sabato 22 ottobre 2016

Avete questo farmaco in casa? Attenti. L'azienda lo ritira: l'errore sulla scadenza

Libero
21 Ottobre 2016

Avete questo farmaco in casa? Attenti. L'azienda lo ritira: l'errore sulla scadenza

La società farmaceutica Sanofi Aventis ha comunicato il ritiro di migliaia di confezioni di Novalgina. L'azienda ha deciso di ritirare dal commercio venti lotti di Novalgina Os Gtt da 20 da 500 milligrami (codice 008679033). Il ritiro è dovuto al fatto che la validità del farmaco si è ridotta di diversi mesi. Per questo è stato sconsigliato il consumo di prodotti che riportano la scadenza tra il 31 agosto 2019 e il 31 marzo 2021.

Ad essere interessati sono i lotti A4419 A4420 1A4420 A4421 A4422 A4423 A5424 A5425 A5426 1A5426 A5427 A5428 A5429 A5430 A5431 A5432 A5433 A6434 A6435 A6436. Nel caso in cui siano presenti nelle farmacie, spiega Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, i prodotti non devono essere messi in commercio e se qualcuno dovesse averli acquistati è invitato a restituirli.

Obiezione di incoscienza

La Stampa
massimo gramellini

Non sappiamo ancora cosa sia veramente successo nel reparto di ginecologia dell’ospedale Cannizzaro di Catania, dove una donna incinta di due gemelli è morta dopo l’estrazione dei feti senza vita. I genitori e il marito giurano che il medico di turno, obiettore di coscienza, si sarebbe rifiutato di intervenire, nonostante la paziente si dibattesse tra sofferenze atroci. Avrebbe sostenuto di non potere fare nulla per lei «finché i cuori dei bambini non avessero smesso di battere». Ma ciò che sappiamo per certo è che in quel reparto lavorano dodici medici e tutti e dodici si dichiarano obiettori. Il dato nazionale non è molto inferiore: ottantacinque su cento. Se la società vantasse una simile percentuale di cattolici infervorati, le chiese sarebbero stracolme di fedeli e le messe domenicali si celebrerebbero negli stadi.

Invece la coscienza di molti di questi obiettori risulta essere ispirata a più prosaiche considerazioni economiche. Prova ne è che una primaria di ginecologia del San Camillo di Roma raccontò che quattro di loro, per prenderne il posto durante una sua malattia, si affrettarono a firmare un foglio in cui rinunciavano all’obiezione. Ma non solo la coscienza è elastica. Anche la memoria. Quando una donna viene ricoverata dopo una violenza si ricordano di sottoporla all’esame per l’Aids, ma si dimenticano quasi sempre di somministrarle la pillola del giorno dopo. Sarebbe piacevole vivere in un Paese dove una donna che entra in un ospedale pubblico non fosse costretta a preoccuparsi della fedina morale del medico che ha di fronte. 

Ecco

La Stampa
jena

Gli islamici fanno attentati, gli ebrei no. Ecco perché l’Italia si è astenuta.

Quelle ossessioni rivelate su Israele

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

Matteo Renzi ha fatto bene, sia pur troppo tardivamente, a chiedere al ministro Gentiloni spiegazioni sull’«allucinante» astensione dell’ambasciatore italiano su una mozione Unesco che ha negato millenni di storia ebraica. Ma la spiegazione su un singolo episodio deplorevole non basta.

L’affaire Unesco non è un incidente di percorso, ma l’ennesima rivelazione di un’ossessione anti-sionista, e anti-ebraica tout court, di un organismo internazionale che già in passato si è macchiato di imperdonabili atteggiamenti antisemiti. E dunque Matteo Renzi ha fatto bene, sia pur troppo tardivamente, a chiedere al ministro Gentiloni spiegazioni sull’«allucinante» astensione dell’ambasciatore italiano su una mozione Unesco che ha negato millenni di storia ebraica, de-ebraizzando con protervia il Monte del Tempio a Gerusalemme.

Ma la spiegazione su un singolo episodio deplorevole non basta. Bisogna andare alla radice, chiedersi perché l’Italia abbia sentito il bisogno (per ragioni diplomatiche, geopolitiche, economiche, commerciali?) di non contrastare, come invece, e meritoriamente, altri Paesi democratici hanno fatto, la deriva antisemita che l’islamismo politico ha portato in una sede internazionale, e non soltanto in qualche tumultuosa piazza medio-orientale. E chiedersi perché i Paesi nemici di Israele hanno proposto in sede Unesco una mozione così sciagurata e offensiva.

Interrogarsi su quale obiettivo simbolico intendevano raggiungere. Chiedersi se questo voto non sia l’ultimo di una serie di atti ostili nei confronti di Israele che si sono consumati per decenni con la sostanziale indifferenza del nostro Paese. E chiedersi soprattutto perché sono riusciti a trascinare anche l’Italia nel disonore di questo voto. E qualcosa bisognerà pur dire su un organismo come l’Unesco, che pure dovrebbe promuovere la pace mondiale nella cultura e nell’arte, e che nel 2002 stava per designare come suo direttore, contrastato con successo da Elie Wiesel, l’egiziano Farouk Hosni, famoso per aver dichiarato davanti al Parlamento del Cairo di voler bruciare personalmente i libri israeliani raccolti nella Biblioteca di Alessandria.

E dire qualcosa sulla casa madre dell’Unesco, l’Onu, di cui ancora non si perdona il patrocinio della disgustosa gazzarra antisemita di Durban nel 2001, quando i rappresentanti islamisti, lo ha raccontato Nadine Gordimer, ostentarono t-shirt con invettive hitleriane contro gli ebrei. Una coazione a ripetere di cui si possono rintracciare i sintomi già in epoche più remote, come la risoluzione Onu del 1975 che equiparava il sionismo al «razzismo» (dimentichi della lezione di Martin Luther King che rivendicava il diritto ebraico a una Patria). Con episodi grotteschi, se non fossero tragici, come la nomina della Libia dell’allora leader Gheddafi, uno Stato poliziesco che sguinzagliava gli squadroni della morte per annientare i dissidenti anche espatriati, a capo della Commissione dei diritti umani, e dell’Iran degli ayatollah e della lapidazione delle adultere alla testa della Commissione sui diritti delle donne.

Per complesse ragioni politiche e morali, non ultima la storica indole filo-araba della classe dirigente della Repubblica italiana (soprattutto della Prima, nella sua versione democristiana e in quella comunista), l’Italia non ha mai affrontato esplicitamente il tema degli inquinamenti anti israeliani e antisionisti dell’ideologia «onusiana» di cui l’ultima mozione sulla non ebraicità dei luoghi sacri dell’ebraismo è stato l’episodio più clamoroso. Ed è probabile che nell’opzione astensionista del rappresentante italiano abbia agito quello che lo stesso Renzi ha definito l’«automatismo» culturale di una subalternità alle tesi dei Paesi arabi e islamisti. Le istituzioni come l’Onu e l’Unesco, purtroppo, dispongono di maggioranze formate da Paesi che non conoscono la democrazia e senza un’azione di contrasto dei Paesi democratici,

l’ondata antisemita rischia di dilagare, mentre dalle università europee partono pericolose esortazioni al boicottaggio anche scientifico di Israele e l’Ue sta maturando un atteggiamento «morbido» nei confronti di Hamas che pure non nasconde il suo programma di annientamento. Va ripensato il nostro atteggiamento complessivo nei confronti dell’Unesco e delle sue impresentabili maggioranze. Le scuse non bastano. L’«allucinante» astensione non deve avere mai più una replica.

Samsung valuta batterie LG Chem dopo il caso Galaxy Note 7. E in Corea esce l'iPhone 7

repubblica.it

Trattative in corso per risolvere il problema della batteria a rischio esplosione. Intanto in Corea sbarca il nuovo melafonino: 50 mila smartphone della mela già esauriti in preordine

Samsung valuta batterie LG Chem dopo il caso Galaxy Note 7. E in Corea esce l'iPhone 7

La fornitura delle batterie potrebbe arrivare da LG Chem andando così a risolvere il più grosso guaio mai occorso a Samsung Electronics. Dopo il caso Galaxy Note 7, l'azienda coreana che ha fermato la produzione del phablet a rischio esplosione è in trattativa, secondo il quotidiano economico Nikkei e altri media asiatici come The Korea Herlad, per una partnership che metta a riparo la distribuzione dei prossimi smartphone. A partire dal Galaxy S8.

A fornire il 70% delle batterie del dispositivo finora era la controllata gruppo Samsung SDI e ATL. L'azienda indaga ancora sulle cause tecniche dei guasti segnalati in diversi Paesi, l'ultimo in Giappone, dove martedì scorso un passeggero si è trovato in mano un Note 7 fumante all'aereporto di Kansai. Il phablet, non ancora in vendita, era stato vietato a bordo dei voli nipponici dal 15 ottobre.

E nella patria di Samsung sbarca oggi l'iPhone 7. La casa di Cupertino approfitta della debacle del Galaxy Note 7: il distributore di Apple in Corea del Sud, Korea Telecom (KT), ha già annunciato che 50 mila unità dell'ultimo modello di melafonino, grazie ai preordini, sono stati esauriti nel giro di 15 minuti. "In parte - fa sapere un responsabile della società sudcoreana - questo è l'effetto Note 7".

Amnesty boccia Snapchat e Skype: "Non proteggono la privacy" L'organizzazione internazi

repubblica.it
ROSITA RIJTANO

L'organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani ha preso in esame undici aziende hi-tech e relative app di messaggistica, valutando in che modo tutelano la riservatezza delle conversazioni degli utenti. Promosse Facebook (WhatsApp e Messenger) e Apple (iMessage e Facetime)

Amnesty boccia Snapchat e Skype: "Non proteggono la privacy"

Snapchat e Skype bocciate in termini di privacy. A rimandarle senza appello è l'organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani Amnesty International. Lo fa nel suo nuovo rapporto dedicato alla riservatezza dei messaggi che ci scambiamo quotidianamente attraverso le tante applicazioni di messaggistica che affollano i nostri smartphone. Una ricerca che ha preso in esame undici aziende hi-tech e relative app, valutando in che modo proteggono le conversazioni e i dati condivisi dagli utenti da occhi e orecchie indiscrete.

E, di conseguenza, anche la libertà di espressione. "Oggi si tratta di un diritto umano fondamentale", spiega a Repubblica Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. "Che riguarda tanto i comuni cittadini quanto coloro che per motivi di lavoro hanno bisogno di mantenere riservate le corrispondenze, come giornalisti e associazioni umanitarie".

La presa di consapevolezza è successiva alle rivelazioni di Edward Snowden, il whistleblower che ha avuto il merito di far scoprire a tutti la sorveglianza di massa indiscriminata portata avanti dall'Agenzia per la sicurezza nazionale statunitense e dalla corrispondente britannica. "Anche Amnesty ne è stata vittima: hanno ascoltato conversazioni in cui ci venivano raccontate violazioni di diritti umani osservate o subite. Un episodio gravissimo.

La nostra riservatezza dipende dalle aziende che sviluppano le app", conclude Noury. Peccato che al momento l'impegno della maggior parte di loro sia mendace, dato che solo tre delle imprese analizzate - Apple, Line e Viber - hanno adottato di default in tutte le loro applicazioni di messaggistica la crittografia end-to-end: cioè quella tecnica che oscura messaggi e chiamate dal mittente al destinatario, rendendoli visibili solo ai due che stanno parlando. E non ad altri o alla stessa compagnia che offre il servizio.

Secondo gli esperti di sicurezza informatica, non si tratta di certo della panacea di tutti i mali. Tuttavia, per l'organizzazione umanitaria è "il requisito minimo" necessario a garantire che le informazioni scambiate attraverso le applicazioni rimangano riservate. A cui dovrebbe aggiungersi una totale trasparenza rispetto alle richieste governative ricevute e le conseguenti  risposte date. Invece, al momento la maggior parte delle società "non rispetta gli standard sulla protezione della privacy", denuncia Sherif Elsayed-Ali, direttore del programma Tecnologia e diritti umani dell'associazione. "Le nostre comunicazioni sono sotto la costante minaccia della cyber-criminalità e dello spionaggio di Stato".

È bene precisare che non si tratta di una valutazione tecnica, ma delle policy adottate e delle  iniziative intraprese dalle compagnie in base a cinque criteri.  In particolare, oltre all’applicazione della cifratura end-to-end, i parametri valutati sono: la pubblicazione dei dettagli tecnici della protezione adottata e delle richieste governative; il riconoscimento effettivo nelle politiche e procedure aziendali della privacy come un diritto; l’informazione degli utenti rispetto ai rischi che corrono in merito a riservatezza e libertà di espressione e come vengono protetti. Così ultima nella classifica di Amnesty si colloca Tencent, azienda cinese produttrice di QQ e WeChat, che ha totalizzato zero punti su cento.

Seguono le applicazioni di messaggistica BlackBerry (con 20 punti) e Snapchat (26). Lo scarso livello di privacy dell'app che ha come simbolo il fantasmino popolarissima tra i ragazzi è particolarmente preoccupante perché, prosegue Sherif Elsayed-Ali, "sono soprattutto i giovani i più inclini a condividere fotografie e informazioni personali attraverso strumenti più a rischio”. La crittografia end-to-end di default è assente anche su Skype, di proprietà di Microsoft, così come su Google Hangouts e su Google Allo, dove però è possibile attivarla.

Sia chiaro, nessuno garantisce l'assoluta impenetrabilità, ma esistono pure i virtuosi. Facebook - le cui applicazioni Messenger e WhatsApp raggiungono insieme due miliardi di utenti - è la prima della classe: ottiene il punteggio più alto, 73 su 100. I motivi: dallo scorso aprile WhatsApp è dotata di crittografia end-to-end di default e spicca per la chiarezza delle informazioni sulla privacy fornite agli aficionados. Un notevole passo in avanti: appena nel 2015 l’Electronic Frontier Foundation, organizzazione internazionale impegnata nella tutela dei diritti digitali, l’aveva tratteggiata come un colabrodo di dati personali.

Mentre Messenger prevede l’opzione della crittografia end-to-end nella modalità “conversazione segreta”, nonostante utilizzi in automatico una cifratura più blanda. Bene pure Apple: la Mela guadagna 67 punti su 100. Sfrutta la end-to-end in tutte le comunicazioni di iMessage e Facetime e non si può dimenticare la sua battaglia legale contro l’Fbi per il caso dell’iPhone dell’attentatore di San Bernardino. Un appunto non manca: "dovrebbe fare di più - dicono da Amnesty International - per informare gli utenti che i loro messaggi via sms sono meno sicuri di quelli inviati tramite iMessage e dovrebbe adottare un protocollo di crittografia più aperto per consentire complete verifiche indipendenti".

Un attacco hacker ha messo KO internet negli Stati Uniti

La Stampa
andrea signorelli   21/10/2016

Centinaia di siti sono stati irraggiungibili per ore in seguito a un DDoS, tra cui Twitter, Spotify, Reddit, eBay e PayPal



Questa mattina gli utenti della costa est degli Stati Uniti si sono svegliati scoprendo che buona parte dei più popolari siti e piattaforme internet risultavano irraggiungibili. Twitter, Spotify, Reddit, PayPal, eBay e Yelp sono solo alcuni dei servizi caduti vittima di quello che sembra essere un enorme attacco DDoS che ha colpito il provider DNS Dyn.

I provider DNS svolgono il ruolo di “guida telefonica” di internet: quando digitiamo l’indirizzo di un sito, o lo clicchiamo da Google, non ci connettiamo direttamente al sito, ma inoltriamo a un server la richiesta di vedere una determinata pagina. Il provider che è stato attaccato questa mattina, Dyn, svolge questo servizio per una miriade di siti online, tra cui quelli già citati, che hanno quindi riscontrato enormi problemi a essere visualizzati.

L’attacco hacker, come sempre più spesso avviene, è stato del tipo DDoS (distributed denial of service). In questi casi, gli hacker inviano un flusso di svariate decine di migliaia di richieste contemporanee al server, mandandolo in sovraccarico e rendendo quindi molto più difficile per gli utenti riuscire a connettersi al sito che si vuole visitare.

Uno dei siti colpiti, la piattaforma per software open source GitHub, ha fatto sapere via Twitter di essere stata colpita da un “evento globale”. In verità, come si vede nella mappa, solo la costa est degli Stati Uniti è risultata essere colpita, anche se delle ripercussioni potrebbero in effetti esserci state in tutto il mondo.



Ancora non è chiaro chi ci sia dietro questo attacco, che però segue solo di un mese quello che è stato considerato il più grande DDoS della storia (che ha sfruttato anche le debolezze insite nella Internet of Things). L’esperto di cybersicurezza Brian Krebs ha sostenuto che si possa trattare di una vendetta, facendo notare come il direttore del reparto analisi di Dyn, Doug Madory, avesse collaborato con lui in un’indagine che ha messo in luce i rapporti opachi tra alcune società che forniscono strumenti per difendersi dagli attacchi DDoS e gli stessi cybercriminali che li portano a compimento. Non ci sono prove a sostegno di questa tesi, anche se lo stesso sito gestito da Brian Krebs aveva subito un pesantissimo attacco poche ore dopo la pubblicazione dell’inchiesta.

Stando a quanto riporta lo stesso sito del provider Dyn, l’attacco è iniziato alle 12.10 (ora italiana), quando “abbiamo iniziato a monitorare e rispondere a un attacco DDoS contro la nostra infrastruttura DNS”. Il primo aggiornamento, attorno alle 14, confermava come l’intera costa est degli Stati Uniti fosse stata presa di mira. Infine, alle 14.36, il sito informava che “i servizi sono stati riportati alla normalità”. Nonostante le dichiarazioni, però, sono ancora parecchi gli utenti internet che lamentano difficoltà: probabilmente ci vorrà ancora un po’ di tempo perché gli effetti dell’attacco vengano completamente eliminati. 

Così è stato hackerato in massa lo staff di Hillary Clinton

La Stampa
carola frediani

Dei ricercatori hanno collegato e ricostruito tutti gli attacchi e li hanno attribuiti a un unico gruppo di hacker russi. Che aveva preso di mira anche Aeronautica e Marina italiane



Un’unica mano, anzi un unico gruppo, avrebbe hackerato il Comitato nazionale democratico (l’organo di governo del Partito democratico americano) e il comitato per la campagna elettorale al Congresso dello stesso Partito (DCCC), la casella di posta di John Podesta (il presidente della campagna di Hillary Clinton) e quella dell’ex segretario di Stato Colin Powell. E questo solo per citare i casi più noti che hanno portato negli ultimi mesi alla pubblicazione online di migliaia di email e documenti riservati dei Democratici nel pieno della campagna presidenziale americana. Violazioni e pubblicazioni che hanno portato a una escalation dei rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Russia.

Attacco via mail
Tutti questi episodi sono il frutto di una stessa campagna che avrebbe usato il trucco più banale, una mail di spear phishing, cioè una mail mirata inviata dall’attaccante che finge di arrivare da un altro mittente, e per la precisione in molti casi da Gmail, chiedendo di reinserire la credenziali della posta. E questa unica mano - che avrebbe coordinato un’operazione ampia di attacchi mirati condotti contro politici americani, soprattutto democratici - sarebbe da attribuire al gruppo di hacker russi noti come Apt28, o Sofacy, o Fancy Bear. Che vari analisti riconducono più o meno direttamente al governo di Mosca. Alcuni, come la società Crowdstrike o i servizi tedeschi, li considerano inquadrati da GRU, l’intelligence militare russa.

Unica operazione
A ricollegare insieme tutti questi attacchi al gruppo, già fortemente sospettato dell’incursione nei server democratici, sono stati i ricercatori di Secure Works. Ma ad avallare questa tesi sono anche altri ricercatori indipendenti come Thomas Rid. Che cita anche attacchi condotti contro l’Italia. «Tra l’ottobre 2015 e il maggio 2016 – scrive su Esquire il professore del King’s College e nome autorevole negli studi sulla cyberguerriglia, specie fra Usa e Russia - il gruppo ha usato 9mila link per attaccare circa 4mila account Gmail, con target in Ucraina, Stati Uniti, Stati baltici, Cina, Iran. Fancy Bear (o Apt28, ndr) ha cercato di accedere a ministeri della Difesa, ambasciate e militari. Il più ampio gruppo di target, circa il 40 per cento, erano personale militare. Tra le violazioni recenti del gruppo ci sono stati il Parlamento tedesco, i militari italiani, il ministero degli Esteri saudita, le email di Philip Breedlove (generale Nato, ndr), Colin Powell, e John Podesta—presidente della campagna di Hillary Clinton— e naturalmente il Comitato nazionale democratico».

Militari italiani nel mirino
I militari italiani vittime di Fancy Bear (o Apt28)? Il riferimento - sulla base delle ricerche de La Stampa - è a una serie di attacchi che hanno colpito fra 2014 e 2015 membri dell’Aeronautica militare e della Marina militare italiana. A parlarne in una presentazione rimasta in circoli ristretti era stato nel novembre 2015, ad Abu Dhabi, Stefano Maccaglia, analista della società americana di sicurezza informatica RSA. Nella presentazione si analizzano alcuni attacchi compiuti da FancyBear/Apt28 contro militari di alcuni Paesi occidentali, inclusa l’Italia. In particolare gli hacker avrebbero preso di mira almeno sette ufficiali dell’Aeronautica militare e due ufficiali della Marina militare, sfruttando una vulnerabilità di Microsoft Office.

E in almeno due casi l’infezione sarebbe andata a buon fine. «Era l’analisi di tre casi avvenuti tra 2014 e 2015 contro i militari di tre nazioni occidentali», riferisce Maccaglia. «Gli attaccanti hanno prima preso i dati sul personale militare violando il sito di una fiera militare (il Farnborough Air Show 2014, ndr) e raccogliendo le mail dei partecipanti. E poi hanno studiato i possibili target delle strutture che volevano colpire, scegliendo soggetti non troppo esperti in informatica. L’attacco comunque è stato sofisticato e ben organizzato, molto di più di quelli fatti contro i democratici americani».

Analisi degli attacchi
Sì, perché nel caso del Comitato nazionale democratico, di Podesta, di Powell e via dicendo, gli hacker avrebbero confezionato delle semplici email di phishng che dicevano di essere Gmail. Specificando che qualcuno aveva violato la casella di posta delle vittime (c’era pure indicato un indirizzo IP in Ucraina, l’ironia) e quindi di reinserire e poi cambiare le credenziali di accesso. Quello che è notevole però dell’attacco ai democratici è come è stato organizzato complessivamente.
Un invio di massa di 9mila link in finte mail a 4mila individui. Ogni link (ogni Url) inviato, era poi accorciato attraverso il noto servizio di abbreviazione di indirizzi web Bitly con cui gli attaccanti aggiravano eventuali filtri antispam e nello stesso tempo tenevano traccia dei target (ogni link conteneva codificato nome e email della vittima).

Siccome però gli account aperti su Bitly dagli hacker non erano in modalità privata, la società di sicurezza Secure Works - che da tempo sta dietro alle tracce di Fancy Bear - a un certo punto è stata in grado di monitorarli, dopo essere arrivata a uno degli account Bitly risalendo fino a lì da un dominio controllato dagli hacker. E ne ha progressivamente ricostruito, come in un puzzle, gli attacchi e i target. SecureWorks ha visto ad esempio che il gruppo ha creato 213 link (abbreviati) che miravano a 108 indirizzi email del dominio Hillaryclinton.com. E studiando i link sono risaliti anche all’attacco mosso a Colin Powell che ha poi portato alla pubblicazione di sue email.

O a William Rinehart, membro dello staff Clinton. Nel marzo 2016 Rinehart avrebbe ricevuto una mail che sembrava un avviso di sicurezza, un alert di Gmail, in cui gli si chiedeva di cambiare la password con un link (consiglio: mai cliccare su link di mail di questo genere, ma andare sempre sul sito digitandolo nel browser). Sempre nel marzo 2016 anche John Podesta riceveva un alert simile. Il braccio destro della Clinton avrebbe cliccato sul link e immesso le proprie credenziali in un finto sito Gmail regalandole di fatto agli attaccanti.

Non sappiamo quando gli hacker abbiano preso le email e a chi le abbiano girate. Sta di fatto che mesi dopo, cioè pochi giorni fa, il 9 ottobre, WikiLeaks ha iniziato a pubblicare migliaia di email di Podesta. Così come aveva pubblicato quelle del Comitato nazionale democratico. Mentre le email di Powell erano finite sul sito DC Leaks, collegato all’hacker di nome Guccifer 2.0 che aveva rivendicato anche gli attacchi al Comitato nazionale democratico. Che diceva di essere indipendente e rumeno. Ma che molti osservatori considerano solo una manovra diversiva dei russi.

Prime avvisaglie
L’Fbi aveva avvisato il Comitato nazionale democratico di esaminare i propri sistemi già nell’autunno 2015. Ma solo a maggio il Comitato si era rivolto alla società di sicurezza Crowdstrike che aveva scoperto la presenza nella loro rete di ben due gruppi di hacker russi, Cozy Bear (Apt29) e Fancy Bear (Apt28), Apt sta per Advanced Persistent Threat, un gruppo in grado di compiere attacchi mirati e avanzati (ne abbiamo parlato qua). Per Crowdstrike e altri, Cozy Bear sarebbe ascrivibile al FSB, cioè l’ex Kgb; mentre Fancy Bear sarebbe l’intelligence militare GRU. In ogni caso sarebbe coinvolta Mosca. Ad aprile qualcuno registrava il sito DC Leaks, a giugno nasceva l’associato profilo Twitter.

E sempre a giugno la notizia di una violazione del Comitato nazionale democratico usciva infine sul Washington Post. Il giorno dopo nasceva anche un sito creato da un misterioso hacker di nome Guccifer 2.0 che rilasciava dei documenti del Comitato, dicendo di essere rumeno (ipotesi contestata da vari indizi raccolti dai giornalisti) e di aver dato migliaia di file a Wikileaks. Che ha poi pubblicato migliaia di email provenienti dal Comitato nazionale democratico e che sta rilasciando ora quelle - migliaia - di Podesta. Una delle prime conseguenze della pubblicazione, a luglio, sono state le dimissioni della presidente del Comitato nazionale democratico Debbie Schultz, accusata di aver favorito la Clinton su Bernie Sanders. Ad agosto sono pure comparsi degli hacker che vendevano online le armi digitali sottratte alla Nsa.

Tutte queste vicende hanno surriscaldato soprattutto i rapporti fra Washington e Mosca portando ad alcune prese di posizione senza precedenti. Come la dichiarazione, di pochi giorni fa, del Dipartimento Usa della sicurezza interna e del direttore dell’intelligence nazionale: si dicono sicuri che dietro gli attacchi ci sia il governo di Mosca e che l’intento degli attaccanti sia di influenzare il processo elettorale. O come le voci della preparazione di una possibile ritorsione americana.

Hacker cinesi attaccano la portaerei Reagan. “Volevano rubare informazioni militari Usa”

La Stampa

Lo rivela una società di sicurezza informatica americana


La portaerei Ronald Reagan in una foto d’archivio

Un attacco hacker cinese alla portaerei Ronald Reagan per carpire informazioni sulle manovre militari Usa. Lo conferma al Financial Times una società di sicurezza informatica americana, la FireEye.

Gli hacker cinesi avrebbero attaccato i funzionari di governo che si trovavano sulla portaerei, inondandoli di mail infette, l’11 luglio scorso, il giorno prima della controversa sentenza del tribunale dell’Aia sul Mar Cinese Meridionale. La portaerei in quei giorni era di pattuglia nella zona contesa. 
Secondo FireEye, gli autori degli attacchi potrebbero essere gli stessi che hanno condotto azioni in passato per compromettere le reti di difesa di Usa e Vietnam. Non ci sono per ora prove che leghino l’attacco al governo di Pechino, né indicazioni che l’operazione sia andata a buon fine.

La giustizia Usa, che ha comunque preso in mano il dossier, secondo il Ft, che ritiene siano implicati dirigenti militari cinesi. Secondo gli esperti di FireEye - citati sempre dal Financial Times - il malware (di tipo Enfal) aveva l’istruzione di carpire informazioni e scaricare sul sistema della portaerei americana altri virus e cavalli di troia.

Ed è penetrato attraverso una email, indirizzata ai membri di una delegazione di un governo straniero che lo scorso 11 luglio doveva visitare la Uss Ronald Reagan, che era in navigazione in pattugliamento nel mar cinese del sud per garantire «che il mare restasse aperto a tutti». Secondo la compagnia di sicurezza informatica Usa, l’obiettivo era quello di carpire informazioni su manovre e spostamenti della Reagan, che è l’ammiraglia sui suoi sistemi di comando e controllo oltre che informazioni di livello politico.

Non è un caso, secondo gli esperti, che il cyberattacco mirato sia avvenuto il giorno prima che la Corte arbitrale dell’Onu per la Legge del Mare emettesse una sentenza che negava qualsiasi fondamento giuridico ai «diritti storici» rivendicati da Pechino su gran parte del Mar Cinese del Sud e delle isole, contese con Giappone, Filippine, Vietnam fra gli altri: sentenza che sollevò l’ira di Pechino.