lunedì 3 ottobre 2016

iPhone vs. Galaxy, quanto costa produrli e quanto ci guadagnano Apple e Samsung

Corriere della sera

di Giacomo Fasola
Dietro a profitti più alti non sempre ci sono investimenti più consistenti. Ecco cosa si scopre se si paragonano i top gamma di Apple e Samsung che coprono quasi la metà del mercato: assemblare un telefono coreano costa di più di un melafonino (ma il prezzo è più basso)

I colossi dello smartphone

Quanto costa, davvero, uno smartphone? Cioè: quanti dei soldi che spendiamo per comprare l’ultimo modello servono a pagare il prodotto e quanti, invece, finiscono direttamente nella colonna profitti dei colossi dell’hi-tech? Prima di addentrarci nella questione è bene sapere che quasi la metà del mercato è controllato da due aziende, Apple e Samsung, che poi sono le più grandi società del settore tecnologico al mondo per fatturato: se Cupertino ha concluso il 2015 al primo posto con ricavi per 234 miliardi di dollari, il fatturato di Samsung nello stesso periodo è stato di 177 miliardi. Una grossa fetta dei loro ricavi, circa il 60%, dipende proprio dagli smartphone (nel caso della multinazionale sudcoreana il dato comprende l’intera divisione mobile e quindi anche i tablet).



E un’idea di quanto valga il mercato dei cellulari di nuova generazione ce lo dà la società di ricerca Gartner, secondo cui nei primi sei mesi del 2016 sono stati venduti quasi 700 milioni di smartphone. Di questi, circa 158 milioni sono Samsung, per una quota di mercato del 22,6%. Apple segue con 96 milioni di smartphone venduti, vale a dire il 13,7% del mercato.

Simili ricavi, diversi profitti

Se in quanto a ricavi Apple e Samsung non sono così lontane, lo stesso discorso non vale per i profitti. Nell’anno fiscale 2015, il migliore di sempre per la società di Cupertino, Apple ha guadagnato 53 miliardi di dollari, mentre Samsung si è fermata a 16,5 miliardi. Un dato è particolarmente impressionante: nel 2015 Apple ha portato a casa il 91% dei profitti dell’intero settore smartphone. Come dire che per ogni 100 dollari guadagnati vendendo telefoni di nuova generazione, 91 finiscono a Cupertino (e solo 14 in Corea del Sud).



Come si spiega la differenza, visto che entrambe le società guadagnano soprattutto grazie agli smartphone e Samsung ne vende molti di più? Innanzitutto, Apple vende solo prodotti di fascia alta (prezzo medio: 691 dollari), che consentono margini di guadagno maggiori, mentre gli smartphone di Samsung coprono tutte le fasce di mercato (prezzo medio: 180 dollari). Ma anche su prodotti della stessa fascia, come evidenzia il confronto fra iPhone 7 e Samsung Galaxy S7, Apple riesce a guadagnare di più.

Quanto costa produrre un iPhone7?

Secondo una ricerca condotta da IHS Markit, il nuovo iPhone 7 costa di più ad Apple rispetto al precedente iPhone 6s (ed è il più caro di sempre). Lo studio prende in considerazione il modello base da 32 GB: sommando il costo dei singoli componenti si arriva a un totale di 219,8 dollari, a cui ne vanno aggiunti altri 5 per l’assemblaggio. Per ogni iPhone 7 che produce, insomma, Apple paga 224,8 dollari, vale a dire 36,9 dollari in più rispetto al 6s.



Sono soprattutto due elementi a giustificare l’impennata dei costi: il display, migliore rispetto al modello precedente, e l’aumento della memoria (l’iPhone 7 parte da 32 GB, mentre il 6s era disponibile anche nella versione 16 GB). Secondo un altro calcolo, realizzato da Cnn Money, l’iPhone 7 versione 128 GB costerebbe ad Apple 292 dollari. «Nonostante i materiali siano più cari rispetto al passato, Apple è ancora in grado di ottenere margini maggiori sull’hardware in confronto al principale competitor» spiega Andrew Rassweiler di IHS Markit.

Quanto costa produrre un Galaxy S7?

Lo dimostra un calcolo simile effettuato sul Samsung Galaxy S7, modello di punta dell’azienda sudcoreana presentato a febbraio 2016. Secondo IHS Markit, il Galaxy S7 versione 32 GB costa a Samsung 255 dollari assemblaggio compreso: una trentina di dollari in più dell’iPhone 7 che è il suo avversario naturale. Considerando che l’iPhone 7 base è in vendita sul mercato americano per 649 dollari, per ogni pezzo venduto Apple guadagna 424,2 dollari (esclusa la distribuzione e altri costi accessori). Il Galaxy S7 base, invece, è uscito sul mercato americano con un prezzo di 672 dollari: il che significa che per ogni pezzo venduto Samsung guadagna «solo» 417 dollari, 7 in meno rispetto a Cupertino.



Occorre poi considerare che Apple beneficia di volumi maggiori sui suoi modelli premium. Come ha spiegato Forbes, nel secondo trimestre del 2016 – quindi prima dell’uscita del nuovo modello – l’iPhone 6s è stato lo smartphone più venduto al mondo con 14,2 milioni di pezzi, seguito dall’iPhone 6 (8,5 milioni) e dal Galaxy S7 Edge (8,3 milioni).

Prezzo per componente

Approfondendo nel dettaglio il costo dei singoli pezzi riportati nelle ricerche di IHS Markit si scopre come la società di Cupertino riesca a risparmiare sulla produzione. Per realizzare l’iPhone 7s (totale: 224,8 dollari), Apple paga: 43 dollari per il display, 33,9 per il modem, 26,9 per il processore, 19,9 per le fotocamere, 16,4 per la memoria, 2,5 per la batteria. Invece per il Galaxy S7 (totale: 255 dollari) Samsung paga: 55 dollari per il display, 62 per processore e modem, 15,65 per le fotocamere, 32,25 per la memoria e 3,65 per la batteria. Fra le componenti considerate, l’unica per cui è Samsung a pagare di meno è la fotocamera.



Insomma: in termini puramente economici, il Galaxy S7 «vale» di più. Anche se poi, a ben vedere, la scelta dello smartphone si basa più su ragioni emotive che razionali. Lo sostiene la University of Lincoln School of Psychology del Nebraska, che ha appena presentato uno studio sugli utilizzatori di smartphone iOS e Android: è emerso che chi sceglie l’iPhone è più estroverso, mentre chi preferisce Android è più umile e onesto. Con buona pace della calcolatrice.

Che cosa presenta Google martedì? Gli smartphone Pixel e Android sui pc

Corriere della sera
di PAOLO OTTOLINA

Big G è soprattutto motore di ricerca e software. Ma non rinuncia a una presenza nell’hardware. Quello previsto per martedì a San Francisco alle 9 locali (le 18 in Italia) potrebbe essere l’evento più importante da molti anni, forse dalla presentazione di Android a oggi. Chiude l’era Nexus e i nuovi telefoni cambiano nome: due modelli, prodotti da Htc. Ma anche Chromecast 4K e soprattutto il misterioso progetto Andromeda che punta a riunificare Android e Chrome Os per conquistare anche il mercato dei computer due-in-uno e magari anche dei desktop

Pixel

Google pensiona la linea di smartphone Nexus e cambia nome. D’ora in poi si chiameranno Pixel, come i notebook «top» con Chrome Os e il due-in-uno Pixel C (tutti mai distribuiti ufficialmente in Italia). Sono due i telefoni Pixel in arrivo, entrambi prodotti dalla taiwanese Htc, che non versa in buonissime acque ed entrambi abbondantemente anticipati da molti «lead» online. A livello estetico si registra un frontale piuttosto anonimo, mentre il retro è particolare. Il sensore per l’impronta digitale è quasi in centro alla scocca e si utilizzano metallo e vetro con un effetto finora mai visto.
Il modello più compatto avrà un display Amoled da 5 pollici Full Hd, vetro Gorilla Glass 4, nuovo processore Qualcomm Snapdragon 821, 4 GB di memoria Ram, 32 o 128 GB di memoria interna (non espandibile, come l’iPhone), batteria da 2.770 mAh, fotocamere da 12 e 8 Megapixel. Debutta il sistema operativo Android 7.1.

Particolare del retro del Google (Htc) Pixel
Particolare del retro del Google (Htc) Pixel

Pixel XL

Pixel avrà, come tutti i top di gamma, una versione «phablet» di dimensioni maggiori. La versione XL sale a 5,5 pollici di display, mentre anche la batteria (3.450 mAh) risulterà maggiorata rispetto al fratellino più compatto. Per il resto le caratteristiche tecniche dovrebbero risultare analoghe. A livello software i due Pixel, grazie ad Android 7.1, utilizzeranno il nuovo launcher di Android, con icone tonde e schermata delle app (il drawer) raggiungibile con uno swipe verso l’altro anziché con il classico tasto centrale.
Pixel e Pixel XL
Pixel e Pixel XL

Chromecast 4K

Da Google si attende anche una versione aggiornata e più potente della sua «chiavetta» Chromecast che consente di trasmettere al tv i contenuti video veicolati (attraverso la rete wi-fi) da smartphone, tablet o pc. Il Chromescast Ultra, così dovrebbe chiamarsi, avrà una maggior potenza hardware che permetterà lo streaming di contenuti Ultra Hd o 4K che dir si voglia. Il prezzo dovrebbe salire a 69 dollari (la versione standard di Chromecast costa in Italia 39 euro)


Google Home

Lo speaker-barattolo, concorrente di Amazon Echo, mostrato durante l’evento per sviluppatori Google I/O dello scorso giugno dovrebbe finalmente arrivare sul mercato (non è chiaro se anche europeo ed italiano). Non solo un assistente digitale che controlla, tramite la voce, i vari dispositivi presenti in casa. Nell’evoluzione futura potrebbe diventare un pezzo fondamentale del motore di ricerca, quindi del cuore di Google: leggi l’approfondimento su DDay.it.


Daydream VR

Google è da tempo impegnata, senza enormi sforzi ma con una presenza consolidata, nel settore della realtà virtuale (VR). YouTube da tempo permette di caricare video in VR. E c’è il visore low-cost di cartone Cardboard. Ora quest’ultimo potrebbe avere un’evoluzione in un prodotto più strutturato che secondo alcune voci si chiamerà Daydream. Leggi su DDay.it.


Andromeda

Il piatto più appetitoso dell’evento Google però potrebbe chiamarsi Andromeda. È il nome in codice del progetto che dovrebbe, finalmente, portare sotto lo stesso tetto i due sistemi operativi che Big G ha al momento. Android, che domina il mercato degli smartphone, e Chrome OS. Quest’ultimo è il cugino meno fortunato, sviluppato a partire dal browser Chrome per macchine dotate di tastiera e mouse (ma anche touchscreen). Pur non avendo quote significative tra i pc, Chrome OS ha negli ultimi anni raggiunto un discreto successo negli Stati Uniti in ambito educational (scuole). Google ha già introdotto la possibilità di installare app Android su device Chrome OS. Ma Andromeda sarà un progetto più radicale. Di fatto un’evoluzione di Android che ingloberà anche il cugino Chrome OS. A casa Google sarebbe già in fase di test su modelli di tablet Htc Nexus 9 ma soprattutto su un dispositivo di sviluppo chiamato per ora Pixel 3 (leggi l’approfondimento su DDay.it). (continua dopo la foto)

L’attenzione su Andromeda si è accesa dopo un tweet di Hiroshi Lockheimer, che di fatto è responsabile di Android in Google: «Abbiamo annunciato la prima versione di Android 8 anni fa oggi - ha twittato il 24 settembre -. Ho la sensazione che fra 8 anni staremo parlando del 4 ottobre 2016». Un’affermazione che ha fatto salire, di molto, l’aspettativa per l’evento dell’azienda di Mountain View. Vedremo come si tradurrà in cose concrete.

Compra 255 gratta e vinci ma perde sempre: fa ricorso e viene rimborsato

Il Messaggero
di Viviana De Vita



Aveva tentato la fortuna quasi ogni giorno acquistando, in appena 12 mesi, 255 tagliandi delle lotterie istantanee. Dopo aver speso all’incirca tremila euro senza ricevere mai il tanto sospirato bacio dalla «dea bendata», ha trascinato le Lotterie nazionali e i Monopoli di Stato in un’aula di tribunale. Sarà risarcito e otterrà il corrispettivo speso per l’acquisto dei tagliandi, un 29enne salernitano che ha rischiato di rovinarsi per la mania del gioco. 

A stabilirlo è stato il giudice di pace del tribunale di Vallo della Lucania che ha accolto, con sentenza immediatamente esecutiva, il ricorso del giocatore, rappresentato dall’avvocato Paolo Siniscalco, condannando le Lotterie con questa motivazione:

«I biglietti, acquistati presso ricevitorie autorizzate, non recavano l’indicazione della probabilità di vincita e l’avvertenza sul rischio di dipendenza dalla pratica dei giochi con vincite in danaro». Per questo motivo i contratti di acquisto con le Lotterie possono essere ritenuti nulli. Estromessa invece dal giudizio l’agenzia delle dogane e dei Monopoli di Stato che, a parere del giudice, «non ha rivestito la qualità di contraente nel rapporto intrattenuto dall’attore che, in qualità di acquirente dei tagliandi, ha concluso un contratto solo ed esclusivamente con il soggetto gestore e, quindi, con le Lotterie nazionali».

Nei motivi della decisione il giudice di pace richiama l’articolo 7 del decreto Balduzzi che stabilisce che sui tagliandi di gioco debbano figurare «formule di avvertimento sul rischio di dipendenza dalla pratica di giochi con vincite in danaro» e «le relative probabilità di vincita». «Qualora l’entità dei dati da riportare sia tale da non poter essere contenuta nelle dimensioni dei tagliandi, questi ultimi devono recare l’indicazione della possibilità di consultazione di note informative sulle probabilità di vincita pubblicate sui siti istituzionali dell’Amministrazione autonoma dei Monopoli di stato».

Ed è proprio dalla violazione della norma sancita nel decreto Balduzzi, che discende la nullità del contratto di acquisto. «La norma in questione – scrive il giudice di pace – è stata emanata a tutela della salute pubblica, tanto da essere inserita in un decreto “disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute”. La ratio della norma è quella di contrastare il fenomeno delle ludopatie e prevede quindi l’obbligo di inserire nei tagliandi la probabilità di vincita al fine di consentire a chi intende partecipare alla lotteria, di farlo con la consapevolezza delle effettive probabilità di vincita.

Lunedì 3 Ottobre 2016 - Ultimo aggiornamento: 12:19

Addio mercato consumer, Windows su smartphone sarà solo per professionisti e aziende

La Stampa
lorenzo longhitano

prossimi aggiornamenti del sistema operativo mobile sono tutti incentrati sulla produttività: Microsoft abbandona temporaneamente il settore degli apparecchi rivolti al grande pubblico



Nel futuro di Windows 10 su smartphone ci sono solo professionisti e imprese: è questo uno dei messaggi che Microsoft fa passare dalla conferenza Ignite 2016 che è terminata nei giorni scorsi ad Atlanta, negli Stati Uniti. Nel corso dell’evento, il gruppo di Redmond ha annunciato le novità che saranno introdotte nei prossimi mesi nella versione Mobile di Windows 10 — novità che però riguardano principalmente un singolo aspetto della piattaforma: la modalità Continuum, ovvero l’opzione che permette di collegare lo smartphone via cavo o wireless a un display esterno e visualizzarne i contenuti come su un PC.

Innanzitutto nel futuro prossimo sarà possibile effettuare questo collegamento semplicemente avvicinando lo smartphone alla sua dock: il telefono rileverà la connessione (probabilmente tramite Bluetooth) e attiverà automaticamente il trasferimento del flusso di immagini da uno schermo all’altro. Inoltre la schermata Start che apparirà sul monitor esterno non dovrà necessariamente replicare quella in uso sul telefono, ma potrà essere riarrangiata per venire incontro alle esigenze di utilizzo da scrivania.

Infine l’interfaccia grafica è destinata a somigliare ancora di più a quella di Windows 10 su PC: arriveranno una nuova barra delle applicazioni con la possibilità di aggiungervi collegamenti alle app usate più frequentemente e menù contestuali consultabili con il tasto destro del mouse, ma soprattutto le finestre delle app si potranno finalmente ridimensionare e affiancare, oppure sovrapporre una sull’altra (mentre per ora si possono utilizzare soltanto una per una e a tutto schermo). Le novità dovrebbero arrivare con il prossimo aggiornamento Redstone 2, previsto per l’anno prossimo, ma non sono esattamente rivolte al grande pubblico.

Il motivo è semplice: la destinazione d’uso di Windows 10 Mobile è cambiata rispetto a quella programmata inizialmente. «La nostra strategia per Windows su smartphone ad oggi prevede di concentrarci sugli utenti aziendali, per ora ci chiamiamo fuori dal mercato di massa. Rimanere in questo settore in questo momento sarebbe inutilmente costoso, preferiamo scommettere su un salto tecnologico che avrà presumibilmente luogo nei prossimi anni», aveva dichiarato Vahé Torossian, corporate vice President della multinazionale al francese Le Point.

Il sistema operativo diventerà dunque uno strumento di produttività, dedicato a chi con lo smartphone ci lavora e caratterizzato da un accento su sicurezza e applicazioni cloud, più che su giochi, messaggistica e social network. All’evento di Atlanta i relatori Microsoft hanno dato a intendere che anche i costruttori di smartphone sono impegnati in questa direzione: dispositivi come l’Elite X3 di HP sono esempi molto chiari a riguardo, ma anche l’atteso Surface Phone avrà la stessa missione.

Le ziggurat dei Sumeri? Aeroporti verso il mistero

La Stampa
vittorio sabadin

Per il ministro iracheno Finjan da lì si partiva per viaggi nello spazio. In molti condividono l’idea che gli alieni abbiano istruito le antiche civiltà

La Ziggurat di Ur vicino a Nassiriya, a Sud Est di Baghdad: le scale sarebbero rampe di lancio

Il ministro dei Trasporti iracheno, Kazem Finjan, ha detto in una conferenza che gli antichi Sumeri, vissuti nel suo paese 5000 anni fa, avevano costruito aeroporti dai quali partivano per viaggi nello spazio. Molti ne hanno dedotto che con l’Iraq, per quanta buona volontà uno ci metta, non c’è niente da fare. Ma per gli avidi lettori dei libri dell’ex corrispondente dell’Economist Graham Hankock, la dichiarazione di Kazem Finjan è stata solo una conferma di cose che già sapevano: nella storia umana, non tutto è andato come ci hanno raccontato a scuola. 

Passione per il mistero
Con una decina di libri sui misteri del passato, Hankock ha allevato generazioni di archeologi spaziali, i quali ora pensano come lui che la Terra sia stata visitata migliaia di anni fa da una civiltà tecnologica, che ha insegnato agli uomini l’agricoltura, la matematica, l’astronomia e la tecnica di costruire in pietra. Il ministro Finjan deve avere letto i suoi saggi, se ora è convinto che le «ziggurat» sumere fossero luoghi nei quali gli uomini incontravano gli Annunaki, appena scesi dal cielo. E poi non basta guardare i bassorilievi dell’epoca per convincersene? Il sistema solare che vi è raffigurato non ha un pianeta in più? Si tratta di Plutone, che noi abbiamo scoperto solo nel 1930 e raggiunto con una sonda nel 2015, o di Nibiru, la casa degli dei?

Hancock ha avuto un precursore in Zacharia Sitchin, anche lui convinto che una razza aliena, quella degli Elohim, abbia colonizzato la Terra, e ha ora un successore in uno studioso italiano i cui libri hanno un discreto successo, Mauro Biglino, serio esperto di ebraico antico e collaboratore delle Edizioni San Paolo. Biglino è convinto che la Bibbia non parli di Dio e che tutto quello che di religioso e spirituale attribuiamo a quel libro sia frutto di forzature nelle traduzioni. Anche per lui la Terra è stata visitata dagli Elohim, uno dei quali, Yahweh, ha guidato il popolo ebraico.

Ma non si trattava certo di un dio buono e misericordioso: era anzi crudele, dispotico e vendicativo, e non era neppure un dio, visto che a leggere il testo biblico senza le interpretazioni che sempre lo corredano, mangiava, beveva, era mortale, si inebriava del fumo dei sacrifici e dopo le battaglie chiedeva la sua parte di bottino. Anche l’Arca dell’alleanza, quella che Indiana Jones recupera dalle mani dei nazisti, era un oggetto tecnologico, così potente e pericoloso da richiedere pagine e pagine di istruzioni bibliche per essere maneggiato. 

Non solo Sumeri
E la piramide di Cheope nella piana di Giza? Incuranti dell’appellativo di «piramidioti» che Zahi Hawass aveva loro affibbiato, i seguaci di Hankock sostengono che la tecnologia necessaria per innalzarla non era disponibile agli egizi del 2500 a.C. Quindi deve averla costruita qualcun altro, che aveva sofisticate conoscenze di architettura, sapeva come tagliare perfettamente i blocchi di granito e trasportarli a decine di metri di altezza. Gli dei, appunto. Di antiche piramidi è pieno il mondo (ce ne sono persino in Cina) e quelle maya e azteche non sono meno imponenti e misteriose di quelle egizie.

Se i Sumeri volavano fino a Plutone, certo sono giunti anche nel Centro America, guidati nell’atterraggio dai grandiosi disegni geometrici di Nazca che si possono vedere solo dall’alto. E dev’essere stato un dio, o qualcuno di molto grande e molto forte, a costruire le mura di Cuzco, spostando per chilometri blocchi pesantissimi e tagliandoli in modo da combaciare perfettamente. Anche con le pietre di Stonehenge, in Inghilterra, gli dei devono avere dato una mano. Per convincersi che gli antichi volavano, basta poi guardare il coperchio del sarcofago dell’Uomo di Palenque, chiaramente un astronauta nella sua cabina di pilotaggio. 

I dolori del presente
Storici e archeologi studiano da tempo i misteri ancora irrisolti dell’antichità, e arriveranno a trovare una spiegazione a tutto. Nell’attesa è inevitabile che si diffondano le teorie più disparate, con l’aiuto di scrittori a volte seri, a volte visionari, tutti molto amati anche a Hollywood. Ma se i Sumeri volavano davvero, non c’è che da sperare che tornino in fretta: forse loro riusciranno a rimettere a posto il poco che resta dell’antica Mesopotamia.