sabato 1 ottobre 2016

Rom «poveri» con 6 milioni di euro in banca, il rapporto all’Europol

Corriere della sera

di Elisa Sola

Hanno ottenuto case popolari o sussidi, molti sono pregiudicati. Documento «confidenziale» della polizia croata sui nomadi bosniaci residenti Italia con conti correnti in Croazia

Segnalati 22 rom «poveri» con 6 milioni di euro in banca (Imagoeconomica)

Segnalati 22 rom «poveri» con 6 milioni di euro in banca (Imagoeconomica)

Per il fisco sono quasi nullatenenti. Vivono nei campi rom di Torino, Chivasso, Massa Carrara. Alcuni hanno ottenuto una casa popolare, altri un sussidio. Molti sono pregiudicati. Ciò che li accomuna è una ricchezza considerata “spropositata”. Una famiglia di almeno 15 membri aveva accumulato quasi quattro milioni di euro. La cifra sale a quasi 6 milioni se si considerano tutti e 22 i soggetti elencati nel rapporto «confidenziale» inviato da un dirigente della polizia criminale croata, Mario Rosic, all’Europol.
Nomadi bosniaci
Il documento, finito negli uffici della procura di Torino, è frutto di un lavoro di intelligence iniziato nel 2004 su nomadi della Bosnia Erzegovina residenti in Italia con conti correnti aperti in Croazia. L’appello, al fondo delle undici pagine stampate a Zagabria, è stringato: «Dobbiamo aver provato il reato di riciclaggio di denaro, altrimenti le misure temporanee termineranno tra un anno. Quello di cui abbiamo bisogno è qualsiasi informazione relativa a queste persone e il loro passato criminale». L’ammontare del sequestro operato dal tribunale di Zagabria è di 5 milioni e 375 mila euro. Se non verranno fornite le prove dell’attività criminale degli indagati, i soldi torneranno a loro. «La maggior parte dei pagamenti è stata fatta nel periodo estivo», è un passaggio del report. «I soggetti non hanno fatto alcuna dichiarazione fiscale né hanno redditi leciti». Seguono nomi e cognomi, attività, date dei passaggi di frontiera.
Gli esempi
Tra le prime schedate compare Sena Halilovic, che aveva chiesto alla Société Générale Splitska Banka un prelievo di 222 mila euro. «Sorge il sospetto dell’associazione per delinquere e riciclaggio», scrive la polizia. Sena ha cambiato il suo nome in Amela Seferovic. Ha 60 anni, è di Mostar. Aveva portato all’estero almeno 322 mila euro. Possiederebbe terreni ad Asti. Poi c’è una delle donne rom più conosciute del campo di via Germagnano, una baraccopoli alle porte di Torino che la neo giunta guidata da Chiara Appendino vuole smantellare. Si chiama Raselma Halilovic, ha 66 anni. La somma che le è stata sequestrata ammonta a un milione e 35 mila euro. Era già segnalata all’autorità giudiziaria per frode e falso.
Il «venditore di rottami»
Anche Zuhdija Halilovic, di 59 anni, che viveva al campo rom di Avenza a Massa Carrara, poi chiuso, aveva un conto con 565 mila euro. Ma al fisco nel 2012 aveva dichiarato 1.700 euro. L’intelligence croata lo definisce un «venditore di rottami metallici». Per l’Agenzia delle entrate è un «evasore totale». Angela Halilovic, di 36 anni, proprietaria, ormai ex, di almeno 392 mila euro, colpita da un decreto di confisca del tribunale di Torino nel 2007, avrebbe trovato aiuto e lavoro nel 2011 presso la cooperativa sociale Animazione Valdocco. Dai servizi sociali avrebbe percepito un sussidio di 245 euro al mese. Anche Bisera Halilovic, di 51 anni, avrebbe ottenuto «redditi», questa volta «dal Comune di Torino», per 30.494 euro nel 2011. L’autorità croata le ha sequestrato 243.105 euro. E ancora a Vehbja, sua parente, è stato bloccato un deposito con quasi 100 mila euro. A un altro familiare che porta il suo cognome, Dani altri 296.353, a Bareta 268.438, a Bronzo poco meno di un milione. Quest’ultimo nel 2012 aveva dichiarato 6 mila euro di reddito.
Pregiudicato
Infine c’è Naim Halilovic, di 46 anni, pregiudicato per furto, che si è visto sottrarre quasi 60 mila euro. A Torino risulterebbe inquilino di una casa popolare in via Verga. Qui vivrebbe con la compagna Susanna Salkanovic. Anche lei aveva un conto con 108 mila euro. Dal 1997 al 2002 è stata segnalata all’autorità giudiziaria per danni e reati contro la persona. Dopo una settimana dal ricevimento del report, il procuratore aggiunto di Torino Alberto Perduca ha chiesto e ottenuto dal Tribunale delle misure di prevenzione un sequestro d’urgenza presso le banche croate di tutti e 22 i rom.

30 settembre 2016 (modifica il 30 settembre 2016 | 21:57)

Abbonamenti trappola sullo smartphone: ecco come difendersi

La Stampa
sandra riccio

Boom di servizi a pagamento (oroscopo, musica e giochi) non richiesti. Scattano in automatico navigando con il cellulare. I consumatori chiedono l’intervento dell’Autorità



Abbonamenti mai richiesti all’oroscopo o ai giochi e alla musica online ma anche applicazioni fantasma che, a totale nostra insaputa, prelevano periodicamente soldi dal credito telefonico. Il fenomeno dei servizi a pagamento, mai richiesti dall’utente, è in continua evoluzione e cresce a tappeto. «Nell’ultimo anno abbiamo registrato un vero e proprio boom di casi» dicono dall’Aduc. La gran parte delle lamentele, raccontano dall’associazione di consumatori, riguarda l’operatore Tre Italia. Ma anche gli altri grandi operatori, da Wind a Tim, fino a Vodafone, praticano questa via. 
Le trappole sugli smartphone. Il caso più frequente è quello dei servizi «premium» attivati inavvertitamente navigando in Internet con il proprio smartphone.

Basta un attimo e, da una pagina web che stiamo consultando parte il collegamento a un altro sito su cui viene attivato l’abbonamento. Anche i banner, vale a dire le pubblicità online, possono trasformarsi in tranelli che ci rifilano pagamenti periodici. Non servono consensi, né carte di credito, tutto parte automaticamente e in un istante ci ritroviamo a pagare. Le società a cui finiscono questi soldi, di solito importi piccoli intorno ai 5 euro alla settimana o al mese, sono esterne agli operatori di telefonia che quindi si giustificano dicendo di non centrare nulla. Ricevono però una percentuale per ogni cliente che pagherà il servizio. Tre ci dice di aver «introdotto a febbraio, unico fra tutti gli Operatori italiani, un nuovo sistema di sicurezza e controllo, denominato Vas Shield». Le lamentele però pare non siano diminuite.

Il blocco preventivo
Per difendersi, bisogna innanzitutto disattivare i servizi premium, quelli aggiuntivi a pagamento. Basta chiamare l’assistenza del proprio operatore telefonico e chiedere il blocco totale di questo tipo di attività. Successivamente occorre però verificare che l’operatore abbia davvero eseguito questa richiesta. In molti casi, infatti, la telefonata di disattivazione è finita nel vuoto. Le associazioni di consumatori stanno chiedendo da tempo che questo tipo di servizi venga disattivato a monte, come successo con l’899 ai tempi dei modem per navigare. «Ci sembra ormai l’unica strada per interrompere davvero questo spiacevole tipo di attività» dicono dall’Aduc.

Da poco poi è scattata tutta una seri di nuovi pagamenti extra che, quasi sempre, vengono comunicati dagli operatori via sms. È il caso per esempio del servizio di navigazione 4G che da poco è a pagamento con alcuni operatori. Oppure delle extra tariffazioni per chi va all’estero. L’unica difesa ormai è quella di pattugliare attentamente ogni comunicazione e ogni sms che si riceve dalla propria compagnia telefonica. Potrebbe contenere una nuova spesa (e, in alcuni casi, le istruzioni per non pagarla).

Come riavere indietro i soldi
Non tutti sanno che si possono riavere indietro le somme scalate indebitamente dal nostro conto telefonico. Anche quelle di importo bassissimo. L’iter è semplice e nella stra grande maggioranza dei casi porta a un risultato positivo. La strada da percorre è fatta di più tappe. La prima è quella di inviare un reclamo alla compagnia telefonica e intimarla a restituire i soldi entro un certo periodo di tempo.

Se non succede nulla si chiede l’intervento del Corecom, il Comitato regionale per le telecomunicazioni. Si può fare tutto online (sul sito di questo organismo c’è il modulo per la richiesta). Una volta fatta la richiesta di intervento si verrà convocati per la conciliazione tra le due parti (di solito la convocazione avviene via e-mail). In udienza si cerca l’accordo (per esempio, con la richiesta di restituzione della somma addebitata e con il riconoscimento di un piccolo risarcimento). Se la conciliazione non porta a nulla perché la compagnia fa orecchie da mercante, allora si procede con la richiesta di definizione davanti al Corecom. Questa diventa esecutiva con tanto di azione forzata. A quel punto la compagnia deve operare.

La denuncia
C’è anche un altro passo importante che le associazioni di consumatori caldeggiano molto: presentare una denuncia all’Antitrust ogni qual volta ci si ritrova con addebiti non richiesti. È una procedura molto semplice e non prevede perdite di tempo (sul sito dell’autority c’è l’apposita sezione per le segnalazioni online). «Più sono le lamentele legittime che arrivano al garante e più probabile è che questo agisca e sanzioni le compagnie telefoniche» spiega Pietro Moretti, vicepresidente Aduc.

Washington rinuncia al controllo del Web

La Stampa
paolo mastrolilli

Toccava al governo Usa assegnare i domini, ora la gestione passa all’ente Icann. La rabbia di Trump



Da ieri sera a mezzanotte gli Stati Uniti hanno perso il controllo di internet. Nel senso che l’Internet Corporation for Assigned Name and Numbers, cioè l’organizzazione no profit di Los Angeles incaricata di assegnare gli indirizzi e i nomi sul web, ha smesso di dipendere dal Department of Commerce del governo americano. Sembra un dettaglio tecnico, ma sta provocando una bufera politica negli Usa, dove quattro stati hanno fatto causa per bloccare l’operazione.

L’Icann esiste dal 1998 ed è indipendente, però finora era sotto la supervisione di Washington, che poteva intervenire per risolvere eventuali dispute. Ora resterà con gli stessi compiti, ma passerà sotto il controllo di «international stakeholders» della comunità di internet, cioè commissioni governative e delle industrie private, comitati tecnici, esperti di telecomunicazioni e utenti. Il progetto iniziale era sempre stato quello di svincolare l’Icann dalla supervisione dell’esecutivo Usa, ma nel 2005 Bush lo aveva sospeso, per «mantenere il ruolo storico nell’autorizzazione dei cambiamenti». Lo scandalo provocato nel 2013 dalle rivelazioni dell’ex agente della Nsa Edward Snowden ha riportato la pressione globale su Washington.

Nella sostanza non cambia molto, perché le strutture della rete continueranno a funzionare come sempre. Non accadrà che la Russia o la Cina potranno dettare al mondo come usare internet. Il passaggio però sta provocando polemiche politiche negli Usa, anche perché avviene proprio sullo sfondo delle recenti incursioni degli hackers di Mosca nelle banche dati dei politici americani e nei sistemi elettorali di 20 Stati, con l’intento denunciato dai servizi segreti e da alcuni parlamentari di influenzare le elezioni in programma a novembre. Il candidato repubblicano Trump, peraltro sospettato di essere il beneficiario di queste incursioni, ha già detto di essere contrario, mentre quattro stati, Arizona, Oklahoma, Texas e Nevada hanno fatto causa sostenendo che sarebbe una cessione di proprietà del governo Usa. 


Se la “rubrica di internet” cambia proprietario
La Stampa
carola frediani



Che cosa è l’Icann?
«L’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (Icann) è una no-profit, nata nel 1998, con sede a Los Angeles. Tra i suoi compiti quello di coordinare il sistema dei nomi di dominio (Dns), quella sorta di registro distribuito che rende possibile collegare i nomi dei siti web così come normalmente li conosciamo (www.lastampa.it) con i loro indirizzi numerici o indirizzi Ip (107.154.107.10). Così come non dovete ricordarvi a memoria il numero di telefono di un collega ma cercate il suo nome in rubrica, allo stesso modo il vostro browser, quando digitate l’indirizzo di un sito, consulterà una “rubrica di internet”. A gestirla ai suoi massimi livelli è, appunto, l’Icann».

Che cosa c’entra il governo Usa con l’ICann?
«Il governo americano, attraverso il Dipartimento del Commercio, ha avuto un ruolo di supervisione all’interno dell’Icann fin dalla sua fondazione. Anzi l’Icann nasce proprio perché in precedenza gli Stati Uniti si sono trovati a avere il controllo dei server che gestivano il sistema dei nomi di dominio, mentre il web aveva preso a svilupparsi. E l’allora amministrazione Clinton ha scelto di cedere in parte questo controllo privatizzandolo a una no-profit. Tuttavia, attraverso una agenzia del Dipartimento del Commercio, al governo Usa era rimasto un ruolo di supervisione su uno specifico aspetto, la cosiddetta root zone, cioè l’area più in alto nella struttura gerarchica del sistema, quella che contiene i nomi e gli indirizzi Ip di tutti i domini di primo livello come .com, .net, .org e via dicendo. A gestire questa area apicale fino a ieri erano tre soggetti: Icann, il Dipartimento del Commercio Usa attraverso la sua agenzia Ntia e la società americana Verisign».

Che cosa succede oggi?
«Termina il contratto del Dipartimento del Commercio con l’Icann e quindi di fatto il governo Usa esce del tutto, a livello ufficiale, dalla supervisione del sistema dei nomi di dominio. Icann diventa indipendente e sarà gestita da una comunità internazionale che include rappresentati di governi, dell’industria, accademici, esperti. La differenza principale è che la Ntia, l’agenzia del Dipartimento del Commercio, non avrà più un ruolo nell’approvare i cambiamenti ritenuti necessari all’interno della root zone, la radice del sistema. Che a livello di gestione resta comunque in mano all’Icann; e a livello di operatività resta amministrata da una società americana con sede in Virginia, VeriSign.

Chi è favorevole e chi contrario al passaggio?
«L’amministrazione Obama, le aziende internet come Facebook o Google, la stessa Icann sono favorevoli alla transizione. La levata di scudi è arrivata perlopiù da esponenti repubblicani, secondo i quali in questo modo gli Stati Uniti perderebbero il controllo su internet. Non solo: permetterebbero a Stati autoritari come Cina, Russia, Iran di avere più potere su quanto sta online. Il parere di molti esperti è che tali timori siano esagerati».

Ma alla fine cosa cambia?
«Per gli utenti nulla. E in generale cambia poco anche nella gestione del sistema. Il personale dell’Icann e i suoi protocolli restano gli stessi, ma il Dipartimento del Commercio non dovrà più approvare ogni cambiamento al file principale del sistema dei nomi di dominio. Icann ha anche promesso che non farà modifiche ai domini tradizionalmente assegnati agli statunitensi - .mil, gov., edu, e .us - senza prima ottenere un’approvazione scritta dal governo Usa».

Nun ce se crede

massimo gramellini

Dopo avere fornito un elenco inevitabilmente parziale dei parametri per entrare nella giunta più pazza del mondo capitanata da Virginia Raggi, il mio maestro di scrittura breve Michele Serra conclude che al momento sarebbero in regola con i requisiti due soli italiani: un benzinaio di Abano Terme e una casalinga di Bari. Mi spiace contraddirlo, ma della lista fa parte anche un imprenditore di Treviso, che nelle ultime ore ha superato la casalinga e il benzinaio. Si chiama Massimo Colomban ed è il nuovo assessore alle Partecipate del Comune di Roma, città che gli sta simpatica come a Salvini i congiuntivi.

Ma Colomban avrà davvero tutti i requisiti per essere ammesso alla corte di Evita Piagnòn, la sindaca più diversamente simpatica d’Italia? Pare di sì. Anzitutto è un costruttore edile che ha lavorato per le Olimpiadi di Calgary, Barcellona e Londra, quindi in limpida coerenza con un movimento politico che ha appena suicidato le Olimpiadi di Roma nel timore che diventassero terreno di pascolo dei palazzinari. Inoltre non va dimenticato il suo sostegno al governo Renzi e il suo impegno a favore del referendum per l’indipendenza del Veneto da Roma Ladrona, che sicuramente lo agevolerà nei rapporti con la popolazione indigena.

A volere essere proprio pignoli, il costruttore olimpico e secessionista veneto Colomban presenta una piccolissima macchia per una setta di puritani come i Cinquestelle: è amico personale dei Casaleggio. Deve essere davvero molto bravo, se nonostante questo lo hanno scelto lo stesso.

Prima causa negli Stati Uniti contro l’Arabia Saudita dopo sì alla legge sull’11 settembre

La Stampa



Parte la prima causa contro l’Arabia Saudita pochi giorni dopo che il Congresso americano ha annullato il veto del presidente Barack Obama sulla legge che consente ai familiari delle vittime dell’11 settembre 2001 di fare causa a governi stranieri con il sospetto che abbiano avuto un ruolo negli attacchi terroristici sul suolo americano.

A lanciare l’azione legale è Stephanie Ross DeSimone. Suo marito - il comandante della marina Patrick Dunn - morì al Pentagono quando lei era anche incinta della loro prima figlia. L’accusa, avanzata presso il tribunale di Washington, è che l’Arabia Saudita abbia fornito sostegno materiale ad al Qaida e al suo leader Osama bin Laden.

Quel pranzo con Caprotti alla mensa dei dipendenti tra classici greci e ricordi d’America

La Stampa
alberto mattioli

Dagli attacchi ai comunisti al giudizio su Berlusconi: “Rovinato dalle donne”


Gli esordi a Milano
 

Al primo negozio se ne sono aggiunti 151 in Lombardia, Toscana, Emilia, Piemonte, Veneto, Liguria e Lazi
L’invito arrivò dopo che avevo scritto un pezzo sull’aspra battaglia burocratica per aprire una grande Esselunga a Modena, nell’Emilia rossissima dove di regola i supermercati o sono Coop o non ci sono. Il reportage, apparentemente, gli era piaciuto. «Perché non viene a trovarmi con il suo direttore?». Detto fatto. Così il direttore, che all’epoca era Mario Calabresi, e il soprascritto partirono alla volta di Limito di Pioltello, sede principale dell’Esselunga, convinti di portare al giornale un’intervista a Bernardo Caprotti che non ne dava mai.

Il posto è la tipica imitazione milanese dell’America produttiva: capannoni e rotonde, rotonde e capannoni, e in mezzo gente in macchina intenta ad andare al lavoro o a tornare dal lavoro. Arrivammo e fummo parcheggiati in una sala d’attesa tipo dentista dove spiccavano due quadri con il loro bravo cordoncino davanti, come in un museo. Non mi sembravano meritarlo e nel tentativo di studiarli meglio mi avvicinai troppo facendo scattare una sirena terrificante. Come dire: meglio non fidarsi troppo. Però è anche vero che non arrivò nessun vigilante. Evidentemente erano abituati agli allarmi a vuoto.

In compenso comparve Caprotti, che all’epoca era già anziano ma sempre gagliardo, ed esauriti i convenevoli (pochi e sbrigativi) ci informò, primo, che i quadri erano dei Canaletto (e qui forse era troppo ottimista), secondo, che non c’era nessuna intervista ma solo una conversazione «off the record», insomma che non avremmo potuto scrivere una sola parola e, terzo, che ci invitava a colazione. Il tutto esibendo una copia del mio articolo tutta sottolineata con l’evidenziatore e spiegando che «i comunisti» gli volevano impedire di fare il suo mestiere, cosa peraltro verissima.

Seguì la famosa colazione. E qui capimmo che quello che avevamo davanti era un capitalista della vecchia scuola, un padrone delle ferriere senza indulgenze per nessuno, nemmeno sé stesso. Macché ristorante stellato, macché insalatina veloce e fighetta così-non-mi-appesantisco-che-devo-lavorare: andammo a pranzo in mensa, insieme con i dipendenti, con l’unico modesto lusso di una tavola a parte e del cameriere e mangiando solo prodotti Esselunga perché, come mise subito in chiaro, «io assaggio tutto quello che vendo». Scherzando, pure. «Le piace questo paté?». Sì, non male, grazie. «L’ha fatto mia moglie», ah ah ah.

La conversazione si aggirò intorno alle vicissitudini di «Falce e carrello», il suo libro denuncia sull’intreccio fra grande distribuzione e amministrazioni locali di sinistra, allora al centro di una complicata battaglia giudiziaria. Poi si passò ai suoi ricordi, lui di buona famiglia imprenditoriale lombarda spedito dal padre negli Stati Uniti più o meno all’epoca della presidenza Truman: doveva occuparsi di industria tessile, il business di famiglia, e invece scoprì che là esistevano degli strani grandi negozi chiamati «supermercati».

A sprazzi, emergeva qualcosa di più personale. Il giudizio su Berlusconi, per esempio, che lui conosceva bene e di cui disse «quello l’hanno rovinato le donne», sentenza magari sbrigativa ma non sbagliata. E, curiosamente, una gran simpatia per i greci e la Grecia, in teoria quantodi più lontano dalla sua etica del «laurà» e dalla sua estetica dell’understatement: ci raccontò che passava lì tutte le estati, in barca, e gli piaceva moltissimo.

Non una parola sulle risse giudiziarie con i figli, che pure avevano già cominciato a tracimare dai tribunali ai giornali. I suoi giudizi erano netti, espressi in un italiano impeccabile e per questo un po’ demodé. Analizzava le malefatte di governi, partiti e sindacati con la spassionata chiarezza di chi non se ne aspetta nulla di buono. Era duro ma lucido. E si capiva (ipotesi poi confermata parlando con chi lavorava con lui) che non chiedeva ai dipendenti niente che non avrebbe fatto lui.

Tornando, Calabresi mi raccomandò di scrivere un appunto sulla giornata, cosa che feci. Non ho più rivisto il cavalier Caprotti. Poco male: era di quelle persone che non si dimenticano. Magari era un uomo difficile. Ma certamente era un uomo. 

Morto Bernardo Caprotti, fondatore di Esselunga: aveva 90 anni

Corriere della sera

di Laura De Feudis

Il prossimo 7 ottobre ne avrebbe compiuti 91. Dopo una vita in azienda, tre anni fa aveva lasciato tutte le cariche societarie. Le sue ultime volontà: funerali privati e nessun necrologio



È morto Bernardo Caprotti. Il patron di Esselunga avrebbe compiuto 91 anni il prossimo 7 ottobre. Nato in una famiglia di industriali tessili, nel 1957 (insieme ai fratelli) è stato tra i soci italiani della Supermarkets Italiani S.p.A., fondata alla International Basic Economy Corporation di Nelson Rockefeller. Era l'inizio della catena di supermercati diffusi in tutto il nord e centro Italia.
Il re dei supermercati
Il «re dei supermercati» che ha studiato negli Stati Uniti, in Texas, si è dedicato alla grande distribuzione a tempo pieno dal 1965. «Ero l'unico che parlava l'inglese - ricordava a proposito della fondazione della catena di Supermarket - ma più di questa gran qualità non avevo». Poche interviste e tanto lavoro, Caprotti è stato l'anima della catena di supermercati arrivata ad avere oltre 22 mila lavoratori: dalle tessere a punti fino al lavoro su turni, Caprotti dalla sede centrale di Limito di Pioltello (Milano) aveva importato un modello di organizzazione e di vendita dagli Stati Uniti. Nel 2007 aveva scritto il libro «Falce e carrello» in cui non risparmiava critiche al sistema della cooperative e ai supermercati Coop. Per questo era stato condannato a risarcire Coop Italia con 300 mila euro. Nel 2013 aveva rassegnato le dimissioni da tutte le cariche aziendali. Di recente, aveva dato mandato alla banca d’affari Citigroup per valutare la vendita di Esselunga dopo le manifestazioni di interesse di Blackstone e Cvc.
Nessun necrologio
L'annuncio della morte arriva dalla moglie Giuliana. Per espressa volontà di Caprotti le esequie avverranno in forma strettamente privata e per suo desiderio non dovranno seguire necrologi.
I messaggi di cordoglio
«Se ne va un uomo particolare, un uomo che emozionava. Se ne va uno dei più grandi imprenditori italiani. Ma il Dottore vivrà ancora nella sua straordinaria impresa»il ricordo dell'ex segretario pd Pier Luigi Bersani. «Buon viaggio Bernardo Caprotti, genio di Esselunga, grande uomo, grande imprenditore e amico del Made in Italy, mai servo di nessuno. Grazie» scrive su Facebook il segretario della Lega Nord Matteo Salvini.

30 settembre 2016 (modifica il 30 settembre 2016 | 21:56)


Morto Bernardo Caprotti, patron di EsselungaDalle campagne pubblicitarie alle inconfondibili buste gialle: 5 cose che hanno fatto il successo della catena

Corriere della sera
di Laura De Feudis
Strategia di marketing e campagne di comunicazione di successo ma anche la fortunata scelta dei gagdet: ecco gli elementi di innovazione portati da Caprotti che hanno segnato l'ascesa di Esselunga.

Il primo marketing

Esselunga è la catena di supermercati tra le più diffuse al nord Italia, in particolare in Lombardia. Un marchio riconoscibile e identificabile per le buste gialle, la Fìdaty card per le promozioni, le campagne pubblicitarie affidate all'agenzia Testa e la scelta dei gadget (i rollinz di Star Wars, per esempio, andarono a ruba). La prima campagna pubblicitaria è del 1969: si chiama «Le Mille Lire Lunghe». Dieci anni dopo lo slogan cambia in «Esselunga prezzi corti». Caprotti punta sulla creatività e si affida ad Armando Testa.

Le campagne pubblicitarie

Nel 1995 si cambia ancora. Lo slogan è «Da noi la qualità è qualcosa di speciale»: una campagna pubblicitaria che finisce esposta al Louvre di Parigi. Continua la collaborazione con l'agenzia Testa e nel 2001 entrano nell'immaginario i personaggi, tutti geniali, creati con i prodotti in vendita. Da Melanzana Jones a Vincent Van Coc, da Pom Abbondio a Antonno e Cleopastra: è un successo che entra nell'immaginario collettivo.

La Fìdaty

Oro, verde o blu (poi solo verde) : nel 1995 nasce il programma Fìdaty Card Esselunga. La carta dà diritto a sconti e promozioni e ai buoni spesa: detraibili o accumulabili per collezionare i premi. La stessa tessera, qualche anno più tardi, permette anche di saltare la coda alle casse.





I sacchetti gialli

Qualcuno, ora, li vende persino su eBay: i sacchetti gialli Esselunga, in plastica, sono stati sostituiti negli anni con versioni diverse. Cambiato il logo, il materiale, la consistenza, ora sono diventati (come in tutti i supermercati) biodegradabili. Eppure, quel primo modello di tanti anni fa è diventato vintage. E ha un suo mercato


I rollinz di Star Wars

Altra mossa vincente del marketing Caprotti: i gadget. Tra i più riusciti, nel 2015, i Rollinz dei personaggi Star Wars, pensati in contemporanea con l'uscita del nuovo film della saga. Anche in questo caso il successo è stato tale che qualcuno li ha collezionati e rivenduti online.

Caprotti, l’uomo che inventò il supermercato moderno (sfidando coop e sindacati)

Corriere della sera
di Daniele Manca

Ammalato da circa un anno, era ricoverato a Milano. Le sue battaglie giudiziarie per il controllo dell’azienda con 22 mila dipendenti e 150 punti vendita

Bernardo Caprotti (Fotogramma)
Bernardo Caprotti (Fotogramma)

Negli ultimi anni bastava mettere in un titolo la parola «Caprotti» che i contatti del sito del Corriere della Sera schizzavano verso l’alto. Sembrava una calamita per centinaia di migliaia di lettori che si precipitavano, quale che fosse la notizia, a cliccare sugli articoli. E Bernardo Caprotti, classe 1925, nato il 7 ottobre, era consapevole di questa popolarità che poco comprendeva ma che ormai si era abituato a dover gestire. Il rimpianto mostrato per non aver potuto visitare città come Istanbul o Gerusalemme era giustificato da quel piacere che provava andando nei suoi negozi al sabato, mentre gli altri facevano il weekend.

Ma il problema era che, negli ultimi anni, i clienti lo riconoscevano. E questo lo infastidiva anche se non spegneva il serioso sorriso che riservava ai collaboratori che lo accoglievano. Quei saluti rispettosi e, fors’anche il timore delle persone tra gli scaffali, erano la prova più evidente del fatto che, più dei numeri, più di quegli oltre 150 supermercati aperti in Italia, di quei 22 mila dipendenti, era riuscito a creare in sessant’anni qualcosa che sarebbe rimasto nell’immaginario e nel cuore degli italiani per molto tempo ancora. Bernardo Caprotti fondatore e inventore del fenomeno Esselunga, quasi 8 miliardi di ricavi oggi, con 290 milioni di profitto.

La catena con il marchio creato dal graphic designer Max Huber che è oggetto dei desideri di colossi americani come Walmart oltre che di tutti i protagonisti della grande distribuzione. Numeri dietro i quali c’è una capacità di innovare e rivoluzionare un intero settore, accompagnando lo sviluppo industriale e, culturale, sì anche culturale, del nostro Paese. Ne sono prova persino quelle battaglie che hanno occupato le cronache finanziarie e giudiziarie contro le Coop. O anche il ritrovarsi in Tribunale contro i due figli avuti dalla prima moglie, Giuseppe e Violetta, ai quali aveva deciso di non donare più i titoli della sua società.

Battaglie dagli esiti contrastati nel primo caso, vincenti nel secondo, ma che sono emblematiche di un legame non solo d’interesse con la sua creatura. «Da mio padre appresi i fondamentali valori borghesi — racconta nel suo Falce e carrello, libro atto d’accusa verso le Coop, ma soprattutto autobiografico —, la centralità e la continuità dell’impresa, la frugalità, il rispetto della parola data». Aggiungendo veloce: «E anche la passione per la caccia e l’amore per i cani». E dimostrando un amore per la vita che andava al di là degli affari. Suo padre «era un antifascista vorrei dire accanito; alla vigilia della guerra era rimasto quasi solo», racconterà ancora l’imprenditore.

Da protagonista dell’economia e dell’industria, la politica per lui era cosa da seguire e capire. Ma non da subire. Il fastidio per gli anni di Tangentopoli, quegli anni Novanta in cui per qualsiasi iniziativa da intraprendere si veniva avvicinati da faccendieri, lo spinse a finanziare massicciamente la Lega Nord. Quel grumo di interessi che si era creato attorno ai socialisti lo irritava. Vide l’arrivo di Silvio Berlusconi come la possibilità di dare un destino liberale all’Italia. Ma allo stesso tempo costruì un rapporto di stima con Pier Luigi Bersani.

Ecco l’italiano che riesce a dialogare e, perché no?, a intendersi con colui, Bersani, che sulla carta avrebbe dovuto essere grande amico dei concorrenti delle Coop e quindi non proprio vicino a Caprotti. E che invece per essere riuscito da ministro a liberalizzare l’Italia incartata nelle troppe regole «che rendono più difficile che altrove fare impresa», si ritrova al fianco l’imprenditore che negli Anni 60 e 70, aveva ingaggiato epiche battaglie con i sindacati affermando qualcosa che solo oggi si sta facendo strada in Italia: la logica dei servizi, delle aziende che aiutano i consumatori, che li assistono.

La modernità che spinge Caprotti, grazie a «un gentiluomo di Chicago, con un tocco di classe e un buon francese», Charlie Fitzmorris, a puntare negli anni Settanta sull’informatica. A sperimentare nel 1977 grazie a Ibm i primi codici a barre, quando in America se ne iniziava a parlare. Sono dei primi anni Ottanta le casse con il laser nei primi sei negozi Esselunga. Ed è grazie a Fitzmorris che Caprotti conosce e inizia ad amare Chicago, the windy city, «metropoli stupenda, di architetture, di archeologie industriali, di pinacoteche stupefacenti», scriverà l’imprenditore. Chissà se fu Chicago ad avvicinarlo all’architettura.

Di sicuro lavorano con Esselunga Ignazio Gardella, Giò Ponti, Luigi Caccia Dominioni, Vico Magistretti, Mario Botta, Massimo Carmassi. L’elenco dei progettisti è lungo anche se è con Gardella che il rapporto è più assiduo: firmerà 37 realizzazioni. Una passione che porterà l’Università della Sapienza a conferire al Caprotti laureato in legge una laurea «honoris causa» in Architettura. È il tentativo spesso riuscito di dare una dimensione stilistica a quei supermercati che sono trattati normalmente in modo «banale e scontato», di sicuro «mai emozionanti». C’è la curiosità dell’imprenditore, la passione per il retail, scoperta da adulto. E c’è l’America.

Il padre, Giuseppe, ragazzo del ’99 era stato educato in tedesco. È dal padre e dalla nonna Bettina che impara il «culto della libertà, dell’indipendenza e la passione per le visual arts, architettura, pittura, grafica e… l’ossobuco fatto con un’ombra d’acciuga», aggiunge ironico e pragmatico come sempre. La madre francese e la nonna alsaziana gli trasmisero «l’inclinazione per la musica, per Molière e il culto dei soufflé». Quei valori che nel Dopoguerra saranno presidiati da «uomini liberi come Alcide De Gasperi, Carlo Sforza, Giuseppe Saragat, Luigi Einaudi». E che lo spingeranno a «prendersi a calci con i comunisti. Perché noi eravamo prima di tutto uomini liberi, e poi filoamericani, veri paladini della libertà».

Dopo la laurea, il padre Giuseppe decide che suo figlio Bernardo deve andare in America. La Manifattura Caprotti, azienda di famiglia, è tra le più moderne del Paese. Ma non deve perdere l’aggancio con l’innovazione. E Bernardo nel 1951 parte per gli Stati Uniti. Aveva frequentato i corsi serali al Politecnico di meccano tessile, ma quando arriva a Houston inizia dalla materia prima. Il cotone che in Italia era la bambagia. Passa a fare il montatore meccanico. Poi rientra. Il 2 gennaio 1952 è nell’azienda di famiglia. Sei mesi dopo il padre scompare tragicamente. E a 26 anni si ritrova a capo dell’impresa.

Nel 1957 l’opportunità. Ne riconosce il merito a Marco Brunelli, altro imprenditore della grande distribuzione oggi a capo di FinIper (Iper e Unes). Lo definisce «scaltro uomo d’affari, poi mio avversario». La famiglia Rockefeller, quella della Esso e della Standard Oil, decide di aprire una catena di supermercati, formula sconosciuta in Italia. Brunelli e Caprotti decidono di associarsi. Il primo negozio apre nel 1957 in viale Regina Giovanna a Milano in una vecchia officina. Nel 1960 iniziano i tentativi per rilevare la quota della famiglia americana. Ci riescono ma la svolta arriva solo nel luglio del 1965. L’azienda era in «stato d’abbandono». Caprotti diventa amministratore delegato. E nel giro di due anni capisce che quello sarà il suo futuro.

Un futuro passato poi in un ufficio non più grande degli altri, al sesto piano del palazzo di Pioltello, con il badge sempre bene in vista, la mensa insieme ai suoi collaboratori più stretti, facendo la fila come tutti. Questa diventerà la quotidianità di Caprotti. Nel 2015 i suoi collaboratori comprarono una pagina del Corriere della Sera per fargli gli auguri: «Never never never give up. 7 ottobre 2015. 22.218 collaboratori di un’Azienda straordinaria rendono omaggio al loro Dottore nel giorno del suo 90 compleanno». Poi i giorni dell’incidente, della malattia. E chissà, la tristezza per quella Esselunga che oggi, deve costruirsi il futuro non potendo più contare sul signore del sesto piano.

@daniele_manca
30 settembre 2016 (modifica il 1 ottobre 2016 | 00:27)