lunedì 26 settembre 2016

Referendum truffa. Il quesito scritto dai banca Etruria

Alessandro Sallusti - Sab, 24/09/2016 - 15:02

Un presidente del Consiglio e il suo ministro per le Riforme non hanno il diritto di imbrogliare i cittadini in modo così smaccato



Passino le bugie, le promesse non mantenute, le sceneggiate sui palcoscenici internazionali per mascherare i fallimenti.

Ridicolo, ma ci può stare per disperazione, spacciare una crescita dello 0,7 per un successo (la Spagna, per esempio, cresce del 3). Gli italiani ci hanno fatto l'abitudine al Renzi venditore di fumo, semplicemente non fanno più caso a ciò che dice. Ma la truffa no, un presidente del Consiglio e il suo ministro per le Riforme non hanno il diritto di imbrogliare i cittadini in modo così smaccato.

Mi riferisco al quesito che hanno deciso di stampare sulla scheda che troveremo nelle urne dell'imminente referendum sulla riforma del Senato. Che reciterà (faccio una sintesi): «Vuoi tu ridurre il numero dei parlamentari e diminuire i costi della politica?».

Chiunque, a una simile domanda non può che rispondere: sì, certo. Ma non è così. Mi spiego. Sarebbe come se ci chiedessero: «Vuoi pagare meno tasse?», senza dirci che se diciamo «sì» ci tolgono la pensione e dimezzano lo stipendio. Oppure. «Vuoi bene alla mamma?», evitando di avvisarci che parallelamente tolgono la mutua a tutta la famiglia.

Avremo modo di spiegare, in maniera documentata e dettagliata, nelle prossime settimane, perché votando «sì» non solo non cambierà un bel niente ma ci ritroveremo ancora più sudditi di uno Stato ingordo, padrone e invadente. Per ora ci limitiamo a mettervi in guardia da un premier e da un governo di truffatori che usano, come hanno fatto i loro amici e parenti con le banche (il caso Etruria spiega molte cose) metodi spregiudicati con cittadini indifesi in quanto sprovveduti in materia e in buona fede.

Ad affidare il nostro destino al duo Renzi-Boschi rischiamo la stessa fine di chi ha affidato i suoi risparmi alla Etruria, banca di famiglia. Le riforme vanno fatte, eccome. Ma non questa, non così, non con trucchi e imbrogli, non prendendoci in giro. E non è neppure vero che «meglio poco di niente» se quel «poco» peserà come un macigno sulle libertà politiche e sulle regole della democrazia. Ma soprattutto mi rifiuto di farmi prendere per il naso da Maria Elena Boschi, che serafica ieri ha spiegato:

«La domanda referendaria è esattamente il titolo della legge». Senta, bella signora, chi ha scritto quel titolo guarda caso proprio in quel modo truffaldino? Buon sangue non mente, ma mi creda: ai Boschi abbiamo già dato.

Londra: rinvenuti scheletri di «cinesi» in cimitero di epoca romana

Corriere della sera

di Angelo Piemontese

Vissuti tra il II e il IV secolo d. C.. Finora un solo ritrovamento simile in Puglia. Il rapporto tra impero romano e cinese è documentato, ma non ci sono fonti sulla presenza di individui asiatici. Le ipotesi: mercanti o discendenti di schiavi

Gli scavi a Southwark (Museum of London)

I primi cinesi a Londra? Arrivarono quando l’attuale capitale inglese si chiamava Londinium ed era sotto il dominio dell’antica Roma. Nel moderno quartiere di Southwark, che all’epoca era un villaggio sulle rive del Tamigi, gli archeologi hanno infatti ritrovato, scavando in un antico cimitero romano, gli scheletri di due individui di origine asiatica vissuti tra il secondo e il quarto secolo d. C., molto probabilmente cinesi, a giudicare dalla morfologia delle ossa. Finora solo un altro scheletro di questa etnia di età romana è stato rinvenuto nei confini di quello che era l’impero dei Cesari, nel sito di Vagnari, a Gravina di Puglia, in provincia di Bari.
I rapporti tra Roma e la Cina
«La notizia è estremamente interessante», commenta Maria Teresa Grassi, docente di storia romana alla Università statale di Milano, «perché il rapporto tra romani e cinesi è ben documentato, per esempio da indumenti di seta con disegni orientali trovati a Palmira, città siriana snodo di importanti commerci a quell’epoca. Ma della presenza fisica di abitanti della Cina nelle provincie romane, soprattutto in Britannia, non ci sono fonti: mi sorprende davvero il fatto che siano giunti così a occidente».
Interrogativi
La scoperta effettuata dai ricercatori del Museum of London e pubblicata su Journal of Archaeological Science getta dunque nuova luce sui flussi migratori dell’antichità tra Asia ed Europa, ma solleva anche inediti interrogativi. Roma era infatti una città multietnica, popolata da persone provenienti da ogni angolo dell’impero: schiavi catturati durante le campagne di conquista in nuovi territori, artigiani specializzati trasferitesi dove era richiesta la loro abilità e migranti giunti alla ricerca di fortuna prevalentemente dall’Africa. Insomma, già duemila anni fa Roma era un’attrazione per i popoli del bacino del Mediterraneo. «Siamo portati a pensare che la globalizzazione sia un fenomeno moderno», spiega la professoressa Grassi, «ma già dalla preistoria gli uomini intraprendevano lunghi viaggi spinti dalla molla del commercio».
Rari contatti diretti
Sebbene tra romani e cinesi ci fosse un fiorente traffico di merci, soprattutto importazioni di seta e spezie, i due popoli si guardarono sempre con reciproca diffidenza, entrando raramente in contatto diretto e conducendo i loro scambi tramite intermediari. Cosa ci facevano dunque due cinesi nel periodo di massimo splendore dell’impero romano in un sobborgo di Londra? Per gli archeologi inglesi resta un mistero, anche se le ipotesi formulate e al vaglio degli studiosi sono molteplici.

Forse erano mercanti in viaggio d’affari, forse discendenti di schiavi orientali: Rebecca Redfern, del Museum of London, sostiene che i due cinesi potrebbero essere stati venduti da trafficanti indiani a qualche patrizio romano come servitori esotici. «Sono plausibili entrambe le supposizioni, anche se personalmente propendo più per l’idea che fossero commercianti; però non è da escludere che siano stati proprio loro l’oggetto della transazione: tutto ciò che proveniva dall’Estremo oriente passava infatti dall’India, compresa la vendita di schiavi, una delle voci più redditizie dei commerci di allora», dice l’esperta.
Il cimitero degli «stranieri»
Ma c’è un’altra intrigante possibilità presa in esame dai ricercatori inglesi. Nel cimitero di Southwark sono stati trovati infatti i resti di 22 soggetti e grazie ad accurate analisi effettuate da esperti forensi dell’Università del Michigan è emerso che erano tutti stranieri: almeno quattro africani e cinque provenienti dal zone affacciate al Mediterraneo, oltre ai due presunti cinesi. Il fatto che fossero sepolti allo stesso modo e nello stesso luogo degli abitanti locali fa supporre che potrebbero essere stati «immigrati» di seconda generazione, che avevano acquisito lo status sociale degli indigeni. Ma avevano mantenuto le loro tradizioni, almeno a tavola: analisi con radioisotopi hanno permesso di scoprire le loro abitudini alimentari, prevalentemente a base di vegetali, molto diverse da quelle dei nativi locali che seguivano invece una dieta ricca di risorse acquatiche del vicino Tamigi.
Gli scambi e i mescolamenti
«Non la vedo come un’ipotesi assurda», afferma Grassi. «Però in mancanza di altre prove mi sembra prematuro parlare di una Chinatown dell’antichità». Accanto ai resti di una giovane donna è stato poi rinvenuto un coltello con il manico in avorio forgiato a forma di leopardo, una lavorazione tipica degli antichi cartaginesi. Rilevamenti con radioisotopi sui denti della ragazza hanno confermato che era cresciuta in Africa, ma l’analisi del Dna ha rivelato che la giovane aveva occhi azzurri e che la madre proveniva dall’Europa dell’est. «Non c’è da stupirsi: già Alessandro Magno si era spinto secoli prima ai confini tra India e Cina e molti greci e macedoni al suo seguito si erano poi stabiliti in quei luoghi remoti. In età romana diverse genti d’oriente sono volontariamente confluite nel ricco impero occidentale», conclude la professoressa.

25 settembre 2016 (modifica il 25 settembre 2016 | 10:37)

Come scegliere una password per proteggere mail e dati personali

La Stampa

Dopo i casi di Yahoo! e le foto private di Pippa Middleton finite in rete, ecco qualche consiglio per difendersi dalle violazioni di hacker e criminali informatici



Custodiamo i nostri gioielli in banche, casseforti, intercapedini, angoli nascosti della nostra casa. Eppure, molto spesso, lasciamo alla mercé di chiunque quanto di più caro abbiamo nella vita: la nostra privacy, i nostri dati sensibili, quella intimità che proteggiamo con una semplice parola.

Sempre più persone finiscono nel mirino degli hacker, non solo vip, come Jennifer Lawrence e Pippa Middleton, ma soprattutto gente comune. Non serve un pirata informatico per entrare in una mail o in una cloud, quella nuvola virtuale utilizzata per salvare foto, video, rubriche, messaggi di posta elettronica. Il più delle volte basta indovinare una password per prendere il controllo della vita di una persona, per localizzarla attraverso lo smartphone, leggere i messaggi, rubare foto e video: è dal quel momento che per molti comincia l’incubo.

La prima regola per tenere quanto più possibile al sicuro foto, video e dati personali è scegliere una parola, o meglio una frase, che non abbia apparentemente senso. Una password come questa: «M1cH1Am()nO*Jo77Y». La frase «Mi chiamano Jolly» è stata inserita come una sorta di rappresentazione grafica, con numeri e simboli al posto delle lettere (la i che diventa uno, o la doppia parentesi che rappresenta la A).

Quando si apre un account, è richiesto l’inserimento di domande di sicurezza, nel caso di dimentichi la password: evitare sempre le domande suggerite, come il classico «nome da nubile di tua madre» e digitare la propria risposta, utilizzando gli stessi caratteri grafici inseriti nella scelta della password. Per verificare l’efficacia di una parola chiave (non della propria) si può andare su questo sito, dove si può inserire una password a caso e verificare in quanto tempo può essere indovinata o craccata da un hacker. 

La seconda regola - secondo un gruppo di esperti che ha tenuto un corso alla prestigiosa Columbia University di New York - è cambiare frequentemente password, almeno una volta al mese, e utilizzare una parola chiave diversa per ogni account email, iCloud, o Dropbox. Ma come si fa a ricordare, ad esempio, cinque o sei diverse password scritte con caratteri, numeri e simboli? Ci sono software come KeePassX che permettono di generare, archiviare e modificare periodicamente tutte le proprie password. KeePassX funziona offline, sconnesso

da Internet: l’archivio delle password è protetto da una chiave master, l’unica che bisogna ricordare poiché non è previsto il recupero, ed è protetto da crittografia a 256-bit. Insomma non può essere violato da hacker dilettanti. Mai salvare le password in un documento Word protetto da parola chiave: esistono software, disponibili on-line e facili da utilizzare, con i quali si può sbloccare un file `.doc´ in pochi istanti.

Terza regola è evitare di accedere alla posta elettronica e ai propri account cloud da computer condivisi, o quando si è connessi a un Wi-fi pubblico. Un hacker con un po’ di esperienza può facilmente vedere la password e intercettare messaggi e dati scambiati. 

Contratti non richiesti e doppie fatture. Le trappole nella bolletta del telefono

La Stampa
sandra riccio

Rispondere alle chiamate o navigare rischia di diventare un salasso: ecco come difendersi



Contratti non richiesti o a defunti, abbonamenti fasulli, maxi bollette dall’estero o doppie fatturazioni. I nostri telefoni sono diventati delle trappole cattura-soldi. Rispondere a una chiamata o navigare in Internet può facilmente diventare un salasso. Le strade per difendersi e riavere indietro le cifre perse non mancano e, in alcuni casi, sono molto efficaci. Occorre però sapere bene come muoversi ed essere disposti a sacrificare tempo e pazienza.

La strategia
Sulle brutte sorprese al telefono ormai c’è materiale per interi trattati. La più diffusa, e pure la più rognosa, è quella dell’attivazione inconsapevole di contratti al telefono. Molti sono i casi di consumatori che, magari invogliati dalla promessa di un bel risparmio, si sono fermati ad ascoltare le proposte di uno sconosciuto al telefono. Molte volte il risultato di una semplice telefonata è stato, senza volerlo, un nuovo contratto di luce e gas o per la tv a pagamento e molto altro ancora.

La legge prevede che per dire «sì» a un nuovo contratto basta la voce registrata di chi sta ricevendo la telefonata, senza firmare nulla. Ci vuole però una certa procedura: l’operatore deve fornire prima di tutto le giuste informazioni, poi dopo 10 giorni da un eventuale «sì» al telefono deve arrivare il contratto scritto a casa che vincola solo dopo la firma. C’è però anche l’iter senza firma: si dà il consenso su un supporto registrato, direttamente al telefono. In ogni caso, da quando si dà l’ok ci sono poi 14 giorni per il ripensamento. 

In questi procedimenti si inseriscono i casi di raggiri. Alle associazioni di consumatori arrivano anche segnalazioni di possibili manipolazioni delle registrazioni con il «sì». La pratica di incastrare le persone al telefono è ormai così diffusa che il nostro Paese è diventato terra di conquista da parte di operatori stranieri. «Un caso molto attuale è, infatti, quello di una società canadese dei telefoni che, spacciandosi per Tim, è riuscita a raggirare e a intestarsi numerosi clienti», dice Pietro Moretti, vicepresidente Aduc.

Le associazioni di consumatori ormai consigliano di non rispondere più a chi al telefono ci propone risparmi o consigli vantaggiosi. La trappola è sempre in agguato. La strada giusta è quella di andare fisicamente in negozio e farsi dare i contratti scritti con tutte le condizioni ben definite. In alternativa c’è Internet dove consultare le tante offerte. 

Occhio allo smartphone
C’è poi il lungo filone degli abbonamenti a servizi non richiesti, come l’oroscopo o il meteo, che scattano via smartphone con il semplice inavvertito click su una pagina web o una pubblicità trappola. Molte volte si tratta di piccole somme, sui 5 euro a settimana. Ma possono diventare un bell’importo se non si disattiva subito l’abbonamento. «Le compagnie telefoniche sono state multate ma la strada è ancora molto battuta, soprattutto l’operatore Tre la mette in atto con oltre il 90% delle lamentele che riceviamo», dice Moretti.

Quest’estate poi è scattata una nuova insidia, quella dei costi di abbonamento aggiuntivi per chi telefona dall’estero. Per quel che riguarda le controversie di ogni tipo con le compagnie telefoniche, la procedura per riavere indietro i soldi è abbastanza veloce e gratuita. In caso di difficoltà, occorre prima di tutto inviare un reclamo (cartaceo e all’indirizzo previsto dall’azienda). Se non c’è risposta o non è soddisfacente, c’è la possibilità di rivolgersi al Corecom, il Comitato regionale per le comunicazioni. Basta compilare il modulo online e aspettare di essere convocati nel giro di poche settimane.

In più non ci sono spese legali né altri costi da pagare. Vale anche per i casi di mega bollette nel caso di navigazione su Internet all’estero. C’è chi si è ritrovato con bollette da 7mila euro – dice Moretti -. Non tutti sanno che le compagnie non possono fatturare inappropriatamente più di 50 euro per il consumo di Internet fuori dall’Italia». Le somme che vanno sopra questa cifra devono essere restituite.