domenica 23 ottobre 2016

Ottobre 1866: il Veneto diventa italiano

Corriere della sera
Silvia Morosi e Paolo Rastelli

6633793-593x443

Chissà chi erano i 69 irriducibili che il 21 e 22 ottobre del 1866, esattamente 150 anni fa, decisero di dire no (i “sì” furono 647.315, il 99,94% dei votanti) all’unione del Veneto al Regno d’Italia? Oggi, dopo vent’anni di presenza leghista, sarebbero probabilmente molti di più, almeno alla luce del disinteresse dimostrato da molte amministrazioni pubbliche locali (qui l’editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera) per quella che, per quanto sfortunata e controversa, resta una delle pagine principali del processo di unificazione italiana.

Sfortunata perché il conflitto che fece da necessario prologo all’annessione, passato alla storia come Terza Guerra di Indipendenza e combattuto a fianco della Prussia e contro l’Austria Ungheria, fu così mal condotta da generali e ammiragli da comportare due sonore sconfitte, a Custoza il 24 giugno e nelle acque di Lissa il 20 luglio. Controversa perché, proprio a causa delle mancate vittorie, il Veneto non fu conquistato sul campo dall’Italia ma fu ceduto da Vienna alla Francia (l’imperatore Napoleone

III aveva assunto il ruolo di mediatore) e da questa “girato” al Regno d’Italia, procedura non poco umiliante che fu accettata dal governo di Firenze, presieduto da Bettino Ricasoli, dopo non pochi tentennamenti e polemiche. Non che all’Italia restassero molte alternative: la Prussia, una volta battuta l’Austria a Sadowa (3 luglio) che ne aveva sancito la preminenza all’interno della Confederazione tedesca, aveva raggiunto il suo obiettivo e non aveva alcun interesse a continuare la guerra.

Il governo italiano e il re Vittorio Emanuele II avrebbero certo potuto scegliere di continuare a combattere da soli. Ma era difficile pensare di sostenere senza aiuto lo scontro con un impero che, per quanto in decadenza, era comunque molto più grande del neonato stato italiano. Senza contare che il conflitto, iniziato con tanto entusiasmo (“Gran giorni sono questi per l’Italia! Gran guerra! È una crociata!” aveva scritto Edmondo De Amicis, l’autore del libro Cuore), era stato molto più che deludente.

6633793-593x443

Quindi fu plebiscito (voluto da austriaci e francesi per dare legittimità alla cessione), con seggi in tutte le principali città del Veneto: a Venezia gli uffici elettorali rimasero aperti dalle 10 alle 17. Il voto fu a suffragio elettorale maschile. Nel bando di convocazione alle urne si specificava che “saranno ammessi a dare il loro voto tutti i Cittadini che hanno compiuti gli anni 21, che sono domiciliati da sei mesi nel Comune e, meno le donne, non è escluso che chi subì condanna per crimine, furto o truffa” (fonte Wikipedia). Insomma donne e criminali pari erano.

Era lo spirito del tempo. Ma un piccolo numero di donne di Padova e Venezia decisero di protestare. Le prime si organizzarono un plebiscito per conto loro, mandando poi il risultato al governo. Quanto alle veneziane, scrissero al Re proclamando “in faccia al mondo che mai il sesso loro sentì l’amarezza e l’umiliazione più profondamente che in questa circostanza, in cui le popolazioni sono appellate a dichiarare se vogliono unirsi alla comune patria sotto il glorioso scettro della Maestà Vostra e de’ suoi augusti successori”.

Il 7 novembre Vittorio Emanuele II entrò a Venezia accolto da una folla festante. Due dei tre luoghi topici dell’indipendenza, quelli per cui erano morti gli uomini del 1848, erano diventati italiani: Milano e Venezia. Restava Roma, che avrebbe dovuto aspettare altri quattro anni e la sconfitta francese di Sedan, sempre per mano dei prussiani. Come avrebbe detto il cancelliere di ferro Otto von Bismarck al principe ereditario Umberto, “Voi italiani siete il popolo delle tre S: con Solferino avete preso la Lombardia, con Sadowa avete preso il Veneto, con Sedan avete preso Roma. E nessuna delle tre S è stata opera vostra”. Aveva ragione, soprattutto nell’ottica guerriera dell’Ottocento. Ma non è un mistero che gli Stati si costruiscono in tanti modi, non solo con le guerre vinte.

Quel silenzio tombale delle istituzioni sull’annessione del Veneto all’Italia

Corriere della sera
di Ernesto Galli della Loggia

A Cittadella (Padova), sventolerà il Leone di San Marco a mezz’asta, in segno di lutto

Bruno-Vespa-5-726x400

Da sabato, a quel che riferiscono le cronache, sul municipio Cittadella, un comune poco lontano da Padova, la bandiera veneta con il leone di san Marco sventolerà a mezz’asta con il segno del lutto, a ricordo di quello che le locali autorità considerano una sciagura tra le maggiori: cioè l’unione del Veneto (nonché di Mantova e di buona parte del Friuli per la verità) all’Italia all’indomani della III guerra d’indipendenza, di cui in questi giorni ricorre per l’appunto il 150esimo anniversario. Ma non sono affatto soli il sindaco e la giunta di Cittadella.

In tutto il Veneto, infatti, questo anniversario è accolto da un silenzio tombale che vuole essere di denuncia e di mestizia: nessuna commemorazione ufficiale, nessuna iniziativa pubblica, nessuna manifestazione di alcun tipo. Assenti anche le istituzioni culturali, a cominciare da quella Università di Padova che pure tante pagine ha scritto nella storia del patriottismo italiano. Attilio ed Emilio Bandiera, Daniele Manin e le altre centinaia di poveri veneti illusi che sopportarono il carcere, l’esilio e si giocarono la pelle per l’unità e la libertà d’Italia se ne facciano una ragione, insomma: di loro e di quelle vecchie storie i loro successori non ne vogliono sapere più niente.

Che tutto ciò corrisponda al reale sentimento della gente che abita tra il Mincio e l’Isonzo, è tutto da dimostrare, e c’è da dubitarne assai. Di sicuro corrisponde a qualcos’altro, invece. Alla sgangherata demagogia doppiogiochista della Lega (che fa la «veneta» in Veneto ma vorrebbe essere «nazionale» a sud del Po), e dall’altro al conformismo politico e alla fragilità ideale di tutti gli altri attori della scena politica locale, i quali da tempo si arrendono senza fiatare al ricatto leghista. Dal Pd, che — in questo caso con la lodevole eccezione del sindaco di Treviso — sembra ancora troppo spesso ammaliato dalle fole del «federalismo» anti-italiano ,

ai partiti della Destra, rovinosamente inerti e paralizzati come sempre di fronte ai berci di Salvini e ai favorucci di Zaia. Ma anche a Roma, per la verità, lo Stato nazionale non sembra stare a cuore più di tanto, se è vero, come è vero, che le distratte autorità centrali della Repubblica (a cominciare dal Ministero dell’istruzione o dalla Presidenza del Consiglio ) si sono ben guardate dal rompere il silenzio tombale di Venezia e dintorni. Eppure sarebbe bastato poco, sarebbe bastato un segnale: chessò riunire il Consiglio dei ministri, per una volta, nella città della laguna. Alla fin fine qualche italiano è rimasto che vuole continuare a sentirsi innanzi tutto tale.

Copia Conoscenza e Reply to All Istruzioni per l’uso: il Galateo 2.0

Corriere della sera
di Michela Rovelli

Quando rispondere e quando no, chi mettere in «cc» e in quale ordine, e gli allegati? Ecco le regole di netiquette per l’uso degli strumenti della posta elettronica

Informazioni, appuntamenti, cose da fare o da organizzare. Comunicazioni importanti mischiate a risposte di cortesia, battute, cenni di assenso, emoticon sorridenti. Nella casella di posta si accumulano ogni giorno centinaia di email. Di tutti i tipi. Dal neoassunto al direttore generale, la maggior parte del tempo sul posto di lavoro si passa a smistare, a rispondere, cancellare, modificare, ordinare. La colpa? Un uso — o più che altro abuso — del copia conoscenza. Uno strumento da utilizzare con giudizio. Ma che spesso è considerato uno spazio riempito di indirizzi più — o meno — utili per l’azione telematica in cui siamo impegnati. Grande alleato del «cc« è il tasto «Reply to all». Nel dubbio, lo si preme. E così le persone inserite nella comunicazione avranno una notifica in più sul desktop solo per avvisare che qualcuno ha detto «grazie».

Regole di netiquette
Quali sono le regole per un corretto uso dei campi della posta elettronica? Una generale: «Non c’è un numero massimo di destinatari da mettere in copia, ma è bene ricordare che le persone ricevono più email di quanto vorrebbero», spiegano gli specialisti del galateo di Debrett’s, casa editrice londinese e affermata autorità nel settore, che pubblica manuali di etichetta sin dal 1769. Dal 2015 organizzano anche corsi di netiquette, il galateo versione 2.0. Seguendo i loro insegnamenti, la risposta, se il proprio contatto è inserito in copia conoscenza, non è necessaria. A meno che non ci venga rivolta una domanda diretta. Se no, meglio lasciare la parola al vero destinatario.

Scremare il più possibile — spiega la scuola di galateo — il numero di utenti nella conversazione: «Bisogna inviare il messaggio solo a quelli a cui davvero serve l’informazione. Da mettere in ordine alfabetico o, in ambito professionale, per importanza. Evitando di inserire nuove persone a metà del dialogo, a meno che non vengano presentate in modo esplicito, motivando l’aggiunta». Debrett’s sconsiglia l’uso del Bcc, il «Blind Carbon Copy», grazie a cui si può inviare una email a vari contatti senza che essi vedano gli altri destinatari. È considerato uno strumento ingannevole. Un ultimo comportamento che la casa editrice consiglia riguarda gli allegati: limitarli a una dimensione inferiore ai 10 MB.
Il Galateo 2.0 a Microsoft
Una società che da anni investe sulla diffusione delle regole della netiquette tra i propri dipendenti è Microsoft. Claudia Bonatti, direttrice della divisione Office, è un’accanita sostenitrice dell’uso limitato del «Carbon Copy»: «Io sono molto parca. Metto in copia poche persone, è inutile fare spamming. Preferisco piuttosto usare l’Inoltra – racconta – Ma è il «Reply to All» che considero proprio una pratica scorretta, soprattutto quando c’è tanta gente». Non si fa problemi a togliere destinatari («Non è maleducato se è importante per l’efficacia della conversazione») e sta portando avanti una battaglia contro gli allegati: «Qui si va oltre la netiquette, è avere senso pratico. Inviarsi file via email è inefficiente.

Soprattutto ora che la tecnologia offre spazi in cui si può lavorare in contemporanea sullo stesso documento, condividendo in posta solo un link». Insomma, il messaggio che Bonatti dà ai suoi dipendenti è chiaro: «La più grande forma di maleducazione è intasare la posta altrui di comunicazioni inutili».

Apple, buon compleanno iPod: 15 anni fa la rivoluzione "liquida" della musica

Il Messaggero



«Mille canzoni in tasca»: questo lo slogan con cui l'iPod venne lanciato sul mercato il 23 ottobre del 2001. Quindici anni fa, a pensarci bene, non sono tanti ma sembra passata un'era geologica per la tecnologia e il modo di fruire la musica. Otto mesi prima la Apple di Steve Jobs aveva lanciato iTunes, il negozio digitale che vendeva canzoni. Due operazioni inscindibili che hanno segnato il passaggio dalla musica analogica a quella digitale. Ma hanno anche dato un duro colpo al download illegale e aperto la strada allo streaming.

Prima dell' iPod e della musica "liquida", cioè fruibile senza i supporti tradizionali, la musica si ascoltava con il lettore cd portatile che poteva contenere al massimo 10-15 canzoni, quelle di un disco.

E prima ancora c'era il walkman a cassette che faceva furore nelle gite scolastiche degli anni '80 e ancora indietro di qualche anno il mangiadischi con la maniglia che funzionava con i vinili a 45 giri. «C'è bisogno di un altro lettore Mp3?» si chiesero in molti quando l' iPod uscì, poiché sul mercato c'erano altri dispositivi simili. Ma dopo l'arrivo del lettore Apple non c'è stato più altro, così come non sono più esistiti il singolo, l'album, la copertina. Solo i file Mp3 e le canzoni in formato digitale che si potevano comprare pure singolarmente.

E la capienza dell'iPod nel tempo è aumentata a dismisura, dagli iniziali 5 Giga ai 128 Giga attuali dell' iPod touch per metterci di tutto, da Keith Jarrett agli U2, da Frank Sinatra a Lucio Battisti. «L'intera libreria musicale personale, noi amiamo la musica», spiegò durante la presentazione Steve Jobs, grande fan dei Beatles e di Bob Dylan. In seguito è arrivata la modalità 'shufflè, col dispositivo che rimescolava canzoni e componeva delle playlist a sorpresa, e poi è stata la volta dell' iPod Touch, praticamente un iPhone dal quale solo non si può telefonare.

Per il resto si può fare tutto: ascoltare musica, leggere libri, fare foto, usare le app, giocare, guardare i film. Insomma, l' iPod da semplice lettore di musica è diventato un lettore multimediale a tutto tondo. Il passaggio alla musica digitale ha spazzato via Napster e dato un duro colpo alla pirateria ma ha anche aperto la strada allo streaming che sta diventando la modalità principale di ascolto di canzoni vecchie e nuove. Negli Stati Uniti, secondo dati Nielsen, è cresciuto del 59% mentre l'acquisto delle singole canzoni in formato digitale è sceso del 24% e quello degli album del 18%. Una tendenza cavalcata da Apple Music, piattaforma concorrente del pioniere Spotify, che conta 15 milioni di utenti paganti.

Con l'arrivo della musica digitale e dello streaming, oltre ad essere cambiate le abitudini di ascolto, si sono aperti diversi fronti: quello dei compensi agli artisti e della proprietà della canzoni che una volta comprate non possono essere prestate, come si faceva con i vecchi dischi. E se da una parte l' iPod e la musica liquida hanno ucciso il formato cd dall'altra hanno avuto un grande merito.

Paradossalmente, è rifiorito il mercato dei vinili e dei giradischi: quelli che una volta si buttavano via, ora si ricomprano su eBay e sui siti specializzati al triplo del loro prezzo originario.

Tim verso il 5G, l’esperimento di Torino è riuscito

La Stampa

Tim accelera il percorso verso il 5G, sperimentando in campo a Torino il superamento dei 500 mega su singola connessione dati in download su rete live Lte. Tim è infatti il primo operatore in Italia, e tra i primi al mondo, a introdurre la tecnologia 4.5G, che consente di innalzare la velocità di trasmissione e la qualità di navigazione tramite la rete LTE, grazie all’adozione di opportune tecniche su rete mobile e terminali compatibili.

L’azienda, dopo aver lanciato per prima in Italia il 4G Plus (LTE Advanced) e aver raggiunto la massima velocità dei 300 Mbps attualmente offerta sulla rete LTE in otto città (Roma, Milano, Genova, Torino, Napoli, Prato, Verona e Palermo), raggiunge questo ulteriore traguardo confermando il ruolo centrale nell’innovazione delle reti mobili ultrabroadband. I test sono stati realizzati con successo prima presso i laboratori dell’innovazione di Torino e poi in campo, sulle stazioni radio base della città.

Le nuove prestazioni sono state raggiunte utilizzando l’allargamento dello spettro di frequenze complessivamente disponibile per la singola connessione dati - unendo le bande di frequenza LTE tramite Carrier Aggregation - e incrementando la velocità di trasmissione a parità di banda disponibile. Il progetto si avvale della collaborazione di Ericsson, che ha messo a disposizione soluzioni tecnologiche e servizi avanzati di rete, e di Qualcomm Technologies Inc., che ha fornito i terminali di test con il modem Qualcomm Snapdragon Lte X16

«Siamo orgogliosi di aver raggiunto per primi questo importante traguardo - ha dichiarato Giovanni Ferigo, Responsabile Technology di Tim - che anticipa e prepara il 5G: consente di offrire le migliori prestazioni e di incrementare la capacità di rete per rispondere alla crescente domanda di banda ultra larga in mobilità legata all’esplosione dei contenuti video anche full HD e 4K, dei social network e in generale dei nuovi servizi digitali che quotidianamente trasformano le nostre vite».

Memoria Zero

La Stampa
massimo gramellini

Nel guardare l’innovativo programma «Nemo» su Raidue, l’altra sera sono rimasto stregato dall’energia di un ragazzo di Ragusa, Andrea Caschetto. Andando ad approfondirla, mi sono imbattuto in una storia da film. A quindici anni Andrea sopravvisse a un tumore alla testa che gli ha tolto la possibilità di trattenere qualsiasi informazione. Memoria Zero divenne il suo soprannome e la sua condanna. Non riusciva più a ricordare un fatto, un volto, un colore. Finché, per una serie di circostanze che qualcuno giudicherà frutto del caso e qualcun altro di un disegno preordinato, lo smemorato si ritrovò a visitare un orfanotrofio in Sudafrica. Al ritorno si accorse che rammentava ancora benissimo le facce e le parole dei bambini.

Poteva ricordare. Non tutto, perché la stanza della sua memoria aveva le dimensioni di una monocamera. Ma qualcosa sì, a patto che fosse legato alla sfera emotiva. Soltanto un’emozione associata a un’immagine possedeva la forza di imprimersi nella sua mente. E quelle che ci riuscivano meglio erano le emozioni trasmesse dai cuori puri. Andrea si mise a girare per gli orfanotrofi di mezzo mondo, dispensando sorrisi in cambio di ricordi.

E in questo modo è riuscito a costruirsi un sistema cognitivo basato sui disegni che gli ha consentito di laurearsi e imparare quattro lingue. Ma si può domare il proprio cervello e spingerlo a ricordare soltanto le cose belle? Andrea sostiene che basta ritornare a sentire la vita con l’essenzialità dei bambini. E dai ripostigli della memoria, anche per chi come me ne ha ormai meno di lui, riemerge l’immagine del Piccolo Principe.

Tre studenti di Bologna hanno inventato il casco “intelligente”

La Stampa
franco giubilei

Si chiama Shelmet e ha conquistato il primo posto al Texas Instruments Innovations Challenge, il più grande concorso di elettronica per studenti d’Europa, Africa e Medio Oriente

Si chiama Shelmet, contrazione di smart helmet, il casco intelligente inventato da tre studenti di ingegneria elettronica dell’università di Bologna: dotato di un sistema di sensori integrati e di una videocamera a infrarossi per la visione notturna, permette di segnalare situazioni di pericolo, come ad esempio i colpi di sonno, al motociclista che lo indossi. La videocamera poi rileva ostacoli, persone o animali sul ciglio della strada e trasmette le immagini a un display LCD che il byker vede a lato del proprio campo visivo. Le funzioni del casco infine sono azionate con comandi vocali, in modo che il guidatore non stacchi mai le mani dal manubrio. Dulcis in fundo, Shelmet è anche ecologico, perché utilizza circuiti in grado di recuperare l’energia da fonti solari e cinetiche.



Il progetto Shelmet ha conquistato il primo posto al recente contest Texas Instruments Innovations Challenge, il più grande concorso di elettronica per studenti d’Europa, Africa e Medio Oriente, che quest’anno ha visto partecipare 900 concorrenti. I tre ideatori del casco sono Tommaso Polonelli, Angelo D’Aloia e Lorenzo Spadaro, assistiti dal docente Luca Benini e dal ricercatore Michele Magno dell’università di Bologna.



Ora gli studenti e il ricercatore sono in partenza per Monaco di Baviera, dove il team riceverà un premio in denaro, presenterà Shelmet alla fiera Electronica e prenderà parte all’Entrepreneurship Training, un workshop personalizzato che si svolgerà alla Technical University of Munich, con imprenditori, finanziatori, esperti di marketing e incubatori d’impresa. Servirà a capire se il progetto ha qualche chance di essere commercializzato. 

Il museo più piccolo del mondo? E' in una cabina telefonica dello Yorkshire

La Stampa
noemi penna



Avete presente le iconiche cabine telefoniche rosse londinesi? Ecco: una di loro sta vivendo nuova vita, trasformata in qualcosa di eccezionale. E' diventata il più piccolo museo al mondo. La cabina è stata ristrutturata e trasformata in una mini sala museale collocata nel centro di Warley, un villaggio dello Yorkshire (Regno Unito), davanti al ristorante Maypole Inn.



Il Warley Museum è stato realizzato nell’ambito del programma «Adotta una cabina», promosso dalla British Telecom. La vecchia cabina rossa soppiantata dall’utilizzo dei cellulari è stata sottoposta a un progetto di riqualificazione voluto dalla Warley Community Association e trasformata in un'inusuale attrazione turistica, appena inaugurata.



Altre comunità hanno riconvertito le vecchie cabine in librerie o torrette per i defibrillatori. L’idea di Warley è stata invece di arricchire il turismo della città, mettendo in bella mostra i cimeli della storia locale, tra vecchie foto, antichi gioielli, antiquariato e incisioni sul vetro. Il lavoro e la pianificazione sono opera di Eliana Bailey, presidentessa della Wca, del marito falegname Doug e degli artisti Paul e Chris Czainski. E le mostre cambieranno ogni tre mesi.



Insomma, un museo da Guinness dei primati che aspetta solo il riconoscimento formale. E anche se al suo interno c'è posto per un solo visitatore alla volta, non ci sono orari di apertura: basta aprire la porta per visitarlo gratuitamente. «Abbiamo già avuto una risposta fenomenale», ha dichiarato Eliana Bailey. «La gente pensava fosse impossibile, ma quando sono entrati non potevano credere ai loro occhi».

Referendum, respinto il ricorso sul quesito

La Stampa

Il Tar del Lazio dichiara inammissibile la richiesta di M5s e SI. Insorge il fronte del No



Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso del Movimento 5 Stelle e di Sinistra Italia sul quesito referendario per «difetto assoluto di giurisdizione». Secondo i giudici amministrativi «sia le ordinanze dell’Ufficio Centrale per il Referendum che hanno predisposto il quesito, sia il decreto del Presidente della Repubblica che lo recepisce sono espressione di un ruolo di garanzia, e nella loro assoluta neutralità sono sottratti al sindacato giurisdizionale».

Il fronte del No: “Un raggiro”
Di «truffa» e «raggiro» del governo ai danni dei cittadini italiani parlano, quasi in coro, le opposizioni. Al Comitato Basta un Sì risponde direttamente Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera. «Il Tar non ha dato alcun giudizio sul quesito, non ha detto che il quesito è “neutrale”». Dunque, «la sostanza del testo ingannevole rimane», affermano i senatori firmatari del ricorso Loredana De Petris, capogruppo di Sinistra italiana, e Vito Crimi, M5S: «I magistrati del Tar non hanno dichiarato che il quesito referendario è corretto, ma solo che loro non possono farci nulla».

La sentenza del Tar del Lazio «conferma che il quesito referendario è una truffa finalizzata a raggirare gli elettori», spiega ancora De Petris. Sulla stessa linea l’esponente di Sinistra Italiana, Alfredo D’Attorre, che parla di «pacco del governo Renzi. Il pronunciamento del Tar non entra nel merito della congruità del quesito referendario». La Lega si dice «interessata al No della gente» alla riforma e «non alla guerra di carte bollate».

Il fronte del Sì: “Prevalso il buon senso”
Sul fronte opposto, la maggioranza rivendica la bontà del quesito e invita a guardare al merito della riforma. «È prevalsa la ragionevolezza», è il commento di Enzo Bianco, sindaco di Catania e presidente Liberal Pd. «Leggo che qualcuno tra i ricorrenti M5S e SI non si arrende», spiega Marina Sereni, deputata del Partito Democratico. «In attesa di capire quale potrebbe essere la prossima mossa giudiziaria - prosegue - mi rammarico del fatto che ci sia chi pensi, a corto di qualsiasi argomento, di fare politica usando i giudici, dimenticando che il 4 dicembre gli elettori dovranno pronunciarsi sul merito della riforma costituzionale». Alla vicepresidente della Camera risponde però Pierluigi Mantini ex deputato e professore universitario di diritto amministrativo per il quale il pronunciamento del Tar del Lazio esclude, di fatto, altri ricorsi.

Anziani, dubbio bestiale: "E se Fido mi sopravvive?"

Oscar Grazioli - Ven, 21/10/2016 - 08:50

Molti "over 70" non adottano cuccioli per paura che poi restino soli. Ma ci sono molte soluzioni



Pochi giorni fa un carissimo amico mi ha telefonato ponendomi un problema che da tempo altre persone mi avevano, in diversi modi, portato all'attenzione.

Più volte ho scritto che l'allungamento della vita di cani e gatti (e altre specie animali) segue, di pari passo, quello delle persone. Nonostante questa dinamica, il gap tra le persone e i propri beniamini rimane tale. «Vedi Oscar - mi diceva l'amico al telefono - come ben sai pochi mesi fa abbiamo perso Billy e oggi la solitudine si fa sentire. I figli sono lontani e autonomi da anni e ovviamente non si fanno sentire, a meno che non ci siano dei problemi. Insomma, credimi, ci accorgiamo che le passeggiate con Billy, la sua presenza in casa, la gioia che ci trasmetteva con le sue buffe pose, beh, comincia a mancarci sul serio, per cui stavamo meditando di prendere un altro cane».

Il lettore potrebbe chiedersi dove risiede il problema. Il mondo è pieno di allevamenti che vendono cani d'ogni razza e purtroppo, o per fortuna (dipende da come si vede il bicchiere), in Italia abbiamo centinaia di canili che danno alloggio a un numero spropositato di cani randagi, abbandonati da padroni meritevoli d'ogni sorta di spregevoli aggettivi. Oggi, se uno vuole acquistare un cane di razza non ha che l'imbarazzo della scelta. Lo può avere di qualunque taglia e peso, dalle poche centinaia di grammi di un Chihuahua agli 80 kg di un San Bernardo.

Quello che normalmente però tutti vogliono è che sia cucciolo e magari neanche ancora svezzato dalla madre. Anche per quanto riguarda oasi di protezione e canili, i cuccioli o i cani giovani sono i più gettonati e per loro le gabbie si aprono con una certa facilità, mentre i cani adulti, e ancor più gli anziani, sono quasi sempre destinati a finire la loro vita tra le fredde sbarre di una «prigione» e senza il conforto di una famiglia.

L'amico al telefono faceva due rapidi calcoli, molto pragmatici. Lui, quasi 70 anni, la moglie un paio di meno. «Caro Oscar, bisogna essere realisti. Inutile nascondere la testa sotto la sabbia. Se prendiamo un cane di pochi mesi, non è per nulla improbabile che, vivendo 18 anni, lui sopravviva a noi o passi gli ultimi anni con due persone talmente malate da non potersene più occupare. Che fine farà? Non oso pensare al mio Billy, che era abituato a dormire sul nostro letto, finire i suoi ultimi anni nella gabbia di un canile. E se prendessimo un cane adulto, se non addirittura anziano? Tu cosa ne dici?».

Domanda non peregrina per chi riflette sul benessere di Fido e Silvestro, anche in tarda età, e non solo egoisticamente sul suo. E la mia risposta a questa domanda, che più persone oggi si pongono, è positiva, sempre che il personale delle oasi di protezione si adoperi proponendo in adozione cani anziani con un carattere che si adatti facilmente a persone anziane, per non ingenerare situazioni di incompatibilità che potrebbero obbligare a decisioni drammatiche per tutti.

Avremmo così persone anziane che recuperano la gioia di vivere e cani anziani che vivono gli ultimi anni con il conforto diuturno di una carezza.

Cremazione, le linee guida del Vaticano: pronto documento

repubblica.it

Dal titolo Ad resurgendum cum Christi, sarà reso noto, informa la Sala vaticana, martedì 25 ottobre

Cremazione, le linee guida del Vaticano: pronto documento

La Congregazione per la Dottrina della Fede ha messo a punto una "Istruzione" circa la sepoltura dei defunti e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione. Il documento, dal titolo Ad resurgendum cum Christi, sarà reso noto, informa la Sala vaticana, martedì 25 ottobre alla presenza di del cardinale Gerhard Mueller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede di padre Serge-Thomas Bonino, segretario della Commissione Teologica Internazionale, di monsignor Angel Rodríguez Luno, Consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede.

La Chiesa cattolica, a partire dal 1963, è passata dalla netta condanna all'accettazione della cremazione, almeno che questa non sia richiesta per ragioni che contrastano con le verità della fede, mantenendo comunque una preferenza per la sepoltura tradizionale. La cremazione è quindi permessa, "se tale scelta non mette in questione la fede nella risurrezione dei corpi". Dal IV al XIX secolo l'incenerizione dei cadaveri era prevista nei paesi cristiani in situazioni di emergenza, come nei casi di epidemia o guerre, senza che si ponessero particolari problemi teologici. Verso la fine del XIX secolo, essendo divenuta una scelta simbolica anticattolica favorita dalla massoneria, fu invece pesantemente censurata dalla Chiesa.

Per quanto riguarda la conservazione privata la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, nel Direttorio su pietà popolare e liturgia del 2002, afferma al n. 254: "Si esortino i fedeli a non conservare in casa le ceneri di familiari, ma a dare ad esse consueta sepoltura". Per quanto riguarda la dispersione delle ceneri ci sono pareri contrari di diversi episcopati nazionali. I vescovi francesi e quelli statunitensi si sono espressi negativamente già dal 1997 nei documenti, Points de repère en pastorale des funérailles e Reflections on the body, Cremation and Catholich Funeral Rites. L'episcopato italiano è sua volta intervenuto in maniera netta nel sussidio pastorale Proclamiamo la tua risurrezione dell'agosto 2007 a cura della Commissione per la liturgia della CEI.

Le valutazioni negative espresse nel sussidio sono state riprese dalla Conferenza episcopale italiana nella nuova edizione del Rito delle esequie (2011) evitando però di concludere che la dispersione o la conservazione in casa delle ceneri debbano considerarsi segno di una scelta compiuta per ragioni contrarie alla fede cristiana e che pertanto comportino la privazione delle esequie ecclesiastiche. La Chiesa, infine, raccomanda la consuetudine di seppellire i defunti, rifacendosi all'esempio di Gesù che fu inumato. Affidare la salma alla terra ha un valore simbolico. La morte è considerata come un sonno, e la resurrezione come un risveglio. La polvere, poi, più che la cenere, ha un richiamo biblico: "Tornerai alla terra perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai" (Genesi 3,19).

Little Italy

La Stampa
jena@lastampa.it

E’ più scandalosa la promessa sessuale di Madonna o quella fiscale di Renzi?

Spenta la tv curda con sede in Italia

La Stampa
ilario lombardo

“Hanno vinto le pressioni di Erdogan”. Interpellanza e interrogazioni parlamentari di Pd e Sinistra Italiana



I curdi vivono ovunque e in nessun luogo. Parlano dall’esilio anche attraverso una tv che ha le strutture produttive in Belgio e la sede legale in Italia, nel piccolo Molise, a Campobasso per la precisione. La televisione si chiama Med Nuce e dal 3 ottobre è uno schermo nero. Spenta. Il dito che ha premuto sul telecomando il tasto off è quello della Eutelsat, un colosso con il quartier generale a Parigi, uno dei tre maggiori operatori satellitari del mondo. La holding, affittando infrastrutture e commercializzando la banda, trasmette oltre 4 mila canali, dei quali più di mille dalla flotta dei satelliti Hot Bird.

Il 29 settembre il direttore di Med Nuce, Antonio Ruggeri, riceve una mail che lo informa che a brevissimo sarebbero state sospese le trasmissioni. Quattro giorni dopo il segnale si spegne. «Hotbird ha ricevuto una comunicazione da Eutelsat e ha eseguito subito l’ordine: fermare immediatamente la trasmissione della tv curda sul satellite» spiega Ruggeri. Questi sono i fatti. Poi ci sono le accuse, precise, circostanziate, che hanno scatenato le proteste della comunità curda, dei sindacati e delle associazioni dei giornalisti in mezza Europa, con presidi sotto la sede centrale di Eutelsat a Parigi, sotto quelle in Italia e in Germania.

«Le pressioni di Erdogan hanno avuto successo – attacca Ruggeri – Eutelsat ha un contratto in itinere per il lancio in Turchia di satelliti a uso militare e di controllo di polizia. In cambio Erdogan, attraverso Rtuk, il Consiglio supremo del governo per radio e tv, ha chiesto e ottenuto di spegnere la nostra televisione. Lo abbiamo denunciato e nessuno ci ha smentito». Non è stata neanche addotta una giustificazione formale, o una spiegazione. Niente. Quattro righe di comunicato hanno zittito una delle voci dei curdi della diaspora. Med Nuce, che vuol dire notizie dal Medioriente, racconta la cultura, la resistenza, la lotta, le sofferenze di un popolo senza Stato che si trova schiacciato tra l’Isis e il Sultano di Ankara.

Per trasmettere, Med Nuce ha avuto una regolare licenza rilasciata in Italia dall’AgCom. «Stiamo assistendo a uno sconfinamento in Occidente della repressione turca del 15 luglio» spiega Anna Del Freo, membro del comitato esecutivo della Federazione europea dei giornalisti (Efj) e segretario generale aggiunto della FNSI, presente alla conferenza stampa convocata alla Camera. In Turchia ci sono ancora 90 giornalisti in carcere e circa 200 hanno perso il lavoro: «E’ la più grande prigione per giornalisti d’Europa» continua De Freo. Accanto a lei e a Ruggeri, a Montecitorio, ci sono il capogruppo di Sinistra Italiana Arturo Scotto, il consigliere di amministrazione della Rai Carlo Freccero e Ozlem Tanrikulu, per Uiki onlus, l’ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia.

«Dal 15 luglio in Turchia sono stati chiusi 12 canali televisivi e 11 stazioni radiofoniche – denuncia Tanrikulu – Hanno spento le trasmissioni delle minoranze dialettali e quelle di alcuni cartoni animati. E’ una guerra sporca che nega tutti i diritti, anche quello di avere informazioni per chi vive in esilio. L’Europa non può restare in silenzio, altrimenti è complice». Sinistra italiana, rivolta al governo e all’Agcom, ha già depositato un’interpellanza urgente. Il Pd ha presentato un’interrogazione firmata da Sandra Zampa per chiedere di ripristinare immediatamente le trasmissioni. «E’ inquietante che Erdogan possa influenzare le democrazie occidentali – conclude Ruggeri – Ma ancora di più che possa farlo senza che nessuno ci dia una spiegazione». 

Regno Unito, arriva la grazia per 65 mila condannati omosessuali

La Stampa
simone vazzana

Il reato è stato cancellato nel 1967. Molti sono morti. I 15 mila ancora vivi dovranno inviare una richiesta formale al Ministero dell’Interno


Alan Turing, il matematico che tradusse il codice Enigma usato dai nazisti nella seconda guerra mondiale, condannato per la sua omosessualità. Ha ricevuto il perdono reale nel 2013, 61 anni dopo il suicidio

Il Regno Unito concederà la grazia a decine di migliaia di omosessuali e bisessuali britannici. Fino al 1967, in Inghilterra e in Galles, le relazioni tra persone dello stesso sesso sono state considerate un reato. Oltre 50 mila condannati sono morti, ma riceveranno l’amnistia postuma. Quelli ancora vivi, circa 15 mila, la otterranno i nviando una richiesta formale al Ministero dell’Interno. 

La misura, nata in seguito a una campagna dei liberaldemocratici di qualche anno fa, è la conseguenza del «provvedimento Turing»: prende il nome da Alan Turing, il famoso matematico che decifrò il codice Enigma utilizzato dai nazisti nelle loro comunicazioni durante la seconda guerra mondiale. La scoperta lo rese un eroe nazionale, ma questo non gli servì, nel 1952, a evitare la condanna per la sua relazione con un 19enne.

Turing accettò la castrazione chimica pur di non andare in prigione per ventiquattro mesi. Si suicidò due anni dopo nel suo laboratorio, mangiando una mela al cianuro. La grazia è arrivata 61 anni dopo, il 24 dicembre 2013, per mano della regina Elisabetta II. Un fatto che anche il primo ministro David Cameron, oppostosi nel 2012 ala concessione postuma, ha celebrato su Twitter: «Sono felice che Alan Turing abbia ricevuto la grazia reale. Decifrando il codice Enigma giocò un ruolo fondamentale nel salvare il Paese».

Da allora è montata la richiesta popolare affinché si estendesse a migliaia di omosessuali perseguiti in passato, famosi e non. La protesta si è trasformata in una vera e propria campagna che nel 2015 ha raccolto 640 mila firme, contando sull’appoggio di personaggi come il fisico Stephen Hawking e Benedict Cumberbatch, l’attore che ha interpretato Turing nel film The imitation game. Il deputato liberaldemocratico John Sharkey, il promotore dell’iniziativa, ha applaudito l’accordo che permetterà di cambiare la legge: «È un giorno importante per migliaia di famiglie in tutto il Regno Unito, che hanno fatto campagna per tantissimi anni».

Il deputato John Nicolson ha chiesto che la grazia automatica si applichi anche per i condannati ancora vivi senza l’obbligo di inviare una richiesta al ministero. La sua proposta sarà discussa in parlamento, ma il Governo ha già annunciato che non l’appoggerà: «Un’amnistia totale - ha spiegato Sam Gyimah - rischierebbe di essere estesa anche a persone colpevoli di infrazioni che costituiscono effettivamente reato ancora oggi. La via che abbiamo scelto è quella più rapida e più giusta».

Mentre quasi tutta la politica britannica si schiera in blocco a favore della proposta, per alcuni omosessuali l’emendamento significa poco o nulla. Come Paul Twocock, dell’organizzazione Stonewall che difende i diritti della comunità Lgbt, o come George Montague, scrittore e attivista condannato nel 1975, che alla Bbc ha dichiarato di pretendere delle scuse invece del perdono: «Accettare la grazia significa accettare di essere stato colpevole. Io non ho infranto la legge, la mia unica colpa è stata solamente vivere in un posto sbagliato nel momento sbagliato». 

Twitter @Simone_Vazzana