. Più che un businessman rimango un irriducibile geek".


Il pinguino non ha scombinato i piani solo a lei: ha cambiato il panorama della tecnologia fino a dominarlo. Nel 2005 "Business Week" scrisse che "Torvalds il geek minaccia Microsoft". Oggi Microsoft dice "amiamo Linux". In che modo Linux ha fatto la differenza?
"Trasformando l'open source nella "nuova normalità" della tecnologia. Newton diceva: "Se devi vedere oltre, siediti sulle spalle del gigante", se vuoi che il progresso scientifico faccia passi avanti, devi farti forte delle idee degli altri. Vale anche per i software: lo scambio di idee fa la differenza. Ecco cos'è, per me, l'open source. Linux non è il primo progetto sviluppato in forma collettiva e aperta, ma è il più grande. Soprattutto, ha una vocazione pragmatica: con Linux l'open source si è trasformato da movimento di nicchia e ideologico (com'era il "movimento per il software libero" delle origini) a qualcosa di pienamente integrato nel mondo tech. Oggi anche i giganti non ne fanno a meno".

I "fedeli alla libertà di software" direbbero magari che Linux ha venduto l'anima (e il kernel) agli interessi delle grandi aziende. E lei? Non ha mai avuto paura di compromettere il progetto?
"Io sono pragmatico fin nel midollo. Non ce l'ho con gli ideali: ognuno dovrebbe averne, nel suo intimo. Ma ce l'ho con gli idealisti, quando pensano di poter dire agli altri quali ideali seguire e li professano come una fede, fino a dire che il software proprietario è "il Male". Certo, all'inizio ho avuto un po' di paura che qualcuno potesse intrappolare Linux snaturandolo. Ma oggi sono convinto che se non avessimo abbattuto le frontiere tra i "geek puri" e gli interessi commerciali, come è avvenuto con Linux sin dal 1992, ci saremmo persi una buona parte delle innovazioni".

Lei sembra avere fiducia nella tecnologia e in chi la gestisce. Nessuno scenario la inquieta? La concentrazione dei dati nelle mani di pochi, la sorveglianza, la "schiavitù" dell'automazione?
"Le ombre, a volerle vedere, ci sono. Oggi la tecnologia rende le intercettazioni più facili. E sì, in futuro l'intelligenza artificiale potrebbe avere un lato "da incubo". Ma sono ottimista, da sempre. Se penso a come internet ha cambiato il nostro modo di comunicare, e se penso al futuro - a cominciare dai robot - io vedo innanzitutto il potenziale".

Dopo aver rivoluzionato l'era di pc e smartphone, qual è la sua prossima frontiera?

"Non ho mai voluto rivoluzionare alcunché. Chi intraprende un percorso perché vuole cambiare il mondo, non soltanto fallirà quasi per certo, ma da quei fallimenti uscirà scoraggiato e in definitiva più cinico. Io, da pragmatico, sono l'opposto del rivoluzionario. La mia filosofia è: prendi una piccola cosa, una piccola parte del sistema (e io ho preso il "cuore" del sistema operativo), prova a migliorarla, poi mettila a disposizione degli altri. L'ho fatto con Linux, e la "piccola cosa" è diventata grande. Non credo di aver cambiato il mondo, ma sono felice e soddisfatto di ciò che ho realizzato".

Nessun sacrificio di troppo in nome del codice, nessun rimpianto?

"I miei sogni erano altri, sa? Sono cresciuto con il mito di Newton e Gauss, mi immaginavo fisico o matematico. Al momento di scegliere la facoltà, pensai che l'hobby per i computer mi avrebbe aperto una carriera migliore e scelsi l'informatica. Sacrificio? A posteriori dico: meno male che l'ho fatto!".

Un americano su due è schedato grazie al riconoscimento facciale

La Stampa
carola frediani

In Usa il primo studio sul software che identifica le persone da una foto. Serve per catturare criminali, ma a oggi non ci sono regole e limiti



Immaginate un classico confronto all’americana, con un sospettato da identificare in una fila di persone, più o meno simili, in piedi. E immaginate che la fila da cui scegliere si allunghi sempre di più fino a includere 117 milioni di adulti statunitensi. E che ad abbinare uno di questi cittadini ai volti di indiziati, ripresi da qualche videocamera sparsa per la città, siano degli algoritmi utilizzati dalle polizie di una trentina di Stati come fossero un semplice motore di ricerca. Si immette l’immagine del presunto criminale e si cerca un possibile collegamento con una foto tratta dalle banche dati delle patenti di guida o delle carte d’identità. Ebbene, non c’è più bisogno di immaginare: negli Usa è già realtà.

Lo studio
Un americano adulto su due ha avuto le sue foto sottoposte a questo genere di ricerche. A dirlo è il primo studio onnicomprensivo sull’utilizzo delle tecnologie di riconoscimento facciale svolto negli Stati Uniti, a firma di un autorevole istituto di studi su privacy e tecnologia: «The Center on Privacy & Technology» della Georgetown University. La tesi della ricerca è che l’adozione del riconoscimento facciale sia inevitabile, anche ai fini di sicurezza, e non possa o debba essere fermato. E tuttavia che allo stato attuale sia del tutto deregolamentato e per nulla monitorato in termini di uniformità di procedure, limiti di applicazione, efficacia. La politica, quindi, dovrebbe intervenire in modo da gestirlo per tempo. Diversamente, il rischio è che si crei una società del «confronto all’americana perpetuo», come alluso nel titolo della ricerca: «The Perpetual Lineup».

Senza regole
Tra le criticità, dice lo studio, c’è il modo in cui sono usati questi sistemi. Un conto è fare una ricerca per identificare qualcuno che è stato fermato o arrestato. Un altro paio di maniche è avere l’immagine di un sospetto presa da una videocamera e cercarla in un database composto dalle patenti di comuni cittadini o da immagini riprese da videocamere mentre sono per strada. Nel primo caso è una ricerca mirata e al contempo pubblica, palese. Nel secondo è invece tanto generica quanto invisibile. Oggi, ogni dipartimento o agenzia locale americana fa quello che vuole.

Andando a pescare dagli archivi delle patenti però l’Fbi sta costruendo una risorsa di dati biometrici che include cittadini rispettosi della legge. Mentre storicamente le impronte digitali e il Dna sono stati raccolti in relazione ad arresti o indagini criminali. Tutto ciò, dice lo studio, non ha precedenti ed è problematico. Così come lo è l’impiego di video in tempo reale registrati dalle telecamere di sorveglianza: sono almeno cinque i dipartimenti di polizia che utilizzano funzioni di riconoscimento facciale di questo tipo su videocamere in strada. Inoltre, di 52 agenzie che adottano in generale questa tecnologia, solo una proibisce espressamente il suo utilizzo per monitorare individui coinvolti in attività politiche o religiose. Il rischio di utilizzi impropri, discriminatori ad esempio verso afroamericani o minoranze, è alto.

L’affidabilità del sistema
Lo studio mette poi sul piatto il tema cruciale della verifica del funzionamento di tali sistemi. Solo due agenzie hanno subordinato l’acquisto a test di efficacia. E una delle maggiori aziende del settore, FaceFirst, che sostiene di avere un tasso di accuratezza del 95 per cento, declina ogni responsabilità nel caso in cui non raggiunga la soglia prevista dai contratti con le agenzie locali. A ciò, va aggiunta l’assenza di controlli e meccanismi per rilevare eventuali abusi: solo nove agenzie su 52 registrano le ricerche effettuate nei database dai loro agenti.

USI & ABUSI

1) L’Italia lancia un bando: “Strumento utile per l’antiterrorismo”
L’industria del riconoscimento facciale è spinta anche dalle richieste di sicurezza degli Stati. Tra gli utilizzi più diffusi finora c’è la ricerca del volto di qualcuno fermato a una frontiera, dopo averlo fotografato con lo smartphone, su un database di sospettati o criminali. Lo fa ad esempio la Turchia. Più complessa, ma molto ambita dalle forze di sicurezza, la ricerca fatta su immagini registrate da telecamere a circuito chiuso o riprese in tempo reale da videocamere di sorveglianza.

Ambizione espressa anche del governo italiano che con il ministro dell’Interno Angelino Alfano aveva annunciato un potenziamento del sistema di sicurezza del Paese che includeva anche questo genere di tecnologia. Lo scorso novembre è stata indetta una gara pubblica da 56 milioni di euro per la fornitura di sistemi di videosorveglianza (per edifici pubblici e per il territorio) con funzioni di analisi video in tempo reale e riconoscimento facciale.

2) In mano a uno stalker può diventare un’arma pericolosa
Una delle applicazioni commerciali più inquietanti del riconoscimento facciale è quella già adottata da alcune piattaforme di appuntamenti, come la russa FindFace. Quest’ultima utilizza una tecnologia avanzata per abbinare foto scattate a sconosciuti per strada, per esempio attraverso lo smartphone, con i volti dei profili di iscritti a Vkontakte, una sorta di Facebook russo. Secondo i suoi creatori avrebbe un tasso di successo del 70 per cento.

Alcuni utenti che lo hanno testato sono riusciti a identificare donne fotografate in altri contesti. È chiaro che il potenziale per stalking e abusi di ogni tipo è altissimo. Tutt’altro utilizzo è invece quello pensato dalla app di dating Heystax, che lavora sullo studio delle espressioni facciali dei suoi utenti mentre sono impegnati in una videochiamata con un potenziale partner. La pretesa qui è di valutare la compatibilità emozionale della coppia.

3) Permette l’ingresso in alcuni edifici solo a determinate persone
L’efficacia maggiore delle tecnologie di riconoscimento facciale avviene nei cosiddetti contesti cooperativi, laddove cioè le persone si fermano e si fanno volutamente inquadrare da videocamere. Un utilizzo che funziona per dare l’accesso a luoghi riservati: per esempio edifici o cantieri con esigenze particolari di sicurezza. L’azienda israeliana Fst Biometrics pubblicizza da qualche anno un sistema che dovrebbe funzionare da pass di ingresso negli edifici, al posto di chiavi, badge e password. Basta dare inizialmente una propria foto al sistema e poi, al momento dell’accesso, farsi inquadrare dalla videocamera. Tra le aziende in Italia c’è Eurotech a lavorare proprio su questo genere di applicazioni, promettendo un tasso medio di identificazione del 95 per cento.

Può monitorare il transito di un visitatore in un edificio o abbinare il suo volto a un documento precedentemente registrato per identificarlo.

A Budapest morì il comunismo Ma i comunisti sono ancora vivi

Francesco Perfetti - Dom, 23/10/2016 - 09:16

La repressione della rivolta ungherese fu l'inizio della fine dell'impero sovietico



La rivolta di Budapest del 1956 fu la prima grande crepa nel muro eretto a difesa dell'impero costruito, passo dopo passo attraverso l'instaurazione delle democrazie popolari, dal comunismo. Quei dodici giorni che sconvolsero le sorti dell'Ungheria e che commossero il mondo occidentale furono l'evento che, come avrebbe poi detto Richard Nixon, segnò «l'inizio della fine dell'impero sovietico».

La sanguinosa repressione sovietica dell'eroica sollevazione ungherese ebbe effetti disastrosi per l'immagine dell'Urss. Il filosofo marxista Jean-Paul Sartre dovette ammettere che, dopo i massacri di Budapest, «mai in Occidente i comunisti si erano trovati così isolati» dopo un periodo che aveva visto i russi «in vantaggio quasi in ogni campo» al punto che «sembrava che sarebbero usciti vincitori dalla Guerra fredda».

Le giornate di Budapest non erano piovute dall'alto. All'inizio di giugno di quello stesso anno, il 1956, il New York Times aveva reso noto il discorso pronunciato da Kruscev pochi mesi prima al XX congresso del Pcus: il cosiddetto «rapporto segreto» che denunciava i crimini dello stalinismo e condannava il culto della personalità. Poi, qualche tempo dopo, c'erano state, prima, la rivolta di Poznan che aveva assunto presto il carattere di una manifestazione anti russa e, poi, le giornate dell'ottobre polacco che si erano concluse con il ritorno al potere di Wladislaw Gomulka, a suo tempo destituito da Stalin con l'accusa di deviazionismo ideologico, e che avevano finito per avallarne l'immagine non tanto di un dirigente comunista riformista, quanto piuttosto di un leader nazionale il cui avvento significava la fine dello stalinismo.

La cosiddetta «destalinizzazione», insomma, era già divenuta una realtà. Su che cosa sia stata davvero la «destalinizzazione» ha scritto pagine illuminanti François Furet nel suo capolavoro storiografico intitolato Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo (1995) che rimane tuttora un testo imprescindibile per comprendere la dinamica e l'esito fallimentare dell'utopia rivoluzionaria in tutte le sue manifestazioni. Ha scritto, dunque, Furet: «La destalinizzazione non è né una filosofia, né una strategia, né un'idea, né un programma. Il termine non ha avuto e non ha che un potere di dissoluzione, un potenziale di disordine. Come riesame del passato ha messo in causa l'ideologia e il terrore, le due risorse del regime sovietico».

E ha concluso affermando che «il bilancio di quell'anno capitale nella storia del comunismo è duplice: inizio della disgregazione del blocco e fine del mito unitario di cui esso era portatore». In effetti, l'insurrezione di Budapest mostrò appieno il fallimento del progetto politico di Kruscev che, attraverso la «destalinizzazione», puntava, come ha osservato ancora Furet, a «rafforzare l'autorità morale dell'Unione Sovietica» e, attraverso la «coesistenza pacifica», a fare dell'Urss il «centro della dinamica di progresso destinata a ridurre come una pelle di zigrino la parte del mondo rimasta sotto il giogo dell'imperialismo». La denuncia dei crimini di Stalin, infatti, estese «il sospetto dall'accusato all'accusatore» mentre l'affievolirsi della minaccia bellica privò la centralizzazione di una delle sue principali motivazioni.

La storia delle eroiche giornate di Budapest è una storia epica scritta con il sangue da operai e studenti i quali, insieme a donne e intellettuali, imbracciarono i fucili per riconquistare la libertà e il cui sogno fu brutalmente interrotto dai carri armati sovietici, di un regime cioè che, nonostante la «destalinizzazione», conservava intatta la sua essenza criminale. Essa, tuttavia, è anche una storia che rivela le ambiguità degli Stati Uniti (e, più in generale, dell'Occidente), che solo a parole furono solidali con i rivoltosi e che, in nome della ragion di Stato e del realismo politico, si preoccuparono di non alterare il fragile equilibrio dei rapporti con Mosca.

Negli stessi giorni nei quali gli eroici insorti ungheresi si sacrificavano sulle barricate in nome di una libertà da conquistare, in un'altra calda area geopolitica era scoppiata la crisi di Suez: Nasser aveva nazionalizzato la Compagnia del canale, le truppe israeliane intervennero insieme a quelle inglesi e francesi, ma gli americani ne imposero il ritiro di fronte alla minaccia di un intervento sovietico nella zona. L'ombra della guerra del canale - che sanzionò la fine dell'eurocentrismo, la consacrazione del bipolarismo Usa-Urss e la riduzione delle potenze europee al rango di potenze regionali - si proiettò, così, in un cinico e opportunistico do ut des, sulla rivolta di Budapest lasciando soli, al loro destino, gli ungheresi. Tuttavia il sacrificio degli insorti non fu vano.

Non solo aprirono gli occhi molti intellettuali comunisti europei ma cominciò a rafforzarsi, nelle coscienze di milioni di individui oppressi dalle democrazie popolari, quell'anelito di libertà che avrebbe portato, passando per la Primavera di Praga e per Solidarnosc, alla caduta del muro di Berlino e alla fine dei regimi basati sul cosiddetto socialismo reale. Sotto questo profilo, le eroiche giornate di Budapest costituiscono ancora oggi un monito: se è vero, infatti, che il comunismo storico è finito è anche vero che l'utopia rivoluzionaria, come l'araba fenice, può sempre risorgere, sotto altre spoglie, dalle sue ceneri.

Lenin accese la scintilla Stalin bruciò ogni cosa Togliatti raccolse le ceneri

Giampietro Berti - Mar, 08/04/2014 - 09:04

Nuove carte provano la continuità politica tra Mosca e il comunismo italiano. Stessa logica, stessi tragici effetti



Sulla storia dei legami e dei contrasti fra il comunismo sovietico e il comunismo italiano esiste una vasta e varia bibliografia, ma quest'ultimo libro di Giancarlo Lehener (con Francesco Bigazzi), Lenin, Stalin, Togliatti.

La dissoluzione del socialismo italiano (Mondadori, pagg. 360, euro 19), è particolarmente istruttivo perché mette in luce l'implacabile logica che sottende l'intera vicenda; logica che trascende la volontà dei singoli uomini. C'è infatti una linea di continuità politica che, senza alcuna degenerazione, inesorabilmente da Lenin, attraverso Stalin, giunge a Togliatti. Essa porterà nel secondo dopoguerra - data la preminenza dei comunisti sui socialisti - a recidere le possibilità riformatrici, e concrete, del socialismo italiano.

Il libro prende le mosse dalle tappe fondamentali che portarono un piccolo gruppo di rivoluzionari di professione - Lenin, Trotskij, Stalin e pochi altri - alla fortunata conquista del potere con il golpe dell'ottobre 1917. Come è noto in Russia esistevano allora circa 140 milioni di persone, ma il putsch bolscevico che fece cadere Kerenskij - lo ha ripetutamente ammesso Trotskij - fu attuato da 25mila militanti. Ciò spiega perché fin da subito vennero poste in atto le direttive criminali per annientare ogni forma di opposizione, di destra e di sinistra: così nel 1918 con l'abolizione dell'Assemblea costituente; così nel 1921 a Krondstad, con i marinai insorti, decimati a centinaia su ordine di Trotsky; così, nello stesso periodo, in Ucraina con il movimento contadino machnovista.

Scrive Lehener: «Dal 1918 al 1922 una statistica per difetto dà la cifra di 250mila persone assassinate dai cekisti (la polizia segreta)». La sistematica distruzione di ogni opposizione è la prova più evidente della scarsa adesione al regime da parte della popolazione: infatti perché usare tanto terrore, se vi fosse stato un vero consenso al comunismo? Non dimentichiamo che fra il 1935 e il 1941, si deve registrare l'arresto di milioni di persone, di cui almeno sette milioni uccise. Nella fase più acuta del Grande Terrore (1937-1938) furono assassinate 690mila persone, mentre un milione 800mila vennero deportate.

Il mito della rivoluzione d'ottobre infiammò comunque fin dall'inizio il movimento operaio e socialista europeo. In Italia diede il via alla rottura fra la componente riformista e quella massimalista, culminata nella drammatica scissione di Livorno del 1921, che portò alla nascita del partito comunista. Come sottolinea Lehener, la conseguenza di questo «errore irrecuperabile» fu l'indebolimento generale delle forze democratiche, e ciò, ovviamente, favorì la vittoria del fascismo. Con l'adesione alla Terza Internazionale, il cui ruolo consisterà nell'essere un mero organo esecutivo delle decisioni prese dal Kremlino, i comunisti italiani, come del resto i comunisti di qualsiasi altro Paese, vennero sottoposti ai diktat di Mosca.

L'ascesa di Stalin comportò l'abbandono definitivo di ogni progetto di rivoluzione mondiale, sostituito con l'idea del «socialismo in un solo Paese». Di qui l'ovvia sudditanza del partito all'Unione Sovietica, che generò un contrasto inevitabile al proprio interno circa la linea da tenere di fronte alla nuova situazione acuitasi con l'avvento al potere del dittatore georgiano; contrasto mosso dalla logica dell'epurazione, come è confermato dal conflitto fratricida scatenatosi fra i suoi maggiori esponenti, Gramsci, Togliatti, Bordiga, Tasca, Grieco, Silone, Tresso, Leonetti, Secchia, Ravazzoli, Terracini e altri (con reciproche accuse di tradimento e conseguenti isolamenti, criminalizzazioni ed espulsioni). Inoltre i comunisti italiani, pervasi sempre più dal loro settarismo, attivarono una cieca ostilità contro coloro che non si

piegavano alle direttive del Komintern, in modo particolare contro le forze socialdemocratiche, i cui militanti, bollati come «socialfascisti» e «socialtraditori», erano considerati i veri ostacoli della rivoluzione proletaria e spesso ritenuti più pericolosi degli stessi nemici borghesi, compresi i fascisti. La profonda convinzione, del tutto fantastica, del crollo imminente del capitalismo, specialmente dopo il 1929, fu causa di ulteriori settarismi, uniti a un senso di superiorità verso l'intero fronte progressista, dovuta alla certezza di possedere - grazie all'infallibilità del marxismo-leninismo - la conoscenza del processo storico.

Dalla preziosa e inedita documentazione raccolta da Francesco Bigazzi si evince l'impressionante clima di terrore instaurato dallo stalinismo. Tutti coloro che si erano rifugiati nell'Urss - gran parte furono uccisi o scomparvero nei Gulag - finirono per spiarsi l'uno con l'altro, e con ciò diventarono zelanti esecutori delle direttive staliniste, compresa la delazione di compagni, per non cadere nelle sgrinfie della polizia politica. Una tragedia immane che non ha prodotto nulla di buono.

I partigiani si autotassano per salvare una frase fascista

Gianpaolo Iacobini - Dom, 23/10/2016 - 09:11

Il presidente Anpi promotore dell'iniziativa: "Facciamo tesoro del passato per progettare un futuro migliore"



La storia va difesa. Anche quella del periodo fascista. Scontato, quasi banale. Non fosse che a dirlo è l'Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani). Che di suo ci ha rimesso anche un po' di soldini pur di riuscire nell'intento di assicurare dignità ad un pezzo di passato finora non solo combattuto, ma confinato negli scantinati della memoria.

La svolta arriva da Recoaro. Nella cittadina veneta la sezione dell'Anpi ha scelto di sostenere, idealmente e finanziariamente, il recupero di una scritta fascista. Una delle tante che durante il Ventennio comparvero in tutta Italia sulle facciate di case e palazzi per esaltare la magnificenza del Regime e la gloria del suo condottiero, Benito Mussolini.

«Facciamo tesoro del passato per progettare un futuro migliore», spiega il presidente dell'Anpi recoarese, Claudio Fiorani, tracciando il solco della rottura con la tesi della condanna all'oblio finanche delle tracce storiche, culturali ed architettoniche del fascismo.

Un orientamento sin qui dominante: a Brescia nel 2013 fu motivo di scandalo la volontà dell'amministrazione comunale del tempo di risistemare nella sua sede originale il «Bigio» di Arturo Dazzi, un fascistissimo nudo maschile in marmo di Carrara eretto nel 1932 e rimosso dopo la Liberazione.

«Una provocazione», tuonò l'Anpi, promuovendo una petizione per bloccare un'operazione ritenuta offensiva nei riguardi dei familiari delle vittime della strage di piazza della Loggia, distante poche centinaia di metri.

Un anno fa, invece, l'ira dell'associazione nazionale dei partigiani si scaricò funesta sul ripristino dei fasci littori sulla facciata dell'ex cinema Diana, a Salerno. «Anziché cancellare un monumento da dimenticare, lo si ripropone alimentando le fantasie di gruppi neofascisti», la motivazione addotta a giustificazione del furore iconoclasta che qualche mese più tardi a Martignacco, in provincia di Udine, colpì il recupero di un affresco degli anni Venti raffigurante due atleti, uno dei quali col braccio levato nel saluto romano. «Decisione inopportuna, ipocrita, autoritaria ed antistorica», il verdetto.

Insomma, sempre e ovunque un atteggiamento di chiusura e rimozione, ora smentito coi fatti a Recoaro. Con la rinascita della scritta di contrada Cischele, tre metri di base e altrettanti d'altezza: «Giudici dei nostri interessi, garanti del nostro avvenire siamo noi, soltanto noi, esclusivamente noi e nessun altro». Un passaggio del discorso tenuto da Mussolini a Cagliari l'8 giugno del 1935, in occasione della partenza della Divisione Sabauda per l'Africa Orientale.

«Durante la Resistenza» ricordava ieri al Giornale di Vicenza lo storico Franco Rasia, «alcuni partigiani avevano manifestato l'intenzione di danneggiare la scritta con raffiche di mitra, ma i comandanti lo vietarono per evitare ritorsioni. Sul muro c'è però un colpo di fucile che risale al 28 aprile del 1945, sparato da un giovane partigiano». È rimasto lì, al suo posto, anche dopo l'intervento di restauro. Voluto, sottolinea Fiorani, «nell'ottica della salvaguardia della memoria storica dei tanti fatti che hanno caratterizzato il periodo fascista, per riflettere sul passato in modo da costruire un avvenire degno. La storia dovrebbe servire a questo».

Anche il Pci insorse Ma contro gli ungheresi

Giampietro Berti - Dom, 23/10/2016 - 09:30

Napolitano, Ingrao e gli intellettuali? Schierati con i sovietici. Disumano il cinismo di Togliatti



Sessant'anni fa, dal 23 ottobre al 10 novembre del 1956, vi fu in Ungheria un'insurrezione popolare contro il regime comunista repressa con l'uccisione di migliaia di insorti, mentre altre migliaia furono feriti, condannati e incarcerati.

La rivolta, che seguiva altri tentativi di liberarsi dal pugno di ferro stalinista esteso a tutta l'Europa Orientale, repressi anch'essi nel sangue (Berlino Est, giugno 1953, e Poznan, giugno 1956), avvenne a sei mesi di distanza dalla denuncia di Chrucëv dei crimini di Stalin. Come è noto, il Pci avallò pienamente l'azione repressiva dei 150mila soldati e 2500 carri armati sovietici che falcidiarono ogni anelito di indipendenza e di libertà. A questo proposito è istruttivo ripercorre alcuni momenti di questo sostegno, sottolineando le spiegazioni che lo giustificarono.

Sia per i dirigenti del partito, sia per gli intellettuali, il ritornello era sempre lo stesso: il fine giustifica i mezzi, ovvero la salvaguardia del socialismo supera ogni altra considerazione e assolve chi, in suo nome, compie ogni misfatto e ogni nefandezza. I contenuti di questo giustificazionismo «machiavellico», debitore di un'idea teleologica della storia che vede un solo percorso obbligato, il comunismo, possono essere riassunti in questo modo. Dal 1917 l'Unione Sovietica è accerchiata dai Paesi capitalistici e la dittatura, con la conseguente pratica del terrore omicida, non può essere giudicata prescindendo da questo contesto. Comunque, grazie alla sua esistenza, molti popoli del Terzo mondo, sottoposti all'imperialismo dell'Occidente, hanno potuto giungere all'indipendenza nazionale.

L'avvento della rivoluzione d'ottobre e la costruzione del primo Paese socialista del mondo hanno costituito un'oggettiva barriera contro lo strapotere del capitalismo internazionale. Dal punto di vista ideologico, si deve dire pertanto che è stato grazie al marxismo, se il comunismo è passato dal sogno alla realtà e a questa realtà è doveroso inchinarsi. Anche i non comunisti devono riconoscere l'importanza epocale del suo avvento.

In conclusione, l'esistenza storica dell'Unione Sovietica deriva, indubitabilmente, dalla giustezza della concezione marxista, con la logica conseguenza che marxismo, comunismo e stalinismo vanno visti come entità intercambiabili, essendo la stessa cosa. Stalin rimanda a Lenin e Lenin rimanda a Marx, per cui, per converso, il marxismo giustifica il leninismo, il leninismo giustifica lo stalinismo. Tutti i veri comunisti non possono che essere stalinisti.

Per questo, una volta scoppiata l'insurrezione, Palmiro Togliatti sollecitò il Pcus a intervenire militarmente e alla Conferenza mondiale dei partiti comunisti, tenutasi a Mosca nel novembre dell'anno successivo, votò a favore della condanna a morte dell'ex presidente del consiglio ungherese Imre Nagy, definendo perfino «lotta eroica»... la repressione. In quell'occasione, stando alla testimonianza di János Kádár, il «Migliore» si cimentò in una prova di autentico cinismo, avendo chiesto allo stesso Kádár di rinviare l'esecuzione a dopo le elezioni politiche italiane del 25 maggio 1958. La richiesta fu accolta e Nagy venne impiccato un mese dopo, il 16 giugno. Pietro Ingrao scrisse: «Bisogna scegliere: o per la difesa della rivoluzione socialista o per la controrivoluzione bianca, per la vecchia Ungheria fascista e reazionaria».

Giorgio Napolitano argomentò che «l'azione sovietica, oltre che a impedire che l'Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ha contribuito in maniera decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell'Urss, ma a salvare la pace nel mondo». Luigi Longo ricordò che i carri armati erano stati mandati allo scopo di garantire e consolidare «le conquiste dei lavoratori». Umberto Terracini dichiarò: «Le truppe sovietiche sono intervenute a scudo dei combattenti per la costruzione del socialismo. Questo fatto non può che trovare unanime appoggio e solidarietà in tutti i veri democratici italiani». Alla Camera dei deputati Giancarlo Pajetta lanciò il grido: «Viva l'Armata Rossa!».

Gli intellettuali comunisti e filocomunisti non furono da meno. Usarono la tecnica, tipicamente totalitaria, di non entrare nel merito delle accuse, ma di demonizzare come borghesi, fascisti, reazionari e oscurantisti tutti coloro che sostenevano la rivolta. Concetto Marchesi negò ogni valore agli insorti perché «un popolo non rivendica la sua libertà tra gli applausi della borghesia capitalistica e le celebrazioni delle messe propiziatorie». Lucio Lombardo Radice definì i rivoltosi degli «assassini». Augusto Monti rimproverò «quei socialisti e perfino quei comunisti che uniscono le loro voci al coro dei muggiti borghesi». Lo stesso Monti dichiarò che l'Ungheria «s'apprestava a essere la più vasta incubatrice d'un più vasto neofascismo non più italiano ma europeo».

Carlo Salinari bollò i rivoltosi come personaggi «coscientemente controrivoluzionari»: sì, certo, il socialismo non si poteva imporre «a colpi di cannone», ma questi servivano a difendere «le sue conquiste fondamentali». Antonio Banfi accusò Imre Nagy di essere rimasto inerme di fronte «alle violenze terroristiche scatenate dai rappresentanti del vecchio nazismo alimentato dalla tradizione feudale e clericale». Luigi Pintor biasimò il socialdemocratico Paolo Rossi per aver manifestato il proprio cordoglio per l'impiccagione di Nagy, senza «dire una parola sui torturatori algerini»; rimproverò i democristiani di essersi «sbracciati per l'esecuzione dei capi rivoltosi in Ungheria», mentre tacevano «dei crocefissi che abbelliscono le galere spagnole», creando così «un fronte politico con i fascisti repubblichini». L'Unità assimilò Saragat ai «cani arrabbiati» americani che «sognavano la bomba atomica sul Cremlino».

Infine, vi fu anche chi affermò il falso. Tra i molti, ricordiamone alcuni. Ranuccio Bianchi Bandinelli sostenne che non esistevano prove documentarie, se non qualche «fotomontaggio», dei «massacri sovietici», mentre «i massacri anticomunisti sono stati documentati ampiamente». Velio Spano parlò di «teste di comunisti mozzate ed esposte come trofei sulle picche». Giuseppe Boffa richiamò l'attenzione sulle migliaia di quadri del Partito comunista ungherese «assassinati, squartati, impiccati, decapitati, bruciati vivi dalle squadre di rivoltosi più ferocemente oltranzisti e fascisti». L'Unità denunciò che in Ungheria «aerei provenienti dall'Occidente portanti armi per i rivoltosi sarebbero già atterrati in diverse località». Sarebbero stati questi esponenti - e altri simili - l'originale espressione della «via italiana» (democratica), non soggetta a Mosca, del socialismo (!).

Le dieci regole della Fao contro gli sprechi alimentari

La Stampa
marco tedeschi

Gli ecoconsigli perchè tutti possano salvare le risorse naturali del Pianeta e combattere la fame


Cibo ancora integro dei supermercati gettato via perché scaduto o con le confezioni danneggiate

Il nostro pianeta si sta riscaldando. Si sciolgono i ghiacciai, s’innalza il livello del mare ed eventi meteorologici estremi come siccità, cicloni e alluvioni stanno diventando più comuni. Tutti questi eventi hanno due cose in comune: gli effetti più pesanti ricadono sulle persone più povere, molti dei quali lavorano la terra, rendendo più difficile per loro coltivare cibo, e minacciano l’obiettivo globale di porre fine alla fame entro il 2030. La buona notizia è che ognuno di noi può fare la sua parte. Abbiamo bisogno di consumare meno energia o utilizzare fonti meno inquinanti, salvare i nostri boschi, sprecare meno e proteggere le preziose risorse naturali del pianeta come l’acqua e la terra, tra le altre cose.

Cosa puoi fare? È possibile affrontare i cambiamenti climatici modificando le nostre abitudini quotidiane e prendendo semplici decisioni. La Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di alimentazione, vi sfida a scegliere almeno quattro delle azioni per combattere il cambiamento climatico elencate di seguito, e a seguirle, usando l’hashtag #WFD2016

1 - PRESERVARE LE PREZIOSE RISORSE NATURALI DEL PIANETA
La terra ci fornisce tutto il necessario per coltivare cibo e vivere una vita sana, in forma di risorse naturali. Queste risorse sono terra, acqua, animali e piante. Non possiamo coltivare cibo senza acqua e suolo, e avremo difficoltà a coltivare abbastanza cibo sano e nutriente se l’acqua che abbiamo è inquinata e il terreno è stato spogliato di tutti i ricchi minerali che lo rendono fertile.

Se vogliamo essere in grado di continuare a coltivare cibo sicuro e nutriente per tutti sul pianeta dobbiamo proteggere le nostre risorse naturali. Non sprecare l’acqua. Fatevi una breve doccia piuttosto che il bagno. Le vasche usano molti più litri d’acqua di una doccia di 5-10 minuti. E chiudete il rubinetto mentre vi lavate i denti. Pulire i denti con il rubinetto aperto utilizza 6 litri di acqua, mentre la loro pulizia con il rubinetto chiuso utilizza meno di 1 litro di acqua.

Se notate perdite, aggiustatele! Un rubinetto che perde può sprecare più di 11 mila litri di acqua in un anno, mentre una perdita del water può sprecare più di 700 litri di acqua al giorno. Se si utilizza una lavastoviglie, non sciacquate i piatti prima di metterli nella macchina. Riempite la lavatrice a pieno carico e stendete i panni ad asciugare piuttosto che asciugarli a macchina. Questo farà risparmiare acqua, elettricità e detersivo. È inoltre possibile innaffiare il giardino con acqua piovana raccolta e «acqua grigia», che è l’acqua che si usa per lavarsi le mani e / o piatti sporchi.

Diversificare la dieta. Cercate di mangiare un pasto che sia solo vegetariano (inclusi lenticchie, fagioli, piselli e ceci) al posto di un pasto a base di carne a settimana. Maggiori risorse naturali sono utilizzate per fornire carne rispetto a verdure e legumi, soprattutto acqua. Milioni di acri di foresta pluviale vengono tagliati e bruciati al fine di trasformare la terra in pascoli per il bestiame, comprese le mucche. Scoprite alcune ricette per gustosi piatti di legumi e alcuni fatti interessanti forniti per l’Anno Internazionale dei legumi. Convincete amici e familiari a mangiare specie di pesci che sono più abbondanti, come sgombri e aringhe, piuttosto che quelli a rischio di sfruttamento eccessivo, come il merluzzo o il tonno.

Si può acquistare pesce catturato o allevato in modo sostenibile, come il pesce con il marchio di qualità ecologica, e se ordinate frutti di mare in un ristorante, chiedete sempre se si tratta di pesca sostenibile. Mantenete il terreno e l’acqua puliti. Raccogliete la spazzatura e scegliete detergenti per la casa, vernici e altri prodotti privi di candeggina o di altre forti sostanze chimiche. Riducendo i rifiuti e utilizzando prodotti eco-compatibili è possibile limitare la contaminazione dell’acqua e il degrado del suolo. Per questo è utile comprare biologico: l’agricoltura biologica aiuta il terreno a rimanere in buona salute e mantenere la sua capacità di immagazzinare carbonio, che contribuisce a ridurre il cambiamento climatico. Cercate i prodotti biologici e del commercio equo nei vostri supermercati locali o mercati contadini.

L’efficienza energetica è la cosa migliore. Comprate elettrodomestici ad alta efficienza energetica o automobili a basso consumo e non dimenticate la manutenzione dell’auto. Una macchina in ordine emetterà un minor numero di fumi tossici. Risparmiate energia anche scollegando il televisore, lo stereo o un computer, piuttosto che lasciarli in standby, e utilizzate lampadine a risparmio energetico. In inverno poi si potrebbe mettere un pullover in più e abbassare il riscaldamento, e in estate schermate le finestre dal sole. Utilizzate i pannelli solari o altri sistemi di energia verde. Scoprite se è possibile averli a casa, a scuola o al lavoro attraverso la ricerca di sovvenzioni disponibili e di incentivi governativi.

2 - SPRECATE DI MENO
Proprio come l’impronta di carbonio che produciamo ogni anno, attraverso il rilascio di gas serra come l’anidride carbonica (per esempio viaggiando in automobile o aereo o utilizzando l’energia elettrica), produciamo anche un’impronta attraverso le emissioni nascoste dei cibi che scegliamo di mangiare. A differenza di una macchina, non è possibile vedere il rilascio di gas serra dalla nostra cena, ma il viaggio di un pasto dalla fattoria al piatto è pieno di emissioni di carbonio. Oltre a mangiare più verdure e legumi e meno carne, possiamo anche ridurre gli sprechi nei seguenti modi. Acquistate solo quello che serve. Pianificate i pasti, fate una lista della spesa e rispettatela, ed evitate acquisti di impulso. Non solo sprecherete meno, ma risparmierete anche denaro!

Scegliete frutta e verdura d’aspetto non bello. Provate frutta e verdura dall’aspetto non bello e fate uso di cibo che altrimenti potrebbe andare sprecato. Frutta o verdura strane sono spesso gettate via perché non soddisfano gli standard estetici. Ma in realtà, hanno lo stesso sapore, se non migliore. Non lasciatevi ingannare dalle etichette. C’è una grande differenza tra “meglio-prima” e “usare entro”. A volte il cibo è ancora sicuro da mangiare dopo il “preferibilmente entro” la data, mentre è il “da consumarsi entro” la data, che ti dice quando non è più sicuro da mangiare. Controllare prima di buttare. Limitate l’impiego della plastica. Acquistate prodotti poco confezionati, portatevi una vostra borsa della spesa, usate bottiglie d’acqua e tazze di caffè riutilizzabili. Riciclate carta, plastica, vetro e alluminio. Riciclate carta, plastica, vetro e alluminio e riducete la quantità di rifiuti da smaltire.

3 - CONSERVATE GLI ALIMENTI CON INTELLIGENZA
Quando riempite le dispense o il frigorifero, spostate i prodotti più vecchi davanti e quelli nuovi sul retro. Una volta aperti, usate contenitori a tenuta d’aria per mantenere il cibo fresco in frigorifero o pacchetti chiusi per impedire agli insetti di rovinarlo. Amate i vostri avanzi. Se avete cucinato troppo cibo, non buttatelo via! Congelatene una parte per un altro giorno o trasformatelo in qualcos’altro per l’indomani. Se siete in un ristorante, ricordatevi che meno è meglio.

Chiedete per una mezza porzione, se pensate che una intera potrebbe essere troppo e chiedete di portare gli avanzi a casa. Anche in questo caso, si risparmia cibo e denaro. Fate concime organico. Alcuni rifiuti alimentari sono inevitabili, quindi perché non creare una compostiera per le bucce di frutta e verdura. Fare compost dagli scarti di cibo può ridurre l’impatto sul clima, riciclando inoltre nutrienti per dare nutrimento alle vostre piante e al vostro giardino.

4 - IMPARARE COME RICICLARE
Oltre a ridurre, riutilizzare e riciclare, imparate come riciclare o smaltire oggetti domestici, che non dovrebbero mai essere gettati in un normale bidone della spazzatura - batterie, vernici, telefoni cellulari, medicine, prodotti chimici, fertilizzanti, pneumatici, cartucce d’inchiostro, ecc., che possono essere dannosi per l’ambiente, soprattutto se finiscono nel sistema idrico. La plastica che viene gettata irresponsabilmente può danneggiare gravemente gli habitat marini e uccidere ogni anno un gran numero di animali marini

5 - RENDETE LE CITTÀ PIÙ VERDI
Aggiungete un po’ di verde con la creazione e il mantenimento di orti scolastici, orti comunitari su terreni abbandonati, o piante in vaso su tetti e balconi. Incoraggiate le autorità locali a prendere in considerazione la creazione di giardini pensili, invece di ghiaia e catrame nero che assorbono calore. Tutto questo materiale vegetale crea ombra, pulisce l’aria, raffredda il paesaggio urbano, e riduce l’inquinamento delle acque. Comprate localmente. Comprate a Km zero. Con l’acquisto di prodotti locali, si può sostenere le imprese del vicinato e abbassare le emissioni da cibo, per esempio, evitando che i camion viaggino per lunghe distanze.

6 - PROTEGGERE LE FORESTE E NON SPRECARE LA CARTA
Raccogliete la carta straccia e usatela per disegnare o prendere appunti. Acquistate e utilizzate carta riciclata. Mettete un foglio con scritto “No posta indesiderata” sulla vostra cassetta delle lettere. Usate la carta il meno possibile: fotocopie e stampe su entrambi i lati. Meglio ancora, stampate solo quando è necessario. Quando comprate carta - carta per stampante, asciugamani di carta, carta igienica, ecc. - assicuratevi che vengano da ditte rispettose dell’ambiente, e cercate di acquistare mobili fatti di legno o compensato provenienti da fonti sostenibili.

7 ANDATE IN BICICLETTA, A PIEDI O UTILIZZATE I MEZZI PUBBLICI.
Riducete le emissioni di anidride carbonica lasciando l’auto a casa o dando un passaggio ad altri se vanno nella stessa direzione. Siate consumatori coscienziosi. Fate un po’ di ricerca on-line e acquistate solo da aziende che hanno pratiche sostenibili che non danneggiano l’ambiente. Tenetevi aggiornati sui cambiamenti climatici. Seguite le notizie locali e rimanete in contatto con il sito cambiamenti climatici della FAO o sui social media a @FAOclimate.

Diventate sostenitori! Se sui social media vedete un messaggio interessante per i cambiamenti climatici, condividetelo piuttosto che semplicemente apprezzarlo. E fatevi sentire! Informatevi di più sulle autorità locali e nazionali e pensate a modi in cui si potrebbero impegnare in iniziative che hanno lo scopo di aiutare il pianeta. Se possibile, approfittate del vostro diritto e votate per leader nazionali e della comunità locale.

8 - PASSATE PAROLA
Vedi quali vestiti, giocattoli o libri è possibile passare ad amici, familiari e organizzazioni di carità. Meglio ancora, comprate per quanto possibile libri, vestiti e altri beni di seconda mano, per risparmiare energia e denaro.

9 - SIATE ECO-VIAGGIATORI.
Quando si va in vacanza, prendete in considerazione, se potete, di evitare i viaggi aerei. Gli aerei emettono una quantità enorme di CO2 nell’atmosfera. Se non è possibile evitarlo, chiedere alla società aerea o agenzia di viaggi dei modi per compensare le emissioni di anidride carbonica con un contributo a un progetto di energia rinnovabile, o di partecipare a una campagna di riforestazione.

10 - PROMUOVERE BAMBINI ECO
Comprate pannolini di stoffa per i vostri bebè o passate a un nuovo marchio usa e getta che sia responsabile dal punto di vista dell’ambiente.

Trump e i codici nucleari? Quella volta che Bill Clinton li perse

Orlando Sacchelli - Ven, 21/10/2016 - 14:51

Alcuni anni fa un generale rivelò un particolare inquietante: quando era presidente Bill Clinton smarrì i codici segreti usati per attivare la valigetta nucleare. Oggi Hillary e Obama dicono che Trump non sarebbe affidabile con quei codici in mano



Il nuovo attacco che i Democratici hanno rivolto a Donald Trump riguarda i codici nucleari: la famosa "valigetta" che contiene i comandi indispensabili per attivare un attacco missilistico con armi atomiche.

L'incubo che tutti noi ci auguriao di non dover mai vivere, ma che fa parte della "normalità" per ogni presidente degli Stati Uniti. Hillary Clinton da giugno va dicendo che Trump non può essere affidato uno strumento così delicato e pericoloso: "Ci trascinerebbe in guerra solo perché qualcuno gli sta antipatico". Lo ha ribadito nell'ultimo dibattito, a Las Vegas, addentrandosi anche in alcuni dettagli tecnici sui tempi di reazione tra l'azionamento dei comandi e l'effettivo lancio dei missili: circa quattro minuti (rivelazione, questa, che le ha procurato alcune critiche, per l'estrema delicatezza dell'argomento, non proprio un segreto militare ma poco ci manca).

Obama ha rincarato la dose: "Non possiamo permetterci di affidare i codici nucleari degli Stati Uniti ad un individuo stravagante" (frase, questa, pronunciata alcuni mesi fa da Marco Rubio, senatore repubblicano della Florida) ed avversario di Trump alle primarie del Gorand Old Party). Se i Democratici fanno fronte comune, per delegittimare Trump, dagli archivi riemerge un particolare curioso: sapete quale presidente perse i codici nucleari? Bill Clinton.

A rivelarlo, sei anni fa, fu Hugh Shelton, ex generale dell'esercito americano, capo di Stato maggiore dal 1997 al 2001. In un libro ("Without Hesitation" - Senza esitazione: l'odissea di un guerriero americano) raccontò alcuni aneddoti curiosi e tra questi ce n'è uno che mise in grave imbarazzo la Casa Bianca. Durante l'amministrazione Clinton il "biscotto" (nome con cui alla Casa Bianca si indicano i codici da inserire nella valigetta per attivare le armi nucleari) fu smarrito.

Non si conoscono tutti i dettagli: quello che l'ex generale racconta è che il membro dell'amministrazione Usa che ogni mese riceveva i codici segreti, li metteva in un certo punto. Tutto andò liscio fino a quando, per qualche ragione, finirono in un altro posto, scambiati per errore con altri documenti. La cosa, per ovvio imbarazzo, non fu sbandierata ai quattro venti, ma l'episodio venne alla luce nel momento in cui fu necessario consegnare i vecchi codici per ottenere quelli nuovi. Su quello che accadde dopo non si conoscono ulteriori dettagli.

Alcuni anni prima, nel 2003, era già uscita la storia del "biscotto smarrito". Ne parlò un altro generale, Robert Patterson. Era lui incaricato di portare la valigetta. Il mattino dopo in cui scoppiò lo scandalo Lewinsky il generale chiese al presidente Clinton il biscotto, per poterlo "ricaricare" con i nuovi codici. Il presidente, però, non riuscì a trovarlo. Cominciò una ricerca disperata dei codici fino a che il presidente, sconsolato, ammise di averli persi.

Tra i Repubblicani qualcuno ora si domanda: con un precedente come questo Hillary ha ancora il coraggio di dire che Trump sarebbe pericoloso?

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Se Renzi lo fosse, Giovannino Guareschi avrebbe detto: “Contrordine compagno”.