sabato 8 ottobre 2016

Ancora

La Stampa
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Marino è stato assolto, la Raggi è diventata sindaco e Orfini ancora parla.

Martha fa tremare Leonardo: l'ex pilota difende il "cinghiale" A-10 dall'attacco degli F-35

repubblica.it
di LUCIO CILLIS

Una nuova tegola rischia di abbattersi negli Stati Uniti sul superjet da guerra che vede anche Finmeccanica-Leonardo in prima fila: il "warthog" nonostante gli anni, regge bene il confronto. E la deputata, eroina di Afghanistan e Iraq, punta a ritardarne il pensionamento

Martha fa tremare Leonardo: l'ex pilota difende il "cinghiale" A-10 dall'attacco degli F-35

Una storia d'altri tempi quella della donna che non vuole uccidere il cinghiale. Succede negli Usa che Martha McSally, 50 anni, pilota decorata, veterana in Afghanistan e Iraq, oggi deputata repubblicana di spicco, non abbia alcuna voglia di lasciare la pista al famigerato F-35 mandando in pensione il "suo" A-10 warthog, o "facocero" (un cinghiale africano). L'aereo sul quale ha trascorso molti anni della sua vita professionale. Negli Usa, e di riflesso anche in Italia se il dibattito prenderà quota, si è alzato un nuovo muro contro i super-aerei del futuro, quelli che dovranno fare i conti con il nemico a partire dal 2018. Un dibattito animato, che muove muscoli, cuore e che sta spostando anche le scelte della responsabile della Aviazione Militare Usa Deborah Lee James, pronta ad una retromarcia.

Si tratta di un duello politico (per adesso). Un dogfight fatto in casa, tra l'A-10 cinghiale e l'F-35, messo in piedi dall'ex colonnello Martha McSally, una donna pilota nata nel 1966, lo stesso anno del progetto A-X e - guarda caso - per anni eroica comandante di A-10 in Iraq e Afghanistan. La deputata si è messa in testa di combattere casa per casa la guerra per ritardare il progetto di dismissione del "suo" aereo. E oggi è possibile che l'intervento a favore degli A-10 possa deciderne o meno un pensionamento se nella legge sul budget fosse inserita una clausola di salvaguardia che garantisca un futuro a medio termine. Il nuovo campione dei cieli costa infatti un occhio: si stima circa 68mila dollari per ogni ora di volo, al netto del costo di acquisto di svariati milioni di dollari.

Già da solo, il passato di Martha incute timore ai lobbisti di casa a Washington. Lei è stata la prima donna pilota di guerra della storia e la prima a comandare uno stormo. Ma non basta: nel 2000 fu inviata in una base in Arabia Saudita. Ma poco tempo dopo portò in tribunale addirittura Donald Rumsfeld, il segretario alla Difesa Usa. Rumsfeld proprio mentre mandava soldati in Afghanistan per "esportare democrazia" e quindi il modello di libertà occidentale che si oppone anche al burka, obbligava le soldatesse come lei a indossare durante la libera uscita in Arabia Saudita l'abaja, una sorta di burka utilizzato nel Golfo Persico per non "urtare" la sensibilità degli sceicchi locali. Un affronto che per McSally andava lavato davanti ai giudici.

Il colonnello Martha, da ex militare, sta rendendo molto dura la vita di chi vuole ad ogni costo gli F-35: prima di far uscire gli A-10 dalla flotta e sguarnire le basi in Siria, Corea del Sud, Iraq, Est Europa e Filippine occorre "una comparazione in parallelo delle due performance operative". Insomma vinca il migliore tra i cieli. E chi è in effetti il migliore? Nella mischia che si è accesa da qualche settimana tra i sostenitori della "old school" che vede in prima linea questo protagonista dei campi di battaglia, schierato contro l'innovativo ma problematico F-35, l'indiscusso re dei cieli (fino ad oggi solo virtualmente) ed esempio di ritardo progettuale, sembra emergere il muso del suino alato.

Il nostro Paese è parte integrante del progetto e sono diverse le aziende tricolori coinvolte nello sviluppo coordinato da Finmeccanica-Leonardo. Ma negli Usa i sostenitori del "vecchio è meglio" scaldano i motori e ribattono punto su punto i teorici benefici sui campi di battaglia offerti dal giovane concorrente che tarda a decollare. L'A-10 nel disegno ricorderà pure un cinghiale, ma in Afghanistan e Iraq ha cambiato spesso in modo decisivo il corso delle battaglie, ed è nel cuore dei patrioti americani. Oltre che in quello di molti lettori e esperti che navigano nei siti e leggono le riviste specializzate, come Jane's o Defense News. Riscuote consensi anche negli stessi piloti che hanno avuto la possibilità di mettere le mani sulla cloche di un F-35.

Descritto come un "bel giocattolo, ma non invincibile e inferiore al concorrente quando si tratta di close air support". "L'A10 non ha ancora un successore - spiegano - perché sul sostegno alle truppe e nel caso di attacchi su determinati obiettivi ravvicinati non ha concorrenti. Infatti può restare nell'area anche per 90 minuti, contro i 20 o al massimo 30 minuti del F-35", che in ogni caso ha bisogno di rifornimenti continui dai tanker, anche questi ormai anziani e pronti al pensionamento.Poi, se si vuol essere pragmatici, occorre guardare alle caratteristiche strettamente militari: un "cinghiale" spara fino a 1.170 colpi prima di restare indifeso. Un F-35 è quasi invisibile ai radar ma ha le pallottole contate: solo 180.

E poi la resistenza ai colpi del nemico: il primo sopravvive anche a sonore legnate, mentre il concorrente invisibile non ha la pelle così dura. La battaglia si intensifica ulteriormente quando si parla dell'età avanzata del "facocero" e dei suoi punti deboli. Primo: non potrà dialogare con la quinta generazione di jet da guerra se non a costi elevati dovuti agli aggiornamenti dei sistemi a bordo. Seconda questione: l'A-10 sarebbe un mezzo "vecchio e rischioso per i piloti", con le ali sempre meno sicure visto l'utilizzo intensivo che ne è stato fatto per oltre un quarantennio. E subito si rialzano le barricate a difesa del vecchio uccello d'acciaio: le parti a rischio come le ali sono state tutte sostituite, spiegano alcuni tecnici e nuovi modelli super accessoriati sono stati acquistati di recente per oltre un miliardo di dollari.

Perché dunque chiudere questo capitolo glorioso per l'industria aeronautica americana?La risposta dei puristi dell'A-10 porta altri argomenti sul tavolo: alcuni aerei da combattimento di nuova generazione sarebbero in ritardo di almeno 10 anni rispetto ai concorrenti che si affacciano sui campi di battaglia del futuro. I software che guidano il puntamento degli obiettivi, ad esempio, sarebbero stati progettati intorno al 2005 e anche un anziano F-16, una volta aggiornato, potrebbe far meglio. Ed ecco che in una comparazione in parallelo che doveva restare top secret, ma della quale sono stati svelati alcuni retroscena, l'F-35 avrebbe battuto il vecchio campione F-16 solo in alcune particolari manovre.

Ma non nei fondamentali del "dogfight" (il combattimento uno contro uno che ha segnato per un centinaio di anni gli scontri aerei nei cieli) nei quali l'F-35 è risultato inferiore alle attese. Ma la guerra del futuro, spiegano i sostenitori del F-35, sarà ben altra cosa. Serviranno aerei stealth, invisibili e capaci di portare a termine bombardamenti e attacchi "Beyond Visual Range", o fuori dal raggio visivo. Non è roba da cinghiali. 

Uno scandalo da libri di storia

La Stampa
paolo tarabusi

Secondo la legge andrò in pensione anticipata nel 2024, quando avrò 63 anni, e prenderò lo stesso assegno che prendeva mio nonno nel 1987

Il lavoro di mio nonno paterno era quello di guardia comunale. Ovvero vigile urbano, anzi agente di polizia municipale, secondo la terminologia odierna. Nella parete di un corridoio della caserma di Imola è tuttora appesa una foto di gruppo delle guardie comunali dell’epoca di mio nonno: posso individuarlo anche se non l’ho mai conosciuto tanto giovane quanto appare in quella immagine. Infatti io ho 55 anni e lui - se fosse ancora al mondo - ne avrebbe 115.

Svolse quel lavoro dopo le nozze con mia nonna fino ai suoi 60 anni, età che coincise con la mia nascita. Mio nonno morì nell’agosto del 1987. Quasi trenta anni fa. Fra i tanti ricordi, ne voglio condividere uno in particolare. Per ragioni di famiglia toccò a me seguire le pratiche riferite alla reversibilità della sua pensione a favore di mia nonna, casalinga. La pensione di mio nonno era, nel 1987, pari a un milione e 660 mila lire.

Oggi, quella vecchia cifra si tradurrebbe in circa 860 euro. Mio nonno dunque, normalissimo agente della municipale, prendeva 860 euro di pensione. Nel 1987. Era ricco? Certamente no. Ora, sappiamo tutto tutti, ma lo riepilogo in breve per evitare obiezioni troppo facili: la crisi, il debito pubblico, la piramide demografica squilibrata, la concorrenza internazionale, l’allungamento della speranza di vita eccetera.

Premesso tutto questo, è uno scandalo che il massimo sforzo del governo per rimediare a una legge sadica come la famigerata Fornero sia mandare me e i disgraziati come me in pensione nel 2024. Quando avrò a 63 anni - ben che vada e che rimanga confermato l’Anticipo pensionistico - con una cifra pari o perfino inferiore a quella che percepiva mio nonno nel 1987, quasi 40 anni prima. È uno scandalo che deve rimanere nei libri di storia e sporcare la memoria di chi è autore o complice di un simile furto.

Gaffe del primo concorso di bellezza con un algoritmo come giudice: vincono solo i bianchi

La Stampa
marco tonelli

L’intelligenza artificiale ha valutato fattori oggettivi come la pulizia e la simmetria del viso: ma su 44 vincitori, solo 5 sono di origine asiatica e uno afroamericano



La bellezza è bianca? per le giurie dei grandi concorsi internazionali, sembra essere proprio di si. L’ultima Miss America afroamericana è del 1983, allo stesso tempo se guardiamo al nostro paese, la prima e unica Miss Italia di pelle scura risale al 1996. E se si sostituiscono i pregiudizi umani con il razionalismo e la perfezione dei robot? Beauty AI è il primo concorso internazionale con una giuria composta da intelligenze artificiali, in grado di valutare l’aspetto umano sulla base di fattori oggettivi come la pulizia e la simmetria del viso. 600mila domande da più di 100 paesi, e su 44 vincitori solo 5 sono di origine asiatica e uno afroamericano. Insomma, la maggior parte dei selezionati (divisi per fasce d’età) sono di pelle bianca.

Creato da Youth Laboratories e promosso da Microsoft e Nvidia, il progetto Beauty AI è fondato su Rynkl, MADIS e Symmetry Master, tre algoritmi sviluppati attraverso le tecniche dell’apprendimento avanzato: i robot sono addestrati sulla base di un database condiviso tra i ricercatori. E come ammesso dal responsabile dell’ufficio scientifico del progetto Alex Zhavoronkov «se non ci sono abbastanza persone di colore all’interno del set di dati, si possono avere risultati distorti». Appare subito chiaro, che non sono le macchine ad avere i pregiudizi ma i ricercatori stessi. «Sono gli esseri umani a costruire il pensiero delle macchine, anche quando è basato su un algoritmo, da noi considerato come neutrale e scientifico», ha spiegato al Guardian Bernard Harcourt, professore di legge e scienze politiche alla Columbia University.  



Se dai concorsi di bellezza si passa al sistema giudiziario degli Stati Uniti, ecco che le intelligenze artificiali possono creare scenari poco confortanti. Secondo l’associazione senza scopo di lucro Pro Publica, i programmi utilizzati per prevedere se le persone in attesa di giudizio possono commettere altri delitti in futuro, sono basati su dati falsati nei confronti degli imputati afroamericani. Software di questo tipo aiutano i giudici a decidere sulla concessione della libertà e spesso privilegiano gli individui dalla pelle bianca.  

Sono sempre gli uomini a creare macchine piene di pregiudizi. Come nel caso del Chatbot Tay, chiuso da Microsoft lo scorso marzo per i suoi tweet sessisti e inneggianti al nazismo. In questo caso, si trattava di un bot in grado di apprendere sulla base delle interazioni con gli utenti. Di carne ed ossa, era anche lo sviluppatore che gestiva l’algoritmo responsabile della scelta delle notizie più popolari su Facebook. Nel maggio di quest’anno, la sezione del social network è stata invasa da contenuti volgari. L’uomo è stato licenziato il mese scorso.  

Quando le donne hanno imparato a salire sui tacchi a spillo

La Stampa
simona marchetti

A Vigevano il nuovo museo delle calzature. Un viaggio interattivo nel tempo


Due delle scarpe in mostra a Vigevano: quella verde fu calzata nel 1956 da Marilyn Monroe

Se le scarpe rappresentano lo stile di una persona, o di un’epoca, la storia del costume si può raccontare da un punto di vista diverso. Ad alzo zero, partendo dalle calzature. Quelle da donna in particolare.

La tentazione di innalzare la propria statura partendo dalle scarpe culmina a Venezia: qui nel XVI secolo le cortigiane indossavano le «ciopine» o «calcagnini», con rialzi fino a 50 centimetri. Oggi si arriva poco lontano: le zeppe di Alexander McQueen , quelle indossate da Lady Gaga, innalzano fino a 35-40 centimetri. Ma il feticcio dei feticci resta il tacco a spillo. Un’invenzione «made in Italy», che ha una data di nascita e più padri, come racconta il museo della calzatura di Vigevano, di cui ieri è stato presentato il nuovo allestimento, sempre negli spazi del Castello Sforzesco.

«È l’invenzione di un gruppo di cinque imprenditori e di un modellista che negli Anni 50 cercavano di realizzare le stesse scarpe disegnate dagli stilisti, dopo il New Look di Christian Dior del 1947», spiega il designer e storico del costume Armando Pollini. Dopo vari tentativi si riuscì a creare un tacco, metà in legno e metà in alluminio, che a differenza dei precedenti modelli in legno non si spaccava, pur restando sottile.

«Fu scelto questo metallo perchè si potevano lavorare con le stesse frese entrambi i materiali», aggiunge. Nel gennaio 1953, come conferma una foto del calzaturificio Re Marcello, erano pronti. Da quella che era la capitale italiana della scarpa si diffusero nel mondo. Prima di questa innovazione, le scarpe da donna avevano subito diverse evoluzioni: solo nel ’900 si parte dagli stivaletti con intagli, stringatura e tacchi a rocchetto della Bella Epoque per passare alle zeppe autarchiche del ventennio. A Vigevano è esposto uno dei modelli più curiosi: un sandalo, la cui zeppa è formata da rocchetti colorati, ispirata allo spirito dei Futuristi.

Esposte anche tanti eleganti décolleté con il tacco a spillo, in mille variazioni. Poi il ritorno delle zeppe, i sandali-scultura con plateau gioiello, fino a una selezione dei più importanti designer del ’900, da Manolo Blanhik a Roger Vivier, passando per Coco Chanel, lo stesso McQueen, Gucci e Armani. Il museo consente di compiere una sorta di viaggio nel tempo, realizzato grazie ai fondi del bando della Fondazione Tim, attraverso sistemi multimediali, tavoli interattivi, luci e grafica per approfondire le diverse sezioni e esplorare la nuova galleria multimediale dedicata alle declinazioni stilistiche del tacco a spillo. Una fissazione, qui a Vigevano.

Se il papà non riesce a fare i compiti della figlia

La Stampa
mattia feltri



«Guardati attorno, fatti una domanda, datti una risposta». C’è scritto così, sul diario. Ma non è il trionfo di Gigi Marzullo, è semmai il nostro ultimo tracollo, ormai notturno. Sarebbe un compito di scienze. «Guardati attorno, fatti una domanda, datti una risposta». 

Una bambina, dice mia figlia, si è chiesta a che stesse pensando il gatto, e si è data risposte che tiene per sé, in attesa di squadernarle impettita in classe. Alle nove di sera mi farei questa domanda: «Perché?». E mi darei questa risposta: «Boh». Perché sono le nove di sera e nel mio giorno di riposo sono ancora qui, ininterrottamente dalle 16, a fare compiti con mia figlia, dieci anni, prima media?

Non studiavo tanto nemmeno quando alle medie ci andavo io. Ci siamo arrampicati sulle vette della grammatica, sulle crode della geografia, sulle sommità della matematica. E lassù abbiamo trovato i resti insepolti di Eulero e Venn, coi loro diagrammi, fantasmi del passato come muschi e licheni, come gli usi e costumi del Giappone. Non è una metafora a caso, è un tuffo nel vuoto imbattersi in un testo del genere:

«Nella seguente rappresentazione, ai numeri naturali 5, 4, 7, 9, 12, 2, 8, 1, 10, 0 associa i punti che sono le loro immagini». Benedetta mi osserva mentre impreco e mi dà ragione, non si capisce nulla, ma è una partita che conduce a suo vantaggio, mentre è oscurata da un’ombra di disprezzo per il padre sconfitto. Non è italiano questo, è una lingua vagamente di ceppo indoeuropeo ma non è italiano, dico.

Nemmeno la stele di Rosetta, ripassata qualche giorno prima, è indecifrabile come «rappresenta la loro intersezione per elencazione e con diagrammi». E poi la geografia, che dovrebbe essere uno dei miei cavalli di battaglia, è ormai ispirata alle istruzioni per il montaggio della libreria Billy: «La carta geografica è la rappresentazione ridotta di una vasta area, che si può indicare tramite scala numerica o scala grafica».

La giornata di mia figlia si svolge ormai così: sveglia alle 7,15, ingresso a scuola alle 8, uscita alle 14, a tavola alle 14,30, inizio compiti alle 15, conclusione compiti alle 20,30 circa, con merenda e cena incorporate, a letto alle 21,30. Un arcipelago Gulag dell’infanzia. I primi giorni facevamo francese a pranzo, completando i dialoghi di Matilde e Sébastien con bonne journée, salut, au revoir, à tout à l’heure; e facevamo storia a sera, riassumendo in mappe concettuali l’architettura e la religione degli antichi greci. Mappe concettuali!

Per sapere che cosa sono abbiamo chiesto a Google. Via WhatsApp controllavo che la riduzione in scala 1:2 della sagoma di un fox terrier fosse eseguita al millimetro.Telefonavo per verificare che la bimba avesse assimilato la differenza fra crosta e mantello nella stratificazione terrestre, e ricordasse che lo stambecco è un bovide che vive oltre i mille metri e si nutre prevalentemente di vegetazione erbacea, oltre che di graminacee non appetite da altri ungulati.

 Poi mia moglie e io, che siamo fuori tutto il giorno, ci siamo arresi e abbiamo ingaggiato un’universitaria per «l’aiuto compiti». Costo: quindici euro l’ora. Il primo giorno, dopo tre ore (15-18, come la Prima guerra mondiale), i compiti non erano conclusi. Quarantacinque euro per un risultato parziale. Devo confessare un profondo imbarazzo. Ho sempre considerato i genitori che creano grane ai docenti dei monumentali rompiscatole, i prodotti di punta del peggiore Sessantotto.

Alle elementari ho comandato ai miei figli il più severo rispetto delle sacrali regole scolastiche. Ma ora? Ora mi domando sei sia giusto infliggere a una bambina di dieci anni una catena di montaggio da dieci-undici ore al giorno, se sia giusto impedirle lo svolgimento di un’attività fisica (Benedetta è una specie di incrocio fra Nadia Comaneci e Lindsey Vonn), se sia giusto riversare sulle famiglie l’affannoso rispetto di un programma annuale pletorico e totalmente fuori fuoco, soprattutto se sia giusto imporre a me, alla mia età, riflessioni sugli angoli adiacenti a un lato obliquo, così abilmente aggirate trent’anni fa.

Usa, vietata la vendita dell'ovetto Kinder: la sorpresa non si vede

Il Messaggero
di Rachele Grandinetti

L'ovetto potrebbe trasportare qualsiasi cosa: in Usa la sorpresa è ritenuta pericolosa

In America è vietata la vendita degli ovetti Kinder. È uno dei prodotti di punta dell’industria Ferrero, eppure non può oltrepassare l’oceano. Se da noi è il cioccolato più richiesto dai bambini, soprattutto per la sorpresa contenuta all’interno, negli States rappresenta un potenziale pericolo.

Il quotidiano The Indipendent spiega che la legislazione a stelle e strisce ha messo il veto sull’ovetto perché la sorpresa non è visibile dall’esterno. Verrebbe da chiedersi: altrimenti che sorpresa sarebbe? Ai piani alti dove si discute di sicurezza c’è chi ha pensato che il giocattolino nascosto nel guscio di plastica gialla possa trasportare droga o altri oggetti illeciti. La Federal Food, Drug and Cosmetic Act del 1938, tra l’altro, nega la commercializzazione di prodotti che mixano generi alimentari e materiali non edibili.

Già diversi anni fa la Ferrero è stata bersaglio di polemiche sia perché i giochi contenuti costituivano una minaccia per i piccoli che avrebbero potuto ingerirli facilmente, sia perché quella plastica a contatto con il cioccolato poteva finire col diventare cancerogena. Ma l’industria ha spazzato via tutte le accuse dimostrando la sicurezza dei suoi prodotti. Nonostante gli ovetti Kinder circolino in 90 Paesi in tutto il mondo, in America chi viene sorpreso, è il caso di dirlo, con un ovetto incorre in una multa che può arrivare fino ai 12mila dollari. Soltanto la vendita di un prodotto molto simile al nostro ovetto è consentita dal momento che il regalo contenuto è parzialmente visibile. 

Gran Bretagna, la scuola inglese distingue tra bimbi italiani, napoletani e siciliani

Il Messaggero
di Enzo Vitale



ROMA «Lei è italiano, siciliano o napoletano?». Questa richiesta della burocrazia di Sua Maestà ha fatto storcere il naso a molti connazionali che vivono oltre Manica. E in tanti, dopo l'estemporanea iniziativa degli uffici pubblici inglesi del dopo Brexit, ancora si chiedono se si tratta di una forma di sondaggio voluto proprio per evitare che vi siano discriminazioni o una paurosa gaffe etnica. I

Il cardinale Fossati: niente aiuti agli ebrei, sono turbolenti e hanno già fin troppo”

La Stampa
ariela piattelli

Alla fine della guerra, l’arcivescovo di Torino disse no all’assegno del Vaticano destinato a un campo di rifugiati. Una studiosa ha ritrovato la lettera del rifiuto


Una fotografia ufficiale americana mostra un gruppo di bambini scampati all’Olocausto, alla fine della Seconda Guerra Mondiale

Nel marzo del 1946 l’Arcivescovo di Torino Maurilio Fossati rispediva al mittente, al Vaticano, un assegno di 100 mila lire destinato agli aiuti per i mille ebrei scampati ai campi di sterminio nazista, ospitati nel campo profughi di Grugliasco, una delle stazioni di sosta, prima di prendere il mare per la Palestina. I sopravvissuti all’orrore, tutti stranieri, non erano considerati degni della carità perché «in massima parte soggetti turbolenti, trattati troppo bene e che abusano vendendo al mercato nero quello che sovrabbonda, che lasciano molto a desiderare quanto a moralità, donne in soli calzoncini succinti».

Lo rivela un documento straordinario, ritrovato quasi per caso da Giulietta Weisz, ricercatrice volontaria dell’Associazione Italia-Israele. La lettera firmata dal Cardinal Fossati del 31 marzo del ’46, in cui spiega al Monsignor Baldelli della Pontificia Commissione Assistenza a Roma le ragioni del rifiuto dell’assegno, riporta parole durissime e di disprezzo nei confronti degli internati.

Il comandante del campo di Grugliasco, il Maggiore Brunnel, timoroso che il Vaticano potesse entrare nei suoi affari e aprire un’inchiesta sul campo, aveva convinto il Cardinale, prima con una visita, poi con un rapporto dettagliato, che i mille sopravvissuti alla Shoah erano trattati fin troppo bene e che non era necessario altro denaro visto che di loro se ne occupavano già gli alleati (come l’Unrra - «United Nations Relief and Rehabilitation Administration» e l’ente ebraico «American Joint Distribution Committee»). Ed è bastato poco per convincere Fossati ad impedire che l’assegno fosse destinato agli aiuti. Brunnel era andato da lui con due crocerossine, descritte dall’Arcivescovo nella lettera ritrovata come «persone mature, di molto criterio, ottime cristiane».

«Parrebbe che dalla strage degli ebrei siano sopravvissuti i meno degni: ungheresi e rumeni poi sono i più cattivi» scrive ancora Fossati, riportando le parole di una delle accreditate sorelle. E con la promessa che forse in un pomeriggio libero avrebbe visitato il campo, il cardinale allega alla missiva l’assegno, perché era inutile che «il S. Padre sprecasse denaro per loro (i sopravvissuti)».

Il documento è stato ritrovato per caso da Weisz, nel corso di un’altra ricerca. «Cercavo notizie sulla permanenza di Judith Arnon (personaggio della danza israeliana) in un convento ad Avigliana - spiega Weisz - Sono andata in Curia e nel corso della ricerca ho visto sporgere un foglio ingiallito da una cartella.

Era la lettera di Fossati. Mi sono subito resa conto della portata storica del documento, che mi ha rivelato un’unica realtà. Si trattava di una dichiarazione di puro antisemitismo. Ogni parola della lettera che si riferisce ai sopravvissuti, a gente che ha perso ogni cosa e che porta i segni dell’orrore nel corpo e nella mente, è durissima. Ma la citazione della suora crocerossina sui “meno degni” mi ha colpito di più. Sono figlia di un ebreo ungherese, e ho trovato queste parole insostenibili».

Dopo la scoperta della lettera, la ricercatrice è andata a verificare se questa era conservata anche nell’archivio segreto vaticano. «Ho trovato una cartella sulla corrispondenza, ma era vuota - continua -. È presumibile che qualcuno abbia ritenuto il documento scomodo». Ieri sera la Weisz insieme a Laura Camis de Fonseca, ha presentato il documento a Torino durante l’evento dell’Associazione Italia-Israele «Shoah, Alia Bet e Vaticano. Un ritratto del Cardinale Maurilio Fossati e della politica di Pio XII verso gli ebrei».

«Questo terribile documento è una goccia in un mare dice Angelo Pezzana, direttore di Informazionecorretta, da sempre impegnato su questo tema - nel sommerso degli archivi secretati che il Vaticano si rifiuta di rendere pubblici, impedendo così agli storici di conoscere e studiare quanto avvenuto durante la Shoah e negli anni successivi».

M5s, i grillini boicottano i sofficini Findus sponsor de L'Aria che tira di Mirta Merlino

Il Mattino
di ​Mario Ajello


Grillini giù le mani dai sofficini! Ecco il nuovo grido di battaglia anti-5stelle. I seguaci di Beppe boicottano la Findus in quanto colpevole di fare pubblicità nel programma a loro sgradito della "faziosa" Myrta Merlino su La7, e sui social parte subito la controffensiva di sapore un po' Pd.

Raffiche di tweet così: "Non mi sono mai piaciuti i sofficini, ma adesso ne compro dieci pacchi e me li divoro godendo!". Godendo di dare fastidio ai Grillini gridando #jesuissofficino. Il formaggio impanato e fuso - "Mia madre li cucinava malissimo e li bruciava i sofficini e io li schifavo. Ora mi pento!!!!" -  entra così, di fatto, nella contesa tra dem e pentastellati. Una diatriba che non riguarda i gusti culinari. Ma la grande battaglia epocale sul referendum. Chi lo doveva dire ai  padri costituenti di finire fritti in padella in mezzo ai surgelati.

Scuola: mancano i prof, sostegno negato al Salvemini di Casalecchio

repubblica.it
di ILARIA VENTURI

Il preside alle famiglie: "Tenete i ragazzi a casa se potete". E scoppia il caso. Su 18 professori nominati, 17 hanno chiesto il trasferimento
Scuola: mancano i prof, sostegno negato al Salvemini di Casalecchio

BOLOGNA - Sono stati assunti 18 docenti di sostegno, nominati in ruolo all'Istituto Salvemini di Casalecchio, alle porte di Bologna. In diciassette hanno chiesto il trasferimento nelle regioni di residenza al Sud. Non si sono nemmeno presentati il primo giorno di lezioni, sicuri di poter ottenere l'assegnazione provvisoria di un anno vicino a casa. E così la scuola si è trovata senza i professori necessari per tutti i 60 ragazzi disabili. Il preside Carlo Braga, dopo aver denunciato più volte la situazione - al Salvemini mancano 35 cattedre di ruolo, di cui 25 sul sostegno a quindici giorni dal suono della prima campanella - non sapendo come fare ha convocato le famiglie: "Ho spiegato ai genitori che per pochi giorni, fino a che non

procederemo a nuove nomine, chi ha ragazzi con problemi gravissimi che possono essere destabilizzati dalla mancanza del sostegno, poteva valutare di tenerli a casa". Ed è scoppiato il caso. Con una levata di scudi sul diritto all'istruzione negato. L'ufficio scolastico regionale annuncia verifiche: "Chiederò una relazione all'ufficio territoriale sul caso che si è verificato all'istituto Salvemini, che è unico nella provincia di Bologna", spiega il direttore Stefano Versari.

Il preside: "La scuola è aperta, ma mancano i docenti". "Io non ho detto agli studenti di stare a casa, la scuola è aperta. Ma mancano i docenti", spiega Carlo Braga, alla guida dell'istituto dove il 6 dicembre del 1990 si schiantò un aereo militare uccidendo dodici studenti. Una scuola superiore all'avanguardia nell'integrazione degli studenti disabili e che ora deve affrontare uno scoperto dei posti degli insegnanti di sostegno. Il problema è che "qui i diritti dei lavoratori sono in contrasto coi diritti degli studenti - continua il dirigente scolastico - ho avuto assegnati 18 docenti di ruolo specializzati da altre regioni, ma in 17, dopo essersi

presentati il primo settembre per firmare il contratto triennale, si sono assentanti dal lavoro per lo più in malattia o per assistere familiari, e hanno poi ottenuto una assegnazione temporanea vicino a casa. Ho collezionato certificati medici e congedi parentali, senza poter procedere a nominare nessuno al loro posto". Il 'tenere a casa' è in sostanza una "misura a tutela dei casi più gravi - continua Braga - e non parliamo di chi deve usare una carrozzina, ma di disabilità psichiche".

Mancano insegnanti specializzati. Tra domani e sabato a Bologna saranno fatte le nomine dei supplenti annuali. A Bologna, dalle materne alle superiori, ci sono 350 posti vacanti sul sostegno. Da lunedì il preside Braga procederà a chiamare i docenti: "Ma saranno non specializzati. Se la disabilità è lieve, potrà anche andare bene, ma se è grave, dovranno avere una grande disponibilità, perche servono competenze per fare questo lavoro". I docenti specializzati sono da anni meno del necessario.

Mentre le esigenze aumentano. Solo in Emilia Romagna i posti concessi in "deroga" per le esigenze di tutti alunni certificati con una disabilità sono passati da 160 del 2010-11 a 1.700 lo scorso anno. "Gli insegnanti anche non specializzati hanno comunque delle competenze di base sul sostegno - spiega Stefano Versari, numero uno dell'ufficio scolastico regionale - il problema è che formiamo quelli specializzati che perdiamo però dopo qualche anno, perchè passano sulle cattedre comuni: bisognerà chiedersi se questo è giusto dal punto di vista etico".

I genitori: "Inaccettabile". I genitori degli alunni disabili, dalla parte del preside del Salvemini, incontreranno sabato il provveditore di Bologna Giovanni Schiavone che assicura: "Nessun ragazzo è stato escluso dalla scuola". Sono i rappresentati del Gruppo lavoro di inclusione dell'Istituto Milena Menetti e Valeria De Vincenzi a mettere nero su bianco la situazione e a reclamare gli insegnanti. Le famiglie denunciano il disagio.

"Questa grave difficoltà viene attualmente tamponata con soluzioni emergenziali, quali l’orario ridotto protratto fino al primo ottobre per tutte le classi, straordinari dei docenti di sostegno in carica, sostituzioni con educatori temporanei e docenti di materia - scrivono le mamme al provveditore - E’ inaccettabile che la legittima tutela dei diritti dei lavoratori risulti di fatto lesiva dei diritti di 60 studenti certificati, di cui 47 gravi e gravissimi, e delle loro famiglie: urge una soluzione stabile ed efficace".

Le reazioni. Sulla vicenda la Flc-Cgil Emilia Romagna tuona: "Grave la mancanza di insegnanti di sostegno", denuncia la segretaria Raffaella Morsia. La senatrice Francesca Puglisi, responsabile nazionale Pd scuola, attacca: "Il diritto allo studio degli alunni con disabilità va garantito" e "non può succedere che si chieda ad alcuno di non andare a scuola". Puglisi giudica "inaccettabile" la richiesta di "turnare le presenze a scuola degli studenti con disabilità". Il ministro Giannini, aggiunge, ha chiarito che "i dirigenti scolastici possono chiamare i supplenti in attesa dell'arrivo dell'avente diritto".  Ma soprattutto "è responsabilità del dirigente scolastico organizzare l'attività didattica in modo che tutti, non uno di meno, possano frequentare la scuola".

“In Italia ci sono caduti di serie A e di serie B”

La Stampa
domenico di sanzo

Il fratello di un caporal maggiore morto in Afghanistan a 32 anni: «Chiediamo che tutti i nostri caduti siano riconosciuti allo stesso modo, con la medaglia d’oro al valor militare, così come accade in Francia, Germania e in altri paesi»



«In Italia ci sono caduti di serie a e caduti di serie b». Esordisce così Vincenzo Frasca, fratello di Mario Frasca, caporal maggiore scelto dell’esercito morto in Afghanistan il 23 settembre del 2011 a 32 anni. La discriminazione sta tutta nella causa della morte di Mario, originario di Orta Nova in provincia di Foggia, e di tutti gli altri militari “vittime del dovere”. «Chiediamo che tutti i nostri caduti siano riconosciuti allo stesso modo, con la medaglia d’oro al valor militare, così come accade in Francia, Germania e in altri paesi».

Mario Frasca è morto a causa di un incidente stradale davanti alla base di Herat, con lui sono scomparsi due commilitoni: il tenente Riccardo Bucci e il caporal maggiore Massimo Di Legge, che avevano 34 e 28 anni. «Mio fratello è una vittima del terrorismo, come chi è stato ucciso in attentati, perché era lì per combattere il terrorismo». Il lince sul quale viaggiavano i tre militari ha incontrato un ostacolo lungo la strada, la sterzata dell’autista è stata fatale, facendo ribaltare il blindato. L’8 giugno scorso, intanto, la petizione promossa dalla Onlus dedicata a Mario Frasca, è stata assegnata alla quarta commissione difesa del Senato.

«Noi speriamo che i membri della commissione ci aiutino a portare avanti il riconoscimento unico di vittima del terrorismo internazionale e la concessione della medaglia d’oro al valor militare per tutti i caduti deceduti in missione di pace all’estero dal 1950 ad oggi», ci tiene a rimarcare Vincenzo con passione. La stessa passione che animava Mario nel suo lavoro di soldato: «Era andato in Afghanistan come volontario, voleva passare il concorso da maresciallo, solo una grande determinazione può portare un ragazzo come era Mario, in teatri di guerra così pericolosi, ancora oggi piango perché non sono riuscito a fermare la passione di mio fratello».

Una dedizione totale: «Tant’è che mio fratello era fidanzato in quel periodo, ma era celibe perché amava il suo lavoro e voleva fare carriera militare». Non solo i soldi muovono i ragazzi che scelgono di partecipare a missioni all’estero, questo è un luogo comune che Vincenzo Frasca vuole sfatare: «Mi infastidisco quando sento parlare alcuni italiani che dicono che lì si va solo per i soldi, qualsiasi paga non può valere il fatto di rischiare la vita ogni giorno, pensando tutte le volte che quel salario potrebbe essere l’ultimo, lo dico in memoria di tutti i nostri caduti e di Mario Frasca, futuro maresciallo». 

Samsung acquista Viv, la sorella di Siri. La guerra degli assistenti virtuali

repubblica.it
di SIMONE COSIMI

Dopo le novità di Big G anche il colosso sudcoreano si unisce alla sfida degli ambienti operativi del futuro, quella dell'intelligenza artificiale multipiattaforma, comprando l'azienda di Dag Kittlaus, già inventore dell'assistente di Apple

Samsung acquista Viv, la sorella di Siri. La guerra degli assistenti virtuali

NON ABBIAMO ancora avuto il tempo di assaporare il nuovo assistente di Google, presentato due giorni fa in un evento che ha segnato il cambio di passo di Big G, che i coreani di Samsung attaccano per non rimanere indietro. Lo hanno fatto acquistando, con un accordo i cui dettagli sono ancora riservati e piuttosto confusi, la sorella minore di Siri. Si chiama Viv ed è in realtà il nome dell'azienda specializzata in intelligenza artificiale creata proprio dai

cofondatori di Siri Dag Kittlaus, Adam Cheyer e Chris Brigham. Come noto, la prima assistente venne assorbita nel 2010 da Apple per 200 milioni di dollari (un vero affare) e costantemente sviluppata fino alle nuove potenzialità con iOS10. L'autonomia sarà garantita ma, di fatto, Viv lavorerà all'assistente virtuale dei nuovi Galaxy e non di altri dispositivi. Non solo: l'idea è spingersi pressoché ovunque, proprio come Mountain View, dalla casa all'auto.

Viv sembra infatti molto più raffinata e potente della sorella maggiore. È stata infatti progettata per essere interconnessa e aperta di base oltre che per crescere e arricchirsi di nuove funzionalità con un salto ulteriore rispetto al machine learning. Nel caso di Viv si può infatti parlare di machine coding, visto che il sistema è in grado, quando si scontra con compiti che non riesce a risolvere, di scrivere in pochi millisecondi il codice necessario e dunque costruire da solo quel tassello mancante.

Comprendendo dunque non solo il significato di ciò che popola i nostri dispositivi ma anche l'intenzione originaria dell'utente. In generale Viv è dunque più precisa, puntuale e personalizzata. Inoltre - ma su questo bisognerà vedere cosa ne pensano i sudcoreani di Samsung - è pensata per abbeverarsi alle modifiche e alle novità implementate tramite la piattaforma dedicata agli sviluppatori. Il fondatore rassicura che l'apertura rimarrà tutelata ma sarà forse la sfida più dura. Anche perché altre fonti raccontano invece della totale integrazione dei 30 dipendenti nel carrozzone Samsung.

Nelle dimostrazioni dei mesi scorsi in alcuni eventi per addetti ai lavori Viv ha dato informazioni sul tempo in modo più dettagliato, informandoci se farà più o meno caldo in uno specifico luogo e orario, o completando compiti più articolati come i pagamenti, conclusi con un solo input dell'utente.

Ancora, ha accumulato comandi e li ha eseguiti uno dietro l'altro, superando la logica discreta degli assistenti ora disponibili come Cortana di Microsoft o Alexa di Amazon. Il tutto, ovviamente, grazie all'integrazione della piattaforma ideata da Kittlaus, 50enne norvegese, e soci con terze parti, strategia a cui è ora arrivata anche Siri. La chiave è in fondo descrivere ciò che si vuole fare invece di preparare una piattaforma pronta per ogni singolo compito.

Il passaggio a Samsung, vero capolavoro di Kittlaus - nel giro di sei anni ha disegnato il perimetro del settore più promettente per la tecnologia di consumo con due favolose exit alle acerrime nemiche - potrebbe cambiare molte cose: "Consegnano 500 milioni di dispositivi all'anno - ha spiegato a TechCrunch - quando mi domandavate quale fosse il mio obiettivo rispondevo ubiquità.

La visione con Samsung è perfettamente allineata, è il partner perfetto". E chissà, forse per i sudcoreani, dopo le buone performance commerciali dei Galaxy S7 ed S7 edge e il passo falso dei Note 7 esplosivi, servirà anche da nuova scommessa per il prossimo futuro. Considerando anche l'altro grattacapo non da poco finito sul piatto: la necessità di iniziare a costruire a un sistema operativo proprietario per gli smartphone oltre Tizen per rispondere alle "minacce" autonomiste di Google. Ma questo è un fronte totalmente diverso.

Viv, nonostante il nome, non avrà vita facile. Siri, sempre più versatile, Google Assistant, già all'opera sulla chat intelligente Allo e in arrivo in tutto l'ecosistema di Big G, Alexa e Cortana sono già al lavoro da tempo, con risultati altalenanti ma comunque su diverse piattaforme e penetrando, mese dopo mese, nelle abitudini d'uso degli utenti. La scommessa di Samsung - e della sua divisione mobile, formalmente responsabile dell'operazione - è, al contrario, quella di prendere un prodotto non ancora lanciato sul mercato e le cui potenzialità rimangono al momento limitate alle dimostrazioni che ne ha dato il "papà". Ma di farne qualcosa che raccolta le funzionalità offerte da tutti gli altri messi insieme.

Per il momento i protagonisti rimangono i dispositivi personali. Il prossimo passo, lo raccontano bene Google Home, l'app Casa e la suite HomeKit di Apple o lo stesso set di speaker Echo di Amazon da poco arricchitosi dei più piccoli Dot e Tap, è proprio quell'ubiquità a cui punta Kittlaus. E quel "post app world", quel mondo dopo le app, che prima o poi sboccerà e a cui si accederà con la voce. A partire dal posto in cui passiamo più tempo: la casa. Dalle lavatrici ai frigoriferi, Samsung è forse il concorrente più preparato a fornire una piazza di prova a quell'ubiquità dell'assistente virtuale.

A New York gli animali domestici avranno una tomba accanto ai loro proprietari

La Stampa



Compagni nella vita, per sempre. A New York d’ora gli animali domestici avranno una tomba accanto a quella dei loro proprietari. È quanto stabilito da una legge firmata dal governatore dello stato della Grande Mela Andrew Cuomo.

Il nuovo regolamento, infatti, permette di interrare, anche anni dopo la morte del padrone, solo resti cremati. Nessun cimitero è obbligato a accettare animali e i cimiteri religiosi sono esenti. Le norme sono abbastanza vaghe da includere rettili, uccellini e perfino invertebrati: New York è una metropoli dove l’animale da compagnia assume le vesti più strane.

«Gli amici a quattro zampe sono di famiglia per molti cittadini di New York - ha spiegato Cuomo -. Perché dovremmo mettere noi i bastoni tra le ruote se il desiderio finale di un individuo è di passare con loro il resto dell’eternità?».

Le nuove norme vengono incontro a un crescente numero di persone che includono i gli animali domestici nel loro testamenti, ha spiegato David Fleming, direttore dei rapporti con le istituzioni della New York Association of State Cemeteries che cinque anni fa ha cominciato una discreta quanto efficace azione i lobby. «I tempi sono cambiati. La gente ha una immagine molto più intima e personale: gli animali come parte della famiglia». Come conferma Shakeema Hutcherson, di professione «dog walker», che approfitterà della novità per farsi seppellire con il suo Chihuahua e il suo gatto: «Per me sono come figli».

La legge rientra nelle iniziative prese di recente per rendere New York più «pet friendly». Dall’anno scorso i cani possono accompagnare i padroni al ristorante, solo ovviamente ai tavoli all’aperto. Altre norme hanno inasprito le pene per chi maltratta gli animali.

Prima di oggi gli amici umani degli animali non avevano altra scelta legale che accompagnare i resti del loro prediletto in un cimitero speciale, dedicato solo ai quattrozampe e non solo. L’Hartsdale Pet Cemetery nella contea di Westchester accoglie 80 mila tra cani gatti, tartarughe e porcellini d’india: ogni anno da cinque a sette padroni all’anno vengono sepolti lì accanto al loro animale.