lunedì 17 ottobre 2016

iPhone 7: vi si è rotto il tasto home? Ecco come fare

La Stampa
andrea signorelli

Una soluzione virtuale se il bottone dello smartphone Apple smette di funzionare



Una delle modifiche principali dell’iPhone 7 rispetto ai modelli precedenti riguarda il tasto home , che non è più un tasto fisico da premere, ma un bottone sensibile alla pressione che funziona grazie alla tecnologia “Taptic Engine”. Questo cambiamento permette allo smartphone Apple di resistere all’acqua e potrebbe preludere a una prossima integrazione direttamente all’interno dello schermo.

Un utente del sito MacRumors ha però segnalato cosa avviene nel momento in cui il tasto home dell’iPhone 7 si rompe: un tasto virtuale appare direttamente sullo schermo, grazie a un’implementazione di iOs 10 che risolve automaticamente il problema. I possessori di iPhone 7 che hanno difficoltà con il tasto home, stando a quanto riportato dal sito specializzato, possono quindi risolvere il guasto facilmente.

Se il tasto home smette di funzionare correttamente, sullo schermo dovrebbe apparire un messaggio che riporta la seguente dicitura: “Il tasto Home potrebbe aver bisogno di manutenzione. Nel frattempo, puoi utilizzare il tasto Home sullo schermo che appare sotto”. Contemporaneamente, sul fondo dello schermo e in posizione centrale, apparirà un tasto virtuale che consente agli utenti di sostituire temporaneamente il tasto rotto.

Se il messaggio non dovesse comparire in seguito al malfunzionamento del tasto, è consigliato spegnere e riaccendere l’iPhone; in questo modo dovrebbe finalmente comparire il messaggio. 
Vale la pena di segnalare che tutti gli utenti di iPhone, sia 7 che precedenti, possono risolvere via software eventuali problemi al tasto Home. In caso di malfunzionamento, basta andare su Impostazioni → Generali → Accessibilità → Assistive Touch. Selezionando questa funzione, apparirà un tasto Home in basso a destra, che potrete utilizzare come sostituto di quello fisico.

Report indaga sulla sua carriera alle Poste. E Alfano jr diffida la Gabanelli

Sergio Rame - Lun, 17/10/2016 - 10:12

Il fratello del ministro invia formale diffida per bloccare la messa in onda del servizio dedicato alla sua carriera in Poste Italiane. "L'intervista è stata rubata"



"Lui come massimo (di stipendio, ndr) poteva avere 170mila euro e io gli ho fatto avere 160mila. Tant'è che Sarmi stesso gliel'ha detto ad Angelino (Alfano, ndr): 'Io ho tolto 10mila euro d'accordo con Lino (Pizza, ndr)', per poi evitare. 

Adesso va dicendo che l'ho fottuto perché non gli ho fatto dare 170mila". La telefonata con cui Raffaele Pizza, uomo vicino al ministro dell'Interno Angelino Alfano, si vantava di aver facilitato, anche grazie ai suoi rapporti con l'ex ad di Poste Massimo Sarmi, l'assunzione di Alessandro Alfano a Postecom è stata lo spunto colto da Milena Gabanelli per costruirci sopra una puntata di Report. Al centro della trasmissione proprio la carriera lampo del fratello di ministro.

L'appuntamento è per questa sera, su Rai 3. Ma Alessandro Alfano non vuole in alcun modo che Report trasmetta quel servizio. Tant'è che ieri ha inviato una diffida al direttore di Rai 3 Daria Bignardi, all'autore del programma Milena Gabanelli e al produttore esecutivo di Report Paola Bisogni affinché blocchino tutto.  

"Quella annunciata - tuona il fratello del ministro dell'Interno - non è una mia intervista, ma di dichiarazioni che sono state registrate da un soggetto che non si è in alcun modo qualificato come giornalista e riprese da una telecamera inizialmente occultata. Metodologia che sicuramente non risponde ai canoni professionali del giornalista e, ancor più grave in questo caso, del servizio pubblico".

Al centro del servizio di Report c'è il suo ruolo di dirigente delle Poste in Sicilia su cui anche la Corte dei Conti sta indagando. La magistratura contabile sta, infatti, passando al setaccio tutto l'iter di promozioni e ritocchini che hanno portato Alfano jr a guadagnare 200mila euro l'anno. Vuole, infatti, vederci chiaro e assicurarsi che non c'è stato alcun illecito contabile. Che qualcosa non torni, però, è stato chiaro sin da subito.

Con la diffida a Report, Alessandro Alfano non fa altro che sollevare un nuovo polverone. "Le mie dichiarazioni sono state ottenute contro la mia volontà e non sono accompagnate dal alcuna mia dichiarazione liberatoria - tuona il fratello del ministro - qualora mi fosse stata richiesta un'intervista l'avrei senz'altro rifiutata in pieno ossequio alle direttive aziendali che regolano la comunicazione esterna dei dirigenti di Poste Italiane. Solo il rispetto di questi obblighi, quindi, mi impedisce di entrare nel merito, in questa sede, delle infamanti e non veritiere accuse che mi vengono mosse".

Il servizio ricostruisce tutta la trafila di aumenti dal 2013, anno in cui Alfano jr viene assunto a Postecome, società controllata al 100% da Poste Italiane, con uno stipendio da 160mila euro l'anno.
Nel giro di pochi mesi, però, viene trasferito a Poste Tributi, un'altra società del gruppo, e lo stipendio lievita a 180mila euro. Lo scorso maggio, poi, un altro trasferimento (questa volta a Poste) spinge lo stipendio a 200mila euro. Secondo il Fatto Quotidiano, sarebbe stato "proprio Francesco Caio, l'uomo scelto da Matteo Renzi per risanare le Poste, a vistare per l'occasione l'ennesimo aumento".

Se la ricostruzione di questi fatti dovesse andare in onda, Alfano sarà pronto a trascinare la Gabanelli in tribunale. "Compito del servizio pubblico nazionale - ha ricordato - è quello di informare, non creare tesi diffamatorie".

Licenziato il migrante siriano sgambettato da una reporter: "È uno sfaticato"

Claudio Cartaldo - Lun, 17/10/2016 - 09:17

Osama Abdul Mohsen, il migrante siriano sgambettato da una cameraman ungherese, licenziato dalla società di calcio che lo aveva assunto



Ricordate Osama Abdul Mohsen, il migrante siriano sgambettato da una cameraman ungherese mentre fuggiva dalla polizia? Dopo essere stato assunto da una squadra di calcio spagnola, è stato licenziato per "scarsa produttività".

La storia del migrante sgambettato

Le immagini della sua vicenda avevano girato il mondo. Un anno fa a Roske, Osama (52enne siriano) è con il figlio Zaid (7 anni) e sta fuggendo dall'arresto della polizia che vuole impedire ai migranti di valicare il confine con la Serbia. Petra Làzlò è lì come giornalista e filma tutto. Fino a che non decide di sgambettare uno di quei profughi che sta correndo sui campi rincorsi dagli agenti. Un collega riprese con una videocamera quello sgambetto che fece il firo del mondo.

n seguito a quell'episodio Mohsen, che nel suo Paese faceva l'allenatore di calcio, è stato invitato dal Real Madrid per una foto di rito ed è stato assunto da Angel Galan, presidente di una scuola di allenatori di Canafe. La giornalista, invece, viene licenziata e indagata per "disturbo dell'ordine pubblico". Dopo un anno da quell'inaspettato lavoro, però, per Osama è arrivato il licenziamento. Perché? Galan ha spiegato così la sua scelta di non rinnovare il contratto al migrante: "Osama è uno sfaticato - riporta il Corriere - Arriva in ufficio, accende il computer e non fa altro. Per un anno gli abbiamo passato lo stipendio ma non possiamo più pagare uno così improduttivo. Non ha nemmeno imparato lo spagnolo".

Insomma, ottenuto il lavoro s'è seduto sugli allori. Il datore di lavoro ha detto che se imparerà la lingua e se dimostrerà di voler lavorare, magari ci ripensa. Per ora Osama dovrà fare gli scatoloni e cercare un'altra occupazione. Lui si è difeso così: "Non mi hanno rinnovato il contratto senza spiegarmi il motivo. Tra un mese mi raggiungerà la mia famiglia e sono senza lavoro, in una situazione difficile. La scuola ha avuto un enorme ritorno dal mio caso".

Al momento, però, non lascerà la Spagna.

La notte dei migranti alla Stazione di Milano, dove l’emergenza è continua (e prevedibile)

La Stampa
thea scognamiglio

Lo spazio dovrebbe accogliere 150 persone, venerdì notte ne ospitava 730



Ieri sera al Hub Stazione Centrale, si temeva una guerra. Nella notte di venerdì 730 migranti hanno dormito in uno spazio che dovrebbe ospitarne 150, una situazione sanitaria ritenuta insostenibile dai tecnici dell’Ats. Il sovraffollamento non rendeva possibile il controllo delle malattie infettive; scabbia, varicella, scarlattina non sono problematiche gestibili in queste condizioni. Anche adesso, l’aria dentro alle gallerie coperte è irrespirabile, le brandine blu del comune coprono ogni centimetro di spazio. Stasera solo donne e bambini avranno il permesso di dormire qui. Non più di 500 persone, ordine dell’assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino.


LAPRESSE

Dentro quello che una volta era il deposito merci della stazione centrale, belle donne africane si fanno le treccine, qualcuno dorme, mentre fuori centinaia di uomini in fila al freddo aspettano di entrare, qualcuno di loro si stringe dentro una coperta di alluminio, ricordo del recente viaggio in nave.Fuori dai quattro tunnel coperti dell’Hub, si sentono urla in arabo, in inglese, in lingue che nemmeno gli operatori di Arca possono comprendere. Sarà difficile spiegare agli uomini che non possono più dormire qui.

Per questa ragione, dall’altra parte della strada, stazionano quattro macchine della polizia locale, e una camionetta della polizia di stato. In caso di disordine solo il reparto mobile è attrezzato a intervenire. Sono otto uomini, che dovrebbero affrontarne 150. «Ma sono buoni loro, non vogliono disordini, vogliono solo un posto tranquillo dove poter andare avanti con le loro vite», commenta un agente della polizia.

La maggioranza dei profughi presenti in Italia adesso arriva dalla Libia, dove ha subito trattamenti indegni di un essere umano, torture, stupri. Le donne spesso, prima di partire, si fanno potenti iniezioni di ormoni, per non rimanere incinte nelle violenze che sanno già che dovranno subire nel loro lungo viaggio. Il nervosismo degli operatori di Arca qui deve sembrar loro niente. I ragazzi di Arca sono sempre presenti qui, e oggi sono tesi, stanchi.


ANSA

A pranzo hanno distribuito 2000 pasti, tre ore di incessante distribuzione. «Duemila pasti! Duemila!», dice Amina, operatrice sociale «e non siamo riusciti a dare da mangiare a tutti». Pulman e pulmini vanno avanti e indietro dalla via chiusa, portando i migranti in altri centri. Ad alcuni di loro toccherà il Palasharp, una tensostruttura senza riscaldamento ne docce, dove dovranno «solo dormire» spiega il presidente di Arca, Alberto Sinigallia. Questo spazio al Palasharp è normalmente utilizzato dalla comunità musulmana di Milano per pregare, il venerdì.



Ogni giorno alla stazione centrale di Milano arrivano un centinaio di migranti, che prima della chiusura delle frontiere, erano solo di passaggio. Hub funzionava come una porta girevole negli aeroporti. Una porta che adesso si è inceppata. I transitanti possono anche rimanere qui in attesa per mesi, o di passare la frontiera, o di registrarsi come richiedente asilo. Come richiedenti asilo avranno diritto a un posto in un vero centro di accoglienza, e all’assistenza sanitaria. Con la richiesta di asilo, questi uomini nel deposito merci della stazione, riceveranno gli stessi diritti di un cittadino italiano.

Ma le attese in prefettura sono lunghe. Per i diritti bisogna fare la fila, come per il pranzo, le docce, e tutte le risorse inadeguate ai numeri di adesso.



Una pianificazione dell’accoglienza non sarebbe impossibile qui al Nord. Da una settimana si sapeva degli 11mila sbarcati in Sicilia. Quella di adesso è un’emergenza prevedibile e prevista. A mezzanotte la strada è quasi vuota, tre ragazzini giocano a calcio con una bottiglietta vuota, altri fanno la lotta: sono i minori non accompagnati, uno dei problemi più difficili da gestire qui all’Hub. Ogni minore presente sul territorio cittadino è responsabilità del Comune, e dovrebbe avere essere accolto ed accompagnato alla maggiore età in una comunità. I centri però sono saturi e più di cento ragazzi come quelli che adesso giocano in strada sono incastrati qui all’Hub.

Ogni giorno vengono portati dalle associazioni alla sede del Comune di via Dogana per una assegnazione. Ogni giorno vengono rimbalzati al giorno seguente, e via Dogana adesso viene chiamata dagli operatori «via Domani». Piano piano le file fuori dall’hub si smaltiscono, e tutti hanno trovato un posto per dormire. È l’una e mezza di notte, e per strada non c’è più nessuno quasi. Solo Sinigallia si aggira in sandali e il sorriso tranquillo di chi è riuscito a non chiudere nessuno fuori, neanche stanotte.

E la compagna Camusso ​festeggia con le ostriche

IlGiornale - Lun, 17/10/2016 - 09:22

La segretaria della Cgil è libera di spendere come le pare il suo tempo libero. Ma andate a dirlo a un metalmeccanico...



Dal caviale alle ostriche il passo è stato brevissimo. Ecco la barricadera Susanna Camusso pizzicata - come un vip qualunque - sulla spiaggia di Santa Severa, a nord della Capitale, mentre festeggia (la mancia dispensata da Renzi sulle pensioni nella manovra finanziaria?) al ristorante «Isola del pescatore».

Niente di male, ovviamente, la segretaria della Cgil è libera di spendere come le pare il suo tempo libero. Ma andate a dirlo a un metalmeccanico...

Foodora e gli altri: i mille volti della “gig-economy”

La Stampa
federico guerrini

Come Uber, non si tratta di sharing economy ma di economia on demand. È un settore in divenire, dove convivono regole e modelli diversi, e non è sempre facile distinguere buoni e cattivi



È la notizia che tiene banco in questi giorni: lo sciopero dei fattorini della startup Foodora, pagati 2 euro e 70 centesimi a consegna. È come se si fosse rotta una corda tesa da tempo: proporre a dei lavoratori di smazzarsi chilometri in bicicletta per una paga così miserevole, ha fatto saltare il tappo sulle contraddizioni della “sharing economy”.

Chiariamo subito: parlare di sharing economy per Foodora (come per Uber) è improprio. Più corretto sarebbe parlare di gig-economy o economia on-demand. Però, un po’ come accaduto per il termine hacker (usato spesso in senso malevolo al posto del più corretto cracker) l’espressione è entrata nell’uso comune per indicare tutti quei lavori proposti da piattaforme di intermediazione digitale, caratterizzati retribuzioni spesso assai basse e assenza di garanzie, ma anche dalla possibilità di potersi organizzare autonomamente e scegliere quanto e quando lavorare.

L’autista di Uber o il fattorino di Foodora sono solo i casi più noti, ma ce ne sono molti. Alcuni anche paradossali. Giovanni Prati ad esempio, nei giorni di Expo Milano faceva l’autista di risciò. Pedalava scarrozzando turisti in giro per la città su un mezzo che esibiva uno striscione pubblicitario. «In pratica un privato pagava per mettere la pubblicità sui risciò e il driver andava in giro per Milano e in teoria non poteva trasportare nessuno.

In realtà noi lo facevamo, perché la legge non lo proibiva, c’era semplicemente un buco – racconta». Il paradosso è che finché era tutto in nero, il sistema in qualche modo funzionava. «Portavo a casa anche 100 euro al giorno se trovavo il turista giusto – spiega Giovanni - E mi tenevo tutto io, senza scontrino, senza fattura, senza nulla. L’imprenditore che possedeva i risciò guadagnava con la pubblicità e prendendo 10 euro ad affitto mezzi da noi driver tutti i giorni».

Questo accadeva prima dell’Expo. Poi il servizio viene segnalato e temporaneamente sospeso, in attesa di chiarirne gli aspetti normativi. Quando riapre, regolarizzato, le condizioni sono diverse. Ora i driver vengono pagati a voucher, un compenso fisso di 39 euro lordi al giorno, indipendentemente dal numero di trasporti effettuati. «Io ne facevo molti, sempre più di 5 al giorno, perché odio stare fermo. E arrotondavo con le mance – dice Giovanni». Quindi attorno agli 8 euro a trasporto, non moltissimo, ma nemmeno a livello infimo. «Ma c’era gente che stava seduta a fumare tutto il giorno che i 39 lordi gli andavano benissimo. L’obiettivo dell’imprenditore, da quello che ci diceva, era in futuro di passare a un pagamento a cottimo, a trasporto».

Quella di Giovanni e dell’azienda per cui lavorava, quindi, è una vicenda molto diversa da Foodora, pur appartenendo allo stesso filone della gig-economy; una vicenda in cui è molto più difficile distinguere buoni e cattivi. I riflettori del resto si sono accesi sulla startup di consegna cibo a domicilio tedesca ma in quasi tutte le aziende di quel settore la condizione è molto simile sotto il profilo dell’assenza di inquadramento previdenziale e assicurativo (da malattie e simili) dato che i fattorini non sono considerati dipendenti e, sottolineano le società, «possono scegliere liberamente se effettuare una consegna o meno».

Quello che cambia, un po’, sono i compensi e il tipo di rapporto che si stabilisce con il collaboratore. Foodracers, una startup di Treviso molto attiva in Triveneto, ad esempio, afferma di fare semplicemente da tramite fra i clienti che vogliono ordinare e i fattorini. I fattorini infatti vengono pagati direttamente dal cliente, e il compenso può variare da un minimo di 2,5 euro a 6 euro, a seconda della distanza. Deliveroo (come del resto altre startup) sul sito istituzionale, non fornisce i compensi dei fattorini, che dovrebbero comunque aggirarsi attorno a 7 euro orari. Nel Regno Unito però, dove la startup è nata, sta gradualmente cambiando politica, avvicinandosi al modello Foodora, passando da un pagamento orario di 7 sterline (più una per la consegna) a un pagamento a cottimo di 3,75 pound a spedizione.

Fatte le debite proporzioni e considerando il costo della vita di Londra, dove è in corso un test col nuovo sistema, un ammontare non molto diverso da quanto proposto da Foodora in Italia. Che, per cercare di calmare gli animi e sedare la protesta, ha aumentato i compensi a cottimo da 3 a 4 euro lordi.

Filadelfia 1926-2016, I novant’anni dello stadio del mito

La Stampa
gian paolo ormezzano

Riti e ricordi del Grande Torino che conquistò l’Italia



Lo stato attuale dei lavori del glorioso stadio del Grande Torino in via Filadelfia
È molto difficile scrivere del Filadelfia, che ri-ri-ri-rinasce domani con una cerimonia particolare, molto «parlata», senza provare commozione ed emozione, nel caso (come di chi scrive) felice e comunque prezioso di tanti ricordi e di sentimenti vissuti alla grande su quegli spalti. È persino facile sorridere (per qualcuno, arido, addirittura ridacchiare) pensando alle acrobazie eseguite da persone giuste e no intorno al contorto e cangiante progetto di ricostruzione, diluito per anni e anni fra ipotesi di dismissione, rifacimenti provvisori e parziali, abbandoni lunghi e ricorrenti di idee e di speranze, sino alla demolizione dell’impianto. Una gran folla di tifosi dolenti, appassionati roventi, presidenti granata sinceri, presidenti calcolatori, giornalisti sapienti, architetti rampanti e gnomi parlanti si è accalcata intorno al Fila, e poi alle sue macerie, sino a che finalmente si è fatto sul serio, et voilà, ci siamo quasi.

Le date principali calcioedilizie sono queste: 17 ottobre 1926 inaugurazione, Torino-Fortitudo Roma amichevole 4 a 0, 15.000 spettatori; 15 maggio 1963 ultima partita, Torino-Napoli 1 a 1; 19 luglio 1997 demolizione definitiva. Lo stadio, che era arrivato ad ospitare 30.000 persone ottimamente insardinate fra gradinate e tribuna in legno e ghisa, che aveva patito i bombardamenti, che aveva vissuto una partita con sparatoria fra partigiani e repubblichini, si era ammalato di fisiologico degrado progressivo, complicato anche da occupazioni abusive, uomini e gatti e cani, e intanto rallentato da sacrifici di persone speciali: guardiane simpatiche e devote, e poi grandi teneri pulitori volontari di erbacce eccetera (gli «angeli del Fila», vennero giustamente chiamati), e anche tifosi che compravano mattoni per finanziare i lavori, e televisioni che visitavano, ricordavano, proponevano. Ad un certo punto l’impianto fu scoperto anche come posto pericoloso di amianto, ne sa qualcosa l’allora sindaco Diego Novelli, granata vero. Puntuali anche i riferimenti alla nemesi cosmica, che ora si dice sfiga: quando il Toro lasciò il Fila per il Comunale andò, prima volta, in serie B.

Sono stati mantenuti in piedi precari pezzi/testimoni del Fila, parenti stretti dei ruderi. Sono state organizzate assisi di popolo granata sull’erba calpestata da Valentino Mazzola. Sono stati annunciati ed anche stilati e poi disfatti infiniti progetti dall’ascetico al faraonico. Intanto quelli che avevano visto giocare al Fila il Grande Torino imbattuto per cento partite diventavano pochi, la falce del tempo li toglieva di mezzo. Chi scrive ha visto tutte quelle partite in cambio, con il padre, di nessunissima assenza a scuola, cose da poveri matti di una volta, e si rammenta anche di esodi di informatori da una porta all’altra, magari per far sapere, da dietro la rete, al portiere ospite cosa stava intanto facendo sua moglie. Il Fila non sarà mai più quello di prima, ma sta per essere consegnato al culto dei tempi nuovi qualcosa di degno. A chi tiene uno di quei mattoni, da sottoscrizione o da demolizione, come reliquia, offriamo Brecht esule, che diceva: «Io sono quello che con sé porta sempre un mattone per mostrare al mondo come era stata un giorno la sua casa».

Cetrioli di metallo e altre 11 meraviglie nascoste di Salisburgo

La Stampa
marina palumbo

Tour guidato a piedi per il centro, in sotterranei segreti e stanze poco conosciute dove scoprire lo spirito e l’eredità culturale della città, tra danze macabre, numeri di Fibonacci e spiriti elevati di grandi artisti



C’è un percorso a Salisburgo che non in molti conoscono e, seppure vi sarà capitato di addentrarvi nella città vecchia e di incontrarne alcune tappe, potreste non saperne molto di più. E invece vale la pena di seguire il filo rosso di questo racconto per tappe, particolarmente se avete già esplorato il centro e cominciate a conoscerne la storia , da Mozart a Jedermann. La Salzburg Foundation, in collaborazione con La Foundation for Art and Culture Bonn, ha infatti chiesto a 12 artisti contemporanei famosi nel mondo di immergersi nell’anima e nello spirito di Salisburgo e tradurlo un’opera d’arte.

O meglio, in qualcosa che permettesse alla città e ai suoi abitanti, così come ai turisti, di coglierne l’essenza, la cultura, insieme al le riflessioni e agli insegnamenti di tutti coloro che nei secoli vi avevano vissuto, creando quel patrimonio culturale dell’umanità, quel lascito che la città ancora è. Un po’ come se potessimo, noi nati solo dopo generazioni di vite, conoscenze, fatiche dell’uomo, ergerci sulle spalle dei grandi che ci hanno preceduto e, forse, così facendo, rendere le nostre esistenze un po’ più elevate, un po’ più ispirate. E dunque, dal 2002 al 2011, di anno in anno Salisburgo ha visto apparire una nuova opera d’arte in spazi pubblici, visibili o meno visibili, del centro cittadino. 
Ecco la nostra guida per scoprire anche quelle più nascoste.



1 - Anselm Kiefer - “A.E.I.O.U.” 2002
Furtwanglerpark, di fronte alla Festival Hall



Per vedere “A.E.I.O.U.” dovete entrarci dentro: è una stanza apparentemente caduta dal cielo nella piazza, moderna in mezzo a palazzi antichi, un cubo bianco al cui interno tre impressionanti pareti dialogano l’una con l’altra. La parte più d’effetto è l’immenso scaffale contenente 60 libri in piombo tra i quali sembrano crescer gli sterpi. Sulla parete di fronte alla porta, troverete invece l’iscrizione che dà nome all’opera. La sequenza di vocali era un simbolo usato dall’imperatore Friedrich III e faceva riferimento al suo segreto piano imperialistico: “Austria Est Imperare Orbi universo” (spetta all’Austria regnare sul mondo). Sulla terza parete, trova posto un quadro di grande formato ispirato a un poema di Ingeborg Bachmann.

2 - Mario Merz - “Numbers in the wood” 2003
Mönchsberg, vicino al Museo di Arte Moderna



L’italiano Mario Merz ha scelto la montagna di Mönchsberg per la sua installazione. A forma di igloo, si trova parzialmente nascosta dagli alberi, vicino al belvedere che guarda sulla città. È costruita con 12 tubi di acciaio, alta 7 metri, e porta su di sè 21 numeri al neon che brillano su Salisburgo nella notte. Il titolo, “Numeri nel bosco” si riferisce alla serie numerica sviluppata dal matematico Fibonacci, una serie che rappresenta il tasso di propagazione delle forze fisiche. Merz immagina i numeri, che sembrano spuntare dagli archi d’acciaio come una evocazione della crescita di “foglie”, a rappresentare l’eterno processo dell’evoluzione.

3 - Marina Abramovich - “Spirito di Mozart” 2004
Staatsbrücke


Una enorme sedia alta 15 metri, circondata da altre otto che i passanti sono invitati ad usare. Le sedie sono un invito a sedersi quietamente e contemplare un punto della città che pulsa di attività. Marina Abramovich spiega: «Nel cuore di Salisburgo, frenetico di attività, volevo creare un luogo di contemplazione e dedicarlo allo spirito di Mozart. Lo spirito è qualcosa d’invisibile, ma se gli attribuisci una collocazione, l’invisibile diventa visibile. Chiunque si sieda e pensi abbastanza a lungo potrà entrare in connessione con forze invisibili».

4 - Markus Lüpertz - “Hommage to Mozart” 2005
Ursulineplatz, di fronte alla chiesa di St. Mark’s



Markus Lüpertz ha creato una figura alta 2 metri e 95, in bronzo, che combina elementi maschili e femminili, oltre ad alcuni distintivi di Mozart, come il codino. La statua è nuda, in una posa classica, proprio di fronte alla chiesa, quasi a sfidarla. L’opera tenta di evocare l’estro, la trasgressione e lo spirito contraddittorio che caratterizzarono la vita del genio.

5 - James Turell - “Sky-Space” 2006
Mönchsberg, vicino al Museo di Arte Moderna



L’artista americano James Turell ha creato uno “Sky-Space” a Mönchsberg, cioè uno spazio walk-in dalla forma di un cilindro a base ellittica, aperto al cielo sulla sommità. La luce diurna e i suoi cambiamenti al tramonto creano all’interno dei giochi d’illuminazione che diventano parte integrante dell’architettura, creando effetti visivi simili a quelli di un trompe l’oeil. L’idea è di creare un gioco d’interazioni tra natura, architettura e tecnologia.

6 - Stephan Balkenhol - “Sphaera”, “Woman on the Rock” 2007
Kapitelplatz e Toscaninihof



Se vi aggirate per il centro, l’enorme palla dorata non può esservi sfuggita. L’opera è alta nove metri e rappresenta una figura maschile in piedi sulla sfera con un’espressione neutra, come neutra è l’espressione della figura femminile incastonata nel muro del Toscaninihof. Tra le molte interpretazioni, quella più credibile e interessante sembra essere un riferimento all’”uomo qualunque”, quello “Jedermann” della rappresentazione in scena ogni anno dal 1920 al Festival di Salisburgo, a sua volta basata su tradizioni medievali e su un tema come la danse macabre molto presente anche nelle decorazioni delle chiese.

7 - Antony Cragg - Caldera 2008
Makartplatz



L’artista inglese Antony Cragg ha installato in Makartplatz una scultura alta cinque metri, le cui strutture ricordano visi umani con le storiche parrucche settecentesche dei tempi mozartiani. Girando loro attorno, la prospettiva dello spettatore cambia, mostrandogli offrendo l’impressione di un’interazione tra questi personaggi in bronzo, che come ad un ballo, si avvicinano, si bisbigliano all’orecchio, per poi procedere verso altri invitati. Il titolo, “Caldera”, con il suo riferimento a un vulcano, allude alla ricerca materica dell’artista, ma anche alla forma a conca di Salisburgo stessa.

8 - Christian Boltanski - “Vanitas” 2009
nella cripta della Cattedrale



Questa è probabilmente l’opera più nascosta di tutte, ma anche una delle più suggestive, con i suoi richiami al memento mori che permea le decorazioni della chiesa, tra ossa incrociate, teschi e figure ammantate dalla lunga falce.

Il cattolicesimo qui si esprime appieno nella sua tradizione medievale e rinascimentale, tesa a riportare alla vera fede le pecorelle smarrite dopo Lutero, oltrechè a ricordare ai potenti che il tempo si consuma e si estingue anche per loro, portandoli inevitabilmente davanti al giudizio eterno. Insomma, un modo dei principi arcivescovi che governarono Salisburgo per stabilire chiaramente le gerarchie di obbedienza.

L’opera è una “Danse Macabre” e sfrutta il tremolare delle fiammelle per creare un incredibile movimento di ombre inquietanti, mentre poco più in là, sulla parete ricurva, passa l’ombra dell’angelo della morte, accompagnato da una voce femminile che incessantemente scandisce l’ora.

9 - Jaume Plensa - “Awilda” 2010
nel cortile della vecchia Residence, dove oggi c’è L’Università



La splendida testa in marmo bianco spagnolo creata dall’artista catalano Jaume Plensa è alta cinque metri. Immobile nella sua serenità tra il via vai di studenti universitari, è insieme composta e imponente. È composta da 20 lastre separate che conferiscono un movimento naturale al volto, grazie all’oscillare delle lastre in un movimento a spirale. Il nome richiama la storia, o più probabilmente dovremmo dire leggenda, di una pirata scandinava.

10 - Erwin Wurm - “Gurken” 2011
Furtwanglerpark



Ingrandendo la sua scultura in bronzo di cinque cetrioli fino a raggiungere la dimensione umana e creando l’impressione che crescano direttamente dall’asfalto, l’austriaco Erwin Wurm punta a trasfondere in oggetti ordinari una supposta individualità. Insomma, sembrano un po’ umani, questi cetrioli, e offrono dei richiami anche all’opera di Balkenhol, in cui ugualmente in piedi sulla sfera si trova l’uomo, a rappresentazione forse, anche della sua solitudine. Su un altro livello di lettura, c’è un tratto ironico e parodistico che non può sfuggire all’osservatore, nello scegliere un prodotto così popolarmente comune sulle tavole austriache - nella sua versione sottaceto - ed elevarlo a simbolo umano.

11 - Manfred Wakolbinger - “Connection” 2011
lungo Rudolfskai



L’austriaco Wakobinger ha piazzato la sua opera sul lungofiume, tra le mura antiche e i ponti che portano al centro della città. Il movimento sinuoso del metallo è teso a emulare le movenze del fiume, con riferimento alla grande abbondanza d’acqua che caratterizza questa zona dell’austria. Le forme che ricordano uno strumento a fiato celebrano la tradizione musicale salisburghese.

12 -Brigitte Kowanz - “Beyond Recall” 2011
sullo Staatsbrücke, il ponte principale di Salisburgo



Di grande effetto, soprattutto al calar del sole, l’opera “Beyond Recall” dell’austriaca Brigitte Kowanz è posizionata ai quattro angoli del ponte principale. È costituita da cubi semitrasparenti specchianti con all’interno scritte al neon realizzate sulla base della calligrafia dell’artista: “Beyond Recall” (Oltre il Ricordo), “Envision” (Immaginare) e “Dedicated Secret” (Segreto Dedicato). I cubi contengono anche un testo, vero elemento fondante del lavoro, in memoria delle centinaia di prigionieri di guerra e lavoratori forzati che costruirono il ponte tra il 1941 e il 1945. 

Quei ragazzi del '56 salvati dai preti di Bologna

Eleonora Barbieri - Lun, 17/10/2016 - 08:32

Dall'archivio della diocesi riemergono documenti che narrano l'odissea dei profughi scappati da Budapest



«Di fronte al martirio dell'Ungheria, possiamo noi essere assenti?». Il 4 novembre del 1956 il cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, durante la Messa invita i fedeli a pregare per la Chiesa e il popolo ungherese.

Ricorda le parole che arrivano dal Paese, dove la rivoluzione scoppiata il 23 ottobre si è trovata di fronte i carri armati sovietici: «Moriremo per la libertà dell'Ungheria. Moriremo per la libertà dell'Europa». Dice il cardinale: «Noi non possiamo essere indifferenti di fronte a questo dramma. Non sarebbe umano, non sarebbe cristiano». Quel giorno la Chiesa bolognese osserva il lutto. Ma già nella celebrazione del 28 ottobre e nella «Notificazione» all'Arcidiocesi, intitolata Soccorsi per l'Ungheria, il cardinale Lercaro aveva sollecitato i concittadini a pregare, certo, ma anche ad aiutare «generosamente» l'Opera diocesana di assistenza nella «meravigliosa opera di carità» verso gli ungheresi.

L'impegno della Chiesa bolognese emerge in alcuni documenti dell'archivio della Diocesi, riportati alla luce in occasione del 60° anniversario della rivoluzione ungherese, celebrato sabato con una serata d'onore e un concerto a Palazzo Magnani a Bologna. Patrocinata dall'Ambasciata d'Ungheria in Italia, l'iniziativa è nata «dagli ultimi profughi e dai loro figli» spiega Filippo Farkas. In Italia furono ospitati 3.480 rifugiati. Ne rimasero «circa trecento» dice Farkas, dei quali «venticinque studenti e due giovani docenti, grazie alle borse di studio e a due contratti» dell'università di Bologna. Fra essi suo padre János Farkas e László Molnár, che l'altra sera ha raccontato la sua esperienza, così come il suo amico Iván Plivelic, che ha presentato il filmato La mia rivoluzione.

Molnár e Farkas sono alcuni dei «ragazzi di Lercaro»; all'inizio, quando non parlano italiano, comunicano grazie al latino, che il ventunenne Farkas aveva studiato in seminario a Szeged. È da lì che è fuggito. Con altri sei compagni, Farkas attraversa il confine jugoslavo a bordo di un vagone merci; ma la polizia di Tito li scopre e finiscono tutti in un campo di concentramento. János Farkas trascorre lì quaranta giorni, quasi senza mangiare, fumando e basta (morirà a 68 anni di cancro ai polmoni), senza potersi lavare, tanto che le solette delle scarpe si attaccano ai piedi e perdendo quasi tutti i denti, fino a che la Croce rossa può entrare nel campo, e Farkas viene portato a Milano Marittima.

È la prima volta che vede il mare. Le solette delle scarpe si scollano dai suoi piedi mentre cammina lungo il bagnasciuga, finalmente libero. A Bologna comincia una nuova vita: si laurea in veterinaria, si sposa, e torna nel suo paese solo nel '93. Anche il suo amico László Molnár rimane in Italia: laurea in ingegneria elettronica, lavoro a Bologna, tre figli, tre nipoti. Nel '56 ha 25 anni. Espulso dall'università, lavora in fabbrica e canta a Szeged: è lì che vengono stilati i «dodici punti» da portare alla radio, a Budapest.

Molnár è in piazza nei giorni della rivoluzione, fa la spola fra Szeged e Budapest, e quando viene a sapere che stanno arrivando le divisioni corazzate sovietiche scappa con tre amici: attraversano il confine jugoslavo e finiscono in un primo centro profughi; poi, caricati di notte su un treno e su dei camion militari, arrivano in una specie di «campo». Sono spogliati e cosparsi di Ddt, dormono in quaranta in una stanza, ma dopo un mese possono chiedere di venire in Italia. «Così ci caricano su un altro camion, verso l'Occidente» ricorda Molnár. «Al confine con l'Italia abbiamo cominciato a correre... I soldati jugoslavi ci gridavano che era tutto a posto, ma noi correvamo. Di là ci aspettavano dei soldati italiani con due bottiglie di Chianti pessimo: fu il primo brindisi».

A Bologna, dice Molnár, i «ragazzi del '56» trovarono «una città divisa a metà», tra la roccaforte del Pci (Padre Toschi li portava in giro nei paesini della provincia e li «indicava» come «quelli che voi cari compagni chiamate reazionari, lacché dei capitalisti e nemici del proletariato»...) e «l'altra parte della popolazione, cristiana, dal centro alla destra, che ci ha dato tanto aiuto e ai quali ancora siamo grati». Anche lui ha aspettato gli anni Novanta per tornare in patria. «Sia chiaro: pensavo che non sarei mai più potuto tornare».

Roma, la Porta Magica di Piazza Vittorio

La Stampa
flaminia giurato (nexta)

E' conosciuta anche come Porta Alchemica l'ingresso del laboratorio esoterico del marchese che ricercava la pietra filosofale


La Porta Alchemica di Piazza Vittorio

Abitanti e turisti sanno bene che Piazza Vittorio Emanuele è una delle piazze non solo più vaste ma anche più animate di Roma. Situata nel Quartiere Esquilino e racchiusa da grandi palazzi e contornata da una serie ininterrotta di arcate dove si susseguono una miriade di negozi, per lo più gestiti dai membri della numerosa comunità cinese. Al centro della Piazza c’è un giardino alla cui estremità settentrionale svettano le rovine del ninfeo di Alessandro Severo, risalenti al III secolo.

Durante l’età imperiale molti romani ricchi possedevano tenute appena fuori città che disponevano anche di condutture idriche. La tradizione di edificare grandi ville nel quartiere riprese anche nel periodo rinascimentale. Nella metà del Seicento il marchese di Pietraforte, Massimiliano Palombara, era proprietario della villa omonima. Il marchese era appassionato di scienze esoteriche ed egli stesso faceva esperimenti e finanziava un certo numero di alchimisti incontrandoli spesso nella villa, che era provvista di una piccola dependance separata usata come laboratorio.

Leggenda narra che un giovane medico ed alchimista milanese di nome Giuseppe Borri si unì al circolo della villa e, finanziato dal marchese, condusse diversi esperimenti per trovare la pietra filosofale che gli avrebbe permesso di trasformare la materia in oro. Ma quando l’Inquisizione papale si mise sulle sue tracce dovette partire improvvisamente lasciando un certo numero di pergamene con le complesse formule che nessuno era in grado di decifrare. Fu cosi che Massimiliano Palombara le fece incidere sulla porta d’accesso del suo laboratorio.

Quando Roma divenne la Capitale d’Italia Villa Palombara fu demolita per i lavori di costruzione del nuovo rione Esquilino. L’unica parte che si salvò fu proprio il portale d’accesso del laboratorio, oggi conosciuto come Porta Magica di Piazza Vittorio. Si presenta come un piccolo portale murato contornato da uno stipite di pietra bianca dove si vedono ancora i simboli alchemici. La porta è affiancata da due bizzarre statue che rappresentano una divinità egizia chiamata Des, venerata a Roma durante l’età imperiale. Le statue, però, non facevano parte della collezione del marchese Palombara, ma furono aggiunte successivamente.

Clandestini, arroganti, violenti, delinquenti

Nino Spirlì



Stufi! Siamo stufi, noi Italiani, di questa falsa e smielata fratellanza istituzionale nei confronti dei milioni di invasori senza dio, senza legge, senza rispetto, senza regole, senza punizioni esemplari. Clandestini invasori, occupano le nostre terre senza colpo ferire e ne diventano padroni spavaldi e arroganti col beneplacito della legge. Della nostra Legge.

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Tentano di farci sentire a disagio a casa nostra, sulle nostre piazze, per le nostre strade, nelle nostre chiese. Perfino nelle corsie dei nostri ospedali, nei viali silenziosi dei nostri cimiteri. Nelle aule scolastiche, negli uffici pubblici. Si appropriano anche dell’aria che respiriamo. Ci fottono le case se, poco poco, partendo per una vacanza o un ricovero in ospedale, non ne muriamo le porte e le finestre. Ci scippano l’assistenza pubblica, gli studi, gli alloggi popolari, il lavoro. Anche la povertà!

Già, la povertà! Un nero, uno zingaro, un siriano, un bengalese, un pakistano dominano i primi posti anche nella piramide della povertà, in Italia. Per cui, se sei senza casa, senza lavoro, senza famiglia, senza speranza, ma italiano, devi andare in fondo alla fila e aspettare che i finti poveri clandestini, furbacchioni e manigoldi, abbiano ricevuto tutto l’aiuto di cui dicono di aver bisogno. A te, al limite, arriverà una pacca sulla spalla, o una foto su un giornale (di Destra).

Stufi, siamo. Stufi! Di questo maltrattamento che riceviamo quotidianamente, se, poco poco, ci azzardiamo a denunciare soprusi o, addirittura, violenze perpetrati da questa marmaglia senza mèta e senza futuro. Vagabondi e scansafatiche, ladri e stupratori, assassini e papponi mantenuti e coccolati in base alle regole di un codice di cui ci sfugge la civiltà. Una vergogna europea, sì, voluta da chissà quale gruppo di potere occulto, ma che sta entrandoci nelle carni, a noi Italiani, come fosse naturale. E naturale non è affatto.

Non è naturale che, dopo secoli di “culo”, di fatiche immani dei nostri antenati, arrivino questi gommoni carichi di nuovi saraceni, finti profughi che tornano per le vacanze nei loro Paesi appena fanno due soldi in casa nostra e a nostro danno, finti bisognosi con smartphone in tasca, ubriachi del sogno italiano rapito con le parabole televisive montate anche sui tetti di banano delle loro capanne di merda di vacca, e ci fottano, arroganti, il presente e il futuro.

Non è naturale che i nostri giovani, professionisti serissimi con tanto di studi alti e preparazione invidiabile, siano costretti ad emigrare in Australia a raccogliere piselli o a Playa del Carmen a fare i camerieri nei villaggi vacanza o a Miami a dar via il culo come le puttane di Salon Kitty, mentre queste stivate di nuovi schiavi vengono scaricate nei nostri porti e insignite della legion d’onore per la traversata del Mediterraneo, garantite di tetto e pasto caldo e anche paghetta.

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No, naturale non è, se ad un bracciante della Piana di Gioia Tauro viene preferito un immigrato al quale non si pagano contributi e salario decente. Non ci fossero loro, si lavorerebbe seriamente, legalmente, di più e meglio.Lo Stato, però, pur di venire bene in foto, fa finta di non sapere che il suo buonismo sta fortificando le mafie, che di questo schiavismo 2.0 si ingrassano.

L’Italia agonizza e i suoi medici giocano a dadi. Questa è l’immagine, triste e desolante, che si imprime come foto indelebile sulla carta geografica che rappresenta lo Stivale. Perché, mentre questo nostro Paese si scolora, i nostri amministratori ci giocano come posta durante una notte d’azzardo. E se taceremo, se non urleremo dal nostro letto di morenti, non avremo diritto nemmeno a una mano che ci chiuda gli occhi. L’educazione ed il quieto vivere ci annienteranno. Solamente il politicamente scorretto può, ancora, salvarci. La capacità di ribellarci e non consegnarci alle catene senza tentare una reazione.

Ora. O, forse, mai più.
Fra me e me, mai domo!

Erasmus, 5 consigli prima di partire

La Stampa
a.l.

Cosa mettere in valigia: le indicazioni pratiche

Valigia pronta per partire

Studenti fuorisede non si nasce, si diventa. E quando si decide di partire per l’estero con un progetto Erasmus, ci si sente spesso come il più precoce dei novellini. Andare fuori e vivere per un periodo di tempo in un Paese che non si conosce può essere una sfida sensibile per il nostro senso di comune adattamento. Nuovi amici, nuovi abitudini e soprattutto nuove immense sfide. Eppure la vita è un’avventura certo. Ed esperienze di questo tipo possono essere davvero formative. Anche senza la giusta preparazione. Quale esploratore impavido però affronterebbe l’Everest senza aver letto nemmeno qualche riga dalla sua guida? Appunto, nessuno. Ecco quindi 5 consigli di tipo pratico e intellettuale per chi sta per partire in Erasmus.

Tecnologia
Cosa portare che non può essere comprato all’arrivo e che è invece indispensabile? Sicuramente strumenti tecnologici come videocamera e fotocamera. Poi ovviamente il pc, utile per connettersi al mondo che lasciate e con il quale muoversi meglio attraverso il mondo nuovo che incontrerete. Più facile di così!
Abbigliamento
Vanno portati con sé i capisaldi dell’armadio. Ovvero quegli indumenti che per motivi economici o di affezione personale, difficilmente possono essere rimpiazzati. Per esempio il giaccone pesante o l’accappatoio da bagno. Mai dimenticarlo.
La propria musica
Quando percorrerete la nuova strada verso casa, in una diversa città, magari di notte, ci sarà bisogno della vostra playlist preferita. Non c’è dubbio. Quindi portate con voi la colonna sonora del cuore ovunque andrete presto.
Cibo
Capitolo molto importante ci rendiamo conto. Ma nessun bagaglio avrà lo spazio e la capacità di conservazione necessaria a ospitare tutta la vostra dispensa italiana. E poi è anche bello scoprire la gastronomia locale. Quindi portate con voi solo gli indispensabili: ovvero la moka e il parmigiano.
Orientamento linguistico
Un prontuario con i termini di base è consigliato per facilitare il primo approccio con la patria d’adozione. Meglio evitare le tipiche scene mute di fronte al barista perché non vi ricordate come si dice latte o brioche.

La biblioteca del referendum: i libri per capire la riforma

repubblica.it
di MARCO BRACCONI

Perché sì, perché no: una guida per scegliere in vista della consultazione del 4 dicembre
La biblioteca del referendum: i libri per capire la riforma
PER IL Sì
La biblioteca del referendum: i libri per capire la riforma

Una democrazia che decida. Arrivarci non significa smentire i padri costituenti, al contrario vuol dire prenderli alla lettera. Così la pensa il costituzionalista Stefano Ceccanti ne La transizione è (quasi) finita (Giappichelli, XXIV-96 pagine, 11 euro ), un libro breve ma denso di riferimenti al dibattito su sistemi istituzionali e scienza politica. Nella prima parte Italia e Francia sono allo specchio: il passaggio transalpino alla Quinta Repubblica è per l'autore esempio di una transizione riuscita. Per il nostro Paese, invece, la transizione non è mai finita. Perché? Ceccanti ripercorre i passaggi del Dopoguerra per dimostrare che gli stessi costituenti si erano posti i problemi che oggi la Riforma tenta di risolvere. A partire dalla "irrazionalità della doppia fiducia".

Si parla allora di una Carta concepita dagli stessi estensori come aperta, come dimostra la successiva storia dei cambiamenti tentati e falliti, compresi quelli subcostituzionali come le leggi elettorali. Nel libro è argomentato l'elenco degli interventi realizzati o solo ipotizzati, tutti in direzione della decisione a riprova di quella originaria "incompiutezza". Per il costituzionalista la Riforma non è dunque perfetta (non pochi sono i punti di criticità evidenziati), ma è certamente "ragionevole". Vale a dire capace di riportare alla fisiologia dinamiche oggi stravolte (anche) dall'eccessivo ricorso ai decreti e alle deleghe all'esecutivo. Taglio scientifico, ma con ampi riferimenti alla vita parlamentare. In chiusura i testi dei nuovi articoli che andremo a votare. In appendice i cambiamenti del sistema di voto con l'Italicum.

La biblioteca del referendum: i libri per capire la riforma

Un sistema vissuto da sempre come provvisorio. Tanto da far diventare la provvisorietà un alibi. È il presupposto di Italia, si cambia. Identikit della riforma costituzionale (Rubbettino, 201 pagine, 15 euro) che porta la firma del costituzionalista Giovanni Guzzetta. Dal Regno d'Italia e da una "democrazia dei partiti" che si è presto sovrapposta alla griglia istituzionale, il salto al dopoguerra: coalizioni forzate, trasformismo, bicameralismo "frenante". Un sistema figlio di uno spirito anomalo, plasmato per scansare la competizione e affidarsi invece alla collaborazione.

Come nel libro di Ceccanti, il viaggio nell'instabilità riparte dall'Assemblea Costituente e prosegue attraverso i tentativi di accentuare l'aspetto "decidente" della democrazia. Un esempio per tutti la cosiddetta legge truffa di De Gasperi, proprio in quest'ottica "riabilitata". Quasi la metà del saggio è una spiegazione dei meccanismi previsti dalla riforma, dagli iter legislativi agli interventi sul Quirinale, con una attenzione particolare alla chiarificazione del gioco di competenze tra Stato e Regioni. Guzzetta non nasconde la preferenza per il Sì ma non rimuove le obiezioni del No. In alcuni casi le confuta, in altri le registra. Tesi finale: la democrazia smetta di sentirsi transitoria e si definisca in relazione ai cambiamenti nel sistema politico. La lingua è scorrevole, dotta ma non specialistica. Nelle due appendici l'elenco delle nuove competenze. In chiusura gli articoli della Carta: testo vigente e testo modificato a fronte.

La biblioteca del referendum: i libri per capire la riforma

Un libro che invoca una "discussione pacata, perché se ciò non avviene perdiamo tutti". Carmine Donzelli lo ha affidato alle mani di uno storico, Guido Crainz, e a quelle di un giurista, Carlo Fusaro. Aggiornare la Costituzione. Storia e ragioni di una riforma (Donzelli, 198 pagine, 16 euro) si propone di far capire cosa andremo a votare smontando l'eccesso di enfasi che ha "sequestrato" la discussione. Un Sì con la lettera minuscola, dunque, e senza punti esclamativi. La prima parte, scritta da Crainz, è un compendio di storia della Repubblica, seguendo la rotta delle svolte (poche) e dei travagli (molti) della nostra vita istituzionale: dal clima del '47 agli anni Settanta, passando per Craxi, i referendum di Segni e l'impasse delle bicamerali.

Uno strumento di contesto che apre la porta alla seconda parte, firmata Fusaro, dove si illustrano le ragioni della riforma ma, soprattutto, si risponde alle obiezioni sulla legittimità e sul merito. In un dettagliato schema di tesi e antitesi il saggio affronta ognuno dei temi in campo, compreso il link con l'Italicum. Altrettanto approfondita, anche con la simulazione di scenari, la parte dedicata agli adempimenti successivi: regolamenti parlamentari in primis. La valutazione finale è positiva ma senza che ciò comporti alcuna palingenesi; la Carta non cambia, ma "si aggiorna". Nessuna palingenesi, solo "istituzioni probabilmente più efficienti". Il taglio è scientifico ma divulgativo. In appendice il testo vigente con a fronte i nuovi articoli.

PER IL NO
La biblioteca del referendum: i libri per capire la riforma

Il giudizio di Gustavo Zagrebelsky è una stroncatura senza se e senza ma. "Si rovescia la piramide della democrazia" e piuttosto che ad una riforma "siamo davanti ad una s-costituzione". Il costituzionalista e presidente emerito della Consulta ha scelto per la prima parte di Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali (Laterza, 145 pagine, 10 euro) uno schema "a specchio": ad ogni affermazione dei fautori del Sì corrisponde un "noi diciamo" che illustra il punto di vista di chi dirà No. Sono quindici schemi di confutazione, dalla governabilità alla legittimità, dalle accuse di conservatorismo alla velocizzazione del processo legislativo.

Poi, un documento: la lettera del 2014 alla ministra Boschi con la quale il professore illustra le sue idee sul testo. È qui, e poi nel vademecum vero e proprio, che il libro di Zagrebelsky (scritto con Francesco Pallante) entra nel dettaglio, esponendo la contrarietà all'impianto e avanzando proposte alternative in particolare sul Senato, secondo l'autore costituzionalmente svilito. Altrettanta attenzione ai meccanismi di rapporto tra le due Camere e al rischio di conflitti, fino al legame intrinseco con la legge elettorale. Un quadro che porta Zagrebelsky a definire la riforma come l'arroccamento di un "sistema che si chiude in se stesso", sempre meno partecipato e squilibrato sull'esecutivo. Il registro è colto ma la lingua evita specialismi. Il taglio è diretto, con punte polemiche. In appendice, il testo vigente della Carta con a fronte le modifiche.

La biblioteca del referendum: i libri per capire la riforma

La riforma di un sistema politico sottomesso alla finanza globale. Un processo di degrado che solo difendendo la sostanza della Carta si può contrastare. Già nella premessa il libro di Salvatore Settis Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla (Einaudi, 317 pagine, 19 euro) disegna il perimetro: al cambiamento, anzi allo "smantellamento" della Carta, va contrapposta la sua piena attuazione. Il volume è in larga parte una raccolta (contestualizzata) degli interventi e degli articoli dello storico dell'arte da sempre impegnato sui temi civili. La forbice temporale è quella degli ultimi cinque anni. Le testate sono Repubblica, L'Espresso, Il Sole 24ore, Left.

L'insieme va a comporre un libro dal forte taglio politico, che fa discendere dall'azione dei recenti governi quelle che per l'autore sono le smentite dello spirito e della lettera della Costituzione. Una Legge che è "bene comune", e la cui seconda parte è intimamente collegata alla prima. Dalla scuola al lavoro, fino ai beni culturali, il volume vuole così "agganciare" gli articoli della Carta al loro vissuto, anzi non vissuto, alla realtà della nostra vita democratica. Per un No che significa fare della Carta il presupposto di una nuova autonomia della politica. Il linguaggio è colto ma agile. Doppia appendice: il testo della Costituzione con le modifiche del passato e quello vigente con a fronte i cambiamenti del 2016.

La biblioteca del referendum: i libri per capire la riforma

Rovesciare la prospettiva "ipermaggioritaria". E imboccare una via che tuteli e ampli la rappresentanza. È questa la tesi di Democrazia e Costituzione. Perché dire no alla riforma Boschi e costruire una politica costituzionale (Castelvecchi, 87 pagine, 12,50 euro) di Stefano Rodotà, saggio breve nel quale il giurista fa discendere il No alla Riforma dalla riflessione sui diritti - negati o rimossi - che invece una nuova "politica costituzionale" dovrebbe promuovere. Nel Pantheon delle citazioni, Proudhon, Arendt, Bauman e Calvino indicano un percorso di avvicinamento al tema oggetto del referendum: si parte dal rapporto tra democrazia e morale, si continua sul tema dell'oligarchia per giungere alla narrazione che le classi dirigenti fanno della storia italiana. Costituzione compresa.

Ecco allora la difesa del compromesso costituente del '47, inteso come metodo che, appunto, vive per la sua capacità di tener conto delle diverse istanze di rappresentanza. E poi la risposta a chi, secondo Rodotà strumentalmente, invoca il caos in caso di bocciatura del quesito. Infine, il cuore del saggio sul merito delle modifiche. Che l'autore definisce "pasticciate" ma soprattutto squilibrate in direzione di un "dominio del governo". Inevitabile, vista la centralità del nodo rappresentanza, il nesso tra riforma e Italicum, dove la questione non è la fine del bicameralismo ma la contestuale riduzione del pluralismo nella Camera. Il linguaggio è discorsivo. Non mancano spigoli polemici. In coda al libro una sintesi del ddl Boschi e il testo integrale.

NEUTRALI
La biblioteca del referendum: i libri per capire la riforma
La dedica a Vittorio Foa, "costituente senza pregiudizi", racchiude il senso di questo breve libro, sintesi per istantanee di un dialogo tra un politico giurista, già presidente della Camera e un presidente emerito della Consulta. Perché No Perché Sì. Due opinioni a confronto sul referendum costituzionale. (A cura di Valeria Fadda, Le Chateau, 84 pagine, 10 euro) è un dialogo a distanza tra Luciano Violante e Valerio Onida, con uno schema invertito rispetto agli altri testi sul tema. Nella premessa un riassunto discorsivo della riforma, poi la parte documentale con il testo della Costituzione del 1947 e, a fronte, le modifiche approvate dal Parlamento. Quindi due interviste gemelle, di dodici domande, sui temi più scottanti della campagna in corso.

Tra questi, legittimità della riforma, bicameralismo e azione del governo, legame con l'Italicum, nuovo regionalismo. Pur senza estremismi, i pareri delle due personalità interpellate sono in alcuni casi opposti. Se per Violante i poteri del governo in realtà si riducono, per Onida invece il rischio c'è se si combina la riforma con la legge elettorale. Sull'Italicum Onida e Violante concordano in parte, pure se le loro conclusioni divergono in vista del 4 dicembre. Riassumendo, la scelta del primo poggia sul No per il metodo scelto e, in parte, per l'"inefficacia" delle novità introdotte. Quella del secondo finisce sul Sì in virtù di una valutazione storica degli ultimi settant'anni e della esigenza di restituire funzionalità al sistema.

La biblioteca del referendum: i libri per capire la riforma

Conoscere per giudicare. Mediando tra una materia complessa e i cittadini che si troveranno a giudicarla con un Sì o un No. Politicamente neutro fin dall'introduzione, Una Costituzione migliore? di Emanuele Rossi, docente di Diritto costituzionale a Pisa, (Pisa University Press, 286 pagine, 12 euro) non è però reticente nel soffermarsi su ognuna delle criticità del testo oggetto del referendum. Strutturato per brevi capitoli, il libro si muove dal generale al dettaglio, partendo dai temi macro (nuovo Senato, iter legislativi, Titolo V) e provando a sciogliere ognuno degli effetti della Riforma sul funzionamento della macchina istituzionale.

Arrivando talvolta alla conclusione che vantaggi e rischi potranno anche dipendere dal modo con cui saranno interpretate le novità. Nel libro le ragioni tecniche del Sì e quelle del No si distribuiscono dunque a macchia di leopardo, inevitabile per una materia tanto vasta e con tante conseguenze di dettaglio spesso intrecciate tra loro. Ciò malgrado l'autore evidenzia come nel testo ci siano incongruenze ed errori. Non un "omicidio della democrazia", dunque, ma un intervento non privo di rischi di funzionalità. La lingua è scientifica, ma semplificata. In appendice il testo vigente con a fronte tutti gli interventi di modifica previsti dal ddl Boschi.

Quindi

La Stampa
jena

Berlusconi e D’Alema insieme per il No, quindi vincerà il Sì.

Il presidente nigeriano: “Mia moglie è parte integrante della cucina e del salotto”

La Stampa
lorenzo simoncelli

Così il capo di Stato ad un giornalista che gli aveva chiesto un commento sulla dura intervista alla moglie Aisha alla Bbc


Il presidente nigeriano Muhamadu Buhari

Negli Stati Uniti una donna è ormai prossima a diventare Presidente del più potente Paese al mondo, mentre in Nigeria, che fra 20 anni sarà superiore all’America per numero di abitanti, la first lady è ancora considerata un tutt’uno con la cucina. Di fronte alle telecamere di tutto il mondo, neanche la presenza della Cancelliera Angela Merkel, ha fermato il presidente nigeriano Muhamadu Buhari da un commento che sta facendo discutere opinione pubblica e social. «Mia moglie è parte integrante della cucina e del salotto e di altre stanze» ha risposto il capo di Stato ad un giornalista che gli aveva chiesto un commento sulla dura intervista alla moglie Aisha alla Bbc.

La first lady nigeriana cruciale per la vittoria finale nella campagna presidenziale dell’anno scorso ha criticato le modalità di scelta dei più stretti collaboratori del marito e ha minacciato di non appoggiare una sua eventuale ricandidatura nel 2019 quando scadrà il suo primo mandato. «Disgustoso e irrispettoso» - ha affermato @Becca_d98. «Per le donne nigeriane è difficile poter parlare di politica» - ha sostenuto @tolulopeab una conduttrice di una radio locale.

Buhari in visita di Stato in Germania nonostante le affermazioni chiaramente misogene è riuscito a far sorridere la dura cancelliera Merkel. Totalmente opposta la reazione delle milioni di nigeriane che vivono la condizione di inferiorità uomo-donna nel quotidiano.

In tarda serata è intervenuto il portavoce del Presidente Garba Sheu che su Twitter ha provato a raffreddare gli animi sostenendo che l’affermazione di chiaro cattivo gusto era stata una battuta, sostenendo come il Presidente rispetti il ruolo e i valori delle donne nella società nigeriana. Non una bella uscita proprio l’indomani della liberazione di 21 delle liceali di Chibok rapite dai jihadisti di Boko Haram.

Continua il silenzio assordante di Bob Dylan dopo il Premio Nobel

La Stampa
roberto pavanello



Avete presente l’espressione silenzio assordante? Ecco, siamo proprio in un momento così. Lassù nel Nord dell’Europa hanno deciso di conferirgli il Nobel per la Letteratura e lui tace. Non rispondendo nemmeno all’Accademia di Svezia. Da Bob Dylan, dopo due giorni, non un fiato, non un commento. La risposta, amico mio, sarà anche nel vento, ma le parole del padre del cantautorato non si muovono. Vento o non vento.

Ora, va bene che il buon Dylan non ha mai fatto dell’espansività la sua dote migliore, ma c’è chi comincia a supporre che potrebbe anche arrivare dal menestrello del rock un rifiuto dell’onorificenza, così come fece un altro irregolare come Jean Paul Sartre nel 1964.

Il silenzio ha accompagnato la sua esibizione sul palco del di Las Vegas per la cosiddetta Woodstock dei Senior , e nulla lascia pensare che andrà diversamente domani a Phoenix per l’ennesima data del Never Ending Tour, che prosegue regolarmente come se nulla fosse accaduto. Quanto disinteressato al dibattito che ha aperto la decisione dell’Accademia di Svezia non è dato saperlo. Forse starà sorridendo degli indignati o semplicemente starà facendo spallucce.

Almeno a sentire il suo amico Bob Neuwirth, che è stato intervistato dal Washington Post, nessun commento sarebbe stato fatto nemmeno con gli amici. Ma qui sembriamo entrare nel mito. L’opinione dell’altro Bob è che «potrebbe non ringraziare mai». Ed è già divertente immaginare la scena di Dylan che si presenta a Stoccolma (in smoking?), ritira il Nobel e senza dire niente, volta le spalle e se ne va. E se invece, sempre senza proferire parola, ringraziasse con i cartelli come nel video di Subterranean Homesick Blues?

Insomma, non sarà un caso se il film biografico del 2007 si intitola Io non sono qui. «Io non sono qui, nemmeno se mi date il Premio Nobel», potremmo chiosare. Perché, come canta uno dei suoi vecchi amici, «It’s only rock ’n’ roll, but I like it».

Roma 16-10-43: il rastrellamento del ghetto ebraico

repubblica.it
di UMBERTO GENTILONI

Le foto e le lettere dei deportati, le testimonianze di chi si è salvato

Roma 16-10-43: il rastrellamento del ghetto ebraico

"Sono nato in via del Portico d'Ottavia al numero 9. Quella mattina del 16 ottobre 1943 i tedeschi ci entrarono in casa. Ci hanno svegliati e siamo scesi in strada, seguendo istruzioni precise. Dovevamo attraversare la via, passare sul marciapiede opposto e camminare verso il Tevere. Poco più avanti, al primo slargo con un incrocio, ci aspettava un camion dove saremmo dovuti salire per iniziare un lungo viaggio".

Parla con precisione e commozione Mario Mieli (meglio conosciuto come Mario Papà) mentre riavvolge il nastro di una storia che ha inizio alle prime luci dell'alba di un sabato mattina di settantatré anni fa. Sono tracce di memorie lontane, parole che a fatica mettono insieme sensazioni, ricordi, racconti collettivi passati attraverso la ferita di un giorno inimmaginabile: la grande retata degli ebrei romani, la tragedia che giunge in pochi minuti, irrompe nelle famiglie, nelle storie più diverse, senza preavviso. E la vita rimane appesa a un filo, a un confine che non esiste tra il prima e il dopo.

L'irruzione in casa di uomini in divisa, porte sfondate, armi in pugno, il calcio del mitra, terrore diffuso in lunghi attimi di attesa rotti da poche parole per molti incomprensibili. A seguire la consegna delle istruzioni dattiloscritte su un piccolo ritaglio di carta bianca: "

1. Insieme con la vostra famiglia e con gli altri ebrei appartenenti alla vostra casa sarete trasferiti.

2. Bisogna portare con sé:
a) viveri per almeno otto giorni;
b) tessere annonarie;
c) carta d'identità;
d) bicchieri.

3. Si può portare via:
a) valigetta con effetti e biancheria personale, coperte;
b) denaro e gioielli.

4. Chiudere a chiave l'appartamento e prendere con sé le chiavi.

5. Ammalati, anche casi gravissimi, non possono per nessun motivo rimanere indietro. Infermeria si trova nel campo. 6. Venti minuti dopo la presentazione di questo biglietto la famiglia deve essere pronta per la partenza".

Un linguaggio sinistro che è già una condanna pianificata: tenere insieme i nuclei delle famiglie per fingere di dare conforto evitando reazioni o resistenze, indicare una meta inesistente (il trasferimento), giocare sul fattore tempo, far presto senza lasciare tracce o prove degli spostamenti di truppe o persone mobilitate in quella mattina. Solo venti minuti prima che la tragedia abbia inizio: appena il tempo di chiudere con la vita precedente per piombare increduli e impreparati nel cono d'ombra della deportazione.

E da lì il destino delle situazioni diverse, degli imprevisti del caso o delle piccole grandi azioni di chi si trova dentro il tracciato di un itinerario che inizia con gli sportelli di un camion parcheggiato dietro casa per concludersi sulla rampa di Auschwitz-Birkenau.