venerdì 21 ottobre 2016

Apple: ''Su Amazon accessori falsi al 90%''

repubblica.it
VALERIO PORCU

L'azienda di  Cupertino ha individuato e fatto rimuovere migliaia di prodotti non originali ma venduti come tali. In vetrina sulla piattaforma di Bezos, in realtà venduti da Mobile Star, società già denunciata da Apple

Apple: ''Su Amazon accessori falsi al 90%''

APPLE ha fatto rimuovere da Amazon migliaia di alimentatori e cavi non originali. Li vendeva Mobile Star LLC, già denunciata dal colosso di Cupertino per violazione di marchio registrato. I prodotti infatti erano proposti come originali. I prodotti erano venduti e spediti da Amazon, ma era Mobile Star il venditore originale. Apple li ha comprati scoprendo che si tratta di falsi, e successivamente la stessa Amazon le ha rivelato che il fornitore era Mobile Star. Secondo l'azienda californiana i prodotti in questione non hanno superato nemmeno i test di sicurezza, e rappresentano quindi un possibile pericolo per il consumatore finale.

Secondo l'indagine svolta da Apple "circa il 90%" dei dispositivi e degli accessori venduti come originali in realtà non lo sono. L'azienda ritiene che questo fenomeno danneggi la sua reputazione, proprio perché il compratore è indotto a pensare di aver acquistato un prodotto originale. Si chiede quindi la distruzione dei prodotti e 2 milioni di dollari per ogni tipo di prodotto". Il colosso dell'ecommerce si è dotato di sistemi per arginare il fenomeno dei falsi, che tuttavia sembra sia in aumento.

È quindi fondamentale prestare la massima attenzione quando si fanno acquisti online e diffidare dei prezzi troppo bassi. Per risparmiare, - il consiglio vale per qualsiasi marchio - è sempre meglio orientarsi su un prodotto apertamente non originale ma ''garantito'' piuttosto che su un oggetto incredibilmente economico.

Dal 2018 i Macbook di Apple potrebbero avere una tastiera multilingue con inchiostro elettronico

La Stampa
dario marchetti

Secondo il Wall Street Journal i portatili di Cupertino saranno dotati di tastiera e-ink, in grado di trasformarsi a seconda della lingua madre dell'utente


Nemmeno il tempo di leggere le anticipazioni sui nuovi Macbook, la cui presentazione è prevista per il 27 ottobre, che già trapelano dettagli sui portatili che Apple metterà in commercio dal 2018.

Secondo fonti del Wall Street Journal, tra due anni i laptop di Cupertino saranno dotati di una tastiera ad inchiostro elettronico, la stessa utilizzata dagli e-reader come Kindle e Kobo: all'interno di ogni tasto ci sarà infatti un piccolo display in grado di cambiare a seconda del programma in uso o dell'utente loggato nel sistema.

Le indiscrezioni parlano anche di una collaborazione tra Apple e Sonder, una startup australiana sostenuta dalla Foxconn, il colosso cinese dell'assemblaggio che si occupa di gran parte dei prodotti dell'azienda di Tim Cook. Che, sempre secondo il Wall Street Journal, a inizio ottobre sarebbe stato proprio in Cina per incontrare i dirigenti di Foxconn e Sonder.

Il nuovo tipo di tastiera consentirà non solo di avere un solo modello di computer utilizzabile da utenti di qualsiasi lingua, ma anche, ad esempio, inserire emoji al volo, visualizzandoli direttamente all'interno dei tasti. E se proprio non avete voglia di aspettare, la stessa Sonder rilascerà a breve una tastiera bluetooth costruita con questa tecnologia, al modico prezzo di 199 dollari. 

Il riconoscimento vocale di Microsoft diventa abile quanto gli esseri umani

La Stampa
lorenzo longhitano

L’algoritmo sviluppato dai ricercatori della casa di Redmond è estremamente efficiente; sarà utilizzato negli assistenti virtuali di smartphone e computer, ma non solo



Un computer o uno smartphone in grado di ascoltare come un essere umano: è il traguardo appena raggiunto da Microsoft e dai suoi ricercatori e annunciato sul blog della società. Il gruppo di studiosi interno alla casa di Redmond che si occupa di ricerca e intelligenza artificiale è riuscito ad affinare la propria tecnologia di riconoscimento vocale tanto da poterla mettere a confronto con le abilità di avversari umani.

I risultati della ricerca sono ricchi di implicazioni concrete: basti pensare ad assistenti vocali come Cortana e Siri, che sugli smartphone stanno diventando sempre più importanti ma che al momento sono tutt’altro che perfetti. Per questi sistemi ciò che definiamo linguaggio non è altro che un insieme di onde sonore; sta agli algoritmi che li animano il compito di interpretare e tradurre questi suoni in parole legate tra loro da una sintassi.

Per questo motivo Microsoft definisce storico l’obbiettivo conseguito. Il suo sistema di riconoscimento vocale ha dimostrato di saper trascrivere il testo dato in pasto ai computer con un tasso di errore del 5,9 percento, ovvero il più basso mai ottenuto da un’intelligenza artificiale e soprattutto comparabile con quello fatto registrare dal gruppo di controllo composto da esseri umani. È la prima volta che un algoritmo dimostra di saper ascoltare con la stessa accuratezza di un essere umano, ma la perfezione, precisano da Microsoft, è ancora lontana: proprio come una persona, gli algoritmi appena messi a punto possono ancora confondersi in diverse occasioni, ad esempio se il rumore di fondo interferisce con quello dell’interlocutore umano.

I prossimi passi dei ricercatori, oltre a perfezionare ulteriormente questa abilità di base, sono due: riuscire a distinguere eventuali partecipanti aggiuntivi in una conversazione e soprattutto passare dal riconoscimento alla comprensione. Non più insomma captare soltanto i comandi e le loro variazioni, ma capire realmente il significato di quanto viene detto per agire di conseguenza.

De Magistris va al corteo, poi chiede il rimborso spese al Comune: 100 euro per lottare con i napoletani

Il Mattino
di Paolo Barbuto



Il 23 settembre è stato un giorno importante per il popolo in lotta contro il commissariamento di Bagnoli. Cinquecento napoletani in piazza a Roma per un sit-in di protesta contro il Governo. Anzi cinquecentoquattro perché al fianco del popolo della protesta c'era anche il sindaco De Magistris accompagnato da due assessori e da un addetto stampa.

Solo che c'è un piccolo dettaglio da conoscere: mentre i cinquecento napoletani si sono pagati il bus per andare a protestare a Roma e hanno chiesto permessi al lavoro, il sindaco, per stare al fianco del suo popolo che protestava, s'è fatto rimborsare le spese. E pure il vicesindaco Del Giudice, l'assessore Piscopo e l'addetto stampa Annunziata. Rimborsi da cento euro a testa per dare forza alla protesta anti-Bagnoli. La notizia è stata riportata questa mattina dal quotidiano Metropolis.

Insomma, il sindaco-Masaniello scende in piazza, ma solo se poi gli rimborsano le spese.
Dal primo cittadino non è arrivata una risposta formale.  E' stato solo diramato un comunicato firmato «delegazione ufficiale del Comune di Napoli alla manifestazione popolare del 23 settembre». Si tratta di una decina di righe vergate con veemenza per smontare ogni tentativo di polemica, che riportiamo integralmente: «La partecipazione del Sindaco, insieme ad alcuni assessori alla manifestazione per Bagnoli svoltasi a Roma lo scorso 23 settembre, è motivata dal fatto che si è voluto dare un valore “istituzionale” oltre che “politico” a quell’ evento popolare e cittadino, in difesa delle prerogative costituzionali della Città di Napoli,

perché è precisa volontà dell’Amministrazione ritenere le manifestazioni popolari, per temi così importanti, vicende che caratterizzano la vita istituzionale della città. Si ricorda inoltre che al termine della manifestazione del 23 settembre fu consegnato, come già deciso prima delle partenza, a Palazzo Chigi, da parte dei napoletani accompagnati dall’Assessore Piscopo, il documento ufficiale dei cittadini per Bagnoli». Fin qui nessun dubbio, anzi, pieno accordo: la Giunta crede nelle manifestazioni popolari e si schiera al fianco dei cittadini. Onore e merito a chi la pensa in questa maniera.

Poi il comunicato prosegue: «Ci sforziamo di renderci conto che per alcuni gli incontri istituzionali non sono quelli in cui partecipa anche il popolo... A questo punto offriamo un supporto anche noi per creare una nuova storia che non esiste. Perchè la stessa domanda non viene posta con riferimento ad altri incontri istituzionali, come quello svoltosi 10 giorni dopo quando il Sindaco si è recato, con delegazione, ad un incontro a Palazzo Chigi dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio De Vincenti? Il Sindaco quando si reca a Roma per incontri istituzionali si fa rimborsare il biglietto di seconda classe. Questa è un’altra interessante notizia...».

Ecco, è proprio quest’ultima porzione del comunicato che merita un approfondimento. Che il sindaco viaggi in seconda classe l'abbiamo scritto in passato e lo sottolineiamo con enfasi ancora oggi. Riteniamo inoltre più che corretto che per un incontro a palazzo Chigi con il Sottosegretario venga chiesto il rimborso delle spese di viaggio. Ma siamo certi che scendere in piazza per difendere gli ideali dei concittadini che protestano, sia una «missione ufficiale» per la quale va chiesto il rimborso spese? Un biglietto di seconda classe per Roma costa al massimo 44 euro, la battaglia per un ideale non dovrebbe avere un prezzo, almeno non un prezzo così basso.

Giovedì 20 Ottobre 2016, 16:46 - Ultimo aggiornamento: 20-10-2016 20:46

Amazon potrebbe diventare un provider Internet

La Stampa

Per promuovere i propri servizi in streaming e download, l’azienda di Bezos starebbe pensando di offrire ai clienti anche la connessione al web. Ma solo in Europa



Amazon starebbe valutando l’opportunità di fornire un servizio di connessione a internet direttamente ai consumatori europei. Stando all’indiscrezione, raccolta dal sito The Information, la compagnia di Seattle punterebbe ad abbinare l’accesso a internet con la sua offerta Prime Video di contenuti audiovisivi on demand, entrando così in competizione con gli operatori via cavo che già propongono pacchetti analoghi. In Europa il servizio video di Amazon è presente in Germania, Regno Unito e Austria.

L’idea di proporsi come internet service provider (Isp) riguarderebbe l’Europa ma non gli Stati Uniti. Nel Vecchio Continente, infatti, gli ex monopolisti - da Telecom Italia a British Telecom - sono tenuti a vendere all’ingrosso l’accesso alle proprie reti, il che consente ad aziende concorrenti di offrire servizi ai consumatori. Non così negli Stati Uniti dove Amazon, per diventare fornitore di internet, dovrebbe costruire le proprie infrastrutture.

Google lancia l'assalto alle pay tv: offerta low cost sfruttando YouTube

repubblica.it

Firmato l'accordo con il network Cbs e vicina l'intesa con 21st Century Fox e Disney

Google lancia l'assalto alle pay tv: offerta low cost sfruttando YouTube

Google ha firmato un accordo con il network americano Cbs per lanciare una web tv che dovrebbe arrivare sul mercato entro i primi mesi del 2017. Lo sostiene l'agenzia di stampa Dow Jones che cita alcune fonti all'interno delle aziende.Il nuovo servizio sarà ospitato da Youtube.

Inoltre Google sarebbe vicina alla chiusura di un accordo con 21st Century Fox e starebbe discutendo con Disney per arrivare a un'intesa sempre su canali e programmi.Secondo Dow Jones si tratterebbe di un servizio low-cost indirizzato ai consumatori che non si sono mai abbonati alla pay tv oppure hanno intenzione di tagliare la loro sottoscrizione a causa dei costi troppo elevati. I prezzi dovrebbero oscillare tra i 25 e i 40 dollari al mese.

Tacchi alti: svelata la formula per capire quali portare

La Stampa
livia fabietti

Il sogno di ogni donna è spesso anche il più grande incubo. Ecco come scegliere il modello che non nuoce alla salute

Tacchi alti

I tacchi alti sono croce e delizia di ogni donna. Sinonimo di femminilità e sensualità, queste scarpe però, oltre ad essere belle, sono anche rischiose. Altezze vertiginose, indossate per un arco di tempo prolungato, creano grandi scompensi al fisico.

Tacchi alti?  Occhio a quali scegliere
Sfoggiare calzature con i tacchi deve essere fatto con condizione di causa. A fornire preziosi consigli in merito è la podologa britannica Emma Supple che, intervistata dal Daily Mail, ha rivelato piccole perle di saggezza. Seguendo tre semplici regole è infatti possibile, a suo avviso, capire quali scarpe, una volta indossate, non costringeranno a misurarsi con vesciche e ferite di varia natura.
Ogni donna è diversa quindi, secondo la Supple, tutto dipenderebbe dalla forma del piede.

Ognuna dovrebbe dunque calcolare l’altezza del tallone perfetto (PHH). Non si tratta di un complesso calcolo matematico, bastano una manciata di minuti. Secondo Emma, la misura si basa sulla flessibilità dell’astragalo, un osso che collega il piede alla gamba e che ne determina la mobilità. “Se il tallone si inclina verso il basso quando si sta tenendo la gamba verso l’esterno assumendo una posa rilassata, allora avete una grande mobilità il che vi permette di indossare i tacchi alti con facilità” – ha rivelato al Daily Mail.
Come misurare il Phh
Vediamo come funziona. In primis bisogna togliersi le scarpe, sedersi e tenere la gamba dritta e il piede rilassato. Se la parte superiore del piede cade in avanti, quasi proseguendo la linea della gamba, siete delle portatrici di tacchi naturali. Se il piede risulta invece ad angolo retto, allora portare i tacchi risulterà piuttosto complesso. Per trovare la giusta altezza del tacco è bene avvalersi di un metro che, dal tallone arriva al cuscinetto plantare. In quella distanza è scritto il proprio PHH, ovvero l’altezza del tacco che fa per voi.

La Terza guerra d'indipendenza accelerò il declino dell'Europa

Francesco Perfetti - Gio, 20/10/2016 - 08:10

Nell'ottobre 1866 l'Austria dovette cedere parte dei domini nella Penisola. Lo scontro destabilizzò tutto il continente



Quando, il 20 giugno 1866, il Re Vittorio Emanuele II annunciò che l'Italia con «il florido esercito e la formidabile marina» e con «la simpatia dell'Europa» sarebbe entrata in guerra contro l'Austria, il Paese fu percorso da una ondata di entusiasmo quale, forse, non si era mai registrato prima.

Scrisse Edmondo De Amicis: «Gran giorni sono questi per l'Italia! Gran guerra! È una crociata! Dovrebbero andarci tutti alla guerra, tutti, da esserci a milioni a milioni, che i nemici avessero paura, e smettessero persino l'idea di resistere e aprissero le porte delle fortezze». L'esito del conflitto, passato alla storia come Terza guerra d'indipendenza, fu tale da trasformarlo nel meno amato degli scontri militari del Risorgimento. Le due sconfitte quella di terra, a Custoza, e quella in mare, a Lissa fecero passare in secondo piano il fatto che il Regno d'Italia, a operazioni concluse, avesse ottenuto il Veneto e avesse compiuto, così, un passo decisivo verso la conclusione del processo unitario.

In realtà la terza guerra d'indipendenza fu uno dei capitoli più importanti della storia non solo italiana, ma anche europea, come ben dimostra uno storico militare francese dell'Università di Montpellier, Hubert Heyriès, in un bel volume dal titolo Italia 1866. Storia di una guerra perduta e vinta (Il Mulino, pagg. 352, Euro 25) che ne ricostruisce con finezza di analisi le premesse, le fasi e le conseguenze di lungo periodo in una ottica che non è soltanto quella della storia nazionale italiana. Del resto, già molti decenni or sono, un grande storico, Franco Valsecchi, cresciuto alla scuola di Gioacchino Volpe e di Benedetto Croce, esortava, con una apparente battuta, i suoi colleghi ad abbandonare la tradizione storiografica italocentrica e a studiare «Torino visto dall'Europa e non l'Europa vista da Torino».

Alla vigilia dello scontro militare che coinvolgerà la Prussia, il Regno d'Italia e l'impero asburgico c'erano sul tappeto almeno tre «questioni». Sullo sfondo c'era, sì, la «questione italiana», che riguardava Roma ma anche, e soprattutto, Venezia: e, in quel momento, il «mito di Venezia», alimentato dagli esuli veneti in Piemonte e Lombardia che parlavano nostalgicamente dell'antica e gloriosa Repubblica di Venezia come del «bastione avanzato dell'Occidente», era particolarmente forte. Ma c'era anche una «questione tedesca» perché la Germania come Stato nazionale ancora non esisteva e la rivalità fra la Prussia di Bismarck e l'Austria di Francesco Giuseppe per il controllo dei Land tedeschi e dei ducati dell'Elba era ormai al limite di rottura.

E, come se non bastasse, ancor più sullo sfondo, c'erano le pulsioni delle minoranze nell'impero austriaco, multietnico, multiconfessionale e multiculturale. Quella che, per gli italiani, sarebbe stata la terza guerra d'indipendenza fu, dunque, in realtà, una grande guerra europea che, all'inizio, prima che la parola passasse alle armi, si cercò di combattere nelle felpate stanze della diplomazia. Fu una guerra che si iscrive, a pieno titolo, nel fenomeno della cosiddetta «rivoluzione delle nazionalità» iniziata con la «primavera dei popoli» del 1848.

Anche le conseguenze furono notevoli, di portata europea, se non addirittura mondiale dal momento che la storia era, all'epoca, tutta eurocentrica. Quel conflitto, infatti, a parte la cessione del Veneto al Regno d'Italia, gettò le basi delle pretese egemoniche tedesche sancendo il potere della Prussia e suscitando preoccupazioni e inquietudini da parte francese: sotto un certo profilo nacque lì quell'antagonismo franco-tedesco esploso, poi, nel 1870 con la guerra franco-prussiana e destinato ad attraversare, come un sottile filo rosso, tutta la storia successiva almeno fino al 1945.

La guerra del 1866, però, segnò anche l'inizio del declino della potenza asburgica, costretta ad accettare, nel 1867, il «compromesso» che trasformò il vecchio Impero austriaco nella Monarchia austro-ungarica. Non solo: con l'abbandono dei territori italo-tedeschi, Vienna fu costretta a spostare la propria sfera di influenza verso i Balcani entrando in conflitto con la Russia da sempre protettrice degli Slavi. Insomma, a rifletterci bene, quella guerra austro-prussiana, per l'Italia terza guerra d'indipendenza, fece germinare alcuni dei conflitti-latenti che sarebbero stati all'origine della prima guerra mondiale.

Il Regno d'Italia era stato proclamato da pochi anni, il 17 marzo 1861, e quella del 1866 fu la prima prova militare che esso si trovò a dover affrontare. Il suo esercito era forte, numeroso e organizzato, ma scontava una serie di debolezze strutturali dovute, per un verso, alle modalità con le quali erano state incorporate le truppe dei vecchi Stati preunitari e, per altro verso, alla carenza di una unità di comando per tacere delle rivalità personali fra i generali. Fatto sta che l'esercito italiano non fece, pur essendo in una situazione di forte superiorità numerica, bella prova di sé. A Custoza, per il mancato coordinamento fra le armate guidate da Alfonso La Marmora e da Enrico Cialdini, fu una vera tragedia.

Alcune testimonianze raccontano che La Marmora, mentre le cose si mettevano male, fu visto aggirarsi disperato mormorando: «Che disastro! Che catastrofe! Nemmeno nel 1849!». A Lissa le cose non andarono meglio. La nostra marina, pur essa in situazione di superiorità rispetto a quella austriaca, subì una sconfitta umiliante con due corazzate affondate e centinaia di morti. Il ricordo di Lissa rimase inciso nella memoria degli italiani tant'è che, molti decenni dopo, Gabriele D'Annunzio nella Canzone della gesta d'Oltremare lo avrebbe evocato con alcuni versi divenuti popolari:

«Emerge dalle sacre acque di Lissa/ un capo e dalla bocca esangue scaglia:/ Ricordati! Ricordati|! e s'abissa». L'unica significativa vittoria militare la riportò Garibaldi a Bezzecca con il suo Corpo Volontari Italiani. Le sorti della guerra furono decise dal successo dei prussiani sugli austriaci a Sadowa, ma l'Italia ottenne comunque il Veneto sia pure con una procedura umiliante: l'Austria, infatti, non intendendo cedere territori a uno Stato da essa sconfitto in battaglia, lo cedette al neutrale Napoleone III il quale lo trasferì al Regno d'Italia.

Malgrado la pessima prova delle armi, le aspirazioni italiane furono così assecondate grazie, in primo luogo, al gioco politico internazionale. Sotto questo profilo, la Terza guerra d'indipendenza fu, in un certo senso, una guerra vinta. Ma non solo. Lo fu anche, e soprattutto, perché, come sostiene Heyriès, quella guerra contribuì a sviluppare il senso della «comunità nazionale» che si manifestò attraverso la riorganizzazione delle forze armate e lo sviluppo di un culto degli eroi e di una letteratura popolare destinata a favorire, pedagogicamente, la «solidarietà nazionale» o, se si preferisce, la «nazionalizzazione delle masse» del giovanissimo Stato.

Il sistema operativo “Rousseau” diventa la bacheca del grillismo legislativo

La Stampa
domenico di sanzo

Gli iscritti «con documento certificato» entro il 1 gennaio 2016 hanno scelto tra le 97 proposte di legge presentate sulla piattaforma Lex Iscritti

Non solo il Regolamento e il Non-Statuto. Per il Movimento Cinque Stelle oggi è giornata di votazioni anche per un altro motivo. Dalle 10 alle 19 gli iscritti «con documento certificato» entro il 1 gennaio 2016 hanno scelto tra le 97 proposte di legge presentate sulla piattaforma Lex Iscritti. Le modalità di voto prevedono per ogni iscritto la possibilità di indicare 5 preferenze tra le proposte che «rispettano i requisiti formali e che sono visibili a tutti».

E il sistema operativo “Rousseau” diventa la bacheca del grillismo legislativo. Un pensionato di 63 anni ex sindacalista della Fisac-Cgil rilancia sulla caro vecchio scioglimento di Equitalia «con relativo passaggio delle sue funzioni direttamente alla Agenzia delle Entrate con abolizione di tutti gli oneri aggiuntivi oggi gravanti sul debito del contribuente e ridefinizione delle modalità di rateazione dei debiti». Un classico. L’antologia continua con la proposta denominata “Pedone Sicuro”.

L’obiettivo è quello di «creare delle regole chiare che non lascino incertezze nel momento in cui un pedone decide di attraversare le strisce pedonali all’automobilista che transita e vede il pedone fermo sul marciapiede in prossimità delle strisce pedonali, ma non sa se deve attraversare o meno». La regola è chiara: «quando il pedone è in prossimità delle strisce pedonali prima di attraversare, deve mostrare la sua intenzione attraverso l’allungamento del braccio destro.

Con questo ’segnale’ l’automobilista deve fermarsi. Se non lo fa prevedere della sanzioni appropriate». Dai pedoni ai sentimenti il passo è breve: un’altra delle proposte è quella dell’inserimento a partire dalla scuola materna dell’educazione ai sentimenti. La proponente Cinzia Coppotelli esorta: «Ricominciate a far crescere le nuove generazioni con consapevolezza e rispetto. Senza empatia ricostruita nulla si può. E dare sin dall’ infanzia esempi e racconti adatti alla crescita positiva è fondamentale».

Per chi è stanco di ricevere telefonate da parte dei call center al suo telefono di casa c’è l’idea di abolire per legge le telefonate da parte dei call center ai telefoni fissi. C’è poi la proposta di legge, meno circostanziata dell’ultima, «per rendere meno appetibile la fuga dei cervelli all’estero (sub titolo: come far uscire il paese Italia dall’empasse attuale)». Non manca chi propone la «semplificazione smaltimento toner e cartucce», per «facilitare il riciclo e il riuso di questi importanti rifiuti nel modo più semplice possibile, senza che gli utilizzatori finali siano costretti a lunghe pratiche burocratiche o a peggio ancora a cercare punti raccolta distanti e scomodi».

Il florilegio continua, tra chi vuole abolire l’ora legale per «ripristinare le condizioni naturali del decorso dell’esistenza umana», chi pensa sia necessario rendere obbligatorio l’insegnamento degli scacchi a scuola o «introdurre nelle future schede elettorali la scelta: nessuno mi rappresenta». Infatti «Se ’nessuno mi rappresenta’ ricevesse il maggior numero di voti e diventasse quindi il primo partito le votazioni sarebbero automaticamente nulle e andrebbero ripetute entro 2 mesi, per evitare lo stallo dovranno essere presentati candidati diversi. Una legge in tal senso provocherebbe diversi effetti: Darebbe una voce a chi non si sente rappresentato da nessuna delle parti in gara. Farebbe aumentare la partecipazione al voto e la democrazia. Renderebbe la vita più difficile alle lobby». La fronda cresce. 

"Abbattere casa Hitler? Un errore. Io col Duce creo turismo culturale"

Nino Materi - Mer, 19/10/2016 - 08:30

Il sindaco di Predappio: "Io col Duce creo turismo culturale. Gli edifici maledetti non vanno demoliti, meglio valorizzarli"

Giorgio Frassineti, 52 anni, stimato sindaco di Predappio. Posso chiederle a chi sta a cuore la casa di Benito Mussolini?
«A NOI!».



Scusi, ma lei è un nostalgico?
«Macché nostalgico. Io sono renziano».

Un sindaco del Pd che però cita il fascistissimo «A noi!».
«Ma che ha capito? Io intendevo dire: la casa di Mussolini interessa a noi del Comune di Predappio».

Ci spieghi meglio.
«La casa natìa del duce è parte integrante dell'identità predappiese».

Immagino che lei non sia d'accordo col ministro dell'Interno austriaco che vuole abbattere la casa natìa di Hitler.
«Gli edifici testimoni della storia non vanno mai demoliti».

Ma quella di Hitler è una casa maledetta.
«Anche i campi di concentramento sono luoghi maledetti. Ma nessuno si sognerebbe mai di demolirli. E sa perché?».

Me lo dica lei.
«I luoghi maledetti devono servire per riflettere sui propri errori e orrori. E fare in modo che quella maledizione rappresenti un monito per il futuro».

La comunità ebrea le ha assegnato un premio per aver tutelato la memoria della Shoah.
«Ne sono orgoglioso».

Perché il ministro dell'Interno vuole radere al suolo la casa del Führer?
«Credo che in questa vicenda incidano fattori politici e di ordine pubblico. Forse si vuole evitare che quel palazzo diventi un santuario neonazista, potenziale fulcro di scontri tra fanatici di opposte fazioni. Conosco il sindaco di Braunau, il Comune dove sorge la casa di Hitler, e lui non è d'accordo con la demolizione della casa».

A Braunau si potrebbe seguire l'esempio virtuoso di Predappio?
«Difficile. Predappio e Mussolini sono due facce della stessa medaglia. Hitler è invece nato a Braunau per caso e non ha mai avuto col la cittadina nessun legame».

Il modello-Predappio non è quindi «esportabile»?
«Predappio è un unicum. Per questo abbiamo trasformato la casa di Mussolini in un centro di cultura dove ospitiamo dibattiti e mostre».

Appuntamenti seguiti solo da camerati in camicia nera e repubblichini col fez?
«No, da tutti. Nella casa di Mussolini si parla di storia e arte a 360 gradi».

Predappio resta però meta di pellegrinaggi dove, più che il segno della croce, va forte il saluto romano.
«Questi pellegrinaggi, come li chiama lei, sono inevitabili considerato che qui ogni pietra parla di Mussolini».

Senza contare i tanti negozi di souvenir a base di gadget duceschi.
«Non vedo dove sia il problema».

Nessun problema, se non fosse che di recente un suo compagno di partito, l'onorevole Emanuele Fiano, ha proposto di punire (con la reclusione da sei mesi a due anni) la produzione la vendita di articoli - diciamo così - di merchandising fascista.
«Proposta, ovviamente, che non ha avuto nessun seguito».

Per fortuna dei commercianti «specializzati» di Predappio che andrebbero in crisi senza i portachiavi col fascio littorio, le magliette con la scritta Me ne frego!, i busti di Benito e così via... eia eia alalando.
«L'aspetto folcloristico legato ai chi va a caccia di memorabilia del Ventennio rappresentano un marginale 10% del totale movimento turistico. Il rimanente 90% è fatto da persone che pongono al centro del proprio tour la parola cultura. Io stesso faccio volentieri da Cicerone ai gruppi di ospiti che vengono a trovarci».

Un sindaco rosso che fa da Cicerone al tour più nero d'Italia?
«Io, come sindaco del paese dove Mussolini è nato ed è sepolto, sono intervistato da giornali e tv di tutto il mondo. Devo essere preparatissimo sull'argomento».

A furia di documentarsi, non è che è diventato un simpatizzante del Dux?
«Nessuna simpatia. Il mio è solo un appassionato interesse per una figura di prima grandezza che ha ricoperto un ruolo-chiave nello scenario storico del '900».

Uno scenario che il Comune di Predappio intende far rivivere all'interno dell'istituendo Centro di Documentazione del Novecento, alias «Il museo del Fascismo».
«Sulla parola museo, che ha tradizionalmente un'accezione celebrativa, sono fiorite delle polemiche strumentali. Come se noi volessimo, appunto, celebrare il Fascismo e con esso Mussolini».

Cosa di cui lei si guarda bene. Anche per rispetto verso il suo capo, Matteo Renzi...
«Renzi è entusiasta all'idea del nostro museo».

Renzi entusiasta di un museo sul fascismo?
«Entusiasta del fatto che Predappio diventi la capitale intellettuale legata a una pagina cruciale della storia italiana: una pagina utile da rileggere anche per comprendere non poche problematiche contemporanee».

Ultima curiosità: che effetto le fa vedere comprare un manganello, una felpa con la scritta Boia chi molla! o una medaglia con la svastica?
«Tanta tristezza».

Traffici di armi e scorie tossiche il mistero dei taccuini di Ilaria Alpi

Il Mattino
di Francesco Romanetti



Sulla prua c'era scritto Lynx. E Radhost, Jolly Rosso, Rigel. Oppure Cunsky. Sono i nomi delle «navi a perdere», le «navi dei veleni», che dagli scali europei portavano rifiuti tossici e radioattivi sulle coste dell'Africa. Nel marzo del 1994, pochi giorni prima di essere uccisi da un commando a Mogadiscio, forse Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, su una di quelle navi, ormeggiata nel porto somalo di Bosaso, ci erano anche saliti. Forse. In ogni caso erano andati fin lì, a Bosaso, proprio per scoprire lo sporco affare del traffico internazionale di rifiuti velenosi e di armi. Quello che da società e armatori con domicilio in Svizzera, Lichtenstein, Inghilterra seguiva le rotte che conducevano in Somalia.

Con appoggio e complicità di mafia, camorra, ndrangheta e altre organizzazioni. E all'ombra della cooperazione internazionale. Un abbraccio perverso tra business in giacca e cravatta, economia criminale e poteri statali. I taccuini di appunti riempiti da Ilaria Alpi e le immagini girate da Hrovatin (che sono spariti) raccontavano quello che non si è mai saputo. La sentenza di assoluzione di ieri dice che Hashi Omar Hassan con questa storia non c'entra niente. Chi lo ha sostenuto fin dal primo momento (compresi i genitori di Ilaria Alpi), ha ora la conferma che Hashi - rimasto ingiustamente in carcere per 16 anni - è stato solo un capro espiatorio. E allora c'è stato depistaggio.

Allora l'inviata del Tg3 e l'operatore della Rai vennero ammazzati perché avevano scoperto quello che doveva rimanere nascosto. Chi sono i mandanti? Fin dentro quali palazzi si sono annidate le complicità? Mariangela Gritta Grainer, che sul caso Alpi-Hrovatin lavora da oltre vent'anni (ci ha scritto anche tre libri), da parlamentare del Pds ha fatto parte della commissione d'inchiesta sulla cooperazione tra Italia e Paesi in via di sviluppo. E non ha mai avuto dubbi: quella di Ilaria e Miran fu un'esecuzione (come titolava già il primo dei suoi libri). «Nel traffico dei rifiuti tossici - ricorda - erano coinvolti anche pescherecci donati dalla cooperazione alla Somalia, ai tempi di Siad Barre.

Partivano per portare pesce in Italia, poi tornavano a Mogadiscio seguendo lunghe rotte che andavano dall'Irlanda all'Iran, con tappe a Beirut. E scaricavano armi e fusti velenosi. È probabile che una parte di scorie tossiche siano interrate lungo la strada tra Garoe e Bosaso. Ma naturalmente nessuno è mai andato a cercarle. Si sa invece che quando ci fu lo tsunami, che toccò anche le coste del Corno d'Africa, sulle spiagge furono trascinati bidoni di rifiuti velenosi e radioattivi. Quelli che erano stati scaricati in mare». Ilaria Alpi aveva dunque messo il naso in un colossale giro d'affari. L'ipotesi del depistaggio, avanzata nel corso del tempo da più di un magistrato, si rafforza con la sentenza di ieri che assolve Hashi Omar Hassan.

Il suo accusatore - Ali Rage Hamed, detto Jelle - disse di averlo incastrato perché gli era stato chiesto. Da chi? Disse pure di essere stato pagato. Da chi? «In ogni caso va ricordato che Jelle non ha mai messo piede in un aula di tribunale italiano e che la sua ritrattazione, poi raccolta all'estero dal magistrato, è stata resa nota solo grazie all'iniziativa della trasmissione Chi l'ha visto - sottolinea Mariangela Gritta Grainer - La verità andrebbe ora cercata nell'enorme documentazione messa insieme dalla Commissione d'inchiesta parlamentare, nelle carte della Procura di Roma, dove sono stati convogliati documenti e testimonianze sul caso Alpi-Hrovatin, inviati da una quindicina di altre Procure».

E poi ci sono i circa 600 dossier (una parte prodotti dai servizi segreti italiani), desecretati per iniziativa di Laura Boldrini, che fanno riferimento a molti misteri internazionali.I buchi neri che hanno costellato la vicenda per 22 anni sono tantissimi. Dall'autopsia non effettuata (il corpo di Ilaria Alpi fu riesumato solo nel 96), alle tre perizie basilistiche per accertare che la giornalista fu ammazzata con un colpo alla testa sparato a bruciapelo. La stessa commissione parlamentare d'inchiesta, presieduta da Carlo Taormina, si concluse con una controversa relazione di maggioranza, che optava per la «casualità» dell'agguato e che venne contestata da altre due relazioni della minoranza.

La costituzione di una seconda commissione d'inchiesta naufragò malamente nel 2008. Ma quelli erano gli anni, si sarebbe poi scoperto, dell'Italia del bunga bunga e delle olgettine, che aveva altro a cui pensare che rispolverare il caso Alpi-Hrovatin. Anche le inchieste giudiziarie sono andate avanti tra avocazioni e richieste di archiviazione. Hashi Omar Hassan, venuto in Italia nel 97 per testimoniare sulle violenze dei militari italiani sulla popolazione somala, finisce in cella con l'accusa di aver fatto parte del commando. Viene assolto. Poi condannato all'ergastolo. Poi a 26 anni. Da ieri è libero. Il caso non è chiuso.

Polemiche a Parigi per la discoteca ribattezzata Salò

La Stampa
paolo levi

Nella bufera i proprietari del Social Club, storico locale di musica underground di Montmartre



«Che fai stasera, quattro salti al Salò?». L’ultima polemica di Parigi riguarda il nome di una discoteca. Nella metropoli che forse più di ogni altra lega la moda a «tutto ciò che fa un po’ intellettuale» a volte si rasenta il ridicolo. Se non la figuraccia. Almeno così è successo ai proprietari del Social Club, storico locale di musica underground del Faubourg-Montmartre, accusati di averlo voluto ribattezzare «Salò club» per la nuova stagione.

Subito è arrivato il richiamo di Libération. In un articolo pubblicato oggi il quotidiano della gauche striglia i gestori ricordando loro che quel nome evoca una delle pagine più buie della storia d’Europa, la città «simbolo del fascismo mussoliniano». Sui social network qualcuno si lancia in dimostrazioni didattiche con un esempio direttamente tratto dalla storia di Francia: «Ragazzi, è come intitolare un locale a Vichy», il regime collaborazionista del maresciallo Pétain.

Ma i diretti interessati non battono ciglio. Sul sito internet «Salo-club.com» garantiscono che si tratta solo di «un riferimento al capolavoro di Pier Paolo Pasolini». Del resto l’invitato d’onore per l’apertura del nuovo locale - questo fine settimana, in contemporanea con la Fiac, la Fiera internazionale d’arte contemporanea che ormai è diventato uno degli happening più mondani di Parigi, al pari della Fashion Week - sarà Abel Ferrara, il regista Usa che a Pasolini dedicò un film del 2014.

E però -bacchetta Libération come un prof esasperato dagli alunni che non fanno i compiti - «l’ammirazione per il Salò o le 120 Giornate di Sodoma di Pasolini non può farci dimenticare la realtà storica in cui affonda le sue radici: il regime mussoliniano liberticida, alleato di Hitler e complice della politica di sterminio degli ebrei. Attribuire un nome così a un luogo di svago e divertimento, anche se rivolto ai ’movimenti alternativì, è come minimo una gaffe, se non un errore di gusto o una tragica assenza di riflessione».

Pare che l’idea del «Salò Club» sia venuta a Anne-Claire Gillet, bionda dj delle notti parigine, meglio nota con lo pseudonimo di «Miss Dactylo» - «Miss Dattilografia», altro nome di una certa caratura. Il night-club è di proprietà dell’agenzia Manifesto, che gestisce altri locali alla moda di Parigi, come il Silencio - omaggio al regista David Lynch che ne curò gli interni - il Wanderlust o il Nuits fauves.
Sul sito internet con sfondo nero Pasolini viene comunque presentato come un «poeta impegnato contro il fascismo, provocatorio e coraggioso». Segue la descrizione del locale «Salò: club artistico rivolto ai movimenti alternativi legati ai principi di contro-cultura, indipendenza o libera espressione»:

E ancora: «Salò:rivendicare la trasgressione come arma di denuncia di tutte le oppressioni, dittature o rinunce». Che poi, in fondo, anche nella città dei Lumi, si tratta di andare a fare quattro salti in discoteca. 

L’avvocato generale Ue: accogliere l’impugnazione di Intel contro la multa dell’Antitrust

La Stampa
emanuele bonini

La Commissione europea aveva disposto una maxi-multa da oltre un miliardo di euro per presunto abuso di posizione dominante

Intel può evitare il pagamento della maxi multa da un miliardo di euro inflitta dalla Commissione europea per presunto abuso di posizione dominante. Nils Wahl, avvocato generale della Corte di giustizia dell’Ue, si è espresso a favore dell’annullamento della decisione del Tribunale di non accogliere il ricorso della casa produttrice statunitense. Il respingimento del ricorso di Intel è viziato da «un errore di diritto», e per questo motivo la Corte dovrebbe annullare quanto già deciso. Il pronunciamento dell’avvocato generale non ha alcun effetto giuridico, ma serve da indirizzo per la decisione finale che l’organismo di giustizia di Lussemburgo dovrà produrre nelle prossime settimane.

Il caso
Nel 2009 la Commissione europea ha inflitto a Intel un’ammenda di 1,06 miliardi di euro per abuso di posizione dominante nel mercato dei processori, in violazione delle regole di concorrenza dell’Ue. Si contestava, in particolare, pratiche commerciali contrarie alle norme comunitarie nella vendita di processori x86 nel periodo ottobre 2002–dicembre 2007, mettendo in atto – questo il giudizio di Bruxelles – una strategia volta a estromettere dal mercato un concorrente, Advanced Micro Devices. Ciò attraverso «sconti di esclusiva» ai produttori di computer Dell, Lenovo, Hp e Net perché questi si rifornissero presso Intel per tutto, o quasi tutto, il loro fabbisogno di processori x86. Intel ha chiesto l’annullamento della decisione con ricorso, respinto dal Tribunale dell’Ue il 12 giugno 2012. Intel ha deciso quindi di fare appello alla Corte

La decisione
Una decisione definitiva sul caso ancora non c’è, ma il pronunciamento dell’avvocato generale può servire da apripista per il giudizio che verrà. Secondo Nils Walhs gli scontri in esclusiva concessi da Intel a Dell, Hp, Nec e Lenovo, non sono stati oggetto di esame della capacità di restrizione della concorrenza. Ci sarebbe stato, da parte del Tribunale, «un errore di diritto nel dichiarare che costituiscono una categoria per la quale non è richiesta una valutazione di tutte le circostanze al fine dimostrare l’esistenza di un abuso di posizione dominante». Anche perché, secondo il giurista, Hp e Lenovo «potevano ancora acquistare quantitativi significativi di processori x86 presso AMD».

Ancora, lo stesso Tribunale, «non ha verificato» se il comportamento contestato alla compagnia americana intendesse restringere la concorrenza nel 2006 e nel 2007, come sostenuto dall’esecutivo comunitario. Nils Wahl contesta inoltre che il Tribunale «non ha valutato se gli effetti anti-concorrenziali derivanti da taluni accordi tra Intel e Lenovo fossero atti a produrre effetti anticoncorrenziali immediati, sostanziali e prevedibili nel sistemsa economico europeo». In sostanza l’avvocato generale ritiene che la sentenza del Tribunale «dovrebbe essere annullata». Ciò vorrebbe dire riconoscere le ragioni di Intel, che potrebbe scappare al pagamento della maxi-multa. Alla Corte l’ultima parola.