venerdì 14 ottobre 2016

Così la Fallaci sbugiardò Fo: "Fascista prima nero, poi rosso"

Giuseppe De Lorenzo - Ven, 14/10/2016 - 10:12



Tra Oriana Fallaci e Dario Fo non correva buon sangue. Negli anni si scambiarono diverse accuse, il primo barricato su posizioni no-global, la seconda sempre controcorrente. Alla scrittrice fiorentina non piaceva «come giullare» e come autore «l'ho sempre bocciato». Inoltre fu lei a denunciarne il facile conformismo: «fascista nero» durante il Ventennio e «fascista rosso» quando essere di sinistra andava di moda.

La scintilla che fece scattare l'astio tra i due fu l'accusa che la moglie del drammaturgo rivolse alla Fallaci di fronte alla massa di no-global che nel 2002 invasero Firenze. In un articolo sul Corriere della Sera, Oriana aveva invitato suoi concittadini a dissociarsi dagli antagonisti violenti. Franca Rame e il premio Nobel dal palco la definirono una «terrorista». Nell'archivio storico di Panorama è possibile recuperare alcuni passaggi di una intervista alla scrittrice, raccolti in un lungo articolo dal titolo Oriana Fallaci risponde. «Franca Rame - le fece notare Riccardo Mazzoni - le ha dato della terrorista».

«Già - rispose la giornalista - Dinanzi alla Basilica di Santa Croce, dal palcoscenico del comizio che ha aperto l'oceanico raduno. Sicché, quando la sua discepola cioè quella delle caricature è andata alla Fortezza da Basso con l'elmetto in testa, molti bravi-ragazzi l'hanno scambiata per me. Si son messi a ulularle Lercia terrorista, lercia terrorista. Del resto il marito della summenzionata ha detto che a Firenze io volevo i carri armati».

La Fallaci disse di provare «disprezzo» per i coniugi Fo e «una specie di pena, perché v'era un che di penoso in quei due vecchi che per piacere ai giovani radunati in piazza si sgolavano e si sbracciavano sul palcoscenico montato dinanzi a Santa Croce». In loro non vedeva dignità, mancanza di cui trovò conferma quando scoprì che Fo vestì la camicia nera della Rsi. «Sono rimasta sorpresa - disse - io che parlo sempre di fascisti rossi e di fascisti neri. Io che non mi sorprendo mai di nulla e non batto ciglio se vengo a sapere che prima d'essere un fascista rosso uno è stato un fascista nero, prima d'essere un fascista nero uno è stato un fascista rosso.

E mentre lo fissavo sorpresa ho rivisto mio padre che nel 1944 venne torturato proprio da quelli della Repubblica di Salò. M'è calata una nebbia sugli occhi e mi sono chiesta come avrebbe reagito mio padre a vedere sua figlia oltraggiata e calunniata in pubblico da uno che era appartenuto alla Repubblica di Salò. Da un camerata di quelli che lo avevano fracassato di botte, bruciacchiato con le scariche elettriche e le sigarette, reso quasi completamente sdentato. Irriconoscibile. Talmente irriconoscibile che, quando ci fu permesso di vederlo e andammo a visitarlo nel carcere di via Ghibellina, credetti che si trattasse d'uno sconosciuto.

Confusa rimasi lì a pensare chi è quest'uomo, chi è quest'uomo e lui mormorò tutto avvilito: Oriana, non mi saluti nemmeno?. L'ho rivisto in quelle condizioni, sì e mi son detta: Povero babbo. Meno male che non li ascolti, non soffri. Meno male che sei morto».

Occupazioni, fabbriche e Cina Una comicità votata alla "causa"

Mario Cervi - Ven, 14/10/2016 - 08:16

Attore e mimo di grande talento scelse però l'apostolato politico. Oscillando sempre tra il popolaresco e l'erudito



Pubblichiamo l'articolo di Mario Cervi (1921-2015), fondatore e direttore de il Giornale scritto quando fu assegnato il Nobel a Dario Fo. Il pezzo era entrato a far parte di un progetto editoriale che l'indimenticabile Cervi non poté condurre a termine a causa della malattia. 

Ignoro in quale preciso momento Dario Fo, attore e mimo di straordinario talento, abbia sentito nascere e crescere in sé un'irresistibile voglia d'apostolato politico.

Certo è che negli anni della contestazione Fo è stato, per il movimento studentesco e per i gruppuscoli della sinistra movimentista, un punto di riferimento essenziale. Bisogna ricordare, per capire il ruolo e l'importanza di Fo, cosa fosse la Milano di quegli anni. Era una metropoli che aveva abdicato alle sue tradizioni; che aveva consegnato le sue strade e le sue piazze ai cortei violenti del sabato; che aveva rinunciato a difendere la sua università dalla presa di possesso dei katanghesi di Mario Capanna. Era una Milano intimorita e avvilita: e anche, in molti salotti, affascinata dalla violenza fisica e dalla violenza verbale.

A questo quadro che per i più, anche se venivano definiti «maggioranza silenziosa», era desolante, e che per una minoranza elitaria e snobistica era ricco di fermenti intellettuali, Dario Fo aveva dato l'apporto della sua capacità d'invenzione e di satira. La sua creatività allucinata e favolistica veniva utilizzata per la «causa». Il «poer nano» delle sue prime recite si trasfigurava in personaggi ambiziosi. Fo affermava e ripeteva di voler recitare per il popolo, anche se riesce difficile credere che il popolo - quello che s'appassionava e s'appassiona alle trasmissioni nazional-popolari della Rai e che evita il teatro come la peste - spasimasse per i testi di Fo.

A volte ingegnosi a volte pretenziosi, oscillanti tra il popolaresco e l'erudito. Testi nei quali ancor più dei contenuti aveva valore il «messaggio», inequivocabile. Ha scritto Capanna nei suo Formidabili quegli anni: «Tra i benpensanti (1969, ndr) si leva lo scandalo degli artisti del living theatre che a un certo punto recitano completamente nudi sulla scena. Dario Fo, Franca Rame e la loro comune teatrale vanno di città in città in un crescendo di geniali sberleffi ai padroni e al loro potere. Sono i più applauditi interpreti delle lotte e delle speranze».

Fo, l'uomo che aveva vestito in gioventù l'uniforme della Repubblica di Salò, anelava oltretutto al riscatto, probabilmente, con i suoi slanci populisti. La strage di piazza Fontana, che fu per più di una ragione una svolta nella vita italiana, lo fu anche per il corso artistico-politico di Fo. Piuttosto che alla strage bisogna anzi riferirsi alla morte dell'anarchico Pinelli. Fo abbracciò subito, con irruenza - e ben sapendo quanto le sue prese di posizione pesassero - le tesi che Pinelli fosse finito nel cortile della questura di Milano perché afferrato e scagliato nel vuoto dal bieco commissario Calabresi.

L'attore aveva sottoscritto - in buona compagnia, le firme erano 800 - un documento in cui Calabresi veniva qualificato come commissario «torturatore» e come «responsabile della fine di Pinelli». Ma non si limitò a questo. Imbastì uno spettacolo (Morte accidentale di un anarchico) in cui Calabresi era «il dottor Cavalcioni» che costringeva appunto gli interrogati a mettersi in bilico su una finestra. I critici, incluso quello dell'Avvenire, andarono in estasi. E molti anni dopo Giovanni Raboni sentenziò sul Corriere della sera:

«Uno spettacolo mirante soprattutto a mettere in evidenza, e in ridicolo, le molte contraddizioni e inverosimiglianze della versione prodotta dalla polizia e accreditata dalla magistratura». Qualcuno fu così convinto delle contraddizioni e delle inverosimiglianze (nonché della loro intollerabilità) che, lo sapete, ammazzo Calabresi. Divenuto guru acclamato della sinistra, Fo occupò nel 1974 una palazzina Liberty pressoché abbandonata e ne fece il suo quartier generale milanese, e il luogo deputato delle sue recite, oltre che dei riti contestativi.

Franca Rame, che insieme con il marito si prodigava per aiutare i carcerati (in particolare quelli accusati di reati politici) impegnandosi a fondo nel «Soccorso rosso» svolgeva anche un'azione femminista di tutto rispetto. Sulla quale Indro Montanelli ebbe a pronunciarsi il 14 marzo 1975 (Festa della donna) in maniera decisa. «Leggo la sua lettera - scrisse a una lettrice dalle colonne del Giornale - proprio nel momento in cui la cronaca della città in cui vivo e lavoro registra le scalmanate e poco edificanti esibizioni delle suffragette rosse, incolonnate per le vie del centro di Milano nel giorno cosiddetto della Festa della donna.

La manifestazione, con il solito corredo di violenze e di abusi, si e conclusa dentro e fuori la palazzina Liberty con una specie di rito pop ispirato alla libertà sessuale, officiante quel grande sacerdote del progressismo d'avanspettacolo che si chiama Dario Fo. Queste feste popolari la dicono lunga sulla situazione morale del Paese. La civilissima Milano è diventata, mi consenta l'espressione, una città di tolleranza».

Ma ci voleva altro che la rampogna montanelliana - allora, intendiamoci - per spegnere le fiammate d'entusiasmo barricadero di Fo, il quale per un certo tempo si pose sotto la protezione ufficiale del Pci e andò girovagando, con le sue opere tra camere del lavoro e fabbriche. Ma poi la sintonia s'interruppe e Fo, che aveva esaltato in una commedia gli «espropri proletari», compì un lungo viaggio nella Cina della «rivoluzione culturale»: ossia delle repressioni, delle vessazioni, dei crimini orrendi. Ne tornò entusiasta. Non è il caso di infierire: tanti altri Maestri incapparono in analoghi infortuni. Di quella Cina insanguinata e sanguinaria Fo diede una descrizione giulebbosa e deamicisianamente ammirata.

Fosse andato invece in Svezia, chissà quanti sberleffi avrebbe dedicato al perbenismo nordico e grigio di quella società. In compenso gli svedesi - che soffrono di noia, non di isterismi estremistici, e dunque ammirano gli eccessi - l'hanno solennemente premiato. Milano può tranquillamente applaudire, a sua volta: i cortei degli autonomi e del movimento studentesco sono acqua passata, e se qualcuno ne tenta una replica, si tratta piuttosto di una parodia. La dinamite politica è stata disinnescata. Ben venuto fu dunque per Fo il Nobel, che con la dinamite ha qualcosa a che fare.

Quando Dario Fo firmò la condanna del commissario Calabresi

Claudio Cartaldo - Gio, 13/10/2016 - 16:25

Sotto la lettera pubblicata da L'Espresso contro il commissario Calabresi anche la firma di Dario Fo

C'è una firma che macchia, indelebilmente, la figura di Dario Fo. La firma posta in calce alla lettere aperta pubblicata il 13 giugno 1971 da L'Espresso che accusava, ingiustamente, Luigi Calabresi di essere il "responsabile" della morte di Giuseppe Pinelli, l'anarchico accusato della strage di Piazza Fontana a Milano e precipitato dalla finestra della questura.

La lettera di Fo contro Calabresi

Quella lettera fu definita da più parti, anche da alcuni firmatari, come l'appoggio ideologico ai mandati e agli assassini che poi uccisero il commissario: Ovidio Bompressi, Leonardo Marino, Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri. Giampaolo Pansa scrisse chiaramente che la lettera du "un avallo al successivo assassinio di Calabresi".

La tardiva (e incompleta) revisione

Molti anni dopo Dario Fo disse che anche Calabresi fu in realtà una vittima, senza però mai rinnegare in pieno la firma a quella lettera. In un'intervista, sempre a L'Espresso, del 2012, Fo disse che il commissario fu un "capro espiatorio", una "vittima sacrificale di chi ha prima ordito le stragi e poi insabbiato le indagini". Ma non un passo indietro sulla firma, che invece molti hanno ritrattato:

"Certo - disse quattro anni fa Dario Fo - perché ora si sa quello che è avvenuto dopo. Ma non dimentichiamoci che cosa sono stati quei tre anni e i successivi. Stragi spaventose. Una macchina del potere che ha affondato nella menzogna tutti i processi. La buffonaggine di continuare ad additare gli anarchici come colpevoli quando ormai l'accusa era smontata, scoppiata. Le aggressioni, contro di noi mettevano continuamente bombe a teatro. E le violenze".

La vesrione di Dario Fo è stata fino alla sua morte quella di un tempo, quando mise in opera "Morte accidentale di un anarchico", dedicata proprio al caso Pinelli. "Sono stato tra i primi a dire che Calabresi non aveva avuto che un ruolo marginale nella vicenda di Pinelli. Dissi pubblicamente che chi aveva ucciso Calabresi poteva essere soltanto qualcuno che aveva interesse a chiudere il processo Pinelli. Calabresi, in quella stanza della Questura, c' era entrato soltanto un paio di volte. Poi il commissario venne ucciso: e da allora troppi dimenticano o fingono di dimenticare che non pochi avevano interesse a chiudere il caso Pinelli, e che uno dei modi per chiuderlo era quello di eliminare Calabresi.

Altro che Lotta continua". Tra le posizioni del premio Nobel, infatti, anche la strenua difesa dei responsabili (accertati da una sentenza) della morte del commissario.

Quando Dario Fo difendeva ​gli assassini del rogo di Primavalle

Giuseppe De Lorenzo - Gio, 13/10/2016 - 13:50

Dall'attacco al commissario Calabresi alla difesa degli assassini (rossi) dei fratelli Mattei, arsi vivi a Primavalle. Ecco le battaglie politiche di Dario Fo



Dario Fo non fu soltanto un artista. Fu un Nobel nello schierarsi politicamente, sempre all'estremo. E infatti passò dalla Repubblica di Salò al Soccorso Militante Rosso. Il passo non è breve, ma lui lo fece. L'importante infatti era piacere, salire sul carro giusto. Tanto che quando divenne un idolo della sinistra (estrema) appoggiò campagne politiche che definire erronee sarebbe troppo delicato.

Le battaglie politiche di Dario Fo

Il 16 aprile1973 i militanti di Potere Operaio incendiarono la casa di Mario Mattei, esponente del Msi, e uccisero i figli Virgilio e Stefano di 22 e 8 anni. Franca Rame e Dario Fo si schierarono in difesa di Achille Lollo, condannato a 18 anni di reclusione per incendio doloso e omicidio colposo come autore di quello che passerà alla cronache come il rogo di Primavalle. Come scrive oggi Aldo Cazzullo sul Corriere, Fo spalleggiò non "una vittima della repressione", ma "il carnefice dei fratelli Mattei arsi vivi a Primavalle".

Per Achille Lollo, Franca Rame organizzò una raccolta fondi "per farlo sentire meno solo". “Ho provato dolore e umiliazione – scrisse la moglie di Fo - nel vedere gente che mente, senza rispetto dei propri morti”, affermando che a provocare la morte dei due bambini di Primavalle fossero stati gli stessi "fascisti". Al suo fianco c'era sempre il marito drammaturgo e premio Nobel: insieme fecero parte dell'associazione Soccorso Militante Rosso creata appositamente per sostenere i compagni accusati di omicidio e altri reati.

Ecco la lettera che la Rame, con l'appoggio di Fo, scrisse a Lollo: "Caro Achille, ti ho spedito un telegramma non appena saputo del tuo arresto, ma oggi ho saputo che i telegrammi in partenza da Milano hanno anche 15 giorni di ritardo. Arriverà che sarai già uscito. Ieri e oggi i giornali parlano di te dando ottime notizie. Caduta l'imputazione di strage. Bene! Sono contenta. Quello in cui spero tanto è che al giudice Sica capiti quello che è capitato anche a Provenzale. Così, dopo aver provato sulla propria pelle quello che vuol dire la prossima volta staranno attenti (a loro o ad un loro figlio).

Comunque credo che tu sia un pò contento. Anche il fatto ridicolo degli esplosivi seguirà l'altro, anche perchè di esplosivi non ne avevi. Io non ti conosco, ma come molti sono stata in grande angoscia per te. Ho provato dolore ed umiliazione nel vedere gente che mente, senza rispetto nemmeno dei propri morti. Dolore di saperti protagonista di quel dramma scritto da un pessimo autore. Ti ho inserito nel Soccorso rosso militante. Riceverai denaro dai compagni, e lettere, così ti sentirai meno solo. Comunicami immediatamente la tua scarcerazione, che avverrà prestissimo. Se puoi scrivi. Un fortissimo abbraccio."

Pacco accettato senza riserva: impossibile rivalersi sul venditore

repubblica.it

rispondono gli avv. Armandola, Marzano e De Renzis

Ho comprato online una TV 48 pollici. É stata consegnata dal corriere direttamente al portiere, senza prima contattarmi direttamente. Quando sono sceso a prenderlo e portato in casa, ho tolto il cellophane nero che l'avvolgeva, il cartone era danneggiato e, aprendo ho visto che lo schermo era scheggiato nella parte centrale in alto e aveva diversi graffi. 

Sia il venditore che la ditta consegnataria declinano ogni responsabilità adducendo che il pacco è stato accettato senza la dicitura "con riserva" e pertanto non ho alcun diritto a sostituzione o risarcimento e/o quant'altro. Come posso far valere le mie ragioni, visto che non ho avuto la possibilità di verificare l'oggetto alla consegna? Esistono  norme di consumo che regolano questo tipo di acquisti? Grazie per quanto potete rispondermi. 
 
Cordiali saluti.
Lamberto Saltari 



La fattispecie in esame rappresenta una situazione che si verifica spesso per la quale non sono previste particolari tutele per il consumatore. Accettare un pacco, - anche se lo fa un un terzo (ad esempio il portiere) – comporta sia per il trasportatore che per il produttore l’esonero da responsabilità per i danni evidenti, e non occulti, riscontati una volta aperto il pacco.

Al momento della consegna dunque il pacco va accettato con riserva, in modo tale che si possa poi contestare al venditore gli eventuali vizi.

Linus: "Che fatica vivere sempre connessi. Basta, chiudo il blog"

repubblica.it
di ERNESTO ASSANTE

Per anni post quotidiani. Ieri il dj ha detto addio: "In troppi pronti a fare polemica. Era diventato uno stress trovare temi che non dividessero i lettori"

Linus: "Che fatica vivere sempre connessi. Basta, chiudo il blog"

Addio al diario quotidiano sul web: Linus per dodici anni, più o meno tutti i giorni, ha pubblicato sul suo blog pensieri e parole, racconti personali e collettivi, piccole e grandi storie, seguite da un pubblico numeroso che ha apprezzato il suo modo di condividere parte della sua vita.

Cosa è successo?
"È successo semplicemente che ho chiuso il mio blog, che ho pubblicato per anni con precisione certosina. Alle dieci del mattino, ogni giorno, ho offerto ai lettori un mio piccolo contributo, per dodici anni, i primi due o tre in maniera meno costante, poi è diventato quotidiano. Fino a qualche giorno fa, quando ho deciso di smettere".

Perché?
"Io di mestiere non faccio l'editorialista, ho altre responsabilità e compiti, già per condurre il mio programma alla radio tutte le mattine faccio un grande sforzo per non ripetermi. Insomma, quello del blog era un impegno importante, gratificante nove volte su dieci, molto bello ma alla fine molto faticoso".

Ha detto basta per stanchezza?
"Non solo. Andando avanti, giorno dopo giorno, mi sono trovato davanti a una strozzatura. Era sempre più difficile trovare degli argomenti di cui parlare senza ripetersi. Innanzitutto perché non ho dato spazio ai temi dell'attualità: parlarne diventa pericoloso, ti butti in pasto ai barbari, metti te stesso in mezzo a una giungla dove ci sono certamente una maggioranza di persone che commentano e rispondono in maniera civile, ma dove ci sono anche quelli che a priori ti devono dire le cose in una certa maniera, rovinandoti l'esistenza. Quindi il blog è diventato con gli anni una faccenda personale, una sorta di diario, mi sono raccontato in una maniera più intima. L'ho fatto con piacere ma alla fine mi creava stress, ho pensato che fosse più elegante e rispettoso dire a tutti: quello che potevo dire l'ho detto, il mio privato l'ho offerto, non posso mettere in piazza più di questo".

Condividere è diventato un problema?
"Diventa un problema quando si trasforma in uno strumento offerto a chi ti vuole aggredire. Quindi per evitarlo ti metti a cercare un modo per raccontare cose che siano impermeabili alle rotture di scatole. Ma se cominci a togliere materie e temi, inevitabilmente ti rintani, costruisci uno spazio di sopravvivenza, e però devi cercare sempre cose diverse, non è il mio lavoro".

Addio a tutti i social, quindi?
"Io non ho una pagina Facebook, metto le mie foto su Instagram. E anche lì ci vuole equilibrio: come tutti, scelgo quelle in cui sono venuto meglio, ma subito c'è chi ti scrive che sei vanitoso".

Raccontato così, gestire un profilo è quasi un lavoro .
"Non deve diventarlo, non puoi stare lì con il bilancino per evitare polemiche. E mi fa un po' impressione che ci sia gente con una giornata piena zeppa di lavoro come la mia e che riesce comunque a twittare una grande quantità di messaggi. Così ho interrotto il blog. Ma non vuol dire che non avrò più contatti, troverò un altro modo".

Nel video con cui saluta i suoi lettori del blog dice che anche i suoi figli l'hanno spinta a smettere.
"No, loro sono stati consapevoli di essere parte di questa specie di reality, ma non ho mai pubblicato cose che potessero metterli in imbarazzo. Sono diventati parte del racconto perché era uno dei temi, quello dei figli, che mi legava naturalmente ad una parte dei lettori, raccontare l'esperienza familiare attraverso di loro era affettuoso e romantico. Ma adesso sono grandi, ci sono meno cose da raccontare".

Le mancherà il "confessionale" del suo blog?
"Ovviamente sì, ma lo vedo come un libro, ho finito di scriverlo, è stato un percorso lungo, ho scritto forse più di duemila pagine, nemmeno Dan Brown...".

Abbandonare la mail di Yahoo ora è più difficile

La Stampa
andrea signorelli

Il servizio di inoltro della posta a un altro indirizzo è stato disabilitato, con un tempismo sospetto



Negli ultimi mesi gli utenti di Yahoo Mail hanno subito un paio di brutti colpi: il furto di almeno 500 milioni di indirizzi mail – ma potrebbero anche essere di più – e la scoperta che la stessa società avrebbe consegnato all’intelligence statunitense parte della corrispondenza dei suoi utenti. Non stupirebbe quindi scoprire che il numero di persone che abbandonano la loro casella Yahoo per passare ad altre società stia continuando a crescere.

Stando a quanto riportato dall’Associated Press, però, il passaggio da una mail all’altra sarebbe più complicato del previsto, perché Yahoo ha disabilitato il servizio di inoltro automatico della posta da una casella all’altra. Questa funzione è la più comunemente utilizzata da chi vuole cambiare indirizzo, perché consente di ricevere le email automaticamente dalla casella vecchia a quello nuova, evitando il rischio di perdere corrispondenza importante.

Il sospetto è che Yahoo abbia deliberatamente disabilitato questo servizio per evitare un esodo in massa di utenti in un momento molto critico per l’azienda, che non ha ancora concluso la vendita a Verizon (che ha già chiesto uno sconto di un miliardo). La società guidata da Marissa Mayer ha rifiutato di commentare quanto sta avvenendo, mentre sul sito del centro assistenza si trova scritto quanto segue: «Questa funzione è in fase di sviluppo. Poiché stiamo lavorando per migliorarla, abbiamo disabilitato la possibilità di attivare l’inoltro della posta per i nuovi indirizzi di inoltro».
Considerando che l’inoltro automatico delle email esiste da 15 anni, è quanto meno curioso che, proprio in questo momento, la sola Yahoo abbia improvvisamente dovuto disabilitarlo.

“Mio padre che scrisse Oci Ciornie e fece ballare lo zar”

La Stampa
marco zatterin

La Belle Epoque dell’autore novarese Adalgiso Ferraris


Adalgiso Ferraris a Londra nel 1923 la Novarese Band

Nella memoria quasi novantenne di Luigi Ferraris c’è ancora una voce gracchiante ascoltata da bambino, lo speaker della Bbc che annunciava «Once Again, Black Eyes!». Lanciava «ancora una volta» Occhi neri, ovvero Oci Ciornie, una delle più celebri melodie russe che russa era solo in parte perché a darle una forma definitiva era stato suo padre, Adalgiso, pianista che nella natia Novara fece danzare Francesco Baracca, a Pietroburgo intrattenne gli Zar e a Londra si esibì sui palchi reali. «Once Again!», diceva la voce, segno evidente che un ascolto non saziava gli inglesi che vivevano i turbolenti Anni Trenta imbevuti di jazz, di classica e degli intermezzi che stavano a metà strada con le armonie tzigane. Gli stessi che il maestro Adalgiso Ferraris, l’uomo che scrisse Oci Ciornie, maneggiava come fosse nato sulle rive della Neva.

Il ricordo del figlio
«Mio padre era uno del popolo, certo non uno snob», assicura oggi Luigi, classe 1927, anestesista in pensione che abita una villetta affacciata sul Lago d’Orta. Fuori piove mentre ricostruisce l’epopea musicale di Adalgiso, un bell’uomo dai capelli neri e la faccia spiritosa che una foto del 1923 ritrae con l’indice puntato mentre dirige la Novarese Band, orchestrina da ballo con cui infiamma col ritmo i londinesi. «Suonava tutti gli strumenti - rivela il figlio -, una prerogativa scontata per un arrangiatore abile come lui».

Si concede con pazienza e amore per il dettaglio, il dottor Luigi. Finge di impennarsi soltanto quando torna la storia di Oci Ciornie che si ripete da sempre come un disco rigato, puntuale come i diritti d’autore che arrivano ancora ogni anno a Pettenasco. I russi hanno fatto del brano una sorta di altro inno nazionale, ma la storia della musica lo ha spinto oltre. L’ha cantato Luciano Pavarotti, l’ha soffiato Louis Armstrong, l’ha intonato il coro dell’Armata Rossa. «Era una tema popolare che ha sentito a Pietroburgo - continua il figlio dell’artista -. Un’impressione tzigana». Occhi neri, di una donna bellissima. «Sì, ho sentito parlare di una russa...», è la confessione che segue, forse inevitabile.

L’accusa di spionaggio
Adalgiso, figlio di un ferroviere originario della Bassa, nacque nel 1890 e cominciò a studiare il piano da ragazzo. A sedici anni suonava già alla fine della messa, «prima la Marcia reale e poi l’Inno di Garibaldi perché bisognava accontentare tutti». Quattro anni più tardi era a San Pietroburgo. Di giorno studiava con un maestro locale, di notte suonava nei club. «Ne fecero di tutti i colori», concede Luigi. Fra le avventure, un concerto al trecentesimo dei Romanov al termine del quale si intrattenne con Rasputin «senza rimanerne impressionato» e un arresto con l’accusa di spionaggio. «Fu chiuso in una cella bassa da non consentirgli di stare in piedi, stretta per non farlo sdraiare, con la musica costante e le luci accese».

Oci Ciornie e le sue sorelle lo salvarono. «Un ufficiale lo riconobbe e gli disse “maestro, dove crede di essere?». Il maestro capì che era ora di salutare la Grande Madre Russia dove soffiava vento di rivoluzione e rientrò in Italia, a Roma. Fu arruolato come interprete, perché sapeva il russo e il tedesco. Lontano dal fronte trovò una bella moglie, Adele, e a guerra finita si stabilì a Londra. Era l’inizio di una nuova vita, del resto bisogna chiudere col passato. «Un esule russo incontrato in città - ammette il figlio - gli ricordò d’una donna che lo aspettava a Pietroburgo per essere portata via». Ma lui era già sposato e fece orecchie da mercante.

Si stabilì a Chelsea e mise insieme abbastanza soldi per comprare una casa a Brixton. Tempi frenetici e felici, «mio padre era davvero soddisfatto». Il secondo conflitto mondiale li colse appena rientrati a Novara con l’Opel Kadett di famiglia. Cinque anni di stasi, chiusi con un impegno nella resistenza. Poi di nuovo a Londra, fra mille difficoltà. Suonò nei locali e in mare, sulla Caronia che faceva la traversata atlantica. Quello che capitava. «Quando apparvero i Beatles era già fuori dal giro». Morì a Woolwich il 31 dicembre 1966. La casa, dove abita la figlia Gisella, conserva ancora il suo piano Pleyel.

Gli spartiti
Fra le carte custodite da Luigi, insieme con un basco nero del padre, decine di spartiti. Musiche tzigane, melodie antiche per ogni umore incise ripetutamente: Two Guitars, Idylle Tzigane, il tango A Balalaika. «Brutta vita quella degli artisti - sospira l’uomo agitando una pipa -, rivedo la volta che mi portò sul palco, le ballerine truccatissime; sento la puzza di sudore fortissima». 
Adalgiso, padre severo, se la cavò con classe sulla ribalta. Ebbe un successo discreto e visse bene. «Odiava le patate, doveva averne mangiate in abbondanza». Amava gli Occhi neri ma non troppo. Pensava fosse solo una delle sue tante canzoni. E poi c’era una ragazza russa che forse era meglio dimenticare.

Anas, Case cantoniere: più tempo per presentare le offerte

repubblica.it

Il bando di gara è stato prorogato fino a 15 novembre per "favorire la massima partecipazione". Saranno assegnate in locazione per dieci anni, 30 case: a carico dell'Anas i costi di ristrutturazione

Anas, Case cantoniere: più tempo per presentare le offerte

La nuova vita delle case cantoniere piace a imprenditori e turisti. E proprio per questo l'Anas ha deciso di prorogare il termine di presentazione delle offerte dal 31 ottobre al 15 novembre 2016. La decisione è arrivata con lo scopo di "favorire la massima partecipazione alla gara alla luce anche delle numerose richieste pervenute e tenuto conto dell'innovatività dell'iniziativa".

La ristrutturazione dell'immobile sarà a carico di Anas mentre il concessionario avrà il compito di sviluppare le attività imprenditoriali in coerenza con le linee guida del bando, garantendo i servizi di base definiti: pernottamento, bar e ristoro, free Wi-Fi, postazioni di ricarica per i veicoli elettrici e info point di informazione turistica. Un'idea per mettere fine a quel buco nero lungo le strade statali senza bar, alberghi e punti di informazione turistica. Un progetto per rendere più facile la vita degli automobilisti fuori dalla autostrade e - soprattutto - per far rivivere le case cantoniere nate nel 1830.

Il bando per la Concessione della gestione e valorizzazione degli immobili, era stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale lo scorso 15 luglio frutto della collaborazione tra Anas, Ministero per i Beni Culturali, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e Agenzia del Demanio con lo scopo di aumentare i servizi al cliente stradale, sviluppando un brand associabile a concetti di autenticità, genuinità e legame con il territorio, con grande attenzione alla sostenibilità ambientale, all'efficienza energetica, alla sicurezza e all'innovazione tecnologica delle infrastrutture.

Dopo la firma, a inizio anno, del protocollo dell'intesa tra i ministeri e il Demanio, a novembre si passerà alla fase operativa. Entro il 15 del mese prossimo dovranno pervenire le offerte: sulla base del prezzo di affitto più conveniente per lo Stato (il più alto quindi, si va da 1.500 a 1.800 euro al mese) e sulla base del punteggio assegnato per la qualità della poposta le case Anas verranno quindi assegnate per un periodo di 10 anni dopo di che saranno rimesse in gara.

Le prime 30 case oggetto di riqualificazione si trovano in Valle d'Aosta, Piemonte, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Puglia. La ristrutturazione dell'immobile sarà a carico di Anas che investe poco meno di 8 milioni di euro in tre anni mentre il concessionario avrà il compito di sviluppare le attività imprenditoriali in coerenza con le linee guida del bando: la gara è rivolta a start-up, singoli imprenditori, consorzi, aziende, associazioni, cooperative. Ai fini dell'aggiudicazione conterà la capacità di sviluppare un progetto "economicamente sostenibile e coerente".

Ecco la lista completa dei comuni dove sono state individuate le prime 30 case cantoniere:

VAL D'AOSTA
Saint-Rhemy-En-Bosses, Casa Cantoniera S.S. 27 "del Gran San Bernardo" al km 30+500
Verres, Casa Cantoniera S.S. 26 "della Val d'Aosta" al km 63+100 
Prè Saint Didier, Casa Cantoniera S.S. 26 "della Val d'Aosta" km 133+370
La Thuile, Casa Cantoniera S.S. 26 "della Val d'Aosta" km 151+250
La Thuile, Casa Cantoniera S.S. 26 "della Val d'Aosta" km 153+400

PUGLIA
Bari, Casa Cantoniera Torre a Mare, S.S. 16 "Adriatica" al km 815+500
Altamura, Casa Cantoniera Sabini, S.S. 96 "Barese" al km 75+053

EMILIA ROMAGNA
Berceto, Casa Cantoniera Ripasanta, S.S. 62 "della Cisa" al km 66+045
Berceto, Casa Cantoniera Monte Marino, S.S. 62 "della Cisa" al km 68+264
Fornovo di Taro, Casa Cantoniera, S.S. 62 "della Cisa" al km 93+799

TOSCANA
San Vincenzo, Casa Cantoniera Santa Costanza, S.S. 1 "Aurelia" al km 254+150
Castagneto Carducci, Casa Cantoniera Accatapane, S.S. 1 "Aurelia" al km 261+965 
Castagneto Carducci, Casa Cantoniera Bolgheri, S.S. 1 "Aurelia" al km 270+358
Rapolano Terme, Casa Cantoniera Colonna del Grillo, S.S.73 "Senese-Aretina" al km 107+000

LOMBARDIA
Dervio, Casa Cantoniera, S.S. 36 "del lago di Como e dello Spluga" al km 82+848 
Campodolcino, Casa Cantoniera, S.S. 36 "del lago di Como e dello Spluga" al km 131+916
Spinone al Lago, Casa Cantoniera, S.S. 42 "del Tonale e della Mendola" al km 46+050 
Ponte di Legno, Casa Cantoniera, S.S. 42 "del Tonale e della Mendola" al km 145+810
Salò, Casa Cantoniera, S.S. 45 bis "Gardesana Occidentale" al km 69+470
Toscolano-Maderno, Casa Cantoniera, S.S. 45 bis "Gardesana Occidentale" al km 77+178 
Limone sul Garda, Casa Cantoniera, S.S. 45 bis "Gardesana Occidentale" al km 102+121

LAZIO
Cisterna di Latina, Casa Cantoniera, S.S. 7 "Appia" al km 52+067
Terracina, Casa Cantoniera Acqua Santa, S.S. 7 "Appia" al km 104+052

PIEMONTE
Exilles, Casa Cantoniera, S.S. 24 "del Monginevro" al km 66+890
Claviere, Casa Cantoniera, S.S. 24 "del Monginevro" al km 95+720

VENETO
Cortina d'Ampezzo, Casa Cantoniera Acquabona, S.S. 51 "dell'Alemagna" al km 98+750 
Cortina d'Ampezzo, Casa Cantoniera Bigontina, S.S. 51 "dell'Alemagna" al km 102+710
Cortina d'Ampezzo, Casa Cantoniera Fiames, S.S. 51 "dell'Alemagna" al km 107+980
Cortina d'Ampezzo, Casa Cantoniera Cimabanche, S.S. 51 "dell'Alemagna" al km 118+200
Cortina d'Ampezzo, Casa Cantoniera Podestagno, S.S. 51 "dell'Alemagna" al km 112+000
Le prime case oggetto di riqualificazione si trovano in Valle d'Aosta, Piemonte, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Puglia.

Tutte le giravolte degli ex Pci sulla legge elettorale

La Stampa
mattia feltri

Dal doppio turno di collegio al no preferenze, fino alla battaglia per le preferenze



Tenetevi forte: saliamo sulle montagne russe. Dicembre 2005, nasce il Porcellum. È in fasce e fa già schifo a tutti, per capirlo basta il nome. Negli anni sarà definito schifezza, indecenza, vergogna, verrà dichiarato incostituzionale, si invocheranno governi di scopo per cancellarlo. Ma dura tre elezioni: una vinta a destra, l’altra a sinistra, la terza finita in pareggio. Ma quando a fine 2011 era arrivato Mario Monti, i partiti non avevano altra incombenza che rifare la legge elettorale. Un un terzetto di prescelti - Maurizio Migliavacca per il Pd, Denis Verdini per il Pdl, Nando Adornato per i centristi - si incontra e tratta. Il Pd vuole il sistema francese con doppio turno di collegio, il Pdl risponde ok, perfetto, allora dateci il semipresidenzialismo.

Il semipresidenzialismo? Mai! Provocazione! Scandalo! Insomma, salta tutto (se non riuscite a stare dietro a doppi turni, collegi eccetera non importa, la trama non ne risentirà). Allora il Pdl dice: teniamo il Porcellum e aggiungiamo le preferenze, così l’elettore si sceglie il parlamentare. Le preferenze? Mai! Provocazione! Scandalo! Anna Finocchiaro: «Siamo contrari alle preferenze». Pierluigi Bersani: «Collegi, non preferenze, non possiamo metterci fra Tangentopoli e la Grecia». Vannino Chiti: «Niente ritorno alle preferenze». Salta tutto. Si torna al voto col Porcellum, febbraio 2013.

Bersani non riesce a fare il governo. Lo fa Enrico Letta col centrodestra. Si comincia a lavorare alla nuova legge elettorale. Si istituisce un apposito comitato di saggi. Nel frattempo, nel Pd, Roberto Giachetti, che è in sciopero della fame per sollecitare la cancellazione del Porcellum, propone - per sicurezza, casomai i saggi fallissero, o si dovesse tornare alle urne - di ripristinare il Mattarellum, la legge degli anni Novanta. Bastano quindici giorni, dice. Il Mattarellum, capito? Cioè: niente preferenze, ma collegi. Eppure nel Pd firmano soltanto in una cinquantina.

Ma a poco a poco arrivano altri, da Scelta civica, dal Pdl (Antonio Martino), da Sel, e quando si tratta di votare una mozione di indirizzo, una semplice dichiarazione d’intenti, il Pd con segretario Guglielmo Epifani riunisce il gruppo parlamentare e le firme vengono ritirate. Tutte. Di colpo, niente collegi. Fate attenzione: quando il Pdl voleva le preferenze, il Pd voleva i collegi. Quando Giachetti voleva i collegi, il Pd non li voleva più: stava passando alle preferenze. La mozione viene votata dai grillini: se il Pd ci fosse stato, oggi ci sarebbe il Mattarellum.

Se ne va Letta, tocca a Matteo Renzi e si incardina l’Italicum, che non prevede preferenze, ma brevi liste bloccate. E - magia! - la minoranza del Pd, che era maggioranza fino all’arrivo di Renzi, si invaghisce delle preferenze. Bersani: «I cittadini debbono poter scegliere i loro deputati. Su questo non intendo desistere: va bene la ditta e la fedeltà ma quando si arriva a temi di democrazia...». Gianni Cuperlo sarebbe ancora per i collegi ma «vanno bene anche le preferenze». Miguel Gotor raccoglie le firme attorno a una proposta: 25 per cento di nominati, 75 per cento con le preferenze.

Si rifà l’Italicum. Come chiede la minoranza Pd, si cambiano le soglie per entrare in Parlamento e per ottenere il premio di maggioranza, soprattutto si inseriscono le preferenze nelle percentuale del settantacinque. Tutto a posto? No. Adesso la minoranza Pd ci ha pensato bene, vuole il Mattarellum che non voleva quando a volerlo era Giachetti. La minoranza Pd riraccoglie le firme per «riequilibrare governabilità e rappresentanza e dare diritto di tribuna ai partiti più piccoli». Cuperlo: «Si riparte insieme dal Mattarellum!». Ripartiamo: che verbo preciso.

Vent'anni di generici, mancato boom "ma 4 miliardi di risparmi"

repubblica.it
di MICHELE BOCCI

Gli Italiani spendono continuano a preferire i medicinali di marca, per i quali spendono un miliardo all'anno di tasca propria. L'incontro di Assogenerici per il ventennale di questi prodotti: "Il nostro lavoro ha comunque permesso di abbassare i prezzi dei farmaci"

Vent'anni di generici, mancato boom "ma 4 miliardi di risparmi"

Un successo o un’occasione non sfruttata fino in fondo? Oggi i farmaci generici compiono vent’anni. La prima molecola senza brand venne messo in commercio nel 1996 e l’associazione dei produttori, Assogenerici, prova a tracciare un bilancio. Intanto un dato positivo, grazie a questi medicinali senza brand la spesa farmaceutica dal 2000 ad oggi è stata più bassa di 4 miliardi. E’ però vero che in Italia questi prodotti non hanno sfondato completamente, soprattutto rispetto ad altri Paesi. A fronte di un mercato in farmacia che vede ormai oltre il 75% dei medicinali in vendita a brevetto scaduto, infatti, solo il 35% dei cittadini scelgono il generico, gli altri preferiscono continuare ad acquistare il brand.

Questo si traduce per loro in una spesa, visto che il sistema sanitario rimborsa i medicinali fino al costo del generico. Chi sceglie il prodotto di marca, di solito un po’ più caro, deve pagare la differenza. Si tratta di pochi euro a confezione, anche solo 1 o 2 ma alla fine dell’anno il conto generale racconta di un esborso dei cittadini di quasi un miliardo di euro (980 milioni secondo i dati di Ims Health). Le cifre raccontano dunque di un boom mancato. Ci sono poi i soliti sbilanciamenti tra le regioni "Fra la Campania e la Lombardia - scrive Ims Health - nonostante le differenze di Pil pro capite c'è un 50% di differenza nell'utilizzo dei generici, più diffusi nella seconda regione".

Ciò non toglie che l’ingresso sul mercato dei cosiddetti equivalenti abbia prodotto un calo dei prezzi, molto importante soprattutto per lo Stato, che appunto non paga il costo superiore del farmaco di marca per il quale è scaduto il brevetto. In Italia, dice sempre Ims Health nella ricerca fatta per l’assemblea di Assogenerici, dal 2010 al 2015 il prezzo medio dei farmaci con obbligo di prescrizione in farmacia è diminuito di circa il 15% (da 11 euro a 9,5 a confezione).

“Se nel nostro Paese si è riusciti nel tempo a sostenere la spesa farmaceutica e permettere l’adozione progressiva dell’innovazione – commenta Enrique Häusermann, presidente di Assogenerici – lo si deve alla presenza di un settore, quello dei medicinali equivalenti e biosimilari, dinamico e competitivo.

In questo delicato momento economico e istituzionale, il nostro impegno è di essere sempre al fianco del nostro Servizio sanitario nazionale, come un’importante risorsa nell’impegno complessivo per la sua sostenibilità”. Nomisma ha realizzato un rapporto sui generici per l’associazione dei produttori. “Il panorama industriale di questi prodotti è ancora robusto: le imprese sono in crescita negli ultimi 5 anni in termini di ricavi (+42%), valore aggiunto (+28,4%), numero di dipendenti (+12,6%), retribuzioni (+26%) e investimenti materiali e immateriali (+5,6% e +65.8%), con performance nettamente superiori rispetto alla media dell’industria farmaceutica”.

Prima il volo, poi il canto: così gli uccelli nella preistoria

repubblica.it
di ANNA LISA BONFRANCESCHI

Ritrovato in Antartide il più antico fossile di siringe, l'organo vocale degli uccelli cui si devono semplici richiami o complesse vocalizzazioni. E probabilmente comparve dopo l'adattamento al volo

Prima il volo, poi il canto: così gli uccelli nella preistoria

ERA NASCOSTO in una roccia nell'isola Vega, in Antartide, il fossile di un antichissimo uccello che getta luce sull'evoluzione delle straordinarie abilità vocali dei volatili. Perché quel fossile, presentato oggi sulle pagine di Nature, è la più antica testimonianza mai ritrovata della siringe, l'organo vocale degli uccelli, e risale a un periodo compreso tra i 66 e i 68 milioni di anni fa. Prima cioè dell'estinzione di massa che 65 milioni di anni fa spazzò via gran parte delle specie viventi, dinosauri inclusi, considerati oggi antenati degli uccelli stessi.

Il ritrovamento di una siringe vecchia di decine di milioni di anni è di per sé una scoperta. Infatti, malgrado l'elevato numero di fossili di uccelli rinvenuti dai paleontologi, di resti che possano raccontare l'evoluzione dei comportamenti dei volatili abbiamo ben poco. La siringe - cui sono legate le abilità vocali degli uccelli, grazie a membrane vibranti, simili alle nostre corde vocali, attaccate agli anelli di cartilagine che la costituiscono - colma proprio quel vuoto, finora abitato solo da fossili più giovani. Ma cosa raccontano questi anelli di cartilagine fossilizzati?

Per scoprirlo Julia Clarke della University of Texas e il suo team di ricerca hanno analizzato la struttura tridimensionale della siringe utilizzando i dati ottenuti da tomografia computerizzata a raggi x confrontandoli con quelli ottenuti da fossili più giovani e da uccelli moderni viventi. Gli scienziati sono così stati in grado di osservare che la siringe in questione apparteneva a un uccello (ribattezzato, in onore dell'isola, Vegavis iaai) con caratteristiche simili a quelle di anatre e oche, azzardando anche che i suoni prodotti dovevano essere simili.

Finora nei dinosauri erano state rinvenute alcune caratteristiche tipicamente aviarie, come le piume, ma non altre, quali strutture anatomiche come la siringe; perché non è chiaro. Potrebbe trattarsi di una lacuna nei fossili, ma forse, azzardano oggi i ricercatori, la spiegazione è un'altra: la complessa struttura della siringe potrebbe essere una caratteristica comparsa relativamente tardi nell'evoluzione degli uccelli, rispetto alle piume o al volo.

Spingendosi oltre, concludono gli autori, se davvero la siringe e quindi le vocalizzazioni sono stati un'innovazione relativamente recente, in tempi più antichi il ruolo per la selezione sessuale - oggi svolta per molti uccelli dai canti di corteggiamento - spettava soprattutto ai segnali visivi, come gli ornamenti delle piume.

Riconoscimento facciale, creato software russo che 'legge' il 73% delle fotografie

repubblica.it
di CLAUDIO CUCCIATTI

Può essere usato per condividere immagini di persone che partecipano ai grandi eventi, ma la sua applicazione divide. Dalla sicurezza alla privacy, si rischiano invasioni di campo dannose

Riconoscimento facciale, creato software russo che 'legge' il 73% delle fotografie

Godetevi il concerto senza fotografare il palco alle vostre spalle. A immortalarvi durante un grande evento ci penserà un algoritmo russo capace di riconoscere il 73 per cento delle persone in un milione di scatti. Un risultato migliore di quello ottenuto dal team Alphabet Inc. di Google. Una volta scattate, le foto verranno inviate al vostro smartphone. Il software russo è stato messo a punto dalla NTechLab, fondata da Artem Kukharenko e Alexander Kabakov.

Il riconoscimento facciale scatena ogni volta che fa progressi interesse ma anche molte critiche. La sicurezza nazionale e la violazione della vita privata da una parte, l'individuazione di criminali o terroristi dall'altra: sono molti gli usi distorti che se ne potrebbero fare e i settori che ne potrebbero beneficiare. In marzo, ad esempio, il Garante della privacy ha bloccato questo sistema proposto per schedare chi chiede dei finanziamenti, spiegando che "non può ritenersi necessario e proporzionato un uso generalizzato e incontrollato dei dati biometrici dei clienti che, tra l'altro, si possono prestare a utilizzi impropri e possibili abusi".

I due giovani programmatori hanno difeso la propria creatura sottolineando come il software vada ad agire in zone dove la privacy viene violata ogni giorno: "Non esiste vita privata - dicono - ogni governo può controllare, tramite il vostro smartphone, cosa state facendo, dove state andando, ciò che state acquistando e con chi state parlando". Al momento la NTechLab ha venti dipendenti e tira avanti attraverso l'autofinanziamento, in attesa di investitori. Già dai tempi dell'università Kukharenko lavorava all'algoritmo, anche se in origine era nata una app per riconoscere le razze canine. "Dopo soli due mesi - racconta - mi sono accorto delle enormi potenzialità di questa nuova tecnologia e dei molti campi in cui può essere applicata. Fotografare le persone che si divertono ad un festival musicale è solo l'inizio".   

Asaps: "Non credibili i dati Aci di 3 incidenti su 4 dovuti alla distrazione da smatphone". Aci: "Gli studi Usa parlano chiaro"

repubblica.it

Il presidente dell'associazione Giordano Biserni contesta i dati dell'Automobile Club. Ma Enrico Pagliari, coordinatore area tecnica Aci, difende la ricerca

Asaps: "Non credibili i dati Aci di 3 incidenti su 4 dovuti alla distrazione da smatphone". Aci: "Gli studi Usa parlano chiaro"

Non si placa la polemica sui dati da distrazione al volante. Dopo la presa di posizione dell'Aci che sul tema ha anche realizzato una bella campagna di comunicazione, interviene l'Asaps, associazione amici polizia stradale. Vista la delicatezza dell'argomento, riportiamo integralmente la lettera del presidente dell'associazione Giordano Biserni. E la risposta dell'Aci.


Ho avuto modo di seguire questa querelle sulla distrazione alla guida nella quale il rappresentante dell’ACI insiste nella divulgazione del dato che 3 incidenti su 4, cioè il 75%, sono dovuti alla distrazione alla guida in particolare all’utilizzo di smatphone.

E’ a tutti evidente che l’utilizzo dei telefonini in genere sta dilagando purtroppo senza che vi sia un adeguato contrasto dal punto di vista sanzionatorio, Non stiamo qui a discernere sul fatto che poi anche la stessa contestazione della violazione non è così semplice (impraticabile di notte, quando è cattivo tempo, gli automobilisti lanciano lontano il cellulare alla vista della pattuglia come avessero una reazione da corrente elettrica ecc.). Proprio per questo servono anche forti campagne informative e dissuasive".



Ma affermare che 3 incidenti su 4 sono  addebitabili alla distrazione alla guida a me,  che pure mi occupo di sicurezza stradale da oltre 40 anni e da 25 al vertice dell’ASAPS, mi sembra assolutamente azzardato e non credibile. E cerco di spiegarmi. Se il 75% degli incidenti è addebitabile a distrazione nell’altro 25% dovremmo ricomprendere tutte le altre cause come la guida in stato di ebbrezza, quella sotto l’effetto di stupefacenti, il (micidiale) colpo di sonno, la velocità, la mancata precedenza, i contromano, ecc.  


Questo significherebbe che nel non lontanissimo 2001 quando si contavano oltre 7.000 morti sulle strade e gli smartphone non esistevano (c’erano solo i meno confidenziali cellulari, ma in numero molto più ridotto) quelle 7 migliaia di morti erano dovute a ben altre cause, mentre oggi su 3.419 morti registrati da Istat e Aci nel 2015, ben 2.564 sarebbero addebitabili a distrazione, compresi una parte dei  769 motociclisti  deceduti, categoria che spesso ha incidenti senza il coinvolgimento di terzi e che raramente usano il cellulare alla guida.

Ma con quale “elaborazione” dei dati si può arrivare ad una percentuale simile, per di più considerando che nel nostro Paese Istat e Aci dal 2009 non sono in grado neppure di dirci quanti sono gli incidenti collegati all’abuso di alcol e droghe? Eppure in questo caso il sistema di misurazione oggettiva dell’alcolemia e della positività esiste eccome. Come mai i dati sono silenti da 7 anni?

Allora un dato lo posso fornire ricavandolo dall’Osservatorio Pirateria stradale dell’ASAPS.
Nei soli primi 8 mesi del 2016 abbiamo potuto registrare che il 23% delle piraterie mortali era addebitabile ad un conducente ubriaco o drogato. Aggiungiamo anche che gli esperti del sonno tendono ad addebitare un altro 25 –30% degli incidenti a questa causa, si fa presto a capire che pur non considerando le altre importanti voci come la velocità, i contromano ecc è praticamente impossibile lasciare lo spazio a quel presunto 75% da distrazione.

Un breve sondaggio fatto fra i nostri 600 referenti ASAPS, quasi tutti appartenenti alle forze di polizia, quelli cioè che stanno sulla strada a rilevare gli incidenti, mi ha permesso di sostenere con vigore questa mia forte e motivata perplessità. Per altro se dalla distrazione da uso del cellulare in particolare, derivasse veramente l’addebito di 2.564 vittime su 3.419 totali ci sarebbe subito da denunciare questo utilizzo fra i crimini contro l’umanità.

Detto questo sicuramente la distrazione alla guida, in particolare quella dovuta all’utilizzo del cellulare e degli smartphone, sta assumendo una connotazione e pervasività veramente preoccupanti e per questo come ASAPS – è noto – abbiamo chiesto al legislatore di intervenire con provvedimenti ancora più severi e alla forze di polizia di attivare specifici ed efficaci servizi di contrasto.

Anche perché se questa percentuale del 75% degli incidenti addebitabili alla voce distrazione fosse vera, allora contrastandola con vigore in breve tempo raggiungeremmo gli obiettivi sperati di abbassamento radicale della mortalità sulle strade andando anche ben oltre gli obiettivi che ci ha assegnato l’UE. Ricordo anche a proposito di UE che proprio l’ETSC (European Transport Safety Council) nel suo ultimo studio del 2016, stima infatti che le collisioni stradali siano direttamente collegate alla distrazione in una percentuale compresa tra il 10 e il 30%. E questa mi sembra una stima sicuramente realistica.


Immediata la risposta dell'Aci. Eccola anche questa riportata integralmente con l'intervento di Enrico Pagliari Coordinatore Area Tecnica dell'Automobile Club d'Italia
 
"Sono a precisare i seguenti concetti: 

3 incidenti su 4 avvengono perché una delle concause è la distrazione; l'incidente stradale è un fenomeno complesso che si verifica per tutta una serie di circostanze e cause, anche più di una, desumibili dalla schematizzazione classica uomo-veicolo-strada; è per questo che bisogna parlare di concause, ed esemplificando la concausa distrazione si va ad aggiungere ad altre concause, anche l'assunzione di alcol, ecc.   


Anche nel dato desunto dal modulo ISTAT, sezione "cause accertate o presunte", si deve parlare di concause; nella nota esplicativa della tabella dove il dato viene riportato, una nota precisa "Sono incluse nel prospetto tutte le circostanze registrate per i primi due veicoli coinvolti. Per ogni veicolo possono essere indicate fino a tre tipologie di circostanze"; da evidenziare che questa sezione viene compilata solo in poco più del 40% degli incidenti, in circa il 60% dei casi si tratta di cause imprecisate.


Utilizzare le sanzioni al CdS, nel caso specifico quelle all'uso del cellulare, per dare una dimensione al fenomeno non è assolutamente corretto, si commette l'errore di "sommare le pere con le mele"; i sanzionati che usano il cellulare non sono le persone che hanno avuto un incidente stradale, anche se sicuramente hanno un elevata probabilità di incorrere in un incidente stradale con concausa distrazione; sicuramente è un numero che ci dice quanti sono i conducenti che usano il cellulare alla guida; questo senza entrare nel merito del numero, dell'efficacia ed efficienza di questi controlli ai fini della repressione del fenomeno. 


I dati di studi e statistiche "serie e certificate" degli USA parlano che il 65% dei conducenti morti in incidenti stradale stava usando il cellulare; negli USA, cultura anglosassone, le statistiche vengono fatte  in modo copioso e serio, al contrario dei paesi latini".

Furto d'identità e conto svuotato. La banca, se sciatta, deve risarcire il cliente truffato

repubblica.it
di ALDO FONTANAROSA

Sentenza del Tribunale di Roma in difesa di un risparmiatore argentino che aveva i soldi in Italia. Gli hacker hanno spostato il denaro dal suo deposito online ad un altro, che era stato intestato a suo nome grazie a documenti falsi

Furto d'identità e conto svuotato. La banca, se sciatta, deve risarcire il cliente truffato

L'audace colpo dei soliti ignoti - bottino oltre 110 mila euro - prende corpo a Roma. Nella Capitale la banda di malviventi (e hacker) fabbrica una carta di identità fasulla con nome, cognome e foto dell'uomo che vogliono truffare. Con questo documento, falsificato in modo anche grossolano, il capo della banda apre un conto corrente in un istituto del centro. Subito dopo, va in Internet ed entra sul conto online della vittima prescelta, usando incredibilmente i codici di accesso che gli ha trafugato. E da questo conto online - via Internet - il capo sposta 110 mila 320 euro verso il conto fasullo. Al truffato lascia solo pochi spiccioli: la miseria di 37 euro. Perfezionato il trasferimento, la banda preleva dal conto fasullo i 110 mila 320 euro, stavolta in contanti, prima di festeggiare nelle strade della Capitale.

Ora il Tribunale Civile di Roma ordina la restituzione di tutti i soldi prelevati in modo illecito dal conto del truffato e il pagamento di altri 20 mila euro per risarcire l'ulteriore danno patrimoniale che la persona ha subìto (per andare avanti, la vittima ha dovuto chiedere dei prestiti). A versare queste somme e questi risarcimenti saranno entrambe le banche: quella del correntista, indifesa di fronte ai truffatori informatici; ma anche la banca dove è stato aperto il conto fasullo. La sentenza del Tribunale - di cui scrive il sito cassazione.net - spiega che il correntista raggirato non ha commesso alcuna leggerezza nella gestione del suo conto. Imperizia e ingenuità sono tutte delle due banche, ora giudicate responsabili.

Il correntista truffato, intanto, è in una condizione di svantaggio. Ha questi soldi depositati in Italia, anche se vive in Argentina. Proprio per questa sua lontananza,  l'uomo è prudente e chiede alla sua banca italiana che un sms sul telefonino lo informi di qualsiasi movimento avvenga sul suo conto. Un'accortezza che noi tutti utilizziamo. I truffatori informatici, però, sono abili. Quanto entrano via Internet sul conto del truffato, come prima cosa cambiano il numero di telefono destinatario degli sms mettendo così fuori gioco il risparmiatore. La banca - che dunque si dimostra sciatta e vulnerabile - ha un'altra colpa. Non si allarma di fronte allo spostamento di ben 110 mila euro, operazione ben più importante di quelle che il correntista è solito fare.

Gravi responsabilità ricadono anche sull'altra banca, dove è stato acceso il conto fasullo. Questo istituto apre un conto corrente ad una persona che mostra allo sportello la sola carta di identità - documento facile da falsificare, osserva il giudice nella sua sentenza - e un codice fiscale dove non compare neanche la foto del titolare. Peraltro il truffatore, a questo punto commette un errore. Scrive sulla falsa carta d'identità che il documento scadrà nel 2022. In realtà le nuove norme - molto reclamizzate - fissano la scadenza all'ultimo compleanno utile del titolare, che in questo caso è a marzo del 2023. La banca peraltro non si insospettisce quando il truffatore, che dice di risiedere a Roma, indica un domicilio a Siderno, in provincia di Reggio Calabria.

E abbocca senza obiezioni anche quando il truffatore rifiuta di attivare sul conto servizi che tutti abbiamo, come un bancomat, la domiciliazione delle utenze o l'accredito di uno stipendio. La sentenza del Tribunale Civile di Roma - la numero 16221 del 2016 - spiega che il correntista truffato non può reclamare la restituzione dei soldi soltanto in alcuni casi. Quando è responsabile di "trascuratezze, errori, quando è lui stesso autore di una frode". La Corte di Cassazione - che affronta la questione nella sentenza 10638 del 2016 - spiega anche che la banca può essere assolta quando è vittima di "forza maggiore".

Ma in questo caso non ci sono scusanti: i due istituti sono venuti meno alla "diligenza del buon banchiere" come viene definita dall'articolo 1176 del Codice Civile. Per questo, insieme, devono pagare  al correntista truffato i 110 mila 320 trafugati, 20 mila euro come ulteriore danno patrimoniale (più interessi legali); e ai suoi avvocati 9533 euro di parcella.

Clare, 105 anni e uno scoop: la seconda guerra mondiale

Riccardo Pelliccetti - Gio, 13/10/2016 - 08:39

Fu la prima giornalista a dare la notizia dell'invasione della Polonia da parte tedesca. Oggi vive a Hong Kong



È l'alba del primo settembre 1939. I colpi di cannone svegliano di soprassalto Clare Hollingworth, corrispondente del Daily Telegraph a Katowice, nel Sud- Est della Polonia. Solo otto giorni prima la Germania nazista e l'Unione Sovietica hanno stretto un'intesa, il famoso patto Ribbentrop-Molotov, per spartirsi la Polonia ed evitare uno scontro tra Mosca e Berlino. Ma sarà proprio quell'accordo che darà il via a uno dei più sanguinosi conflitti della storia: la Seconda Guerra Mondiale.

«Qualcuno entrò nella mia stanza e disse: I tedeschi stanno arrivando ha raccontato Clare in un'intervista nel 2009 E avevano perfettamente ragione». La reporter inglese, assunta da solo una settimana dal quotidiano britannico, era già da alcuni mesi in Polonia per aiutare i rifugiati a ottenere un visto britannico e mettersi in salvo dall'avanzata delle truppe tedesche e sovietiche. Clare avrebbe aiutato in soli cinque mesi circa 3mila persone, fra donne, uomini e bambini, a raggiungere la Gran Bretagna.

Ma la coraggiosa giornalista non si ferma qui. Riesce anche a convincere il console generale britannico di Katowice a prestarle l'automobile con l'autista, con il quale andrà sulla frontiera con la Germania per raccontare l'ammassamento di truppe tedesche, pronte a invadere il Paese. La Polonia è in una morsa. La giovane giornalista, frastornata dal rombare degli aerei, telefona subito all'ambasciata inglese a Varsavia e chiede del suo amico Robin Harkey, il secondo segretario.

«Robin gli dice la guerra è cominciata». «Sei sicura, ragazza mia?», le risponde il diplomatico. Lei mette il telefono fuori dalla finestra della stanza e gli fa sentire lo sfregolio metallico dei cingoli dei carri armati. Clare è il primo corrispondente di guerra a dare la notizia dello scoppio del conflitto, mentre per il Daily Telegraph è uno dei più grandi scoop della sua storia. Sulla prima pagina del quotidiano, pubblicato pochi giorni dopo l'inizio del conflitto, compare il titolo del suo articolo: «1.000 carri armati ammassati sul confine polacco. Dieci divisioni pronte a un attacco rapido».

Se il secondo conflitto mondiale le ha regalato la fama, i conflitti successivi la consacrano come reporter di guerra, soprattutto perché di giornaliste donne sui fronti caldi se ne vedono poche. Nel 1946 è in Palestina, ancora colonia inglese. Sono gli anni caldi in cui gli ebrei vogliono costruire il proprio Stato e molti di loro lo fanno scegliendo la via del terrorismo, come l'Irgun. Il 22 luglio un commando dell'organizzazione fa saltare un bomba al pianterreno dell'hotel King David a Gerusalemme, dove nell'ala Sud ha sede il quartier generale dell'amministrazione britannica della Palestina. È una strage: 91 morti e 46 feriti. Tra i sopravvissuti c'è anche Clare, ospite da alcuni giorni dell'albergo.

Negli anni successivi, ritroviamo la Hollingworth a raccontare il conflitto israelo-palestinese, la guerra civile in Algeria, la rivoluzione cinese e la crisi di Aden, fino alla guerra del Vietnam. Una vita fra le trincee e i morti, tra i rifugiati e gli ospedali zeppi di vittime e feriti. Ma come giornalista può anche vantarsi di essere stata la prima e, decenni dopo, l'ultima a intervistare lo scià di Persia. Perché, come racconta il decano della Bbc John Simpson, «lei era l'unica persona con cui Reza Pahlavi voleva parlare».

Clare Hollingworth ha compiuto 105 anni il 10 ottobre e dal 1980 vive a Hong Kong. In occasione del suo compleanno ha ricevuto uno speciale messaggio di auguri da una delle ragazze che aveva salvato dall'invasione nazista. Margo Stanyer aveva solo quattro anni quando Clare è riuscita a farla scappare dalla Polonia e le ha dato l'opportunità di rifarsi una vita in Gran Bretagna. «Buon compleanno, cara Clare le ha scritto Margo Vivi di nuovo altri cent'anni. Io ti penserò sino alla fine dei miei giorni. Ti ringrazio infinitamente per quello che hai dato a me e a tante altre persone. Grazie».

Saddam Hussein aveva una camera di tortura a New York

La Stampa

La storia della camera degli orrori su Madison Avenue è stata pubblicata dal New York Post



Non aveva niente di diverso da una delle tante eleganti palazzine su Madison Avenue, nel cuore di New York. Ma nascondeva una camera delle torture. A rivelarlo alcune fonti irachene, secondo cui l’edificio di cinque piani che ancora oggi ospita la missione irachena all’Onu in passato ha nascosto nel seminterrato una camera dell’orrore, fatta allestire da Saddam Hussein quando salì al potere nel 1979.

La palazzina si trova sulla 79esima strada nell’Upper East Side di Manhattan, una delle zone più esclusive della città. Di fronte c’è la residenza dell’ex sindaco di New York, il miliardario Michael Bloomberg. Secondo il racconto del New York Post era qui che gli agenti del servizio segreto di Saddam imprigionavano cittadini iracheni e li usavano per costringere i loro parenti negli Stati Uniti a tornare in Iraq e a sottomettersi al regime.

«Era una stanza buia - hanno raccontato le fonti al giornale - le porte erano rinforzate e nessuno riusciva a irrompere o scappare. Non c’era neanche bisogno di isolamento acustico. Lì sotto non si riuscivano a sentire le urla». Tra gli strumenti di tortura filo di rame, tubi di gomma e assi di legno. Ai prigionieri venivano strappate le unghie e poi venivano picchiati a sangue. In molti casi venivano uccisi e rispediti in Iraq come pacchi con esenzione doganale.

«Mettevano semplicemente il corpo - rivela un testimone - in una cassa diplomatica ed era pronta per essere spedita. Trattandosi di “diplomatica” nessuno aveva l’autorità per ispezionarla». La camera di tortura a New York, sempre secondo le fonti, era simile alle camere di prigionia allestite nelle ambasciate irachene nel mondo, tra cui Europa orientale e Paesi arabi, e dove sono state effettivamente trovate prove di tortura. 

A New York, per tenere nascoste le loro operazioni, i «Mukhabarat» avevano oscurato il lucernario sul tetto in modo da impedire che i satelliti o l’aeronautica americana potessero scrutare all’interno. All’esterno, inoltre, vi era perennemente parcheggiata un’auto dalla quale venivano tenute sotto controllo eventuali spie americane impegnate in operazioni di intercettazione. Tuttavia sembra che le prove delle torture furono cancellate dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003 in seguito all’invasione americana in Iraq. 

Ecco tutti i segreti del "Mein Kampf"

Matteo Sacchi - Gio, 13/10/2016 - 08:36

Il nuovo saggio, "Il libro proibito di Hitler, Storia del Main Kampf", del giornalista tedesco Felix Kellerhoff, ricostruisce con maestria la genesi del Mein Kampf e la sua ricezione da parte dei lettori



Ci sono pochi dubbi che il Mein Kampf sia il germe d'origine del male Nazionalsocialista.
Il fatto che questo libro sia stato «la Bibbia» di uno dei più feroci regimi del XX secolo ne ha decretato la damnatio memoriae. Un veto, per anni la Baviera lo ha reso impubblicabile, che se da un lato è comprensibile dall'altro ha reso molto difficile anche una riflessione sulle origini del delirio hitleriano. Ancora oggi che il veto alla pubblicazione è caduto, la Baviera ha curato una edizione ufficiale ricchissima di note, resta comunque fortissimo il tabù sul volume. Basti pensare alle polemiche che ha prodotto la pubblicazione della versione italiana del libro fatta dalla nostra testata.

Ecco perché si rivela uno strumento importante un volume appena tradotto in italiano: Il libro proibito di Hitler. Storia del Mein Kampf (Rizzoli, pagg. 356, euro 22). L'autore Sven Felix Kellerhoff è un giornalista e storico tedesco che, da anni, scrive monografie dedicate al nazismo. In quest'ultima ha ricostruito con grande precisione sia la genesi dell'opera di Hitler sia il suo percorso editoriale e la ricezione da parte dei lettori. Dal volume emergono così notazioni importanti che consentono di comprenderlo più a fondo. In primo luogo Kellerhoff si è impegnato a scandagliare con precisione il lavoro redazionale sul testo, giungendo alla conclusione che il libro è stato scritto integralmente da Adolf Hitler.

Il primo volume è stato in gran parte battuto direttamente a macchina dal dittatore tedesco. Rudolf Hess non fu coinvolto in null'altro che non fosse la correzione delle bozze. Correzione che Hess in buona parte scaricò sulla futura moglie Ilse Pröhl. A confermare questa tesi 5 pagine originali e ben 18 scalette ritrovate nel 2006 che sono indubbiamente provenienti dalla macchina da scrivere personale del futuro dittatore, una Meteor da viaggio.

Kellerhoff svolge un compito prezioso anche nelle pagine in cui ricostruisce le fonti di Hitler. Il futuro dittatore infatti rarissimamente fornisce citazioni dirette dei suoi autori di riferimento, e quindi vanno rintracciati. Tra questi spunta anche l'Ebreo internazionale di Henry Ford, anche se non è chiaro quanto l'influenza sia diretta. Chiarissime invece le influenze dell'esperto di eugenetica svedese Herman Lundborg e del teorico razzista tedesco Hans F.K. Günther. Il razzismo di Hitler ha lì le sue radici. La teoria dello «spazio vitale» fu copiata dalle idee di uno dei professori di Rudolf Hess: Karl Haushofer.

Molte novità anche sull'antisemitismo hitleriano. Hitler nel testo si accredita continuamente come antisemita sin dalla sua giovanile permanenza a Vienna. Ma di questo non è stato possibile rintracciare nessuna conferma. Anzi i suoi rapporti con famiglie ebree, come gli Jahonda, all'epoca erano più che buoni. Anche nei primi mesi a Monaco non compare nessuna traccia di riflessioni o atteggiamenti antisemiti. Insomma secondo Kellerhoff la conversione ideologica di Hitler è avvenuta essenzialmente dopo la guerra, anche se nel Mein Kampf viene travestita da percorso di una vita.

Il testo di Kellerhoff, il cui ultimo capitolo arriva sino alla attuale circolazione del testo e alla nuova edizione bavarese, fornisce un quadro completo e chiaro su un libro che è pericoloso solo se lo si mitizza. E ormai a mitizzarlo rimane solo qualche nostalgico e, paradossalmente, chi vuole costruirci attorno un tabù.