domenica 25 settembre 2016

Route 66, nostalgia del sogno americano

La Stampa
paolo mastrolilli

Compie novant’anni la mitica strada che taglia gli Stati Uniti. Acciaccata e invecchiata, conserva il fascino che conquistò Steinbeck e Kerouac


Il MidPoint Cafe si trova esattamente nel punto di mezzo «geo-matematico» della Route 66

Ha novant’anni, li dimostra tutti, e non fa nulla per nascondere le sue rughe. Anzi, più la Route 66 sembra vecchia, più raggiunge lo scopo esistenziale di rievocare il mito di un’America ormai finita, ma per qualche ragione più desiderabile, nonostante in fondo si trattasse di una strada pavimentata da tante speranze e drammi epocali.

L’embrione della via più famosa d’America, la «Mother Road» come l’aveva soprannominata John Steinbeck, aveva cominciato ad esistere verso la metà dell’Ottocento, quando i genieri dell’esercito avevano ricevuto l’incarico di costruire una pista per le carovane che attraversasse il continente lungo il 35° parallelo.

Fu però solo all’inizio del secolo scorso che due imprenditori, Cyrus Avery di Tulsa, in Oklahoma, e John Woodruff di Springfield, in Missouri, si misero in testa di collegare una serie di piccole strade locali, per unire Chicago a Los Angeles. L’idea era così ambiziosa da far litigare persino sul nome, perché i fondatori volevano che si chiamasse Route 60, ma gli abitanti del Kentucky si erano ribellati perché una strada con quel nome l’avevano già loro. Perciò si trovò il compromesso sul numero 66, più musicale e di buon auspicio.

Così il 30 aprile del 1926 il nome fu ufficialmente assegnato, con l’invio di una comunicazione a Springfield, e l’11 novembre dello stesso anno la strada prese vita. In breve sarebbe diventata un’arteria lunga 2.448 miglia, che univa l’America da un lembo all’altro, partendo da Chicago e attraversando Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, dove c’è il punto intermedio a Adrian, New Mexico, Arizona, che mi è capitato di percorrere durante un viaggio verso il Grand Canyon, e infine la California, dove oggi finisce sul Pier di Santa Monica.

L’ambizione, come all’epoca della costruzione delle ferrovie, era quella di costruire un percorso per le auto, e soprattutto per i camion, che permettesse di portare velocemente passeggeri e merci da un capo all’altro del paese, favorendo il suo sviluppo. E in effetti così era andata, con decine di villaggi che erano nati, oppure rinati, grazie al business portato da questo nastro di terriccio e poi asfalto, che veniva percorso anche da 9.000 auto al giorno. Incluso il primo McDonald’s, che serviva hot dog e carne al barbecue. 

Siccome però la vita in quell’America ancora selvaggia era assai dura, il primo utilizzo di massa avvenne negli Anni Trenta, subito dopo la Grande Depressione, quando la piaga naturale passata alla storia come la «Dust Bowl» aveva reso quasi incoltivabili le pianure del Midwest, obbligando migliaia di famiglie impoverite a cercare una vita migliore emigrando verso la California. L’esodo degli «Okies», appunto, che Steinbeck aveva reso immortale nel libro Grapes of Wrath (In Italia, Furore), trasformato poi in film da John Ford.

Quando quel dramma aveva cominciato a sanarsi, era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, portando subito con sé una tragedia ancora peggiore. La Route 66, infatti, era diventata la strada preferita per trasportare non solo i materiali militari, ma soprattutto migliaia di soldati che dovevano raggiungere le loro caserme, incluso il personale impegnato nel «Manhattan Project» di Los Alamos per realizzare la bomba atomica.

La fine della guerra aveva riportato l’ottimismo e la speranza, che nel 1946 Bobby Troup aveva composto nella canzone (Get Your Kicks on) Route 66, registrata poi dal mitico Nat King Cole. Ma proprio mentre gli americani venivano invitati a cercare lo «sballo» sulla strada madre del continente, i semi della decadenza venivano piantati. Non tanto dai beat guidati da Jack Kerouac, che lungo la Route 66 avevano percorso solo un piccolo tratto della loro odiessea liberatoria On The Road, quanto piuttosto dal successo stesso degli Stati Uniti.

Da una parte, infatti, Kerouac e compagni attraversavano il paese «coast to coast» per sfuggire alle ipocrisie dei loro padri, e magari alle loro instabilità congenite; dall’altra i padri, incarnati nella figura del presidente Eisenhower, immaginavano un futuro radioso per l’America, che per realizzarsi richiedeva tuttavia la creazione di un sistema di autostrade chiamato Interstate Highway System.

Un reticolo lungo oggi oltre 77.000 chilometri che ha collegato con velocità ogni angolo del paese, ma nello stesso tempo ha nascosto e condannato all’oblio quelle che William Least Heat-Moon avrebbe poi chiamato la «Blue Highways», le piccole strade blu e le comunità dell’America più originale e perduta. Nel 1956, infatti, Eisenhower aveva lanciato questo progetto, che aveva avviato la lunga agonia della Route 66, fino al decommissionamento nel 1985.

Ora, stanchi di quegli incroci tutti uguali, dove trovi gli stessi motel e gli stessi fast food da Los Angeles a Chicago, gli americani cercano di recuperare pezzi della «Mother Road». Uno per tutti l’ex presidente Clinton, che nel 1999 aveva firmato il National Route 66 Preservation Bill per dare 10 milioni destinati a restaurare siti storici. 

Così adesso ci sono ancora la stazione di servizio Magnolia e l’Art Deco Historic U-Drop Inn a Shamrock, in Texas, il Delgadillo’s Snow Cap Drive In di Seligman, Arizona, il Midpoint cafe di Adrian al miglio 1.139, il Wigwam Motel di Holbrook con le tende indiane come stanze, ma anche cimeli abbandonati tipo la scritta del Ranch House Cafe di Tucumcari, nel New Mexico, o le frecce del Twin Arrows Trading Post dell’Arizona. Tutti a ricordare un passato duro, faticoso e a volte tragico, che per qualche ragione ignota ci induce ancora alla nostalgia.

Scrittore ucciso ad Amman per una vignetta sull’Islam

La Stampa
rolla scolari

Nahed Hattar, giornalista giordano, cristiano, controverso per il suo sostegno al regime di Assad, è stato ucciso con tre colpi di pistola alla nuca mentre si recava in tribunale



È stato ucciso da tre colpi di pistola alla nuca davanti a un tribunale di Amman per una vignetta ritenuta offensiva nei confronti dell’Islam. Nahed Hattar, 56 anni, cristiano, controverso giornalista e scrittore per il suo appoggio incondizionato al regime siriano di Bashar el-Assad, si stava recando questa mattina davanti ai giudici. Il 13 agosto era stato arrestato per aver condiviso una caricatura - di cui lui non è l’autore - sul suo account Facebook. A inizio settembre è stato rilasciato su cauzione, ma accusato di vilipendio alla religione. Il suo avvocato, Faisal al-Batayneh, ha rifiutato di seguire il caso, per motivi religiosi.

Nella vignetta, un uomo con la barba - che ricorda un jihadista e si chiama Abu Saleh, come l’ex “ministro delle Finanze” dello Stato Islamico ucciso in un attacco aereo della coalizione a guida americana a dicembre - è a letto con due donne. Fuma. Attorno, bicchieri di vino rovesciati, un piatto di pollo, le ossa rosicchiate per terra. Siamo in paradiso, è scritto. Da una tenda, spunta Dio, che gli chiede se vuole qualcosa. “Portami del vino rosso e chiedi a Gabriele un piatto di noccioline”, dice l’uomo con la barba facendo riferimento all’Arcangelo. 

Dopo la pubblicazione della vignetta su Facebook, la reazione dei social giordani contro Hattar è stata immediata, e sono scoppiate le polemiche online. Lo scrittore dopo aver cancellato la caricatura si è scusato: non è un attacco alla religione, ma una satira contro lo Stato Islamico. “Non intendevo offendere i credenti - ha detto Hattar - Cercavo invece di rivelare come i terroristi miliziani dello Stato Islamico e i Fratelli musulmani concepiscano Dio e il paradiso”. Secondo al-Jazeera, la Fratellanza musulmana giordana ha pubblicato una risposta, chiedendo al governo di prendere misure contro coloro che condividono materiale capace di minare l’unità nazionale. 



I Fratelli musulmani sono in Giordania un movimento - reso illegale dalla monarchia di Abdullah II - ma anche un partito, il Fronte Islamico di Azione, che dopo nove anni di boicottaggio delle urne si è presentato il 20 settembre al voto parlamentare e, secondo i risultati preliminari, avrebbe ottenuto quasi 20 dei 130 seggi in Parlamento. Nella loro lista, erano presenti anche candidati cristiani e di alcuni minoranze giordane. Dall’uscita di scena nel 2013 al Cairo del presidente Mohammed Morsi, leader dei Fratelli musulmani locali, l’Islam politico nella regione è stato indebolito. Il voto giordano nei giorni scorsi apre quindi a nuovi scenari.

L’assassinio di Hattar arriva a meno di una settimana da quelle elezioni, che si sono tenute nella calma in Giordania, alleato occidentale e parte di quella coalizione militare a guida americana impegnata a bombardare le postazioni di ISIS in Iraq e Siria. L’assalitore, descritto da testimoni come un uomo sulla cinquantina con la barba lunga e una tunica bianca, è stato immediatamente arrestato. 

Bambini

La Stampa
jena@lastampa.it

I grillini visti da Gaber: «E vedo bambini cantare in fila li portano al mare non sanno se ridere o piangere e batton le mani far finta di essere sani...».

Renzi contro Travaglio a “Otto e mezzo”. Omissioni, bugie, errori: ecco il premier alla prova del fact checking

ilfattoquotidiano.it
di Di Foggia e Travaglio | 24 settembre 2016

Ce lo ha chiesto l’interessato. Dalla riforma costituzionale allo stato dell’economia: le parole verificate su testi di legge e numeri ufficiali 



Aspetto il fact checking del Fatto”. Matteo Renzi ce lo ha chiesto giovedì nel confronto a Otto e Mezzo su La7 con Marco Travaglio, di cui contestava i numeri. Ecco le sue parole verificate sui dati. Il nuovo Senato. “Non è vero che con la riforma i nuovi senatori non saranno più eletti dai cittadini. Il sindaco di Roma o Milano che va a fare il senatore è eletto”.

Non viene eletto per fare il senatore (la scheda per il Senato non sarà più consegnata agli elettori), cioè per approvare le leggi o nominare i giudici costituzionali, ma per amministrare una città. Il comma 2 dell’art. 57 del ddl Boschi parla chiaro (si fa per dire): i senatori siano “eletti con metodo proporzionale” dai “Consigli regionali”. Ma il comma 5 afferma che i senatori saranno scelti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo”. Il “come” è rinviato a una legge ordinaria, che ancora non c’è. Ma è certo che sarà incostituzionale o perché non risponde al comma 2 o perché al comma 5. E non riguarderà i 21 sindaci-senatori.
Francia e Germania

“Il Senato è composto dai consiglieri regionali e sindaci, come in Germania e Francia”.

Non è così. Il Bundesrat tedesco è composto da delegati dei governi dei Länder, che non sono eletti dalla popolazione né dai consiglieri dei Länder (come nella “riforma” Boschi) ma delegati del governo del Land che li nomina e li revoca. Hanno vincolo di mandato: cioè l’obbligo di votare compatti o il loro voto è nullo. I consiglieri del Bundesrat ricevono solo il rimborso del viaggio e non hanno immunità (Renzi dicee che “solo in Turchia si toglie l’immunità”). In Francia – che quanto a iter legislativo è un bicameralismo sostanzialmente paritario – il Senato rappresenta gli enti locali ed è eletto da 162 mila grandi elettori.

Ultima chiamata
“Col No non c’è un’altra riforma possibile” perché “non troverai mai un altro Parlamento che voterà per ridurre i costi visto che il popolo avrà votato per il No”. Se è per questo nel 2006 i cittadini avevano bocciato una riforma che – a detta di Elisabetta Gualmini, politologa e vicepresidente Pd dell’Emilia Romagna – “era identica a questa”. Anche quella riforma era vastissima: fine del bicameralismo paritario, riduzione dei parlamentari e devolution. Eppure, 10 anni dopo, eccone un’altra perlomeno simile.

Risparmi
“Ci sono 500 milioni di euro di risparmio”.

Il premier a marzo 2014 parlava di “risparmi per 1 miliardo l’anno”. Dal bilancio di previsione 2016, però, il Senato costa in tutto 540 milioni. Di questi, solo 79,5 lordi finiscono nelle tasche dei 315 senatori: tutti gli altri sono costi del personale, dei servizi, delle forniture etc.. Per la Ragioneria generale dello Stato, cioè il governo, la minore spesa conseguente alla riduzione dei senatori “è stimabile in circa 49 milioni”, mentre la soppressione del Cnel produrrebbe “risparmi pari a 8,7 milioni”. Quanto alle Province, già “abolite” (per finta) dalla legge Delrio del 2014, la Ragioneria dice che è difficile quantificare i risparmi. Non basta? Nella Guida alle ragioni del Sì, il professor Carlo Fusaro, dice: “Sono sindaci o consiglieri regionali che fanno il senatore… e son pagati dall’ente che rappresentano. Il risparmio in sé è modestissimo (…) Si vedrà se i rimborsi per viaggi soggiorni saranno a carico del Comune o della Regione, o statale. Spiccioli ben spesi, in ogni caso”.

Expo
“Abbiamo cacciato i ladri ed è stato un successo”

Dal Rendiconto di maggio 2016: costi per 2,254 miliardi; ricavi (in parte non ancora incassati) per 849 milioni. Perdita: 1,4 miliardi. E i ladri li hanno arrestati giudici e forze dell’ordine, non il governo. Gli ultimi, a luglio, per mafia. Clausole. “Non abbiamo mai fatto scattare le clausole di salvaguardia, quelle tasse che vengono messe se non si verificano certe situazioni. Le tasse continuano ad andare giù”. Ieri l’Istat ha comunicato che la pressione fiscale del 2015 non è calata rispetto al 2014 (è al 43,4%).

Difficile lo faccia nel 2016, visto che il Pil crescerà meno del previsto e che nei primi 6 mesi dell’anno le entrate tributarie stanno crescendo al ritmo di 0,8%, compensando il taglio Irap e Tasi. Il governo non ha disinnescato le clausole, le ha solo spostate più avanti: dei 15,1 miliardi di aumenti dell’Iva sul 2017 e dei 19,6 miliardi sul 2018 (compresi aumenti di accise) i 3/4 sono farina del premier. Taglio Irpef. “Il ministro Padoan aveva già spiegato che sarebbe arrivato nel 2018”.
A maggio Renzi aveva prospettato un anticipo al 2017.

Lavoro/1
“Nel 2015 ci sono stati più posti di lavoro che nel 2014, e con me al governo (febbraio 2014, ndr), ci sono 585 mila occupati in più, di cui il 70% con posti di lavoro stabili”.

Il premier usa sempre le serie storiche mensili dell’Istat per slogan e slide. Le stesse, però, dicono che nel 2015 ci sono stati 81 mila occupati in meno del 2014. Ma il punto è un altro. Il boom nel 2015 è l’effetto dei generosi sgravi contributivi triennali per chi assumeva con contratti a tempo indeterminato: costeranno 20 miliardi fino al 2019. Nel 2016 lo sgravio è solo al 40% e i dati amministrativi sui contratti mostrano un tracollo di quelli a tempo indeterminato. Il saldo netto gennaio-luglio è negativo rispetto al 2015 e perfino al 2014 (76 mila contro 129 mila). Crescono, e di molto, quelli a tempo determinato, e c’è un’esplosione dei voucher: cioè precari e super-precari.

Lavoro/2
“Sono contratti a tempo indeterminato, solo lo sgravio è triennale”.

Niente articolo 18, niente tutele e infatti nel secondo trimestre 2016 (dati del governo) sono aumentati i licenziamenti (+7,4%). Chi assume con gli sgravi e poi licenzia dopo tre anni deve versare al lavoratore un indennizzo minore di quanto risparmiato con gli incentivi. Infine, gli occupati: da febbraio 2014 al primo trimestre 2016, gli occupati over 50 sono aumentati di oltre 800 mila unità, mentre quelli delle fascia 25-49 anni sono crollati di oltre 300 mila unità. Significa, dice anche Istat, che è la riforma Fornero che ha alzato l’età pensionabile a gonfiare i numeri, non il Jobs act.

Il Fatto
“Quello che è diminuito in questi due anni sono le copie del Fatto Quotidiano, non i posti di lavoro”.

Cosa c’entri, non si sa, ma vediamo i dati. A settembre la media delle copie del Fatto vendute in edicola è in crescita dell’8% rispetto al settembre 2015. Le copie digitali vendute sono in linea con l’anno passato. Depurato dell’effetto del boom di gennaio 2015, quando pubblicammo Charlie Hebdo, i dati di Ads (Accertamento diffusione stampa) indicano un calo nei primi 6 mesi del 2016 del 4% sul semestre 2015. Il premier si rallegra di dati fisiologici (e in ripresa) in un mercato, quello dell’editoria, in crisi nera. E migliori dei suoi principali competitor, ai quali Renzi non si sogna di contestare l’impressionante (quello sì) crollo di copie vendute.

Flessibilità
La flessibilità non c’era nei trattati Ue. Juncker è andato il 13 gennaio 2015 all’Europarlamento, il giorno in cui noi chiudevamo il semestre di presidenza Ue in cui abbiamo combattuto per la flessibilità, a dire: il mio impegno di presidente della Commissione è avere più flessibilità”. La flessibilità è prevista dai Trattati. E Il 13 gennaio arrivò una “nota di interpretazione” annunciata da Juncker, pochi minuti dopo il discorso di Renzi che chiudeva il semestre di presidenza italiana, impedendogli di poterla rivendicare. Uno schiaffone.

Economia
“Che la situazione economica internazionale sia più favorevole lo pensa Travaglio”

Tra Quantitative easing della Bce, euro più debole e calo dei prezzi del petrolio, il 2015 è stato un anno irripetibile. Per il governatore di Bankitalia Visco, senza il Qe, “l’Italia sarebbe in recessione”.

di Carlo Di Foggia e Marco Travaglio

Giulietto Chiesa e i 500.000 euro raccolti per “Zero”

undicisettembre
di Paolo Attivissimo

Mai attribuire alla malizia ciò che si spiega adeguatamente con l’incompetenza
(Napoleone)


Gli anni passano, i ricordi si affievoliscono e le tracce in Rete delle asserzioni dei complottisti sull’11/9 spariscono. Ma è importante crearne una memoria permanente, per evitare confusioni e per fare in modo che i complottisti non possano rifarsi una verginità e far finta di non aver mai detto o fatto certe cose.

Per esempio, sono scomparse da Internet molte delle pagine che documentavano le dichiarazioni di Giulietto Chiesa sul costo di produzione del suo documentario Zero del 2007, diretto da Franco Fracassi e Francesco Trento. Il sito Zerofilm.it scriveva, a ottobre 2007, che il “valore” del documentario era di 500.000 euro, ma questa dichiarazione è scomparsa: la pagina non esiste più. Tuttavia Archive.org ne conserva tuttora una copia della versione in inglese:




Nel 2008 Undicisettembre raccolse questa immagine della versione italiana, che dice che “Il 100% del film vale 500.000 €”:



Una dichiarazione analoga fu raccolta da Abitarearoma.net nel 2007:

Come DIVENTARE COPRODUTTORI e CONTRIBUIRE
– E’ possibile fare versamenti a fondo perduto, usando Paypal e la carta di credito.
– E’ possibile diventare COPRODUTTORI a tutti gli effetti, versando 500 euro o multipli di 500 euro.
– E’ possibile acquistare percentuali di quote, investendo minimo 100 euro; 
Nel dettaglio:
1 – Il 100% del film vale 500.000 €. Tale ammontare è suddiviso in 1.000 quote da 500 €, che corrispondono ognuna allo 0,1% del totale. Per partecipare alla produzione, essere COPRODUTTORI, bisogna versare almeno 500 € o multipli di 500 €. I coproduttori partecipano ai guadagni complessivi del film in proporzione alla percentuale acquistata.
2 – Chi investe tra i 100 e i 500 euro acquisterà una percentuale di quota (ad es. 100 euro sono il 20% di una quota)
3 – Chiunque verserà meno di 100 euro lo farà a titolo di donazione a fondo perduto.
Per partecipare si può scrivere a: coproduzione@zerofilm.it
Tutte le info su www.zerofilm.it

Oggi il sito Zerofilm.it non esiste più. Questo sembra indicare che alcuni paladini italiani della lotta per la verità fatichino persino a mantenere aperto un sito Web, ora che le occasioni di sfruttamento economico sono svanite nel dimenticatoio.



In compenso esiste ancora un sito francese, Reopen911.info, che parla di Zero in questi termini (copia archiviata anche su Archive.is; screenshot qui accanto):
En tout, le film a coûté 500.000 Euros, dont 200.000 par l’actionnariat populaire, et le reste du financement est venu de nos propres disponibilités et aussi de notre travail et de notre expertise et de celle de Francesco.

Lo stesso sito aggiunge un altro dato interessante:
Il aurait pu coûter 100.000 de moins sans ce système d’actionnariat, car on ne peut pas négocier les prix et demander des rabais à quelqu’un de rémunéré par ce système d’actions. A ce jour, les gains n’ont toujours pas remboursé le budget du film.