venerdì 30 settembre 2016

Sugo ritirato dai supermercati italiani, provoca allergie

Il Messaggero

L’annuncio rivolto ai consumatori è stato diramato per prima dalla catena della grande distribuzione Coop e riguarda tre lotti di Sugo all’astice Arbi da 220 gr..



Questo sugo pronto all'astice infatti contiene solfiti (anidride solforosa), e la presenza di questo allergene non è segnalata tra i componenti dell’etichetta. Per questa ragione, in via precauzionale, l’azienda produttrice, la Arbi Dario Spa di Monsummano Terme (Pistoia), ne ha disposto il ritiro dal mercato.

“Invitiamo i consumatori in possesso del prodotto dei lotti indicati, in caso di allergia o intolleranza ai solfiti, a non consumare il prodotto e di riconsegnarlo al punto vendita. In caso contrario consumare regolarmente il prodotto”. Per maggiori informazioni si può contattare il numero telefonico 0572.95771 o consultare il sito web www.arbi.it.



In Italia c’è l’obbligo di etichettatura riguardo alla presenza di Anidride solforosa e solfiti con concentrazioni superiori a 10 mg/kg o 10 mg/L espressi come SO2.  In molti cibi sono addizionati (e indicati in etichetta con le sigle da E220 fino ad E228) come conservanti al fine di mantenerne una colorazione naturale e ovviamente invitante.

Oltre che nel pesce e nei crostacei, si possono ritrovare nel vino e negli alcolici, nei prodotti da forno, nella frutta secca, nella marmellata, negli sciroppi, nei succhi di frutta, negli insaccati, nelle patate e nelle conserve di pomodoro.

Le allergie ai solfiti solitamente danno luogo a sintomi e malori lievi come vampate di calore, ma possono anche portare a mal di testa e senso di pesantezza, a perdite di peso, a carenze vitaminiche, soprattutto del gruppo B. In caso di allergia, invece, si presentano sotto forma di orticaria, eczemi, riniti, diarrea e, nelle forme più serie, attacchi di asma e manifestazioni respiratorie gravi.

La Turchia oscura i Puffi e SpongeBob in curdo: “Minacciano la sicurezza nazionale”

La Stampa
simone vazzana

Erdogan ordina l’interruzione del segnale: via dal satellite 23 emittenti, compresa quella che trasmette cartoni animati



Un pericolo per la sicurezza nazionale. Con questa motivazione, la Turchia ha oscurato 23 canali, tra televisioni e radio, dal suo sistema satellitare Turksat, accusandoli di minacciare la sicurezza di Ankara e di appoggiare gruppi terroristici. Tra le emittenti ad aver subìto l’interruzione del segnale c’è anche Zarok, la televisione curda che produce programmi per bambini. Insieme ad altri tre canali trasmette esclusivamente in lingua curda. Altre tre reti sono turche, ma considerate favorevoli ai separatisti.

Zarok Tv è nata il 21 marzo 2015: «Ora i bambini curdi potranno guardare i Puffi e SpongeBob» avevano dichiarato i dirigenti al momento del lancio. Ma per la Turchia questi cartoni sono pericolosi. Così come Jiyan Tv, che trasmette in lingua Zazaki, considerata un patrimonio a rischio estinzione dall’Unesco appena un anno fa. Il Partito democratico dei popoli turco (Hdp) ha fortemente criticato la decisione del governo, definendola razzista: «Il fatto che sia stato oscurato il canale dei bambini - ha dichiarato il capogruppo Idris Baluken - mostra quanto Erdogan tema le nuove generazioni. Ma i bimbi che ruolo avrebbero avuto nel golpe del 15 luglio?». 

Una fonte di Turksat, citata dall’agenzia Anadolu, ha spiegato che la misura governativa è stata presa sulla base di un decreto adottato in estate, nel quadro dello stato d’emergenza proclamato dopo il fallito colpo di stato. Da quel 15 luglio il governo turco ha chiuso tre agenzie di stampa, 16 canali televisivi, 23 radio, 45 quotidiani, 15 riviste e 29 case editrici, tutti accusati di legami con la rete di Fethullah Gulen, predicatore indicato come la mente del golpe.  Un salto indietro di quasi trent’anni: la Turchia, dal 1923 al 1990, aveva proibito l’uso della lingua curda in pubblico, nelle televisioni e nelle scuole. 

Twitter Simone_Vazzana

BlackBerry, ascesa e declino di un mito dello smartphone

repubblica.it
PIER LUIGI PISA

Tutta colpa dell'iPhone. Fino al 2007 BlackBerry ha vissuto la sua età dell'oro, cavalcando il boom di internet con device all'insegna della produttività. Poi Steve Jobs ha rovinato la festa e ha cambiato le regole del gioco: uno smartphone, oltre che funzionale, doveva essere bello e doveva intrattenere. Quando BlackBerry l'ha capito, era ormai troppo tardi.

BlackBerry, ascesa e declino di un mito dello smartphone

SI DICE che Mike Lazaridis, fondatore di BlackBerry, abbia bruscamente interrotto la corsa sul suo tapis roulant quando vide per la prima volta, in un notiziario, il primo iPhone. Era il 9 gennaio del 2007, il giorno in cui le fondamenta dell'azienda canadese hanno iniziato a tremare. All'epoca i vertici della mora non se ne preoccuparono. Il nuovo prodotto Apple non aveva una tastiera fisica, non era sufficientemente sicuro e la sua batteria aveva un'autonomia limitata. Tre "difetti" che avrebbero impedito a BlackBerry di perdere i suoi clienti.

Chi, fino a quel momento, utilizzava un Quark (2003), un Pearl (2006) o un Curve (maggio 2007), cercava in effetti un device che fosse efficiente e inattaccabile, principalmente per comunicare via email e inviare messaggi in movimento. Manager e dipendenti del governo, leader politici e anche studenti universitari: nessuno di loro, secondo Lazaridis, avrebbe mai acquistato un iPhone. Ma si sbagliava. Sono passati quasi dieci anni dal primo iPhone, e l'azienda di Waterloo ha issato bandiera bianca: non produrrà più smartphone.

BlackBerry, ascesa e declino di un mito dello smartphone
BlackBerry, ascesa e declino di un mito dello smartphone
BlackBerry, ascesa e declino di un mito dello smartphone
Il PlayBook, tablet BlackBerry uscito nel 2011

Dopo il Torch l'azienda canadese si ritrovò con meno del 5% del mercato. E con un flop chiamato PlayBook, il device lanciato nel 2011 per sfidare l'iPad nel crescente mercato dei tablet. Una tavoletta con display da 7 pollici e una smussatura troppo ampia, caratterizzata da un'interfaccia indigesta all'utente. A nulla valsero i tentativi di rialzarsi con il design moderno e l'ampio display dello Z10 (2013), interamente touch, e del Q10 (sempre 2013), un'evoluzione - per quanto concerne forme e tastiera fisica - del vecchio Bold. A questo modelli seguì, nel 2014, il Passport con la sua inedita forma quadrata, utile per visualizzare documenti ma estremamente scomoda da tenere in tasca. Anche qui un compromesso per stare al passo con i tempi: la tastiera Qwwerty fisica ma sensibile al tocco: sfiorandola si può muovere il cursore in un documento o scorrere una pagina web, come si faceva con i vecchi trackpad.

BlackBerry, ascesa e declino di un mito dello smartphone

Il Priv, device uscito nel 2015: il primo BlackBerry con sistema operativo Android

Un epilogo amaro e in qualche modo annunciato. Prima la ferita inferta da Whats'app, che dal 2017 smetterà di sviluppare la sua app per il sistema operativo BB10. Poi il colpo di grazia dato da Facebook, che ha privato il BlackBerry della sua app nativa, riducendo l'icona sul display a un mero collegamento verso una scomoda versione web. A quel punto anche il fan più incallito della mora si è indisposto. Perché questa è un'epoca in cui, volendo, si può rinunciare alla propria privacy. Ma ai social network no. Non c'è Qwerty che tenga.

Se i terremotati "valgono" meno dei profughi

Claudio Torre - Ven, 30/09/2016 - 10:39

L'accoglienza dei terremotati in un hotel vale 25 euro. Dieci euro in meno rispetto alla cifra che viene stanziata dal governo per l'accoglienza degli immigrati



L'accoglienza dei terremotati in un hotel vale 25 euro. Dieci euro in meno rispetto alla cifra che viene stanziata dal governo per l'accoglienza degli immigrati. Di fatto il governo nelle zone terremotate del Centro Italia sta cercamdo alcune soluzioni per poter dare un tetto a chi ha perso tutto con il sisma. E tra le destinazioni scelte per i terremotati ci sono alcuni albreghi della zona. Ma a quanto pare le trattative tra la Protezione Civile e gli albergatori sono in salita. Come riporta Libero, alcuni albergatori infatti si sarebbero rifiutati di sottoscrivere il contratto per l'accoglienza ritenendo la cifra proprosta troppo bassa, nemmeno idonea a coprire le spese da sostenere.

E così ecco le cifre per fare chiarezza. Il governo pagherebbe di base di 25 euro al giorno comprensivi di Iva, che per chi incassa significano 22-23 euro al giorno per ogni terremotato ospitato. È noto invece come ad esempio dal Viminale possa concedere un rimborso che varia dai 35 ai 45 euro per ogni immigrato ospitato in un hotel. Spesso, come ricorda Libero, queste tariffe vengono concordate a volte dalle singole Prefetture con gli albergatori e quindi il costo può variare da territorio a territoro. Ma di fatto pensare che per quelle famiglie colpite dal sisma venga proposta una solglia così bassa nei contratti con gli albergatori fa sentire chi ha perso la casa ancora più solo nel deserto delle macerie.

La lampadina illumina meno del promesso? Per l’Unione Europea è tutto ok

La Stampa
alice scialoja

Protestano ambientalisti e consumatori: Bruxelles consente la vendita di lampadine meno luminose del 10% rispetto a quanto indicato sulla scatola. Intanto, dal primo settembre fine produzione per i vecchi faretti alogeni



Da una ricerca della Commissione europea emerge che la maggior parte delle aziende produttrici di lampadine - tra cui Osram, Philips e General Electric - vende lampadine meno luminose del 10% rispetto ai lumen indicati sulle confezioni. Secondo i dati, queste aziende abusano consapevolmente di un dettaglio tecnico: un margine di tolleranza del 10% sui test di prodotto, consentito legalmente per ovviare a imprecisioni di misurazione, che sono tuttavia oggi pressoché inesistenti. Un margine di errore concepito per essere utilizzato solo per i test ufficiali - per valutare se i prodotti rispondono agli standard minimi di rendimento energetico e alle regole di etichettatura energetica - e non dalle imprese.

Coolproducts, la campagna ambientalista europea per l’efficienza energetica, ha chiesto alla Commissione di fare chiarezza su questi consumi. Ma con un voto a grandissima maggioranza, ad aprile scorso, i rappresentanti degli Stati membri hanno autorizzato formalmente questa pratica del settore dell’illuminazione per i prossimi anni. E nonostante la Commissione europea abbia dichiarato di voler intervenire, anche per le lampadine, nello specifico delle regolamentazioni tecniche di ciascun tipo di prodotto, come è stato fatto per gli elettrodomestici, nelle bozze di revisione delle norme già circolate non si fa parola di eliminare l’abuso che consente di dichiarare performance superiori a quelle reali.

A pagarne le conseguenze sono i cittadini, che per ottenere una buona illuminazione sono costretti ad aumentare la potenza o il numero delle lampadine installate, con relativo aumento dei consumi elettrici e dei costi in bolletta. Secondo le stime di Coolproducts, i consumatori europei pagano fino a 1, 65 miliardi di euro all’anno in bolletta per la sola illuminazione. In pratica, in Europa tutte le lampadine accese consumano quanto l’intero comparto elettrico domestico di Italia, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Portogallo messi insieme.

Però qualche buona notizia sul fronte del risparmio c’è. In virtù delle regole europee sull’efficienza energetica, il 1 settembre è scattato il bando per i faretti alogeni al disotto della classe B, che andranno ad esaurimento sugli scaffali. Sarà possibile per i negozianti esaurire le scorte, ma non effettuare nuovi ordini di acquisto presso produttori e grossisti.

Questi faretti sono, infatti, le lampadine più sprecone: traducono in luce solo il 5% dell’energia, mentre il 95% se ne va via in calore. Il loro uso è attualmente molto frequente: nel 2013 nei 28 paesi dell’UE ne sono stati venduti 155 milioni, su un totale di 772 milioni di lampadine, secondo le stime dalla società GfK. Nessun problema, comunque, per gli amanti dei faretti. Basterà sostituire le lampadine alogene in uscita dal mercato con quelle a LED. Grazie a un crollo verticale dei prezzi, a una grande efficienza e una lunga durata di vita, i LED hanno ormai conquistato il settore dell’illuminazione stradale e degli uffici, e possono legittimamente puntare alle luci di casa.

Sono diversi, invece, i tempi per la messa al bando delle lampadine alogene a bulbo di classe C e D, che avrebbero dovuto sparire dal mercato anch’esse e che invece, con il voto decisivo dell’Italia, sono state ammesse ancora alla vendita fino al 2018, con un danno ai consumatori europei stimato in 6,6 miliardi di euro di spesa inutile in bolletta.

Grazzano non vuole più essere Badoglio “Il Maresciallo fu un criminale di guerra”

La Stampa
maurizio sala

Parte una petizione, ma il sindaco del Comune astigiano dice “no”



La casa natale del maresciallo a Grazzano Badoglio
Il più illustre concittadino secondo i grazzanesi, ma per un centinaio di persone è un criminale di guerra. Per tutti il Maresciallo d’Italia. Militare, diplomatico e politico più discusso che accettato, Pietro Badoglio, a 60 anni dalla morte, torna alla cronaca, portando alla ribalta il piccolo centro del Monferrato e i suoi 600 abitanti.

Un centinaio di firme
L’iniziativa è stata lanciata su Facebook da Giacomo Properzj, autore del volume «Breve storia della Grande guerra» (Mursia), curatore dell’omonima pagina social attraverso la quale sono state raccolte un centinaio di firme, affinché Grazzano cancelli il nome di Badoglio che lo accompagna dal 1939 con atto del podestà. Storiche le motivazioni dell’istanza: «Studi largamente confermati dimostrano che durante la guerra contro l’Etiopia furono compiuti dai militari italiani azioni criminose e inumane anche contro le popolazioni inermi e che di queste il primo responsabile era certamente il comandante, Badoglio.

Lo Stato etiopico chiese all’Onu, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, che i generali italiani, tra cui Badoglio, fossero processati quali criminali di guerra e la domanda fu respinta non per il merito, ma per pure ragioni di opportunità politica». Ora la petizione, che sarà inviata ai presidenti di Camera e Senato e al ministro degli Interni, è già stata spedita al governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino. «Un criminale di guerra - sostiene il promotore - non ha diritto di veder perpetuata la memoria in modo così importante».

L’asilo e la casa di riposo
Nel paese dove riposa pure la salma del marchese Aleramo del Monferrato non ci stanno. I più giovani hanno frequentato l’asilo intitolato ad Antonietta Pittarelli, madre di Badoglio, operativo fino al 1988. Alcuni anziani sono ospiti della casa di riposo, fondata ex novo dal Maresciallo, portando il nome della moglie Sofia. E dal municipio arriva la replica della prima cittadina Rosaria Lunghi: «Perché bisognerebbe cambiare il nome? Questa è la storia d’Italia. Se mai dovesse esserci una petizione per farlo, questa non dovrebbe che riguardare esclusivamente i grazzanesi, a cui spetta decidere con quale nome intendono chiamare il Comune».

Il Maresciallo ha dato molto a Grazzano dopo asilo e ospizio: edificio scolastico, sistema fognario, viabilità stradale all’avanguardia per l’epoca e restauri alla chiesa parrocchiale. Nei locali della casa natale, donata alla comunità, hanno sede biblioteca, centro anziani e Museo Badoglio, uno dei pochi storico-militari costantemente arricchito e consultabile anche on-line. Trentamila volumi, 12 mila fotografie e, ultima donazione, il Collare dell’Annunziata. E il suo direttore, Alessandro Allemano, replica: «Riguardo l’armistizio, nessuno dopo 80 anni ha ancora detto quale azione si sarebbe dovuta intraprendere per avere un risultato migliore».

Addio Google: il nuovo motore di ricerca di Libero e Virgilio è Bing

La Stampa

Microsoft fornirà ai due portali di Italiaonline sia i risultati organici di ricerca sia i link sponsorizzati, oltre alle funzioni di ricerca immagini, suggerimenti e delle ricerche correlate



Italiaonline, prima internet company italiana, ha scelto di adottare il search engine di Bing per i servizi di ricerca di Libero e Virgilio. Grazie a un accordo con Microsoft, Bing fornirà ai due portali di Italiaonline sia i risultati organici di ricerca sia i link sponsorizzati, oltre alle funzioni di ricerca immagini, suggerimenti e delle ricerche correlate. Nel corso degli anni Microsoft sta continuando a investire per potenziare Bing, ottimizzando le sue performance e migliorando l’interoperabilità del motore di ricerca grazie a oltre 4.000 esperimenti a settimana che ne assicurano la fruibilità ottimale da parte dell’utente. Adottando la tecnologia di Bing, Libero e Virgilio rinnovano i propri servizi di ricerca nel web. Il nuovo motore di ricerca di Italiaonline si presenta con un layout psemplice, un servizio di ricerca immagini e video efficiente e completo. Inoltre il servizio è accessibile in modalità responsiva sia da smartphone sia da tablet.

Cattura

«Siamo lieti di poter annunciare che da oggi i servizi di ricerca di Libero e Virgilio sono 100% powered by Bing», ha commentato Domenico Pascuzzi, Responsabile Virgilio and Advertising Offering di Italiaonline. «Bing è in grado di soddisfare le esigenze di search di tutti i nostri utenti, offrendo risultati precisi, aggiornati e chiari in grado di aiutarli a orientarsi nella molteplicità delle proposte del web su ogni specifica query. Inoltre le aziende possono contare sulla creazione e sincronizzazione automatica della propria scheda e mappa su Bing Places for business attraverso IOL Connect, il servizio di Italiaonline pensato per le PMI che permette alle aziende la massima ricercabilità e presenza online».

«Bing è una piattaforma in costante crescita. È in grado di riconoscere oltre un miliardo di entità (tra persone, luoghi, animali e cose) e può associare ad esse più di 21 miliardi di collegamenti a fatti, 18 miliardi di azioni e 5 miliardi di relazioni. Con questa partnership metteremo a disposizione di Italiaonline, la nostra tecnologia per potenziare le loro piattaforme Libero e Virgilio e offrire ai loro utenti la migliore esperienza di navigazione”, commenta Claudio Grego, Senior Program manager Bing & Cortana Ecosystem.

Il favoloso mondo di Emilie

La Stampa
massimo gramellini

«Gli sguardi degli altri. Me li sento addosso. I loro sorrisini quando osservano le mie scarpe da ginnastica vecchie, i miei jeans sdruciti, il mio maglione col collo alto. Mi chiamano clocharde, barbona». Emilie è una vita di diciassette anni che ha tolto il disturbo perché a scuola non ce la faceva più. Abitava in Francia, a Lille. Era la prima della classe. Solo dopo la sua morte i genitori hanno trovato il diario che lei aggiornava di continuo e hanno deciso di pubblicarlo. «Attraversare il cortile è un percorso di guerra. Devi schivare i colpi, i calci, gli sputi. Tapparti le orecchie per non sentire gli insulti e le canzonature.

Stare attenta allo zaino, ai capelli. E trattenere le lacrime. Vedere buttati giù dalle scale i tuoi libri: i tuoi unici amici. E andare a rinchiuderti in bagno, il solo angolo di questo posto in cui si possa stare tranquilli.» Basta scorrere poche righe per ritrovarsi al cospetto di un cuore sensibile e potente. Una bellezza esplosiva della quale nessuno si era accorto. Sarebbe bastato poco. Sarebbe bastato grattare via la patina delle apparenze, come si spazza lo strato di polvere che copre l’ingresso di una miniera d’oro.

Gli adolescenti possono non stare attenti a queste cose: la loro priorità consiste nell’affermare se stessi, magari a discapito di qualcun altro. Ma che neanche gli adulti che la circondavano abbiano mai prestato attenzione alla complessa meraviglia di Emilie risuona quasi come una bestemmia. «All’ora di pranzo mi dico: mezza giornata se n’è andata, non rimane che l’altra metà. Poi però arriva un pensiero e rovina tutto: domani si ricomincia».

Okinawa, il mistero delle antiche monete romane

La Stampa
salvo cagnazzo

Tra siti di grande rilevanza storica e isole da sogno, quest'arcipelago conquista più tipologie di viaggiatori

Castello di Katsuren

PERCHE' SE NE PARLA Rinvenute in Giappone, nelle rovine del Castello di Katsuren, a Uruma nell'isola Okinawa,  antiche monete romane risalenti a circa 1700 anni fa. Risalenti al III o IV secolo, appartengono al regno dell'imperatore Costantino, che è stato sul trono di Roma tra il 306 e il 337. In base alle analisi, le monete parzialmente rovinate mostrano l'effigie dell'imperatore e, sul retro, l'immagine di un soldato con una lancia. Assieme a queste sono state ritrovate anche monete dell'Impero ottomano del XVII secolo.

PERCHE' ANDARCI A Okinawa, sotto il nome di «Siti Gusuku e beni associati del Regno delle Ryukyu», è stato inserito fra i Patrimoni dell’umanità un gruppo di nove edifici accompagnato da altre vestigia. All’epoca del Regno delle Ryukyu, con il termine gusuku venivano indicate le fortezze erette dai potenti clan che dominavano queste regioni. Da visitare il Castello di Zakimi, costruito nel XV secolo dal leggendario guerriero Gosamaru, nonché quello di Nakijin, appartenente al Clan Aji che governava nel regno del Nord all’epoca dei Tre Regni prima dell’unificazione nel 1429. Imperdibile la Residenza della famiglia Nakamura, costruita nel XVIII secolo, oggi considerata Bene culturale d’importanza rilevante. Se avete tempo, belli anche il Castello di Nakagusuku, il Giardino botanico del sud-est e l’acquario Okinawa Churaumi.

DA NON PERDERE Il castello di Katsuren, con l'Oceano Pacifico su due lati, è anche chiamato anche "Ocean Gusuku". Si tratta di un gusuku che si trova nella prefettura di Okinawa: la sua "età d'oro" risale a metà del 15° secolo, ma fu attaccato nel 1458 dall'esercito Ryukyuan. Qui sono state rinvenute anche piastrelle preziose e antiche porcellane cinesi, a dimostrazione della fitta rete di scambi tra Giappone, Corea, Cina e Sud-Est asiatico. Oggi di questo sito, classificato dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale dell’Umanità, rimangono solo poche rovine e una splendida vista sulla regione centrale e sul mare da una parte e dall’altra della penisola.  Non dimenticate di visitare Naha, antica capitale del regno di Ryukyu.

PERCHE’ NON ANDARCI Se amate il mare, sappiate che l'arcipelago di Okinawa è considerato un vero e proprio paradiso tropicale. Si può arrivare sin qui con aereo, traghetto e bus. Il viaggio non è particolarmente complicato: in aereo, partenza da Tokyo, ci si impiega circa due ore, dai 100 euro in su per tratta. E' comunque consigliato come una delle ultime tappe del vostro tour giapponese. O può essere considerato, in alternativa, un buon motivo per tornarci.

COSA NON COMPRARE Affascinanti negozi dall’impronta caratteristica costellano le strade di Okinawa. Su Kukosai-dori avrete l’imbarazzo tra souvenir, dolci delle Ryukyu e liquori locali. La strada Tsuboya Yachimun, che incrocia Kukosai-dori, è invece consacrata ai souvenir di ceramica. Alcuni sono tanto belli quanto fragili. Da comprare solo se siete disposti a rischiare di ritrovarvi, al termine del viaggio, con una serie di cocci.

Da Alì Agca alla Banda della Magliana Tanti misteri ma nessuna soluzione per il caso di Emanuela Orlandi

La Stampa
francesco grignetti

L’inchiesta si è chiusa mesi fa in Cassazione ma senza colpevoli

L’inchiesta per la scomparsa di Emanuela Orlandi è finita qualche mese fa, con il suggello della Cassazione, che ha escluso seccamente e definitivamente ogni scenario internazionale. La Cassazione ha demolito l’ipotesi di sempre, e cioè che la giovane fosse stata sequestrata per scambiare la sua vita con la libertà per Alì Agca. L’ultima pista della procura di Roma, però, quella che qualche anno fa aveva fatto sperare in uno sbocco serio, era tutta nazionale. E puntava sulla Banda della Magliana. 
Ipotesi non peregrina, perché i rapporti tra Renatino De Pedis e il Vaticano ci furono, molti soldi sporchi finirono allo Ior, il vescovo Marcinkus era stato in contatto con brutti ceffi.

E poi c’era una pentita, la bellissima Sabrina Minardi, una delle protagoniste di quegli anni torbidi, già moglie del bomber della Lazio Bruno Giordano, e proprio per questo ambita preda del boss Renatino, che aveva ritrovato la memoria e si era ricordata di essere stata proprio lei la carceriera di Emanuela. Fece un racconto struggente, ma un tantino confuso, che terminava con la morte di Emanuela e la sepoltura nel pilastro di cemento di una casa in costruzione a Ostia. Lo scenario era credibile. Di qui una ripartenza dell’inchiesta che fece ben sperare la famiglia. Sennonché tutto franò perché Sabrina si rivelò inaffidabile. Troppa cocaina.

Qualcosa c’era. “Gli elementi indiziari emersi - scrivevano i pm, pur chiedendo l’archiviazione - hanno trovato alcuni riscontri in ordine al coinvolgimento della Banda della Magliana nella vicenda. Tuttavia le indagini compiute non hanno permesso di pervenire ad un risultato certo in merito al coinvolgimento di De Pedis e di soggetti a lui vicini”. 

Anche il disseppellimento della salma del boss dalla tomba nella basilica di Sant’Apollinare non ha dato le sorprese sperate. Nel tumulo c’erano i resti di De Pedis e niente più. Trentuno anni di indagini, insomma, avevano partorito il topolino degli “elementi indiziari”. E a quel punto il procuratore capo, Giuseppe Pignatone, ha deciso che era vano tenere ancora aperto il procedimento. 

Anche l’ultimissimo super-testimone, il fotografo Marco Accetti, che ha sostenuto di sapere tutto sulla scomparsa di Emanuela, di avere conservato il suo flauto (ma impronte e Dna non tornavano), e che ha raccontato di uno scontro tra due fantomatici servizi segreti del Vaticano, uno a favore e l’altro contro Wojtyla, ciascuno con i propri prelati di riferimento, non ha retto alla prova delle investigazioni. Addirittura Accetti è finito sotto esame psichiatrico. Secondo i periti del tribunale è un istrione, ma capace di intendere e di volere. E alla fine sarà l’unico a finire sotto processo, per calunnia e autocalunnia. 

Twitter @FGrignetti

Rusty, un cane paralizzato e abbandonato ha ottenuto il suo miracolo

La Stampa
cristina insalaco



«Rusty ha superato l’inferno. Ha sofferto profondamente per troppo tempo. Ma adesso sta vivendo con serenità la sua seconda vita, con la felicità che merita», dice Brian Harrington, presidente del centro «Odie’s Place Animal Rescue». Rusty è un quattro zampe che è sopravvissuto all’uragano Sandy. Un uragano che l’ha però costretto a vivere per le strade di New York senza una famiglia né un luogo caldo in cui tornare la sera. Dopo un periodo da randagio, il cane ha incontrato una famiglia che si è presa cura di lui.



L’hanno coccolato e amato, però, fino a quando tutto è andato bene. Giocava tutto il giorno con i quattro bambini della casa, e con gli altri due animali domestici: un gatto e un cane. Ma non appena Rusty si è ammalato, la sua famiglia ha deciso che non poteva più occuparsi di lui. Quando ha perso la sensibilità alle zampe e alla vescica, è stato portato all’affollatissimo rifugio «Manhattan Animal Control Center» perché si prendessero cura di lui.



«Quando è entrato nella struttura è stato messo nella lista per essere soppresso - spiega Harrington - in quelle condizioni un’adozione sembrava non essere possibile, e il rifugio non poteva farsi carico dell’animale». A quel punto a salvarlo e a dargli una seconda possibilità ci hanno pensato i volontari dell’ Odie’s Place Animal Rescue. 



Il cane è stato visitato, curato, e aiutato a camminare grazie ad un carrellino e alla fisioterapia. E’ stato dato in un primo momento in affido temporaneo, e poi ci ha pensato Harrington stesso a occuparsi di lui e della sua salute. «Adesso ha una madre adottiva che è fantastica - prosegue - e che ha già avuto esperienze in passato con cani simili a lui, che per camminare avevano bisogno dell’aiuto del carrellino. L’inferno ora è passato, e quello che è successo a Rusty è un piccolo miracolo». 

In Cina ponti da record, ma gli investimenti non ripagano

La Stampa
cecilia attanasio ghezzi

Completata la prima fase del ponte da 55 chilometri che collegherà Zhuhai con Hong Kong e Macao



La metà dei ponti più lunghi del mondo sono cinesi e appena un paio di giorni fa hanno completato la prima fase del ponte da 55 km che collega Zhuhai, sulla terra ferma, Hong Kong e Macao. Qualcuno già lo annovera tra le sette meraviglie del mondo moderno e ha comunque segnato un altro record: quello dei ponti intra-oceanici.



La Cina aveva appena battuto quello del ponte sospeso più alto (a 565 metri dalla valle sottostante) e quello del viadotto più lungo in assoluto (165 km sulla ferrovia ad alta velocità Pechino- Shanghai). La Repubblica popolare, si può dire, è ormai leader nei ponti sospesi e una lunghezza che supera, che appena quindici anni fa avrebbe spaventato gli ingegneri, il chilometro è oramai la norma. Una parte della sua identità è votata alle grandi opere ma ci sono anche tutte le altre spese in infrastrutture.



Secondo Bloomberg nell’ultima decade gli investimenti statali in trasporto, rete elettrica e conservazione delle acque hanno superato i 10800 miliardi. Una politica di stimoli che, secondo molti, avrebbe salvato l’economia cinese dalla crisi finanziaria che ha colpito tutto il mondo nel 2007. Ma non sono tutti d’accordo. Secondo un recente studio di Oxford questa politica ha distrutto valore economico invece di generarlo: il 75 per cento delle infrastrutture sarebbero costate più del dovuto, il 30 per cento delle strade costruite sarebbero già congestionate, il 41 per cento inutilizzate. E inoltre si sarebbe inciso per oltre un terzo sul debito enorme della nazione che ha raggiunto i 28200 miliardi.

Spotify vicina all’acquisto di SoundCloud

La Stampa
luca castelli

Lo scrive il Financial Times, accennando a trattative a uno stadio avanzato: la possibilità di un matrimonio tra mercato discografico tradizionale e user-generated content



C’è una nuova entrata tra i rumours del fantamercato della musica digitale: Spotify starebbe per acquistare SoundCloud. Rispetto alle tante voci che circolano ormai con cadenza quasi settimanale nel settore, questa presenta due aspetti inediti: arriva da una fonte piuttosto autorevole (il Financial Times) e azzarda una previsione sul breve termine. Secondo il quotidiano economico britannico, Spotify e SoundCloud sarebbero già in «advanced talks» e un annuncio ufficiale potrebbe arrivare nei prossimi giorni.

Che SoundCloud sia in cerca di un acquirente è un fatto che non sorprende. La società con sede a Berlino, che vanta una comunità da capogiro (175 milioni di ascoltatori mensili a fine 2014, Spotify si aggira intorno ai 100 milioni) e un soprannome invidiabile («la YouTube della musica»), si trova in realtà da tempo in acque agitate. Con un doppio problema, intrecciato e intricato: da un lato i conflittuali rapporti con case discografiche e associazioni di categoria, dall’altro l’assenza di un business plan efficace (anche il servizio in abbonamento SoundCloud Go, presentato sei mesi fa, sembra già scomparso dai radar).

Problemi che da un certo punto di vista Spotify è riuscita invece a trasformare in opportunità: i tira-e-molla con le major non mancano, ma sono smussati dal fatto che le case discografiche hanno quote di proprietà dell’azienda e ricevono pagamenti regolari e corposi; e i conti, pur ancora in rosso tra entrate e uscite, sono addolciti da un fatturato che veleggia ormai oltre i 2 miliardi di dollari annui e dalla prospettiva di una possibile ricca quotazione in Borsa per il 2017.

Per Spotify, che da pochi giorni ha finalmente aperto i battenti in Giappone (un paese curioso, proverbialmente considerato all’avanguardia tecnologica, dove il settore musicale è ancora in buona parte incentrato sui cd), l’acquisto di SoundCloud aprirebbe prospettive interessanti. A cominciare dall’ampliamento del catalogo: Spotify dipende da meccanismi industriali tradizionali (quasi tutta la sua musica proviene dal repertorio delle etichette discografiche), mentre SoundCloud è un immenso paradiso dello user-generated content, le canzoni caricate direttamente dagli utenti-creatori (da qui il paragone con YouTube).

Soprattutto sul fronte elettronico, dance e dei mixtape hip hop, si tratta di un patrimonio che per Spotify potrebbe rivelarsi carburante prezioso (ed esclusivo) per accelerare nella grande corsa con la rivale Apple Music.

Tutti da noi i migranti?

La Stampa

L’Europa continua a sottovalutare il problema e la Svizzera vuole chiudere le porte ai frontalieri ma l’Italia non può accogliere chiunque

Mentre noi italiani ci occupiamo dei rifugiati accogliendo tutti, la Svizzera, non potendo fermare i barconi perché fin su quelle montagne non possono arrivare, ferma gli italiani frontalieri, giustificando il gesto con la mancanza di lavoro. Un fatto gravissimo, perché dimostrano di non avere rispetto per quello che il nostro Paese fa e per il lodevole comportamento della Marina militare. Ma fino a quando potremo continuare cosi? Il Paese non può più accettare di pagare per tutti, tantomeno per un’Europa così. 

Caro presidente Renzi, cosa vogliamo fare? Oramai rimaniamo solo noi a raccogliere questi sfortunati, neanche quei componenti del Pd duri e puri pensano che si possano ospitare tutti. Il presidente francese Hollande propone addirittura di smantellare la baraccopoli di Calais, con o senza l’aiuto dell’Inghilterra. Dove finiranno questi emarginati se non in Italia, unico Paese aperto a tutti? 
Credo che, volenti o nolenti, presto saremo noi italiani a imbarcarci per nuovi lidi: meglio le borgate del Costa Rica (ammesso che ci vogliano) che le periferie del nostro Paese.

L’Europa, o quello che rimane di essa, sta dimostrando tutto il disinteresse per quello che accade nel mondo, un disinteresse pericoloso. L’emigrazione è un problema grande come il mondo, una guerra dei poveri che è esplosa come una bomba atomica e rischia di travolgere tutto quello che trova, un fenomeno che dovrebbe essere affrontato con la giusta responsabilità da tutti, con decisioni drastiche. Invece succede che ognuno fa a suo modo, così sulle nostre coste ogni giorno approdano migliaia di disperati che rimarranno incagliati in qualche deposito di periferia aspettando che la Svizzera decida di regalarci qualche orologio per controllare quanto tempo ci rimane ancora prima di decidere cosa fare.

A Milano il primo distributore per fare il pieno dell’auto con l’acqua fognaria

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L’azienda che gestisce acquedotto, fognatura e depurazione nella città metropolitana sta sperimentando il biometano prodotto dai depuratori



Il pieno dell’auto con l’acqua non è più un sogno. Il gruppo Cap sta, infatti, sperimentando il metano prodotto dai reflui fognari cittadini e a Milano sta per nascere il primo distributore. La prova c’è stata oggi in occasione della presentazione del Bilancio di Sostenibilità e del Bilancio ambientale dell’utility milanese: un’autovettura a metano, grazie alla collaborazione tecnologica di Fca, è stata alimentata con il carburante prodotto dai reflui fognari trattati nel depuratore di Niguarda-Bresso.

L’azienda che gestisce acquedotto, fognatura e depurazione nella città metropolitana di Milano, ha spinto l’acceleratore sull’economia circolare e sta trasformando i principali dei suoi circa 60 depuratori in bioraffinerie in grado di produrre ricchezza dalle acque di scarto.

Biometano, fertilizzanti, energia elettrica sono già realtà e presto sarà possibile estrarre nutrienti come fosforo e azoto. Presso il depuratore di Cassano D’Adda è stata avviata una produzione sperimentale di fertilizzante, mentre dal sito a nord di Milano le acque convogliate al depuratore permetteranno di far viaggiare centinaia di automobili.

In base agli studi dei tecnici Cap, si stima che il solo depuratore di Bresso potrebbe arrivare a sviluppare una produzione annua di biometano di 341.640 kg, sufficienti ad alimentare 416 veicoli per 20 mila km all’anno: 8.320.000 km percorribili complessivi, equivalenti a oltre 200 volte la circonferenza della Terra. Significativi anche i risparmi grazie al costo di produzione di 0,58 euro/kg, sensibilmente inferiore ai circa 0,9 euro/kg a cui il metano è oggi acquistabile sul mercato.

Nel campo della sostenibilità, spiega il d.g. di Cap, ci sono più di 455 milioni di euro in investimenti che spaziano dall’efficIentamento dei depuratori, al potenziamento di acquedotti e reti fognarie, con risparmi ambientali significativi e risultati importanti in termini di tutela della qualità dell’acqua, difesa della biodiversità e riduzione della CO2 immessa in atmosfera.