domenica 11 settembre 2016

E’ morta l’infermiera che bacia il marinaio in una delle foto simbolo della seconda guerra mondiale

La Stampa


Il bacio in Times Square di Alfred Eisenstaedt

Quel bacio a Times Square il 14 agosto 1945, catturato dal fotografo Alfred Eisenstaedt, divenne il simbolo della fine della Seconda guerra mondiale. Oggi, la ragazza protagonista del bacio, Greta Zimmer Friedman, è morta a 92 anni. Ad annunciarlo il figlio Joshua alla Cbs: la donna, malata da tempo, è morta giovedì scorso per una polmonite e sarà seppellita in un cimitero in Virginia. 
Friedman, nata in Austria ed emigrata negli Stati Uniti con le due sorelle più giovani nel 1938, all’epoca della foto era un’assistente dentale. Il marinaio che la sta baciando, George Mendonsa, ora ha 89, ed è un pescatore in pensione che vive nello stato del Rhode Island.

Il nome dei due protagonisti della foto, pubblicata su Life, è rimasto sconosciuto per anni fino a quando, nel 1980, la rivista chiese un aiuto per identificarli. Solo nel 2012 però, un libro documentò che la ragazza vestita di bianco, che inizialmente si pensava fosse un’infermiera, era in realtà un’assistente dentale di 21 anni. Secondo quanto raccontò poi Friedman, il bacio fu del tutto casuale. Un momento di festa per la fine della guerra, durato pochi secondi e reso immortale da Eisenstaedt.

Sparò a Reagan, dimesso dall’ospedale psichiatrico

La Stampa

L’uomo scelse l’ex presidente come bersaglio per impressionare l’attrice Jodie Foster



John Hinckley Jr., l’uomo che sparò a Ronald Reagan il 30 maggio 1981 a Washington, è stato dimesso per buona condotta dall’ospedale psichiatrico in cui era ricoverato. Hinckley Jr. si trova ora a casa di sua madre in Virginia.

Sei colpi di pistola diretti all’ex presidente, fuori da un albergo di Washington. Il movente?
Impressionare l’attrice Jodie Foster. Venne giudicato non colpevole per infermità mentale: decisione che, all’epoca, fece montare l’indignazione nell’opinione pubblica, portano a successivi cambiamenti nei requisiti atti a parlare effettivamente di gravi disturbi psichici nelle aule di tribunale.

Secondo il giudice distrettuale Paul L. Friedman, il trattamento psichiatrico ricevuto da Hinckley è stato efficace. L’uomo sarà monitorato dal tribunale e continuerà a essere curato.

Belpietro-Feltri, l’eterno duello a destra: l’allievo sfida il maestro in edicola

La Stampa
giancarlo loquenzi

A fine mese debutta il quotidiano dell’ex direttore di «Libero»



A fine settembre vedrà la luce «Verità», il nuovo quotidiano diretto da Maurizio Belpietro: 3 milioni di euro per partire, 24 pagine, sede milanese con affaccio sul centro destra post berlusconiano. Un’area politico-editoriale in gran fermento se si considera anche il passaggio di mano de il «Tempo» da Domenico Bonifaci alla famiglia Angelucci che già possiede «Libero». Ma la notizia, più che far parte delle novità editoriali dell’anno, trova piuttosto risalto nel contesto quasi antropologico dell’eterna rivalità tra Belpietro e Vittorio Feltri, che nel frattempo è tornato alla direzione di «Libero», da lui fondato e diretto nel 2000 e da cui lo stesso Belpietro è stato cacciato a maggio.

Il garbuglio è già evidente e a voler ricostruire gli intrecci, i passaggi, gli scambi e gli scontri tra i due ci vorrebbe un inserto speciale. Anche perché la guerra continua: «Libero» e «Verità» già si atteggiano a fortilizi contrapposti con passaggi di campo annunciati, tradimenti e defezioni. Hanno già passato il Rubicone verso la nuova sponda Giampaolo Pansa, Giacomo Amadori, Massimo De Manzoni; ha detto ciao con un tweet anche Mario Giordano e già si parla di possibili fughe per Giancarlo Perna e Filippo Facci.

Ma anche questo non basta a raccontare il sottofondo vero di una vicenda umana e professionale cominciata molti anni fa. Una rivalità che nel giornalismo potrebbe trovare una sua rima con l’epopea sportiva di Bartali e Coppi. Con il giovane gregario che diventa il più temuto rivale, e con quel dualismo che si faceva leggere anche come una metafora politica dei tempi. Le differenze poi sono infinite ma se nello scontro lungo le strade del Giro si intravedeva anche lo spirito del tempo: la frattura tra laici e cattolici, la rivalità tra comunisti e democristiani, anche il continuo surplace di Feltri e Belpietro potrebbe riraccontare le tensioni interne al centro destra, fino agli odierni scismi sull’asse del renzismo.

Anche Belpietro era un gregario all’inizio. Feltri lo racconta così quando la prima volta lo incontrò nel 1982 a «Bergamo Oggi» di cui era direttore: «Era tutto precisino, indossava i pulloverini con i colorini, quasi sempre grigio orfanotrofio. Ma era intelligente. E un po’ sospettoso. Pensai: “Sto qua mi sarà pure un po’ antipatico, però ci sa fare” e gli delegai la guida del giornale in mia assenza. Aveva 25 anni, un ragazzino».

All’inizio il loro rapporto fu proprio questo: Feltri che delegava la guida del giornale a Belpietro, Feltri che inventava, spiazzava, volteggiava, annusava l’aria e anche si godeva la vita, Belpietro al chiodo, stacanovista, concentrato sui menabò. Andò così all’«Indipendente» nel ’92 e poi al «Giornale» nel ’94: la cura Feltri-Belpietro, funziona, ha l’effetto di un ricostituente su testate spossate e anemiche, e diventa un marchio di fabbrica. Poi le cose cambiano, Belpietro si affranca, prova il gusto della direzione al «Tempo» di Roma e arriverà a sfilare dalle mani di Feltri, prima il «Giornale» nel 2001, poi «Libero» nel 2009 e spesso fa meglio del maestro.

I due non sono mai arrivati allo scontro e all’insulto, la loro rivalità è sempre stata fatta di allusioni, covata guardandosi da lontano con reciproca sprezzatura. Le cose cambiano con l’avvento dell’era renziana. Quando l’editore di «Libero» e parlamentare di Forza Italia, Antonio Angelucci, decise di allontanare Belpietro, si disse che era una manovra ispirata da Verdini per svelenire almeno un po’ l’anti-renzismo del quotidiano. Belpietro aveva più volte detto di voler votare no al referendum costituzionale, così ecco arrivare alla direzione Feltri che invece si era convinto per il sì e aveva cercato di convincere anche Berlusconi.

Ma Feltri a fare il renziano di complemento non ci sta e ribalta l’accusa niente meno che su Belpietro con una lettera a Marco Travaglio condita di qualche malevola indiscrezione: «Quando si dice che Belpietro è stato cacciato perché antirenziano e io ripreso a “Libero” perché renziano, si prende un granchio. Perché Renzi non l’ho mai visto se non in tv. Mentre so con assoluta certezza che Belpietro si è scomodato ben due volte, per andare a Palazzo Chigi dove ha incontrato il presidente del Consiglio in carica, con cui, in entrambe le circostanze, ha fatto colazione». Per la «Verità» si aspetta fine settembre.