giovedì 20 ottobre 2016

Torna Kodak con uno smartphone votato alla fotografia

La Stampa
bruno ruffilli

L’azienda americana presenta Ektra, un apparecchio Android di fascia media che riprende il nome e l’estetica di una storica macchina fotografica. Basterà la nostalgia a spingere gli acquisti?



Nella già sovraffollata fascia media degli smartphone debutterà fra qualche settimana il Kodak Ektra, secondo apparecchio della storica azienda americana. Il primo è infatti l’IM5, presentato al Ces di Las Vegas lo scorso anno e mai arrivato in Italia. Diversa dovrebbe essere la sorte dell’Ektra, che rimanda all’omonima macchina fotografica Kodak del 1941, specialmente nell’estetica, in (simil)pelle e metallo. Per il resto, è un apparecchio tutto nuovo, costruito in Cina e progettato dall’inglese Bullit, che produce anche smartphone per i marchi Cat, JCB e Land Rover.

A differenziarlo dai tanti concorrenti dovrebbe però essere la sezione fotografica particolarmente avanzata: un sensore da 21 Megapixel con stabilizzatore a 6 assi, l’app Snapseed di Google preinstallata per ritoccare ed elaborare le immagini, e un’app Camera pensata da Kodak, che permette regolazioni manuali complesse ed effetti speciali, come la simulazione della profondità. L’apparerecchio registra anche video in 4K, come molti concorrenti.

Le altre caratteristiche sono interessanti ma non da primato: fotocamera anteriore da 13 Megapixel, processore MediaTek HELIO X-20 2.3ghz deca-core con 3GB ram e 32GB di memoria (c’è anche uno slot MicroSD), display da 5 pollici Full HD, 1920x1080, 441ppi, con Gorilla Glass. La batteria (non rimovibile) è da 3000 mAh e supporta la ricarica rapida. Il sistema operativo è Android 6.0 Marshmallow, quando già cominciano ad arrivare i primi terminali con Nougat.



Al di là dell’estetica, piacevole ma non necessariamente comoda (l’Ektra è infatti più spesso, più grande e pesante di tutti gli altri smartphone da 5 pollici), i dubbi sull’operazione sono parecchi. Intanto, per un apparecchio che punta tutto sul comparto fotografico, questo smartphone Kodak dovrebbe avere uno zoom ottico (come il modulo Hasselblad per il Moto Z di Lenovo) o un doppio sensore, come i top di gamma LG, Huawei, Apple. Non è così, a scorrere le specifiche sul sito ufficiale, e il grosso obiettivo anteriore sarebbe più che altro una soluzione di design, non una necessità funzionale. A spingere all’acquisto rimarrebbe solo il look retro. Basterà? Lo scopriremo nelle prossime settimane: il Kodak Ektra dovrebbe essere in vendita prima della fine dell’anno circa 500 euro. 

I figli lo sanno

La Stampa
massimo gramellini

Se parli male di suo padre a tuo figlio pagherai una multa pari a trentamila euro, un anno abbondante di stipendio medio, e se non cambierai registro ti verrà revocato l’affido della creatura. Così ha storicamente sentenziato il tribunale civile di Roma, provocando un coro di applausi ma anche uno strascico di domande, alcune scontate e un’altra che ci terremo per la fine. La prima: è giusto punire una madre maldicente e sobillatrice anche quando l’ex marito a cui dà del farabutto davanti ai figli si merita appieno l’epiteto, magari perché fa penare l’assegno di mantenimento?

La seconda domanda mi sembra ancora più decisiva: è veramente traumatico per un figlio, specie se piccolo, sentire la madre denigrare il padre (o viceversa)? Su temi tanto delicati sarebbe presuntuoso generalizzare, ma gli amici che ci sono passati mi garantiscono che per fortuna il giudizio negativo sull’ex coniuge, quando è frutto di esagerazione o desiderio di vendetta, tocca i bambini solo fino a un certo punto. Tornando all’esempio iniziale, se una madre dà del farabutto al padre, ma il padre con loro è meraviglioso, rimbalzeranno le parole della madre e non smetteranno di vedere in lui un punto di riferimento.

Smontare l’immagine dell’altro genitore resta comunque un’operazione distruttiva e la multa funzionerà da deterrente. Semmai il limite della sentenza è che può applicarsi soltanto alle coppie separate. Gli insulti che i coniugi ancora sposati si scambiano davanti ai figli restano impuniti, anche se forse sono quelli che alla lunga provocano più danni. 

Almeno

La Stampa
jena@lastampa.it

L’ultima speranza della sinistra italiana si chiama Marte, almeno quello è ancora rosso.

L'Ecuador ammette: "Abbiamo staccato Internet ad Assange, non interferisca su elezioni Usa"

repubblica.it
ENRICO FRANCESCHINI

Il fondatore di Wikileaks rifugiato da quattro anni nella sede dell'ambasciata del paese sudamericano a Londra. Un comunicato del ministero degli Esteri ecuadoregno spiega in una nota la sua azione e parla della pubblicazione delle email della Clinton che potrebbe avere "un impatto" sul voto americano

L'Ecuador ammette: "Abbiamo staccato Internet ad Assange, non interferisca su elezioni Usa"

E' stato effettivamente l'Ecuador a togliere o perlomeno limitare l'accesso a interner a Julian Assange, nell'ambasciata londinese del paese sudamericano dove il fondatore di Wikileaks è rifugiato da quattro anni. Un comunicato del ministero degli Esteri ecuadoregno ha messo fine stamane al mistero denunciato ieri dal sito delle soffiate. E la ragione, in sostanza, è quella che era stata sospettata da subito: l'intervento di Wikileaks nella corsa alla Casa Bianca, con la pubblicazione di migliaia di email di Hillary Clinton, un colpo alla candidata democratica alla presidenza nella sfida finale contro Donald Trump.

La decisione di Wikileaks di pubblicare le email, afferma il comunicato, potrebbe avere "un impatto" sulle elezioni presidenziali Usa. La pubblicazione delle email, sottolinea il ministero degli Esteri, è stata "interamente" responsabilità dell'organizzazione fondata da Assange: l'Ecuador, in altre parole, non vuole dare l'impressione di essere coinvolto in alcun modo con l'iniziativa, nonostante l'antiamericanismo (nel senso di anti-Stati Uniti) che spesso distingue la sua politica estera.

"Il nostro paese non vuole interferire con il processo elettorale americano", conclude il comunicato. "Per questo, l'Ecuador, esercitando il proprio sovrano diritto, ha temporaneamente ristretto l'accesso a parte dei suoi sistemi di comunicazione nell'ambasciata di Londra". Il messaggio aggiunge, affinché non vi siano dubbi che si tratta di una decisione autonoma: "L'Ecuador non cede alle pressioni di altri paesi".

Dunque non è stato il governo americano, tantomeno la stessa Clinton, a chiedere al governo latinoamericano di intervenire.
 
Del resto anche Washington nega di avere fatto una richiesta di questo genere all'Ecuador. Casomai si tratta di una sorta di "coda di paglia" diplomatica: pur dando asilo a un personaggio in fuga dalla giustizia (quella svedese, in primo luogo, che lo insegue con un mandato di comparizione per un controverso caso di stupro, ma in secondo piano potenzialmente anche quella americana, che lo ha accusato di violazione di segreti di Stato per la pubblicazione di ampi materiali sulla guerra in Iraq e in Afghanistan), l'Ecuador ci tiene a non apparire "complice" di Assange nelle iniziative prese da Wikileaks. Specie l'ultima, percepita come una specie di monito a Hillary Clinton.

In ogni modo è una punizione più che altro simbolica, perché non è certo dal computer di Assange a Londra che partono le rivelazioni di Wikileaks. Le email in questione fanno luce sui rapporti tra Hillary Clinton e la Goldmans Sachs, in relazione a discorsi a pagamento che la candidata ha fatto in passato per la grande banca di investimenti americana: un modo di ricordare i legami molto stretti fra l'ex-segretario di Stato e Wall Street. Altre comunicazioni mettono in rilievo le posizioni da "falco" di Hillary rispetto ad Obama, lasciando intendere che sarebbe favorevole a un intervento militare di qualche tipo in Siria.

Assange si rifiuta di andare a rispondere alle domande dei magistrati in Svezia sulla controversa accusa di stupro, presentata da due ex-volontarie di Wikileaks, sostenendo che teme di essere a quel punto estradato negli Stati Uniti per rispondere di accuse di spionaggio e tradimento che lo espongono secondo Wikileaks al rischio di una condanna all'ergastolo o addirittura alla pena di morte. I magistrati svedesi, a loro volta, finora si sono rifiutati di andare a interrogarlo nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra.

Julian Assange, nuovi documenti inediti fanno luce sulle indagini per stupro

http://espresso.repubblica.it
di Stefania Maurizi

I filei ottenuti da l'Espresso grazie al Freedom of Information Act permettono di ricostruire il caso legale contro il fondatore di WikiLeaks. I passi falsi della procura svedese e le interferenze della magistratura inglese

Julian Assange, nuovi documenti inediti fanno luce sulle indagini per stupro

Gli agenti di Scotland Yard che circondano l'ambasciata dell'Ecuador, dove Julian Assange è asserragliato da tre anni, non ci saranno più. Ma l'assedio che, si stima, sia costato 12 milioni di sterline, è tutt'altro che finito, come la polizia di Londra ha ammesso la settimana scorsa in un comunicato stampa: Scotland Yard «continuerà a fare ogni sforzo per arrestarlo», usando «una serie di tecniche alla luce del sole e sotto copertura».

Assange è confinato nell'ambasciata dell'Ecuador, nel quartiere londinese di Knightsbridge, dal 19 giugno 2012: il prossimo 7 dicembre saranno cinque anni che il fondatore di WikiLeas ha perso la sua libertà per finire prima ai domiciliari e poi recluso in una stanza di circa venti metri quadri. «Nonostante tutti gli sforzi compiuti da più parti», ha dichiarato Scotland Yard, «non si intravede un'imminente soluzione diplomatica o legale di questo caso»: una chiara ammissione di quanto il caso giudiziario di Julian Assange sia ormai un pantano legale e diplomatico difficile da risolvere.

L'Espresso ha utilizzato il “Freedom of Informaction Act” (Foia) in Svezia e in Inghilterra per avere accesso al fascicolo dell'accusa sul caso Assange in modo da ricostruire i fatti così come risultano dalle carte ufficiali. Abbiamo fatto richiesta dei documenti alla “Swedish Prosecution Service” di Stoccolma, che da cinque anni porta avanti l'inchiesta giudiziaria contro Assange, ancora alla fase preliminare, e al “Crown Prosecution Service” di Londra, l'autorità che in Inghilterra e nel Galles esercita il ruolo della pubblica accusa nelle indagini condotte dalla polizia e da altri organi investigativi e che, nel caso Assange, supporta il lavoro dei magistrati di Stoccolma, visto che il fondatore di WikiLeaks è sotto indagine in Svezia, ma si trova a Londra.

Mentre gli inglesi hanno rigettato in toto la richiesta di accesso agli atti, gli svedesi della “Swedish Prosecution Authority” hanno rilasciato 226 pagine di documenti.  I file ottenuti da l'Espresso  rivelano che fin dall'inizio il “Crown Prosecution Service” di Londra ha fortemente sconsigliato ai procuratori svedesi una strategia investigativa che avrebbe potuto portare a una rapida chiusura dell'indagine preliminare: interrogare il fondatore di WikiLeaks a Londra, come lui ha chiesto in più occasioni, anziché estradarlo in Svezia, come la procura di Stoccolma ha sempre cercato di fare.


 Nel gennaio 2011, neppure due mesi dopo che Julian Assange era stato arrestato a Londra, un avvocato del Crown Prosecution Service, Paul Close, sconsigliò assolutamente ai magistrati svedesi di interrogarlo nel Regno Unito. Secondo Close, la strategia più appropriata era condurre l'interrogatorio «solo dopo che lui si fosse consegnato alla Svezia e di sentirlo in base alle leggi svedesi». Ai magistrati di Stoccolma, Close spiega: «E' semplicemente incredibile quanto lavoro questo caso stia generando. A volte sembra un'industria. Sicuramente un caso non stop. Non pensiate che il caso possa essere trattato come una richiesta di estradizione come tutte le altre».

I documenti rivelano che nell'aprile 2015 – dopo che il procuratore svedese Marianne Ny, titolare dell'inchiesta, aveva deciso di interrogare Assange nell'ambasciata dell'Ecuador – il fondatore di WikiLeaks aveva acconsentito subito ad essere sentito e a fornire un campione di Dna. L'interrogatorio era previsto per il 17 e 18 giugno, ma le autorità svedesi contattarono l'Ecuador per chiedere le autorizzazioni e l'assistenza necessari solo all'ultimo minuto. Così, l'interrogatorio atteso per anni da Julian Assange e dai magistrati svedesi, alla fine è saltato.
Cinque mesi che sconvolsero il mondo


Tutto ha avuto inizio nell'agosto 2010, meno di un mese dopo che WikiLeaks aveva pubblicato i documenti segreti sulla guerra in Afghanistan, facendo infuriare il Pentagono e il governo americano. Il 20 agosto, i magistrati svedesi aprono un'inchiesta su Assange e ne chiedono l'arresto per stupro e molestie sessuali ai danni di due donne svedesi. Il caso però collassa immediatamente: il magistrato Eva Finne revoca il mandato di arresto e derubrica le accuse in molestie sessuali. Assange viene interrogato dalla polizia svedese il 31 agosto in merito alle presunte molestie. Il giorno dopo un altro procuratore svedese, Marianne Ny, riapre l'indagine per stupro, dopo che l'avvocato della due donne, Claes Borgström, aveva chiesto la revisione del caso.

Il 27 settembre 2010, Assange vola a Berlino per incontrare, tra gli altri, l'Espresso. Due settimane prima, il 14 settembre, il suo avvocato svedese di allora, Björn Hurtig, aveva verificato con il procuratore Marianne Ny se Assange potesse lasciare la Svezia. «Per telefono», scrive la Ny nei documenti consegnati a l'Espresso, «il signor Hurtig fu informato che l'inchiesta doveva ancora compiere alcuni passaggi importanti prima che fosse necessario un nuovo interrogatorio e che non c'era alcun mandato di arresto contro di lui».

Verificato che non c'erano problemi per la sua partenza, Assange lascia la Svezia e vola a Berlino il 27 settembre, dove l'Espresso lo incontra in tarda serata. Arriva all'appuntamento raccontando che tutti i suoi bagagli, ad eccezione di una tracolla che teneva con sé e in cui aveva il suo computer personale, si erano persi nel volo diretto da Stoccolma. . Fu proprio quel 27 settembre 2010 che il procuratore Marianne Ny ordinò l'arresto di Julian Assange.

L'indagine preliminare condotta da Ny si focalizza su tre accuse: stupro (la fattispecie meno grave, secondo la legge svedese), coercizione e molestie sessuali. Nei documenti rilasciati all'Espresso dagli svedesi, Ny ricostruisce le difficoltà nell'interrogare Assange nel 2010, quando, in appena cinque mesi, lui e la sua organizzazione pubblicarono un diluvio di documenti segreti del governo americano mai visto prima.

Ny ricostruisce quelle difficoltà, ma anche l'avvocato di Assange, Björn Hurtig, mette nero su bianco come lui avesse cercato di proporre più date per l'interrogatorio del suo cliente: «Nessuna delle date suggerite allora e in un'altra occasione le andava bene», scrive Hurtig a Ny, «alcune erano troppo in là (parliamo di poche settimane), un'altra volta uno degli investigatori era malato», e conclude: «pare strano che un interrogatorio non si possa tenere perché un investigatore è malato».

Ma in ogni caso Marianne Ny va avanti e ordina la detenzione di Julian Assange: «Questa misura fu presa perché era stato impossibile interrogarlo durante l'inchiesta», scrive la Swedish Prosecution Authority. Per riuscire ad arrestarlo, Ny notifica un mandato di arresto europeo e il 1° dicembre 2010 l'Interpol emette un “red notice”: Assange è ufficialmente un ricercato in tutto il mondo. Sei giorni dopo, il fondatore di Wikileaks si consegna alla polizia di Londra, dove si trovava, perché aveva appena iniziato a pubblicare i 251.287 cablo segreti della diplomazia Usa in collaborazione con il quotidiano londinese Guardian e con un team di giornali internazionali.

Poco dopo l'arresto, Assange viene rilasciato su cauzione, mandato ai domiciliari a Ellingham Hall con un braccialetto elettronico che ne tracciava ogni movimento. Da quel lontano 2010, Julian Assange si è sempre opposto all'estradizione richiesta da Marianne Ny per interrogarlo. Ny ha sempre insistito che interrogarlo a Londra «avrebbe abbassato la qualità dell'interrogatorio», mentre Assange ha sempre combattuto l'estradizione in Svezia, convinto che avrebbe aperto la strada a quella negli Stati Uniti, dove è in corso un'inchiesta sulla pubblicazione dei documenti segreti di WikiLeaks.

Estradizione speciale
A scrivere che l'estradizione di Assange non è come tutte le altre è l'avvocato del Crown Prosecution Service, Paul Close, nella citata email del 13 gennaio 2011. Cosa la rende speciale? Close non lo spiega, ma nel suo scambio email con i procuratori svedesi, sembra soddisfatto che l'udienza per l'estradizione tenutasi l'11 gennaio 2011 di fronte alla Belmarsh Magistrates' Court non sia stata un evento eccitante per i giornalisti: «E' stato tutto piuttosto noioso e tecnico, ovviamente  proprio quello che io volevo succedesse».

Due settimane dopo questi commenti, il 25 gennaio 2011, Paul Close è anche più esplicito con gli svedesi: «Il mio consiglio iniziale rimane valido: sarebbe imprudente interrogare l'incriminato nel Regno Unito». «Ogni tentativo di sentirlo secondo la rigorosa legge svedese», continua Close, «sarebbe inevitabilmente zeppo di problemi». E conclude: «Dunque, io vi suggerisco di interrogarlo solo dopo che si è consegnato alla Svezia e in base alla legge svedese. Come abbiamo detto, la vostra inchiesta è ben fondata sulle prove che avete e che sono sufficienti ad andare a processo, che è poi quello che intende fare il procuratore». I due passaggi successivi di questa email sono stati censurati: la Swedish Prosecution Authority non li ha voluti rilasciare a l'Espresso.

Due cose sono interessanti in questo scambio email tra il Crown Prosecution Service di Londra e i magistrati svedesi: Paul Close usa la parola “incriminato” [defendant] riferita ad Assange, un termine che per la legge inglese indica una persona già incriminata di un reato. Ma Assange non era incriminato nel gennaio 2011 né lo è oggi, dopo cinque anni di indagini preliminari. Non solo: Close sostiene che i magistrati svedesi abbiano già intenzione di portare a processo Julian Assange senza mai averlo sentito. Da notare che appena sei giorni prima quella email, Marianne Ny aveva scritto a Paul Close: «Per la legge svedese, la decisione di andare a processo non può essere presa in questo stadio delle indagini preliminari. La decisione di incriminarlo, ovvero di andare a processo, non può essere presa fino a quando l'indagine preliminare non è chiusa».

L'Espresso ha presentato una richiesta di accesso agli atti del Crown Prosecution Service per ottenere l'intero fascicolo su Assange, tra cui ogni eventuale corrispondenza con il dipartimento della Giustizia americano e con il dipartimento di Stato di Washington. Ogni nostra istanza è stata rigettata e alle nostre richieste di acquisire l'eventuale corrispondenza con le autorità americane, il Crown Prosecution Service ha risposto: «Non confermiamo né smentiamo di possedere alcuna rilevante informazione al riguardo». Il ministero della Giustizia svedese e la Swedish Prosecution Authority, invece, ci hanno comunicato di «non avere intrattenuto alcuna corrispondenza con gli Stati Uniti sul caso Assange».

Una impasse diplomatica
Dal 2010 fino a marzo 2015, l'indagine svedese è rimasta paralizzata: Stoccolma ha sempre insistito sull'estradizione, mentre Assange vi si è opposto con le unghie e con i denti, lottando sia nelle corti inglesi che in quelle svedesi senza successo. Quando nel giugno 2012, ha esaurito ogni opzione legale di opporsi all'estradizione, si è rifugiato nell'ambasciata dell'Ecuador che gli ha concesso asilo politico perché ha ritenuto fondato il rischio che possa essere estradato negli Usa e processato per il suo lavoro giornalistico.

Alla paralisi giudiziaria, si è aggiunta l'impasse diplomatica, perché le autorità inglesi hanno sempre dichiarato che non gli concederanno mai e per nessuna ragione un salvacondotto per uscire dall'ambasciata e godere del diritto di asilo. Di fatto, la scorsa settimana i suoi avvocati e le autorità dell'Ecuador hanno denunciato che gli inglesi gli hanno negato anche un salvacondotto per recarsi in ospedale a fare una risonanza magnetica necessaria per un grave e persistente dolore. Quanto alla Svezia, ha sempre rigettato l'idea che Assange si sia rifugiato nell'ambasciata dell'Ecuador perché corre un rischio reale di estradizione negli Usa: la Svezia considera la sua reclusione nell'ambasciata come una scelta puramente volontaria, a cui Assange potrebbe mettere fine in qualsiasi momento.

Nel novembre 2012, rivelano i documenti rilasciati a l'Espresso, un diplomatico inglese ha cercato di incontrare il procuratore svedese Marianne Ny: «Non ho idea del perché il vice ambasciatore inglese voglia incontrarla», scrive l'avvocato Paul Close alla Ny, che evidentemente aveva chiesto se ne sapeva qualcosa.

L'interrogatorio Solo nel marzo 2015, il magistrato svedese Ny ha accettato di interrogare Assange a Londra nell'ambasciata. Perché ha cambiato idea? Secondo quanto scrive la Swedish Prosecution Authority sul suo sito ufficiale, due fatti hanno portato la Ny a questa decisione: la prescrizione che incombeva per due dei reati ipotizzati dall'accusa - quello di molestie e coercizione, che cadevano in prescrizione ad agosto 2015 - e il fatto che a novembre 2014 la corte di Appello di Stoccolma, nel rigettare la richiesta di Assange di annullare il mandato di arresto, ha criticato Marianne Ny, rilasciando una dichiarazione ufficiale chiarissima: «La Corte d'Appello nota comunque che l'indagine sui presunti reati è ferma e considera che il fallimento dei procuratori nell'esaminare strade alternative non sia in linea con i loro obblighi – nell'interesse di tutte le parti coinvolte – a mandare avanti l'indagine preliminare».

Contattato dai procuratori di Stoccolma, attraverso i suoi attuali avvocati svedesi, Thomas Olsson e Per Samuelsson, il 16 aprile 2015, Julian Assange ha dato la propria disponibilità ad essere interrogato nell'ambasciata e a fornire un campione di Dna. Le parti concordano le date del 17 e 18 giugno per l'interrogatorio e il prelievo del Dna. Ma i documenti rilasciati a l'Espresso dimostrano che le autorità svedesi hanno contattato all'ultimo minuto l'ambasciatore ecuadoriano a Londra, Juan Falconi Puig, per chiedere i permessi e l'assistenza necessari. Il 12 giugno, Marianne Ny si rende conto che l'ambasciatore non ha ancora ricevuto «alcuna comunicazione dalle autorità svedesi». Di fatto, l'interrogatorio tanto atteso salta. L'avvocato svedese di Assange,

Per Samuelson, racconta a l'Espresso la sua ricostruzione: «Un magistrato era andato a Londra con un ufficiale di polizia, ma mentre erano lì Marianne Ny, ovvero il loro capo, ha cancellato tutto perché non avevano il permesso dell'Ecuador. La Svezia ha fatto richiesta troppo tardi». «Sono sicuro», scrive l'ambasciatore Juan Falconi Puig a Marianne Ny, il 19 giugno, «che lei si renda conto che bisogna seguire delle procedure diplomatiche. A questo punto, devo informarla che sono stato trasferito a un altro incarico di ambasciatore» e conclude: «A partire da luglio, questo affare sarà gestito dal nuovo ambasciatore, Mr. Carlos Abad Ortiz».

Nell'agosto scorso è scattata la prescrizione di due delle accuse ipotizzate: coercizione e molestie sessuali. In quell'occasione, Marianne Ny ha dichiarato: «Julian Assange ha, di sua spontanea volontà, evitato l'incriminazione rifugiandosi nell'ambasciata dell'Ecuador», aggiungendo: «Fin dall'autunno del 2010 ho cercato di interrogare Julian Assange, ma lui ha ripetutamente rifiutato di presentarsi. Quando la prescrizione rischiava di scattare ho cercato di interrogarlo a Londra. All'inizio di giugno abbiamo presentato una richiesta all'ambasciata dell'Ecuador, ma ancora aspettiamo l'autorizzazione». Nessun menzione del fatto che le autorità svedesi hanno contatto l'Ecuador tardi.

Con la prescrizione, sia le due donne svedesi sia Julian Assange hanno perso ogni possibilità che sia fatta giustizia per due delle tre accuse oggetto di inchiesta fin dal 2010. Per la legge svedese, non è possibile rigettare la prescrizione, come ha confermato a l'Espresso la Swedish Prosecution Authority. Julian Assange, dunque, non può non avvalersi della prescrizione nel tentativo di dimostrare la propria innocenza e ristabilire la propria reputazione. L'indagine preliminare su di lui va avanti solo per un'ultima ipotesi di reato: stupro, nella fattispecie meno grave secondo le leggi svedesi. Assange avrebbe avuto un rapporto non protetto con una delle due donne svedesi. Questa accusa si prescriverà solo ad agosto 2020.

Il nuovo Chromebook di Samsung si trasforma in un tablet con pennino e app Android

La Stampa
dario marchetti

Una fuga di informazioni rivela il prossimo pc coreano con sistema operativo di Google: caratteristiche di tutto rispetto, schermo che ruota a 360 gradi e stilo incluso



La spinosa questione legata al ritiro del Galaxy Note 7 ci ha fatto dimenticare che, nel frattempo, Samsung è comunque al lavoro su altre decine di prodotti. Tra cui anche un Chromebook, ovvero un pc portatile dotato di sistema operativo targato Google e basato sull'architettura del popolare browser Chrome, con la possibilità di installare applicazioni Android e utilizzarle come su un qualsiasi smartphone.

La notizia è arrivata attraverso un leak, cioè una fuga di informazioni, riportato dal sito SamMobile: le anticipazioni e le immagini parlano di un Chromebook di alta fascia che, a differenza degli altri in circolazione, può vantare caratteristiche di tutto rispetto: processore a sei core, 4GB di RAM, 32GB di spazio di archiviazione interna, spessore di poco superiore al centimetro e appena un chilogrammo di peso. La batteria, almeno a giudicare dalle foto promozionali, dovrebbe durare attorno alle 10 ore.

Ma la parte migliore del dispositivo è lo schermo da 12,3 pollici con risoluzione superiore al Full HD, montato su una cerniera in grado di farlo ruotare su se stesso a 360 gradi, trasformando il Chromebook in un tablet. Con tanto di pennino, il cui alloggiamento si trova sul lato destro, un po' come succedeva proprio sui phablet della serie Note. Se le voci di corridoio si rivelassero fondate, il nuovo gadget targato Samsung potrebbe arrivare già dal 24 ottobre, a un prezzo di almeno 499 dollari. 

Vecchi e pensionati, viaggio nel paesino governato dall’Inps

La Stampa
fabio poletti

Il record di Zerba: l’80% dei contribuenti riceve l’assegno. L’ultimo nato risale a undici anni fa: l’unica scuola è stata chiusa



Questo sì che è un paese per vecchi. Zerba, 77 anime frazioni comprese, è la zona a più alta concentrazione di pensionati d’Italia. L’80% delle dichiarazioni fiscali del 2015 riportava un’unica voce: reddito da pensione. Non che sia un unicum: ormai in Italia più di 900 comuni hanno un contribuente su due che è pensionato. Ma Zerba è di gran lunga il record.

Due dati per inquadrare la situazione: l’età media è di 64 anni e mezzo, il 64,3% ha più di 65 anni, il 4% meno di 14 e l’ultimo nato ha già 11 anni e va alle medie, ma non qui. Perché a Zerba ci sono lo spaccio, il bar tabacchi, l’ufficio postale aperto tre giorni la settimana, il Municipio, la chiesa di San Michele, ovviamente il cimitero e nient’altro.

Finisce qui questo paesino, 906 metri sul livello del mare, fondato nel 218 avanti Cristo dai cartaginesi che disertarono dall’esercito di Annibale. Che siano passati anche gli elefanti non lo ricorda nessuno. Sebbene l’animale sia da sempre simbolo di longevità. In compenso in oltre due ore, zero automobili. «Però qui di vive bene.

L’aria è buona. Forse un po’ troppo tranquillo...», ammette Sonia Maggi, l’unica dipendente comunale insieme a un operaio e a un geometra, operativo solo quando serve. Sonia Maggi è pure la mamma dell’unico bambino nato nel 2005, quando al governo c’era ancora Silvio Berlusconi e Matteo Renzi non era nemmeno sindaco. Ma qui almeno, il postino passava tutti i giorni.

In estate a Zerba gli abitanti diventano almeno mille. Tutti milanesi o trapiantati a Milano che vengono qui in villeggiatura. Però a Ottone, 12 chilometri, farmacia e benzinaio più vicini, sono tutti genovesi. Perché è vero che Zerba è in provincia di Piacenza, il più meridionale e occidentale tra i comuni emiliani, ma incastonato tra le province di Pavia, Alessandria e Genova. E qui si sentono tutti liguri. Il dialetto, almeno, sembra quello.

«E noi mangiamo con l’olio, mica col burro», assicura Rosetta Bergonzi, 83 anni - e quindi mezza età -, stretta nello scialletto che dall’Appennino ligure arriva un po’ di fresco. Sua figlia che sta a Genova la vorrebbe con lei. La Rosetta, però, non ci pensa proprio. Ma se se ne dovesse andare il comune scenderebbe a 76 abitanti, perdendo molto più dell’1% per cento della popolazione.

Terra di migranti, Zerba, si capisce. Agli inizi del Novecento andavano tutti in Argentina. Negli Anni Cinquanta a Milano e Genova. A fare i carbonari, nel senso che vendevano il carbon fossile prodotto con i molti boschi che coprono la valle ancora abitata da lupi e aquile. «Poi ci sono i salmoni come me che hanno risalito la corrente...», se la ride Carla Bersani che tutti chiamano Ada, 84 anni e in gran forma, nata a Bobbio e venuta qui negli anni Sessanta per lavorare all’ufficio postale.

Da allora si è sposata, ha avuto figli, nel ’94 è andata in pensione e non si è più mossa. Anche lei. Tiene aperto il bar tabacchi ma in 20 abitanti contando solo Zerba centro, non è che si ammazzi di lavoro. In oltre due ore, giusto due caffè ai forestieri. «Avete seguito il Tom Tom? Bravi. Avete sbagliato», la sa lunga, lei, che a Milano c’è venuta l’ultima volta l’anno scorso ma all’inizio. «Ma la città non va bene per i vecchi. Non servono e sono di peso», giura un altro col cappellino e il bastone, anche lui a far la guardia ai boschi e ai sassi.

Perché non c’è davvero niente in questo paese fantasma con le case di villeggiatura con le persiane abbassate e cancelli chiusi. Non c’è nemmeno il parroco che passa una volta la settimana solo la domenica, per la messa a orari fissi. Un paese che dev’essere l’antidoto allo stress e al logorio della vita moderna. Pure i telefonini prendono poco. Ma ce l’hanno tutti perché d’inverno, quando vien giù mezzo metro di neve, metti mai che serva per un’emergenza.

La farmacia è a 12 chilometri e l’ospedale addirittura a 30. «È l’unica cosa che ci manca davvero... Almeno una volta c’era l’ambulatorio col medico che veniva un paio di volte la settimana. Ci vorrebbe. Sa, alla nostra età», sorride Ada Bersani. Lei ha ancora il suocero, 101 anni, e la suocera, 91. Pensionati, ovviamente. «A noi basta poco - dice -. Ci basta andare a far la legna per passare la giornata». 

L’Ue: “Il gestore di un sito può conservare i dati degli utenti per difendersi da cyber attacchi”

La Stampa
emanuele bonini

La Corte si è espressa sul caso di un cittadino tedesco che si è opposto alla registrazione e conservazione dei suoi indirizzi Ip



I computer possono essere tracciati e “schedati”. In Europa tutti gli indirizzi IP, ossia l’etichetta numerica che identifica il pc collegato a una rete informatica, può essere conservato dai gestori di servizi internet in ragione della difesa da attacchi cibernetici. Lo ha stabilito la Corte di giustizia europea, chiarendo che chi amministra pagine web «può avere un interesse legittimo a conservare determinati dati personali dei visitatori» per rispondere alle minacce della rete. Un principio, questo, non in contrasto con il diritto della privacy, e valido sia per portali governativi sia per siti di privati.

Il caso
Tutto nasce da un reclamo presentato da un cittadino tedesco, contrario all’idea che i siti internet dei servizi federali della Germania da lui consultati potessero registrare e conservare l’indirizzo IP del proprio computer. La legislazione tedesca prevede tuttavia tale pratica, per tutelarsi da eventuali attacchi informatici e intraprendere le azioni penali del caso. I protocolli internet però non sono tutti uguali: esistono IP «statici» - quelli che consentono di associare un dispositivo al collegamento delal rete – e IP «dinamici» - che invece non consentono l’identificazione dell’utente. Per questa seconda categoria di navigatori on-line, solo il fornitore di accesso a internet dispone delle informazioni aggiuntive necessarie per l’identificazione dell’individuo. Può, in sostanza, un IP dinamico essere considerato un dato personale? Si, secondo l’organismo di Lussemburgo.

La sentenza
Secondo la Corte di giustizia dell’Ue un indirizzo IP dinamico registrato da un fornitore di servizi di media online (ossia dal gestore di un sito Internet, nel caso di specie i servizi federali tedeschi) durante la consultazione del suo sito Internet accessibile al pubblico «costituisce, nei confronti del gestore, un dato personale qualora esso disponga di mezzi giuridici che gli consentano di far identificare il visitatore grazie alle informazioni aggiuntive» a disposizione. Se a ciò si aggiunge che in Germania esistono strumenti giuridici che consentono al fornitore di servizi on-line di rivolgersi, in particolare in caso di attacchi cibernetici, all’autorità competente per i provvedimenti del caso, per l’organismo di Lussemburgo «i servizi federali tedeschi che forniscono servizi online potrebbero avere un interesse legittimo a garantire, al di là di ciascuna effettiva fruizione dei loro siti Internet accessibili al pubblico, la continuità del funzionamento dei loro siti». Di conseguenza in nome si possono conservare dati personali. 

Alfano jr e quella Porsche comprata a 1.355 euro

Mariateresa Conti - Mer, 19/10/2016 - 08:19

Acquistata a un prezzo irrisorio e rivenduta a 20mila euro. Al suo futuro datore di lavoro



Non passa giorno che Alessandro Alfano non procuri imbarazzo al fratello maggiore, il ministro dell'Interno Angelino.

Dopo l'inchiesta di Report sulla sua assunzione in Poste italiane come dirigente, le ombre sulla sua laurea triennale e quelle sul suo passaggio lampo alla Camera di commercio di Trapani, ecco che pure la sua passione per le auto di lusso gli crea problemi. Già, perché tra gli affari del giovane Alfano spunta pure una strana compravendita: quella di una Porsche che Alfano jr avrebbe comprato a prezzo stracciatissimo - 1.355 euro nel 2008 a fronte di un valore di circa 30mila - e avrebbe rivenduto a maggio del 2010, a 20mila euro, all'amico Giuseppe Pace, all'epoca presidente della Camera di commercio di Trapani.

La stessa Camera di commercio dove Alfanino approderà pochi mesi dopo da segretario generale e dalla quale si dimetterà a dicembre del 2011, quando sul concorso da lui vinto (e secondo alcuni cucito su misura per lui) e sui suoi titoli si addenseranno le prime ombre.

La storia della Porsche, non nuova, è stata ritirata fuori proprio da Report. Giorgio Mottola, l'autore del servizio, parla del contestato concorso per la segreteria generale della Camera di Commercio di Trapani vinto da Alfano jr: «A capo della commissione giudicatrice c'è Giuseppe Pace, allora presidente della Camera di Commercio di Trapani e amico stretto di Alessandro Alfano, talmente stretto che Alessandro Alfano si priva della sua Porsche fiammante e la cede proprio a Pace, due mesi dopo aver vinto il bando. Un bando secondo alcuni scritto su misura».

Una storia nota. A raccontarla, tre anni fa, il sito di informazione trapanese Tp24.it, che già allora sottolineava l'anomalia della compravendita della Porsche (una Boxster Cabriolet grigia, cerchi in lega, 2700 di cilindrata per 200 cavalli di potenza) acquistata usata (era del 2006) da un veterinario di Partinico per soli 1.355 euro e rivenduta due anni dopo da Alfano jr all'amico Giuseppe Pace per 20mila euro. Guadagnandoci dunque circa 18mila euro.

Non solo la Porsche. L'articolo del sito trapanese del 2013 cita pure un'altra auto di lusso, un Suv da 35mila euro, anzi per l'esattezza, una Range Rover Evoque blu scura, acquistata dalla Camera di commercio trapanese nella breve era della segreteria di Alessandro Alfano. Proprio una passione, quella per le auto di lusso. L'ennesimo scivolone che imbarazza Alfano jr e il fratello ministro Angelino.

Samsung, per il Note 7 un recall da 5,3 mld. Possibile causa, "una vite lenta"

repubblica.it
TIZIANO TONIUTTI

Analisti: "Da 5 a 7 milioni passeranno all'iPhone". Le risorse degli altri marchi Android

Samsung, per il Note 7 un recall da 5,3 mld. Possibile causa, "una vite lenta"

"PIENA COMPENSAZIONE" è l'offerta di Samsung ai fornitori con i magazzini pieni di Galaxy Note 7 e di pezzi di ricambio per il phablet ritirato dal mercato - e la cui produzione è stata interrotta - a causa dei problemi di autocombustione. Il colosso coreano ha quindi avviato una campagna mondiale e multilivello di scuse e ripianamento di costi. Solo per i fornitori, le perdite sono state stimate in 1,7 miliardi di dollari. La debacle del Note 7 costerà all'azienda circa 5,3 miliardi di dollari sui prossimi tre mesi, calcolati su mancati profitti e costi di rimpiazzo. La causa, secondo l'analisi di ReCode, potrebbe essere una vite interna, deputata ad ancorare lo smartphone alla batteria: questa, se non stretta adeguatamente, potrebbe mandare in corto il circuito di alimentazione.

Ma al di là dei tecnicismi quello del Note 7, una macchina sulla carta di indubbio livello al netto degli evidenti problemi tecnici, è un fiasco che Samsung pagherà probabilmente oltre i tre mesi dei costi vivi del recall. Ed è l'insperata occasione per concorrenti più o meno diretti per mordere alle gambe il gigante coreano. Iniziano ad arrivare le indagini di mercato, come ad esempio quella di KGI, che vede ad esempio Apple come beneficiario diretto del problema Note 7. Lo scenario è però complesso e nell'equazione finale facilmente si inseriranno gli altri marchi Android di pregio. Che hanno tutti dispositivi freschi di lancio e dalle caratteristiche tecniche potenzialmente interessanti per l'utenza del robottino verde. Ma non equivalenti come concetto ed esperienza d'uso.

Nulla come il Note 7. La realtà del mercato infatti è che non c'è nei listini di nessun produttore un vero concorrente del Note 7. Il concept del dispositivo, oltre alla batteria capiente e alla potenza tecnica, prevede un display curvo da 5.7 pollici e la "pennina" digitale di Samsung, la S-Pen, con cui è possibile interagire col dispositivo in maniera unica, in modalità operative che privilegiano l'usabilità. Il Note 7 è (era) una macchina che nasce con l'utilizzo professionale in mente, e poi anche come device tuttofare per l'utente casuale. Samsung rischia quindi di pagare soprattutto l'unicità del dispositivo, che va rimpiazzato in tempi brevi ma che difficilmente prima di marzo-aprile 2017 avrà un erede. Che si ipotizza addirittura potrebbe chiamarsi Note 9, saltando del tutto la numerazione 8, proprio per sottolineare l'avanzamento generazionale.

iPhone e gli altri. KGI stima una forbice tra 5 e 7 milioni di utenti Samsung pronti a passare ad iPhone 7 dopo la debacle del Note. Questo presuppone però un completo cambio di paradigma: al di là del cambio di sistema operativo, gli ex utenti Samsung si troverebbero a dover riacquistare tutte le applicazioni, ammesso che esistano su entrambe le piattaforme, per recuperare la piena operatività. E anche in questo caso, mancherebbe la pennina. Non è un caso quindi che le ultime voci diano in sviluppo, sul fronte Apple, degli iPad Pro più piccoli, con cui la Apple Pencil (la pennina digitale della Mela) potrebbe funzionare. Ma si tratta di scenari avanti nel tempo.

L'utente Note 7 rimasto senza phablet oggi può con più semplicità guardare al mercato Android, evitando la tranzione ad un'altra piattaforma, e mantenendo in buona parte intatta l'esperienza d'uso nel proprio ecosistema di riferimento. Huawei, Xiaomi, Oneplus, Lg e Asus, solo per citare alcuni dei nomi più pesanti, hanno tutti in listino dei phablet performanti e dedicati ad un'utenza non necessariamente casual. Lo Xiami Mi5Plus è un esempio, un dispositivo Android che esteticamente prende molto da Apple, ma sono interessanti anche Il Mate 9 di Huawei, Lg V10 (o il prossimo V20)  e Oneplus 3, il secondo in particolare tecnicamente molto vicino al Note 7. Sullo stesso livello l'Asus Zenfone 3 Deluxe.

Da considerare anche la pura Google experience, il Nexus 6P di Google (anche se la linea Nexus è stata mandata in pensione dagli appena presentati Pixel, di cui il modello XL è avversario diretto del Note 7). Ma il Note resta concettualmente ancora un'altra cosa, è indubbiamente il prodotto di Samsung con maggior personalità. E quindi, non è da scartare l'ipotesi di sostituire il phablet piromane o con lo smartphone top di gamma di Samsung, il Galaxy S7, oppure con una mossa da ritorno al futuro: recuperare un Galaxy Note 5 o un Note Edge. Che sono recuperabili sul mercato da un po', senza particolari report di esplosioni spontanee. E forse a beneficiare del crash del Note 7, potrebbe essere in parte anche la stessa Samsung.

Italiani sfrattati e immigrati viziati

Michel Dessi



Gli italiani che chiedono aiuto alla Caritas si sono moltiplicati. Soprattutto al Sud. E’ quanto emerge dal rapporto annuale della povertà redatto proprio dall’istituto cattolico. Il numero degli italiani costretti a fare la fila per ore davanti ai centri  Caritas pur di mangiare una minestra calda supera il numero degli immigrati. La cosa non sorprende. Affatto. Basta sfogliare un giornale, accendere la tv, navigare sui social per capire in che situazione drammatica ci troviamo. Gli italiani sono alla fame.

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Decine, centinaia le storie dei nostri connazionali in grave difficoltà. Tanti, con umiltà e imbarazzo, sono costretti ad andare nelle trasmissioni televisive per chiedere aiuto. Per sperare che qualcuno ascolti la loro voce. I soldi della pensione, per chi è fortunato ad averla, sono pochi, e  non bastano per sopravvivere.

La maggior parte dei  giovani non ha un lavoro. E’ difficile da trovare. Particolarmente al Sud. E i cittadini sono incazzati. Tanto incazzati. “Noi italiani siamo stati abbandonati dallo Stato, nessuno ci aiuta! Gli immigrati, invece, vengono persino coccolati. A loro non manca nulla. A noi tutto.” ci dice Letizia, un’anziana signora in gravi difficoltà economiche.

Come dargli torto? Molti di loro, gli immigrati, vengono viziati. Ospitati in comode e lussuose strutture alberghiere. Come a Gambarie, in Calabria, dove circa 100 immigrati vivono in un hotel a 3 stelle e la signora che lo gestisce si preoccupa di cucinargli piatti deliziosi ogni giorno. Tutto a spese dello Stato. O meglio, degli Italiani. GUARDA IL REPORTAGE  “Se potessi andrei ogni giorno in quell’hotel a mangiare con loro. E, invece, sono costretta a fare la spesa con parsimonia, altrimenti non arrivo a fine mese.” ci dice la signora Letizia.

Ma tutto questo agli immigrati non basta. Vogliono di più. Vogliono più diritti. Come quelli rivendicati qualche ora fa ad Archi, quartiere a nord di Reggio Calabria, dove i circa  300 ospiti del centro di accoglienza di fortuna (una ex struttura universitaria) hanno protestato per chiedere un sacrosanto diritto: il Wi-fi. E mentre i figli di questa Patria martoriata patiscono la povertà il Governo “ganzo” rassicura. L’Italia è in ripresa. Quale, ci chiediamo?

Foodora e il valore del lavoro

Massimo Restelli



Negli ultimi dieci giorni ha tenuto banco la protesta dei fattorini di Foodora. A Torino e a Milano i rider del servizio di consegna pasti sono scesi in piazza lamentandosi della paga ridotta. Come ha sottolineato oggi in audizione al Senato il direttore generale dell’Ispettorato del Lavoro, Paolo Pennesi, «in precedenza Foodora pagava i collaboratori 6,5 euro l’ora, mentre adesso dà 3 euro per ogni servizio prestato».

Foodora

Tolti i contributi, i ragazzi che approfittano di questo lavoretto per guadagnare qualche euro vengono remunerati 2,7 euro a recapito con cui devono ripagare anche la manutenzione di bici e scooter che utilizzano per le consegne e i costi dello smartphone (un’App li avvisa di rendersi immediatamente disponibili alla consegna). Foodora è una multinazionale tedesca e funziona in maniera semplice: un esercizio di ristorazione che vuole ampliare la propria attività al take away si iscrive alla piattaforma Internet che mette in collegamento clienti e ristorante. Una volta inviato l’ordine viene contattato il fattorino di zona che dovrà consegnare entro 30 minuti: il rischio di non consegna o di ritardo è tutto a carico di Foodora che, per l’appunto, si rivolge ai rider.

Si tratta di una prestazione in regime libero professionale che assomiglia, però, a quella dei vecchi co.co.co., ha sottolineato Pennesi nel corso dell’audizione. Così come va sottolineato che la stessa Foodora avverte i propri collaboratori che questo tipo di lavoro non è da considerarsi come un’occupazione a tempo pieno e, dunque, gli stessi rider devono moderare le proprie pretese. L’ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, presidente dell’«Associazione Amici di Marco Biagi» incolpa il Jobs Act che «ha cancellato i contratti a progetto per soddisfare le pance ideologizzate facendo così riemergere le ben più sregolate collaborazioni» ricordando che «nei vecchi contratti a progetto si applicava il riferimento ai contratti collettivi dei lavoratori subordinati più prossimi per stabilire il corretto compenso».

Il comico Maurizio Crozza nella sua trasmissione se l’è presa con il premier Matteo Renzi incolpandolo di aver incoraggiato lo sfruttamento dei lavoratori con il Jobs Act. Ma possiamo liquidare la questione con la satira? No!. Allora partiamo dagli assunti dell’azienda: questo non è un lavoro vero e proprio ma un lavoretto, cioè un gig. È un tipo di economia che vi abbiamo descritto con le parole dell’antropologa Tatiana Mardare. Anche a Londra quando Foodora ha cambiato il metodo di remunerazione si sono registrate le stesse proteste e si sono avute le medesime risposte: se durante un’ora di lavoro si eseguono tre o più consegne si guadagna più di prima (cioè 9 euro anziché 6,5).

Pasquarella

Alcuni «contestatori» si sono lamentati del fatto che l’accesso all’App sarebbe stato bloccati a chi ha espresso in maniera più forte degli altri il proprio disappunto. Se vi fosse un rapporto di subordinazione, sarebbe un ingiusto licenziamento. Ma in questo caso stiamo parlando di una prestazione d’opera: dunque il committente è libero di rivolgersi a chi ritiene più economico e affidabile. Come faremmo noi con un «imbianchino della domenica» (cioè chi lo fa come secondo lavoro e non professionalmente).

Sono circostanze che vanno ben spiegate perché molti critici (e forse lo stesso sacconi) hanno confuso la gig economy con la sharing economy, cioè l’economia della condivisione. Quest’ultima valorizza gli asset mettendoli in comune: è il caso di chi affitta una stanza o un appartamento della propria casa tramite Airbnb o altre piattaforme (salvo accertamenti dell’Agenzia delle Entrate per esercizio abusivo dell’attività alberghiera o di affittacamere e conseguente evasione fiscale). Quella di Foodora è old economy, il fattorino infatti è un mestiere antico.

Solo che oggi la tecnologia consente di ottimizzare il costo del fattorino, permettendo a un’impresa di pagarlo solo quando ve ne sia effettivo bisogno. Questo, però, rende il fattorino non più un fattore della produzione (scusate il gioco di parole) ma un compartecipe del rischio stesso dell’impresa. Se nessuno ordina, il fattorino non viene pagato. Ve ne avevamo già parlato quando abbiamo messo in relazione la produttività e il costo del lavoro. E anche quando vi avevamo spiegato che se non è qualificato (e il fattorino non è un lavoratore qualificato (ance se qualche laureato disoccupato sicuramente arrotonda così), il lavoro si svaluta.

Ecco perché abbiamo deciso di approfondire la questione con gli esperti che con Wall & Street hanno affrontato più volte queste tematiche: il digital champion Alessandro Curioni per i risvolti tecnologici della vicenda, l’esperto di politiche del lavoro Angelo Pasquarella per le sue implicazioni organizzative e il consulente Ict Francesco Varanini per osservare il fenomeno nel suo complesso.
Nel mondo flessibile della nuova economia l’elettronica detta i ritmi, l’accesso al lavoro e la disponibilità al lavoro.

«Questo significa che il contratto tra il lavoratore e l’impresa si perfeziona di volta in volta sulla base dell’incontro in termini di tempo del lavoratore e dello sviluppo rispetto al mercato che l’azienda riesce ad avere. Tutto governato da un’App», spiega Angelo Pasquarella, amministratore delegato di Projectland ed esperto di sociologia del lavoro. Nel caso di specie siamo di fronte a lavori ad «alta fungibilità», lavori che cioè possono essere svolti da tutti senza un particolare addestramento o professionalità.

Francesco Varanini

«La fungibilità determina il compenso e quindi la concorrenza tra lavoratori è spietata e il compenso basso», aggiunge ricordando che «questo modello è però presente anche in attività ad altissimo valore aggiunto». Un esempio per tutti è il mercato dei Project Manager professionisti. Si tratta di coloro che vengono chiamati da imprese allo scopo di seguire un progetto ad esempio di ristrutturazione aziendale o di M&A. L’azienda non assume stabilmente persone per gestire un progetto poiché non serviranno più quando sarà finita la ristrutturazione oppure la fusione tra due imprese.

In questi casi siamo di fronte a compensi ricchi nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro, ma il meccanismo è lo stesso. Questo è il futuro che ci aspetta? Per una parte del mondo del lavoro sicuramente sì. «Il modello industriale, basato sulla ripetizione, il lavoro dipendente e di conseguenza sulla stabilità, è attaccato sia dalla robotica che dalla burotica e dalla delocalizzazione in Paesi a basso costo di manodopera», conclude. Difficile tornare indietro. È giunto il momento di trovare un nuovo equilibrio, nuove regole e nuovi sistemi per gestire la complessità emergente del mondo del lavoro? Forse è il caso di pensarci…

Secondo Francesco Varanini, consulente in ambito Information & Communications Technology, già docente dell’Università di Pisa e autore del libro Macchine per pensare, «le tecnologie in questo caso sono innocenti» perché «ogni rapporto di lavoro si fonda su un patto e quello che i lavoratori di Foodora hanno firmato scambia bassa retribuzione con la libertà di lavorare quando si sceglie di farlo, e di non veder la propria vita invasa dal lavoro; nell’accettare l’impiego, i lavoratori sapevano a cosa andavano incontro».

In un altro libro (Contro il management) Varanini ha inoltre spiegato che «oggi il manager non lavora per la qualità del prodotto o per la soddisfazione dei clienti, altrimenti sarebbe interessato alla qualità del lavoro e alla buona remunerazione del lavoratore; il manager lavora, in realtà, per un solo portatore di interessi: per un investitore che si aspetta un profitto almeno pari al risultato di una qualsiasi altra speculazione finanziaria». All’investitore finanziario non interessa se l’azienda consegna pizze o costruisce automobili.

Né interessa se quell’azienda sarà viva o no tra due o tre anni. All’investitore interessa solo l’immediato rendimento dell’investimento. «E dobbiamo ricordare anche che la prevalenza della finanza sull’economia produttiva è una regola globale. Vale a livello planetario, senza scappatoie». Ci sono imprese che, pur in questo contesto, puntano sulla qualità del prodotto e del servizio e si impegnano a mantenere viva l’azienda nel tempo. Così operando, offrono garanzie anche ai lavoratori. Altre imprese nascono disposte a comprimere le retribuzioni o a tagliare costi di lavoro o a chiudere l’attività al primo vento della finanza, o al primo accenno di difficoltà. «Ogni lavoratore accorto sa bene in che tipo azienda stia lavorando», conclude.

Alessandro Curioni

Sostanzialmente è bastato un click per tagliare fuori dalla pianificazione delle attività due operatori. «Nella mia veste di esperto di sicurezza posso rilevare come quel click poteva, teoricamente essere fatto da chiunque», commenta Alessandro Curioni, Alessandro Curioni, consulente in materia di sicurezza e presidente di DI.GI. Academy. Se un oggetto o un sistema è raggiungibile attraverso la Rete, potenzialmente chiunque può arrivarci. Molti operatori economici sono soggetti ai rischi di malfunzionamenti o violazioni dei sistemi informatici.

Nell’immaginario collettivo tutti pensiamo a banche, assicurazioni e comunque attività economiche in cui l’oggetto dell’attività può essere dematerializzato. Scopriamo oggi, che il fattorino che ci consegna la pizza potrebbe essere dirottato se qualcuno riuscisse a prendere un controllo di ben precisa app. Lo stesso pirata potrebbe inibire ai collaboratori la possibilità di inserire a sistema le proprie disponibilità. Peggio ancora potrebbe deliberatamente modificarle con il risultato che nessuno sarà al posto giusto nel momento giusto.

«Potenzialmente basta pochissimo per mettere in ginocchio una azienda moderna. Come potrebbe reagire il management di un operatore di questo genere se qualcuno inventasse un ransomware, virus informatico che crittografa i dati dei sistemi e chiede un riscatto per riportare le informazioni in chiaro, fatto apposta per la sua app? Non siamo qui per discutere se le politiche del lavoro degli imprenditori siano eque. C’è un governo e migliaia di giuslavoristi pronti a commentare.

La nostra domanda è diversa: tutte le aziende che hanno modello di business che utilizza le nuove tecnologie come vantaggio competitivo hanno pensato a quanto è fragile il sistema? Se quella App risulta inutilizzabile non per due “allontanate”, ma per tutti i collaboratori, quale è il piano B? Sono certo che hanno ben chiaro il problema e hanno già in essere delle contromisure. Almeno lo spero, altrimenti i posti di lavoro 2.0 che andrebbero persi sarebbero molto più di due e un certo tipo di iniziative imprenditoriali dimostrerebbe una considerevole miopia», conclude.

Di Maio: “Restituisco metà stipendio”. Ma i dati ufficiali lo smentiscono

La Stampa
jacopo iacoboni

Non si placa la rivolta, anche le spese di Di Battista sono alte . Il senatore Morra: “Tutti spendiamo, ma tutti dobbiamo farlo con sobrietà”



Nel «Comunicato politico numero quarantacinque» sul blog, quando ancora i cinque stelle vivevano di radiosi ideali, Beppe Grillo scrisse la regola sui soldi nel Movimento: «Ogni eletto percepirà un massimo di tremila euro di stipendio, il resto dovrà versarlo al Tesoro, e rinunciare a ogni benefit parlamentare, iniziando dal vitalizio». Fine. Da un’analisi delle spese dei leader del Movimento - Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista - resa possibile grazie al fatto che loro stessi pubblicano le loro note su tirendiconto.it, possiamo affermare che invece, tra indennità e rimborsi, le due star percepiscono una media superiore ai diecimila euro al mese. In alcuni casi, viaggiano sui 12mila, o 13mila.

Gli inviti alla sobrietà dall’interno
La rivolta sui comportamenti di Di Maio è del tutto in corso, se persino un moderato come Nicola Morra ieri scriveva: «Tutti abbiamo spese per sostenere sul territorio eventi che riteniamo necessari per veicolare i contenuti di cui ci facciamo alfieri, però tutti siamo chiamati a farlo con la dovuta sobrietà». Tutti. Così, all’aspirante leader, per rispondere alla contestazione - mossagli dall’interno del gruppo parlamentare sui 108mila euro extraindennità spesi per «eventi sul territorio» - è stato generosamente messo a disposizione il blog.

E lui vi ha scritto: «Ho restituito ai cittadini italiani in tre anni e mezzo 204.582,62 euro. (...) Da quando sono stato eletto deputato e poi vice presidente della Camera avrei avuto diritto a stipendio aggiuntivo da vice presidente, stipendio pieno da deputato (di cui restituisco la metà), spese di rappresentanza, auto blu, telepass gratuito, cellulare di servizio, spese gratuite in tipografia, tutti i rimborsi spese che non uso e non rendiconto. Ma ho rinunciato».

La bugia
Non è vero però che avrebbe avuto diritto, perché la regola del Movimento era chiara e l’abbiamo citata. Una bugia fattuale è poi che Di Maio «restituisca la metà» dello stipendio pieno da deputato. A maggio, ultimo mese disponibile, ha restituito 1686 euro di quota fissa di indennità, su 4945 (intascandone dunque 3259: assai più della metà, i due terzi). Ma è sui rimborsi il capitolo più incongruente con le promesse: Di Maio spende 6732 euro restituendone appena 460. Ha dunque incassato e speso un totale di 9991 euro. Ad aprile ha restituito (tra parte fissa di indennità e rimborsi) 1843 euro in tutto, percependo e spendendone invece 13196. Sorvoliamo sui giustificativi vaghi: è vero che sono loro stessi a offrirceli, tuttavia nessuna azienda privata accetterebbe in nota voci generiche e senza pezze d’appoggio come le sue.

Anche Di Battista nel mirino
Né si può dire che Di Battista o altri possano dargli grandi lezioni. Dibba aggiorna di più: a giugno tra indennità e rimborsi incassa e spende un totale di 9564 (3187 più 6377). E a maggio un totale di 10030 (3202 più 6825). I grafici del sito maquantospendi.it sono impietosi: nel gruppo parlamentare M5S, la media, per la parte fissa di indennità, è 2782 euro (senza rimborsi, attenzione: perché la maggioranza ne spende tra i 6mila e gli ottomila), ma Di Maio è sempre sopra media, con 3200 euro. Nei bonifici di restituzione, invece, in due anni è quasi sempre sotto la media del suo gruppo (grafico consultabile qui: www.maquantospendi.it/spese/9/47/).
 
In tanti furono espulsi per molto meno
È il costo della politica, bellezza; e questa polemica non avrebbe senso: per tutti tranne che per il Movimento. I parlamentari espulsi dal M5S sono sempre stati espulsi usando l’accusa di soldi spesi e non ben rendicontat i. E Di Maio, che giustifica gli «eventi sul territorio» dicendo che «è una dicitura fittizia»? Lo dice Serenella Fuksia, ex M5S: «Diversi parlamentari addirittura non rendicontano da 9 mesi! Ricordo che per 4 mesi di ritardo, tra l’altro annunciati, motivati e documentati, la sottoscritta è stata esposta a pubblica gogna e con quella scusa espulsa». Massimo Artini fu addirittura espulso pur avendo prodotto tutti i bonifici: il clan voleva espellerlo per altri motivi, e lo cacciò comunque. 
In questa ipocrisia, fatta di menzogne fattuali da svelare una ad una, sta il peccato mortale di questa storia: non certe in spese del tutto legittime, per un parlamentare.

Referendum

La Stampa
jena@lastampa.it

Dopo il Sì di Obama arriverà il No di Trump?
Ore d’ansia in casa D’Alema.

Gli accademici e i Nobel mancati. “Il problema degli italiani? L’Italia”

La Stampa
fabrizio assandri

Lettera aperte di vari atenei dopo l’esclusione del chimico Balzani. “Il curriculum non basta, noi penalizzati dalla ricerca impoverita”



Quello dell’accademia svedese per il Nobel per la chimica è un «verdetto incompleto». L’Italia è stata esclusa perché da noi la ricerca è bistrattata, la nostra reputazione all’estero ne esce malconcia e diventa quasi una macchia per il curriculum dei nostri scienziati.

È quanto sostengono i rettori dell’Università di Bologna Francesco Ubertini, di Firenze Luigi Dei e di Trieste Maurizio Fermeglia, insieme a professori di una dozzina di atenei, e c’è pure il direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia, indicato per guidare il progetto del governo per il dopo Expo a Milano, Roberto Cingolani. Ci sono il direttore della Normale di Pisa Vincenzo Barone, il presidente del Cnr Massimo Inguscio e vari membri dell’Accademia dei Lincei.

Dopo scambi di mail e telefonate indignate, hanno scritto una lettera aperta in cui parlano di «grande opportunità persa». Secondo loro il premio andato a tre colleghi, Stoddart, Sauvage e Feringa spettava al chimico Vincenzo Balzani. Era in lizza, ma i premi possono avere al massimo tre vincitori: «Sulla torre erano in quattro – scrivono – uno è stato buttato giù».

Ma Balzani è stato un innovatore assoluto nelle «macchine molecolari», molecole capaci di fare movimenti precisi in base a uno stimolo, come un raggio di luce, in un certo senso di essere telecomandate. Nanotecnologia e biomedicina le possibili applicazioni. I prof italiani denunciano un paradosso: «Molte delle nanomacchine citate nella motivazione del premio non avrebbero funzionato – forse non avrebbero neppure visto la luce – senza di lui».

Balzani avrebbe pagato l’essere italiano. «A questi livelli non basta il curriculum. Occorre che gli scienziati siano supportati dalla comunità nazionale: atenei, grandi enti di ricerca, accademie, società, ministeri». L’appello chiama per nome i responsabili: «L’indebolimento sistematico della ricerca di base, allo stremo dopo decenni di sottofinanziamento e regolata da sistemi di reclutamento, funzionamento e valutazione non sempre adeguati».

Ecco il punto: «Un sistema fortemente indebolito è percepito come tale all’estero». Nulla contro i tre premiati - scrivono – «ma il verdetto fornisce una rappresentazione incompleta della tematica scelta». Non un caso isolato, c’è il precedente della «clamorosa esclusione di Nicola Cabibbo e Giovanni Jona-Lasinio dal Nobel per la Fisica 2008».

«È un’ingiustizia – spiega Elio Giamello, dell’Università di Torino – uno dei tre doveva essere lui». Ma l’Accademia di Svezia non è autonoma nelle sue decisioni? «Non è questo il punto: c’è una parte della valutazione che tiene sicuramente conto dei meccanismi di “lobby” in senso buono, che riguardano il sistema Paese e l’autorevolezza di un’istituzione scientifica». Il docente basta cita l’ultimo bando Prin del governo, per la ricerca: «Poco più di 90 milioni di euro, pochissimi per un sistema nazionale: il costo di Higuain».

Adriano Zecchina, chimico e membro dell’accademia dei Lincei, conferma: «Il problema è l’Italia, non solo per il Nobel. Ho fatto parte di commissioni europee per i prestigiosi bandi Erc: si premiano persone, anche italiane, che in maggioranza lavorano in università all’estero. In cinque anni con questi bandi l’Italia ha perso qualcosa come 500 milioni. È drammatico, ma consiglio agli studenti di fare ricerca all’estero». 

Il limite della vita umana è 125 anni

La Stampa
daniele banfi

Secondo uno studio pubblicato da Nature l’aspettativa di vita media non andrà oltre. Tanti i dubbi. Nell’analisi non si possono prevedere i progressi della medicina



Negli ultimi decenni l’aspettativa di vita media, almeno nei paesi industrializzati, ha subito un deciso passo in avanti. Ad esempio, in Italia, tra il 1960 e il 2010 abbiamo guadagnato circa 14 anni di vita in più. Un trend che secondo un controverso studio pubblicato dalla rivista Nature dovrebbe arrestarsi all’età di 125 anni. Oltre quell’età, secondo gli autori, l’uomo non può più vivere.

Per arrivare al curioso risultato gli scienziati dell’Albert Einstein College of Medicine di New York hanno elaborato statisticamente i dati demografici di 41 paesi nel mondo provenienti dal Human Mortality Database. Nel tempo, grazie ad antibiotici, vaccinazioni, sempre maggior consapevolezza per la prevenzione e la sana alimentazione e a terapie innovative l’uomo è in grado di raggiungere al massimo i 125 anni di età.

In particolare i ricercatori hanno analizzato i tassi di mortalità degli ultra centenari negli Usa, in Francia, in Giappone e nel Regno Unito. Dal 1995 in poi i dati dimostrano che non ci sono stati nuovi record di longevità. Non solo, anche chi possedeva il patrimonio genetico perfetto per vivere a lungo non ha mai superato la soglia dei 122 anni. Un limite che ha un volto: ad oggi la donna più longeva del mondo, deceduta nel 1997, è stata la francese Jeanne Calment morta alla veneranda età di 122 anni.

Tra gli esperti non tutti sembrano essere però d’accordo: «I risultati –spiega Aubrey de Grey della Sens Research Foundation di Mountain View- sono assolutamente corretti ma non ci dicono nulla sulle future potenzialità della medicina, ci parlano solo di ciò che accade oggi e ciò che è accaduto ieri». Un esempio? Diversi studi negli ultimi anni hanno mostrato che è possibile, almeno negli animali da laboratorio, estendere notevolmente l’aspettativa di vita. Come? Attraverso la dieta: sui topi, la cui aspettativa di vita è di 2-3 anni, cicli di quattro giorni due volte al mese di restrizione calorica durante la «mezza età» hanno fornito dati inequivocabili.

Un prolungamento dell’11% della vita, una riduzione dell’incidenza di cancro, ringiovanimento del sistema immunitario, riduzione delle malattie infiammatorie, rallentamento della perdita di densità minerale ossea e aumento del numero di cellule progenitrici e staminali in vari organi. Che possa funzionare anche nell’uomo? Le prime evidenze, almeno nei parametri esaminati, dicono di sì.

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Prefetto requisisce hotel di lusso. Cacciati i turisti per i migranti

Claudio Cartaldo - Mer, 19/10/2016 - 11:46

Il prefetto requisisce l'hotel Cristallo di Castel d'Azzano (Verona) per metterci i migranti. La proprietà: "Avevamo il tutto esaurito. Ora dovremo riposizionare i turisti"



Dove il Viminale diretto da Angelino Alfano non arriva per sistemare i profughi, manda i prefetti a requisire hotel. L'ultima notizia in merito alla gestione dei profughi viene da Castel d'Azzano, dove il sindaco Antonello Panuccio ha denunciato la decisione del prefetto di obbligare i proprietari di una struttura alberghiera a mettere a disposizione l'hotel Cristallo per ospitare i migranti.

I profughi nell'hotel requisito

"Si tratta di una decisione che stiamo subendo", hanno dichiarato i proprietari attraverso l'avvocato - Già nei mesi scorsi ci era stato chiesto di mettere a disposizione la struttura per i richiedenti asilo, ma ci eravamo sempre rifiutati nonostante l’ottima esperienza con le persone ospitate all’hotel Monaco. Lo prova il fatto che abbiamo sempre proseguito con le prenotazioni e per Fiera- Cavalli (ai primi di novembre, ndr) avevamo il tutto esaurito. Ora dovremo pensare anche a gestire il riposizionamento delle prenotazioni". Insomma, per far posto ai richiedenti asilo dovranno essere mandati via i turisti che avevano già prenotato una stanza.

L'hotel Cristallo è stato scelto perché il gruppo che lo controlla ha già messo a disposizione un'altra struttura, l'hotel Monaco, per l'accoglienza dei migranti. Il problema è che al Cristallo c'erano già prenotazioni attive che ora dovranno essere cancellate. La mossa del prefetto Salvatore Mulas parte dal fatto che in Veneto su 576 Comuni ben 250 si sono detti contrari alla presenza di immigrati nel loro territorio. E così, seguendo la direttiva del Viminale che permette "per gravi e urgenti necessità pubbliche" di requisire anche strutture private, il prefetto ha messo i lucchetti all'hotel per riempire le comode stanze di profughi.

Di certo preoccupa il fatto, come riportato dal Corriere, che negli ultimi giorni nella provincia di Verona sono arrivati altri 300 immigrati che si vanno ad aggiungere ai 2.200 già presenti sul territorio.

Il Viminale difende l'accoglienza: "I migranti ci danno più di quanto ci costano"

Sergio Rame - Mer, 19/10/2016 - 10:52

L'uomo di Alfano: "L'accoglienza ci costa solo 1,2 miliardi l'anno". Ma la cifra non coincide con quella inserita in manovra



"Ad oggi i comuni che accolgono migranti sono solo 2.600 su ottomila". In audizione davanti al Comitato Schengen, il capo del Dipartimento per l'Immigrazione del Viminale, Mario Morcone, torna a difendere l'accoglienza.

E lo fa invitando tutti i Comuni della Penisola a farsi carico dei migranti che ogni giorno sbarcano in Italia. Perché, a suo dire, l'immigrazione è una ricchezza per il Paese che accoglie. "L'accoglienza ci costa un miliardo e 200 milioni l'anno - spiega l'uomo di Angelino Alfano - ampiamente sotto quello che i migranti che vivono nel nostro Paese e lavorano legittimamente ci restituiscono sotto forma di pil".

Morcone è fermamente contrario dall'escludere dai servizi del welfare comunale le persone che hanno la protezione internazionale. "Chi ha avuto la protezione, non se la vede scadere - osserva Morcone - se rimane è perche lavora, se lavora paga i contributi e se paga i contributi paga le nostre pensioni. Non lo dico io - aggiunge - basta dare uno sguardo alle parole del presidente del'Inps, alla ricerca di Confindustria o al rapporto Leone Moressa".

I numeri snocciolati da Morcone vanno a "cozzare" con quelli inseriti dal governo stesso nella legge di Bilancio. "Al netto dei contributi Ue - si legge nel testo della manovra - è attualmente stimato a 2,6 miliardi di euro per il 2015, previsto a 3,3 miliardi per il 2016 e a 3,8 miliardi per il 2017, in uno scenario costante, assumendo che non ci siano escalation nella crisi". In tre anni, insomma, l'ammontare dell'esborso è di 9,7 miliardi di euro, al netto dei contributi dell'Union europea. E, per il 2017, la spesa totale per i migranti è prevista tra lo 0,22 e lo 0,24% del pil.

Al tema dei costi,si aggiunge poi il nodo degli ingressi irregolari. "Su questo - ammette Morcone - dobbiamo impegnarci a trovare delle soluzioni". Questo però non distoglierà il Viminale dalle politiche di accoglienza: "Le persone che sono da noi, che hanno avuto protezione e che lavorano, francamente ci lasciano di più di quello che noi restituiamo loro sotto forma di servizi".