venerdì 2 settembre 2016

La foto sbiadita del piccolo Alan

La Stampa
francesca paci



È passato esattamente un anno da quando il corpo del piccolo Alan Kurdi depositato dalle onde sulle sponde dell’isola di Bodrum svelò quello che il mondo avrebbe dovuto sapere già da almeno tre anni, che cioè da quando i fondamentalisti islamici si erano appropriati della inizialmente pacifica ribellione contro Assad a scappare dalla Siria non erano più solo i poveracci ma la classe media, famiglie dotate di iPad e bambini con lo zainetto uguale a quello dei coetanei sulle spiagge di Lesbo, un popolo in fuga con cui immedesimarsi facilmente.

Cosa è rimasto di quella commozione globale, degli hastag, della magliettina rossa assurta a icona del nostro senso di colpa? C’è la foto di Alan sorridente nella casa di Vancouver della zia Tima, che martedì è volata a Erbil per accompagnare il fratello Abdullah al cimitero di Kobane, dove oltre ad Alan ha seppellito l’altro figlio Ghalib e la moglie Rehanna, tutti inghiottiti dal Mediterraneo. C’è l’urlo sordo di Abdullah, indifferente alle voci che l’avrebbero voluto complice degli scafisti assassini e irriducibile nel ripetere come la morte del suo bambino di 3 anni sia valsa solo lacrime di coccodrillo rivelandosi inutile di fronte alla tragedia senza fine del suo popolo.

Ci sono migliaia di Alan e ci sono i «fortunati», i baby profughi che sono sopravvissuti al mare per sottovivere in un campo di transito come Noura, 5 anni, intercettata da Amnesty International nella tendopoli greca di Skaramagas, come Dilaver e Mahmoud, 4 e 2 anni, parcheggiati a Chios, come Rachel, 8 anni, precaria per mesi prima di ottenere il permesso umanitario britannico ed approdare a Bradford. Dopo l’accordo tra Ankara e l’Unione Europea la rotta balcanica tentata da Alan è sigillata, ma loro sono ancora lì, genitori e figli, tutti ad attendere la buona sorte o a sfidarla avventurandosi per altre vie verso il nord Africa.

Secondo International Rescue Committee dall’inizio del 2016 almeno 85 mila minori hanno rischiato di annegare per raggiungere l’Europa, 1500 di loro non accompagnati aspettano in Grecia una qualche forma di ricollocamento, oltre 2 milioni sono bloccati in aree della Siria sotto assedio o ad altissimo rischio e 2,7 milioni non vanno a scuola da quando è iniziata la crisi nel 2011. Poi ci sono gli altri, l’afghano Ismail di 3 anni accampato all’esterno del vecchio aeroporto di Atene Elliniko, l’etiope Mary di 13 anni già profuga nel campo kenyota di Kakuma, eritrei, sudanesi, i più disgraziati tra i disgraziati.

È passato esattamente un anno dalla morte di Alan Kurdi ma l’emozione di allora sembra sbiadita come l’immagine della Merkel che spalancava le braccia ai disperati. «La situazione dei fondi è andata peggiorando anche perché Bruxelles ha preferito stanziare per la Turchia 3 miliardi che dovrebbero includere una parziale copertura dei costi di ospitalità dei rifugiati, a fine giugno le stime dell’Onu suggerivano come la spesa umanitaria mondiale sia scesa ormai al 55% dei bisogni» osserva Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia. Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, conferma le difficoltà di fare fronte alla «maggiore crisi umanitaria» dei nostri tempi:

«Le necessità della Siria sono state finanziate al 41% e siamo già a settembre, è un po’ meglio del 37% del 2015 ma siamo ancora in alto mare». Cosa è rimasto della foto della fine dell’innocenza (fittizia)? Poco, pare. La speranza è che non diventi un tabù.

Esplode la batteria”, Samsung blocca le vendite dei Galaxy Note 7

La Stampa

La decisione dopo alcuni incidenti durante la ricarica. Rinviato il lancio in Italia previsto per oggi



Samsung blocca le vendite dei Galaxy Note 7 dopo che si sono verificati alcuni casi di esplosione delle batterie durante la ricarica. Koh Dong-jin, presidente della sezione mobile di Samsung, ha spiegato che i clienti che hanno già comprato il dispositivo potranno cambiarlo con un altro smartphone. L’azienda ha confermato che sono 35 i casi di esplosione, causati da problemi di batteria. L’annuncio arriva appena a due settimane dal lancio del nuovo dispositivo, venduti 1 milione di pezzi e nel giorno del lancio in Italia (che ora è stato rimandato).

Il complotto

La Stampa
massimo gramellini

Era una notte buia e tempestosa quando Matteo Renzi convocò a Palazzo Chigi entrambi i suoi amici del cuore, Matteo e Renzi. «Ascoltate ragazzi», esordì nella distrazione generale. «C’è un solo modo per disintegrare Grillo e vincere in carrozza le elezioni del 2018. Fargli governare Roma». «Ma il sindaco in carica è del nostro partito», obiettarono i suoi amici. «E come pensi di convincere i romani a votare per dei parolai che non saprebbero amministrare un condominio sfitto?». «Semplice», ghignò il premier. E passò a esporre il suo piano machiavellico.

«Per prima cosa metterò Orfini a capo del Pd di Roma: una garanzia di insuccesso. Poi gli ordinerò di cacciare Marino con una scusa ridicola. Così si andrà a nuove elezioni, alle quali il Pd presenterà uno che non abbia la minima possibilità di vincerle». «Orfini?». «Non esageriamo. Giachetti basta e avanza. A quel punto non ci resterà che agevolare la vittoria di una Cinquestelle meno seria di Chiara Appendino. Che ne dite della fantasmatica Raggi? Vedrete che dopo un paio di mesi le poche persone capaci che si sarà messa intorno scapperanno a gambe levate, lasciandola in balia dei fanfaroni».

Non c’è che dire, il piano ha funzionato. Però neanche l’astutissimo Renzi poteva prevedere che proprio negli stessi giorni la sua ministra Lorenzin avrebbe scatenato una campagna pubblicitaria per ricordare alle donne quanto sia preferibile fare figli da giovani - avendo, si presume, un fidanzato e uno stipendio fissi - piuttosto che rimanere sterili e precarie a vita. Assaggiati i grillini e le lorenzin, l’elettore medio si starebbe ora orientando verso forme di vita più evolute, tipo i Pokémon e Donald Trump.

Via libera Ue alla fusione Wind-H3G: a Ibarra la direzione della nuova azienda

La Stampa
roberto giovannini

La Commissione Europea impone alcune cessioni per favorire lo sbarco sul mercato italiano del mobile del nuovo operatore Iliad/Free



Via libera della Commissione europea alla fusione tra Wind e H3G. A condizione - dice però Bruxelles, sapendo che si tratta di una condizione già rispettata - che le due aziende cedano parte delle loro attività a Iliad, la capogruppo dell’operatore francese di tlc Free, consentendo dunque a un nuovo operatore di telefonia mobile di sbarcare sul mercato italiano. A quanto si apprende, a capo della nuova società che emergerà dalla fusione Wind-Tre ci sarà Maximo Ibarra, attuale CEO di Wind.

«Possiamo approvare l’accordo perché Hutchison e VimpelCom hanno proposto misure correttive considerevoli, che consentono a un nuovo operatore di rete mobile, Iliad, di accedere al mercato italiano», ha dichiarato la commissaria Ue alla concorrenza Margrethe Vestager.

La decisione odierna della Commissione Ue è il risultato di un’indagine approfondita sull’operazione che prevede la fusione di Wind (controllata di VimpelCom) e di H3G (controllata di Hutchison), rispettivamente terzo e quarto operatore sul mercato italiano al dettaglio dei servizi di telefonia mobile.

Le misure correttive strutturali effettive proposte da Hutchison e da VimpelCom «sciolgono tutte le riserve sollevate dalla Commissione sotto il profilo della concorrenza» in quanto «consentiranno l’ingresso sul mercato italiano di un nuovo operatore di rete mobile, la società di telecomunicazioni francese Iliad». In questo modo «le parti possono crescere sfruttando i vantaggi della fusione delle rispettive attività, mentre gli utenti italiani di telefonia mobile continueranno a beneficiare di una concorrenza effettiva».

In dettaglio, le misure correttive per rispondere alle preoccupazioni di Bruxelles sono: la cessione al nuovo operatore di una determinata quantità dello spettro radio mobile della joint venture proveniente da diverse bande di frequenza (900 MHz, 1 800 MHz, 2 100 MHz e 2 600 MHz). Poi, il trasferimento/co-locazione (ossia condivisione) di varie migliaia di siti per l’installazione di stazioni base mobili dalla joint venture al nuovo operatore. Infine, un accordo transitorio (per l’accesso a 2G, 3G e 4G, e a nuove tecnologie) che permette al nuovo operatore di usare la rete della joint venture per offrire ai clienti servizi mobili a livello nazionale fino a quando non abbia costituito la propria rete.

Di fatto, il trasferimento dei blocchi di frequenze e dei siti di stazioni base mobili permetterà al nuovo operatore di sviluppare e lanciare la propria rete in Italia e di proporsi come quarto operatore di telefonia mobile, fornendo servizi al dettaglio ai consumatori e servizi di accesso all’ingrosso agli operatori virtuali di rete.

«La decisione di oggi fa sì che in Italia il settore rimanga competitivo, in modo che i consumatori possano continuare a godere di servizi mobili innovativi a prezzi equi e su reti di qualità», ha detto Vestager, sottolineando che «questo caso dimostra che in Europa le società di telecomunicazioni possono crescere non solo consolidandosi all’interno dello stesso paese, fatta salva la concorrenza effettiva, ma anche espandendosi oltrefrontiera, come Iliad in questo caso».

Ieri Iliad/Free, la società francese che fa capo a Xavier Niel, aveva comunicato i dati che segnavano un nuovo semestre di crescita, e che le hanno permesso di superare la rivale Sfr per numero di abbonati nel fisso. La società di Niel si prepara a sbarcare con grandi ambizioni in Italia, definito «un mercato molto attraente».

«Abbiamo molta fiducia nella nostra capacità di avere successo sul mercato italiano», ha detto l’a.d di Iliad, Maxime Lombardini, alla presentazione dei conti. Iliad, in base all’accordo con Wind-H3G, potrà rilevare attività che «permetteranno di sviluppare rapidamente un’offerta aggressiva nel mobile», ha detto Lombardini. 

L'hacker dai capelli bianchi

Corriere della sera
a cura di Marta Serafini

Dall'Australia all'ambasciata ecuadoriana a Londra, la vita del pirata più famoso del mondo. Julian Paul Assange nasce a Townsville, in Australia. Figlio di attori, da piccolo cambia casa 37 volte. Alla fine degli anni 80 entra in un gruppo di hacker


 

7 Dicembre 2010

In manette
Assange si costituisce in Gran Bretagna dopo essere scappato dalla Svezia e viene arrestato. Rimarrà in carcere fino al 14 dicembre. La Svezia fa richiesta di estradizione, secondo molti per consegnarlo agli Usa, dove potrebbe essere processato per spionaggio in quanto ha rivelato informazioni minacciando la sicurezza nazionale. La pena per questo reato negli Stati Uniti è l'ergastolo o la pena di morte.


 

11 Giugno 2011

Alla sbarra per stupro
Nel 2010 Assange viene accusato dal Tribunale di Stoccolma di stupro. Il reato contestato è di aver avuto rapporti non protetti con due donne consenzienti. Al momento dell'arresto non esistono altre prove se non le testimonianze delle due donne. Due giorni dopo l'accusa viene spiccato un mandato di cattura dall'Interpol




4 Settembre 2011

Un leak dopo l'altro
Nei suoi anni a Londra, Assange continua il lavoro di pubblicazione di documenti segreti. Ma molti collaboratori iniziano a tentennare e ad abbandonarlo. Tra le cause di defezione anche la scarsa protezione della fonti da parte di Assange, come nel caso del soldato Manning, poi processato negli Usa




11 Aprile 2012

Wikileaks, il sogno di un visionario
Dal 2007 Assange promuove il sito Wikileaks, di cui si definisce editor in chief (capo redattore). Poi, nel 2010, dopo averlo annunciato, il sito rende pubblici 251 mila documenti diplomatici segreti che fanno tremare i vertici dello spionaggio e dei foreign office di tutto il mondo




15 Giugno 2012

Da un tribunale all'altro
Per oltre due anni si susseguono le udienze di ricorso per la richiesta di estradizione della Svezia. Verso metà giugno la Corte Suprema britannica rigetta il ricorso.




19 Giugno 2012

In ambasciata
Assange si rifugia nell'ambasciata ecuadoriana a Londra chiedendo asilo politico in quanto perseguitato. Il ministro degli esteri dell'Ecuador Patino lo annuncia in conferenza stampa. La madre di Julian afferma che il figlio ha problemi di salute a causa dello stress




20 Agosto 2012

Un fuggiasco al balcone
In un discorso che tutto il mondo segue Assange chiede a Obama di non perseguitare i giornalisti. «Basta caccia alle streghe», tuona rivolto agli Stati Uniti cui chiede di rinunciare a perseguire Wikileaks in nome della libertà di stampa




30 Gennaio 2013

Un'icona candidata
Il fondatore di Wikileaks diventa definitivamente una star. Stilisti, star e intellettuali lo vanno a trovare a Londra. Si candida anche al Senato australiano




9 Giugno 2013

Un'altra talpa
L'ex tecnico Cia Edward Snowden rivela al giornalista del Guardian Glenn Greenwald come gli Stati Uniti abbiano portati avanti programmi di spionaggio a tappeto su miliardi di metadati su telefonate e comunicazioni via internet. Snowden preferisce rivelare i dettagli segreti dell'Nsa a due giornalisti piuttosto che a Wikileaks




30 Gennaio 2014

Invecchiato e braccato
Assange si dice pronto a consegnarsi alle autorità britanniche. A 43 anni, secondo la stampa, avrebbe problemi polmonari e cardiaci. Il Daily Mail scrive che l'ambasciata dell'Ecuador ha chiesto l'autorizzazione per farlo ricoverare, sfruttando un'auto diplomatica come ambulanza, in modo da evitare l'arresto. Le autorità britanniche avrebbero respinto la richiesta.




12 Agosto 2015

Verso la libertà?
Si avvicinano alla prescrizione una parte delle accuse per molestia sessuale ai danni di Assange. Ma resta valida l'accusa di stupro per cui la prescrizione è prevista nel 2020. Inoltre resta valido il capo di imputazione degli Stati Uniti che vogliono processare Assange per spionaggio.




2016

L'accusa del «New York Times»
La Russia ha tratto benefici dalla maggior parte delle rivelazioni di Wikileaks e delle dichiarazioni di Juliane Assange. Ma non solo. Assange avrebbe volutamente evitato di divulgare documenti che potessero mettere in imbarazzo il governo di Putin e dei suoi alleati, come il presidente siriano Assad. Sono pesantissime le accuse del New York Times che ha pubblicato una lunga analisi nella quale di fatto avvalla la teoria che il fondatore di WikiLeaks agisca per conto di Mosca.

Piazzisti telefonici, tutte le armi per mettere fine alle chiamate moleste

ilfattoquotidiano.it
di Patrizia De Rubertis

Chiamate per offerte promozionali ad ogni ora e proposte commerciali aggressive e poco chiare. Quotidianamente i consumatori vengono pressati dal telemarketing senza aver mai espresso il consenso. Le regole per tutelarsi ci sono, ma non sempre vengono rispettate e andrebbero aggiornate. A iniziare dal Registro delle opposizioni

Piazzisti telefonici, tutte le armi per mettere fine alle chiamate moleste

Essere subissati di telefonate dai call center che, a qualsiasi ora del giorno e della notte, propongono di cambiare gestore per risparmiare sulla bolletta grazie a tariffe super convenienti. Poco importa che le offerte promozionali siano valide solo 12 mesi e poi si finirà per pagare il doppio. Ed è praticamente impossibile salvarsi da questo martellamento che avviene nell’impotenza totale di chi lo subisce, nonostante riguardi la privacy di milioni di italiani. La sensazione è, infatti, quella di non potere nulla contro la potenza del telemarketing messo in atto da tutte le compagnie telefoniche, elettriche, del gas o delle pay tv senza esclusione di colpi.

Ma come fanno i piazzisti a farlo nonostante la normativa che regola il settore delle telecomunicazioni e la raffica di multe inflitte negli ultimi anni dal Garante della concorrenza (Agcm), dall’Autorità delle comunicazioni (Agcom) e dal Garante della Privacy. E, soprattutto, c’è una soluzione per uscirne? Partiamo dai numeri. Con appena 5 centesimi a recapito, le aziende comprano tariffari completi di nome, cognome e numero di telefono da contattare per vendere i nuovi contratti.

Nominativi che, poi, finiscono in una catena complessa di società che se li scambiano. E via via i dettagli aumentano: sesso, professioni, preferenze e status sociale. Una schedatura illecita, dal momento che la normativa prevede che si possano contattare solo i consumatori che hanno espressamente dato il loro consenso. E, invece, queste liste sono perlopiù composte da numeri che compaiono negli elenchi telefonici pubblici, da quelli presenti illegalmente su Internet e dai nominativi di chi, magari, compila un modulo per partecipare a un concorso sul web, attiva una carta fedeltà o un account online e, senza accorgersene, firma anche il consenso all’utilizzo dei propri dati personali per scopi pubblicitari.

Proprio come è capitato a circa 2 milioni di ex utenti della telefonia fissa di Telecom passati ad altri operatori che, nel corso del 2015, hanno ricevuto a casa una telefonata da parte di una società di telemarketing che, per conto dell’ex monopolista, ha tentato subdolamente di riconquistarli con offerte promozionali. Peccato che si tratti di un illecito gravissimo, come ha sancito il Garante della Privacy visto che, una volta che un contratto viene disdetto o scade, vengono meno anche tutte le autorizzazioni rilasciate dal cliente, a partire da quelle relative al consenso al trattamento dei dati personali. Entro poche settimane si saprà l’ammontare della sanzione che Tim sarà costretta a pagare. Un importo che, tuttavia, dovrebbe fare il solletico al big della telefonia. Del resto il gioco del telemarketing aggressivo vale la candela: un fatturato miliardario contro poche migliaia di euro si sanzioni.

Cosa che, del resto, avrà immaginato anche Fastweb che non si è fatta scrupoli a utilizzare oltre 14 milioni di nominativi, forniti illegalmente da una società specializzata nel settore delle banche, per promuovere offerte commerciali anche a quanti non hanno mai dato il proprio consenso. Anche se la Corte di cassazione nelle scorse settimane ha confermato alla compagnia una multa di 300mila euro, al 30 giugno 2016 i ricavi totali di Fastweb si sono attestati a 881 milioni di euro, in crescita del 2%.

Innegabile, quindi, che le regole a tutela dei consumatori siano inefficaci, tanto che lo stesso Garante della Privacy propone di cambiarle creando un “nuovo Registro delle opposizioni la cui iscrizione cancelli i precedenti consensi dati per le chiamate promozionali”. Così come ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Busia, segretario generale dell’Authority: “La chiave per mettere la parola fine a questo incubo per i consumatori è modificare la normativa, che ancora una volta ha dimostrato di essere un’arma spuntata”.

Registro delle opposizioni - Del Registro delle opposizioni, gestito dalla Fondazione Ugo Bordoni su incarico del ministero dello Sviluppo economico e finanziato dagli operatori di telemarketing, tutti parlano ma pochi ne hanno capito il ruolo. Dovrebbe difendere i cittadini dalle chiamate indesiderate, ma rovescia l’onere in capo al consumatore e a vantaggio delle società. “Tanto che su oltre 115 milioni di linee telefoniche attive, comprendendo anche quelle mobili, a luglio 2016 risultavano iscritte appena 1,5 milioni di numerazioni”.

In altre parole, solo se legalmente si è dato il consenso a un gestore telefonico a chiamarci ci si può iscrivere per manifestare il diritto di opposizione alle chiamate. Ma se l’utenza non compare nell’elenco ed è quindi riservata, perché volontariamente non si è mai data l’autorizzazione (come accade per la maggior parte dei numeri fissi e mobile), l’intestatario non può iscriversi. Insomma, una beffa che lascia all’utente un’unica speranza: chiedere all’operatore, ai sensi delle norme sulla privacy, di non essere più ricontattato.

Rivolgersi all’Authority – Per questo motivo il Garante della privacy ha attivato un canale che permette al cittadino di segnalare eventuali violazioni di marketing telefonico attraverso l’invio di un modulo per le segnalazioni di ricezione telefonate pubblicitarie indesiderate per le utenze telefoniche riservate (scaricalo qui). Poi, quando un corposo numero di reclami si accumula sul tavolo del Garante, scatta l’avvio di un’indagine che potrebbe portare a una multa al gestore.

Come chiedere il rimborso per le forniture non richieste – A braccetto con il telemarketing va l’attivazione di forniture non richieste, a scapito della buona fede di chi è all’altro capo del telefono. Meglio ricordare che si può recedere da un contratto a distanza entro 14 giorni, senza fornire alcuna specifica motivazione e senza costi. Il termine per esercitare il diritto decorre dalla conclusione del contratto nei contratti di servizi e da quando si entra in possesso del bene nei contratti di vendita di beni.

Se, invece, non si riuscisse a liberarsi da questo contratto “estorto”, è possibile rivolgersi al Corecom della propria Regione che si occupa proprio dei contenziosi tra utenti e gestori dei servizi di telecomunicazioni. Si tratta di un servizio gratuito, di facile accesso e che garantisce in tempi rapidi la definizione della controversia. Dal momento che rappresenta il passaggio antecedente alla denuncia che va fatta all’Authority, solitamente i gestori decidono di accettare la conciliazione per evitare poi l’apertura di un’indagine. Il motivo è chiaro: davanti al Garante, il gestore telefonico deve dare prova della conclusione del contratto portando il contratto firmato o, comunque, riproducendo la registrazione integrale della telefonata di accettazione. Prove che, il più delle volte, non esistono. Il Corecom della Lombardia nel primo semestre 2016 ha restituito ai cittadini una somma di quasi 2 milioni di euro.

Umiliazioni e abusi, l’estate dei diritti sospesi per i migranti bloccati a due passi dalla Svizzera

La Stampa
simone gorla

Violazioni diritti alla frontiera elvetica, con respingimenti di massa e controlli illegali in base al colore della pelle



Il record è stato raggiunto il 19 agosto. In una sola giornata, 45 minorenni soli in cerca delle loro famiglie in Germania e Svizzera sono stati respinti senza assistenza legale alla frontiera di Chiasso. Affidati alla Caritas di Como, sono fuggiti alla prima occasione per riprovare a passare verso nord. Per loro, come per tutti i migranti somali, eritrei e centrafricani bloccati da mesi a Como, a due passi dalla frontiera elvetica, quella che sta finendo sarà ricordata come l’estate dei diritti sospesi.

Respingimenti di massa e controlli illegali in base al colore della pelle alla dogana. Perquisizioni umilianti e abusi, con uomini e donne che raccontano di essere stati denudati e tenuti per ore in strutture simili a “bunker sotterranei”. Diritto d’asilo e ricongiungimenti familiari negati. Tutte violazioni gravi delle norme europee e internazionali – dal trattato di Schengen alla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, dagli Accordi di Dublino alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo.

Dopo mesi di voci e racconti sui duri metodi delle guardie di frontiera svizzere, ora la denuncia arriva da un report della onlus italiana Asgi, l’Associazione studi giuridici per l’immigrazione, e della svizzera Firdaus. Negli ultimi mesi quasi 7 mila persone sono state bloccate sul confine senza possibilità di richiedere protezione internazionale per mancanza di informazioni e di un mediatore linguistico in grado di spiegare le procedure. «Il diritto di chiedere asilo non è stato e non sarà garantito se ciascuna delle persone respinte non potrà esprimersi sulla propria volontà di chiedere protezione internazionale alla Svizzera», ha commentato la deputata ticinese Lisa Bosia Mirra.

Particolarmente gravi, per le associazioni, le violazioni dei diritti dei minori non accompagnati. Dal 14 luglio al 23 agosto, 454 minorenni soli che volevano raggiungere i parenti sono stati respinti. La portavoce di Amnesty International Denise Graf accusa: «La Svizzera non rispetta i diritti dei bambini e dei giovani che si presentano alle sue frontiere». Quasi tutti hanno meno di 16 anni, molti sono in viaggio da mesi senza tutele e facile preda dei trafficanti di esseri umani.

Ragazzini come Ismail, 17 anni. Nato in Eritrea e sbarcato in Italia ad aprile, viaggia con i fratelli di 10 e 14 anni. Insieme hanno provato a entrare in Svizzera attraverso il valico di Chiasso per cinque volte, ma sono sempre stati identificati e respinti. Ora vogliono aderire al programma europeo di “relocation” per raggiungere il fratello maggiorenne in Svizzera. Ma non sarà facile.

Il 73 per cento dei minorenni presenti a Como sono eritrei: per gli accordi europei del settembre 2015 avrebbero diritto ad essere accolti e ricollocati, in base a quote stabilite, nei vari paesi Ue. Ma la “relocation”, prevista anche per siriani e iracheni, è di fatto negata a tutti. E i dati forniti dalla Guardia di frontiera ticinese dicono che in quattro mesi è aumentata di dieci volte la percentuale di stranieri irregolari rispediti in Italia. Il nostro Paese è così costretto a fare fronte da solo all’accoglienza.

«Sei Stati si fanno carico dell’80 per cento delle richieste di asilo», spiega Elly Schlein, europarlamentare di Possibile, che chiede una maggiore divisione delle responsabilità e un ripensamento delle norme Ue sull’accoglienza. «A settembre 2015 furono promessi 160 mila ricollocamenti, ma ne sono stati attuati solo 3 mila. Era un impegno di tutti gli Stati membri e del Consiglio, una delle soluzioni per creare corridoi umanitari ed evitare situazioni come quelle viste a Como e Milano nelle ultime settimane».