giovedì 15 settembre 2016

Tribunale Ue: “Il Vaticano non deve pagare l’Ici arretrata all’Italia”

La Stampa
emanuele bonini

Per l’Unione europea ha ragione la Chiesa a non aver pagato tra il 2008 e il 2012



Il Vaticano non deve restituire alla Stato il mancato versamento dell’Ici, l’imposta sugli immobili diventata Imu nel 2012, perché chi ha contestato il regime di esenzione «non è giunto a dimostrare» le distorsioni del mercato e di conseguenza l’incompatibilità con le regole dell’Unione europea. Lo ha stabilito il Tribunale dell’Ue, nella motivazione con cui ha respinto i ricorsi per presunti aiuti di Stato illegali creati con le agevolazioni fiscali del governo italiano agli enti ecclesiastici. 

Ha ragione dunque la Chiesa a non aver pagato tra il 2008 e il 2012, e non sarà tenuta a farlo adesso secondo l’organismo di giustizia di Lussemburgo. Ci sarà ricorso alla Corte, ma intanto non entreranno all’Erario tra i quattro e i cinque miliardi di euro, secondo stime dell’Anci, e si apre un contenzioso tutto a dodici stelle: il pronunciamento di oggi smentisce la Commissione europea, che invece aveva riconosciuto la violazione delle regole e la natura illecita delle scelte italiane. 

Il caso
La questione risale al 2006, quando venne contestato per la prima volta il regime di esenzione dell’Imu concesso alle strutture legate al mondo cattolico. Agevolazioni dalla natura distorsiva della concorrenza, secondo la scuola elementare Maria Montessori di Roma e il titolare di un Bed&Breakfast di San Cesareo, i primi a sollevare obiezioni. La loro battaglia legale ha visto poi l’interessamento e la cura di Maurizio Turco (allora deputato del Partito radicale) e del fiscalista Carlo Pontesilli. In due occasioni sono stati chiesti lumi alla Commissione europea, allora guidata da Josè Manule Barroso. 

In entrambi i casi – nel 2006 e nel 2008 – il responso fu sempre lo stesso: non sembravano esserci infrazioni, nonostante i chiarimenti chiesti nel frattempo alle autorità italiane. La produzione di nuovi incartamenti convinse alla fine la Commissione Barroso che si era in presenza di aiuti di Stato incompatibili con le regole Ue, e dunque illegali. Era il 2012, e in quell’anno l’Ici divenne Imu, la legge era cambiata e dunque si chiese di intervenire per il periodo relativo al 2008-2012, durante il quale cliniche, alberghi, scuole e altre attività commerciali legate alla Chiesa non avevano versato un centesimo forti dell’esenzione. Ma i soldi non vennero recuperati, e ci si rivolse al Tribunale che oggi ha riscritto la storia della vicenda. Che adesso finirà alla Corte di giustizia, dato che i ricorrenti presenteranno ricorso.

Il pasticcio italiano ed europeo
La decisione di esentare il Vaticano dalla tassa sui beni immobili fu una scelta politica. Condivisibile o meno, come tutte le scelte politiche. Il problema dell’Italia fu però di altra natura: nel fornire le spiegazioni richieste ammise di non riuscire ad avere le informazioni necessarie per, pur volendo, procedere all’imposizione della tassa. Nella sua decisione del 12 dicembre 2012 la Commissione europea riconosce che le autorità nazionali «hanno dimostrato che i beneficiari dell’aiuto in questione non possono essere identificati e che l’aiuto non può essere oggettivamente calcolato a causa della mancanza di dati disponibili». In particolare allora l’esecutivo comunitario prendeva atto che le banche dati fiscali e catastali «non consentono di individuare gli immobili appartenenti ad enti non commerciali, che sono stati destinati ad attività non esclusivamente commerciali del tipo indicato nelle disposizioni sull’esenzione dall’Ici». 

Di conseguenza le stesse banche dati «non consentono di ottenere le informazioni necessarie per calcolare l’importo dell’imposta da recuperare». In sintesi, secondo la Commissione Barroso «l’Italia ha illegittimamente attuato l’esenzione dall’imposta comunale sugli immobili, ma alla luce delle circostanze eccezionali invocate dall’Italia, non deve essere disposto il recupero dell’aiuto, avendo l’Italia dimostrato l’impossibilità assoluta di darvi esecuzione». Solo che il Tribunale dell’Ue, respingendo i ricorsi con le motivazioni addotte («il ricorrente non è giunto a dimostrare» l’illecito) va contro l’interpretazione dell’esecutivo comunitario. All’incapacità del governo italiano di fornire informazioni tramite banche dati si aggiunge quindi il Tribunale di Lussemburgo che smonta l’impianto di Bruxelles. 

Ferrara chiede gli arretrati Imu, la Chiesa deve 100 mila euro
La Stampa
antonio pitoni

Lettera del vescovo a Renzi: “Intervenga o chiuderemo le scuole”



Il caso lo solleva la Curia di Ferrara. E non è di poco conto. Perché l’impatto potrebbe allargarsi ben oltre i confini del capoluogo estense. Il nodo riguarda l’estensione della vecchia Ici, poi sostituita dall’Imu, anche agli immobili di natura commerciale della Chiesa, per di più con efficacia retroattiva. Una questione sollevata da una decina di parrocchie ferraresi alle quali il Comune ha chiesto il conto degli arretrati Ici risalenti al 2010. Una cifra che, secondo i calcoli dell’economo della Curia, don Graziano Donà, dovrebbe aggirarsi intorno ai 100 mila euro. Un salasso, che ha spinto l’arcivescovo di Ferrara, monsignor Luigi Negri, a scrivere una lunga lettera-appello al presidente del Consiglio Matteo Renzi per contestare la richiesta di pagamento e sollecitarne l’intervento.

È un vero e proprio allarme quello sollevato nella missiva, pubblicata anche sul sito web dell’alto prelato. E nella quale si sottolinea come l’applicazione della tassa, richiesta anche per gli anni pregressi, da parte del Comune di Ferrara dopo le sentenze della Cassazione sugli immobili della Chiesa ad uso commerciale, renderebbe «precaria l’esistenza stessa di molte scuole, a partire dalle scuole paritarie dell’infanzia». Un tema delicato, perché si tratta di attività che, se da un lato vengono qualificate come commerciali dall’altro rappresentano anche un servizio per il territorio. Per questo, l’arcivescovo si è appellato direttamente alla coscienza di Renzi, «di cittadino ancor prima che di cristiano», per promuovere «norme che non lascino margini interpretativi sfavorevoli».

Una vicenda che, al di là del singolo caso concreto, pone tuttavia una questione più ampia. Uscire dall’opacità di una normativa sulla materia che, di fatto, lascia alla giurisprudenza il compito di stabilirne i criteri di applicazione. Un limite che neppure il passaggio dall’Ici all’Imu è riuscito a superare. E, come spesso capita, per fare chiarezza, c’è voluto l’intervento, l’estate scorsa, proprio della Corte di Cassazione. Intervenuta con una pronuncia, in via definitiva, su un procedimento avviato dal Comune di Livorno che, nel 2010, aveva inoltrato avvisi di accertamento per omessa dichiarazione e omesso pagamento dell’Ici per 420 mila euro (tra Ici 2010-2011 e Imu 2012), relativi al periodo 2004-2009, a carico di alcuni istituti del comprensorio.

Se in primo e in secondo grado i giudici avevano dato torto all’amministrazione comunale, respingendo le richieste di pagamento, la decisione è stata ribaltata dai magistrati del Palazzaccio. Poiché gli utenti di una scuola paritaria pagano un corrispettivo per la frequenza (la retta), è il senso della sentenza, tale attività va considerata di carattere commerciale «senza che a ciò osti la gestione in perdita».

Insomma, per avere diritto all’esenzione, non basta la natura non commerciale dell’ente proprietario né che l’immobile sia destinato esclusivamente ad attività di valore caritatevole o sociale. È sufficiente, secondo il recente indirizzo della Suprema Corte, il pagamento di una retta, come nel caso delle scuole paritarie, per giustificare l’obbligo di versare la tassa. Anche se la scuola non produce utili e, anzi, dovesse chiudere l’esercizio in perdita. Un indirizzo rispetto al quale la Chiesa eccepisce che, retta o non retta, quella svolta dalle scuole paritarie è comunque un’attività senza fine di lucro. E che ora, per effetto degli arretrati Ici-Imu, molti istituti potrebbero essere costretti a chiudere i battenti. A meno di un intervento del legislatore sulla materia che riscriva le regole in maniera chiara. Lasciando meno spazio interpretativo alla magistratura. 

Diritto all’oblio: cos’è, come funziona, quando e come chiedere la rimozione di un contenuto dalla rete

Corriere della sera

di Federica Scutari
Previsto da una sentenza della Corte di giustizia europea del 2014, si ottiene attraverso una specifica richiesta a Google. Ma non sempre il procedimento arriva a buon fine

La sentenza della Corte di Giustizia europea

Digitare il proprio nome su Google può essere un’esperienza che riserva non poche sorprese. La lista dei risultati è un puzzle della nostra identità web: compare ciò che abbiamo postato sui social network, c’è il commento fatto nella bacheca dell’università o quella foto che abbiamo pubblicato tanti anni fa. Ma se qualcosa non ci piace, ci imbarazza o addirittura riteniamo sia calunniosa, abbiamo diritto a essere “dimenticati” dal motore di ricerca? Secondo la sentenza della Corte di Giustizia europea del 13 maggio 2014, tecnicamente sì


Come chiedere di rimuovere un contenuto

Dopo la sentenza in favore del diritto all’oblio, o più correttamente alla deindicizzazione, Google ha messo a disposizione un modulo con il quale gli utenti possono chiedere la rimozione di link che li riguardano e che ritengono «inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessivi in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati». La procedura è semplice: si inseriscono i propri dati, la url che si desidera venga eliminata e una copia del proprio documento d’identità. Se il processo va a buon fine, Google integra nei suoi algoritmi la richiesta e alla successiva ricerca fatta sul nome dell’utente quel link non apparirà più

Contenuti virali

Tuttavia, anche se Google decidesse di accogliere la richiesta di cancellazione, il vero nemico dell’oblio rimane la viralità: «Se un’informazione è pubblica è difficile farla sparire da tutti i posti in cui è finita - spiega Mauro Conti, professore di sicurezza informatica all’Università di Padova - Da un punto di vista normativo è possibile chiedere aiuto, ma se il dato è stato condiviso è impossibile renderlo totalmente irreperibile». La url, quindi, non comparirà più quando qualcuno digiterà il nome dell’utente, ma potrebbe essere ancora raggiungibile tramite altre parole chiave


Se la richiesta è considerata illegittima

Il motore di ricerca, però, può anche decidere di considerare la richiesta illegittima e negare la cancellazione del contenuto. A quel punto l’utente può fare ricorso al Garante per la Privacy con una spesa di 150 euro e un’attesa di massimo 60 giorni. L’Authority può decidere se accettare o respingere la procedura in base al bilanciamento con il diritto di cronaca: se un fatto è troppo recente o è di rilevante interesse pubblico la risposta sarà negativa.


Quando rivolgersi al giudice

L’unica alternativa per il richiedente rimane quella di rivolgersi a un giudice civile per ricorrere contro il Garante, una decisione che comporta un impegno ancora maggiore sia dal punto di vista economico che delle tempistiche necessarie. È più facile, quindi, ottenere la cancellazione di informazioni riguardanti dati personali piuttosto che notizie legate a fatti di cronaca, vicende giudiziarie o comunque riprese dai mezzi d’informazione


Google: su 36mila richieste in due anni ne sono state accolte solo il 30%

Da maggio 2014 le richieste di rimozione dall’Italia sono state oltre 36.000: Google ne ha accolte poco più del 30% (contro il 50% di Francia e Germania). Inoltre il Garante della Privacy, in una nota della fine del 2015, aveva dichiarato di aver definito poche richieste di ricorso da parte degli italiani, circa 50, e che, fino a quel momento, di quelle presentate ne erano state accolte circa un terzo




Caso Tiziana Cantone: diritto all’oblio inefficace se sei nel ‘tritacarne’ online

Corriere della sera
di Massimo Sideri

«Era finita in questo schifo e si sentiva impotente». Ha usato queste parole, Teresa Petrosino, dopo che l’amica, Tiziana Cantone, si è suicidata. Impotente, cioè senza nessuna possibilità di intervenire: è come ci fa sentire la Rete con la sua capacità mediatica di amplificare, in questo caso, la malignità delle persone. Un contenuto come un video hard, che la stessa Tiziana aveva inizialmente diffuso anche se su una rete chiusa, privata, come Whatsapp, può trasformarsi in un treno che corre a velocità folle senza un macchinista. In questo caso il treno ha schiacciato Tiziana. Alcuni strumenti per intervenire esistono. Partiamo da questi per capire se ne servono altri.
Il diritto all’oblio
Nonostante la formula spesso usata anche per casi come quello di Tiziana Cantone il diritto all’oblio riguarda generalmente fatti legati al passato. Questo perché il diritto all’oblio è stato introdotto in seguito a un caso legale specifico, quello che riguardava il passato su Google dell’imprenditore Mario Costeja González. Con la sentenza del mese di maggio del 2014, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che alcuni utenti hanno il diritto di chiedere ai motori di ricerca come Google di rimuovere risultati relativi a domande che includono il proprio nome. Per potere essere rimossi, i risultati visualizzati devono essere “inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, oppure eccessivi”. La prassi ha fatto sì che l’interpretazione principale del diritto all’oblio riguardi dunque informazioni non più aggiornate, perché senza una rilevanza “corrente”. Dovrebbe chiamarsi diritto a una seconda possibilità in Rete.
Limiti
Chiaramente la procedura prevede un percorso online, ma prima di vedere come fare vale la pena analizzarne gli effetti, che per molti versi sono più limitati di quanto si possa immaginare. Innanzitutto la sentenza fa espressamente riferimento al nome di una persona. Questo vuole dire che si interviene solo sui risultati di Google a una domanda specifica che preveda quel nome. In realtà si potrebbe arrivare allo stesso link attraverso una formulazione diversa della domanda. Difatti è importante capire che il diritto all’Oblio non interviene minimamente sulle fonti. Le informazioni non vengono cancellate.

Questa è la differenza fondamentale con la querela per diffamazione che viene presentata al tribunale. Solo un giudice, difatti, può decidere di intervenire sulla fonte stessa dell’informazione laddove ne ravveda gli estremi. In sostanza il diritto all’Oblio interviene solo sul legame tra specifica domanda sul motore di ricerca, nome di una persona e risultati. Inoltre gli effetti sono «territoriali», quasi che si voglia intervenire sulla comunità di appartenenza. Se una richiesta viene fatta da un italiano, per esempio, il link verrà disconnesso da quel nome solo su google.it. Su google.fr, tanto per fare un esempio, il risultato sarà diverso.
Chi può agire
Chi può fare richiesta? Un cittadino europeo che dimostri il legame con la persona di cui si parla. Normalmente è la persona stessa. Per inciso, dunque, con la Brexit, gli inlgesi perderanno anche il diritto all’oblio non essendo più cittadini europei. Il modulo per attivare la richiesta è online. Se ne parla solo in rari casi, ma le richieste dal 2014 ad oggi sono state molte. Google fornisce delle precise statistiche del numero di richieste e del numero di casi andati a buon fine. Dal 29 maggio 2014 le richieste sono arrivate da 554.502 cittadini. Oltre mezzo milione di persone. I link analizzati sono stati 1.677.286 e la commissione (segreta) di Google ha deciso di non procedere nel 56,8% dei casi (43,2% i sì). La procedura infatti non va sempre a buon fine. Ed è comprensibile che sia così visto che insieme al diritto dell’individuo bisogna considerare il diritto-dovere di cronaca e anche la libertà di espressione.

Basta ricordate il recente caso di un ex terrorista, Roberto Nistri, che aveva richiesto la cancellazione dei link relativi al suo passato. In situazioni come queste ha prevalso l’interesse pubblico a non rimuovere informazioni che avrebbero, in sostanza, censurato una porzione della nostra storia (è vero che si interviene solo sui link di Google ma vale la pena ricordare che in Europa gli utenti unici mensili di Google viaggiano sopra i 300 milioni, su una popolazione complessiva dell’Ue a 28 Paesi di 504 milioni, dati Eurostat). In Italia sono state 36.270 le richieste con una buona percentuale di rifiuti (67,6%). Contro le decisioni della commissione per il diritto all’Oblio è previsto il ricorso al Garante per la privacy. A questo link si trovano tutte le statistiche italiane.

Altri strumenti
In realtà esistono altri strumenti come il centro di sicurezza su Youtube (dopo che in passato, quando ancora c’era Google Video, proprio l’Italia era stato il Paese di un caso vergognoso: il video di atti di bullismo nei confronti di un ragazzo affetto da autismo non era stato rimosso. Il fatto ha portato a una condannna per Google nel 2010). Ma certo il caso di Tiziana Cantone dimostra che le procedure di intervento sono forse efficaci nei cosiddetti cold case, questioni legate al passato, ma sono inefficaci quando un individuo finisce nel tritacarne digitale e rimane “impotente”.

14 settembre 2016 (modifica il 14 settembre 2016 | 21:18)

Come puoi tenere traccia del tuo veicolo in maniera economica, sfruttando il tuo smartphone?

La Stampa

Hai smarrito la tua auto e non ricordi dove hai parcheggiato? Succede anche ai migliori: vagare senza meta attraverso i parcheggi, premendo il pulsante del telecomando sul portachiavi per fare illuminare le luci dell’auto. Non hai bisogno di un qualche costoso transponder radio per tenere d’occhio la tua auto. Effettuare l’uplinking della tua quattro ruote verso il grande occhio nel cielo senza svuotare il conto in banca, è più semplice di quanto pensi.

Le unità GPS Standalone e le unità di triangolazione radio possono costare centinaia di euro. Senza contare le tariffe d’installazione e i costi (frequentemente considerevoli) di attivazione e mensili associati a qualsiasi servizio tu scelga. Per la maggior parte di noi, non ne vale la pena. La buona notizia è che alcuni dei problemi più grandi della vita sembrano destinati a scomparire grazie alla nuova tecnologia. Se ti dimentichi spesso dove hai parcheggiato l’auto, c’è un piccolo gadget e una app che potrebbero proprio fare al caso tuo.

Di cosa si tratta?

Si tratta di Trackr, un dispositivo piccolo e discreto grande quanto una moneta che sta rivoluzionando il mercato.

Ma… Come funziona?

Molto semplice! Ci vogliono meno di cinque minuti per renderlo operativo. Devi semplicemente accopiarlo con il tuo smartphone e scaricare l’applicazione gratuita la quale ti consentirà di localizzarlo in ogni momento. Una volta fatto ciò, devi soltanto agganciarlo al tuo portachiavi, oppure nel tuo portafoglio o su qualsiasi oggetto desideri poter localizzare sempre. In questo caso dovrai soltanto nasconderlo nella tua auto.

maps

Ora tutto quel che devi fare è aprire l’applicazione sul tuo cellulare e vedrai la posizione del tuo dispositivo sulla mappa. Se smarrisci l’auto, basta selezionare “trova dispositivo” e tu riceverai le coordinate della nuova posizione.

Con Tracker potrai localizzare la tua auto in ogni momento  
Con Tracker potrai localizzare la tua auto in ogni momento

Quanto mi costa?

Probabilmente stai pensando che questo dispositivo sarà molto costoso… ma non è così. Questa è la parte migliore, puoi acquistarne uno a pochissimo, il prezzo è di circa € 29. Non male considerando che può portarti la tranquillità assoluta.

Altre funzioni

Ti capita spesso di dimenticare il portafoglio? Dimentichi dove hai lasciato le chiavi? O vuoi impedire che il tuo animale domestico scappi via? Con Trackr puoi tenere traccia anche dei tuoi effetti personali, basta semplicemente collegarlo a qualsiasi cosa consideri importante per te o facile da smarrire, poi lo colleghi al tuo Smartphone (con l’applicazione Trackr) e troverai quello che hai perso, semplicissimo!

Istruzioni dettagliate su l’utilizzo di Trackr

Ora che conosci il potenziale di questo curioso dispositivo, ecco un breve sommario per chiarire ogni tuo dubbio:
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  • Fase 3: Scarica la app per avere sempre a portata di mano la posizione dei tuoi oggetti preziosi.

Perché il pasto da casa è un diritto?

La Stampa
paola italiano

Ora le scuole devono organizzarsi. Se i bimbi stanno male i responsabili sono i genitori



I giudici della prima sezione civile del tribunale di Torino hanno respinto un reclamo del ministero dell’Istruzione e hanno ribadito che tutti gli studenti hanno diritto di consumare a scuola il pasto da casa. Tutti, non solo le 58 famiglie che avevano vinto la causa in Corte d’Appello a giugno. 

Perché è un diritto?
Perché l’orario scolastico per chi sceglie il «tempo pieno» va dalle 8,30 alle 16,30. Ed è lo stesso ministero a dire che l’ora del pranzo non è una pausa, ma è un momento educativo a tutti gli effetti. Da questo discende che tutti devono poter partecipare, perché si tratta di garantire il diritto costituzionale all’istruzione. Il servizio mensa è nato per agevolare le famiglie: ma non è obbligatorio, ed è a pagamento, a «domanda individuale». Questo vuol dire che, per iscrivere il figlio al tempo pieno, non è necessario iscriverlo anche alla mensa. Infatti, ci sono genitori che vanno a prendere il figlio per pranzo e lo riportano a scuola nel primo pomeriggio. Ora, i giudici dicono che non sono costretti a farlo. 

Ma allora non sarebbe più giusto che i genitori che non vogliono che il figlio mangi in mensa, lo iscrivano al tempo «definito», cioè la sola mattinata, e non al tempo pieno?
 No, i genitori devono essere liberi di scegliere l’offerta formativa che prediligono in modo incondizionato, ed è questa una delle principali novità nell’ordinanza di ieri. I giudici osservano che lasciare il figlio a scuola per 5 ore o per 8 ore non sempre e non solo è una scelta di carattere educativo, ma dipende spesso da dinamiche famigliari che non consentono ai genitori, normalmente per motivi di lavoro, di andare a prendere i figli a pranzo. Questo vuol dire semplicemente che molte famiglie non hanno scelta. E, invece, devono poterla avere: e il loro diritto non può essere subordinato all’iscrizione a un servizio a pagamento, per giunta non obbligatorio, come la mensa. In altri termini, un genitore deve poter scegliere il tempo pieno e lasciare il figlio a scuola anche all’ora di pranzo, senza essere costretto a pagare. 

Come si fanno a garantire adeguate misure igienico-sanitarie?
Le ditte che hanno in appalto il servizio di ristorazione, sono tenute ad attenersi agli standard stabiliti dall’Unione Europea. Ma si tratta di regole che si applicano solo in ambito commerciale e su cui devono vigilare le Asl, e non si applica ai privati. Le Asl non hanno diritto di controllo sul pasto cucinato in casa e dato al figlio. Non esistono leggi che vietano di introdurre a scuola cibo dall’esterno: le uniche limitazioni sono contenute nel capitolato d’appalto e nelle polizze stipulate dalle ditte appaltatrici: ma queste, dice il collegio, non hanno valore di fonte normativa e non possono pregiudicare il diritto più ampio che viene affermato, cioè quello del diritto all’istruzione, costituzionalmente garantito. 

Come devono organizzarsi allora le scuole?
I giudici avevano già spiegato che non spetta al tribunale dire come le scuole si devono organizzare. Ma hanno messo alcuni paletti: il primo, è quello di evitare una «segregazione» di chi sceglie il pasto da casa. Poiché il tempo della mensa è un momento a tutti gli effetti formativo, non deve essere snaturato, quindi ci devono essere gli insegnanti e i ragazzi devono stare insieme, condividere lo stesso ambiente. Nella nuova ordinanza si spiega che se mangiano nello stesso refettorio sia gli studenti con il pasto domestico sia quelli della mensa, allora sarà opportuno «stabilire regole di coesistenza». Per evitare che la ditta appaltatrice sia chiamata a rispondere delle responsabilità per il cibo portato da fuori, i giudici ipotizzano che si possa dividere in due ali il refettorio, oppure si può pensare «a un avvicendamento tra gruppi di utenti». Il paletto è questo: «si tratta comunque, e in ogni caso, di coesistenza e non di reciproca esclusione». 

Di chi sono le responsabilità se qualcuno sta male?
Non si può negare al genitore il diritto a scegliere tra il servizio di refezione offerto dal Comune e la consumazione a scuola di un pasto preparato a casa, «evidentemente sotto la propria responsabilità». Ognuno è responsabile di quello che cucina: il genitore e la ditta di ristorazione. Gli insegnanti e il personale devono vigilare affinchè i bambini non si scambino il cibo, come avviene già ora. 

Social

La Stampa
jena@lastampa.it

Se li conosci, li eviti.

Cyberbullismo, un sito mostra cosa significa vivere tra insulti e minacce

La Stampa
sara iacomussi

This was Louise’s Phone raccoglie gli sms ricevuti da una ragazzina di 16 anni morta suicida
«Per mia figlia è troppo tardi, ma insieme possiamo fare in modo che queste tragedie non accadano più». La figlia in questione era Louise, suicida a sedici anni, a causa del cyberbullismo. Una storia diversa da quella di Tiziana Cantone, ma sempre con protagonista una giovane e fragile donna.

I motivi di tanto dolore, in questo caso, gli insulti tra i banchi, i messaggi sul telefono dai contenuti cattivi e con incitazioni al suicidio. E così, dopo mesi e mesi, sms su sms, Louise si è tolta la vita.
Suo padre, insieme alla polizia francese, ha scelto di rendere omaggio al gesto disperato attraverso un sito, This was Louise’s Phone (Questo era il telefono di Louise), che più che uno spazio su internet è un modo per vivere un’esperienza, un viaggio virtuale all’interno di ciò che può accadere quando si viene bullizzati.

Appena entrati sul sito, infatti, basta cliccare su «esperienza di cyberbullismo» per venire proiettati, con in sottofondo una musica calma ma che costringe all’attenzione, in una stanza piena di palloncini blu. Ci si può spostare nell’ambiente virtuale attraverso i movimenti del mouse e, cliccando sui palloncini, compaiono dei messaggi. Sono gli oltre 700 sms che il padre di Louise ha trovato sul cellulare della figlia dopo la sua morte. «Non auguro la morte a nessuno, ma a te sì». «Hai la faccia da maiale». «Sei brutta». Sono alcuni dei contenuti che si possono leggere.

Alla fine del «viaggio» compare un muro, su cui sono segnate le oltre 4000 firme virtuali di persone che hanno promesso al padre di Louise, a se stesse e al mondo del web di non bullizzare mai nessuno, di difendere chi viene preso di mira e, qualora necessario, di ricorrere alle autorità.

Dal MiTo ai ToMi, un’idea per la pace dei Saloni

La Stampa
 massimo gramellini

La Settimana Lunga del Libro, 5 giorni con gli stand a Milano e 5 a Torino con gli scrittori nei palazzi e nei musei del centro: il più formidabile Festival letterario mai esistito in Italia


Disegno di Stefano Frassetto

Un testo fondamentale per capire cosa sia successo e cosa potrebbe ancora succedere al Salone del Libro nel Paese-Che-Non-Legge è il saggio di Spencer Johnson Chi ha spostato il mio formaggio? Vi si narrano le gesta di due gnomi, Tentenna e Ridolino, alle prese con una novità sconvolgente: dal deposito in cui si recano ogni giorno per nutrirsi è scomparso improvvisamente il formaggio. Che fare? Ridolino suggerisce di prendere esempio dai topi, che sono già corsi a cercarlo altrove. Ma Tentenna si ribella: «Perché dovremmo cambiare? Noi meritiamo il formaggio. Siamo gnomi, esseri speciali, e abbiamo lavorato a lungo per avere questo formaggio».

L’orgoglioso Tentenna ostile al cambiamento rischia di fare una brutta fine, ma vanta moltissimi tentativi di imitazione. Anche a Torino, dove c’è chi, sentendosi un essere speciale, si rifiuta di prendere atto che il formaggio del Salone non c’è più e non tornerà, almeno nelle forme conosciute.
Ora, si può discutere fino allo stordimento su chi sia stato a fare sparire il formaggio e irrigidirsi come Tentenna nella difesa di un ricordo. Ma lascio volentieri questa materia agli storici del masochismo metropolitano. Io sto con Ridolino e, anziché rimpiangere il formaggio sparito e pretenderne la restituzione, vorrei capire se esiste la possibilità di andare a sgraffignarne un altro pezzo altrove. 

Le cronache raccontano che, dopo la decisione degli editori milanesi di portare il formaggio a casa loro, è intervenuto il ministro Franceschini, che con arte sapientemente democristiana ha tessuto i fili di un accordo per indurre Milano a dividere il pasto con Torino e scongiurare lo spettacolo grottesco di due saloni concorrenti in un Paese che ha più scrittori che lettori. Proprio oggi un comitato di «saggi» proverà a riempire l’accordo di contenuti. Le premesse non sono entusiasmanti, dopo che in un’intervista al nostro giornale l’amministratore delegato della Fiera di Milano ha detto senza troppi giri di parole che il formaggio se lo tiene lui, e pure l’arrosto: ai torinesi concederà al massimo le patatine, neanche tanto ben cotte. Fuori di metafora, a Milano il Salone vero e a Torino, se proprio insiste, i famigerati «eventi collaterali». 

Se così fosse, la rottura sarebbe assicurata, perché i torinesi non avranno talento per gli affari, ma posseggono un altissimo senso della propria dignità. Una soluzione deve pur esserci. Bisogna anzitutto evitare di sovrapporre le date: il peso mediatico di Milano è talmente forte che la parte torinese del Salone ne sarebbe inevitabilmente oscurata. Milano e Torino non si possono sovrapporre, ma nemmeno distanziare. E allora? Allora non resta che agganciarle. Istituendo la Settimana Lunga del Libro. Durata dieci giorni, equamente divisi. Le cinque giornate di Torino e le cinque di Milano, che storicamente ne ha una certa esperienza. Dal venerdì al martedì in una città, dal mercoledì alla domenica nell’altra, così da garantire un weekend a entrambe.

Spartite le date, bisognerà decidere come dividersi il formaggio, e qui tutto dipende da Torino. Può rinchiudersi nel suo offeso particolarismo e costruire un Salone Off Off, riservato alle piccole case editrici e ai peraltro nobilissimi scrittori dei Paesi emergenti. Più che un salone, un tinello del libro, di cui parlerebbero solo gli addetti ai lavori (e ai livori). Oppure fare come lo gnomo Ridolino. Rovesciare lo schema, escogitando qualcosa di completamente nuovo, in linea con la creatività che ai torinesi non fa difetto (a differenza della rapidità d’azione, purtroppo). Lasciare dunque il Salone a Milano, che essendo più grande e più forte se lo è già preso comunque, per organizzare il più formidabile Festival letterario mai esistito in Italia. 

Come? Mettendo a disposizione dei libri lo splendore del centro cittadino. I palazzi, i musei, i teatri, i portici e le piazze, sul modello di quanto sta per accadere al Salone del Gusto. Così la divisione dei ruoli avrebbe un senso. Milano si terrebbe gli stand, gli eventi mondani e fuffaioli e le trattative commerciali, mentre Torino ospiterebbe lo spettacolo della parola:

convegni, lezioni e soprattutto letture, in un crescendo che sul modello di altre capitali europee potrebbe culminare in una Notte Bianca del Libro. Dove, con il budget di cui finora si era nutrito il Lingotto e sfruttando le sinergie con Milano, si potrebbero vedere (a mo’ di esempio) la Rowling al Museo Egizio che legge il nuovo Harry Potter, Dan Brown tra i misteri esoterici di Palazzo Madama, Benigni al Museo del Cinema che recita Dante, Franzen in via Po e Camilleri al Teatro Carignano.

E poi scrittori nelle piazze e poeti a declamare versi sui pulmini elettrici che condurrebbero gli spettatori da un sito letterario all’altro, consentendo un inedito giro turistico della città. Sarebbero giorni memorabili, in grado di portare materialmente i libri in mezzo ai lettori e persino ai non-lettori.
Una volta spartito in modo sensato il formaggio, resterebbe solo da trovargli un nome. MiTo esiste già. Rimane ToMi, e trattandosi di libri suona anche meglio. 

Paradossi

La Stampa
jena@lastampa.it

In farmacologia si chiama effetto paradosso: se gli americani si schierano per il Sì, vincerà il No.